Maldive, diffuse le immagini della grotta dove sono morti i cinque sub italiani

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instasave.website 689227626 18461904268110802 6566893817883656161 n 1024x574Le prime fotografie della grotta sottomarina delle #Maldive in cui hanno perso la vita cinque subacquei italiani stanno facendo il giro del mondo e riportano l’attenzione sulla tragedia che ha colpito la comunità italiana. Le immagini, diffuse dalla società specializzata DAN Europe, mostrano gli stretti cunicoli sommersi e le condizioni estreme in cui si sono svolte le operazioni di recupero nell’atollo di Vaavu.

Secondo quanto spiegato dagli esperti intervenuti sul posto, i cinque italiani sarebbero rimasti intrappolati in una zona particolarmente complessa della grotta, dove la visibilità può scomparire in pochi secondi a causa dei sedimenti corallini sollevati durante l’immersione. Le fotografie mostrano ambienti stretti, profondi e completamente oscuri nelle sezioni interne.

Il team internazionale di speleosub finlandesi incaricato del recupero dei corpi ha raccontato che i sub italiani sono stati trovati insieme in un cunicolo laterale della cavità. Gli esperti ipotizzano che il gruppo possa essersi disorientato senza riuscire a individuare l’uscita verso la camera principale della grotta.

La tragedia ha colpito profondamente anche gli italiani residenti all’estero, molti dei quali seguono con apprensione gli sviluppi dell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma. Tra le ipotesi al vaglio vi sarebbero errori umani, condizioni operative estremamente difficili e possibili problemi legati all’attrezzatura utilizzata durante l’immersione.

Le operazioni di recupero, considerate tra le più complesse degli ultimi anni nel settore delle immersioni tecniche, sono state coordinate da DAN Europe insieme alle autorità maldiviane e a specialisti internazionali. Le salme dei cinque italiani sono attese in patria nelle prossime ore, mentre continuano gli accertamenti per chiarire con precisione cosa sia accaduto nella cosiddetta “Grotta degli Squali”.




Golfo in fiamme: l’Iran riaccende lo scontro nello stretto e sfida gli Stati Uniti

bombardamento in iran

bombardamento in iranLa fragile tregua tra Iran e Stati Uniti sembra ormai un ricordo. Nelle ultime ore, nuovi attacchi hanno riportato il confronto militare nel cuore del #Golfo, riaprendo uno dei fronti più delicati del pianeta: lo #stretto di Hormuz.

Secondo le prime ricostruzioni, #Teheran avrebbe lanciato missili e droni contro obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Tra gli episodi più gravi, un incendio nel porto di Fujairah dopo l’impatto di un drone. Le difese locali sono riuscite a intercettare parte degli attacchi, evitando conseguenze ancora più pesanti, ma il segnale è chiaro: la tensione è tornata ai massimi livelli.

Il punto più critico resta proprio lo stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico mondiale di petrolio. Qui si concentra una nuova escalation che rischia di avere effetti immediati non solo sulla sicurezza regionale, ma anche sull’economia globale.

Sul campo si moltiplicano i movimenti militari. Navi, sistemi di difesa e operazioni strategiche indicano che entrambe le parti si stanno preparando a un confronto più ampio. E dalle dichiarazioni ufficiali non arrivano segnali rassicuranti: da parte iraniana, il messaggio è duro e lascia intendere che quanto visto finora potrebbe essere solo l’inizio.

La comunità internazionale segue con crescente preoccupazione. I tentativi diplomatici continuano, ma appaiono sempre più fragili in un clima segnato da attacchi, accuse e tensioni crescenti.

Il rischio, ora, è che lo scontro nello stretto possa trasformarsi in una crisi ben più ampia, con conseguenze difficili da prevedere.




Gli avvisi di viaggio della Farnesina per la regione del Golfo

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La Farnesina, tramite l’Unità di Crisi, ha aggiornato l’avviso di viaggio per l’intera area del Golfo in considerazione della perdurante instabilità.

In particolare, si consiglia ai connazionali che abbiano previsto una destinazione o un transito nell’area di riconsiderare i viaggi se non strettamente necessari e di tenere conto delle possibili variazioni nella programmazione. A chi fosse già presente nell’area e decidesse di restare si raccomanda di osservare le raccomandazioni delle autorità locali e di valutare la partenza di persone fragili o in stato di difficoltà.

Sono stati inoltre aggiornati gli avvisi di viaggio per Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Oman, e Qatar.

Nel caso di Emirati Arabi Uniti e Qatar si suggerisce di posticipare viaggi non essenziali, compresi eventuali scali aerei verso altre destinazioni.
Per Arabia Saudita, Giordania e Oman si raccomanda di valutare con attenzione la necessità di intraprendere un viaggio in o attraverso questi Paesi in base alla situazione in atto.
In Bahrein e Kuwait lo spazio aereo risulta tuttora chiuso.
In Iraq restano sconsigliati tutti i viaggi a qualunque titolo.

Si ricorda a tutti i connazionali in viaggio di registrarsi sul sito Dove Siamo nel Mondo e di scaricare l’App Viaggiare Sicuri per aggiornamenti in tempo reale.




Iran, escalation e illusioni: perché le guerre non sono mai semplici

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chatgpt image 3 mar 2026, 14 21 10Molti si fanno la stessa domanda in queste ore: se non esiste un piano chiaro per il “dopo”, perché iniziare?

È una domanda legittima. È anche una domanda scomoda.

Perché nell’immaginario collettivo una guerra dovrebbe avere un obiettivo preciso: vincere, rovesciare un regime, cambiare la storia. Ma la realtà geopolitica è molto più complessa – e spesso molto meno lineare.

Quando si osservano gli attacchi contro l’Iran, è spontaneo pensare a un possibile cambio di regime. Molti lo auspicano apertamente, soprattutto alla luce delle repressioni interne e della negazione dei diritti fondamentali, in particolare alle donne.

Ma rovesciare un sistema politico non è lo stesso che colpire obiettivi militari.

Un’operazione militare può avere scopi molto più limitati: rallentare un programma strategico considerato pericoloso; distruggere infrastrutture militari; eliminare figure chiave; ristabilire la deterrenza.

In questi casi l’obiettivo non è occupare un Paese né ricostruirlo, ma indebolirlo.

Si cita spesso l’Iraq del 2003 come esempio di guerra lampo. È vero: la fase convenzionale durò poche settimane. Le difese irachene furono superate rapidamente.

Ma la guerra non finì con la caduta del regime.

Seguì una lunga fase di instabilità, insurrezione, guerra civile e terrorismo che costò anni di presenza militare, migliaia di vittime e un’enorme destabilizzazione regionale.

La lezione che molti strateghi hanno tratto da quell’esperienza è chiara: rovesciare è relativamente semplice; stabilizzare è infinitamente più difficile.

Gli Stati non agiscono sempre con un “progetto di ricostruzione” in tasca. Spesso si muovono per necessità immediate.

Tre motivi ricorrono quasi sempre:

  1. Percezione di minaccia imminente. Se si ritiene che un avversario stia per raggiungere una capacità ritenuta inaccettabile, si decide di colpire prima.

  2. Ristabilire deterrenza. In una regione già instabile, non reagire può essere percepito come debolezza. Reagire troppo può provocare escalation. Si naviga in equilibrio.

  3. Pressioni interne. Opinione pubblica, equilibri politici, leadership sotto pressione: anche questi fattori pesano nelle decisioni.

Non sempre l’obiettivo è cambiare il regime. Spesso è limitarlo, contenerlo, indebolirlo.

L’Iran non è un Paese fragile o privo di struttura. È uno Stato con un apparato militare consolidato, un sistema di potere radicato e una forte identità nazionale. Anche qualora un regime venisse indebolito, resterebbe il problema di cosa accade il giorno dopo.

Chi governa?
Chi controlla le armi?
Chi impedisce una frammentazione interna?

La storia recente dimostra che il vuoto di potere può essere più pericoloso del potere stesso.

Molti guardano all’Iran e pensano – comprensibilmente – alle donne che protestano, ai diritti negati, alle repressioni. È naturale desiderare un cambiamento radicale.

Ma la libertà imposta dall’esterno con un’invasione militare raramente si traduce in stabilità democratica immediata. Più spesso produce fasi lunghe e dolorose di transizione, se non di caos.

Questo non significa accettare lo status quo. Significa riconoscere che tra indignazione morale e strategia geopolitica esiste uno spazio complicato, fatto di equilibri, calcoli e conseguenze imprevedibili.

Forse la questione non è se qualcuno abbia iniziato senza un piano.

La vera domanda è un’altra: l’obiettivo è davvero rovesciare il sistema iraniano, o semplicemente ridurne la capacità di minaccia?

Sono due strategie completamente diverse.
E finché non sarà chiaro quale delle due prevale, continueremo a vedere una guerra a ondate: colpi, pause, messaggi, escalation controllate.

In geopolitica, purtroppo, le decisioni non si prendono solo con la morale. Si prendono con il calcolo.

E il calcolo, spesso, non produce soluzioni nette – ma equilibri precari.




Istituita “Task Force Golfo” per l’assistenza agli italiani bloccati nella regione

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sin títuloAlla Farnesina riunione del ministro degli Esteri Antonio Tajani con gli ambasciatori in Iran e della regione per valutare l’andamento delle operazioni militari di Israele e Stati Uniti.

l ministro ha creato una “#Task Force Golfo” che rafforzerà il lavoro dell’Unità di Crisi e sosterrà l’impegno delle ambasciate e dei consolati nella regione per far fronte alle migliaia di richieste di assistenza delle migliaia di cittadini bloccati nei paesi del Golfo.

Il Governo italiano ha accolto con favore la collaborazione che i governi del Golfo e le loro linee aeree stanno offrendo ai cittadini bloccati, innanzitutto offrendo assistenza per alloggiare in albergo. L’ambasciata negli Emirati e quella in Qatar sono riuscite a far spostare dagli aeroporti in alberghi tutti i passeggeri in attesa. Al momento non ci sono previsioni di riapertura degli aeroporti.

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Le Ambasciate e i Consolati d’Italia nella regione mediorientale sono pienamente operativi per prestare assistenza ai connazionali presenti nei rispettivi paesi di competenza.
Di seguito i numeri da contattare per emergenze:

• Ambasciata d’Italia a Tel Aviv: +972548803940

• Consolato d’Italia a Gerusalemme: +972505327166

• Ambasciata d’Italia a Teheran: +989121035062

• Ambasciata d’Italia a Riad: +966505254792

• Consolato d’Italia a Gedda: +966506678310

• Ambasciata d’Italia a Manama: +973 39539079

• Ambasciata d’Italia a Kuwait City: +96599019353

• Ambasciata d’Italia a Doha: +974 55513365

• Ambasciata d’Italia a Baghdad: +9647866993034

• Ambasciata d’Italia a Beirut: +9613489966

• Ambasciata d’Italia ad Amman: +962775415000

• Ambasciata d’Italia ad Abu Dhabi:

+971 50 818 07 80

+971 50 010 19 98

• Consolato Generale d’Italia a Dubai:

+971 050 656 3375

+971 050 866 9546

+971 050 920 1247

+971 050 248 2601

+971 050 302 4263

L’Unità di Crisi della Farnesina è reperibile a questo recapito telefonico: +39 0636225




Perché l’Iran non può avere l’atomica mentre altri Paesi sì?

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busher impianto nucleare 1020x680È una domanda semplice nella forma, difficile nella sostanza. Spesso sentiamo che paesi come USA, Francia, Russia, Cina, India, Pakistan e Corea del Nord sono “nucleari”, mentre si dice che **l’Iran non può avere armi atomiche”. Ma il punto cruciale da capire è questo: la differenza non nasce da una legge naturale o da un principio morale universale, ma da accordi internazionali, equilibri di potere e scelte di politica estera. È importante parlarne con chiarezza, così da evitare semplificazioni e sospetti gratuiti.

La base giuridica fondamentale è il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), entrato in vigore nel 1970. Questo trattato divide il mondo in due categorie:

Stati nucleari riconosciuti: quelli che avevano bombe atomiche prima del 1° gennaio 1967 — Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina.

Stati non nucleari: tutti gli altri che accettano di non dotarsi di armi nucleari e di sottoporre i loro impianti a controlli internazionali.

L’Iran è firmatario del NPT come stato non nucleare: per partecipare, ha accettato di rinunciare legalmente alle armi atomiche e di consentire controlli dell’agenzia internazionale dell’energia atomica (IAEA).

Questo trattato è, per molti versi, una promessa tra Stati: chi firma accetta certi limiti in cambio di benefici come equilibrio di sicurezza, cooperazione civile e fiducia reciproca. Se un Paese lo viola, rischia sanzioni e isolamento diplomatico.

Qualcuno obietta legittimamente: e la Corea, e l’India, e Pakistan, e Israele?

La risposta è che non è stato sempre così:

India e Pakistan non hanno mai firmato l’NPT e hanno sviluppato le armi nucleari al di fuori di quel sistema.

Israele è famosa per la sua “ambiguità nucleare”: non conferma ufficialmente di avere armi atomiche, ma è ampiamente considerata una potenza nucleare.

La Corea del Nord si ritirò dall’NPT e poi sviluppò bombe atomiche.

In sostanza, questi Paesi non sono “nucleari perché lo decide il diritto internazionale oggi”. Sono “nucleari perché hanno aggirato o evitato il sistema che ora si applica agli altri”. Dal punto di vista giuridico, l’Iran è vincolato a regole che molti altri non hanno accettato.

Dietro la disparità di trattamento non c’è solo un trattato: c’è la politica globale della Guerra Fredda e del dopoguerra. Le potenze nucleari riconosciute sono state incorporate nella struttura di sicurezza mondiale, con strumenti come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alleanze militari e deterrenza reciproca.

Per altri stati, come l’Iran, dotarsi di armi atomiche non sarebbe un gesto “simmetrico”, ma potenzialmente destabilizzante per un intero quadrante politico. Stati Uniti, Europa e i loro partner regionali temono che un Iran nucleare possa:

Cambiare gli equilibri di potere in Medio Oriente.

Incoraggiare una corsa agli armamenti tra altri vicini.

Questo non significa che non esista un dibattito legittimo — molti esperti sostengono che le regole del NPT sono ingiuste, perché permettono a pochi di avere bombe e vietano a tutti gli altri. Ma è la realtà di come la politica internazionale si è evoluta.

Il nucleo della controversia negli ultimi anni è stato questo: l’Iran dice di voler solo energia nucleare civile, mentre altri Stati sospettano che voglia mantenere la capacità di arrivare a una bomba in pochi mesi o anni.

La comunità internazionale chiede:

Controlli e trasparenza IAEA

Limiti all’arricchimento dell’uranio al di sotto delle soglie necessarie per armi

Accordi verificabili e vincolanti

L’obiettivo ufficiale di quelle richieste non è “privarli di ogni tecnologia atomica”, ma evitare che il programma civile venga deviato per scopi militari.

Se guardiamo ai numeri e ai trattati, la risposta giuridica è chiara: l’Iran è vincolato a regole diverse da quei Paesi che avevano già armi atomiche prima del 1967 o che non hanno aderito all’NPT.

Se guardiamo alla percezione politica, emerge una domanda più amara: È giusto che alcuni Paesi possano avere la bomba e altri no? Qualsiasi risposta a questa domanda tocca tanto la filosofia della non proliferazione quanto il desiderio di sicurezza di Stati e popoli.

In fondo, il nodo non è puramente tecnico: è una questione di fiducia, sicurezza e rapporti di potere nella comunità internazionale.




Bombardamenti in Iran: escalation militare e allarme per gli italiani

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0ncs0ltvym hztpn8a 3gqlvqbc7xtqvp8d1oz meu4suhkeh 4elxh3izxvu3ybqlayuixckc7hzfn7qenk9k rtrt1btrovqf g9 sercIn un clima di tensione che si stava aggravando da mesi, la mattina di oggi, sabato 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di bombardamenti coordinati sull’Iran, colpendo obiettivi in diverse regioni, tra cui aree intorno alle principali città come Teheran, Isfahan e Tabriz. Testimoni e media internazionali hanno riportato esplosioni e allarmi antiaerei, con la popolazione costretta a rifugiarsi nei rifugi e gli ospedali posti in stato di massima allerta.

L’offensiva è stata giustificata da Washington e Tel Aviv come una risposta preventiva al presunto rafforzamento delle capacità militari e nucleari iraniane dopo mesi di colloqui diplomatici inconcludenti. Nel frattempo, Teheran ha reagito lanciando missili diretti verso obiettivi israeliani, intensificando così la crisi regionale e scatenando l’allarme anche nei Paesi vicini.

Questa escalation segna una svolta significativa nelle relazioni tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, con il rischio concreto di una guerra su larga scala in Medio Oriente, un’area già fragile dal punto di vista geopolitico.

La posizione dell’Italia: allerta e invito alla prudenza

fb tiom7s1dzgc2t7gohk2voy2txg9hqnk3uqfjmzgwechw ya2njckfatelit ezgffzznzelygigmowrzkk kpym eqi1eebyp1z15qkqIl Ministero degli Esteri italiano (Farnesina) ha confermato in questi giorni un avviso di massima cautela rivolto ai cittadini italiani che si trovano in Iran o che pensano di recarvisi. Nella nota ufficiale si ribadisce che:

  • gli italiani presenti in Iran per turismo o senza comprovate necessità sono invitati a lasciare il Paese il prima possibile;

  • i viaggi verso l’Iran, l’Iraq e il Libano sono fortemente sconsigliati in questo momento;

  • ai connazionali in Israele è raccomandata la massima attenzione e il mantenimento di contatti costanti con le autorità locali.

Già da settimane la Farnesina aveva ridotto il personale non essenziale della propria ambasciata a Teheran, richiamandolo in Italia, e ha attivato canali di assistenza per chi desiderasse rientrare.

Cosa significa per gli italiani in Iran

La situazione è valutata ad elevato rischio a causa dell’instabilità generale della regione. Anche altri Paesi europei e Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’area o a prendere misure precauzionali, con chiusure temporanee di ambasciate e sospensione di voli civili in alcune rotte.

Per gli italiani ancora presenti, la Farnesina raccomanda:

  • Registrarsi sul portale “Dove siamo nel mondo”, così da essere rintracciabili in caso di emergenza;

  • Organizzare il ritorno in Italia appena possibile, seguendo le disponibilità di voli o percorsi via terra sicuri;

  • Restare informati, contattando l’Ambasciata o il Consolato italiano più vicino e seguendo le raccomandazioni delle autorità locali.

Finora non ci sono conferme ufficiali di italiani feriti a causa degli attacchi, ma il quadro generale resta preoccupante e in rapido mutamento.

Un conflitto che riguarda tutti

260228 israel mb 0846 0ecd74Quella attuale non è una crisi isolata: è il culmine di anni di tensioni tra Teheran, Washington e Tel Aviv, legate alle ambizioni nucleari, al ruolo geopolitico dell’Iran e alle alleanze nella regione. Ogni sviluppo può avere effetti immediati sulla sicurezza, sulle rotte commerciali e sull’equilibrio internazionale.




L’Italia chiede ai 600 connazionali in Iran di tornare: cosa sta succedendo

conferenza stampa antonio tajani

conferenza stampa antonio tajani
ANTONIO TAJANI MINISTRO DEGLI ESTERI

Negli ultimi giorni il Ministro Tajani, ha rinnovato con forza l’invito ai cittadini italiani presenti in Iran a lasciare il Paese se ne hanno la possibilità a causa dell’attuale situazione di sicurezza e delle tensioni nella regione.

La Farnesina ha sottolineato che la raccomandazione riguarda soprattutto chi si trova lì in visita o temporaneamente, e non solo i turisti, in considerazione del deteriorarsi della situazione interna e del rischio di un’escalation regionale.

Secondo quanto riferito dalle fonti ufficiali, in Iran ci sono attualmente circa 500-600 cittadini italiani, per lo più concentrati nella capitale, Teheran.

Gran parte delle persone che sono già rientrate in Italia o stanno organizzando il rientro sono turisti o italiani in visita temporanea. Molti hanno seguito l’invito della Farnesina a lasciare il Paese, sfruttando voli disponibili prima che possibili restrizioni di spazio aereo o eventi imprevisti rendano più difficile il ritorno.

Diversamente, molti italiani che vivono stabilmente in Iran — per lavoro, famiglia o progetti di lungo periodo — sembrano meno propensi o non intenzionati a partire immediatamente. In certe comunità la scelta di restare è legata alla certezza di una vita consolidata nel Paese o alla difficoltà pratica di organizzare una partenza rapida. Non esistono al momento numeri precisi su quanti, tra i residenti di lungo periodo, stiano effettivamente lasciando il Paese.

Questo fenomeno — turisti che tornano e residenti che rimangono — è già emerso in altri casi di avvisi di sicurezza internazionali: non sempre le indicazioni governative si traducono in partenze di massa, soprattutto per chi ha legami profondi o motivi professionali per restare.

La raccomandazione di Tajani è figlia di una valutazione di rischio più ampia rispetto alla semplice sicurezza individuale:

la repressione interna in Iran è stata descritta dai principali media come molto intensa e ha attirato forte attenzione internazionale;

alcuni Paesi europei, tra cui Spagna, Germania e Polonia, hanno lanciato avvisi analoghi ai loro cittadini presenti nel Paese;

l’Italia ha anche deciso di ridurre il personale diplomatico non essenziale in ambasciata a Teheran, lasciando sul posto solo il personale indispensabile alla rappresentanza e al supporto consolare.

L’avviso non equivale alla chiusura delle relazioni diplomatiche: l’ambasciata resta operativa, e Roma continua a seguire la situazione in coordinamento con altri Paesi europei e alleati.

Non è soltanto una questione legata alle proteste interne, ma anche alle tensioni geopolitiche nella regione e alla possibile evoluzione delle dinamiche militari o di sicurezza. In questo contesto, i governi occidentali stanno adottando misure precauzionali per tutelare i propri cittadini e il personale diplomatico.

 

 




Tajani chiede agli italiani di lasciare l’Iran

tajani presiede riunione su iran richiesta a italiani di lasciare il paese

tajani presiede riunione su iran richiesta a italiani di lasciare il paeseSulla crisi in Iran il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha tenuto  alla Farnesina una riunione con l’Ambasciatrice d’Italia a Teheran, con gli Ambasciatori italiani dell’area, con la Difesa e con il comparto dell’intelligence.

É stata fatta innanzitutto una valutazione sulla situazione dei cittadini italiani presenti in Iran e dei Paesi del Golfo, potenziali obiettivi di azioni militari in caso di escalation delle tensioni. La Farnesina conferma e rinnova con forza l’invito ai cittadini italiani in Iran a lasciare il paese.

Gli italiani in Iran sono circa 600, per lo più concentrati nell’area di Teheran. L’Ambasciata ha mantenuto in queste settimane un monitoraggio attivo dei connazionali in transito o di passaggio.

Sono oltre 900 i membri delle Forze Armate italiane nell’area, fra cui circa 500 unità in Iraq e 400 in Kuwait, dove si stanno adottando misure precauzionali a tutela del personale militare.

Nel corso dell’incontro, il Ministro ha ribadito che la massima priorità dovrà restare la tutela dei connazionali e la necessità di garantire un costante monitoraggio dell’evoluzione del quadro di sicurezza regionale, anche attraverso il coordinamento tra sedi diplomatiche e con i partner internazionali.

La riunione ha inoltre consentito di fare il punto sugli sviluppi interni in Iran, che continuano a suscitare forte preoccupazione. In tale contesto, è stata confermata la posizione italiana di ferma condanna della violenta repressione delle manifestazioni e delle gravi violazioni dei diritti umani.

L’Italia continuerà ad operare in stretto raccordo con i partner dell’Unione Europea, dell’Alleanza Atlantica e del G7, contribuendo agli sforzi della comunità internazionale per la de-escalation, la tutela dei diritti umani e la promozione della stabilità e della sicurezza regionale.




Partito il primo gruppo di italiani bloccati a Socotra. Farnesina lavora ad altri voli

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bbe31ea372e0e09ca695829251fb22f6Proseguono le attività di assistenza ai connazionali rimasti bloccati sull’isola yemenita di Socotra. Un primo volo di rientro é in arrivo oggi a Gedda con a bordo 46 italiani. Restano sull’isola ancora 59 turisti che rientreranno con altri voli programmati nei prossimi giorni.

Grazie anche all’intervento della nostra Ambasciata a Riad, in stretto raccordo con la Farnesina, sono in corso contatti con le Autorità yemenite e la compagnia aerea responsabile della tratta per facilitare il transito dei turisti italiani.

Ai nostri connazionali verrà inoltre garantito un visto di transito di 4 giorni in Arabia Saudita per agevolare al massimo le procedure di rimpatrio.