Venezuela, bagno di folla per María Corina Machado: e adesso? La sfida è riconquistare il potere

mujer saludando entre banderas venezolanas

Dopo quasi dieci mesi all’estero, la leader dell’opposizione torna in patria e viene accolta da decine di migliaia di sostenitori lungo il percorso verso Caracas. Ma il potere resta nelle mani dell’amministrazione di Delcy Rodríguez e Washington tratta sul futuro del Paese. Una partita che riguarda anche i circa 160.000 cittadini italiani residenti in Venezuela e una comunità di oltre un milione e mezzo di persone di origine italiana.

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Un bagno di folla, una carovana rallentata per ore dai sostenitori e una domanda che torna a scuotere la politica venezuelana: che cosa succederà adesso?

María Corina Machado è rientrata in Venezuela domenica 25 ottobre, dopo quasi dieci mesi trascorsi all’estero. Il suo arrivo ha provocato una mobilitazione imponente: secondo Reuters, decine di migliaia di persone si sono radunate lungo il percorso verso Caracas, trasformando il viaggio della leader dell’opposizione in una manifestazione politica. La carovana ha impiegato circa otto ore per raggiungere la capitale, rallentata dalla folla che occupava strade e autostrade.

Le immagini e le testimonianze raccontano una partecipazione entusiasta, con bandiere, abbracci e richieste di libertà. Machado, premio Nobel per la Pace 2025, ha rilanciato il proprio obiettivo: ottenere elezioni libere e corrette e aprire una nuova fase democratica per il Paese.

Ma l’accoglienza popolare, per quanto significativa, non equivale ancora a un cambiamento del potere. Il Venezuela è guidato ad interim da Delcy Rodríguez e non è stato fissato un calendario definitivo per nuove elezioni. È questo il punto decisivo: Machado è tornata, ma deve ancora capire quanto spazio politico le sarà concesso e come trasformare il sostegno della piazza in risultati concreti.

Dieci mesi lontana dal Venezuela

Machado aveva lasciato il Paese alla fine del 2025 per raggiungere Oslo e ricevere il Premio Nobel per la Pace, dopo un lungo periodo trascorso in clandestinità. La sua opposizione al precedente governo di Nicolás Maduro l’aveva resa una delle figure più esposte della politica venezuelana.

Il suo ritorno è avvenuto dopo diversi tentativi falliti e in un contesto politico completamente cambiato rispetto a quello della sua partenza. Dopo la cattura di Maduro da parte delle forze statunitensi nel gennaio 2026, il potere è passato a un’amministrazione ad interim guidata da Delcy Rodríguez, già vicepresidente del governo precedente.

Machado ha scelto di rientrare proprio mentre si discutono le condizioni della transizione. La sua presenza sul territorio può rafforzare la mobilitazione dell’opposizione, ma espone anche la leader a nuove pressioni politiche e a possibili restrizioni.

Il consenso mostrato dalla folla è un segnale importante, ma il percorso verso una competizione elettorale libera dipenderà anche dal controllo delle istituzioni, dalla libertà di organizzazione politica e dalle garanzie offerte a chi si oppone al governo.

Delcy Rodríguez resta al centro della partita

La presidente ad interim continua a essere una protagonista fondamentale della transizione. La sua amministrazione mantiene il controllo degli apparati statali e ha avviato colloqui con alcune componenti dell’opposizione su possibili riforme istituzionali.

Il movimento di Machado, tuttavia, non è stato direttamente incluso in tutte le trattative in corso. Si crea così una situazione paradossale: una delle leader con maggiore capacità di mobilitazione popolare rischia di restare ai margini dei negoziati che definiranno le regole della futura competizione politica.

Le questioni da affrontare sono numerose: la riforma degli organi elettorali e giudiziari, la situazione dei prigionieri politici, la possibilità per gli oppositori di svolgere liberamente la propria attività e il diritto dei venezuelani residenti all’estero di partecipare alle elezioni.

Per Machado, la sfida sarà impedire che la transizione si trasformi in un accordo tra le élite politiche, senza un effettivo ritorno alla scelta democratica degli elettori.

Trump e il petrolio: chi decide il futuro del Venezuela?

Un altro protagonista della vicenda è Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo determinante nella nuova fase politica venezuelana e continuano a trattare con l’amministrazione Rodríguez, anche per ragioni economiche ed energetiche.

Il petrolio è uno degli elementi centrali. Il Venezuela dispone di enormi riserve e rappresenta un obiettivo strategico per gli investimenti internazionali. Washington punta a favorire la ripresa della produzione e a creare condizioni favorevoli per le imprese americane.

Machado ha cercato il sostegno statunitense nella sua battaglia contro il precedente governo. Tuttavia, il fatto che l’amministrazione americana continui a lavorare con Rodríguez dimostra che le priorità di Washington non coincidono necessariamente con quelle dell’opposizione venezuelana.

La stabilità politica, l’accesso alle risorse energetiche e la possibilità di ottenere risultati diplomatici possono pesare quanto, o persino più, della rapidità di una transizione democratica.

Il rischio è che si raggiunga un compromesso economico e istituzionale senza aver definito le condizioni per elezioni realmente libere. D’altra parte, i sostenitori di un percorso graduale ritengono che il dialogo possa produrre risultati concreti, evitando un nuovo scontro destabilizzante.

Per ora non è possibile sapere quale strada prevarrà. È però evidente che il ritorno di Machado rende più difficile ignorare la richiesta di una legittimazione democratica del futuro governo.

Gli italiani in Venezuela: una comunità da non dimenticare

C’è poi una dimensione che interessa direttamente i lettori italiani. Il Venezuela ospita una delle comunità italiane più importanti dell’America Latina, costruita soprattutto attraverso l’emigrazione del secondo dopoguerra, quando il Paese offriva opportunità di lavoro e sviluppo grazie alla ricchezza petrolifera.

Secondo i dati dell’Ambasciata d’Italia a Caracas, sono circa 160.000 i cittadini italiani registrati presso i consolati di Caracas e Maracaibo. A questi si aggiungono oltre un milione e mezzo di venezuelani con ascendenza italiana. Molti hanno mantenuto legami familiari, culturali ed economici con l’Italia, mentre altri possiedono entrambe le cittadinanze.

La presenza italiana è radicata nella società venezuelana: si ritrova nelle imprese, nelle professioni, nelle scuole, nella gastronomia e nelle associazioni culturali. Per numerose famiglie, il Venezuela è il Paese in cui sono nate più generazioni, mentre l’Italia resta una parte importante della loro identità.

L’instabilità politica ed economica degli ultimi anni ha però messo alla prova questa comunità. Molti hanno dovuto affrontare difficoltà legate al lavoro, al costo della vita, alla sicurezza e all’accesso ai servizi. Altri hanno scelto di trasferirsi in Italia o in altri Paesi, senza necessariamente interrompere i rapporti con la propria terra d’origine.

Per queste persone, la transizione politica non è una questione astratta. Una maggiore stabilità potrebbe favorire il ritorno degli investimenti, il recupero delle attività economiche e la possibilità di programmare il futuro. Ma tutto dipenderà dalle condizioni reali che si creeranno nei prossimi mesi.

Una partita che riguarda anche Roma

L’Italia ha interesse a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione venezuelana, sia per la sicurezza dei propri cittadini sia per il valore dei rapporti economici e culturali con il Paese.

La tutela dei connazionali, l’efficienza dei servizi consolari, la libertà di movimento e la possibilità di mantenere legami familiari sono aspetti particolarmente importanti per una comunità così numerosa. Anche il dialogo diplomatico con le autorità venezuelane sarà essenziale per garantire assistenza e protezione agli italiani residenti.

Un eventuale miglioramento delle condizioni politiche ed economiche potrebbe inoltre aprire nuove opportunità per le imprese italiane e per chi desidera mantenere o ricostruire attività nel Paese. Ma sarebbe prematuro dare per scontato che il ritorno di Machado produca automaticamente questi risultati.

Prima di tutto occorrerà capire se il Venezuela riuscirà a costruire istituzioni più affidabili, una competizione elettorale credibile e garanzie sufficienti per tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche.

Il bagno di folla è un segnale, non ancora una vittoria

Il ritorno di María Corina Machado ha dimostrato che la sua figura conserva una notevole capacità di mobilitazione. La folla che l’ha accompagnata verso Caracas ha dato visibilità alla richiesta di cambiamento e ha rimesso al centro della discussione la questione delle elezioni.

Ma il passaggio dalla piazza alle istituzioni resta il più difficile. Machado dovrà ottenere spazio nei negoziati, costruire una strategia politica efficace e fare i conti con un’amministrazione che mantiene il controllo dello Stato e con una potenza americana interessata anche alla stabilità economica e alle risorse energetiche del Venezuela.

La domanda iniziale rimane quindi aperta: riuscirà a trasformare il consenso popolare in un cambiamento concreto oppure il suo ritorno sarà assorbito da una transizione decisa soprattutto da altri attori?

Per i venezuelani, dentro e fuori dal Paese, la posta in gioco è enorme. E per i circa 160.000 cittadini italiani e gli oltre 1,5 milioni di venezuelani di origine italiana, il futuro politico del Venezuela è anche una questione di sicurezza, lavoro, famiglia e identità.

Il bagno di folla è stato impressionante. La vera prova, però, comincia adesso: trasformare la speranza in istituzioni, libertà e condizioni di vita migliori.

 

Fonti: Reuters – Il ritorno di María Corina Machado; Ambasciata d’Italia a Caracas – Italia e Venezuela; Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.




Brasile, Lula vince ancora: cosa cambia per i quasi un milione di italiani che vivono nel Paese?

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Il presidente uscente conquista un nuovo mandato con il 51,79% dei voti e batte Flávio Bolsonaro al ballottaggio. Una vittoria che conferma la profonda divisione politica del Brasile e che interessa da vicino anche la grande comunità italiana, tra economia, rapporti con Roma e servizi consolari.

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Luiz Inácio Lula da Silva resterà alla guida del Brasile. Il presidente uscente ha vinto il ballottaggio del 25 ottobre 2026, ottenendo il 51,79% dei voti validi contro il 48,21% del suo avversario, Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Il risultato è stato annunciato dal Tribunale superiore elettorale brasiliano, che ha certificato la rielezione del leader del Partito dei Lavoratori.

La differenza è di circa 4,4 milioni di voti: un margine sufficiente per confermare Lula, ma non per cancellare la frattura politica che attraversa il Paese. Quasi la metà degli elettori che hanno scelto uno dei due candidati ha votato per un’alternativa di destra, in una competizione che ha assunto anche il significato di un confronto tra due visioni differenti del futuro brasiliano.

Per Lula, vicino agli 81 anni, si apre così una nuova fase politica, con la responsabilità di governare un Paese dalle enormi potenzialità economiche, ma alle prese con disuguaglianze sociali, problemi di sicurezza e una forte polarizzazione.

Un Paese diviso in due

La vittoria di Lula rappresenta un risultato importante per la sinistra latinoamericana, in un momento in cui in diversi Paesi della regione si rafforzano forze politiche conservatrici e governi vicini al presidente statunitense Donald Trump.

Flávio Bolsonaro ha contestato il risultato, arrivando a chiedere l’annullamento delle elezioni. La contestazione, tuttavia, non modifica il risultato ufficialmente proclamato dall’autorità elettorale.

Durante la campagna elettorale, Lula ha puntato sulla difesa della sovranità nazionale, sulle politiche sociali e sulla necessità di mantenere il Brasile autonomo nelle proprie scelte internazionali. Bolsonaro ha invece raccolto il consenso di una parte consistente dell’elettorato conservatore, proponendosi come alternativa alla continuità del governo del Partito dei Lavoratori.

Il dato politico più evidente è che Lula ha vinto, ma dovrà governare una società nella quale le divisioni restano profonde. Il nuovo mandato non sarà quindi soltanto una conferma del suo progetto: sarà anche una prova della sua capacità di rispondere alle preoccupazioni di chi non lo ha votato.

Quasi un milione di cittadini italiani guarda a Brasilia

Per l’Italia, il risultato ha un significato particolare. Il Brasile ospita una delle più grandi comunità italiane all’estero: secondo i dati diffusi dal Ministero degli Affari Esteri nel settembre 2026, al 31 luglio risultavano circa 970.000 cittadini italiani iscritti negli schedari consolari, di cui oltre 400.000 nell’area di San Paolo e più di 140.000 a Porto Alegre. A questi si aggiungono circa 32 milioni di persone di origine italiana.

Sono numeri che fanno del Brasile un interlocutore fondamentale per le istituzioni italiane. Non si tratta soltanto di discendenti degli emigrati di un tempo: molti cittadini italiani vivono, lavorano, studiano o fanno impresa nel Paese e hanno interessi concreti legati alle decisioni del governo brasiliano.

Per loro, il nuovo mandato di Lula sarà importante soprattutto per le ricadute pratiche delle politiche economiche e fiscali, per l’andamento dell’occupazione, per la sicurezza e per le opportunità commerciali. Non è possibile stabilire in anticipo se la rielezione porterà vantaggi o svantaggi a tutti gli italiani residenti: molto dipenderà dalle misure che il governo adotterà e dai settori economici coinvolti.

Italia e Brasile: un rapporto strategico

I rapporti tra Roma e Brasilia si fondano su legami storici, culturali ed economici consolidati. L’Italia è presente in Brasile attraverso imprese, investimenti, collaborazioni industriali, scambi universitari e iniziative culturali. Il Brasile, a sua volta, rappresenta un mercato rilevante per numerose aziende italiane e un partner importante nei rapporti tra Europa e America Latina.

La Farnesina ha seguito da vicino questi rapporti anche attraverso missioni istituzionali dedicate alla comunità italiana, al rafforzamento dei servizi consolari e alla cooperazione economica. Nel settembre 2026, il sottosegretario agli Affari Esteri Massimo Dell’Utri ha visitato San Paolo e Porto Alegre, ponendo particolare attenzione alla crescita della collettività italiana e alla necessità di rendere più efficienti le procedure consolari.

La continuità dei rapporti bilaterali sarà dunque uno degli elementi da osservare durante il nuovo mandato presidenziale. Per gli italiani residenti, l’auspicio è che la collaborazione tra i due Paesi continui a favorire gli scambi, la tutela dei cittadini e le opportunità per le imprese.

Il nodo dei servizi consolari

Per chi vive in Brasile e possiede la cittadinanza italiana, una questione particolarmente concreta riguarda i servizi consolari: passaporti, documenti d’identità, pratiche anagrafiche e cittadinanza.

La dimensione della comunità rende il tema particolarmente rilevante. Nel 2025 la rete consolare italiana in Brasile ha rilasciato oltre 93.000 passaporti, secondo i dati del Ministero degli Esteri. La Farnesina ha indicato la digitalizzazione e la semplificazione delle procedure tra le priorità del lavoro con la comunità italiana.

Queste questioni non dipendono esclusivamente dal presidente brasiliano, perché i servizi consolari italiani sono responsabilità delle istituzioni italiane. Tuttavia, la collaborazione tra i due Paesi e la capacità delle rispettive amministrazioni di dialogare possono contribuire a rendere più agevoli le procedure per chi vive tra due realtà nazionali.

Per una collettività così numerosa, l’efficienza amministrativa non è un dettaglio: significa risparmiare tempo, evitare ritardi e poter esercitare con maggiore facilità i propri diritti.

Economia, ambiente e politica estera: le sfide del nuovo mandato

Il Brasile è la principale economia dell’America Latina e svolge un ruolo rilevante nei rapporti internazionali, dal commercio alla politica climatica. Le decisioni del governo Lula avranno conseguenze anche sulle relazioni con l’Unione Europea, sulle politiche ambientali e sui rapporti con gli Stati Uniti.

La difesa della sovranità nazionale è stata uno dei temi centrali della campagna del presidente rieletto. Questo orientamento potrebbe portare Brasilia a proseguire una politica estera autonoma, cercando di mantenere relazioni con interlocutori diversi senza allinearsi completamente a una singola potenza.

Per le imprese italiane, sarà importante seguire l’evoluzione delle politiche economiche, delle regole commerciali e degli investimenti. Per le comunità di origine italiana, conteranno anche le condizioni sociali e la possibilità di mantenere vivi i rapporti culturali e familiari con l’Italia.

Il risultato elettorale, da solo, non consente di prevedere quali cambiamenti arriveranno. Saranno le scelte concrete del nuovo governo a indicare la direzione.

Lula ha vinto: ora deve convincere anche chi non lo ha votato

La rielezione consegna a Lula una nuova opportunità, ma anche una responsabilità considerevole. Il Brasile ha scelto di confermargli la guida del Paese, senza però assegnargli un consenso tale da rendere marginale l’opposizione.

Il presidente dovrà dimostrare che la continuità politica può tradursi in risultati concreti, affrontando le preoccupazioni economiche e sociali di una popolazione divisa. Dall’altra parte, l’opposizione dovrà decidere come esercitare il proprio ruolo nel rispetto delle istituzioni e del risultato elettorale.

Per gli italiani che vivono in Brasile, la priorità resta guardare alle conseguenze reali: stabilità economica, opportunità di lavoro e investimento, sicurezza, servizi efficienti e buoni rapporti tra Roma e Brasilia.

La vittoria di Lula è una notizia politica di primo piano. Per la grande comunità italiana, però, il suo significato più importante si misurerà nei prossimi mesi, quando alle promesse della campagna elettorale dovranno seguire le decisioni del governo.

Fonte: Tribunale superiore elettorale del Brasile (TSE); Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; ANSA; Associated Press.




Venezuela, cento giorni dopo il terremoto: migliaia di persone ancora in difficoltà

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Medici Senza Frontiere assiste la popolazione di La Guaira e Caracas. Oltre agli aiuti sanitari e all’acqua potabile, cresce la necessità di sostegno psicologico per le comunità colpite.

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A cento giorni dal terremoto che il 24 giugno ha colpito il Venezuela, la popolazione continua a fare i conti con le conseguenze del disastro. L’emergenza non riguarda più soltanto i soccorsi immediati e la cura dei feriti, ma anche la necessità di ricostruire le condizioni di vita delle famiglie, restituendo loro sicurezza e prospettive per il futuro.

Tra le aree maggiormente interessate dagli interventi umanitari figurano La Guaira e Caracas, dove Medici Senza Frontiere (MSF) continua a fornire assistenza sanitaria e sostegno alle persone colpite dal sisma.

Le ferite invisibili del terremoto

Con il passare dei mesi, alle conseguenze materiali della catastrofe si sono aggiunti problemi psicologici sempre più evidenti. L’incertezza, la perdita della casa e l’allontanamento dai propri ambienti di vita hanno lasciato segni profondi in molte persone.

Secondo Medici Senza Frontiere, il protrarsi di questa situazione ha favorito l’insorgenza di ansia, disturbi del sonno, sintomi fisici legati allo stress, stanchezza persistente e perdita di fiducia nel futuro. Un disagio che coinvolge non soltanto i singoli individui, ma anche intere famiglie e comunità, costrette a convivere a lungo con le conseguenze del disastro.

Per questo motivo, accanto alle cure mediche, il sostegno psicologico rappresenta ormai una componente fondamentale dell’intervento umanitario.

Il bilancio degli aiuti

Nei cento giorni successivi al terremoto, i team di MSF hanno fornito assistenza psicologica a 8.147 persone e svolto oltre 7.000 consultazioni mediche. L’organizzazione ha inoltre distribuito quasi 860.000 litri di acqua potabile e circa 8,5 tonnellate di materiali medici e forniture di emergenza.

Nelle prime cinque giornate successive al sisma, gli operatori hanno anche sostenuto gli ospedali impegnati ad affrontare l’afflusso di feriti e le necessità sanitarie più urgenti.

Numeri che testimoniano l’ampiezza dell’intervento, ma anche la persistenza dei bisogni di una popolazione che, a distanza di oltre tre mesi, non ha ancora superato le conseguenze della catastrofe.

Dall’emergenza alla ricostruzione

La sfida, adesso, consiste nel passare gradualmente dalla gestione dell’emergenza a un percorso di ripresa duraturo. Non basta garantire cure e beni essenziali: occorre aiutare le persone a recuperare stabilità, ricostruire le proprie relazioni e ritrovare condizioni di vita dignitose.

Per molte famiglie, infatti, il terremoto continua a rappresentare una realtà quotidiana, segnata dall’incertezza e dalla difficoltà di tornare alla normalità.

A cento giorni dal sisma, il Venezuela resta quindi alle prese con una crisi umanitaria che richiede interventi continuativi. La ricostruzione non riguarda soltanto gli edifici e le infrastrutture danneggiate, ma anche la possibilità, per chi ha vissuto questa tragedia, di guardare nuovamente al futuro con fiducia.

Fonte: Medici Senza Frontiere, dati ripresi dall’ANSA.




Italiani nel mondo, la Farnesina punta su servizi consolari e digitalizzazione

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La qualità dei servizi consolari e la digitalizzazione tornano al centro dell’attenzione della Farnesina, in un momento in cui il numero degli italiani residenti all’estero continua a crescere e la rete diplomatico-consolare deve far fronte a una domanda sempre maggiore.

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Il tema è emerso durante la missione in Brasile del sottosegretario agli Affari Esteri Massimo Dell’Utri, ma le considerazioni espresse riguardano una questione molto più ampia: come rendere più efficienti i servizi pubblici destinati agli italiani che vivono fuori dall’Italia.

Il Brasile come esempio di una realtà in crescita

Il Brasile rappresenta uno dei casi più significativi. Al 31 luglio 2026 risultavano 979.650 cittadini italiani iscritti negli schedari consolari, con oltre 400 mila a San Paolo e più di 140 mila a Porto Alegre. A questi si aggiungono circa 32 milioni di italo-discendenti.

Una comunità di queste dimensioni esercita naturalmente una forte pressione sulla rete consolare. Nel solo 2025 i consolati italiani in Brasile hanno rilasciato oltre 93 mila passaporti, mentre è aumentato anche il ricorso ai servizi digitali e alla Carta d’Identità Elettronica.

Ma il problema della crescita della domanda non riguarda soltanto il Brasile.

Più italiani all’estero, più servizi da garantire

Negli ultimi anni la presenza italiana fuori dai confini nazionali è diventata sempre più articolata. Non si tratta soltanto delle comunità storiche dell’emigrazione.

Accanto ai discendenti degli italiani emigrati nelle generazioni precedenti ci sono oggi professionisti, studenti, imprenditori, pensionati, famiglie e giovani che si trasferiscono temporaneamente o stabilmente in altri Paesi.

Per tutti loro il consolato rappresenta il principale punto di riferimento dello Stato italiano all’estero.

Passaporti, carte d’identità, stato civile, cittadinanza, assistenza ai cittadini e numerose altre pratiche fanno parte della vita quotidiana di milioni di italiani residenti fuori dall’Italia.

È per questo che la questione dell’efficienza dei consolati interessa l’intera comunità italiana all’estero.

La digitalizzazione come risposta

Secondo Dell’Utri, l’obiettivo deve essere quello di semplificare le procedure e investire nell’innovazione, utilizzando la digitalizzazione come strumento per avvicinare la pubblica amministrazione ai cittadini.

Il principio è semplice: dove una pratica può essere svolta online, il cittadino dovrebbe poter evitare spostamenti, attese e procedure burocratiche non necessarie.

Ma la digitalizzazione non significa soltanto trasferire su internet un modulo cartaceo.

Per essere realmente efficace deve consentire di ridurre i tempi, rendere più semplice l’accesso ai servizi e diminuire il carico di lavoro degli uffici consolari, lasciando agli operatori più tempo per le pratiche che richiedono necessariamente un intervento umano.

Il Brasile rappresenta in questo senso un laboratorio particolarmente significativo proprio per le dimensioni della sua comunità italiana.

Gli italiani all’estero come risorsa

C’è poi un altro passaggio della missione di Dell’Utri che riguarda direttamente tutti gli italiani nel mondo.

Il sottosegretario ha definito le comunità italiane all’estero “una straordinaria rete di relazioni, competenze, cultura e opportunità”, sottolineando che non devono essere considerate semplicemente come cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

È un’impostazione che va oltre la tradizionale assistenza consolare.

Gli italiani residenti all’estero possono infatti rappresentare un collegamento con i Paesi nei quali vivono, favorendo rapporti economici, culturali, universitari e professionali con l’Italia.

La comunità italiana diventa così anche uno strumento di diplomazia culturale ed economica, oltre che una realtà da assistere attraverso i servizi pubblici.

Anche i Com.It.Es. al centro dell’attenzione

La missione brasiliana ha affrontato inoltre il tema della rappresentanza degli italiani all’estero, in vista delle prossime elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es., i Comitati degli italiani all’estero.

Dell’Utri ha sottolineato il ruolo dei Com.It.Es. come collegamento tra le comunità, la rete diplomatico-consolare e le istituzioni, invitando a una partecipazione consapevole.

In Brasile saranno interessati sette Comitati. Le elezioni sono state formalmente indette il 3 settembre e, per gli elettori brasiliani, è previsto il termine del 4 novembre 2026 per chiedere l’iscrizione nell’elenco elettorale.

Una questione che riguarda tutta la rete consolare

La missione in Brasile offre quindi l’occasione per affrontare una questione che riguarda gli italiani residenti in ogni parte del mondo.

Più cittadini iscritti all’estero significano più richieste di servizi e, di conseguenza, la necessità di una rete consolare capace di adeguarsi.

La strada indicata dalla Farnesina passa soprattutto attraverso digitalizzazione, semplificazione e innovazione, ma anche attraverso una diversa considerazione del ruolo delle comunità italiane.

Il Brasile, con quasi un milione di cittadini italiani iscritti nei registri consolari, rappresenta uno dei casi più evidenti. Ma la sfida è generale: rendere più semplice il rapporto tra lo Stato italiano e chi ha scelto di vivere fuori dall’Italia.

E per milioni di italiani residenti all’estero, questa non è una questione astratta. È qualcosa che si misura ogni giorno davanti a un consolato, davanti a un computer o nell’attesa di una pratica.

 

 




Colombia, un mese dopo il terremoto: migliaia ancora senza un rifugio

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È passato un mese dal terremoto che il 10 agosto ha colpito violentemente l’ovest della Colombia, ma per migliaia di persone l’emergenza è ancora una realtà quotidiana.

Il sisma, di magnitudo 7,4, ha provocato 331 morti, oltre 4.500 feriti e 122 persone ancora disperse, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Complessivamente, più di 466 mila persone sono state colpite in 498 comuni distribuiti in 16 dipartimenti.

In alcune delle zone maggiormente devastate, soprattutto nel Chocó e nelle aree occidentali del Paese, molte famiglie continuano a vivere in tende, strutture provvisorie o all’aperto perché tornare nelle proprie abitazioni è ancora impossibile.

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Una casa che non c’è più

A Pereira, una delle città colpite, alcune famiglie hanno trasformato parchi e spazi pubblici in accampamenti temporanei.

Per chi ha perso la propria abitazione, trovare una sistemazione alternativa non è semplice. Gli affitti sono aumentati e molti sfollati non dispongono delle risorse economiche necessarie per affrontarli.

Una situazione che rischia di trasformare una catastrofe naturale in una crisi sociale di lunga durata.

Il problema non riguarda soltanto le abitazioni. Sono stati danneggiati ospedali, scuole, infrastrutture comunitarie e servizi essenziali.

L’UNICEF segnala che, a un mese dal terremoto, più di 4.200 strutture educative presentano danni di diversa entità e che per migliaia di bambini la scuola non rappresenta ancora un luogo sicuro e regolare.

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Una ricostruzione gigantesca

Le prime valutazioni internazionali mostrano dimensioni impressionanti.

Secondo una valutazione RAPIDA realizzata dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo insieme alle autorità colombiane, i danni fisici alle strutture ammontano provvisoriamente a circa 13,28 miliardi di dollari, pari al 2,3% del PIL colombiano.

Sono state interessate oltre 217 mila abitazioni e circa 225 mila strutture complessivamente. Il terremoto avrebbe inoltre prodotto circa 16,9 milioni di metri cubi di macerie.

È una quantità enorme: l’equivalente, secondo




Venezuela, due mesi dopo il terremoto: 6.509 morti e famiglie ancora alla ricerca dei loro cari

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Sono trascorsi due mesi da quella che è stata una delle più gravi catastrofi naturali della storia recente del Venezuela.

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Il 24 giugno, due fortissimi terremoti colpirono il Paese, provocando devastazioni soprattutto nello Stato di La Guaira e in altre zone del territorio nazionale.

Oggi, a due mesi di distanza, il bilancio ufficiale continua a essere drammatico: 6.509 persone hanno perso la vita. Ma dietro quel numero ci sono ancora famiglie che non hanno ricevuto una risposta definitiva sulla sorte dei propri cari.

Le immagini delle prime ore dopo il terremoto appartengono ormai alla cronaca.

Squadre di soccorritori, militari, volontari e semplici cittadini si sono messi al lavoro per cercare superstiti e recuperare le vittime.

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Ma in alcune delle zone maggiormente colpite la situazione rimane drammatica.

Ci sono ancora famiglie che continuano a cercare persone scomparse e che sperano di poter recuperare i corpi dei propri cari rimasti sotto le macerie.

È una situazione particolarmente dolorosa perché, per molte persone, il lutto non può ancora trasformarsi in una certezza.

Il terremoto ha provocato enormi danni agli edifici e alle infrastrutture. Ma la tragedia non si misura soltanto in case crollate. Ci sono famiglie che hanno perso tutto, persone che non possono tornare nelle proprie abitazioni e migliaia di cittadini costretti a vivere in condizioni provvisorie. A questo si aggiunge il trauma psicologico di chi ha visto improvvisamente scomparire la propria casa, il proprio quartiere o una persona cara.

La Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha segnalato proprio la situazione delle famiglie che continuano a vivere nei pressi delle abitazioni distrutte o gravemente danneggiate, spesso nella speranza di recuperare ancora qualcosa o di ottenere notizie sui propri familiari.

L’emergenza non è quindi terminata con la fine delle operazioni di soccorso. Molte persone hanno ancora bisogno di un alloggio, di alimenti, di assistenza sanitaria e soprattutto di sostegno psicologico.

Secondo l’OIM, sono migliaia le persone che hanno ricevuto assistenza nei rifugi temporanei, mentre le organizzazioni umanitarie continuano a lavorare insieme alle agenzie delle Nazioni Unite.

La situazione è particolarmente delicata per bambini, anziani e persone che hanno perso improvvisamente i propri punti di riferimento.

Dopo l’emergenza arriva la fase più difficile: ricostruire. E in Venezuela il problema assume dimensioni enormi. Non bisogna soltanto ricostruire abitazioni, scuole, ospedali e infrastrutture. Bisogna anche ricostruire comunità.

Restituire alle persone un luogo sicuro nel quale vivere significa permettere loro di tornare a lavorare, mandare i figli a scuola e riprendere una vita normale. Ma questo richiederà tempo e risorse.

6.509 morti. È una cifra difficile persino da immaginare. Ma ogni numero rappresenta una persona, una famiglia, una storia. E proprio per questo, a due mesi dal terremoto, il problema delle persone ancora disperse assume un significato particolare. Per chi aspetta notizie, il terremoto non è ancora finito. La terra può avere smesso di tremare. L’attesa, invece, continua.

Il Venezuela affrontava già una situazione economica e sociale complessa prima del terremoto. La catastrofe ha quindi colpito una popolazione che in molti casi disponeva già di risorse limitate per affrontare un’emergenza di queste dimensioni.

Le conseguenze rischiano di essere ancora più pesanti per le famiglie che hanno perso contemporaneamente casa, lavoro e beni personali.

Per questo gli interventi umanitari non possono limitarsi all’emergenza immediata.

Servirà un programma di ricostruzione lungo e strutturato.

Nei mesi successivi al terremoto sono arrivati aiuti da diversi Paesi e organizzazioni internazionali.

Anche gli Stati Uniti hanno fornito attrezzature pesanti per aiutare nella rimozione delle macerie, mentre le agenzie delle Nazioni Unite hanno continuato a coordinare gli interventi umanitari.

Ma le dimensioni della tragedia rendono evidente che la fase della ricostruzione richiederà uno sforzo molto più lungo.

Il tempo passa. Le macerie lentamente vengono rimosse. Le strade vengono riaperte. I soccorritori lasciano progressivamente le zone dell’emergenza. Ma per migliaia di venezuelani la vita rimane sospesa. C’è chi aspetta una casa. Chi aspetta di poter tornare al proprio quartiere. Chi cerca ancora un familiare. E chi deve semplicemente imparare a vivere con una perdita che non potrà mai essere colmata.

Sarà necessario ricostruire edifici, certamente. Ma sarà altrettanto necessario ricostruire la fiducia, la sicurezza e la speranza di una popolazione profondamente segnata.

A due mesi dal terremoto, il Venezuela conta i suoi morti. Ma deve anche cominciare a contare le persone da aiutare a tornare alla vita. Perché una catastrofe naturale finisce quando cessano le scosse.

La tragedia umana, invece, può durare molto più a lungo.




Fortaleza protagonista in Europa: successo al femminile per il PAPE

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Ideato da Karuh Ferreira, l’evento Portas Abertas para a Europa al SEBRAE Ceará celebra il protagonismo delle donne imprenditrici e il ponte tra Italia e Brasile(Ceará).

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FORTALEZA, CEARÁ Grande successo per il PAPE – Portas Abertas para a Europa, svoltosi nei giorni 20 e 21 agosto presso il SEBRAE Ceará a Fortaleza. Un evento che ha messo in luce il Ceará come porta d’ingresso strategica per le relazioni tra il Brasile e l’Europa.

Ideato e coordinato con brillante visione imprenditoriale da Karuh Ferreira, il PAPE ha riunito imprenditori, istituzioni, professionisti e società civile in due giorni di networking, cultura e opportunità di internazionalizzazione.

Protagonista indiscussa di questa edizione è stata la brillante partecipazione delle donne cearensi. Il PAPE ha celebrato la forza, l’eleganza e la competenza dell’imprenditoria femminile del Ceará, con la presenza di donne illustri della città di Fortaleza, leader nei settori dell’innovazione, della cultura, del diritto e del business, che hanno portato la loro testimonianza di successo e di ispirazione.

In questo contesto si è distinta la Connessione Italia-Brasile(Ceará), rappresentata da Sandra Bandeira Nolli, Vice-Segretaria Nazionale dell’AIM – Associazione Italia nel Mondo e Assessora di Stampa del PAPE, insieme a Katia Sousa, Presidente dell’Istituto Montese.

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Lo stand dedicato all’Italia ha presentato al pubblico cearense i volumi Montese Brasile 1995-2025 – Trent’anni per non dimenticare, Admmirabile Itália di Eloah Westphalen,Brixia Brasile in Versi ricerca storica e poetica orientata dal ricercatore italiano Silvio Ferraglio ,gli observatori -La Rivelazione del scrittore Freitas Longato,la bandiera storica di Brescia, simbolo di amicizia e di radici comuni.

“Il PAPE ideato da Karuh Ferreira è la dimostrazione di quanto le donne possano guidare l’internazionalizzazione con sensibilità e competenza”, ha affermato Sandra Bandeira Nolli. “Vedere così tante donne illustri di Fortaleza riunite al SEBRAE, pronte a guardare all’Europa e all’Italia, è stato emozionante. È nato un nuovo protagonismo femminile che parla italiano”.

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Soddisfazione espressa anche da Katia Sousa: “Essere qui a Fortaleza, a rappresentare Montese, in un evento creato da una donna per valorizzare altre donne, dà un significato ancora più profondo ai nostri 30 anni di amicizia tra Italia e Brasile”.

Con l’organizzazione impeccabile di Karuh Ferreira e la partnership del SEBRAE, il PAPE si conferma come uno degli appuntamenti più innovativi del Nordest brasiliano e apre la strada a future missioni e gemellaggi tra città italiane e Fortaleza.

Immagini e testo: Sandra Bandeira Nolli / PAPE
Ufficio Stampa PAPE – Connessione Italia-Brasile(Ceará)




Bolivia, un centinaio di italiani bloccati sulle Ande: il maltempo chiude i passi verso il Cile

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Un viaggio attraverso le Ande si è trasformato in un’esperienza difficile per circa cento cittadini italiani, rimasti bloccati in alta montagna a causa delle condizioni meteorologiche che stanno interessando la Bolivia.

La vicenda è stata confermata dalla Farnesina, che attraverso l’Unità di Crisi e in stretto collegamento con l’Ambasciata d’Italia a La Paz ha assistito i connazionali nella giornata di ieri.

Pioggia, neve e condizioni difficili hanno provocato la chiusura o la riduzione degli orari di apertura di alcuni passi di frontiera tra Bolivia e Cile, creando notevoli problemi a chi si trovava lungo questi itinerari.

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Le Ande non perdonano

Per chi visita la Bolivia, attraversare le Ande può rappresentare una delle esperienze più affascinanti del viaggio.

Ma è anche un ambiente nel quale le condizioni possono cambiare rapidamente.

Le grandi altitudini, il freddo, la neve e le difficoltà di collegamento rendono particolarmente complicati gli spostamenti quando il maltempo arriva con intensità.

In questi giorni le precipitazioni hanno interessato diverse zone del Paese e, secondo le informazioni disponibili, si è verificata anche una nevicata insolita nell’area di La Cumbre, uno dei passi montani situati non lontano da La Paz.

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La Farnesina interviene

Il fatto che siano stati coinvolti così tanti italiani ha fatto scattare l’intervento dell’Unità di Crisi.

Non si tratta necessariamente di un’emergenza individuale per ciascun viaggiatore: il problema principale è stato quello della viabilità e dell’impossibilità di attraversare alcuni passi di montagna.

Ma in alta quota anche una situazione apparentemente temporanea può diventare rapidamente più complicata.

Per questo l’intervento delle autorità consolari assume particolare importanza.

L’avvertimento ai connazionali

La Farnesina ha invitato gli italiani che intendono viaggiare nei prossimi giorni nella zona a valutare possibili variazioni del proprio itinerario.

A chi decidesse comunque di procedere viene raccomandato di essere adeguatamente preparato ad affrontare eventuali situazioni di emergenza in alta montagna, considerando che i soccorsi potrebbero non essere immediati.

È un consiglio che vale soprattutto per chi organizza autonomamente il proprio viaggio.

In montagna, infatti, una strada chiusa può significare rimanere isolati per ore o anche più a lungo.

Un avvertimento importante anche per i turisti italiani

La Bolivia è una destinazione sempre più apprezzata dai viaggiatori internazionali.

La Paz, il lago Titicaca, il Salar de Uyuni e le grandi distese andine attirano ogni anno turisti da tutto il mondo.

Ma proprio la straordinaria bellezza di questi luoghi può nascondere un rischio che il turista europeo tende a sottovalutare: l’altitudine.

Non si tratta soltanto di affrontare temperature basse.

A migliaia di metri di quota anche lo stesso organismo umano deve adattarsi alla rarefazione dell’ossigeno.

Se poi alle condizioni normali si aggiungono neve, vento, pioggia e strade impraticabili, la situazione può diventare molto più difficile.

Prima di partire, informarsi

La Farnesina ricorda ai viaggiatori italiani l’importanza di utilizzare i servizi ufficiali di informazione e assistenza.

In particolare viene consigliato di consultare Viaggiare Sicuri e di registrare i dati del proprio viaggio su Dove siamo nel mondo o sull’app Viaggiare Sicuri.

Sono strumenti che possono sembrare burocratici quando tutto va bene.

Ma quando qualcosa va storto, possono diventare estremamente importanti.

Un viaggio che per molti continuerà

La buona notizia è che l’intervento della Farnesina ha consentito di assistere i circa cento italiani coinvolti.

La vicenda rappresenta comunque un promemoria per chiunque programmi un viaggio attraverso le Ande.

La natura non conosce itinerari turistici.

Una strada che il giorno prima era percorribile può essere chiusa il giorno dopo dalla neve o dalle piogge.

E in alta montagna non sempre esiste una strada alternativa.

Per questo, prima di affrontare un viaggio in Bolivia, soprattutto nelle zone più elevate e lungo i collegamenti con il Cile, è fondamentale controllare le condizioni meteorologiche e la situazione dei passi di frontiera.

La lezione per chi viaggia

Quello che è successo ai cento italiani non deve necessariamente essere letto come un motivo per rinunciare alla Bolivia.

Al contrario.

Le Ande rimangono una delle grandi meraviglie del Sud America.

Ma sono un ambiente che deve essere affrontato con rispetto e preparazione.

Perché il viaggio più bello è quello che permette di tornare a casa con i ricordi delle montagne, dei paesaggi e delle persone incontrate.

E non quello nel quale si scopre troppo tardi quanto possa essere difficile affrontare un’emergenza a migliaia di metri di altitudine.




Colombia sotto shock: il terremoto fa 134 morti e oltre 600 feriti

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È salito a 134 morti e oltre 600 feriti il bilancio del devastante terremoto che lunedì 10 agosto ha colpito la Colombia occidentale.

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La scossa, inizialmente indicata con una magnitudo inferiore e successivamente stimata in 7,4, ha avuto epicentro nel dipartimento del Chocó, nei pressi di San José del Palmar, ma è stata avvertita in una vasta parte del Paese, arrivando fino a Bogotá.

A oltre 24 ore dal sisma, la Colombia continua a fare i conti con una situazione drammatica. I soccorritori stanno ancora controllando edifici danneggiati e aree nelle quali potrebbero esserci persone intrappolate.

Pereira tra le città più colpite

Una delle zone maggiormente colpite è stata Pereira, dove numerosi edifici sono crollati o hanno subito gravi danni.

Anche Cali, Manizales, Armenia e Quibdó hanno registrato conseguenze pesanti. A Cali sono stati segnalati numerosi feriti e vittime, mentre a Pereira decine di strutture sono risultate danneggiate o completamente distrutte.

Gli ospedali delle aree maggiormente colpite sono stati messi a dura prova dall’afflusso dei feriti.

Il terremoto ha inoltre danneggiato abitazioni, scuole, strutture sanitarie, strade e infrastrutture aeroportuali, complicando ulteriormente le operazioni di soccorso. Secondo i dati disponibili, oltre 1.500 abitazioni sono state danneggiate e decine di edifici sono crollati.

La paura delle scosse di assestamento

Dopo il terremoto principale sono state registrate numerose repliche.

È una delle principali preoccupazioni dei soccorritori, perché entrare in un edificio già danneggiato può essere estremamente pericoloso.

Le autorità hanno quindi invitato la popolazione a non rientrare negli edifici che presentano lesioni o altri segnali di instabilità e a seguire le indicazioni della protezione civile.

Dichiarata l’emergenza nazionale

Di fronte alla gravità della situazione, il presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha attivato il coordinamento degli interventi di soccorso.

Il governo sta concentrando le risorse nelle zone maggiormente colpite, mentre squadre di emergenza e volontari continuano a lavorare per cercare eventuali superstiti.

Anche la comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi con aiuti e squadre specializzate.

Una tragedia che riguarda un’intera regione

La violenza del terremoto è stata avvertita anche al di fuori della Colombia, in particolare in Ecuador e Panama.

La sua profondità ha fatto sì che le onde sismiche raggiungessero un’area molto vasta. La Colombia, del resto, si trova in una delle zone geologicamente più attive del continente sudamericano.

Il terremoto di lunedì è stato descritto come uno dei più forti registrati nel Paese negli ultimi decenni.

Adesso comincia la fase più difficile

Superata la prima fase dei soccorsi, arriverà quella altrettanto complicata dell’assistenza alle persone rimaste senza casa.

Migliaia di famiglie dovranno fare i conti con abitazioni danneggiate, attività commerciali ferme e infrastrutture da riparare.

E il numero delle vittime potrebbe non essere ancora definitivo.

In una tragedia di queste proporzioni, infatti, le statistiche raccontano soltanto una parte della realtà.

Dietro quei 134 morti ci sono 134 famiglie che hanno perso una persona cara. Dietro gli oltre 600 feriti ci sono persone che dovranno affrontare un percorso di cura e, in molti casi, di riabilitazione.

E dietro le migliaia di edifici danneggiati ci sono altrettante storie di persone che oggi non sanno ancora quando potranno tornare alla loro vita normale.

La terra ha smesso di tremare. Per la Colombia, però, l’emergenza è appena cominciata.




Colombia, il terremoto fa strage: oltre 70 morti e devastazione nel Paese

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La Colombia è stata colpita questa mattina da un violentissimo terremoto di magnitudo 7,4, uno dei più forti registrati nel Paese nell’ultimo decennio. Il bilancio, ancora provvisorio, è salito a oltre 70 vittime, mentre decine di persone risultano ferite e i soccorritori continuano a scavare tra le macerie alla ricerca di eventuali sopravvissuti.

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La scossa è stata registrata alle 7:34 del mattino, ora locale, con epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, nella Colombia occidentale. Il terremoto è stato avvertito in una parte molto ampia del territorio nazionale, compresa Bogotá, a centinaia di chilometri dall’epicentro.

Il bilancio continua a salire

Le notizie che arrivano dalle zone colpite sono drammatiche.

Tra le aree maggiormente interessate ci sono Pereira, Cali, Manizales, Quibdó e Buenaventura. A Pereira, nel dipartimento di Risaralda, si concentra una parte importante delle vittime, mentre a Cali sono stati segnalati altri morti, compresi bambini. Diversi edifici sono crollati o hanno riportato gravi danni strutturali.

Le squadre di soccorso stanno lavorando senza sosta. Alcune persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie e le autorità hanno mobilitato ulteriori uomini e mezzi dalle principali città del Paese.

Il bilancio è destinato a essere aggiornato man mano che i soccorritori riescono a raggiungere le zone più difficili.

La scossa avvertita anche nei Paesi vicini

L’energia sprigionata dal terremoto è stata tale da far sentire il movimento anche al di fuori della Colombia.

La scossa è stata percepita in Ecuador e Panama e in diverse regioni colombiane molto lontane dall’epicentro. A Bogotá molte persone sono uscite dagli edifici per paura di nuovi crolli.

Sono state inoltre registrate scosse di assestamento, alcune delle quali hanno raggiunto magnitudo significativa. Le autorità mantengono quindi alta l’attenzione nelle aree già danneggiate.

Il Chocó, epicentro della tragedia

L’epicentro è stato individuato nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó.

È una regione caratterizzata da una particolare vulnerabilità sismica e da condizioni infrastrutturali che possono rendere difficili i soccorsi. La distanza dai grandi centri urbani e le difficoltà delle comunicazioni rischiano infatti di rallentare la valutazione dei danni.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che preoccupano maggiormente le autorità: non tutte le comunità colpite sono facilmente raggiungibili.

Nessun allarme tsunami

Nonostante la violenza del terremoto e la posizione della Colombia sul versante pacifico, non è stato emesso un allarme tsunami.

Il pericolo principale resta quindi quello legato ai crolli, alle infrastrutture danneggiate e alle possibili repliche.

Gli aeroporti di alcune città sono stati temporaneamente interessati da sospensioni o limitazioni operative a causa delle verifiche sulle infrastrutture.

La Colombia torna a fare i conti con la sua fragilità sismica

Il terremoto riporta drammaticamente al centro dell’attenzione il rischio sismico della Colombia.

Il Paese si trova in una delle aree geologicamente più attive del continente, dove interagiscono diverse strutture tettoniche. Le regioni andine e pacifiche sono particolarmente esposte.

Gli esperti ricordano che il rischio non dipende soltanto dalla magnitudo di un terremoto, ma anche dalla qualità delle costruzioni, dalla conformazione del territorio e dalla capacità di intervenire rapidamente dopo una catastrofe.

Ora la priorità sono i soccorsi

In questo momento, però, ogni considerazione passa in secondo piano.

La priorità è raggiungere le persone rimaste isolate, estrarre i superstiti dalle macerie, curare i feriti e fornire assistenza a chi ha perso la propria casa.

Il bilancio di oltre 70 morti racconta già una tragedia enorme, ma la situazione rimane in evoluzione.

La Colombia si trova davanti a una lunga giornata di emergenza.

La terra ha smesso di tremare. Per migliaia di persone, però, comincia adesso una notte molto più lunga: quella della paura, della ricerca dei propri cari e della ricostruzione.

foto ANSA