Toronto: la neo direttrice dell’IIC Manson si presenta

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13manson“È un piacere essere arrivata nella bellissima città di Toronto, e non vedo l’ora che arrivi un anno ricco di interessanti attività ed eventi italiani”. Inizia con questa premessa la lettera che Veronica Manson, nuova direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura della città canadese, ha realizzato per presentarsi in questo gennaio 2021.
“Toronto – ha spiegato Manson – è una città vivace e multiculturale con una vibrante scena culturale nazionale e internazionale. Sono onorata ed entusiasta di continuare la missione dell’istituto di portare il meglio della cultura italiana in Ontario e in altre province canadesi. L’Italia è conosciuta nel mondo più per la sua storia antica, classica e rinascimentale, ma il mio obiettivo è presentare il lato contemporaneo dell’arte, del design, della musica, della cinematografia, del teatro, della scienza e delle altre sfaccettature presenti nell’Italia moderna”.
“Nonostante le restrizioni e le misure di emergenza imposte dalla pandemia – ha evidenziato la direttrice dell’IIC Toronto -, siamo partiti bene poiché i nostri calendari di gennaio sono già pieni di eventi entusiasmanti, dalle posizioni digitali alle proiezioni di film, incluso uno speciale evento online per commemorare il “Giorno della Memoria dell’Olocausto””.
Infine, “ma non meno importante”, ha anche dato notizia del “talk virtuale sull’Italia del post-covid”, che vedrà la partecipazione di “quattro importanti relatori provenienti dai settori scientifico, economico e letterario”.
“Nei mesi e negli anni a venire – ha concluso Manson -, spero di portare molti dei nostri migliori artisti, scienziati e professionisti che rappresentano la cultura italiana a Toronto e non vedo l’ora di lavorare con i nostri partner culturali in Ontario e in altre province. Possa quest’anno essere pieno di buona salute e nuove scoperte culturali”.




Vancouver. Un Natale televisivo

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unnamed 2Anna Foschi Ciampolini, nata a Firenze, vive a Vancouver (Canada) da molti anni. Scrittrice bilingue , traduttrice, giornalista e attivista culturale, ha co-fondato l’Associazione Scrittori/Scrittrici Italo-Canadesi e il Premio letterario F.G. Bressani.

Pubblichiamo di seguito un suo racconto-memoria su un Natale di tanti anni fa.

Nei primi anni ’80, la comunità italiana di Vancouver era al terzo posto fra i gruppi etnici più numerosi ed era una delle più attive e vivaci. Molte tradizioni e l’artigianato che gli immigrati italiani avevano portato con sé avevao cambiato lo stile di vita e il volto della città. La gente alla moda indossava abiti made in Italy e si era presto sviluppata una “cultura del caffè”di socializzazione informale, ispirata dalla vita in piazza, che aveva indotto i Vancouveriti a gustare caffè, cappuccino e chiacchiere ai tavoli all’ aperto. Anche gli architetti e i costruttori erano influenzati dal concetto di piazza nel pianificare lo sviluppo urbano e nell’uso di materiali relativamente nuovi per la città, come il marmo e il cemento.

Nonostante tutto, la nostra comunità veniva ancora considerata diversa ed esotica. I Vancouveriti erano affascinati da avvenimenti come il Carnevale Italiano o le tradizioni natalizie, ma in realtà ne sapevano ben poco. Fu cosÌ  che un giorno di dicembre 1984, nel mio ufficio del Centro Culturale Italiano dove ero responsabile della sezione cultura e scuola, ricevetti una telefonata dalla stazione televisiva locale CKVU. Il produttore televisivo mi chiese se il Centro potesse mandare qualcuno, magari un paio di persone, per parlare delle tradizioni natalizie italiane alla puntata del Vancouver Show della CKVU. Il popolare spettacolo era presentato da Laurier LaPierre,  giornalista e  personalità televisiva molto noto che divenne in seguito senatore e scrittore. La puntata andava in onda dal vivo quella stessa sera e gli ospiti italo-canadesi dovevano trovarsi nella sede della CKVU alle 19 precise. Non c’era molto tempo per mettere insieme una squadra che potesse far fare bella figura alla comunità, dato che il fare buona impressione, concetto importantissimo nel nostro costume, appariva particolarmente essenziale per la nostra comunità di immigrati. La Presidentessa del Centro, informata dell’emergenza, fu d’accordo sul fatto che la bella figura fosse assolutamente necessaria e mi  sollecitò a raccogliere un gruppo dei migliori leaders comunitari. Una serie di telefonate frenetiche condite da dosi massicce di suppliche e adulazione mi assicurarono la partecipazione di una dozzina di personaggi importanti disposti a fare del loro meglio per illustrare il contributo degli italiani di Vancouver in ogni campo dello scibile. La squadra comprendeva una professoressa universitaria considerata una autorità sull’opera di Dante Alighieri, che avrebbe parlato dei riferimenti alla Natività e loro significati mistici nella Divina Commedia, e un celebre architetto che si era assunto il compito di fornire una erudita disquisizione sui capolavori del Rinascimento italiano ispirati dal Natale. C’erano avvocati, medici, artisti, poeti, imprenditori di successo e la Presidentessa del Centro in persona. A farla breve, ero riuscita a radunare il meglio di quanto potessimo offrire nel campo accademico e in quello imprenditoriale e artistico. Avvertivo però una strana sensazione di dubbio: e se tutto questo sfoggio di scienza e competenza risultasse alla fine un po’ indigesto per uno spettacolo televisivo natalizio? Forse era meglio aggiungere un tocco di leggerezza e cosa c’ è di meglio di un bambino per una festività cosÌ amata dai bambini?

Detto fatto, prontamente reclutai a forza mia figlia. A dieci anni, Francesca era una bambina timida che iniziò subito a preoccuparsi della brutta figura che avrebbe fatto se non avesse saputo rispondere alle domande di LaPierre.

Quella sera faceva un tempaccio infernale. I fiocchi di neve turbinavano mentre io, semi-congelata, guidavo la mia vecchia Chevrolet dal riscaldamento difettoso verso la stazione televisiva nel centro città. Nell’ edificio della CKVU, l’ assistente di produzione ci condusse sul set. All’ ingresso del nostro manipolo, LaPierre, un uomo sulla cinquantina affabile e ben vestito che si aspettava di intervistare al massimo un paio di persone, fu preso alla sprovvista ed esclamò sbigottito:

˵Sembra che stasera abbiamo qui l’intera comunità italiana ˶

LaPierre ci fece segno di sedersi sulla gradinata. Si dette inizio allo spettacolo, le telecamere entrarono in azione e con  disinvoltura da vero professionista del palcoscenico, il nostro ospite annunciò il tema della serata. Il nostro gruppo si irrigidÌ impercettibilmente, pregustando il fiotto di erudizione e la sofisticazione  dei vari  interventi preparati. Era arrivato il momento. LaPierre si accostò, ci guardò, vestiti a festa com’eravamo, poi si avvicinò alla bambina per chiederle:

˶Come ti chiami?˵

La bambina, terrorizzata, balbettò: ˵Francesca! Mi chiamo Francesca.˶

˶Conosci qualche canzone italiana di Natale? Dimmi, qual è la tua canzone preferita?˵

La piccola si guardò attorno con lo sguardo di chi sta per per annegare. Poi, improvvisamente, si ricompose e rispose con un sorriso:

˵SÌ, la conosco. La mia preferita è Tu scendi dalle stelle/Thou Art Coming from the Stars.˶

˶ Magnifico! – disse LaPierre – la canteresti per me adesso?˵

Francesca cominciò a cantare: ˵Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo…˶

LaPierre si voltò a farci cenno: ˶OK, potete cantarla tutti in coro per noi?˵

La professoressa, l’ architetto, gli avvocati e i medici, i poeti e gli imprenditori, gli scultori e i giornalisti, tutti noi ci guardammo sbalorditi. Dopo un attimo di incertezza, obbedienti iniziammo a cantare. Le nostri voci si levarono, prima sommesse ed esitanti, poi con passione anche se il nostro piccolo coro risultò piuttosto stonato: “ E vieni in una stalla al freddo e al gelo….”

Il nostro spettacolo terminò cosÌ sulle dolci note della canzone di Natale.

Sono trascorsi più di trenta anni da quella sera. Vancouver è oggi una metropoli, un mosaico di etnie provenienti da ogni angolo del mondo. Si affaccia sulla scena mondiale come una delle città più ambite (e, ahimè, delle più costose) dove vivere. Una nuova generazione di professionisti è oggi al timone del Centro Italiano, e molti degli  improvvisati coristi di quel Natale alla CKVU sono ormai in pensione o sono passati a miglior vita. La bambina timida di allora è diventata una donna che concilia le responsabilità del lavoro e famiglia. Col passare del tempo, forse soltanto poche persone, in Canada e perfino in Italia, ricordano i versi di Tu scendi dalle stelle. Io qualche volta mi chiedo ancora se in quella vigilia di Natale di tanti anni fa riuscimmo davvero a fare una bella figura.




Kelowna: Domenic Rampone, la storia di una grande famiglia

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Dom RamponeOrmai  l’inverno è alle porte , un pensiero nostalgico va  all’estate che ci ha appena  abbandonato. Meravigliosi i frutti  che saremmo costretti a trovare  sulle bancarelle dei mercati l’estate prossima, in particolare le ciliege, un frutto stupendo, pensate che Jacques Prévert , poeta e sceneggiatore francese diceva “La vita è una ciliegia,  la morte il suo nòcciolo,  l’amore il ciliegio.“

In Okanagan Valley, possiamo trovare delle ciliege stupende,certo ne possiamo trovare di molte qualità. In questa regione troviamo un lago meraviglioso circondato da vigneti ,frutteti e meravigliosi campi  coltivati.Un paesaggio  che assomiglia molto , a mio dire, ai nostri laghi in particolare a quelli Lombardi.Qui possiamo trovare la Famiglia Rampone,una delle tante  famiglie italiane che con molteplici sacrifici ed abnegazione ,hanno dimostrato quanto importante il lavoro italiano nel mondo.

L’avventura della famiglia Rampone cominciò nel lontano 1893,quandoLuigi,bisnonno di Domenic ,emigrò a Kelowna BC, da Frinco d’Asti (in  Piemonte).Frinco è un piccola cittadina che ha coltivazioni simili a quelle che si possono trovare a Kelowna.Giovanni Casorso emigrò a Kelowna nel 1883.dopo di che ,scrisse una lettera al suo carissimo amico Luigi Rampone a Frinco d`Asti, dicendo che il Canada dove lui era emigrato aveva tante opportunità per l’agricoltura,nella lettera specificò che le persone erano molto amichevoli e molto altruiste ,pronte ad aiutare il prossimo.Luigi aveva una grande passione per            l’agricoltura, ma i  poderi che aveva a Frinco d’Asti erano limitati, e non  poteva coltivare tutti i migliori prodotti.Luigi si decise, e si recò in Canada, naturalmente in nave,un viaggio lungo ed estenuante,dobbiamo pensare che ai quei tempi ,le navi non erano come le nostre da crociera. Sbarcò a Ellis Island a New York . Si diresse poi a Montreal,quindi salito su un treno CPR(certo non era un Frecciarossa con tutti i confort)arrivò a Vernon dopo 5 giorni ,quindi  un viaggio a dir poco stressante,ma  non era ancora finito,perchè dovette prendere una nave a vapore da Vernon a Kelowna(sul lago di Okanagan).

Luigi, appena arrivato cominciò a lavorare per alcuni anni presso  il suo amico Giovanni ed anche per Day family (un altra famiglia pioniera).

foto di repertori dom ramponefoto d’archivio Luigi  Nonno di Domenico, suo cognato Antonio Borgnetta, e  Valentino padre di Domenic

 

Successivamente acquistò una fattoria su Gordon Dr., coltivando ortaggi ,poi  diventò un grande produttore di cipolle. Nel 1919  guadagnò dal centro imballaggio locale  $19.000,00 ,un guadagno favoloso per quel tempo.

I Rampone hanno avuto un ottimo rapporto con la comunità indigena locale (Westbank First Nations), coltivando e pescando come buoni vicini e condividendo ricette di due culture diverse, un’amicizia fantastica allora, e continua ancora oggi.

Nel 1904 chiamò i suoi due figli Domenico  e Camillo che vennero da lui e iniziarono a lavorare con il padre. Camillo rimase in Canada ma Domenico tornò in Italia per sposare la sua Giuseppina, e poi la prima guerra mondiale, trascorse anni a combatte, si ferì e trascorse un lungo periodo di convalescenza in ospedale, ma rimase zoppo per tutta la sua vita. Poi, dopo la prima guerra mondiale, Domenico e Giuseppina emigrarono a Kelowna.

Luigi , aveva un carattere abbastanza  cattivo  ed è per questo che  sua moglie non volle seguirlo  a Kelowna .Non si videro più , sua figlia Giuseppina venne qualche mese e non volle vivere con suo padre e ritonò in Italia. Luigi inviava soldi ogni mese alla moglie perché potesse costruirsi una bella villa a Frinco (che la si può vedere tutt’oggi) Luigi è sempre stato disposto a provare cose diverse. Luigi morì nel 1933 a Kelowna e sua moglie Melina morì lo stesso anno a Frinco  .La famiglia Rampone coltivava cipolle mele, pere, uva, meloni, mais e ogni altro tipo di ortaggio ,e per circa 20 anni coltivava tabacco ed era membri della British North America Tobacco Company e BNTC e produceva  circa 800.000 sigari all’anno.

I Rampone, diventarono poi allevatori ,e in un secondo momento produttori di Latticini ottenendo un grande successo.

Negli anni ’30 la famiglia Rampone fu la prima a spedire pomodori raccolti verdi a Winnipeg, che si trova a 2000 km da Kelowna.

Negli anni ’60 lo zio Albert divenne un pluripremiato coltivatore di erba medica. Camillo Rampone e i suoi due figli diventarono i maggiori coltivatori di pere d’Anjou in Canada. In 50 anni la famiglia Rampone ha spedito tonnellate e tonnellate di peperoni, pomodori e melanzane in tutto il Canada occidentale ,dove diede la possibilità alle famiglie italiane di poter acquistare questi prodotti.

Domenico ebbe 3 figli Valentino, Albert e Palmina, Camillo ebbe 7 figli Louis, Ernie, Dora, Irene, Alfred, Rita e Angelina. I Rampone stavano dando loro  un’opportunità in Canada e l’hanno colta ed erano anche orgogliosi della loro eredità italiana e molto orgogliosi del Canada che ha dato loro la possibilità di migliorare la loro passione per l’agricoltura.

Domenic  sposò  Lina (nata a Direnzo) la cui famiglia era originaria di Celano in Abruzzo ,  4 figli e 8 nipoti e sono molto orgogliosi di loro. Domenic si sofferma dicendo che i nipoti  sono la sesta generazione di italiani a Kelowna. Attualmente Domenic è  impiegato come rappresentante di vendita per West Manufacturing Ltd (produttore di acciaio e alluminio), responsabile dello sviluppo aziendale per International Coliseums9, costruiscono Ice Arenas in Nord America) ed inoltre rappresentante di vendita nazionale per Jealous Fruits,  il più grande produttore di ciliegie dolci in Canada , si puo`controllare  il sito web www.jealousfruits.com.

Dom Rampone fruits

Domenic è nel Consiglio di amministrazione della Camera di commercio di Kelowna e della Okanagan Historical Society-Kelowna Branch. Membro del Kelowna Canadian Italian Club e della Camera di Commercio Italiana-Canada Ovest. E’ in’oltre membro del Comitato consultivo per l’agricoltura della città di Kelowna.

Dom Rampone è  uno dei più importanti Businessman Italo-Canadesi, questo per noi Italiani è un esempio ed un lustro, dal 1893 tutta la famiglia Rampone ha sempre avuto nel cuore come una delle priorità  l’Italia, e sentirsi veramente italiani.

Ringrazio Dom Rampone per la sua disponibilità e cordialità




Canada. Intervista con Maria Teresa Balbo Pagnan, dirigente comunitaria

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image001Una donna forte, decisa e schietta, ma anche attenta e dedicata alla vita familiare, alle tradizioni della sua terra veneta e sempre pronta a donare il suo tempo alle cause comunitarie. Maria Teresa Balbo Pagnan da qualche anno ha lasciato il suo lavoro nel Dipartimento dell’ Educazione Speciale del Distretto Scolastico di Burnaby dove ha lavorato per 34 anni prestando assistenza speciale aragazzi dalla classe ottava  fino alla dodicesima affetti da problemi di carattere fisico e mentale, e si gode ora il meritato riposo dividendosi fra la famiglia, la serena compagnia del marito Dino Pagnan e i suoi ancora numerosissimi impegni comunitari.  Giunta in Canada nel 1966, ha per alcuni anni coordinato le attività imprenditoriali delle due aziende di famiglia, la V.B. Stonework Inc. e la Brendo Grana Inc. Nonostante avesse due figlie da allevare, agli inizi degli anni ’70 si diplomò Assistente Sociale e ottenne un secondo diploma dal Dipartmento della Special Education. Nel corso degli anni, ha servito in una lunghissima serie di organizzazioni e società comunitarie italo-canadesi e canadesi, fra le quali  Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi BC Chapter (come Presidente), e la Vice Presidenza  Nazionale del NCIC. Ancora oggi ricopre incarichi importanti, fra i quali ricordiamo la Presidenza della Società Culturale Vicentina della B.C. per tutti gli ultimi 23 anni, la Presidenza dell’ Italian-Canadian Bocce Club, l’attività come Vice-Presidente del COMITES in Canada West e the Yukon Territory, e come Vice-Presidente del B.O.D. di Casa Serena Seniors’ Home. Maria Teresa è inoltre membro del Consiglio di Amministrazione di Villa Carital e per anni ha fatto parte del Direttivo del Centro Culturale Italiano. Ricopre le cariche di Co-Chair of the Western Residents Association of West Vancouver, BC Ferries Liason ed è membro del Direttivo della Horseshoe Bay Business Association.

Forse non tutti si rendono conto della mole di lavoro e del coinvolgimento sociale che lei ha effettuato sempre con  passione e diligenza. Per questo le abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande.

Anna Foschi: Cosa ti ha motivato a dedicarti con tanto impegno al lavoro comunitario?

M.T. Balbo Pagnan:  Il mio grande desiderio e sempre stato quello di aiutare gli altri e tutti quelli che mi chiedevano di  assitere o di dare una mano a tutti quelli che chiedevano assistenza.

A.F.: Come e quando hai iniziato la tua attività in questo campo?

M.T. B. Ho iniziato questo lavoro quasi per caso verso il 1975, al tempo pensavo fosse una cosa temporanea, invece  questa si  è estesa per  più  di  40 anni.

A.F. Quali sono le tappe più importanti della tua carriera?

M.T.B.: Le tappe più importanti della mia carriera in terra Canadese sono state parecchie: prima di tutto la mia famiglia, La mia persistenza di continuare con la scuola, la mia carriera lavorativa, la più lunga, durata più di 33 anni con Burnaby School Board, che mi ha dato molta  soddisfazione professionale e personale, la mia Presidenza al  Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi BC Chapter, e la Vice Presidenza  Nazionale del (NCIC), Il ( Com.It.Es ) Comitato Degli Italiani All’Estero e di  dirigere La Societa’ Culturale Vicentini della BC . Queste sono fra le maggiori  tappe che ho vissuto e partecipato nei miei 53 anni di vita in Canada.

A.F.: Puoi parlare delle maggiori soddisfazioni  che hai avuto e anche degli ostacoli che hai incontrato?

M.T.B.:Soddisfazioni ne ho avute parecchie, ma non nego che non tutto è stato “rose e fiori. ” La vita purtroppo  riserva anche qualche brutta sorpresa, ma tutto è stato superato grazie alla mia grande persistenza e desiderio di continuare e guardare avanti.

A.F.: Data la tua lunga esperienza comunitaria, vorremmo una tua riflessione sugli elementi che  consideri piú importanti per creare una comunità armoniosa e fondata sulla collaborazione.

MT.B.: La mia grande esperienza comunitaria mi ha insegnato tante cose, ho lavorato e collaborato con grandi persone, conosciuto persone che mi hanno laciato un grande segno di rispetto ed insegnamento. E che non sempre si puo’ ottenere quello che si desidera, e  che se si può lasciare anche un piccolo segno di successo nel tuo lavoro, hai così raggiunto un grande traguardo.

A.F.: Una delle sfide che la nostra comunità si trova ad affrontare è quella del rinnovo generazionale. Come attirare le nostre giovani generazioni locali e cercare di coinvolgere anche la nuova ondata di giovani immigrati dall’ Italia negli ultimi anni?

M.T.B.: Non è facile coinvolgere le nuove generazioni ci sto provando da anni. Lo fanno per un poco poi svaniscono.  Con la Società Culturale dei Vicentini, con l’idea di inserire i giovani, ho istituito la borsa di studio parecchi anni fà nella speranza che dando questo incentivo forse  sarebbero restati, ma poi entrano in gioco la  scuola, il lavoro e la famiglia,  uniti ad altri impegni e così se ne vanno. Questo fenomeno è forse dovuto al fatto che  la nuova generazione non sente lo stesso bisogno di stare uniti come lo avevamo noi, al nostro arrivo in terra straniera.

A.F.: Dopo tanti anni di intenso lavoro ti stai godendo un meritato riposo. Però….siamo sicuri che hai ancora della strada che vuoi percorrere. Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

M.T.B.: I miei progetti per il futuro sono senza dubbio quelli di andare avanti con più calma, godermi  la famiglia e di  ridurre il tempo di volontariato. Se mi viene ancora chiesto di contribuire, senza dubbio lo farò, fa parte del mio DNA di farlo, ma  possibilmente con meno coinvolgimento,  di viaggiare più spesso  e di godermi  la mia famiglia e le mie nipotine. Differente eta’ comporta differente filosofia, ora sto prendendo  tutto con più calma e serenità, usando la costante frase, “one day at the time, domani è un altro giorno “.




Il segreto di Marzia: Un pizzico di amore

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Marzia 2È una donna gentile, premurosa e con un carattere solare, il tipo che vorremmo come amica o come mamma ma non vi ingannate: Marzia Bellotti Molatore è anche un’imprenditrice in ascesa, una donna d’affari molto decisa e ben organizzata con obiettivi chiari e ampia visione.

Fondatrice e proprietaria di Bella Cibo, una apprezzata scuola di cucina italiana situata a Coquitlam, BC, Marzia ha recentemente scritto un libro di cucina, giustamente intitolato Cooking with Mamma Marzia, Authentic Italian Recipes for the Whole Family, contenente ricette tradizionali e ricette di piatti speciali tramandate attraverso generazioni nella famiglia di Marzia.

Sfogliando il libro, è evidente che anche le persone che non sanno nemmeno rompere un uovo potranno imparare a cucinare un pasto decente. Le informazioni e le tecniche sono presentate in modo chiaro accompagnate dalle splendide fotografie di Jennifer Reimer. Il lettore trova un’abbondanza di suggerimenti e alternative e, cosa più importante, può davvero comprendere quanto sia importante scegliere gli ingredienti giusti.

Il libro parla anche dei valori famigliari attraverso piccoli aneddoti o ricordi d’infanzia dell’autrice, perché la famiglia è il centro della vita di Marzia. Dice: “Uno dei motivi per cui ho scelto di insegnare cucina italiana da casa mia è perché potevo essere vicina ai miei figli. Quando ho fondato Bella Cibo sette anni fa, i miei figli erano più piccoli e avevano bisogno della mia piena attenzione, così l’opportunità di insegnare da casa era perfetta. Potevo avviare un’impresa facendo ciò che amo e continuare ad essere presente per la mia famiglia. È stata una lotta, i primi anni ho iniziato in piccolo perché volevo avere tempo per i miei figli. Ora che sono diventati più indipendenti, posso continuare a sviluppare Bella Cibo “.

Marzia è nata a Napoli ed è cresciuta in Valtellina. È immigrata a Vancouver nel 2003 per sposare l’uomo che amava, oggi suo marito con il quale ha avuto due figli. Dopo aver aperto la sua scuola di cucina, nel 2018 ha vinto il Service Excellence Award della Langley Chamber of Commerce Business Excellence Awards.

La sua passione per il cibo e la cucina trova radici sia nella sua educazione che nella sua convinzione che la cultura del cibo sia parte integrante del patrimonio italiano. Dice “In primo luogo, non mi considero un’esperta di cucina, solo una cuoca appassionata che ama ispirare le persone a cucinare cibi fatti in casa e a farne una abitudine  in cucina. Vorrei continuare a essere la persona che sono oggi e ispirare più persone a cucinare cibo fatto in casa, continuare a difendere la tradizione e la cultura italiana. Le mie grandi ispirazioni sono sempre state tutte le mamme e le nonne italiane che ci sono in giro e, naturalmente, mia madre e mia nonna “.

Scrivere un libro non è mai un’impresa facile, soprattutto per un autore alle prime armi, ma Marzia non si è lasciata intimorire. Nel corso degli anni, aveva raccolto un numero considerevole di ricette ed è stata in grado di organizzare il suo materiale, trovare un editore e finire il libro nel brevissimo giro di quattro mesi.

Nonostante asserisse di essere esausta, mi é sembrata più vivace che mai quando recentemente le ho telefonato durante le fasi finali della stampa del libro, e lei mi ha confessato che “Il poco tempo a disposizione è stata la sfida più grande che ho dovuto affrontare durante la realizzazione di Cooking with Mamma Marzia. Vorrei avere avuto più tempo. Scrivere un libro di cucina non è facile. Ho messo insieme una squadra lo scorso agosto e all’inizio di dicembre il libro è ora pronto. Non riesco ancora a crederci. Il mio obiettivo era pubblicarlo ora, durante la pandemia. Ho pensato che forse le mie ricette potessero ispirare le persone a cucinare e iniziare a creare ricordi in cucina “.

In effetti, molte più persone stanno scoprendo il semplice piacere di cucinare a casa e condividere un pasto con la propria famiglia come uno dei pochissimi effetti collaterali positivi causati dalla pandemia di Covid-19. La vera forza di Marzia sta nel suo amore per la vita, nel suo ottimismo e nella sua capacità di vedere le opportunità anche in circostanze terribili. Ha il dono della creatività ed è pronta a condividerlo, con “un pizzico d’amore”. Come lei dice: “Questo è il mio sogno che si avvera, il miglior regalo che potessi fare ai miei figli. Il giorno dopo che il libro di cucina è stato stampato, mi sono svegliata con una grande sensazione di soddisfazione pensando che, tra 20 anni, i miei figli e anche i miei nipoti avranno un libro scritto in modo professionale con ricette e ricordi su di me, sulla loro nonna e sulla bisnonna. ”

 

Per acquistare il volume:www.mammamarzia.ca




Azienda Vinicola Avanzi: la tradizione italiana partecipa al “Vancouver International Wine Festival”

cantina vinicola del garda

cantina vinicola del gardaIl Vancouver International Wine Festival è uno dei primati della nostra città in quanto rappresenta uno dei massimi avvenimenti del settore di tutto il Nordamerica. Questa manifestazione, iniziata nel 1979 e oggi giunta alla sua 41ma edizione, è andata acquistando sempre maggiore importanza. Vi partecipano in media quasi 200 espositori delle nazioni produttrici di vino e viene visitata da circa 20,000-30,000 spettatori. La manifestazione, che ha il suo quartier generale presso il Vancouver Convention Centre, si svolge di norma su altri locali in tutta la città, presso i quali vengono offerti avvenimenti di interesse, che comprendono anche assaggi di vini. Ogni anno, la manifestazione viene particolarmente concentrata sulla produzione vinicola di una nazione o regione. L’anno prossimo, 2021, il VIWF ha giàannunciato che la manifestazione non verrà organizzata a causa della pandemia. Nel 2022, si spera proprio che tutto possa riprendere il corso regolare e che questa bella occasione di incontro per i produttori vinicoli possa ripartire in pieno fulgore. Intanto, riproponiamo l’intervista del 2019 con Nicola Avanzi, titolare della storica Avanzi Cav. Giovanni SS Azienda Agricola, che si trova nella zona del Garda. La storia della famiglia Avanzi, e l’evidente passione e competenza che Nicola Avanzi ha profuso e continua a mettere nel suo lavoro alla guida di una azienda che sa stare al passo coi tempi rappresentano una consolate indicazione che lo spirito imprenditoriale italiano è ancora forte e vivo. Nella intervista, Avanzi  ci racconta della lunga “storia d’amore” della sua famiglia verso la produzione di vini pregiati e delle direzioni future per questa importante ramo delle eccellenze italiane.

  • Anna Foschi: Prima di tutto, la ringraziamo di avere accettato di rispondere alle nostre domande. La produzione di vini di alta qualità è uno dei simboli delle eccellenze italiane ed è un piacere sapere che anche quest’anno saranno rappresentate al Vancouver International Wine Festival. È la prima volta che la Avanzi partecipa al Festival o siete veterani?

Nicola Avanzi: Buongiorno Anna! Grazie a Voi. Questa è la prima volta che  partecipiamo ad un evento in Canada. Abbiamo atteso di essere rappresentati da un importatore Canadese ed ora che i nostri vini sono distribuiti in British Columbia ed in Ontario, con grande piacere siamo pronti ad raccontarli e a promuovere le doc della nostra regione a questo Festival.

  • F. – Cosa si aspetta dalla partecipazione a questo importante avvenimento?

N.A.: Partecipare ad un evento simile ha una doppia valenza. Per prima cosa è di fondamentale importanza raccogliere le impressioni del pubblico ( privati consumatori ed addetti ai lavori). Porre in degustazione le nostre etichette ci permetterà di capire quali siano i vini più apprezzati in questo mercato. I vini che abbiamo scelto con il nostro importatore sono molto differenti. Durante le giornate di degustazione raccoglieremo svariati pareri e questo ci aiuterà a stabilire quali vini avranno un grande futuro in questo mercato. In secondo luogo, avremo modo di incontrare gli attori della nostra distribuzione in Canada che attraverso il nostro cliente, proporranno i vini della nostra cantina attraverso canali differenti. Avremo la possibilità di raccontare loro la nostra filosofia e le due meravigliose zone viticole in cui la nostra famiglia coltiva le sue uve e produce i suoi vini: Il Lago di Garda e la Franciacorta.

  • Può parlarci dei tipi di vino che producete e accennare ai processi di vinificazione?

Vorrei parlare di 3 vini in particolare:

-Il Chiaretto Valtènesi DOC, uno dei migliori rosati Italiani. Questo rosato è prodotto con la tradizionale separazione degli acini dal graspo, come per un vino rosso, ma il contatto delle bucce con il mosto è brevissimo, il tempo di una notte. la breve macerazione conferisce al mosto il caratteristico colore rosa. Avvenuta la separazione delle bucce effettuiamo una fermentazione come se stessimo fermentando un vino bianco aggiungendo lieviti selezionati. La temperatura della fermentazione si aggira intorno ai 15°C. Sulla nostra etichetta è impresso : IL VINO DI UNA NOTTE. E’ prodotto con l’uva rossa autoctona del Garda bresciano, Il Groppello e piccole percentuali di Barbera Sangiovese e Marzemino. Si tratta di un vino incredibilmente sapido, che al naso regala note di fragola e pesca. Hà un’ottima acidità ed un meraviglioso colore rosa tenue. E’ un vino eccezionale da sorseggiare come aperitivo, ma si sposa perfettamente ai salumi, ai risotti, al pesce, al sushi e alla pizza.

-Rosso Superiore Riviera del Garda Classico. Anche qui troviamo i quattro vitigni Groppello, Barbera, Sangiovese, e Marzemino.

Le uve provengono dalle nostre viti più vecchie. La fermentazione è un classica fermentazione in rosso svolta intorno ai 26°C. Dopo la fermentazione la metà del vino ottenuta affina in pregiate barrique di rovere francese, ma solamente per 8 mesi. In una piccola percentuale lavoriamo con appassimento uve. Il Groppello, non conferisce una grande importanza, ma regala sapidità, un’incredibile beva e grande eleganza. Le uve appassiscono ad umidità e temperature controllate. La concentrazione zuccherina aumenta e questo ci permette di creare un vino autentico, avvolgente e persistente. La pienezza è conferita dall’appassimento e dal passaggio in barrique. Il tannino è morbido e appena accennato. Questo vino rappresenta appieno la nostra filosofia di rosso del Garda. -Lugana Di Sirmione. Questo è il bianco più famoso del Lago di Garda. Possediamo 25 ettari di vigneto nel cuore della Lugana di Sirmione.

Il terreno è 100% argilla e l’età media delle viti si aggira ai 45 anni. In Italia sosteniamo che il Lugana è il vino bianco che piace a chi beve vino rosso.

Possiede grande mineralità, importante e capace di invecchiare. L’uva è il Trebbiano di Lugana (anche chiamato Turbiana). Siamo particolarmente orgogliosi di questo grande vino bianco che è la nostra etichetta più venduta. Possiamo dire di possedere una “doc personale” poiché siamo l’unica azienda a cui è consentito utilizzare il nome Lugana di Sirmione. Offriamo la garanzia che tutte le uve provengano dal migliore suolo della Lugana . Solo le uve migliori, dalla vigna migliore. E’ prodotto con una pressatura soffice delle uve di Turbiana. Separiamo il mosto fiore ( proveniente dalla prima pressatura soffice) che viene avviato alla fermentazione con lieviti selezionati. Dopo la fermentazione e la filtrazione imbottigliamo questo bianco a Dicembre e viene venduto nei primi mesi dell’anno successivo. Si sposa con primi piatti a base di pesce, salumi e risotti.

  • La Azienda Avanzi Cav. Giovanni S.S. Società Agricola iniziò la sua attività nel lontano 1931. Può parlarci di come, attraverso le generazioni, la famiglia Avanzi ha sviluppato e ampliato la propria azienda fino ad oggi?

La nostra storia è meravigliosa e molto simile ad altre incredibili storie di imprenditoria italiana. Nell’anno 1931 mio nonno, Il Cav.Giovanni Avanzi, a soli 23 anni inizia la sua attività di commercio di vino. Gestiva un’osteria nella città di Brescia. All’epoca la città ne era piena. I suoi clienti iniziarono a richiedere il vino che assaggiavano in osteria per uso domestico. Fondò la sua prima cantina a Manerba del Garda, con incredibili sacrifici. La totalità del vino prodotto era un rosso dalla gradazione alcoolica non impegnativa. Per molti anni in Italia il consumo di vino pro capite è stato altissimo ed i vini consumati si aggiravano intorno agli 11% vol.

Furono mio padre Alessandro e mio zio Gianpietro negli anni ’60 a dare impulso alla produzione e a innovare fortemente. Iniziarono ad investire in vigna e nel corso degli anni siamo giunti ad avere 60 ettari coltivati.

4 tenute si trovano sul Lago di Garda sud occidentale dove produciamo Lugana Doc e i vini della Doc Riviera del Garda Classico e Valtènesi nelle versioni Rosso Superiore, Chiaretto Rosé e Groppello. Nel corso degli anni abbiamo iniziato a produrre i primi vini bianchi fermi, poi il primo rosato e abbiamo proseguito con i primi vini da invecchiamento e con i primi spumanti bianchi. Nel 2006 abbiamo realizzato la nostra nuova cantina di vinificazione sul Lago di Garda. Un gioiello di tecnologia. Qui abbiamo creato una struttura capiente, la prima sala di appassimento uve totalmente intelligente ed un’area barrique che ne contiene 200. Oggi molto è cambiato.

L’ultima tenuta in un’area differente: La Franciacorta. Abbiamo dato vita alla nostra nuova cantina, Romantica,  nel comune di Passirano. Abbiamo piantato 9 ettari di Chardonnay ed 1 ettaro di Pinot Nero, abbiamo realizzato una nuova cantina dove produciamo solo Metodo Franciacorta in 4 versioni.

  • Quando ha preso la direzione dell’azienda? E chi saranno i suoi eredi?

La nostra famiglia è numerosa. Mio padre e mio zio hanno avuto 2 figli ciascuno. Ci siamo io e mio fratello Francesco ed i miei cugini Giovanni e Giuseppe. Ognuno di noi cura un settore ben preciso nella nostra cantina. Mio cugino Giuseppe è l’enologo e cura la produzione di tutti i nostri vini, Giovanni, suo fratello, si occupa della commercializzazione dei nostri vini sul mercato italiano, mio fratello si occupa della produzione e della gestione del nostro frantoio, poiché produciamo anche un olio extravergine di Oliva di altissima qualità ed io mi occupo della commercializzazione e della promozioni di tutti i nostri prodotti all’estero. Oggi siamo presenti in circa 30 paesi. Io ho iniziato nell’anno  2003 dapprima in amministrazione per comprendere il funzionamento aziendale e poi 5 anni più tardi ho iniziato ad occuparmi dell’export. Come accennato poco fa siamo tutti impegnati nella direzione dell’azienda. Noi citiamo il detto :”l’unione fa la forza”. Essere in molti ci consente di poter partecipare a molti eventi ed in diversi luoghi in Italia e nel mondo. Ci scambiamo pareri e raccogliamo informazioni importantissime. Certo, non è sempre semplice, ma noi la consideriamo un’immensa fortuna. Io e mio fratello non abbiamo ancora figli mentre i miei cugini hanno figli giovani ed uno ha soli 2 anni. Saranno loro ed i nostri figli – con certezza e  quando verrà il loro tempo- ad occuparsi della nostra azienda.

  • Se è possibile riassumere in poche frasi un tema complesso come l’essenza della visione e della filosofia imprenditoriale sua e della Avanzi, quali elementi metterebbe ai primi posti?

La nostra visione è produrre vini dalla forte personalità, legati al nostro territorio. Ogni vino nasce da un terroir differente. Punteremo sulla qualità senza compromessi e su vini indimenticabili. Nel nostro futuro l’impegno verso l’energia pulita sarà sempre più importante. Oggi produciamo già 200.000 Kw di energia tramite i nostri pannelli fotovoltaici riducendo sensibilmente le emissioni di Co2. Faremo meglio.
Punteremo fortemente sull’internazionalizzazione con uno sguardo ai paesi emergenti e faremo cultura raccontando il nostro territorio meraviglioso in paesi che non lo conoscono ancora.

7)     Cosa è cambiato nel tempo nelle preferenze e nei gusti del pubblico rispetto alla produzione più tradizionale?

Le persone bevono meglio, ma bevono meno. A mio avviso ci sono ancora molte differenze nel modo di bere vino tra i differenti paesi e differenze tra le fasce di consumatori ( si pensi ai millenials oppure alle persone più adulte), ma esiste un denominatore comune a livello organolettico: la piacevolezza.
Essa, ove possibile, resta una delle caratteristiche che i nuovi consumatori ricercano nel vino. La sfida è creare vini dalla forte identità, ma con un’attenzione particolare alla loro freschezza e alla loro piacevolezza. Questo non può ovviamente avvenire per tutte le tipologie di vino, ma nel nostro caso, il Lago di Garda ed i suoi vini ci offrono questa possibilità. Inoltre sottolineo ancora una volta la grande apertura, specialmente dei giovani, verso i vitigni sconosciuti che destano moltissimo interesse e permettono di conoscere aree vitivinicole ancora non particolarmente famose nei loro paesi.

8) Cosa direbbe, di quali difficoltà, di quali ostacoli e soddisfazioni parlerebbe se dovesse rivolgersi a una platea di giovani imprenditori che iniziano a operare nel settore?

Quello del vino è un mondo affascinante, per me il più bello che ci sia. Allo stesso tempo ha subito innumerevoli trasformazioni ed oggi emergere è sempre più complesso.  Se io e la mia famiglia dovessimo intraprendere una nuova avventura in vigna  punterei sulla qualità assoluta, su vitigni autoctoni, anche i meno conosciuti, poiché c’è grande attenzione verso tutto ciò che è nuovo. Enotursimo ed una particolare attenzione ai canali attraverso i quali commercializzare i propri vini. Il marketing è di fondamentale importanza. Noi produttori italiani siamo famosi, da nord a sud, per l’eccezionale varietà di Doc e Docg e per l’alto livello qualitativo dei vini prodotti nel nostro paese. Per molti questo è sufficiente, poiché nel nostro DNA è scritto di produrre eccellenza . Per il mercato non lo è. E necessario costruire un’identità ben precisa della propria azienda e, se appena nata, farsi conoscere e rendere i propri prodotti unici attraverso gli svariati strumenti che oggi possiamo utilizzare. E’ necessario parlare di noi e farci spazio.

Una cantina è prima di tutto un’azienda. Un’azienda deve crescere. Ci sono però vari modi di crescere. Per una giovane realtà che si vuole guadagnare spazio nel segmento premium, la crescita deve essere ponderata e talvolta lenta. Le variabili sono molteplici e tutto si sintetizza nella strategia di ogni viticoltore. Difficoltà? Moltissime. La burocrazia ci uccide e siamo costretti a dedicare risorse in amministrazione che si occupano solamente di adempiere a trasmissione dati, registri telematici, dichiarazioni. Tutto ciò è costoso. La percezione è che le aziende troppo piccole stenteranno a competere .

9) Sui giornali italiani compaiono spesso titoli “allarmanti” sulle varie nuove regole della Unione Europea che potrebbero minacciare la produzione di vini italiani. Quanto c’è di concreto? Può parlarci di come le leggi Ue possono influire sull’attività dei produttori italiani?

Ne abbiamo un esempio per quanto accaduto verso fine 2018. Il testo delle Commissione Europea riguardante la possibilità di indicare l’Origine Italia su alcune tipologie di vini provenienti da Vitigni internazionali ( Chardonnay, Cabernet, Sauvignon, Merlot e Shiraz) senza considerare la provenienza delle loro uve ( avrebbero potuto essere straniere) ha destato scalpore e molte preoccupazioni. Fortunatamente il testo è stato corretto da una grande squadra di rappresentanti per l’Italia ed è stato corretto in tempo. Questo ci fa comprendere che il “Made in Italy” fa gola a molti paesi europei e quando si legifera,  l’Italia deve prestare una particolare attenzione affinché le sue denominazioni e le sue produzioni vengano tutelate.

10) I vini Avanzi si possono acquistare nella nostra provincia della British Columbia?

Certo! Il nostro distributore è Wodkavines , Vancouver    www.wodkavines.ca

Davvero grazie per questa bella opportunità.




Vancouver: V6A, il codice postale di un’altra dimensione umana

vancouver 1093742 1920

vancouver 1093742 1920Molti anni fa, quando ero appena arrivata a Vancouver, fui incaricata di fare da interprete in un processo penale che riguardava un cittadino italiano. Il procedimento giudiziario si  svolgeva presso la Provincial Criminal Court situata al 222 Main Street, nel cuore di quella parte della città che veniva allora impietosamente chiamata Skid Road. Scesa dall’autobus, stavo cercando di orientarmi in quella zona per me sconosciuta quando vidi uscire un uomo anziano dal portone di un alberguccio vecchio e malandato. L’uomo barcollava, era sciatto e smunto. Vestiva abiti lisi, la manica della giacca era sporca di vomito e aveva i pantaloni sbottonati. Ma quello che non ho mai dimenticato era il suo sguardo. I suoi occhi di un celeste slavato erano due vuote finestre spalancate sul nulla. Io ricordavo di aver visto, da bambina negli anni del dopoguerra, i mendicanti seduti sui marciapiedi di Firenze in muta attesa della carità dei passanti. Alcuni erano mutilati, chi senza un braccio chi con le gambe amputate. Erano vestiti di stracci. Eppure, nei loro occhi c’era ancora una dignità dolente, una umanità non spenta che faticavo a intravvedere in quel povero vecchio alcolizzato. Oggi quel quartiere, ribattezzato Downtown Eastside e indicato dal codice postale V6A, sigla che costituisce il titolo del documentario girato in loco da Ruggero Romano, si è ancora di piú esteso, fino a diventare una piccola città dentro la città, popolata da gente al limite della sopravvivenza, che della strada ha fatto la propria casa rimediata alla meglio con sacchi a pelo, contenitori di cibo e quant’altro possa servire a una vita randagia. Non una zona turistica e nemmeno una zona piacevole da attraversare, perché è difficile sopportare la coscienza che a poca distanza dai grattacieli e i ristoranti di lusso di Downtown ci siano persone con piaghe e ulcere aperte, scosse da tremiti irrefrenabili, sfigurate da chissà quali e quante brutali esperienze.  Eppure fra queste persone emarginate e spesso portatrici di disturbi mentali o minate dall’abuso di sostanze stupefacenti, esiste una cultura, una forma di solidarietà. Nel documentario “V6A” di Ruggero Romano, dai personaggi intervistati ricorre infatti l’affermazione “Siamo una comunità, siamo solidali” e la visione di un mondo dove esiste una forma di libertà sconosciuta a chi appartiene alla comunità dei “colletti bianchi.” Questa libertà , come dice uno degli intervistati, per loro è perfino piú importante della vita stessa.

V6A è adesso disponibile su Vimeo e YouTube, ed  è stato presentato agli inizi di gennaio del 2019 in due serate all’Italian Film festival che hanno fatto registrare il tutto esaurito. Per questo è stato deciso di offrire altre 4 proiezioni presso Vancity Theatre di Vancouver a partire da sabato 2 febbraio 2019. Il regista, Ruggero Romano, è un ragazzo di 22 anni nato a Torino che si è trasferito a Vancouver nel 2016. Viene da una famiglia che coltiva fortemente interessi artistici e curiosità verso i tanti volti della realtà. Appassionato giramondo, col suo zaino ha viaggiato per I quattro continenti. Si è stabilito nella Chinatow di Vancouver e come si può vedere dalla sua website www.ruggeroromano.com, si occupa di cinema, fotografie e conduce il suo radio show ogni giovedÌ a Coop Radio: “Room Tone The Radio Show”. Diplomato alla Vancouver Film School, l’idea del documentario gli venne suggerita da un periodo di volontariato effettuato al Carnegie Community Centre all’ angolo di Main and Hastings. Come lui stesso spiega, non si sentiva soddisfatto di quella che considera la vacuità e l’atmosfera superficiale e un poco snob di questa città. L’incontro con le storie e le quotidiane lotte affrontate dalla popolazione di Downtown Eastside fu per lui la rivelazione del vero volto e della vera anima di Vancouver. Nei 67 minuti del documentario, Romano ha raccolto una serie di conversazioni con alcuni residenti del DES.  Quasi tutti parlano pochissimo delle ragioni che li hanno portati a vivere quello stile di vita. Offrono invece il loro punto di vista sui problemi della società, su ingiustizie sociali, su questioni etiche e filosofiche, certo non come le esporrebbe in  modo articolato e coerente un esperto o un docente, ma lo fanno con convinzione e sincerità. La vita nel DES è un soggetto ancora parzialmente inesplorato e, a detta dei residenti, non tutti I documentari o le inchieste finora pubblicati hanno Saputo rendere una immagine equilibrata di quella comunità. Sembra che “V6A” sia riuscito invece a dare una voce piú autentica alle esistenze e ai sentimenti dei resident DES.

La proiezione del documentario a Vancity Theatre, oltre a essere corredata da un periodo di domande e risposte, è stata completata dalla esposizione della mostra fotografica/poetica “Vancouver: City of Contrasts. Breaking Down the Fourth Wall” creata nel 2016 dal fotografo Jon Guido Bertelli e dal poeta e scrittore Diego Bastianutti. A questo proposito, cito dal mio articolo del settembre 2016 apparso sul settinmanale Marcopolo (ehi, roba modesta ma è roba mia, mica sono famosa come certi scrittori in Italia per permettermi di plagiare!)

“… la mostra racconta queste storie di esistenze spezzate, storie di emarginazione, di infanzia passata fra abusi e violenze, di improvvise e irrimediabili cacciate dal paradiso precario della società normale, dove ci si alza al mattino per andare al lavoro e si torna a casa a rilassarsi. Bastianutti e Bertelli non si sono limitati a sfiorare la superficie del profondo pozzo di angoscia umana, a fare qualche scatto e qualche passeggiata per prenderne coscienza. Si sono immersi in quella realtà, parlando con la gente, diventandone amici, ascoltando i loro racconti, dividendo il cappuccino o il piccolo lusso di un hamburger, restituendo a ognuno la propria umanità, la dignità ferita del proprio percorso di vita e scoprendo che si può anche imparare, da queste persone relegate ai margini, la lezione della resilienza, della solidarietà, dell’ amicizia.”




Canada. La bandiera italiana nella terra di Baffin

Monte Volpedo dal ghiacciaio della Lepre Bianca. Terra di Baffin. Spedizione CAI Tortona

Giorgio Gualco Mount Sigurd 1972. Terra di Baffin Cordigliera Artica Canada. Foto bn mm 228 x 290. Veduta dal campo al Summit.Giancamillo Cortemiglia, Remo Terranova, Giampaolo Guidobono Cavalchini, Giorgio Gualco, Carlo Boati, Franco Baravalle, Matteo Visconti di Modrone, Pier Luigi Airoldi, Alberto Dalla Rosa, Dino Piazza, Serena Sauli, Maria Antonia Sironi: chissà quanti italiani conoscono questi nomi e ne ricordano i gesti. Uomini impegnati a sconfiggere gli ultimi brandelli di una natura irrequieta, nelle estreme terre dei nostri emisferi. Pochi in effetti associano questi nomi a una spedizione giunta nella Terra di Baffin nel 1972 e alla loro guida Bruno Barabino, vero e proprio superstite di una stirpe di esploratori che ha fatto dell’Italia la terra dei viaggiatori. Sono passati ventotto anni da quella impresa e ancora una volta non è rimasto molto delle fatiche sovrumane cui si sottoposero i componenti della spedizione italiana nell’Artico Canadese. Gli eroi del freddo vengono ricordati soltanto nelle associazione degli “addetti ai lavori” e della loro storia la gran parte della popolazione italiana (dentro e fuori i confini dell’Italia) ignora praticamente tutto.

Eppure nel 1972 si organizzò, si realizzò e si completò una delle ultime esplorazioni umane sul globo terrestre, anche se gli occhi del mondo erano rivolti alla Luna e allo spazio e i televisori si occupavano più delle imprese degli Apollo e delle Sojuz.

Veterano di quella spedizione era Bruno Barabino, considerato oggi nel novero dei maggiori cinquanta esploratori italiani di tutti i tempi, incluso in un elenco nei quali spiccano i nomi di Colombo e di Vespucci, di Caboto e di Verrazzano, di Pancaldo e di Malaspina. Nato a Tortona il 6 settembre del 1910, Barabino si era laureato in medicina con specializzazione in ginecologia, dedicando a questa professione la stessa passione con la quale praticava lo sci d’alpinismo. Istruttore militare di sci presso il Secondo Gruppo d’Armata e ufficiale medico durante i tragici anni della campagna di Russia, ottenne per la sua abnegazione la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ricevendo l’encomio direttamente sul campo. Ma quello premiato in guerra era un uomo che aveva già conosciuto le difficoltà delle condizioni estreme e nel 1963 egli divenne presidente della sezione di Tortona del Club Alpino Italiano, istituzione che ha regalato all’Italia numerosi protagonisti. Parente di Gaetano Casati (compagno e amico dell’esploratore Henry Morton Stanley), amico personale di Luigi Amedeo di Savoia, Barabino organizzò in dieci anni di presidenza 12 esplorazioni in vari continenti, e in Groenlandia, nel 1966 fu protagonista di un clamoroso ritrovamento di necropoli di Norreni e Skraeling, nonché della scoperta del lago Smeraldo (lago nelle cui rocce erano presenti effettivamente degli smeraldi). Sempre in Groenlandia il gruppo da lui guidata conquistò due vette e le battezzò con il nome di Colle Alessandria e “Gabriele Boccalatte”.

In quel 1972, l’inarrestabile esploratore aveva già Sessantadue anni, ma questo non lo fermò dal tentare un’altra audace impresa alla conquista della Natura estrema. Quella alla Terra di Baffin fu in effetti la prima spedizione europea e durante la permanenza italiana vennero effettuati numerosi studi metereologici, lavori geomorfologici e venne altresì impostata una stazione al centro della penisola di Cumberland. Furono diverse le ascensioni portate a termine dal combattivo gruppetto italiano e tra essi vanno segnalate la “Cima Marta” e la” Cima Volpedo”, in ricordo della permanenza italiana. Esplorato anche il ghiacciao del Liévre Blanche, Barabino e compagni ritornarono in Italia raccogliendo il plauso degli esponenti scientifici e qualche attenzione da parte dei mass-media, finendo ben presto nel dimenticatoio.

Ma questo non influì sulla volontà dell’esploratore tortonese di continuare nel suo girovagare terrestre. Nel 1976 egli ripartì così alla volta delle Ande Peruviane Centrali, nella valle del Pumarinri, nella Cordigliera di Huayuash. In questo lembo di paradiso naturale Barabino compì nuove ascensioni ( e tra esse vanno ricordate la conquista del Cerro Mitopunta, del Cerro Fior d’Alpe, del Cerro Gociapampa, della Cima Micheli e della Cima Brixa) nonché numerosi studi medico-naturalistici e meteorologici in collaborazione con l’Aeronautica Militare Italiana. In quella spedizione vennero tra l’altro salvate in extremis due componenti colpiti da una gravissima forma di edema polmonare e cerebrale.

Per un uomo di sessantasei anni le scalate sulla Cordigliera andina dovrebbero bastare a soddisfare la sete della conoscenza, così come il ricordo della estrema natura della Terra di Baffin. Non fu così per Barabino che continuò le sue scalate e si trasformò in documentarista, esplorando nuove terre nel Nepal e delle Isole Svalbard.

Da quell’esaltante esperienza uscì anche un suggestivo libro, “Terra di Baffin”, scritto con acume da Maria Antonia Sironi, la quale raccontò con dovizia di particolare la difficile impresa. Aggregatasi al gruppo in qualità di naturalista, la Sironi affiancò per alcune settimane l’esploratore canadese Patrick D. Baird, e scalò con perizia le vette ghiacciate di quelle terre estreme. Nelle pagine del libro sono state evidenziate soprattutto la maestosità della Natura e l’adattamento della spedizione a quegli elementi estremi, troppo spesso ricercati da sprovveduti avventurosi per gusto della sfida. Barabino, Sironi e gli altri non appartenevano a quella genìa e l’avanzata età del primo era discriminante solo per i periodi di recupero, tra un’impresa e l’altra. Barabino era di nuovo in campo, impegnato sullo stesso Continente, anche se nella parte subcontinentale meridionale.  Soltanto la malattia, una vecchia ferita regalatagli dal fronte sul Don, fermò definitivamente il viaggiatore tortonese votato alle scoperte geografiche e alpinistiche. Bruno Barabino morì il 28 settembre del 1996 portando con sé uno degli ultimi brandelli della storia esplorativa terrestre.




Canada. Il reciproco riconoscimento delle patenti tra Italia e Quebec

15lamarca

15lamarca “Ieri sono intervenuta alla Camera per chiedere al Governo di dare risposta alla mia interrogazione, presentata addirittura il 17 giugno 2019, sulla definizione del protocollo Italia-Quebéc per il reciproco riconoscimento delle patenti di guida”. Così Francesca La Marca, deputata Pd eletta in Centro e Nord America, che ricorda: “l’accordo quadro tra Italia e Canada sul riconoscimento delle patenti di guida è stato concluso a marzo del 2017. Per essere operativo, tuttavia, è necessario che esso sia tradotto in accordi diretti con le singole Province canadesi, titolari della competenza in questa materia. Da oltre due anni sono iniziati i contatti tra i rappresentanti dell’Italia e del Québec per giungere all’accordo operativo, ma nonostante le ripetute sollecitazioni, tra le quali a più riprese le mie, non si è ancora arrivati a una conclusione”.
“Con questo ennesimo invito che ho rivolto dall’aula della Camera alle parti impegnate nella definizione dell’accordo – sottolinea la deputata – mi sono fatta portavoce delle attese e degli interessi di un significativo numero di cittadini italiani e di cittadini canadesi. Da anni attendono una soluzione e non smettono di chiedere che la loro legittima attesa abbia finalmente termine”.




Una storia umanissima da un villaggio sul Fraser

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Beppe Gandola Mi piace condividere con i lettori di Italian’s News un brano scritto tempo addietro ma tuttora attuale per i significati esemplari che contiene. Una vita provata e tribolata, ma ricca di tenacia, spirito di sacrificio e assiduo lavoro.

Giuseppe Gandola, dal lago di Como a Vancouver, passando per Londra e Parigi: “da povero che era” ha saputo camminare, imparare, lottare e… vincere. Con a fianco la dolce e altrettanto determinata Sandra, un’australiana incontrata quasi mezzo secolo fa in Europa e diventata sua moglie, sta ora godendo da pensionato i frutti di un’esistenza sobria ma serena.

“La vita continua” non è certo un detto banale, specialmente in questo caso. Beppe e Sandra, negli ultimi due anni, sono diventati nonni di due splendidi bimbi, Charlotte e Oscar, nati rispettivamente dai loro figli John e Claire.

La storia umanissima di Beppe, quasi un romanzo da lui stesso raccontato in inglese in “Out of the Black Pot”, può essere letta anche online > https://www.amazon.com/Out-Black-Pot-Giuseppe-Gandola-ebook/dp/B006X66QBW

DA POVERO CHE ERA …

Per decenni sono andata alla ricerca di storie semplici di italiani da raccontare. Dal Brasile al Guatemala, dal Messico alla California: quante lezioni di umanità nei personaggi intervistati! Di recente ho scoperto un’altra persona speciale nello stesso villaggio di pescatori e agricoltori dove risiedo da oltre due decenni. “Ma quando, come e perché è arrivato a Ladner, in questo delta del Fraser a sud di Vancouver?’ chiedo a Beppe Gandola, benestante pensionato, già gestore e proprietario del ristorante La strada, chiuso qualche anno fa.

«È scritto in questo libro» risponde, facendomi omaggio del suo Out of the Black Pot, oltre trecento pagine in chiaro e fluido inglese, a memoria di una vita combattuta con determinazione per riscattarsi da condizioni di estrema povertà.

“La mia storia ha inizio a Begola, a sei chilometri da Bellagio, sul lago di Como: è là che sono nato, sesto di sette figli, da papà Giovanin e mamma Gina” racconta Beppe. Lombardo di nascita, questo ex ristoratore porta però un cognome di origine veneziana (Gandola è una storpiatura di «gondola», la tipica imbarcazione lagunare alla cui fabbricazione si dedicavano gli antenati del nostro protagonista).

A metà anni Quaranta, quando in Italia le ferite del secondo conflitto mondiale erano ancora sanguinanti, il lavoro scarseggiava e molte famiglie, specialmente quelle numerose, soffrivano la fame, il freddo e l’isolamento.

I nove Gandola abitavano sulla montagna prospiciente il lago di Como, in una casetta di sassi costituita da due stanze più un bugigattolo abitato da un asino e da una capra. Tutto intorno si estendeva il bosco, fonte di legna per il focolare, ma anche riserva di animaletti, castagne, erbe selvatiche e funghi da cucinare in casa, nell’affumicata pignatta appesa sopra il fuoco (da cui il titolo del libro).

Papà Giovanin riparava ombrelli e, di tanto in tanto, andava in paese a vendere erbe. Mamma Gina, dopo la nascita dell’ultimogenito Teo, non resse al dolore per la tragica morte del primogenito Stefano e fu ricoverata per malattia mentale. Quanto al sesto figlio, Beppe, appena terminata la quinta elementare fu mandato a lavorare in una trattoria a trenta chilometri da casa. Puliva pavimenti e riempiva bicchieri di vino: quattordici ore al giorno, per quattro anni. Come dormitorio un sottoscala: “il mio rifugio e un posto per piangere” ricorda il nostro protagonista. Ma da quella durissima prova nacque il riscatto. Beppe Gandola decise di specializzarsi nel settore dell’ospitalità e della ristorazione.

Dal Due Torri di Lecco all’Hotel du Lac di Bellagio, dove il 30 giugno 1963 fu ospitato John Fitzgerald Kennedy, allora presidente degli Stati Uniti (“Mi sorrise e mi strinse la mano. È stato meraviglioso. Avrei voluto dirgli qualcosa, ma la lingua inglese mi era ancora sconosciuta”), il giovane Gandola prestò servizio in alberghi prestigiosi. Diventato poliglotta dopo anni di lavoro in Germania, Belgio e Inghilterra, a metà anni Settanta sposò l’australiana Sandra e si trasferì in Canada. Portava all’elegante Panorama Roof dell’Hotel Vancouver l’esperienza maturata al Savoy Hotel di Londra, dove aveva servito personaggi celebri del cinema e membri della famiglia reale. Comprò casa a Ladner, dove i figli John e Claire sono cresciuti.

Oggi Beppe e Sandra, dopo una vita di sacrifici e duro lavoro, scorrazzano felici per il Nord America in motorhome, la loro casa viaggiante.