Addio a Varenne, il “Capitano” che fece correre l’Italia

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Ci sono campioni che vincono. E poi ci sono campioni che, dopo aver vinto, rimangono nella memoria di un Paese. Varenne appartiene alla seconda categoria.

Il grande trottatore italiano è morto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, all’età di 31 anni, nell’allevamento di Eboli dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita. Secondo quanto riferito dal veterinario, la morte è stata provocata da un infarto fulminante.

Per tutti era semplicemente “Il Capitano”.

E forse nessun soprannome avrebbe potuto essere più appropriato.

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62 vittorie su 73 corse

I numeri della carriera di Varenne sono impressionanti.

Corse 73 volte e vinse 62 gare, conquistando premi per oltre 6 milioni di euro. Ma sono soprattutto alcune delle sue vittorie a raccontare la grandezza di quel cavallo.

Nel 1998 arrivò il Derby italiano del trotto.

Poi il successo al Gran Premio Lotteria di Agnano, vinto per tre anni consecutivi, dal 2000 al 2002.

Ma fu tra il 2001 e il 2002 che Varenne diventò una leggenda mondiale.

Per due volte conquistò il Prix d’Amérique, l’Elitloppet e il Gran Premio Lotteria, realizzando per due anni consecutivi quello che nel trotto europeo viene considerato il grande Grand Slam.

Nel 2001 aggiunse anche la Breeders Crown negli Stati Uniti.

Non era soltanto veloce

Forse è proprio questo che rende ancora oggi Varenne così particolare.

Non era ricordato soltanto per la velocità.

Chi lo ha visto correre raccontava di un cavallo dotato di una straordinaria intelligenza agonistica, capace di leggere la corsa e di trovare la forza per rimontare quando sembrava ormai troppo tardi.

Era elegante.

Potente.

Ma soprattutto aveva qualcosa che il pubblico riconosce immediatamente nei grandi campioni: il carattere.

E così Varenne uscì dal mondo dell’ippica.

Diventò un personaggio.

Apparve in televisione, partecipò a eventi pubblici e fu celebrato anche dalle istituzioni italiane. Nel 2010 entrò inoltre nella U.S. Harness Racing Hall of Fame, negli Stati Uniti.

Da Copparo al mondo

Varenne era nato il 19 maggio 1995 a Copparo, in provincia di Ferrara.

Un cavallo italiano, nato nella pianura padana, che avrebbe poi conquistato le piste più importanti del mondo.

Il suo nome era stato scelto in riferimento alla rue de Varenne di Parigi, una curiosa anticipazione di quello che sarebbe diventato uno dei luoghi più importanti della sua carriera: l’ippodromo di Vincennes, dove avrebbe conquistato per due volte il Prix d’Amérique.

L’uomo sul suo sulky

Accanto a Varenne c’è naturalmente un altro nome che appartiene alla sua leggenda: Giampaolo Minnucci, il driver che lo guidò nelle grandi vittorie internazionali.

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Quelle immagini delle corse sono rimaste nella memoria degli appassionati: Varenne davanti, gli avversari alle sue spalle e Minnucci che sembrava quasi accompagnarlo verso il traguardo.

Una coppia diventata simbolo del trotto italiano.

Dopo le corse, una seconda vita

Nel 2002 Varenne si ritirò dalle competizioni.

Ma la sua storia non finì.

Cominciò una lunga carriera come stallone e lasciò una discendenza di oltre 2.000 figli, alcuni dei quali hanno a loro volta conquistato grandi successi.

La sua eredità, quindi, continuerà a correre sulle piste.

È una bella immagine per ricordarlo.

Varenne non corre più, ma qualcosa di lui continua a farlo.

Il Capitano

Forse però i numeri, per quanto straordinari, non spiegano completamente perché la morte di Varenne abbia suscitato tanta emozione.

Perché Varenne era diventato qualcosa di più di un cavallo da corsa.

Era entrato nell’immaginario degli italiani.

Per molti significava le domeniche all’ippodromo, le grandi corse viste in televisione, le emozioni di una rimonta impossibile, il grido del pubblico quando il numero di Varenne passava davanti a tutti.

E significava anche un’Italia capace, attraverso un animale nato in provincia di Ferrara, di confrontarsi e vincere sui grandi palcoscenici internazionali.

Una corsa che finisce per tutti

Varenne aveva 31 anni.

Era diventato vecchio, almeno secondo i tempi di un cavallo.

Ma quando muore un campione di questo genere è difficile pensare alla sua età.

Si pensa piuttosto a quando era giovane, potente, velocissimo.

A quelle corse nelle quali sembrava che gli altri cavalli gareggiassero soltanto per il secondo posto.

Ora il Capitano ha lasciato la pista.

E forse il modo migliore per salutarlo è proprio quello che hanno scritto coloro che lo hanno seguito fino alla fine:

corri libero, Capitano.

La tua ultima corsa è finita.

Ma quella che hai fatto entrare nella memoria dello sport italiano non finirà facilmente.