Il Canada rischia di perdere l’Alberta? Carney scende in campo per fermare i separatisti

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La provincia del petrolio vota lunedì su un possibile percorso verso la separazione. Il referendum non proclamerà l’indipendenza, ma potrebbe aprire una crisi politica nazionale proprio mentre Ottawa affronta le tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

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Il Canada si prepara a una consultazione che potrebbe aprire una delle pagine più delicate della sua storia recente. Lunedì 19 ottobre gli elettori dell’Alberta saranno chiamati a esprimersi anche sul futuro della provincia all’interno della federazione canadese. Il primo ministro Mark Carney è sceso direttamente in campo per difendere l’unità nazionale e convincere gli abitanti a respingere l’ipotesi separatista.

Il voto, però, non è un referendum definitivo sull’indipendenza. La domanda sottoposta agli elettori chiede se l’Alberta debba rimanere una provincia canadese oppure avviare il percorso legale necessario per organizzare, in un secondo momento, una consultazione vincolante sulla separazione. Un eventuale risultato favorevole ai separatisti aprirebbe dunque una fase politica e costituzionale complessa, senza comportare un’immediata uscita dal Canada.

Il malcontento della provincia del petrolio

L’Alberta è una delle regioni economicamente più importanti del Paese, grazie alle sue immense risorse energetiche. Una parte del movimento separatista sostiene che la ricchezza prodotta dalla provincia contribuisca in misura eccessiva al sostegno delle altre regioni e che le politiche federali, soprattutto in materia energetica, limitino lo sviluppo dell’economia locale.

Il malcontento si è consolidato negli ultimi anni, alimentato dalle divergenze con Ottawa su regolamentazione, fiscalità e gestione delle risorse naturali. I separatisti ritengono che una maggiore autonomia, fino all’indipendenza, permetterebbe all’Alberta di decidere direttamente come utilizzare le proprie entrate e definire le proprie priorità.

La premier provinciale Danielle Smith, tuttavia, sostiene che l’Alberta debba rimanere in Canada. La consultazione comprende anche altre nove domande su immigrazione, accesso ai servizi pubblici e rapporti tra poteri provinciali e federali, temi sui quali il governo provinciale vuole ottenere un mandato più forte.

L’appello di Mark Carney: «Restiamo uniti»

A Calgary, Carney ha partecipato a un grande raduno a favore dell’unità canadese, invitando gli elettori a non trasformare la protesta contro il governo federale in un processo capace di dividere il Paese. Il premier ha riconosciuto che le rimostranze dell’Alberta meritano attenzione, ma ha avvertito che la separazione rischierebbe di provocare anni di incertezza e di compromettere progetti economici e infrastrutturali.

Il contesto internazionale rende la questione ancora più delicata. Il Canada è impegnato in una difficile fase di rapporti commerciali con gli Stati Uniti, tra tariffe e tensioni politiche. Carney ha sostenuto che, in un momento così complesso, le divisioni interne potrebbero indebolire la capacità del Paese di difendere i propri interessi.

L’indipendenza non sarebbe automatica

Anche se prevalesse l’opzione che chiede di avviare il percorso verso un referendum vincolante, la strada per la separazione resterebbe lunga. Il diritto costituzionale canadese non consente a una provincia di dichiararsi unilateralmente indipendente: un’eventuale secessione richiederebbe negoziati e modifiche costituzionali.

Ci sono inoltre questioni cruciali legate ai confini, ai debiti, alle risorse e ai servizi oggi gestiti dal governo federale. Le comunità indigene hanno sollevato ulteriori obiezioni, ricordando che i loro trattati territoriali precedono l’ingresso dell’Alberta nella Confederazione.

Il voto di lunedì sarà quindi soprattutto un test politico: misurerà la forza del separatismo e il livello di fiducia degli abitanti nella federazione canadese. Per Carney, la sfida è dimostrare che le aspirazioni dell’Alberta possono trovare risposta senza spezzare il Paese.

Il Canada non rischia necessariamente di perdere una delle sue province da un giorno all’altro. Ma il risultato potrebbe aprire una stagione di negoziati e tensioni destinata a pesare a lungo sul futuro della federazione.




Canada. Québec indipendente? Il dibattito torna, ma il conto della separazione resta da capire

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La questione dell’indipendenza del Québec dal Canada è tornata al centro del dibattito politico provinciale. A più di trent’anni dal referendum del 1995, nel quale la separazione fu respinta con uno scarto minimo, il tema è nuovamente presente nella campagna elettorale e nei programmi dei partiti.

Il Parti Québécois (PQ) sostiene infatti l’obiettivo dell’indipendenza e prevede un referendum durante un eventuale mandato di governo. Il suo leader, Paul St-Pierre Plamondon, ha però precisato che la consultazione non si svolgerebbe prima della fine della presidenza di Donald Trump, prevista per gennaio 2029.

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Due referendum hanno già detto no

Il Québec ha già votato due volte sulla sovranità.

Il primo referendum si tenne nel 1980 e si concluse con la vittoria del fronte contrario all’indipendenza. Quindici anni più tardi, nel 1995, la questione tornò alle urne e il risultato fu molto più ravvicinato: il “No” prevalse con una differenza di poco superiore a un punto percentuale.

Da allora il tema non è mai completamente scomparso dalla politica québécoise, ma per lunghi periodi è rimasto ai margini del dibattito.

Ora è tornato.

Il problema non è soltanto politico

Dietro la questione dell’identità francofona e dell’autonomia politica c’è anche una domanda molto concreta: quanto costerebbe trasformare il Québec in uno Stato indipendente?

Una separazione non significherebbe semplicemente tracciare una nuova frontiera. Sarebbe necessario negoziare con Ottawa una lunga serie di questioni: debito pubblico, patrimonio e beni federali presenti nella provincia, pensioni, rapporti commerciali, cittadinanza, frontiere, moneta, sistema finanziario e numerosi altri aspetti oggi gestiti nell’ambito della Federazione canadese.

Proprio l’incertezza sulle conseguenze economiche è uno degli argomenti utilizzati nel dibattito politico attuale. Durante il secondo confronto televisivo tra i leader dei principali partiti québécois, la leader della Coalition Avenir Québec, Christine Fréchette, ha contestato al PQ l’idea di organizzare un referendum in una fase di incertezza economica.

Quanto pesa oggi l’idea dell’indipendenza?

I sondaggi disponibili a settembre mostrano che l’indipendenza non rappresenta attualmente la posizione della maggioranza degli elettori québécois.

Una rilevazione Mainstreet del 12 settembre indicava il 26,7% favorevole alla sovranità, il 63,1% contrario e il 10,3% indeciso. Un sondaggio Léger del 5 settembre riportava valori molto simili: 27% favorevole, 62% contrario e 11% indeciso.

Si tratta naturalmente di fotografie dell’opinione pubblica in un determinato momento, non di un risultato elettorale né di una previsione sul futuro.

Il dato interessante è però che la questione continua ad avere un peso politico sufficiente da essere al centro dei confronti tra i leader.

Il fattore Trump ha cambiato il quadro

C’è poi un elemento che nel 1995 non esisteva nelle stesse forme: il rapporto sempre più difficile tra Canada e Stati Uniti.

Le politiche commerciali dell’amministrazione Trump e le ripetute dichiarazioni sulla possibilità che il Canada diventasse il 51° Stato americano hanno contribuito, secondo analisi e reportage recenti, a rafforzare il sentimento nazionale canadese anche in Québec. Reuters ha rilevato ad agosto che il sostegno all’indipendenza nella provincia era sceso intorno al 30%, mentre l’incertezza commerciale con gli Stati Uniti dominava il dibattito economico.

È anche per questo che il leader del PQ ha scelto di rinviare l’eventuale referendum a dopo la conclusione della presidenza Trump.

Un Québec sempre più proiettato verso l’Europa

Parallelamente, il Québec sta cercando di rafforzare i propri rapporti internazionali.

Nei giorni scorsi Christine Fréchette ha chiesto al primo ministro canadese Mark Carney che il Québec abbia un ruolo specifico nel nuovo rapporto che Ottawa sta costruendo con l’Unione Europea. La richiesta nasce anche dalla necessità di diversificare i mercati in un momento di forte tensione commerciale con gli Stati Uniti.

È un passaggio interessante anche per la comunità italiana: il Québec, pur rimanendo parte del Canada, ha da tempo una propria presenza internazionale e una forte proiezione verso l’Europa francofona.

Il vero interrogativo: cosa succederebbe dopo un eventuale “Sì”?

È questa la parte meno semplice della questione.

Un eventuale voto favorevole all’indipendenza non trasformerebbe automaticamente il Québec in uno Stato indipendente il giorno successivo. Seguirebbe una fase di negoziati con il governo federale canadese e, probabilmente, una lunga serie di accordi sulla divisione delle competenze e delle risorse.

Anche la questione monetaria sarebbe complessa. L’esperienza del referendum del 1995 viene ancora studiata proprio perché l’incertezza sulla futura struttura finanziaria del Québec avrebbe potuto avere conseguenze sui mercati e sul costo del finanziamento pubblico.

Per questo parlare semplicemente di un “conto” della separazione è riduttivo. Il costo dipenderebbe dalle condizioni negoziate e dalle scelte che un eventuale Québec indipendente dovrebbe compiere.

Ed è proprio questo il punto che rende il dibattito attuale diverso da una semplice disputa tra federalisti e indipendentisti: dietro la domanda sull’identità nazionale ci sono questioni molto concrete di economia, commercio, moneta, debito e rapporti internazionali.

Per ora il Québec rimane una provincia del Canada. Ma, con le prossime elezioni provinciali e la promessa di un nuovo referendum, la questione dell’indipendenza è tornata sul tavolo.




Canada e Unione Europea, Carney: «Un’affinità elettiva che può diventare un faro per le democrazie»

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Il Canada guarda sempre più verso l’Europa. Nel suo intervento davanti al Parlamento europeo a Strasburgo, il primo ministro canadese Mark Carney ha definito i rapporti tra Ottawa e l’Unione Europea come una vera «affinità elettiva», citando il concetto utilizzato da Goethe per indicare la naturale attrazione tra elementi diversi.

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Secondo Carney, Canada ed Europa non sono legati dalla geografia, ma da valori e interessi condivisi. «Scelta, rinnovata e proprio per questo più forte», ha detto il premier canadese, sottolineando il legame con lo Stato di diritto, la libertà individuale e la democrazia.

Una cooperazione che va oltre il commercio

Il messaggio di Carney arriva mentre Canada e Unione Europea stanno discutendo un ulteriore rafforzamento dei rapporti. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto di portare il Canada a un livello di collaborazione ancora più stretto, arrivando a ipotizzare per Ottawa lo status di «membro associato» dell’Ue.

Si tratta però di una formula ancora da definire: lo status di membro associato non è attualmente previsto dai trattati europei. Non significherebbe quindi l’ingresso del Canada nell’Unione Europea.

Carney ha accolto l’idea, precisando che la definizione concreta del nuovo rapporto spetterà all’Europa. Il premier canadese ha indicato come possibili terreni di collaborazione l’energia, i minerali critici, la difesa, l’intelligenza artificiale, lo spazio, i sistemi di pagamento e la ricerca.

Ha inoltre citato la possibilità di una partecipazione canadese a Erasmus+ e alla prossima generazione del programma europeo Horizon, con l’obiettivo di aumentare gli scambi tra studenti, università e centri di ricerca.

Energia, tecnologia e difesa

Uno degli aspetti più concreti del nuovo rapporto riguarda le risorse strategiche. Il Canada dispone di importanti riserve di minerali critici, di risorse energetiche e di competenze nei settori dell’intelligenza artificiale, della tecnologia quantistica e dello spazio.

Carney ha indicato anche la possibilità di aumentare le forniture di gas naturale liquefatto e idrogeno verso l’Europa e di sviluppare nuove infrastrutture portuali sulla costa orientale canadese e nell’Artico.

La cooperazione riguarda inoltre la sicurezza. Nelle stesse ore in cui Carney parlava all’Europarlamento, Ottawa ha formalizzato la richiesta di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), la coalizione militare a guida britannica che riunisce diversi Paesi europei. Si tratta di un ulteriore passo verso una maggiore integrazione del Canada con i partner europei nel settore della difesa.

«Non un terzo blocco contro qualcuno»

Carney ha voluto chiarire che il progetto non dovrebbe trasformarsi nella costruzione di un nuovo blocco contrapposto ad altri.

«Non sto proponendo un terzo blocco», ha detto, spiegando che l’obiettivo non sarebbe quello di creare una nuova potenza rivale, ma di aumentare la capacità di Canada ed Europa di resistere agli shock economici, energetici, tecnologici e geopolitici.

Nel suo discorso ha parlato anche dei rischi legati alla dipendenza da singoli Paesi o aziende per tecnologie strategiche, semiconduttori, energia, sistemi finanziari e infrastrutture digitali.

Per Carney, quindi, la sovranità non significa autosufficienza assoluta, ma capacità di collaborare mantenendo la possibilità di prendere autonomamente le proprie decisioni.

«Un faro per le altre democrazie»

Il primo ministro canadese ha concluso il suo intervento con una metafora già utilizzata durante il discorso: quella della foresta.

Un singolo albero può essere abbattuto, ha osservato, mentre una foresta è più resistente perché gli alberi condividono un ecosistema e rafforzano le proprie radici.

È in questo senso che Carney vede il futuro rapporto tra Canada ed Europa: non una semplice alleanza commerciale, ma una cooperazione più ampia capace di unire risorse, tecnologie, capacità industriali e valori politici.

«Un’alleanza tra Canada e Ue costituirebbe un faro per le altre democrazie», ha affermato.

Per Ottawa, dunque, il rapporto con l’Europa sembra destinato ad assumere un peso crescente. E per l’Unione Europea il Canada rappresenta un partner esterno con risorse energetiche e minerarie, capacità tecnologiche e una posizione strategica particolare nell’Artico e nell’Atlantico.




Il Canada chiede di entrare nella JEF: sempre più vicino alla difesa europea

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Ottawa ha presentato formalmente la candidatura alla Joint Expeditionary Force, coalizione militare guidata dal Regno Unito. È un altro passo nel rafforzamento dei rapporti del Canada con i partner europei.

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Il Canada compie un nuovo passo verso un maggiore coinvolgimento nella sicurezza europea.

Il primo ministro Mark Carney ha annunciato formalmente la candidatura del Canada alla Joint Expeditionary Force (JEF), una coalizione militare guidata dal Regno Unito alla quale partecipano dieci Paesi del Nord Europa e dell’area baltica.

L’annuncio è arrivato durante la visita di Carney nel Regno Unito, dopo gli incontri avuti nei giorni precedenti in Francia e a Strasburgo con i vertici dell’Unione europea.

Che cos’è la JEF

La Joint Expeditionary Force è una struttura multinazionale nata per consentire ai Paesi partecipanti di cooperare rapidamente in operazioni militari e di sicurezza.

Non è la NATO e non la sostituisce. La sua caratteristica è quella di riunire un gruppo più ristretto di Paesi che possono coordinare le proprie capacità militari e intervenire insieme in caso di crisi.

Per questo alcuni media hanno iniziato a definirla informalmente una sorta di “mini NATO”, ma l’espressione può essere fuorviante: la JEF è una cooperazione militare distinta dall’Alleanza Atlantica.

Il Canada, entrando eventualmente nella struttura, aumenterebbe la propria interoperabilità con le forze armate dei Paesi europei che ne fanno parte.

La candidatura canadese

Carney ha annunciato la richiesta durante la sua visita a Liverpool, dove ha incontrato il primo ministro britannico Andy Burnham.

Secondo il governo canadese, l’adesione alla JEF servirebbe a rafforzare l’interoperabilità militare e la sicurezza collettiva. Londra ha sostenuto la candidatura canadese.

Il Canada sta inoltre partecipando ad altre iniziative di cooperazione militare e industriale con l’Europa. A luglio 2026 Ottawa era entrata come osservatore nel Global Combat Air Programme (GCAP), il programma internazionale per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione promosso da Regno Unito, Italia e Giappone.

Per l’Italia è un particolare interessante: Roma e Ottawa si trovano quindi sempre più spesso all’interno degli stessi progetti di cooperazione nel settore della difesa, anche se attraverso formule e programmi differenti.

Ma il vero cambiamento è più ampio

La candidatura alla JEF arriva mentre il Canada sta contemporaneamente cercando di costruire un rapporto molto più stretto con l’Europa.

A Strasburgo, il 17 settembre, Carney ha parlato al Parlamento europeo e ha proposto una relazione molto più integrata tra Canada e Unione europea.

Il primo ministro canadese ha indicato settori come difesa, energia, minerali critici, intelligenza artificiale, spazio, tecnologia e servizi finanziari come aree nelle quali Ottawa e Bruxelles potrebbero aumentare considerevolmente la cooperazione.

Carney ha inoltre accolto la proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di aprire la strada a una nuova forma di rapporto che potrebbe portare il Canada a diventare il primo “membro associato” dell’Unione europea.

È importante però precisare che questa forma di adesione non esiste attualmente nei trattati dell’UE e che il Canada non sta chiedendo di diventare un normale Stato membro dell’Unione. Si tratta di un’ipotesi nuova, ancora da definire.

Dal commercio alla sicurezza

Il rapporto tra Canada ed Europa non nasce oggi.

Ottawa e Bruxelles hanno già il CETA, l’accordo economico e commerciale globale, e nel giugno scorso hanno rafforzato la loro cooperazione con un nuovo accordo di partenariato strategico.

Ma il contesto internazionale sta spingendo il Canada ad andare oltre il semplice rapporto commerciale.

Nel suo intervento al Parlamento europeo, Carney ha parlato della necessità di una maggiore cooperazione europea e canadese in materia di sicurezza e di autonomia strategica.

Il Canada partecipa inoltre a SAFE, il nuovo strumento europeo destinato a sostenere la cooperazione nel settore della difesa, come primo Paese non europeo.

Un Canada sempre più europeo?

La domanda diventa quindi inevitabile.

Il Canada rimane geograficamente nordamericano e continua a essere membro della NATO e del G7. I suoi rapporti con gli Stati Uniti restano enormemente importanti.

Ma negli ultimi mesi Ottawa ha accelerato la costruzione di rapporti con i Paesi europei.

La candidatura alla JEF, la partecipazione a programmi industriali della difesa, la cooperazione con l’UE sui minerali critici e sull’energia e la proposta di una nuova forma di associazione con Bruxelles fanno parte dello stesso processo.

Non significa che il Canada stia “entrando in Europa”.

Significa piuttosto che Ottawa sta cercando di costruire una rete di relazioni strategiche più ampia, nella quale l’Europa occupi uno spazio molto maggiore rispetto al passato.

E l’Italia?

Per l’Italia questo nuovo scenario è particolarmente interessante.

Roma è già coinvolta direttamente nella cooperazione militare con il Canada attraverso il GCAP, mentre il rafforzamento dei rapporti tra Ottawa e l’Europa potrebbe aprire ulteriori spazi di collaborazione nei settori della difesa, dell’energia, della tecnologia e dei minerali critici.

Il Canada dispone infatti di importanti risorse naturali e competenze nei settori dell’energia, dello spazio, dell’intelligenza artificiale e dei minerali strategici, mentre l’Europa dispone di una grande capacità industriale e di un enorme mercato.

Carney ha presentato proprio questa complementarità come uno dei motivi per cui Canada ed Europa dovrebbero avvicinarsi ulteriormente.

Un nuovo equilibrio internazionale

La candidatura canadese alla JEF, quindi, è molto più di una semplice questione militare.

È un altro tassello di un cambiamento nella politica estera di Ottawa.

Il Canada sta cercando di rafforzare contemporaneamente la propria sicurezza, diversificare i rapporti economici e aumentare la cooperazione con Paesi che considera partner strategici.

E mentre la discussione sull’eventuale “associazione” del Canada all’Unione europea è appena agli inizi, la candidatura alla JEF è già concreta.

Per ora, dunque, il Canada non diventa europeo.

Ma il Canada sta costruendo con l’Europa rapporti sempre più stretti, anche nel campo della sicurezza e della difesa.




Canada ed Europa sempre più vicini: e se un giorno Ottawa entrasse davvero nell’orbita dell’UE?

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Il Canada si sta avvicinando all’Europa come mai prima d’ora. E quella che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata un’ipotesi quasi fantapolitica oggi è diventata una domanda legittima: potrebbe il Canada costruire con l’Unione Europea un rapporto così stretto da assomigliare, almeno in parte, a una forma di integrazione?

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Per ora nessuno sta parlando di adesione del Canada all’UE. I Trattati europei prevedono infatti l’adesione per gli Stati europei e Ottawa non sta chiedendo di diventare un normale Stato membro. Ma la proposta arrivata ieri dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen cambia comunque il livello della discussione: Bruxelles ha aperto alla possibilità di fare del Canada il primo membro associato dell’Unione Europea.

Il primo ministro canadese Mark Carney, parlando oggi al Parlamento europeo, ha accolto con favore il progetto di un rapporto molto più stretto con l’Europa.

Canada ed Europa hanno già molto in comune

La vicinanza non nasce oggi.

Canada e Unione Europea hanno rapporti diplomatici dal 1959 e già dispongono di due importanti strumenti: l’accordo commerciale CETA e l’Accordo di partenariato strategico.

Il CETA è applicato provvisoriamente dal 2017 e ha rafforzato considerevolmente gli scambi tra le due economie. Nel 2025 il valore complessivo degli scambi di beni e servizi tra Canada e UE è arrivato a circa 178 miliardi di dollari canadesi. L’Unione Europea è inoltre il secondo maggiore partner commerciale del Canada e la seconda fonte di investimenti esteri nel Paese.

Ma non è soltanto una questione economica.

Canada ed Europa condividono sistemi politici democratici, una lunga tradizione di stato di diritto, istituzioni multilaterali e una concezione relativamente simile dei rapporti internazionali.

Sono inoltre entrambi impegnati nella NATO e stanno aumentando la cooperazione in materia di sicurezza e difesa.

Dalla politica commerciale alla sicurezza

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della nuova fase.

Il Canada è diventato nel febbraio 2026 il primo Paese non europeo a partecipare al programma europeo SAFE, dedicato agli investimenti nella sicurezza e nella difesa. È un passo significativo perché porta un Paese nordamericano dentro un programma strategico dell’Unione.

Ora Bruxelles e Ottawa vogliono allargare ulteriormente la collaborazione.

Sul tavolo ci sono difesa, intelligenza artificiale, tecnologie avanzate, energia, materie prime critiche, batterie, spazio, sicurezza economica e Artico. Carney e von der Leyen hanno parlato anche della possibilità di rendere più fluido il commercio digitale e gli scambi di servizi.

L’idea europea è quella di costruire una vera “Alleanza per il futuro”, andando molto oltre il semplice accordo commerciale.

E gli Stati Uniti?

Sul nuovo rapporto Canada-Europa aleggia inevitabilmente anche la questione americana.

Gli Stati Uniti rappresentano ancora di gran lunga il principale partner economico del Canada. Ma le tensioni degli ultimi mesi e le politiche commerciali dell’amministrazione Trump hanno spinto Ottawa a cercare una maggiore diversificazione.

Carney ha parlato di rafforzare la sovranità canadese attraverso nuove partnership internazionali. E l’Europa rappresenta per Ottawa il partner naturale con cui sviluppare questa strategia.

Trump ha reagito criticamente all’ipotesi di un rapporto privilegiato tra Canada e UE, arrivando a minacciare possibili nuove misure commerciali contro l’Europa qualora considerasse l’iniziativa ostile agli interessi americani.

Potrebbe davvero entrare nell’Unione Europea?

Qui bisogna distinguere tra possibilità politica e possibilità giuridica.

Oggi il Canada non può semplicemente presentare una normale domanda di adesione come farebbe uno Stato europeo. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea parla infatti di uno Stato europeo che chieda di diventare membro.

Per questo la proposta di “membro associato” è qualcosa di nuovo: non significa diventare automaticamente uno dei 27 Stati membri, né ottenere automaticamente il diritto di voto nelle istituzioni europee o la cittadinanza dell’Unione. Il contenuto concreto di questa eventuale nuova forma di associazione dovrà ancora essere negoziato.

Ed è proprio qui che potrebbe nascere qualcosa di interessante.

L’Europa ha già rapporti molto stretti con Paesi che non fanno parte dell’UE, come Norvegia, Islanda e Liechtenstein, attraverso lo Spazio Economico Europeo. Altri Stati hanno accordi di associazione o di accesso al mercato unico.

Il Canada potrebbe diventare il primo grande Paese extraeuropeo a costruire una relazione di questo tipo su una scala completamente nuova.

Non è fantapolitica, ma nemmeno un’adesione all’orizzonte

Immaginare oggi il Canada come il 28° Stato dell’Unione Europea sarebbe prematuro.

Ma immaginare un Canada sempre più integrato economicamente, tecnologicamente e strategicamente con l’Europa è invece già realtà.

E c’è un elemento che rende il caso canadese particolarmente interessante: il Canada è geograficamente nordamericano, ma possiede forti legami storici e culturali con l’Europa. È un Paese bilingue, con una componente francofona molto importante, membro del G7 e della NATO, con istituzioni democratiche consolidate e un’economia fortemente complementare a quella europea.

In altre parole, Canada ed Europa non hanno bisogno di diventare la stessa cosa per diventare molto più vicini.

Il prossimo appuntamento sarà decisivo

Il percorso appena aperto avrà una prima verifica concreta al vertice Canada-UE del 29 e 30 ottobre a Montréal.

Sarà allora che Bruxelles e Ottawa potranno cominciare a definire meglio cosa significhi realmente questa nuova “Alleanza per il futuro”.

Forse il Canada non entrerà mai nell’Unione Europea.

Ma quello che sta accadendo in questi giorni potrebbe rappresentare qualcosa di altrettanto interessante: la nascita di un nuovo modello di rapporto tra Europa e Nord America, nel quale un Paese geograficamente lontano diventa uno dei partner più stretti dell’Unione.

E chissà che, fra molti anni, guardando indietro, non si scopra che proprio da Strasburgo, nel settembre 2026, era cominciato qualcosa di molto più grande.




Cinema italiano, a Toronto l’Italia cerca nuovi partner per le produzioni internazionali

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Il cinema italiano è arrivato al Toronto International Film Festival (TIFF) non soltanto per presentare i propri film, ma anche per cercare nuove opportunità di collaborazione con l’industria audiovisiva nordamericana.

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Durante la giornata dedicata all’Italia del TIFF, l’ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo ha partecipato al seminario organizzato da ICE Toronto per presentare l’Italia come possibile partner per produzioni cinematografiche e audiovisive internazionali.

L’iniziativa assume particolare rilievo perché il TIFF, in programma fino al 20 settembre, rappresenta uno degli appuntamenti internazionali più importanti per il cinema e l’industria audiovisiva.

L’Italia non porta soltanto film

Il messaggio lanciato a Toronto è stato molto chiaro: l’Italia vuole proporsi come luogo dove realizzare produzioni internazionali.

Nel workshop intitolato “Spotlight: Italy Offers Everything You Need” sono stati illustrati agli operatori nordamericani gli strumenti disponibili in Italia: incentivi fiscali, finanziamenti, opportunità di coproduzione e professionalità specializzate.

Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione dei Produttori Esecutivi e un film commissioner regionale, a testimonianza del tentativo di presentare un’offerta che non riguarda soltanto Roma o Cinecittà, ma diverse realtà produttive italiane.

Sei produttori e sette distributori italiani

La presenza italiana al TIFF non è stata soltanto istituzionale.

La delegazione promossa da ICE e Cinecittà comprende sei produttori e sette distributori italiani, mentre nella programmazione del festival sono presenti cinque film italiani e nove coproduzioni.

L’ambizione è quindi duplice: far conoscere il cinema prodotto in Italia e, contemporaneamente, convincere produttori stranieri a guardare all’Italia come possibile sede per le loro prossime opere.

Il cinema come industria

Per l’ambasciatore Cattaneo, il settore audiovisivo non rappresenta soltanto una componente della cultura italiana.

È anche un settore economico capace di generare lavoro, esportare competenze e promuovere nel mondo l’immagine dell’Italia.

Ed è proprio questo il punto centrale dell’iniziativa di Toronto: il cinema diventa anche uno strumento per promuovere il Made in Italy, attraverso le competenze tecniche, le professionalità creative e le possibilità produttive offerte dal Paese.

Una vetrina importante anche per la comunità italiana

Per la numerosa comunità italiana di Toronto, il TIFF rappresenta inoltre una delle occasioni nelle quali la cultura italiana torna a essere protagonista della vita pubblica della città.

L’Istituto Italiano di Cultura di Toronto sostiene infatti la presenza delle produzioni italiane al festival, mentre il sistema diplomatico e commerciale italiano accompagna le imprese del settore.

È una presenza che va oltre la nostalgia per il cinema del passato.

L’obiettivo è portare in Canada il cinema italiano contemporaneo e, insieme, l’intera filiera produttiva italiana.

Da Toronto a nuovi film internazionali

La vera scommessa, adesso, è capire quanti dei contatti avviati durante il TIFF si trasformeranno in progetti concreti.

Perché un festival non è soltanto una vetrina. È anche un luogo dove produttori, distributori e professionisti possono incontrarsi e costruire accordi.

E l’Italia, a Toronto, ha cercato proprio questo: non soltanto spettatori per i suoi film, ma nuovi partner internazionali per realizzarne altri.




Italia e Canada scommettono insieme sulle tecnologie quantistiche

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Non è soltanto una collaborazione tra istituzioni scientifiche. Gli accordi firmati a Toronto segnano un passo verso una cooperazione più strutturata tra Italia e Canada in uno dei settori tecnologici considerati strategici per il futuro: quello delle tecnologie quantistiche.

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Il nuovo capitolo della collaborazione è stato presentato il 1° settembre a Toronto, durante il seminario “Building Quantum Bridges: Italy–Canada Partnership for the Quantum Future”, organizzato dall’Ufficio Scientifico dell’Ambasciata d’Italia in Canada presso l’Istituto Italiano di Cultura.

L’occasione è stata la firma di due Protocolli di Intesa. Il primo coinvolge il Centre for Quantum Information and Quantum Control (CQIQC) e tre importanti enti italiani: INFN, CNR ed ENEA. Il secondo mette invece in relazione gli stessi enti italiani con il Perimeter Institute for Theoretical Physics e con l’Institute for Quantum Computing dell’Università di Waterloo.

Dalla ricerca alle applicazioni

L’obiettivo non è soltanto favorire nuovi rapporti accademici. Le intese prevedono la possibilità di sviluppare iniziative scientifiche congiunte, scambi tra ricercatori e nuove sinergie tra gli ecosistemi della ricerca dei due Paesi.

Il settore quantistico comprende infatti ambiti molto diversi: dal calcolo e dalla simulazione alla comunicazione, dalla sensoristica fino alla ricerca fondamentale. Per l’Italia si tratta di un comparto nel quale il governo ha definito una strategia nazionale che punta a collegare ricerca, industria, sicurezza e internazionalizzazione.

Il Canada, dal canto suo, dispone di importanti centri di ricerca specializzati, tra cui quelli coinvolti nei nuovi accordi. La collaborazione può quindi mettere in contatto competenze complementari e favorire il passaggio dalla ricerca scientifica allo sviluppo di tecnologie e applicazioni.

Un ponte scientifico tra i due Paesi

Al seminario di Toronto hanno partecipato esponenti del mondo scientifico e accademico italiano e canadese. Tra i presenti il console generale d’Italia a Toronto Andrea Bertozzi, la direttrice regionale per l’Ontario di Global Affairs Canada Janice Vogtle, il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli, Luigi De Dominicis per ENEA e Stefano Fabris per il CNR.

Per l’Italia, l’iniziativa rappresenta anche un esempio di quella diplomazia scientifica che negli ultimi anni sta assumendo un ruolo sempre più importante nelle relazioni internazionali.

La partita delle tecnologie quantistiche è appena iniziata e coinvolge ricerca, industria e sicurezza. Per questo, costruire oggi collaborazioni internazionali può significare conquistare domani una posizione più forte in un settore destinato a cambiare profondamente il modo in cui vengono elaborati dati, comunicazioni e informazioni.




Canada. Mississauga, 21-22 Agosto – Lanciato ITALFEST 2026

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Il 21 e 22 agosto avrà luogo, come sempre, l’annuale kermesse del Mississauga ITALFEST Inc., promosso ufficialmente pochi giorni in un evento-lancio da Marco Zambon, Executive Director di ICCO Canada, Patti Jannetta-Baker, Presidente di ITALFEST, Carolyn Parrish, Sindaco di Mississauga, Robert Martellacci, M.A. EdTech, e numerose personalità, sponsor e artisti.

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Con oltre 35.000 partecipanti, non è solo uno degli eventi principali della comunità italo-canadese, ma anche uno dei festival culturali più importanti del Canada.

Chiunque sia interessato a diventare sponsor, partner o fornitore può inviare un messaggio a Marco Zambon presso la ICCO Canada – Camera di Commercio dell’Ontario http://italchambers.ca/ per la collaborazione con il team di Mississauga ITALFEST, il primo e principale festival italiano di Mississauga.

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Nominato, tra l’altro,  uno dei 100 migliori festival ed eventi dell’Ontario, ITALFEST si svolge ogni anno ad agosto presso la Mississauga Celebration Square ed è un evento gratuito che celebra tutto ciò che è italiano.

Con cibo delizioso e prodotti artigianali di oltre 50 venditori e artigiani, attività culturali e per famiglie, intrattenimento con artisti locali e internazionali, un vivace mercato e molto altro, è sicuramente una manifestazione che ha l’abilità e l’obiettivo di mettere in luce una comunità ricca di tradizione, intrattenimento e valori familiari. http://mississaugaitalfest.com

Nel corso della manifestazione ICCO Canada sarà orgogliosa di presentare un’intervista esclusiva con Valentino Balboni, il leggendario ex capo collaudatore di Lamborghini e una delle figure più rispettate nella storia dell’industria automobilistica.

Per quasi quarant’anni, Balboni ha contribuito a plasmare l’identità e il carattere dinamico di Lamborghini, svolgendo un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel collaudo di alcune delle supercar più celebri al mondo, tra cui Miura, Countach, Diablo, Murciélago e Gallardo. La sua impareggiabile competenza, passione e dedizione lo hanno reso un vero ambasciatore dell’eccellenza automobilistica italiana.

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Canada, incendi senza tregua: cresce la richiesta di una strategia nazionale contro le emergenze

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Il Canada sta affrontando una delle stagioni degli incendi boschivi più difficili degli ultimi anni. Da settimane centinaia di roghi sono attivi in diverse province del Paese, con migliaia di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e numerose comunità, soprattutto indigene, sottoposte a evacuazioni preventive. La situazione ha riaperto il dibattito sulla necessità di dotare il Paese di una vera strategia nazionale per affrontare le emergenze legate agli incendi.

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Secondo gli ultimi dati, sono oltre 900 gli incendi ancora attivi in Canada, mentre milioni di ettari di foreste sono già andati distrutti nel corso del 2026. Le province maggiormente colpite sono Ontario, Manitoba, Saskatchewan, Columbia Britannica e Territori del Nord-Ovest, dove le alte temperature e la siccità stanno favorendo la propagazione delle fiamme.

Evacuazioni e comunità isolate

Le conseguenze più gravi si registrano nelle aree più remote del Paese. Diverse comunità delle First Nations sono state evacuate per motivi di sicurezza, mentre il fumo prodotto dagli incendi continua a peggiorare la qualità dell’aria in vaste aree del Canada e, in alcuni casi, raggiunge anche gli Stati Uniti.

Le operazioni di spegnimento coinvolgono migliaia di vigili del fuoco, personale della protezione civile e squadre provenienti anche da altri Paesi, ma le condizioni meteorologiche rendono particolarmente difficile contenere i fronti più estesi.

Il dibattito politico

L’emergenza ha spinto diversi governatori provinciali ed esperti a chiedere la creazione di una Agenzia nazionale canadese per gli incendi boschivi, sul modello di organismi già esistenti in altri Paesi.

Attualmente il Canada coordina la risposta alle emergenze attraverso la collaborazione tra governo federale e province, ma molti ritengono che i cambiamenti climatici stiano rendendo necessari strumenti più centralizzati e una pianificazione comune per affrontare stagioni degli incendi sempre più lunghe e intense.

Una sfida destinata a crescere

Gli esperti sottolineano che gli incendi boschivi stanno diventando una delle principali conseguenze dei cambiamenti climatici nelle regioni settentrionali del pianeta. Temperature più elevate, lunghi periodi di siccità e fenomeni meteorologici estremi stanno aumentando il rischio di grandi roghi e rendendo sempre più complessa la loro gestione.

Per gli oltre 160 mila cittadini italiani residenti in Canada, la situazione viene seguita con particolare attenzione. Pur non interessando direttamente le principali città dove vive la maggior parte della comunità italiana, come Toronto, Montréal e Vancouver, l’emergenza rappresenta una sfida nazionale con effetti sull’ambiente, sulla salute pubblica, sui trasporti e sull’economia.

Il Canada continua intanto a monitorare l’evoluzione degli incendi, con l’obiettivo di contenere i roghi e garantire la sicurezza delle popolazioni coinvolte, mentre cresce il consenso sulla necessità di rafforzare la capacità del Paese di affrontare eventi climatici estremi sempre più frequenti.




L’Amerigo Vespucci approda a Montréal: il veliero simbolo dell’Italia conclude la missione in Nord America

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Dopo aver fatto tappa a Québec City, la nave scuola Amerigo Vespucci, considerata uno dei simboli più prestigiosi della Marina Militare italiana, è arrivata a Montréal, ultima tappa della campagna nordamericana del suo tour internazionale. L’approdo nel principale porto del Québec rappresenta un momento particolarmente significativo per la numerosa comunità italiana residente in Canada e per tutti gli appassionati di storia e tradizione marinara.

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Ormeggiata al Grand Quai du Port de Montréal fino al 3 agosto, la nave apre gratuitamente le proprie porte ai visitatori, offrendo l’opportunità di salire a bordo e conoscere da vicino quella che da quasi un secolo rappresenta l’eccellenza della marineria italiana. Le visite si svolgono senza prenotazione, fino al raggiungimento della capienza consentita.

Costruita nel 1931, l’Amerigo Vespucci continua ancora oggi a svolgere il proprio ruolo di nave scuola della Marina Militare, formando gli ufficiali del futuro e promuovendo nel mondo l’immagine dell’Italia. Nel corso degli anni è diventata un’autentica ambasciatrice itinerante del nostro Paese, capace di unire tradizione navale, cultura, innovazione e diplomazia.

Un ponte con la comunità italiana in Canada

La sosta di Montréal assume un valore particolare anche per la presenza di una delle più importanti collettività italiane del Nord America. In Canada vivono oltre 1,5 milioni di cittadini di origine italiana, mentre circa 160 mila sono i cittadini italiani residenti nel Paese. Una parte significativa di essi risiede proprio nell’area di competenza del Consolato Generale d’Italia a Montréal.

Durante la permanenza della nave sono previsti incontri istituzionali e iniziative dedicate alla promozione dell’Italia, coinvolgendo autorità locali, rappresentanti della comunità italiana e operatori economici e culturali. L’obiettivo è rafforzare ulteriormente i rapporti tra Italia e Canada, valorizzando le eccellenze italiane e il ruolo delle collettività all’estero.

Il viaggio continua verso casa

La tappa di Montréal segna la conclusione della missione nordamericana dell’Amerigo Vespucci. Dopo aver attraversato gli oceani e visitato numerosi porti internazionali, il veliero farà rotta verso l’Italia, portando con sé il successo di una campagna che ha visto migliaia di visitatori salire a bordo e conoscere da vicino uno dei simboli più amati del nostro Paese.

Per gli italiani residenti all’estero, ogni approdo dell’Amerigo Vespucci rappresenta molto più di una visita navale. È un’occasione per ritrovare un pezzo d’Italia, rafforzare il senso di appartenenza e mostrare al mondo una delle espressioni più prestigiose della tradizione, della professionalità e della storia italiana.