Expo Dubai: il Programma volontari del padiglione Italia

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dubaiexpo2ROMA\ aise\ – “Il più grande progetto di mobilitazione studentesca in Italia”. È questo il Programma Volontari del Padiglione Italia a Expo 2020 Dubai, che in poco più di due settimane ha coinvolto 8 mila studentesse e studenti universitari di oltre 70 nazionalità iscritti agli atenei di tutte le Regioni del Paese ed è entrato oggi nella seconda fase. Il Bando di selezione – con i requisiti di accesso e le condizioni di partecipazione – è stato presentato ieri con un evento digitale che ha visto collegate più di 3000 persone e la partecipazione di Maria Cristina Messa, Ministro dell’Università e della Ricerca, Paolo Glisenti, Commissario Generale di Sezione per la partecipazione italiana a Expo 2020 Dubai e Ferruccio Resta, Presidente CRUI.
Il programma di tirocini curricolari “Expo 2020 Dubai – Università italiane” è frutto di una collaborazione tra il Commissariato italiano per la partecipazione dell’Italia all’Esposizione Universale e la Fondazione CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università italiane).
Il Programma costituisce un’occasione di formazione unica, della durata massima di quattro mesi, che gli studenti selezionati avranno la possibilità di vivere presso il Padiglione Italia a Expo: un’esperienza di inestimabile valore per ampliare le proprie conoscenze in ambito internazionale contribuendo all’organizzazione e alla gestione della partecipazione italiana al più importante evento globale mai organizzato nell’area che comprende Medio Oriente, Africa e Asia Meridionale.
Nel corso dell’evento sono state presentate le testimonianze degli studenti che nel 2020 hanno già vissuto esperienze formative presso gli uffici in Italia e a Dubai del Commissariato per la partecipazione dell’Italia a Expo e dei peer-mentor delle attività educational.
I numeri del Programma Volontari al Padiglione Italia
7971 Espressioni d’interesse da studenti di 71 nazionalità iscritti in 78 università italiane presenti in tutto il paese (sono rappresentate tutte le regioni italiane); il 69% sono studentesse, l’altro 31% studenti; l’età media dei partecipanti è di 23 anni. (aise) 




Bergoglio in Iraq completa il cammino di Wojtyla

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071647837 ae927c27 19de 4734 b311 622034a6e3acAGI – Le orme sono quelle di Abramo, ma il sentiero è quello tracciato da Giovanni Paolo II. Wojtyla morì con un sogno inappagato, visitare Ur dei Caldei e pregare in quella che fu la culla delle religioni rivelate. Non gli riuscì, per via dei veti delle grandi potenze. Si incubava, allora, la guerra che nel 2003 avrebbe fatto precipitare quella parte di mondo nella crisi che ancora adesso attanaglia il Medioriente. Iraq centro della regione più instabile del Pianeta, oggi come allora e anche prima e ancora prima.

“Giovani leader”, disse il papa polacco, “mai più guerra”. Lui sapeva bene cosa fossero le distruzioni, gli stermini, i genocidi. Non fu ascoltato. Sarebbe stato l’ultimo grande gesto del suo pontificato, segnò invece il culmine dell’Età dell’indifferenza. Il papa argentino chiude quella pagina, una ventina d’anni dopo, ponendo la Chiesa nel cuore di un’opera di ricostruzione che vuole essere prima di tutto morale, ma non potrà prescindere dalla creazione di una nuova cultura della solidarietà.

E’ il secondo fuoco dell’orbita ellittica che racchiude il ciclo di una terra che da allora ha subito esattamente quello che la Chiesa avrebbe potuto evitare. Così facendo Francesco riprende un cammino che è anche – e non può essere altrimenti – diplomatico e non solo diplomatico. Necessaria è la citazione: “Davvero, nella fede di Abramo Dio onnipotente ha stretto un’alleanza eterna con il genere umano, e definitivo compimento di essa è Gesù Cristo. Il Figlio unigenito del Padre, della sua stessa sostanza, si è fatto Uomo per introdurci, mediante l’umiliazione della Croce e la gloria della risurrezione, nella terra di salvezza che Dio, ricco di misericordia, ha promesso all’umanità sin dall’inizio”.

Lo disse proprio Giovanni Paolo II (era il 2000), dando la dimensione metastorica del viaggio che non avrebbe mai fatto. Quell’alleanza in qualche modo è stata rotta, oggi la si ristabilisce. Wojtyliana è la prosa usata da Bergoglio anche oggi, quando ha incontrato la comunità siro-cattolica in una cattedrale che ha appena ricordato il decimo anniversario della strage che vide, tra le sue mura, il macello di 48 cristiani inermi.

I macellai furono gli invasati del fanatismo islamico, le vittime martiri la cui beatificazione è in corso a Roma. A loro il Pontefice, arrivato in Iraq in un viaggio fortissimamente voluto, dedica più di un pensiero e alle parole del suo predecessore sembra rifarsi direttamente: “La loro morte ci ricorda con forza che l’incitamento alla guerra, gli atteggiamenti di odio, la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi”. Oggi, aggiunge, “siamo benedetti dal sangue dei nostri fratelli e sorelle che qui hanno pagato il prezzo estremo della loro fedeltà al Signore e alla sua Chiesa. Possa il ricordo del loro sacrificio ispirarci a rinnovare la nostra fiducia nella forza della Croce e del suo messaggio salvifico di perdono, riconciliazione e rinascita. Il cristiano infatti è chiamato a testimoniare l’amore di Cristo ovunque e in ogni tempo”.

Non può sfuggire la dimensione internazionale di questo pontificato, che esce rafforzata dalla visita apostolica di questi giorni. E’ cosa quasi evidente: in tempi di Covid Bergoglio si muove di persona, stringe mani, accoglie il contatto diretto con la gente. Riprende una diplomazia del contatto diretto. Un segnale al momento impercettibile se non per i ragazzi con disabilità che ha benedetto entrando nella cattedrale, ma che nel tempo è destinato a lasciare la sua impronta.

La continuità con Wojtyla però non si ferma a questo. E’ da un anno che il Pontefice sembra impegnato a rivendicare il suo essere pienamente nella scia di Giovanni Paolo II, nei suoi libri e nel suo agire. Un modo per liberarsi dall’abbraccio – talvolta soffocante – di quanti dentro e fuori le Sacre Mura sembrano volerlo chiudere nell’angolo di un progressismo eccessivo caratterizzato solo dalle rotture con il passato. Atteggiamento, quest’ultimo, che inevitabilmente dà modo di rafforzarsi alle critiche di chi vede in lui, per l’appunto, solo l’uomo della soluzione della continuità.

Il rischio è quello di restare stritolato da queste tensioni e di scatenare fratture non desiderate. Un esito che potrebbe compromettere la sua attenta gestione delle cose della Chiesa. Sicuramente è una casualità, ma proprio oggi mentre lui rientrava nella nunziatura alla fine di una intensa giornata di colloqui e di incontri con le autorità religiose e civili irachene, cui ha chiesto il rispetto di tutte le minoranze religiose e non, da Roma giungeva un comunicato.

Prima di partire, si faceva sapere, Bergoglio aveva ricevuto i nuovi vertici della Comunità di Bose e il delegato pontificio lì mandato a gestire la complicatissima crisi che la attanaglia. I fatti sono presto detti: il fondatore di Bose, Enzo Bianchi, aveva lasciato la guida del monastero, ma poi era stato accusato di aver operato una rinuncia solo di facciata continuando ad intervenire sulla gestione scavalcando il successore, Luciano Manicardi. A questi il delegato, Padre Amedeo Cencini, aveva dato sostanzialmente ragione invitando Bianchi a lasciare Bose per ritirarsi in una sede della Comunità a San Gimignano.

Ordine disatteso una, due, tre volte. In difesa di Bianchi, ed all’attacco di Cencini, si era espressa anche parte della stampa italiana. Oggi si fa sapere che il Papa, prima di lasciare l’Italia (vale a dire ad ore antelucane, visto l’orario della partenza, ha ribadito piena fiducia nel suo messo tacciato di oscurantismo. Ed ha chiesto l’esecuzione immediata delle sue decisioni. Al di là del merito della questione, si ribadisce il principio dell’autorità all’interno della Chiesa e dei rappresentanti del Papa. Wojtyla probabilmente avrebbe fatto altrettanto.




Teheran. La Residenza Italiana al centro di un importante progetto architettonico

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5myteheranTEHERAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italian a Teheran, Giuseppe Perrone, ha ospitato nei giorni scorsi in Residenza l’evento di presentazione di un progetto di documentazione e raccolta di materiale storiografico e architettonico su 340 edifici della città, alcuni dei quali iscritti nella lista del patrimonio culturale del paese e nel patrimonio UNESCO (Palazzo Golestan).
Il progetto, sfociato nella pubblicazione del libro “La mia Teheran” di Amir Reza Farahbod, ha come scopo principale la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale della capitale iraniana in vista di una sua ulteriore attività di promozione.
La Residenza italiana gioca un ruolo fondamentale nel progetto come esempio di pregiata arte dell’epoca qajara e custode di un giardino persiano di otto ettari, uno dei più rari e originali esempi di giardino persiano ancora presenti nella città di Teheran.
L’ambasciatore Perrone, in apertura della presentazione del progetto, ha sottolineato il continuo impegno dell’Italia a salvaguardare il giardino di Farmanieh, valorizzandone il carattere unico di testimonianza storica e architettonica, e ponendolo al centro di eventi culturali promossi dall’Ambasciata d’Italia.
All’incontro ha partecipato anche il presidente del Consiglio comunale di Teheran, Mohsen Hashemi Rafsanjani, che ha sottolineato la profondità della ricerca alla base del progetto ed ha auspicato che, nella nuova fase che si sta per aprire nelle relazioni internazionali, vi sia un ulteriore approfondimento dei rapporti tra Italia e Iran, che ha definito storici e particolarmente intensi.
“La mia Teheran” è frutto di un lavoro di circa 10 anni svolto dall’architetto Farahbod in collaborazione con la municipalità di Teheran, il Ministero dei Beni Culturali, del Turismo e dell’Artigianato della Repubblica Islamica dell’Iran, di esperti e ricercatori dell’Università di Teheran. (aise)




“Israele più stabile con gli Accordi di Abramo e il gas naturale”, dice il ministro Steinitz

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141234886 40fdc470 5a8e 4065 883d 256eb37c44c3Il gas come nuovo strumento diplomatico sta contribuendo a ridisegnare lo scenario mediorientale e, insieme agli Accordi di Abramo firmati di recente da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, apre nuove prospettive di cooperazione fra i Paesi dell’area, ma non solo.

A beneficiarne, in primis, lo Stato ebraico, tra i principali protagonisti dello scacchiere energetico in un’area divenuta sempre più ‘calda’ alla luce della recente impennata di tensioni nel Mediterraneo orientale tra Grecia, Cipro e Turchia, di fronte alle rivendicazioni aggressive di Ankara e alla sua campagna di esplorazioni in acque contese.

In questo scenario, nuove ‘energie’ sono state liberate grazie anche agli accordi di normalizzazione sottoscritti da Israele con i primi due Paesi del Golfo: se da una parte aprono prospettive economiche e commerciali inedite, stabilendo e rafforzando connessioni, dall’altra concorrono a isolare la minaccia iraniana, arci nemico comune.

Per Israele, da quando sono state avviate le estrazioni di gas dal mare, “si sono aperte nuove porte”, ha sottolineato in un’intervista all’AGI il ministro dell’Energia, Yuval Steinitz, ricordando come “grazie al gas si sono sviluppati nuovi rapporti internazionali, si sono rafforzate le relazioni con i ministri dell’Energia nel mondo, ricerca e sviluppo israeliani in campo energetico sono oggetti di attenzione e interesse da parte di Paesi sviluppati ovunque, e si sono venute a creare nuove opportunità di cooperazione fra le nazioni”.

Una spinta economica che ha trovato sponda negli accordi di normalizzazione delle relazioni con Abu Dhabi e Manama, i primi due Paesi del Golfo ad avviare un nuovo corso con Israele, proprio in nome di uno sviluppo economico e commerciale che può dare stabilità all’area.

L’intesa, firmata il 15 settembre scorso alla Casa Bianca, è “uno storico traguardo del premier israeliano Benjamin Netanyahu” che offrirà “un grande contributo alla cooperazione economica nella regione”, ha puntualizzato Steinitz, guardando alle potenzialità in campo energetico.

“In un colloquio con il mio omologo ad Abu Dhabi, Suhail al-Mazroui, abbiamo parlato di collaborazioni per collegare reti elettriche, sviluppare l’economia del gas naturale, esportare gas in Europa e molti altri progetti“, mentre in un incontro con “il ministro dell’Industria e della Tecnologia emiratino, Sultan al-Jaber, abbiamo discusso della promozione di collaborazioni in ricerca e sviluppo su energie rinnovabili, in particolare nello spazio urbano, e dell’istituzione di un centro energetico comune fra Israele ed Emirati”.

“Sono sicuro che la cooperazione con gli Stati del Golfo progredirà e si intensificherà col passare del tempo; abbiamo delle opportunità storiche per creare una realtà migliore”, ha assicurato. Potenzialità che non si esauriscono sullo scenario mediorientale ma che hanno orizzonti ben piu’ vasti, fino all’Europa, saldando sicurezza energetica ed equilibri geopolitici.

Una prospettiva resa ancora più allettante alla luce delle recenti tensioni nel Mediterraneo orientale con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Nel luglio scorso, Israele, Cipro e Grecia hanno ufficialmente firmato l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed, un “progetto ambizioso, innovativo e unico che trasferirà il gas naturale da Israele e Cipro a Grecia e Italia, e da lì al mercato europeo”.

Nelle scorse settimane, il ministero dell’Energia israeliano ha autorizzato l’avvio di “un’indagine preliminare per raccogliere informazioni per la posa del gasdotto e il suo sviluppo ingegneristico” e questa “è la prima fase operativa”, ha sottolineato Steinitz.

“Il progetto rafforzerà la sicurezza energetica dell’Unione Europea e diversificherà le fonti di approvvigionamento di gas naturale”, ha aggiunto il ministro, ricordando, “tra gli altri vantaggi”, che “garantirà la fornitura di gas naturale alle aree in Italia e porterà alla sostituzione del petrolio con il gas naturale, contribuendo a ridurre le emissioni di anidride carbonica nella regione”.

“Ci piacerebbe dunque che l’Italia sostenesse il progetto e partecipasse all’accordo“, ha ribadito. In quest’ottica di sinergia e cooperazione ha preso vita un anno fa l’EastMed Gas Forum (Emgf): il progetto – fondato da Israele ed Egitto, con l’inclusione di Italia, Cipro, Giordania, Grecia e l’Autorità nazionale palestinese – punta a creare un dialogo strutturato e un coordinamento stabile fra i Paesi del Mare Nostrum che sono a vario titolo produttori, consumatori e vie di transito per il gas naturale.

“È una cooperazione storica e unica nel suo genere, che crea nuove opportunità per le nazioni del Mediterraneo”, ha rimarcato Steinitz, promotore insieme all’omologo egiziano Tareq al-Molla dell’iniziativa che “ha già prodotto accordi di esportazione e importazione a beneficio dei cittadini dei Paesi”.  AGI




Canton. Il console Pasqualini visita lo stabilimento italiano della UTIL

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14cantonMotori, sistemi di distribuzione, cinture di sicurezza, frizioni, cambi, regolatori dei finestrini, serrature, ma soprattutto i freni. Tutte componenti fondamentali di un’automobile in cui i supporti d’acciaio prodotti dalla ditta UTIL hanno un ruolo fondamentale. Il console generale d’Italia a Guangzhou – Canton, Lucia Pasqualini, ha visitato il loro stabilimento di Nansha, che assieme a quello italiano di Villanova d’Asti e quello canadese di Toronto, rifornisce tutti i maggiori produttori automobilistici mondiali. Non solo Fiat, dunque, ma anche, tra le tante, BMW, General Motors, Volkswagen e nuovi progetti in corso per BYD e Tesla, come hanno raccontato alla stessa Pasqualini il GM Massimo Trionte e il presidente Asia Pacific Austin Lu.
Per ora la progettazione e il design sono realizzati in Italia, mentre per il mercato automotive locale la produzione avviene a Nansha, da dove è più semplice raggiungere i tre grossi cluster produttivi cinesi. I tempi necessari per sviluppare nuovi prodotti sono però troppo lunghi (4 mesi in Italia contro i 2 in Cina), quindi per restare al passo è importante essere flessibili e adattarsi ad un mercato in continua evoluzione. Nel rispetto della qualità e sicurezza che caratterizzano da sempre i prodotti italiani.




Arabia Saudita riapre le frontiere

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coronavirus3A seguito di varie misure adottate nelle ultime settimane per limitare la diffusione del nuova variante di Covid-19, le autorità saudite hanno annunciato il 3 gennaio scorso la ripresa dei collegamenti aerei internazionali e la riapertura delle frontiere terrestri e marittime, consentendo così il ritorno nel Regno dei cittadini sauditi e stranieri. È quanto riferisce il Consolato Generale d’Italia a Gedda, specificando che le nuove disposizioni prevedono misure diverse in base al grado di diffusione della nuova variante del virus nel Paese di provenienza.
È pertanto consentito l’ingresso in Arabia Saudita di cittadini stranieri provenienti da Paesi in cui sono stati identificati casi della nuova versione del virus (tra cui è compresa l’Italia) a condizione di rispettare un periodo di auto-isolamento domiciliare di 7 giorni. Al sesto giorno di quarantena dovrà essere eseguito un test PCR tramite tampone laringo-faringeo.
Per i cittadini stranieri in provenienza dal Regno Unito e dal Sud Africa, Paesi in cui la nuova variante si è diffusa, l’ingresso nel Paese è consentito solo ai viaggiatori che abbiano trascorso un minimo di 14 giorni fuori dai due Paesi citati e che siano in possesso di un certificato di negatività da COVID-19 a seguito di esame eseguito tramite tampone (“PCR”) effettuato al termine del periodo di 14 giorni. Qualora il viaggio in Arabia Saudita sia dettato da motivi umanitari o da comprovata emergenza, all’arrivo nel Regno, i viaggiatori dovranno rispettare un periodo di auto-isolamento domiciliare sorvegliato della durata di 14 giorni ed eseguire due test PCR, uno entro 48 ore dall’ingresso nel territorio, il secondo al 13° giorno.
L’ingresso in Arabia Saudita di cittadini stranieri provenienti da Paesi in cui non sono stati registrati casi della nuova variante COVID-19 è sottoposto ad un periodo di auto-isolamento domiciliare di 3 giorni se effettuano un test PCR il 3° giorno successivo al loro ingresso nel territorio, o in alternativa, per un periodo di 7 giorni qualora non si voglia eseguire il test.
Il Consolato segnala infine che le compagnie aeree potrebbero condizionare l’imbarco al possesso di un certificato di negatività da Covid-19; pertanto raccomanda i connazionali di viaggiare sempre muniti di un certificato di esame eseguito non più di 48 ore prima dell’ingresso nel Paese.




Hanoi: intervista all’Ambasciatore D’Alessandro

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4hanoiok“Tecnologia, food e design: cresce il business con l’Italia”: è questo il titolo dell’intervista all’ambasciatore d’Italia in Vietnam, Antonio Alessandro, pubblicata su “Il Bollettino”. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.
“Resiste alla pandemia il Vietnam e mantiene in salute la sua economia, diventando sempre più attrattivo per le nostre aziende. Presidente dell’ASEAN nel 2020 e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite per il biennio 2020-2021, il Paese asiatico è uno dei pochi al mondo a registrare un segno più nella crescita di quest’anno, con una crescita stimata nel 2020 del 2,8%. “L’emergenza sanitaria ha di certo influito sugli equilibri geo-politici mondiali, accelerando tendenze già in atto o innestando nuove dinamiche, ma in questo quadro il Paese asiatico emerge come uno dei più dinamici e di maggiore successo”, dice Antonio Alessandro, Ambasciatore d’Italia ad Hanoi, in Vietnam. “Hanoi si muove con prudenza ed equilibrio nel nuovo contesto globale, caratterizzato dalla polarizzazione USA-Cina e si promuove come elemento di stabilità nella regione del sud est asiatico e di connettività con l’Europa, con cui ha ulteriormente ampliato i rapporti a seguito dell’entrata in vigore, nell’agosto 2020, di un ambizioso accordo commerciale”.
D. È il nostro primo partner commerciale nel sud est asiatico: ci sono progetti di incentivi per investire nel Paese?
R. La Farnesina ha promosso il “Patto per l’Export” al fine di stimolare la ripresa economica italiana nel post-pandemia. Lì i nostri imprenditori interessati al Vietnam trovano orientamento, assistenza e specifici strumenti finanziari del sistema SACE. Vi sono poi gli incentivi del Governo di Hanoi e delle 63 province vietnamite per attrarre investimenti stranieri di qualità: sconti fiscali, concessioni terriere e benefici di varia natura, per i quali ci si può rivolgere alle istituzioni vietnamite.
D. Che cosa chiederebbe al Governo italiano per incentivare gli investimenti in quel Paese?
R. In questo momento è importante mandare avanti la ratifica dell’Accordo europeo di protezione degli investimenti EVIPA (Accordo di protezione degli investimenti UE-Vietnam), firmato nel 2019 insieme a quello di libero scambio ma subordinato, per la sua entrata in vigore, alla ratifica dei 27 Stati Membri dell’Unione Europea. Una volta in vigore l’Accordo sostituirà gli strumenti di protezione degli investimenti bilaterali e fornirà garanzie aggiuntive che faciliteranno il pieno dispiegamento dei rapporti economici e commerciali.
D. Esistono ostacoli, di genere politico, economico, culturale, per un imprenditore italiano che intenda investire Vietnam?
R. Sicuramente la barriera linguistica e culturale è un ostacolo. Noi italiani, però, lo affrontiamo meglio di altri concorrenti europei grazie alla nostra innata flessibilità e capacità di adattamento. Anche il sistema politico è profondamente diverso dalle democrazie liberali di stampo europeo, sebbene questo non rappresenti un ostacolo allo sviluppo dei rapporti economici. Ma ciò che maggiormente può creare problemi ad un imprenditore italiano è la protezione della proprietà intellettuale, che in Asia gode di un riconoscimento diverso rispetto al mondo occidentale.
D. Cosa suggerirebbe ai nostri imprenditori?
R. Senz’altro di avvalersi, nel condurre i propri affari in Vietnam, di servizi di assistenza legale e professionale qualificati. Ve ne sono diversi italiani, con consolidata esperienza nel Paese e in Asia. Anche le istituzioni del Sistema Italia sono a disposizione dei nostri imprenditori: l’ufficio commerciale dell’Ambasciata, il Consolato Generale a Ho Chi Minh City, l’Ufficio ICE, la Camera di Commercio europea Eurocham e italiana ICHAM, l’Ufficio dell’addetto scientifico, Uni-Italia, SACE e SIMEST.
D. Invece le aziende Vietnamite hanno interesse a investire in Italia?
R. Il Vietnam è ormai un Paese a medio reddito ed esprime grandi gruppi come Vin, Sun, FPT o Viettel, tanto per citarne alcuni, che hanno le risorse e capacità per investire all’estero. Ancora non vi sono operazioni significative in Italia, ma si tratta di un’area di attività molto promettente, su cui dobbiamo lavorare di più nel prossimo futuro.
D. Quali sono i possibili margini di sviluppo, su che cosa puntare?
R. L’Ambasciata ha commissionato uno studio per individuare i settori dove meglio si combinano i bisogni della crescita economica vietnamita con le riconosciute eccellenze italiane. Posso anticipare alcuni ambiti in cui i margini di crescita appaiono particolarmente interessanti, quali logistica, infrastrutture, energia, architettura e design, “food processing”, farmaceutica e cosmetica, aerospazio, industrie creative. Occorre puntare sui settori avanzati, dove vi è un elevato valore aggiunto creativo o tecnologico, perché il Vietnam vuole superare l’immagine di piattaforma manifatturiera a basso costo per affermarsi come protagonista della globalizzazione.
D. Ci sono nostre realtà industriali/produttive che hanno più appeal per il mercato vietnamita e che investono di più sul territorio?
R. L’industria manifatturiera italiana, composta da PMI molto flessibili e attente ai valori della sostenibilità e allo sviluppo delle risorse umane, ha rappresentato un importante punto di riferimento per l’industrializzazione vietnamita degli anni ’90 e 2000. I diversi investimenti italiani di quegli anni come Piaggio, Ariston, Bonfiglioli e Givi, tra gli altri, non sono stati “delocalizzazioni”, ma investimenti destinati a servire il mercato locale e dei Paesi limitrofi, che sono tra l’altro sempre più integrati grazie agli accordi regionali di libero scambio, da ultimo il RCEP.
D. Anche ENI e Fincantieri hanno investito nel Paese.
R. Assolutamente. ENI ha scoperto un giacimento di gas al largo di Da Nang, definito “storico” dal Governo vietnamita durante i lavori dell’ultima Commissione Economica Mista del 14 dicembre scorso presieduta dal Sottosegretario Di Stefano. E Fincantieri ha recentemente acquisito una grande commessa per il suo cantiere VARD in Vung Tau. Il Vietnam contemporaneo continua a guardare con grande interesse alla possibilità di nuovi investimenti italiani, soprattutto nei settori ad alta tecnologia e innovazione.
D. Quali sono le differenze di politiche fiscali rispetto alle nostre?
R. Il sistema di governance dell’economia vietnamita, basato sui piani di sviluppo quinquennali approvati dal Partito al potere, consente una notevole prevedibilità della politica industriale, monetaria e fiscale. Le imprese interessate al Vietnam devono studiare con attenzione le decisioni di politica economica che scaturiranno dal prossimo Congresso del Partito Comunista Vietnamita a fine gennaio 2021 e orientare di conseguenza le proprie scelte imprenditoriali. Una comparazione con le misure fiscali vigenti in Italia è difficile data la differenza di sviluppo e di governance.
D. A livello sociale com’è l’accoglienza di aziende italiane nel mercato vietnamita?
R. Ottima. Gli italiani sono amati dalla popolazione vietnamita per la loro storia e per i valori e le qualità che esprimono. Le porte sono sempre aperte per le imprese italiane, alle quali viene riconosciuto un modo di fare business rispettoso delle identità locali e attento ai valori della sostenibilità e alla valorizzazione delle risorse umane vietnamite.
D. Ci sono molti nostri connazionali che lavorano lì sul territorio?
R. Il numero di espatriati delle aziende italiane è in genere limitato alle sole posizioni imprescindibili e non sono poche le aziende dirette in loco da manager vietnamiti, come ad esempio Generali o Datalogic, che quest’anno ha ricevuto un premio da Eurocham per la sua capacità di integrarsi nel territorio. Dobbiamo cogliere le opportunità che derivano da questa nostra immagine positiva e di qualità.
D. Esiste una stima sui posti lavoro creati dagli italiani?
R. Abbiamo oltre cento imprese italiane stabilmente presenti in Vietnam, alcune con impianti produttivi che impiegano centinaia di persone, altre con uffici commerciali o di rappresentanza. Gli investimenti italiani danno lavoro a migliaia di cittadini vietnamiti e contribuiscono in misura significativa alle entrate tributarie e all’export del Vietnam verso il resto del mondo. Si tratta di un apporto importante allo sviluppo e al benessere di questo Paese, per cui riceviamo l’apprezzamento dei vietnamiti. Allo stesso tempo, dai nostri investimenti e dal nostro commercio in Vietnam dipende il fatturato di molte aziende italiane, che guardano a questa parte del mondo con fiducia per il rilancio della domanda globale e per la ripresa del nostro export”.




Canton. Il Console Pasqualini all’inaugurazione del nuovo Centro Europeo universitario

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Captura 7Inaugurato, alla presenza della console generale d’Italia a Canton, Lucia Pasqualini, il nuovo Centro Europeo presso il campus della South China Normal University a Foshan, un istituto che conta circa 3000 iscritti in diverse discipline, umanistiche e scientifico-gestionali. Obiettivo del Centro Europeo è quello di favorire una maggiore comprensione dei meccanismi dell’Unione Europea e dei valori fondanti, rafforzare i legami con paesi ed atenei europei, incentivando lo scambio di studenti e professori.
Dal prossimo semestre, il Centro Europeo offrirà anche un corso propedeutico di lingua italiana (3 ore settimanali per 150 ore di corso). Una iniziativa volta a diffondere la cultura italiana ed europea per formare le generazioni future che contribuiranno alla comprensione tra i due continenti.
Il Consolato Generale d’Italia è impegnato nel consolidamento del Centro e collaborerà per la realizzazione di manifestazioni congiunte. “Avviciniamo i giovani cinesi all’Europa e all’Italia”, dichiarano dal Consolato. “Un grosso in bocca al lupo agli studenti e i migliori successi al nuovo Centro Europeo della South China Normal University di Foshan!”.




Sostegno delle imprese italiane in Cina. Webinar con l’Ambasciata

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italiacina bandiereTutti gli strumenti messi a disposizione da CDP e SIMEST a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina. È stato centrato su questo il webinar organizzato dall’Ambasciata d’Italia a Pechino, Cassa Depositi e Prestiti e SIMEST, e le Camere di Commercio italiane in Cina e Hong Kong lo scorso venerdì, 4 dicembre.
L’evento online è stato aperto dall’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Popolare Cinese, Luca Ferrari, dal Presidente di SIMEST, Pasquale Salzano, e dai Presidenti delle due Camere di Commercio, Paolo Bazzoni e Luca Cico. Alle oltre 120 imprese partecipanti, sono stati presentati i numerosi strumenti tra cui finanziamenti agevolati di medio e lungo termine per il rafforzamento patrimoniale delle imprese, per lo sviluppo di soluzioni e-commerce, per la partecipazione a fiere e missioni di sistema, per l’ingresso in nuovi mercati finanziari, per la formazione di personale e inserimento di figure specializzate come i “temporary digital manager”.
L’Ambasciatore Ferrari ha sottolineato “l’importanza del mercato cinese per l’export delle imprese italiane, cresciuto a settembre del 33%. Gli strumenti di CDP/SIMEST costituiscono un tassello assolutamente fondamentale del più ampio pacchetto di azioni a sostegno delle aziende italiane, e su tutte le Piccole e Medie imprese, previsto dal Patto per l’Export”




Missione in Libano. I Caschi Blu italiani consegnano alimenti nel sud del Paese

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2libanoNuova iniziativa benefica del contingente italiano della missione in Libano UNIFIL a favore delle comunità del Libano del Sud. Più di 4 tonnellate di pasta sono state distribuite dai militari a due case di riposo e cura di Tiro e Abbassiyah che ospitano circa 200 anziani, molti dei quali non autosufficienti a causa di disabilità fisiche e psichiche, bisognosi di assistenza medica, infermieristica e riabilitativa.
I direttori delle due strutture – riporta lo Stato Maggiore – hanno rivolto un sentito ringraziamento all’Italia e ai peacekeepers del contingente nazionale aggiungendo che “oltre all’aspetto nutrizionale, un pasto sano e gradevole consumato a tavola produce effetti benefici anche da un punto di vista relazionale, generando tra gli anziani ospiti momenti di piacevole scambio emotivo”.
Le confezioni di pasta sono state caricate e trasportate a bordo dei mezzi delle Nazioni Unite nel rispetto delle misure precauzionali e dei requisiti igienico sanitari vigenti.
L’iniziativa segue lo speciale piano di distribuzione di oltre 30 tonnellate di generi alimentari di prima necessità effettuato dai Caschi Blu italiani nel mese di ottobre, e studiato per raggiungere persone e famiglie particolarmente bisognose – compresi gli ospiti di alcuni orfanotrofi e centri per disabili – attraverso i volontari della Croce Rossa e delle strutture assistenziali di tutte le confessioni religiose presenti nell’area di operazioni del contingente italiano.
“In questo tempo difficile segnato dal Coronavirus, il nostro vuole essere non solo un atto concreto verso il popolo libanese, ma soprattutto un gesto di generosità e di altruismo tipico del soldato italiano che punta dritto alla dignità delle persone più fragili”, ha affermato il Comandante del contingente italiano in Libano, Generale di Brigata Andrea Di Stasio.