Filo diretto con i connazionali a Montreal: l’iniziativa del presidente del Comites Giordano

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MONTREAL\ aise\ – “Digerite le abbuffate delle feste di Natale, Capodanno ed Epifania, superato un mese di gennaio pesante e difficile, caratterizzato da nuove restrizioni sanitarie che hanno influito anche sul nostro morale, finalmente riusciamo ad intravedere una luce in fondo al tunnel. Ed anche il neoeletto Comites di Montréal (insediatosi il 16 dicembre 2021 con l’elezione del comitato esecutivo, come certificato dallo stesso Consolato Generale d’Italia a Montréal, garante della Legalità e del rispetto della Normativa vigente) sta per mettersi all’opera, avviando un nuovo cammino insieme alla Comunità italiana della circoscrizione consolare. Anzi, appena sarà possibile, organizzeremo un grande incontro con l’intera Comunità italiana di Montréal”. Così scrive Vittorio Giordano, presidente del nuovo Comites di Montreal che oggi lancia “Filo diretto con i connazionali”, un “nuovo cammino” all’ascolto dei bisogni e delle esigenze degli italiani a Montreal che possono scrivere al Comites all’indirizzo infoComitesMontreal@gmail.com.
“Come sapete, – ricorda Giordano – la Lista ‘Insieme per gli Italiani’ si è imposta alle elezioni del 3 dicembre con quasi 100 voti in più sulla lista ‘Unitalia’, aggiudicandosi il voto democratico con un vantaggio di quasi il 10%. Ora, però, la campagna elettorale è finita, inizia una nuova fase: non più politica, ma istituzionale. Nell’interesse di tutti, nessuno escluso”.
“In attesa che vengano sbrigati gli ultimi adempimenti burocratici (nonostante siano scaduti i termini dei 10 giorni, la presidente uscente, sollecitata più volte dallo stesso Consolato, non ha ancora proceduto al passaggio di consegne ed alla contestuale trasmissione dei documenti finanziari necessari) ed in vista della seconda seduta che sarà convocata dal sottoscritto, nei modi e nei tempi stabiliti dalla Legge (presumibilmente tra fine febbraio e metà marzo, nel rigoroso rispetto delle direttive sanitarie del governo del Québec), – precisa Giordano – mi preme informarvi che, soprattutto in questa fase iniziale, il nuovo Comites è più che mai al vostro servizio ed al vostro ascolto: all’ascolto di tutti i connazionali che rappresenta. Vogliamo conoscere le vostre aspettative, i vostri bisogni, le vostre esigenze. Con l’obiettivo di lavorare tutti insieme, in totale trasparenza e sintonia, per il bene supremo della Comunità, espressione sia dell’emigrazione tradizionale che della nuova mobilità”.
“Per questo motivo, rivolgo un pressante appello a tutti quanti voi: scriveteci un’e-mail all’indirizzo infoComitesMontreal@gmail.com. Raccontateci le vostre storie, le vostre idee, le vostre aspettative, i vostri problemi, le vostre esigenze. Coinvolgeteci. Sottoponeteci le questioni che vi stanno più a cuore. Questioni su cui poi lavoreremo per trovare la soluzione migliore, sempre al Vostro servizio e nel Vostro interesse. Mi auguro – conclude il presidente – che sarete in tanti a scriverci: inviateci le vostre opinioni, i vostri consigli, i vostri suggerimenti, anche le vostre curiosità; fateci conoscere le vostre priorità. Fateci sapere come il Comites può migliorare la vostra vita di Italiani all’estero, senza mai perdere il filo diretto, forte e profondo, con la nostra amata Italia”. (aise) 




Covid oggi Canada, continuano proteste no vax: Ottawa ‘sotto assedio’

canada proteste afp

canada proteste afpContinuano le proteste dei no vax in Canada – contro le misure e le politiche del governo di Justin Trudeau – che stanno mettendo da giorni “sotto assedio” la capitale Ottawa. Oggi sono attesi almeno altri 400 camion che andranno ad unirsi al cosiddetto ‘Freedom Convoy’, il convoglio della libertà che da una settimana sta paralizzando il centro della città.

Attesi anche 2mila manifestanti, con il capo della polizia Peter Sloly che ha annunciato, dopo i disordini e gli scontri dello scorso fine settimana, di aver aumentato il numero dei poliziotti schierati e che non verrà tollerato nessun comportamento illegale. “I dimostranti sono molto organizzati, ben finanziati – ha detto Sloly che ha anche reso noto di aver ricevuto minacce di morte – queste manifestazioni sono estremamente pericolose”.

La protesta è nata in risposta alla misura che richiede che i camionisti che trasportano merci tra il Canada e gli Stati Uniti siano vaccinati, ma poi si è trasformata in un movimento più vasto contro le misure adottate contro la pandemia, che ha come obiettivo principale la caduta del governo Trudeau. Il Canadian Anti-Hate Network, gruppo che studia i movimenti estremisti, ha documentato i legami tra gli organizzatori di questo movimento e l’estrema destra nordamericana.

adnkronos

Il ‘Freedom Convoy’ da una settimana sta paralizzando il centro della città

alternate text
(Afp)

Continuano le proteste dei no vax in Canada – contro le misure e le politiche del governo di Justin Trudeau – che stanno mettendo da giorni “sotto assedio” la capitale Ottawa. Oggi sono attesi almeno altri 400 camion che andranno ad unirsi al cosiddetto ‘Freedom Convoy’, il convoglio della libertà che da una settimana sta paralizzando il centro della città.

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Attesi anche 2mila manifestanti, con il capo della polizia Peter Sloly che ha annunciato, dopo i disordini e gli scontri dello scorso fine settimana, di aver aumentato il numero dei poliziotti schierati e che non verrà tollerato nessun comportamento illegale. “I dimostranti sono molto organizzati, ben finanziati – ha detto Sloly che ha anche reso noto di aver ricevuto minacce di morte – queste manifestazioni sono estremamente pericolose”.

La protesta è nata in risposta alla misura che richiede che i camionisti che trasportano merci tra il Canada e gli Stati Uniti siano vaccinati, ma poi si è trasformata in un movimento più vasto contro le misure adottate contro la pandemia, che ha come obiettivo principale la caduta del governo Trudeau. Il Canadian Anti-Hate Network, gruppo che studia i movimenti estremisti, ha documentato i legami tra gli organizzatori di questo movimento e l’estrema destra nordamericana.

Il ‘Freedom Convoy’ da una settimana sta paralizzando il centro della città

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(Afp)

Continuano le proteste dei no vax in Canada – contro le misure e le politiche del governo di Justin Trudeau – che stanno mettendo da giorni “sotto assedio” la capitale Ottawa. Oggi sono attesi almeno altri 400 camion che andranno ad unirsi al cosiddetto ‘Freedom Convoy’, il convoglio della libertà che da una settimana sta paralizzando il centro della città.

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Attesi anche 2mila manifestanti, con il capo della polizia Peter Sloly che ha annunciato, dopo i disordini e gli scontri dello scorso fine settimana, di aver aumentato il numero dei poliziotti schierati e che non verrà tollerato nessun comportamento illegale. “I dimostranti sono molto organizzati, ben finanziati – ha detto Sloly che ha anche reso noto di aver ricevuto minacce di morte – queste manifestazioni sono estremamente pericolose”.

La protesta è nata in risposta alla misura che richiede che i camionisti che trasportano merci tra il Canada e gli Stati Uniti siano vaccinati, ma poi si è trasformata in un movimento più vasto contro le misure adottate contro la pandemia, che ha come obiettivo principale la caduta del governo Trudeau. Il Canadian Anti-Hate Network, gruppo che studia i movimenti estremisti, ha documentato i legami tra gli organizzatori di questo movimento e l’estrema destra nordamericana.




Canada, Ottawa assediata dai camionisti contro l’obbligo di vaccino. Stato di allerta, il premier Trudeau in località segreta

images

imagesIl lungo corteo dei camionisti contro l’obbligo di vaccino è infine arrivato a Ottawa e nella capitale canadese è scattata l’allerta sicurezza. La protesta del “Freedom Convoy” durerà per tutto il weekend e coinvolgerà almeno 10 mila persone. Quelle arrivate, già nell’ordine delle migliaia, sono sciamate nelle strade bardate di simboli, dalle bandiere confederate alle svastiche, mettendosi in marcia verso il Parlamento dopo aver parcheggiato gli automezzi pesanti nell’area del Memoriale di Guerra. Sotto lo sguardo dell’imponente schieramento di polizia schierato per arginare l’impatto della folla in caso di degenerazione in violenza.

Il livello di allerta è molto alto. Un responsabile della sicurezza del Parlamento ha spiegato che ai deputati è stato consigliato di chiudersi bene anche in casa perché le loro abitazioni potrebbero essere un obiettivo. Lo stesso primo ministro Justin Trudeau è stato scortato in una località segreta lontana da Ottawa. Il premier lavorava già isolato in remoto perché uno dei suoi bambini è positivo al Covid. Alla popolazione è stato chiesto di evitare di recarsi nella zona del raduno.

Trudeau non c’è, ma non ha mancato di farsi sentire. “I canadesi – ha dichiarato – non possono essere rappresentati da questa problematica, piccola ma rumorosa minoranza che si scaglia contro la scienza, il governo, la società, la sanità pubblica”.

Le ragioni del raduno abbracciano un po’ tutta la galassia del negazionismo e della resistenza no vax: no ai vaccini, no alle mascherine, no al lockdown.

Il Canada è titolare di una delle più alte percentuali di popolazione vaccinata nel mondo, ma intanto le strade di Ottawa sono occupate dalla protesta. Gli organizzatori ribadiscono di volere la cancellazione di ogni restrizione anti-Covid e dell’obbligo di vaccino fino alle dimissioni dello stesso Trudeau. Ricevendo il sostegno di alcuni parlamentari conservatori, scesi anche loro in strada per distribuire caffè ai dimostranti. La protesta non è passata inosservata nemmeno a Trump. “Vogliamo che i valorosi camionisti canadesi sappiano che siamo con loro – ha dichiarato l’ex presidente Usa durante un raduno a Conroe, Texas -. Stanno facendo certamente di più dei loro leader per la difesa della libertà americana”.

da “La Repubblica”




“Harlem”: Luca Martera all’Università di Toronto per parlare del film italiano “più censurato di sempre”

23harlem

23harlemTORONTO\ aise\ – “Morte agli italiani!” è il grido di battaglia urlato a squarciagola dal capo dei tifosi abissini al Madison Square Garden ed è questa la battuta-chiave per comprendere il senso di ciò che fu “Harlem”, il film italiano più censurato di sempre. E “Harlem” si intitola il libro che Luca Martera presenterà online al Department of Italian Studies dell’Università di Toronto il prossimo 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria.
La conferenza inizierà alle 16.00 sulla piattaforma zoom.
Uscito alla fine di aprile del 1943 – due mesi prima dello sbarco degli alleati in Sicilia e tre mesi prima della caduta del fascismo – il film di Carmine Gallone fu una delle più plateali opere di mistificazione del regime fascista, pensata e realizzata quasi 80 anni fa per illustrare alle masse il “razzismo di Stato” e sancire così la superiorità della stirpe ariana attraverso un incontro di boxe tra un italo-americano e un pugile nero, trent’anni prima di Rocky.
Interpretato dai divi più famosi dell’epoca, dal “buono” Amedeo Nazzari al “cattivo” Osvaldo Valenti, dall’“americanina” Vivi Gioi al “littorio” Massimo Girotti, e firmato da un incredibile (con la lente della distanza) plotone di giornalisti-intellettuali di prim’ordine, tra cui l’anti-americano Emilio Cecchi, il fascistone Paolo Monelli, l’ebreo Giacomo Debenedetti (che non poté comparire a causa delle leggi razziali), il direttore antisemita de “Il Littoriale” Pietro Petroselli e il futuro padre del neorealismo Sergio Amidei, Harlem fu l’ultimo kolossal in costume fortissimamente voluto da Luigi Freddi, fondatore di Cinecittà, gran sacerdote del culto censorio e figura sui generis di gerarca sopravvissuto miracolosamente al 25 luglio e al 25 aprile. Sequestrato nel 1944 dall’ebreo torinese Pilade Levi, capo della PWB Film Section della divisione degli alleati specializzata in comunicazione e propaganda, il film viene trasformato nel dopoguerra dalla neonata censura repubblicana in innocuo film sportivo, con tagli e modifiche ai dialoghi per quasi 40 minuti.
La nuova versione, senza più alcun riferimento alla guerra d’Etiopia, non convinse comunque alcuni sedicenti partigiani di Reggio Emilia che nel 1947 bruciarono nella pubblica piazza le pizze del film.
Il libro di Martera, documentato e ampiamente illustrato, racconta la vicenda appassionante, drammatica e piena di sorprese del film più censurato della storia del cinema italiano.
Per partecipare alla conferenza occorre iscriversi qui. (aise) 




Design To: a Toronto di scena la creatività dell’architetto Gio Ponti

18toronto

18torontoTORONTO\ aise\ – L’Istituto Italiano di Cultura di Toronto ha organizzato per venerdì 21 gennaio un webinar dal titolo “Design To”, sul prestigioso architetto Gio Ponti. Relatore Fulvio Irace, professore emerito del Politecnico di Milano.
Gio Ponti (1891-1979) è stato l’emblema dell’Italia risorta dalle ceneri della guerra per aver riconquistato una posizione di primo piano nell’architettura internazionale del dopoguerra. Ponti credeva nel valore redimibile dell’arte come espressione di uno spirito di condivisione tra i popoli, con il tentativo di creare un mercato comune dell’arte mondiale, strumento universale di conciliazione tra i popoli.
Il nome di Ponti è stato associato all’invenzione del “Made in Italy” e ha guadagnato un pubblico internazionale, come testimoniano due grandi mostre: “Tout Ponti” (Mad, Louvre Parigi – 2018) e “Gio Ponti: amare l’Architettura” (Maxxi, Roma – 2019).
Ponti iniziò a lavorare giovanissimo come art director per la rinomata fabbrica di porcellane Richard Ginori: da quel momento non smise mai di esercitare le sue incredibili capacità creative in tutti i campi che si aprivano alla sua inesauribile fantasia. Fra le sue opere, il Grattacielo Pirelli e la Cattedrale di Taranto. Nel 1928 fondò la rivista Domus, fu anche uno scrittore prolifico; il suo libro più famoso è “Elogio dell’architettura” (1957).
Per partecipare al webinar occorre registrarsi a questo link. (aise)




British Columbia. Il lungo viaggio e la lunga ricerca nelle opere di Joseph Ranallo

foto x anna foschi (2)

foto x anna foschi (2)Seduto vicino alla finestra del ristorante mentre osserva il via vai della gente e l’incessante nastro luminoso dei fari d’automobile che scorrono lungo Robson Street, Joseph Ranallo ha l’aria di un adolescente affascinato dalla grande città. Spesso interrompe la nostra conversazione sull’intervista che lo vede protagonista per raccontare barzellette e storielle di una comicita` irresistibile, scaturite dalla fonte apparentemente inesauribile delle sue esperienze giovanili come studente improvvisatosi operaio stagionale nei cantieri e miniere della Columbia Britannica. Appare rilassato e sembra apprezzare con genuino interesse tutto quello che accade intorno a lui, mentre si esprime nel suo inglese elegante e fluido che alterna all’italiano, preciso e puntiglioso, animato da un accento inconfondibilmente molisano. La cameriera arriva e Ranallo inizia ad ordinare le portate dal menu con un diluvio di istruzioni meticolose; la conversazione si sposta allora sul tema dello stile di vita piú consono alla salute e sulla medicina alternativa. Da piú di venti anni egli studia e pratica l’agopuntura e altre discipline orientali e probabilmente questi suoi interessi scientifici e spirituali hanno contribuito ad accentuare quei tratti di saggezza, equilibrio ed umorismo che lo caratterizzano. Nel congedarsi, mi lascia un dattiloscritto delle sue poesie e quando piu` tardi inizio a sfogliarne le pagine e ad inoltrarmi nel suo mondo poetico di immagini di struggente bellezza, provo un senso di meraviglia per la complessa natura dell’uomo, per la sua ricerca di una verità che continua a sfuggirgli come sfugge alla maggior parte di noi durante il nostro viaggio terreno: “…And my children have grown up and left home/in search of identities of their own./I feel less certain that I used to be/About precisely who I am/Or where I have been/ For the past thirty years.”

Ranallo e` nato a Vinchiaturo nel 1941; quando aveva 11 anni è emigrato in Canada, nella Columbia Britannica, la provincia canadese affacciata sul Pacifico. Vive a Rossland, una cittadina di quattromila persone “…dove c’è un solo semaforo”, e la sua carriera di docente presso un distaccamento della Università della Columbia Britannica si è svolta soprattutto nella regione del Kootenay occidentale che circonda Rossland, una frontiera di montagne, laghi e foreste dalla

bellezza ancora pristina. È autore di un testo accademico dal contenuto innovatore: “Teaching and Assessment Strategies for the Transition Age” scritto in collaborazione con Marlane King; le sue poesie sono apparse nell’antologia Roman Candles (1978), in The Anthology of Italian-Canadian Writing (1998) e in “The Toronto Review” (1998).e Accenti. Al momento sta lavorando ad un romanzo di ispirazione autobiografica che segna il suo passaggio dalla poesia alla narrativa.

 Anna Foschi:           Joseph, in  molte tue poesie ricorre il tema della separazione. Alcuni dei tuoi versi più intensi descrivono la tua partenza da Vinchiaturo diretto verso “.…the naked indignant assault/ of the Pier 21 aggressive medical staff…” [1]. Puoi parlarci dell’esperienza del Pier 21, sia come esperienza collettiva nella vita degli emigranti sia come metafora dei cambiamenti fatali dell’esistenza?

Joseph Ranallo:         Hai ragione, in molte delle mie opere si avverte un senso di perdita, di separazione. Ci sono delle ragioni, posso indicartene subito almeno tre. Ho perso mio padre quando avevo sette anni: la morte di un genitore è sempre un trauma, a qualsiasi età, ed è interessante notare che tale trauma è spesso strettamente connesso con la creatività, come diceva molti anni fa il mio professore Robin Skelton, il fondatore del programma di scrittura creativa all’Università di Victoria..

Dopo la morte di mio padre, quando avevo undici anni, mia madre mi condusse a vivere in Canada. In Italia ero sempre vissuto in un piccolo podere, dove avevamo solo qualche animale, una mucca, un asino ed un maiale che consideravamo quasi come animali domestici. Il podere era il mio “Fern Hill” dove ero il padrone assoluto del “regno delle mele”, come il bambino nell’opera di Dylan Thomas.  Prima di partire per il Canada, mia madre vendette tutto quello che poté ricavare dal podere e dato che sapeva che la vendita di queste cose mi avrebbe fatto soffrire, fece del suo meglio per condurre le sue trattative durante la settimana, quando io ero a scuola, smantellando lentamente e metodicamente quel podere che rappresentava per me il solo universo che avessi mai conosciuto. Ogni giorno, tornando da scuola, capivo che se n’era andato un altro frammento della mia infanzia,  in un processo di disgregazione che infliggeva sofferenza a me e a mia madre. L’ultima persona adulta che ho visto prima di salire sull’autobus che dal nostro villaggio nelle vicinanze di Campobasso ci avrebbe portato ad imbarcarsi a Napoli è stato il nonno, che io adoravo. Il Nonno aveva sostituito mio padre nella mia esistenza e nel dirgli addio capii che non c’era ritorno, che non l’avrei mai più rivisto Questo ed altri distacchi si sono impressi da allora nella mia mente e anche a distanza di tanti anni fanno ancora male, se mi abbandono ai ricordi.

La tua seconda domanda riguarda il Pier 21. Le cose che avevo perduto erano cose ed episodi della mia infanzia trascorsa nel piccolo podere in Molise, mentre il Pier 21 fu il primo contatto con il mondo dove si sarebbe svolta la mia adolescenza e la mia vita in Canada.

L’Italia che avevo lasciato alle spalle quando arrivai ad Halifax, al Pier 21, aveva una struttura di classe ben delineata. In breve, diciamo che in Italia o si apparteneva alla classe privilegiata o si apparteneva al proletariato. Sui transatlantici Saturnia e Vulcania c’era gente proveniente da tutte le regioni italiane e la linea di demarcazione fra le classi sociali era molto netta , lo si poteva vedere da come erano assegnati i posti a tavola, dal tipo di cabina e soprattutto da chi frequentavi. Quando attraccammo al Pier 21, tutte le complicate gerarchie del vecchio mondo scomparvero, diventammo all’improvviso tutti uguali, tutti “una mandria”, per parafrasare una espressione dal film “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick a proposito della guerra del Vietnam. Come animali e schiavi da vendere, fummo esaminati, palpeggiati, vaccinati e selezionati secondo la qualità della merce. Quando uscimmo dal Pier 21 entrammo in un universo senza ricordi. Tutti abbiamo ricominciato in quel momento, allo stesso livello, senza piú traccia della posizione sociale che ci aveva contraddistinto in Italia. È stato questo ripartire da zero che ha permesso ai “cafoni”, ai  contadini di prosperare: in meno di venti anni molta gente che era venuta in Canada senza niente si è guadagnata una posizione economica e piu` tardi ha acquistato un peso politico, cose che in Italia sarebbe stato impossibile anche solo sognare. Cosí per molti di noi, specialmente quelli del Mezzogiorno, il Pier 21 è piú che simbolico: come i serpenti d’acqua che il marinaio benedisse al momento di raggiungere gli ultimi gironi  della sua discesa in Purgatorio, rappresenta l’anello di congiunzione nella grande catena dell’essere, il portale cosmico verso il nostro nuovo stato.

Anna Foschi:              In Italianity, Chinatown ed in altri poemi tu parli (e dubiti) dell’Italianità. Che cosa accade ad una cultura, ad un popolo, ad uno scrittore quando debbono confrontarsi con una immagine parallela di se stessi, di ciò che sono o potrebbero essere stati?

Joseph Ranallo:         L’Italianità è un concetto molto sfuggente.L’Italia, come del resto altre nazioni, non è una entità omogenea, è un agglomerato di genti il cui comune denominatore consiste nel fatto che loro o i loro antenati hanno vissuto in quella fluttuante espressione geografica chiamata Italia. Fino a pochi decenni fa, la gente in Italia tendeva a rimanere nel  paese o città natale o nelle immediate vicinanze, e sviluppava un forte attaccamento a quei luoghi . Saggiamente, il sistema di leva militare italiano fece il possibile per indebolire questi legami: nel periodo di leva i soldati provenienti da una regione venivano spediti verso la regione piú lontana nella speranza che durante il servizio militare imparassero a vedere il mondo in maniera globale piuttosto che in una ristretta ottica regionale. Qualche volta la faccenda funzionava e qualche volta no: diciotto mesi non bastano per cambiare una mentalità che si è formata nel corso di piú di un millennio.

Gli italiani che si stabilirono in Canada formarono comunità che accoglievano gente di tutte le regioni, e dove trevisani, toscani, marchigiani, abruzzesi, calabresi e siciliani si sono trovati  a vivere gomito a gomito. Quando questo è accaduto, il concetto di italianità. come accade ai virus ed ai batteri che si spostano da un organismo ospite all’altro, è mutato: gli italo-canadesi non si sentono tanto uniti dalle similarità del loro gruppo quanto dalle loro differenze rispetto agli altri gruppi etnici. Accettano la definizione di “italiani”soprattutto perché si considerano diversi dagli ebrei, dai serbi, dagli anglosassoni, dai francesi, dagli orientali, dagli aborigeni , dagli africani e da una miriade di altre culture.Ma i toscani non si considerano simili ai calabresi e viceversa, per cui il concetto di italianità  è ancora piú difficile da definire in un paese come il Canada; non essendo piú connesso al luogo di nascita, rimane sfuggente ed inafferabile.

Il compito dello scrittore è davvero immane. Tutto quello che gli scrittori possono fare è di definire il mondo come essi lo percepiscono in un dato periodo. Al momento in cui si accingono a scrivere, come il merlo di cui parla  Wallace Steven, il concetto è già cambiato irreversibilmente e tutto quello che uno scrittore può fare è ricrearne una impressione storica.

Anna Foschi:              Al centro di “Making the Grade”, il brano del tuo romanzo che hai letto alla Conferenza Nazionale degli Scrittori italo-canadesi del 1998, c’è una vibrata denuncia

dell’ ingiustizia sociale, della soppressione culturale operata dalla classe dominante ai danni della classe contadina. Questo tema viene ripetuto anche in altre tue opere. Pensi che la cultura sia un privilegio dei ricchi? O non è piuttosto una espressione complessa dell’intelletto umano che trascende le barriere sociali?

Joseph Ranallo;         Spero che per te la cultura sia sinonimo di espressione artistica. Se questo è il caso, posso almeno tentare di rispondere a questa tua domanda molto provocatoria.

L’espressione artistica (il bisogno di scrivere, disegnare, danzare, scolpire,cantare, dipingere, comporre musica, recitare etc.) non è limitato ad una classe sociale.Tutti hanno il desiderio, la spinta e la necessità di  esprimersi nel senso estetico, ma la capacità e l’opportunità di farlo sono drasticamente limitate dallo stato sociale ed economico. Chi appartiene all’aristocrazia può accedere all’istruzione e sviluppare il proprio talento latente: Franz Liszt aveva il potenziale  per diventare un genio e l’educazione ricevuta permise al suo genio di  fiorire. Lo zingarello che egli tentò di trasformare in un violinista classico possedeva il talento innato di un grande musicista, ma negli anni della formazione non aveva ricevuto l’insegnamento che gli avrebbe permesso di sostenere la rigorosa disciplina necessaria ad un musicista classico. Quando fu scoperto da Liszt, era ormai troppo tardi, il ragazzo aveva già investito le sue energie nella libera esistenza degli zingari. E come aveva sentito dire da suo nonno, gli zingari sono come uccelli, felici quando nel volo e non è possibile insegnare ad un uccello quando è in pieno volo. Cimabue invece si imbatté in Giotto  nel momento in cui la trasformazione e la transizione dalla classe contadina all’aristocrazia erano ancora possibili e cosí Giotto ottenne fama e denaro, ma non divenne famoso sino a quando smise di fare il pastore e divenne un aristocratico. Se avesse solo badato alle pecore invece di incidere cerchi e forme sulle pietre, sarebbe probabilmente vissuto e morto in oscuritá.

Spesso è l’aristocrazia che decide cosa è cultura e cosa non lo è , per cui i classici sono spesso prodotti originati dalle classi privilegiate. Lo schiavo africano che canta gli spirituals, il pastore che suona la zampogna sulle colline abruzzesi e i contadini greci che danzano come Zorba non diventano icone culturali né lo diventa la loro arte, ma questo non significa che il loro pensiero sia meno profondo o i loro sentimenti meno intensi di quelli del cantante lirico, del pianista o del danzatore classico. Sino a tempi molto recenti, l’arte di una nazione era l’arte della classe privilegiata. Oggi dato che l’educazione è diffusa e accessibile a tutti, le masse hanno la responsabilità di creare la propria arte e di esprimere non solo i propri sentimenti ma anche quelli dei propri antenati, ridotti al silenzio dall’oppressione e dall’ignoranza. Cosí, tornando alla tua domanda, l’espressione artistica non è limitata ad una sola classe sociale, anche se, spesso, la capacità di riconoscerla lo è.

Anna Foschi:              Tu sembri possedere una comprensione molto profonda dei sentimenti femminili e direi una profonda immedesimazione nell’universo femminile. Mythologies, Dreams, Marylin Monroe,  ed i poemi che parlano di tua madre ne sono un chiaro esempio.

Joseph Ranallo:         La mia intera esistenza è stata influenzata e spesso dominata da donne estremamente intelligenti, forti, decise e sicure di sé. Da bambino sono cresciuto in un mondo quasi totalmente privo di uomini. Questo era il mondo che Nino Ricci descrive  in maniera cosí vivida nella prima parte di Lives of the Saints. Nell’Italia degli anni Quaranta, gli uomini validi erano in guerra o a lavorare in terra straniera. I villaggi come quello dove sono cresciuto erano popolati soprattutto da donne, bambini, vecchi e invalidi. Mia nonna, mia madre, le mie zie erano donne forti e coraggiose, dovevano esserlo, per sopravvivere e prender cura dei loro figli. Quando avevo trent’anni mi sono occupato attivamente di politica nel campo dell’istruzione; erano gli anni Settanta e le nuove femministe controllavano la programmazione politica dell’istruzione: come mia madre, mia nonna e le zie, quelle pioniere del  femminismo dovevano essere forti e ricche di iniziative per sfidare e cambiare un ambiente dominato dagli uomini. Adesso che sto avvicinandomi al termine della mia carriera subisco ancora l’influenza di questo tipo di donne volitive: lavoro in un ufficio di quattro persone, di cui tre sono donne. Il mio immediato superiore e due mie colleghe sono donne, e cosí pure il mio sovrintendente, il rettore associato, il rettore ed il presidente della facoltà. Il mondo che ho conosciuto da bambino è cambiato in maniera drastica, generalmente in meglio.

Nel corso degli ultimi venti anni ho sviluppato un forte interesse per la medicina alternativa, un campo della “New Age” in cui le donne sono spesso presenti in gran numero. Questa costante presenza femminile, e quella di mia figlia e di mia moglie, mi ha insegnato molto: ho avuto molte occasioni di osservare le loro azioni, i loro sentimenti, pregiudizi e punti di vista.

Per molti anni ho apprezzato gli scritti di D.H. Lawrence e mi sembra che  a volte Lawrence sia piú in sintonia con i sentimenti femminili  di quanto lo siano le donne stesse.

Così non deve del tutto sorprendere se alcuni dei miei scritti rappresentano un modesto sforzo di comprendere le donne, che sono molto piú preparate degli uomini  nell’affrontare gli aspetti della sopravvivenza, dell’amore, della solitudine, della compassione e della comprensione, temi che toccano la vita di quasi tutti gli uomini, sia che essi ne siano consapevoli o meno.

Anna Foschi:              Quali sono i tuoi programmi per la tua opera di scrittore? Parlaci del romanzo che stai scrivendo e degli altri tuoi progetti.

Joseph Ranallo:         Anche se come insegnante che ha avuto una formazione accademica di tipo inglese-nordamericano lo scrivere in diversi campi ha costituito una parte essenziale della mia vita, non mi sono mai preoccupato troppo di pubblicare i miei scritti, almeno sino a poco tempo fa.  Mi sono in genere accontentato di pubblicare qualche poesia, articoli ed un paio di testi in maniera sporadica e non sistematica. Adesso che sto avvicinandomi alla fine della mia carriera di insegnante, mi trovo a lottare contro la realtà di obbiettivi non raggiunti e provo maggior desiderio di vedere i miei lavori  pubblicati. Ma le mie ambizioni rimangono modeste: nel prossimo futuro sarei felice di pubblicare tre opere: una antologia delle mie poesie, il romanzo a cui sto lavorando ed un libro sulla medicina alternativa.

Il romanzo che sto scrivendo traccia le fasi della vita di un emigrato italiano cresciuto in una cittadina dell’Ovest canadese in cui vive una minuscola comunità italiana. Il personaggio arriva all’Università negli anni Sessanta, in pieno clima di trasformazioni ed esperimenti. In parte a causa della sua origine etnica, in parte a causa dei cambiamenti fondamentali che avvengono intorno a lui, si trova a lottare invano con una profonda crisi di identità.

Anna Foschi: I tuoi interessi sono veramente vasti, spaziano dalla medicina alla musica, dalla letteratura all’insegnamento. La tua visione dell’esistenza  è permeata di genuina compassione. Se ti chiedessi, ora, chi veramente sei o senti di essere, cosa risponderesti? C’è una risposta?

Joseph Ranallo:  Chi può veramente dire di conoscere la propria identità? Molti di noi  credono di saperlo, ma  è una illusione fuggevole. Quando ero ancora a scuola ero certo che una volta completati i miei studi avrei capito con certezza chi ero. Avevo l’errata impressione che quello che ci definisce come uomini è ciò che facciamo, non  quello che siamo. Adesso, dopo trent’anni, mi sento molto piú incerto di quando ero studente quando cerco di  capire e definire chi sono. Quello che ho imparato nel corso di tre decadi si riduce al fatto di non sapere chi io sia realmente. Gli interessi che ho sviluppato nel corso degli anni forse sono genuini, o forse sono solo una illusione; forse sono un riflesso dei disperati tentativi di uno spirito inquieto in cerca della propria identità. Oppure sono distrazioni che mi aiutano a non pensare troppo ossessivamente a quell’interrogativo. Forse sono  i miei tentativi inconsci di  di seguire le parole di Eliot : “Creiamoci un volto per andare incontro agli altri volti che incontriamo”. A volte, nel bel mezzo di un qualche lampo di illuminazione, mi accade di pensare che forse io sono un poco come il ladrone impenitente che venne crocifisso alla sinistra di Cristo. Al contrario di quanto mi è stato detto, io credo fermamente che, come il ladrone alla Sua destra, anche l’altro chiese e ottenne perdono prima di morire fra atroci tormenti. Penso che lo fece quando il centurione romano che ne ha tramandato il racconto si era allontanato per badare a qualche altra faccenda da qualche altra parte del Golgota. Come quel ladrone, e come il terzo dei Re Magi, quello che era sempre in ritardo, a volte penso che sono nato per essere testimone di qualche grande avvenimento, uno di quegli avvenimenti che cambiano la faccia del mondo e la mia paura è che quando finalmente scoprirò di quale avvenimento si tratta, sarà forse troppo tardi perché io possa farci qualcosa.

[1] Il Pier 21 ad Halifax nella Nova Scotia è stato dal 1928 al 1971 la stazione di sbarco ed il centro di smistamento e controllo degli emigranti  che arrivavano in Canada dopo aver attraversato l’oceano sulle navi di linea.




È a Toronto il migliore ristorante italiano nel mondo

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5ristoMILANO\ aise\ – Don Alfonso 1890 Toronto è la migliore insegna di cucina italiana al di fuori dei confini nazionali. A decretarlo è la classifica de “I Migliori Ristoranti Italiani nel Mondo 2022 – Prosecco DOC Award” firmata da 50 Top Italy, l’affermata guida online consultabile gratuitamente, ideata da LSDM, Congresso internazionale di cucina d’autore, e dalla testata giornalistica Luciano Pignataro Wine&Food Blog.
La sede canadese dello storico locale della Penisola Sorrentina, di proprietà della famiglia Iaccarino, ha preceduto in classifica il Fiola, di Washington DC, ristorante di punta dello chef Fabio Trabocchi. Al terzo posto Da Vittorio Shanghai, altro grande nome della ristorazione tricolore legato alle figure dei fratelli Cerea di Brusaporto.
Nella top five anche Otto e Mezzo – Bombana, di Hong Kong, e Sesamo, di Marrakesh.
Non mancano gli Special Awards. A Massimiliano Sena, del ristorante Il Lago di Ginevra, è stato conferito il premio di Chef dell’Anno 2022 – Pastificio dei Campi Award. L’importante riconoscimento Innovazione e Sostenibilità 2022 – D’Amico Award è stato assegnato a Osteria 57, di New York. Al locale Ornellaia, di Zurigo, è andata la corona per la Migliore Carta dei Vini 2022 – Prosecco DOC Award. Mentre a Nino Graziano, alla guida di Semifreddo, è andato il titolo di Modello d’Ispirazione 2022 – D’Amico Award. Infine il primo classificato, Don Alfonso 1890 Toronto, si è aggiudicato anche il premio per il Pranzo dell’Anno 2022 – Mulino Caputo Award.
Delle 50 insegne presenti in classifica ben 7 sono situate negli Stati Uniti e altrettante in Francia; 5 sono i locali nel Regno Unito e in Giappone; 3 in Cina; 2 in Canada, così come in Australia, Germania, Svizzera e Singapore; con un ristorante ciascuno Sud Africa, Svezia, Spagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Russia, Austria, Brasile, Repubblica Ceca, Portogallo, Belgio, Danimarca e Marocco. Sono 23 in totale i Paesi rappresentati, dove è quindi presente almeno un grande ristorante di cucina italiana.
“Non scopriamo certo noi il successo della cucina italiana nel mondo”, sottolineano Barbara Guerra, Luciano Pignataro e Albert Sapere, i tre curatori del progetto editoriale. “Quello che in particolar modo notiamo, però, negli ultimi anni, è un significativo aumento della qualità media. Pian piano gli stereotipi e i falsi miti che circondano la cultura gastronomica del Bel Paese stanno venendo meno e gli stranieri stanno così riuscendo a scoprire i veri sapori italiani anche al di fuori dalla Penisola. E non è certo un caso che questo premio veda protagonista il Prosecco DOC, brand dal successo globale, vero e proprio alfiere di italianità nel mondo intero”.
Partner dell’iniziativa sono Consorzio di Tutela del Prosecco DOC, D’Amico, Olitalia, S.Pellegrino & Acqua Panna, Latteria Sorrentina, Pastificio dei Campi, Solania, Birrificio Fratelli Perrella, Mulino Caputo.

La classifica completa de “I Migliori Ristoranti Italiani nel Mondo 2022 – Prosecco DOC Award”
1 Don Alfonso 1890 Toronto – Toronto, Canada
2 Fiola – Washington DC, USA
3 Da Vittorio Shanghai – Shanghai, Cina
4 Otto e Mezzo Bombana – Hong Kong, Cina
5 Sesamo – Marrakesh, Marocco
6 Il Lago – Ginevra, Svizzera
7 Il Ristorante Luca Fantin – Tokyo, Giappone
8 Locanda Locatelli – Londra, Regno Unito
9 Restaurant Passerini – Parigi, Francia
10 Tèrra – Copenaghen, Danimarca
11 Gucci Osteria da Massimo Bottura – Los Angeles, USA
12 Acquerello – San Francisco, USA
13 Senzanome – Bruxelles, Belgio
14 Braci – Singapore, Singapore
15 Tentazioni – Bordeaux, Francia
16 Gusto by Heinz Beck – Algarve, Portogallo
17 Il Carpaccio – Parigi, Francia
18 Acquarello – Monaco di Baviera, Germania
19 Sartoria – Londra, Regno Unito
20 Principio – Tokyo, Giappone
21 Aromi – Praga, Repubblica Ceca
22 Rezdôra – New York, USA
23 LuMi Dining – Sydney, Australia
24 Caffè Stern – Parigi, Francia
25 Armani Ristorante – Tokyo, Giappone
26 Ornellaia – Zurigo, Svizzera
27 Pastamara – Vienna, Austria
28 Picchi – San Paolo, Brasile
29 Semifreddo – Mosca, Russia
30 Pianeta Terra – Amsterdam, Paesi Bassi
31 Erasmus – Karlsruhe, Germania
32 Mosconi – Lussemburgo, Lussemburgo
33 Orobianco – Alicante, Spagna
34 Bini – Kyoto, Giappone
35 Buona Terra – Singapore, Singapore
36 Mancini – Stoccolma, Svezia
37 Piero TT – Parigi, Francia
38 SPQR – San Francisco, USA
39 The River Cafe – Londra, Regno Unito
40 La Locanda – Kyoto, Giappone
41 Tipo 00 – Melbourne, Australia
42 La Sosta – Swellendam, Sud Africa
43 IT London – Londra, Regno Unito
44 Racines – Parigi, Francia
45 Giando – Hong Kong, Cina
46 Osteria 57 – New York, USA
47 Mono – Edimburgo, Regno Unito
48 Dilia – Parigi, Francia
49 Cioppino’s – Vancouver, Canada
50 Belotti Ristorante – Oakland, USA. (aise) 




Canada. La parrocchia italiana di LaSalle ha festeggiato 50 anni di storia

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MONTRÉAL\ aise\ – “Cinquant’anni di missione evangelica. È quella che, sabato 11 dicembre, ha celebrato la Missione Madre dei Cristiani, la parrocchia “italiana” di Lasalle, situata al civico 7935 di rue Lefebvre. Per la speciale occasione, mezzo secolo di vita, a celebrare la funzione liturgica è stato l’Arcivescovo della Diocesi di Montréal, Mons. Christian Lépine, “assistito” da cinque sacerdoti: Donbosco Mawdsley, Dariusz Grzegorz Smialek, Rinaldo Vecchiato, Pierangelo Paternieri e Jean-Marie Bilwala. Alla cerimonia hanno partecipato un centinaio di fedeli in tutto. Per il “Cittadino” c’era l’editore Basilio Giordano”. È quanto si legge proprio sul “Cittadino canadese”, settimanale di Montreal diretto da Basilio Giordano.
“Alla fine degli anni ’60, un prete sognava di costruire una parrocchia italiana nella crescente comunità italiana nella zona di Ville LaSalle, sull’isola di Montréal. Giovanni Zabotto, insieme agli italiani di LaSalle, andò alla ricerca di un terreno.
Dopo una lunga ricerca, individuarono un’area intorno a Newman boulevard e Thierry, che corrispondeva alle aspettative della sempre crescente presenza italiana nell’area.
La prima Chiesa Madre dei Cristiani fu progettata da Christian Bracco Pero e costruita dall’ingegnere Rodolfo De Paoli nel 1970. Nel 1972 l’ingegnere De Paoli fu incaricato di costruire la canonica attigua alla chiesa. La prima Messa fu celebrata nel marzo 1970 in onore di Maria, Madre di tutti i cristiani. Per i primi due anni, i sacerdoti Missionari della Consolata servirono la Comunità.
Dal 1972 sono i Padri Scalabriniani a svolgere questo compito. All’inizio, la Madre di tutta la Missione Cristiana era una succursale della Parrocchia di San Giovanni Bosco a Ville Emard, poi è diventata la forza motrice e vitale per tutti gli italiani del settore sud-ovest di Montréal.
Con l’aumento della popolazione e delle sue crescenti esigenze, all’inizio degli anni ’90 si decise di costruire una nuova chiesa che rispondesse più da vicino alla crescente realtà spirituale e alla vita sociale di una Comunità formata da circa 4000 famiglie.
Pertanto, dopo aver raccolto fondi sufficienti ed aver ricevuto l’approvazione del Vescovo di Montréal, cominciò l’iter di costruzione del nuovo edificio, sotto la guida del giovane parroco Padre Ruggiero. La vecchia chiesa costruita il 17 aprile 1999 fu demolita e il 18 marzo 2000 è stato inaugurato il nuovo edificio. Il 9 aprile del 2005 la Chiesa è stata consacrata.
Nel 2020 la Missione ha celebrato il Giubileo d’Oro. La Messa giubilare è stata presieduta dall’Arcivescovo Christian Lépine, l’11 dicembre scorso, poiché non è stato possibile farlo prima a causa del COVID-19. Dal settembre 2021 un sacerdote della SMA (Società delle Missioni Africane), Padre Donbosco Mawdsley, e un sacerdote francescano conventuale, Padre Dariusz Grzegorz Smialek, hanno il compito di servire la Comunità”. (aise)




Il Canada ha finito lo sciroppo d’acero

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unnamedAGI – In Canada manca lo sciroppo d’acero e la Quebec Maple Syrup Producers (Qmsp) è stata costretta, per la prima volta in tre anni a mettere sul mercato quasi metà della riserva di emergenza, pari a 22 milioni di chili.

Il forte aumento della domanda e un raccolto mediocre hanno causato la carenza di offerta, ha spiegato la cosiddetta “Opec dello sciroppo d’acero”.

“E’ questo il motivo per cui è stata creata una riserva, per non restare mai senza sciroppo d’acero, e non saremo senza sciroppo d’acero!”, ha dichiarato in un’intervista radiofonica Helene Normandin, direttrice delle comunicazioni di Qmsp.

Il Quebec produce quasi tre quarti dello sciroppo d’acero globale. Quest’anno dalle foreste della provincia canadese sono usciti 60 milioni di chili di sciroppo d’acero, a fronte di un output globale di 83 milioni di chili. Per aumentare la produzione, la Qmsp prevede l’anno prossimo di attingere da 7 milioni di alberi aggiuntivi.

La linfa d’acero viene estratta direttamente dagli alberi e viene poi bollita per essere concentrata in uno sciroppo. Il raccolto non è solo molto laborioso ma è fortemente dipendente dalle condizioni meteorologiche.

La linfa degli aceri può essere infatti estratta solo in una finestra temporale entro la quale le temperature sono sopra lo zero di giorno e sotto lo zero la notte. L’inverno piu’ breve e piu’ caldo di quest’anno ha quindi causato un calo delle forniture pari a quasi il 25%.




Vancouver: “Il viaggio di Giovanni”, una ricerca personale, un viaggio universale

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o zappaL’esperienza di vita di ogni persona costituisce una ricca tela e spesso l’apprendimento più prezioso deriva dal racconto di storia personale; tuttavia non molte persone sono in grado o trovano la motivazione per condividere le proprie esperienze. Osvaldo Zappa, scrittore italiano a Vancouver, ha completato le sue memorie intitolate Giovanni’s Journey (Cusmano Publishing, Montreal, 2010). Il suo affascinante racconto attraversa più di cinque decenni e conduce il lettore attraverso tre paesi, Italia, Canada e Francia, e attraverso una serie di eventi storici rilevanti come la seconda guerra mondiale, l’emigrazione di massa di contadini impoveriti dall’Italia del dopoguerra e la rivoluzione ungherese; tocca anche tragedie storiche come la persecuzione dei Catari in Occitania, tutte viste attraverso gli occhi della gente comune, dei contadini, degli operai, delle persone umili che fanno la storia ma non vengono citate nei libri di storia.

Zappa, originario dell’Abruzzo, ha avuto una carriera di successo con B.C. Forestry e ora si sta godendo gli anni del riposo. È uno scrittore autodidatta che possiede un dono innato per le immagini potenti e una profonda conoscenza delle emozioni umane. “Il viaggio di Giovanni” è il suo primo libro; in preparazione al suo prossimo lancio, parla, in questa intervista, della sua esperienza di scrittore, ma anche di uomo di famiglia e di carriera.

Anna Foschi: Cosa ti ha ispirato a scrivere le tue memorie?

Osvaldo Zappa: L’ispirazione per scrivere mi è venuta molti anni fa, infatti, dopo che uno dei miei zii ha avuto una morte tragica e dolorosa. Sentivo di avere il dovere di rendergli onore perché mi era molto caro. Vivendo a East Vancouver alla fine degli anni Cinquanta e Sessanta, ho iniziato a scrivere in italiano, ma dopo aver frequentato innumerevoli corsi nelle scuole serali per imparare l’inglese, ho rivolto le mie energie per padroneggiare la lingua della mia nuova patria. All’epoca scrivevo molte pagine di poesie e brevi saggi, poi li accantonavo, tornando di tanto in tanto per aggiungere altri scritti. Poi ho messo da parte la scrittura per molti anni pensando che nessuno sarebbe stato interessato al mio lavoro. Ricordare gli anni della guerra lo sentivo come doloroso.. Ma ho sempre voluto tramandare su carta la storia degli immigrati, la mia storia. Tuttavia, anni dopo, molti fatti hanno influenzato la mia decisione di pubblicare un libro in inglese. A quel punto la mia competenza nella lingua del mio paese di adozione era notevolmente migliorata, soprattutto dopo aver seguito corsi di padronanza dell’inglese ad alto livello e di scrittura creativa. Sono stato un avido lettore di libri, ultimamente per lo più in inglese. Alcuni dei primi libri che ho letto erano legati alla mia vita da giovane in Italia. Ho letto Two Women (La Ciociara) di Alberto Moravia che ritrae l’Italia meridionale durante l’ultima parte della seconda guerra mondiale e include l’occupazione da parte degli Alleati che portò, in alcuni luoghi , nuovi abusi contro la vita umana. Vent’anni fa rimasi colpito dall’ottimo romanzo di Nino Ricci, “Vite dei Santi”, in cui anch’egli descrive la vita degli abitanti di un piccolo paese, compreso le vicende della guerra in Molise, allora Abruzzo e Molise . Questo mi ha anche dato l’idea che avrei dovuto tentare di scrivere la mia storia e degli effetti che la guerra ha avuto sulla mia giovane vita.

Poi nel 1996 ho riletto Il Gattopardo, scritto da G.Tomasi di Lampedusa che scrisse il romanzo quando era già ultrasessantenne – uscito postumo nel 1958 e lodato per la visione poetica della condizione umana . All’epoca sognavo ingenuamente che anch’io avrei potuto scrivere un libro prima dei sessant’anni. Bene, è passato molto tempo da allora ed eccomi qui con la pubblicazione del mio lavoro. La scintilla finale per completare e pubblicare il libro in realtà mi è venuta dopo il mio ritorno da un viaggio nel sud della Francia – Languedoc Roussillon e paese Cataro – da dove proveniva mia moglie Jacqueline. Avevamo partecipato a una festa in giardino privato in cui alcuni membri hanno espresso commenti razzisti sull’Olocausto, come:

“Peccato che Hitler sia morto troppo presto, avrebbe dovuto finire prima il lavoro”. La dichiarazione mi ha così scioccato che ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa al riguardo. Quell’affermazione mi riportò alla mente ciò che avevo letto sulla scomparsa dei Catari in Occitania molti secoli prima. I Catari erano un popolo cristiano che viveva nel sud della Francia. Migliaia di queste brave persone furono sradicate dalle loro terre o bruciate sul rogo durante il regno del re di Francia che, con l’approvazione della chiesa che all’epoca considerava eretici i Catari, aveva tramato di portare le terre occitane sotto il suo controllo . Ora, secoli dopo, esistono ancora solo i resti della lingua e della cultura.

cover zappaA.F. – Giovanni’s Journey ha una struttura complessa: fornisce una prospettiva sociale e storica ed è un documento sulla vita dei contadini nell’Italia rurale negli anni ’40. Inoltre, gli eventi descritti nelle tue memorie si svolgono nell’arco di diversi decenni e coinvolgono molti personaggi diversi. Come scrittore autodidatta, come hai gestito le difficoltà tecniche di scrivere questo libro composito?

O.Z. –: In primo luogo, per rispondere alla tua domanda sulla struttura complessa, direi che la struttura è composta da molte parti, tuttavia c’è un flusso naturale ai capitoli e ai personaggi in essi contenuti. Alcuni capitoli sono autonomi, cioè sono episodi separati, ma sono sempre collegati al corpo principale del libro in qualche modo, spesso cronologico.

Avevo letto il romanzo “Fontamara” di Ignazio Silone, la storia compassionevole e realistica dello sfruttamento dei contadini nel sud Italia, e “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, in cui espone la condizione dei contadini del sud Italia. In seguito ho letto The Grapes of Wrath e Of Mice and Men di Steinbeck, ho sentito il bisogno di documentare, nel mio libro, la difficile vita dei contadini nella mia città e nel mondo. Per quanto riguarda i tanti personaggi diversi del mio libro non ho avuto bisogno di guardare lontano: ero stato circondato da persone vere, famiglia, amici e gli stessi abitanti del villaggio. Naturalmente il protagonista del libro è l’autore stesso attorno al quale convergono tutti gli altri come in una ruota che gira e tutti ne siamo vittime.

Probabilmente, scrivere dei tanti personaggi non è stato facile né senza dolore. Gli eventi non sono sempre cronologici, ma funzionano bene come in un mosaico. Per quanto riguarda le difficoltà tecniche – beh ce ne sono state alcune, ma dopo che la bozza finale è stata elaborata con l’aiuto di un curatore i risultati sono apparsi abbastanza soddisfacenti.

A.F. – C’è un messaggio che volevi trasmettere?

O.Z. – Sì. C’è un messaggio, anzi ci sono diversi messaggi che dovevo trasmettere al lettore. In primo luogo è restituire l’umanità all’uomo; dare alla vita umana il rispetto che merita; per dare luce dove c’è oscurità e per dare gioia dove dimora il dolore. Avevo anche bisogno di dare voce ai morti. “Non devi lasciare che venga dimenticato quello che ci è successo. Scrivi degli eventi che hanno travolto le nostre vite. Tieni accesa la torcia».

A.F. – Nelle tue memorie parli di tragedie personali e familiari con grande sincerità. Come ti sei sentito a condividere questi problemi familiari?

O.Z. – All’inizio, ho dovuto superare la paura di mettere per iscritto i miei sentimenti per i miei cari. Sapevo che le parole negative, dette o scritte, hanno un modo di infliggere dolore alle persone. Ma il mio scopo era rendere omaggio ai tanti familiari di cui ho scritto e alleviare il dolore che io stesso sentivo dentro di me. Ho pensato che il modo migliore per affrontare questo fosse essere sinceri e affrontare la realtà della vita. Ho dovuto scrutare i fatti e ho dovuto accertarmi che, per quanto mi ricordavo, queste cose fossero accadute e scriverne in modo significativo e coinvolgente. Questa è stata un’esperienza dolorosa per me e sinceramente spero che altri non siano feriti da quanto scritto.

A.F. – Quali sono i tuoi progetti per la tue opere future?

O.Z. – Innanzitutto vorrei rivisitare la mia raccolta di poesie inedite che avevo accantonato tempo fa. Molta poesia, sia italiana che inglese, è conservata in scatole di cartone. Sono impegnato a scrivere alcuni racconti per le mie nipoti. Poi, se vivrò abbastanza a lungo, mi piacerebbe molto scrivere un libro sul coraggio. Sì, “Coraggio” sarebbe un buon titolo per il mio prossimo libro: il coraggio di scalare montagne, viaggiare da soli su una barca a vela attraverso l’oceano, su come le persone affrontano queste sfide, le loro debolezze e la loro forza.

A.F. – C’è qualcosa nella tua vita che faresti diversamente? Nessun rimpianto? E quali consideri i tuoi migliori risultati o i migliori che ti sono capitati nella vita?

O.Z. – Purtroppo nella vita ci vengono date solo pochissime scelte. Quando scegliamo un percorso dobbiamo, preferibilmente, seguire quel percorso e trarne il meglio, non si torna indietro. Sì, ho avuto dei dubbi nella mia vita più giovane, specialmente quando sono arrivata in Canada per la prima volta. Tuttavia, quando ho deciso di rimanere ho accettato il mio destino. Conoscere mia moglie Jacqueline ha contribuito a rendere molto più facile quella scelta, nonostante tutte le difficoltà che ne sono seguite. I successi che seguirono furono frutto della perseveranza nel matrimonio e nel lavoro che ottenni, lavoro che tenni fino alla pensione. Rimpianti? Invecchiare, non avere abbastanza tempo per realizzare ciò per cui ero troppo tardi. Vorrei vedere un mondo migliore popolato da persone pacifiche.