Haiti, allarme fake news: «Catturati Barbecue e il capo dei 400 Mawozo». Ma non ci sono conferme

collage de noticias sobre haití

Sui social circolano immagini e messaggi che annunciano l’arresto di due dei più noti capi delle bande haitiane. Le verifiche disponibili non confermano le catture. Intanto continua la ricerca dei quattro militari salvadoregni scomparsi e San Salvador prepara una nuova operazione con oltre 2.000 uomini.

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La crisi di Haiti è diventata anche terreno di disinformazione. Mentre il Paese resta sotto la pressione delle bande armate e cresce la tensione internazionale per la scomparsa di quattro militari salvadoregni, su Instagram e altri social network circolano messaggi che annunciano la cattura di alcuni dei più noti capi criminali haitiani.

Tra le notizie più diffuse figurano la presunta cattura di Jimmy Chérizier, conosciuto come “Barbecue”, e quella di Wilson Joseph, indicato come capo della banda 400 Mawozo.

Ma è necessario fare chiarezza: al 29 ottobre 2026 non risultano conferme ufficiali o riscontri indipendenti attendibili che dimostrino l’arresto di Barbecue o di Wilson Joseph. Le immagini pubblicate sui social, da sole, non costituiscono una prova.

Barbecue arrestato? La notizia non è confermata

Jimmy Chérizier, ex agente di polizia diventato uno dei principali dirigenti delle organizzazioni armate haitiane, è associato alla coalizione criminale Viv Ansanm, attiva soprattutto nell’area di Port-au-Prince.

Il suo nome è comparso in una pubblicazione virale che sostiene che sarebbe stato catturato dalle forze salvadoregne e trasferito in un carcere di massima sicurezza. Tuttavia, le verifiche pubblicate finora non hanno trovato prove sufficienti per confermare l’arresto né un annuncio ufficiale che documenti la presunta operazione.

Anche in passato sono circolati filmati attribuiti a Barbecue accompagnati da traduzioni false o da descrizioni fuorvianti. Un video diventato virale nel 2025, per esempio, gli attribuiva minacce contro la Repubblica Dominicana che non erano presenti nel messaggio originale, come ha verificato EFE Verifica.

Per questo motivo, le immagini che circolano oggi devono essere considerate non verificate fino a quando non emergano prove concrete.

E il capo dei 400 Mawozo?

Un’altra voce riguarda Wilson Joseph, noto anche come Lanmò San Jou, indicato come uno dei principali dirigenti della banda 400 Mawozo.

Il suo nome è tornato al centro dell’attenzione dopo l’imboscata del 18 ottobre nella zona di Croix-des-Bouquets, a est della capitale haitiana, durante la quale sono scomparsi quattro tecnici militari salvadoregni impegnati nella missione internazionale di sicurezza.

Alcuni resoconti locali hanno collegato l’attacco alle bande presenti nell’area, ma la responsabilità non è stata accertata pubblicamente. Joseph ha negato il coinvolgimento e ha respinto le accuse relative alla sorte dei quattro salvadoregni.

È circolata anche una notizia, attribuita a una pubblicazione su Instagram, secondo cui il capo dei 400 Mawozo avrebbe chiesto una soluzione pacifica della vicenda. Questa versione non ha ricevuto una conferma indipendente sufficiente.

Anche per Wilson Joseph, quindi, non è possibile affermare che sia stato catturato.

La notizia concreta: El Salvador prepara una grande operazione

Mentre sui social si moltiplicano gli annunci non verificati, gli sviluppi documentati riguardano soprattutto i quattro tecnici militari salvadoregni scomparsi.

Il presidente Nayib Bukele ha annunciato un’operazione per ritrovarli e ottenere la loro liberazione. Il Ministero degli Esteri salvadoregno ha inoltre comunicato l’intenzione di dispiegare oltre 2.000 militari ad Haiti nell’ambito dell’intervento.

I quattro uomini sono scomparsi dopo che il loro veicolo blindato è stato attaccato e incendiato. Resti umani recuperati sul posto sono stati inizialmente associati alla vicenda, ma Bukele ha contestato che appartenessero ai suoi uomini. Le identità non risultavano ancora confermate nelle ultime informazioni disponibili.

La situazione è quindi molto seria, ma non coincide con quanto raccontano alcuni post virali: l’arrivo di rinforzi militari non dimostra che i capi delle bande siano stati arrestati.

Come riconoscere le notizie false su Haiti

In una crisi caratterizzata da combattimenti, rapimenti e informazioni frammentarie, una fotografia può essere riciclata da un episodio precedente, un filmato può provenire da un altro Paese e una traduzione può alterare completamente il significato delle parole pronunciate.

Prima di condividere una notizia sulla cattura di un capo criminale è opportuno verificare se esistano comunicati delle autorità haitiane o salvadoregne e conferme da parte di agenzie di stampa indipendenti. È importante anche controllare la data e l’origine delle immagini.

La cattura di Barbecue o di Wilson Joseph sarebbe uno sviluppo di grande rilevanza per la sicurezza haitiana e regionale. Proprio per questo, non può essere annunciata come un fatto acquisito sulla base di una fotografia o di un messaggio pubblicato sui social.

Una crisi reale, anche senza le notizie virali

La smentita delle voci non riduce la gravità della situazione. Le bande continuano a esercitare una forte influenza su ampie zone di Haiti, mentre la popolazione affronta violenze, sfollamenti e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali.

La Repubblica Dominicana segue gli sviluppi con attenzione per le possibili ripercussioni sulla sicurezza della frontiera. Tuttavia, anche su questo fronte, è necessario distinguere i rischi reali dalle previsioni allarmistiche non dimostrate.

La conclusione, allo stato delle informazioni disponibili, è netta: non è confermata la cattura né di Barbecue né del capo dei 400 Mawozo. I quattro salvadoregni restano il centro di una delicata operazione internazionale e la loro sorte non è stata chiarita.

In un momento tanto delicato, la verifica delle notizie è parte integrante dell’informazione: diffondere una cattura non confermata significa alimentare confusione proprio quando servono fatti certi.

Fonti: Associated Press, Reuters, Anadolu Agency, EFE Verifica e verifiche sulla disinformazione pubblicate il 23-29 ottobre 2026. Le informazioni sono aggiornate al 29 ottobre 2026.




Haiti, mille soldati salvadoregni contro le bande armate e la Repubblica Dominicana rafforza la frontiera

montaje documental de haití en crisis

La scomparsa di quattro tecnici militari dopo un’imboscata ha provocato una nuova escalation. Bukele invia rinforzi ad Haiti, mentre Abinader aumenta la sorveglianza al confine: resta il timore che il deterioramento della sicurezza abbia conseguenze anche sul Paese vicino.

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La crisi di Haiti entra in una nuova fase. Circa mille militari salvadoregni sono stati inviati nel Paese caraibico dopo la scomparsa di quattro connazionali appartenenti alla missione internazionale di sicurezza, finiti nel mirino di uomini armati durante un’imboscata nei pressi di Port-au-Prince. La decisione del presidente salvadoregno Nayib Bukele amplia sensibilmente la presenza militare del suo Paese e apre interrogativi sull’intensità delle prossime operazioni contro le bande criminali.

La notizia, riferita da Reuters il 27 ottobre, arriva mentre Haiti continua a essere attraversata da una violenza che le autorità locali e le forze internazionali faticano a contenere. La situazione interessa da vicino anche la Repubblica Dominicana, che condivide con Haiti l’unica frontiera terrestre dell’isola di Hispaniola e ha già rafforzato il dispositivo militare lungo il confine.

Quattro uomini scomparsi dopo l’attacco

Il caso che ha innescato la nuova escalation risale al 18 ottobre. Quattro tecnici dell’aeronautica salvadoregna, impegnati nella missione internazionale contro le bande, sono scomparsi dopo che il veicolo blindato sul quale viaggiavano è stato attaccato e incendiato nella zona di Croix-des-Bouquets, alla periferia della capitale haitiana.

Il presidente Bukele ha annunciato un’operazione per ritrovare i suoi uomini e ha chiesto che vengano restituiti sani e salvi, minacciando una risposta molto più dura qualora non si riuscisse a chiarire la loro sorte.

Il mistero, tuttavia, rimane. La forza internazionale ha ricevuto resti umani che potrebbero essere collegati alla vicenda, ma non ne è stata confermata l’identità. Bukele ha dichiarato che, secondo le informazioni in suo possesso, quei resti non appartengono ai quattro salvadoregni. Anche il capo della banda 400 Mawozo, Wilson Joseph, ha negato di averli in ostaggio e ha respinto le accuse di coinvolgimento nell’attacco.

Al momento non è stata accertata pubblicamente la responsabilità di una specifica organizzazione criminale.

Arrivano i rinforzi da El Salvador

Secondo una fonte della sicurezza haitiana citata da Reuters, circa mille soldati salvadoregni sono arrivati ad Haiti attraverso una serie di trasferimenti aerei. Gli Stati Uniti hanno fornito alcuni velivoli da trasporto militare C-130 per facilitare il dispiegamento.

Non è ancora chiaro chi avrà il comando operativo del nuovo contingente, per quanto tempo resterà nel Paese e se tutti i militari agiranno all’interno della catena di comando della missione internazionale sostenuta dalle Nazioni Unite.

La questione è importante. Prima di questo nuovo arrivo, El Salvador aveva già contribuito alla missione con almeno 124 persone, soprattutto personale tecnico e addetti alle evacuazioni sanitarie. Il nuovo dispiegamento potrebbe ampliare considerevolmente la capacità d’intervento contro i gruppi armati.

La forza internazionale di soppressione delle bande, nota con la sigla inglese GSF, conta circa 2.000 effettivi, ancora molto al di sotto dei 5.500 previsti. Nonostante il sostegno internazionale, la situazione sul terreno non ha registrato miglioramenti sufficienti a restituire sicurezza alla popolazione.

Un Paese ostaggio delle bande

La crisi haitiana non riguarda soltanto gli scontri armati. Le organizzazioni criminali hanno consolidato il controllo su vaste aree della capitale e di altre zone, imponendo estorsioni, attaccando infrastrutture e costringendo migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case.

Secondo le stime riportate dalle Nazioni Unite e riprese dalle agenzie internazionali, gli sfollati interni sono ormai circa 1,5 milioni. Una parte consistente della popolazione vive in condizioni di estrema precarietà, mentre la debolezza delle istituzioni rende difficile garantire servizi essenziali, protezione e accesso agli aiuti.

Il problema è anche politico. Haiti è da anni priva di una normale stabilità istituzionale e le elezioni sono state ripetutamente rinviate a causa dell’insicurezza. Senza un controllo effettivo del territorio, organizzare un voto credibile e ripristinare l’autorità dello Stato rimane un obiettivo difficile da raggiungere.

La presenza di altri militari stranieri potrebbe aumentare la pressione sulle bande, ma comporta anche rischi. Le operazioni nei quartieri controllati dai gruppi armati devono evitare di coinvolgere i civili, che spesso non hanno la possibilità di lasciare le proprie abitazioni.

La Repubblica Dominicana alza la guardia

A Santo Domingo, gli sviluppi vengono seguiti con particolare attenzione. Il presidente Luis Abinader ha dichiarato di essere in contatto con Bukele e di essere disponibile a offrire sostegno logistico e d’intelligence alle operazioni salvadoregne.

Il governo dominicano ha inoltre rafforzato la presenza militare alla frontiera meridionale, aggiungendo due battaglioni al dispositivo già esistente e potenziando la sorveglianza con mezzi blindati, velivoli e droni. Secondo le dichiarazioni riportate dalla stampa dominicana, prima del rinforzo erano presenti nella zona circa 11.000 militari.

La linea di Santo Domingo è quella di impedire che l’aggravarsi del conflitto produca conseguenze dirette sul territorio nazionale. Il rafforzamento delle difese, tuttavia, non significa che sia stato accertato un piano delle bande haitiane per attraversare il confine e attaccare la Repubblica Dominicana.

È necessario distinguere tra un rischio preventivamente considerato dalle autorità e una minaccia concreta della quale siano disponibili prove. Le informazioni pubbliche non dimostrano, al momento, che le bande stiano preparando un’incursione organizzata oltre la frontiera.

Una nuova escalation, ma senza garanzie di successo

L’arrivo dei militari salvadoregni rappresenta un cambiamento significativo nell’impegno internazionale ad Haiti. Resta però da capire se il contingente opererà esclusivamente per recuperare i quattro uomini scomparsi o parteciperà anche a operazioni più ampie contro le organizzazioni criminali.

È altrettanto importante conoscere le regole d’ingaggio, la struttura di comando e il coordinamento con le altre forze presenti sul territorio. Senza questi elementi, è prematuro prevedere quale sarà l’effetto concreto del nuovo dispiegamento.

Per la Repubblica Dominicana, la priorità resta la sicurezza della frontiera e la prevenzione di possibili ripercussioni. Per Haiti, invece, la sfida è ancora più profonda: impedire che le bande continuino a sostituirsi allo Stato e creare le condizioni minime per il ritorno della vita civile e delle istituzioni democratiche.

Il destino dei quattro salvadoregni rimane il punto più urgente. Ma, anche se la loro sorte venisse chiarita, la crisi haitiana non si risolverebbe con una singola operazione militare. Il Paese ha bisogno di sicurezza duratura, istituzioni funzionanti e una prospettiva politica credibile. Fino ad allora, l’instabilità continuerà a pesare sull’intera isola.

 




Haiti, Bukele manda i reparti speciali a caccia delle bande: quattro salvadoregni scomparsi, la Repubblica Dominicana alza la guardia

operación internacional en haití

Il presidente di El Salvador rafforza la presenza militare ad Haiti dopo l’imboscata contro quattro tecnici aeronautici della missione internazionale. Resti umani recuperati nella zona non sono stati identificati con certezza. Abinader offre collaborazione logistica e d’intelligence, ma esclude l’invio di soldati dominicani.

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La crisi di Haiti entra in una fase particolarmente delicata. Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha inviato rinforzi militari e reparti speciali per partecipare alle operazioni di ricerca di quattro connazionali scomparsi dopo un attacco attribuito a uomini armati nella periferia di Port-au-Prince. La vicenda ha provocato una nuova escalation delle tensioni con le bande criminali che controllano vaste aree della capitale haitiana e ha richiamato direttamente in causa la Repubblica Dominicana, preoccupata per le conseguenze della crisi sul proprio territorio.

I quattro uomini sono tecnici aeronautici salvadoregni assegnati alla Gang Suppression Force (GSF), la forza internazionale sostenuta dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti per aiutare la polizia haitiana a contrastare le organizzazioni criminali. Non erano impegnati in una normale operazione di combattimento: il loro ruolo era legato alle attività tecniche e di supporto della missione.

Il 18 ottobre, mentre rientravano verso la loro base a bordo di un veicolo blindato nella zona di Santo, nel comune di Croix-des-Bouquets, il mezzo è stato attaccato da uomini armati e incendiato. I quattro sono riusciti ad abbandonare il veicolo, ma da quel momento se ne sono perse le tracce. Le autorità ritengono che possano essere stati sequestrati dalle bande presenti nella zona.

Bukele invia rinforzi e minaccia una risposta più dura

La reazione di Nayib Bukele è stata immediata. Il presidente salvadoregno ha annunciato un’operazione militare per localizzare i quattro uomini e riportarli a casa vivi e incolumi. Ha inoltre avvertito i responsabili che, se i suoi connazionali non saranno restituiti, la risposta sarà molto più incisiva.

San Salvador ha quindi rafforzato la propria presenza ad Haiti con l’arrivo di militari specializzati nelle operazioni di ricerca e soccorso. Secondo le ricostruzioni pubblicate negli ultimi giorni da Associated Press e dal Washington Post, il contingente iniziale è stato seguito da ulteriori rinforzi, nell’ambito di un’operazione che coinvolge anche la forza internazionale e le autorità haitiane.

L’obiettivo è individuare i quattro dispersi e ricostruire che cosa sia accaduto dopo l’attacco. Ma il terreno è estremamente difficile: l’area è sotto l’influenza di gruppi armati che conoscono il territorio, dispongono di armi pesanti e possono ostacolare gli spostamenti delle forze di sicurezza.

Non è soltanto una missione di ricerca. Il sequestro, se confermato, rappresenterebbe anche una sfida diretta alla credibilità della presenza internazionale, chiamata a sostenere la sicurezza di un Paese nel quale le autorità faticano a esercitare il controllo su vaste porzioni del territorio.

I resti umani recuperati: il mistero non è risolto

La vicenda è diventata ancora più drammatica quando, nei giorni successivi all’imboscata, sono stati recuperati resti umani che si sospettava potessero appartenere ai quattro salvadoregni.

La Gang Suppression Force ha confermato di aver ricevuto i resti attraverso un’organizzazione umanitaria, precisando tuttavia di non essere in grado di confermarne l’identità. Bukele ha respinto la notizia secondo cui si tratterebbe dei suoi uomini, sostenendo che gli elementi esaminati non corrisponderebbero ai quattro tecnici scomparsi.

Al momento, dunque, il destino dei quattro resta ufficialmente sconosciuto. Non è stato accertato che siano morti e non vi sono conferme indipendenti che siano ancora prigionieri delle bande.

È un’incertezza drammatica per le famiglie, che attendono notizie, ma anche un problema operativo per le autorità. Senza informazioni affidabili sulla loro posizione, ogni tentativo di avvicinamento può diventare rischioso.

La priorità dichiarata da Bukele è riportarli a casa. La ricerca dovrà però fare i conti con la necessità di non esporre ulteriormente i militari e la popolazione civile a nuovi scontri.

Chi controlla il territorio?

L’imboscata è avvenuta in un’area dove operano diverse organizzazioni criminali. Tra i gruppi presenti nella zona figurano Chèn Méchan e 400 Mawozo, ma non è stata accertata pubblicamente una responsabilità definitiva per il rapimento dei quattro salvadoregni.

Il problema è strutturale. Le bande non si limitano a compiere sequestri o estorsioni: in molte zone controllano strade, quartieri e collegamenti strategici, condizionando gli spostamenti dei residenti e delle forze di sicurezza.

La missione internazionale è stata creata per sostenere le autorità haitiane nel contrasto a questa situazione, ma deve ancora raggiungere l’organico previsto. Le fonti internazionali descrivono una forza che dispone di poco più di 2.000 effettivi, contro un obiettivo di circa 5.500. Questo divario limita la capacità di mantenere una presenza stabile su un territorio molto vasto e pericoloso.

Un’operazione militare più intensa potrebbe consentire di individuare i dispersi o colpire alcune strutture delle bande, ma potrebbe anche provocare nuovi combattimenti. Gli analisti hanno avvertito dei rischi per i civili, già duramente colpiti da anni di violenza, sfollamenti e crisi dei servizi essenziali.

La questione non è quindi soltanto la potenza militare impiegata. È anche la capacità di ottenere informazioni attendibili, distinguere i responsabili e impedire che la ricerca dei quattro uomini provochi un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria.

Abinader sostiene Bukele, ma esclude l’intervento militare dominicano

Gli sviluppi di Haiti vengono seguiti con particolare attenzione a Santo Domingo. Il presidente Luis Abinader ha confermato di aver parlato due volte con Bukele per discutere la situazione e le forme di collaborazione possibili.

Il capo dello Stato dominicano ha offerto sostegno logistico e d’intelligence alle operazioni, ma ha escluso l’invio di militari dominicani a combattere sul territorio haitiano. Ha inoltre ribadito la necessità di proteggere il confine e impedire che le bande armate si avvicinino alla frontiera tra i due Paesi.

La posizione di Santo Domingo riflette un equilibrio difficile. La Repubblica Dominicana ha interesse a evitare che l’instabilità haitiana si estenda oltre confine, ma un intervento diretto potrebbe comportare rischi militari e politici significativi.

La frontiera è già un punto sensibile per la sicurezza, l’immigrazione e i rapporti tra i due Paesi. Ogni deterioramento della situazione ad Haiti può avere conseguenze sul controllo dei passaggi, sul commercio e sulla gestione delle persone che cercano di lasciare le aree più pericolose.

Per questo il governo dominicano segue gli sviluppi e rafforza la vigilanza, senza impegnarsi ufficialmente in un’operazione di combattimento.

Una crisi che riguarda tutti i Caraibi

Per gli italiani che vivono nella Repubblica Dominicana e negli altri Paesi caraibici, quanto sta accadendo ad Haiti non è una notizia lontana. La vicinanza geografica rende la crisi un tema concreto per la sicurezza regionale e per la stabilità di un’area nella quale turismo, trasporti, commercio e mobilità delle persone sono strettamente collegati.

La vicenda dei quattro salvadoregni mostra inoltre quanto sia difficile garantire la sicurezza internazionale quando le organizzazioni criminali sono radicate sul territorio e le istituzioni locali dispongono di risorse limitate.

La missione internazionale è chiamata a sostenere la polizia haitiana, ma non può risolvere da sola una crisi che richiede anche istituzioni funzionanti, servizi pubblici, condizioni economiche meno disperate e un percorso politico credibile.

Nel frattempo, la priorità immediata resta la sorte dei quattro uomini. Le autorità devono chiarire che cosa sia accaduto dopo l’imboscata, verificare l’identità dei resti recuperati e continuare le ricerche senza mettere inutilmente a rischio altre vite.

Haiti resta così al centro di una prova decisiva per la sicurezza caraibica. Bukele vuole riportare a casa i suoi uomini; Abinader cerca di proteggere la frontiera senza trascinare la Repubblica Dominicana in una guerra oltre confine. E mentre le bande continuano a esercitare il loro potere, quattro famiglie attendono ancora la notizia più importante: sapere dove sono i loro cari e se sono vivi.




Haiti, Bukele passa dalle minacce ai fatti: arrivano le forze speciali salvadoregne

operación militar entre ruinas y banderas
Dopo la scomparsa di quattro militari impegnati nella missione internazionale contro le bande armate, il presidente di El Salvador invia rinforzi in Haiti e promette una risposta più dura. La crisi mette alla prova la forza multinazionale e riaccende il dibattito sull’esportazione del modello di sicurezza salvadoregno.
operación militar entre ruinas y banderas

La crisi haitiana entra in una nuova fase. Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha deciso di rafforzare la presenza militare del proprio Paese in Haiti dopo la scomparsa di quattro tecnici salvadoregni appartenenti alla missione internazionale incaricata di sostenere la lotta contro le bande criminali.

La decisione arriva dopo giorni di tensione, segnati da un attacco contro un veicolo blindato e da un ultimatum rivolto direttamente ai gruppi armati. Bukele ha avvertito che, se i quattro uomini non saranno restituiti vivi e senza ferite, le operazioni contro i responsabili diventeranno molto più incisive.

Il 23 ottobre, tornando sulla vicenda, il presidente salvadoregno ha usato parole particolarmente dure, definendo le bande haitiane «sataniche» e dichiarando di confidare nella vittoria della missione. Una retorica che conferma la sua volontà di affrontare la crisi con un approccio fortemente repressivo.

Quattro uomini scomparsi dopo un’imboscata

I quattro salvadoregni sono tecnici dell’aviazione impiegati nella Gang Suppression Force (GSF), la forza internazionale di contrasto alle bande armate. Secondo quanto riferito da Bukele, il loro compito era legato soprattutto alle evacuazioni mediche e al supporto tecnico, non alle operazioni di combattimento.

Gli uomini sono scomparsi domenica 18 ottobre, dopo che il veicolo blindato sul quale viaggiavano è stato attaccato nella zona di Croix-des-Bouquets, alla periferia di Port-au-Prince. Il mezzo è stato colpito da colpi d’arma da fuoco ed esplosivi e ha preso fuoco. I quattro sono riusciti ad abbandonarlo, ma da quel momento non sono più stati localizzati.

Bukele ha annunciato l’avvio di un’operazione per rintracciarli e ha chiesto ai responsabili di liberarli vivi. La loro sorte, tuttavia, non risultava ancora chiarita nelle informazioni disponibili al 24 ottobre.

Il governo haitiano ha definito il loro recupero una «priorità assoluta», assicurando di aver convocato riunioni di alto livello e di coordinare le operazioni con la forza internazionale e la polizia nazionale.

Rinforzi da El Salvador

La risposta di Bukele non è rimasta sul piano delle dichiarazioni. Secondo le notizie pubblicate il 23 e 24 ottobre, El Salvador ha inviato rinforzi, comprese unità speciali, per sostenere le ricerche e le operazioni di sicurezza.

Il contingente salvadoregno si aggiunge agli uomini già presenti nell’ambito della missione multinazionale, alla quale partecipano anche altri Paesi. Le operazioni sono condotte in un contesto estremamente difficile, nel quale le bande controllano ampie aree della capitale e dispongono di armi e capacità organizzative che hanno più volte messo in difficoltà le forze di sicurezza.

Il dispiegamento dei rinforzi apre anche una questione operativa: coordinare le unità salvadoregne con le forze haitiane e gli altri contingenti internazionali sarà fondamentale per evitare sovrapposizioni e ridurre i rischi per la popolazione civile.

L’attacco contro i quattro tecnici rappresenta un test importante per la GSF, che ha il compito di contribuire al ripristino della sicurezza in un Paese nel quale le precedenti missioni internazionali non sono riuscite a stabilizzare durevolmente la situazione.

Il modello Bukele può funzionare in Haiti?

Il presidente salvadoregno ha costruito gran parte della propria immagine politica sulla lotta alle bande criminali in El Salvador. La sua strategia, caratterizzata da arresti di massa, stato d’eccezione e forte impiego delle forze di sicurezza, ha ridotto drasticamente la violenza delle gang secondo i dati ufficiali, ma ha suscitato anche critiche e denunce relative a detenzioni arbitrarie e violazioni dei diritti umani.

Trasferire quel modello in Haiti, tuttavia, non è un’operazione semplice. Le bande haitiane operano in un contesto diverso, segnato dalla debolezza delle istituzioni, dalla crisi politica, dalla povertà e dalla frammentazione del territorio. Non si tratta soltanto di gruppi criminali da arrestare, ma di organizzazioni armate che controllano strade, quartieri e importanti snodi economici.

La determinazione di Bukele può rafforzare la pressione sui responsabili della scomparsa dei quattro uomini. Non garantisce, però, che una strategia più aggressiva riesca a ristabilire la sicurezza nel lungo periodo. Gli esperti avvertono inoltre che operazioni condotte senza adeguate informazioni e coordinamento possono provocare vittime civili e aggravare il risentimento della popolazione.

La preoccupazione riguarda anche la Repubblica Dominicana

Per Santo Domingo, quanto accade dall’altra parte della frontiera non è una questione lontana. La crisi haitiana ha conseguenze dirette sulla sicurezza regionale, sui flussi migratori, sui rapporti commerciali e sulla stabilità dell’intera isola.

Un eventuale miglioramento della sicurezza in Haiti potrebbe contribuire a ridurre la pressione sulle comunità di confine e creare condizioni più favorevoli per la ripresa delle attività economiche. Al contrario, un’intensificazione dei combattimenti, accompagnata da nuove fughe della popolazione e da ulteriori interruzioni dei collegamenti, rischierebbe di aggravare una situazione già fragile.

La Repubblica Dominicana ha rafforzato negli ultimi anni il controllo della frontiera e mantiene una linea rigorosa sulla sicurezza e sull’immigrazione. Per questo, l’evoluzione delle operazioni internazionali in Haiti sarà seguita con particolare attenzione dalle autorità dominicane.

Una missione davanti alla prova più difficile

La vicenda dei quattro salvadoregni mette in evidenza il problema centrale della missione internazionale: disporre di uomini e mezzi non basta se le bande conservano la capacità di colpire, sequestrare e sottrarsi alle operazioni di sicurezza.

Bukele ha scelto di alzare il livello dello scontro, inviando rinforzi e promettendo una risposta più dura. Resta da vedere se le nuove forze riusciranno a localizzare i quattro tecnici e a riportarli a casa, e soprattutto se l’intervento potrà produrre risultati più duraturi per la popolazione haitiana.

Per ora, il primo obiettivo resta il loro recupero. La sfida più grande, però, è un’altra: impedire che Haiti continui a essere un territorio nel quale le bande armate possono sfidare lo Stato e mettere in pericolo anche le forze internazionali chiamate a ristabilire l’ordine.

 




Honduras e Italia rafforzano la cooperazione: il presidente Asfura incontra l’IILA a Roma

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Sviluppo sostenibile, innovazione tecnologica, sicurezza e nuove opportunità per le imprese al centro della visita del presidente honduregno. Firmato un nuovo accordo di cooperazione tra Tegucigalpa e l’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana.

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L’Italia e l’Honduras puntano a rafforzare il partenariato politico ed economico, ampliando la collaborazione in settori strategici che vanno dalla modernizzazione agricola alla transizione ecologica, dalla sicurezza all’innovazione scientifica. È questo il risultato della visita ufficiale a Roma del presidente della Repubblica dell’Honduras, Nasry Juan Asfura Zablah, ricevuto presso la sede dell’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana (IILA) dal segretario generale Giorgio Silli.

La delegazione honduregna comprendeva anche la ministra degli Esteri Mireya Agüero de Corrales, il ministro della Presidenza Juan Carlos García Medina e l’ambasciatore dell’Honduras in Italia, Mariano Jiménez Talavera.

L’incontro ha permesso di fare il punto sui programmi di collaborazione già avviati e di sottoscrivere una nuova intesa bilaterale, destinata a consolidare i rapporti tra l’organizzazione intergovernativa e il Paese centroamericano.

Agricoltura, ambiente e sicurezza

Nel corso dei colloqui sono stati evidenziati i risultati raggiunti nella modernizzazione dell’agricoltura, nella transizione ecologica e nel contrasto alla criminalità organizzata. Ambiti nei quali la cooperazione internazionale può contribuire allo scambio di competenze, al trasferimento di tecnologie e al rafforzamento delle istituzioni.

Particolare attenzione è stata riservata anche alle nuove sinergie scientifiche avviate con l’Agenzia Spaziale Italiana. La collaborazione riguarda la formazione nell’economia dello spazio e l’utilizzo dei dati satellitari, strumenti che possono trovare applicazione in numerosi settori, dal monitoraggio ambientale alla gestione delle risorse naturali e allo sviluppo delle attività produttive.

Durante la cerimonia, la ministra degli Esteri honduregna Mireya Agüero ha firmato l’accordo di cooperazione con l’IILA. Il segretario generale Giorgio Silli ha quindi consegnato al presidente Asfura la medaglia commemorativa del sessantesimo anniversario dell’organizzazione.

Silli ha sottolineato il valore della collaborazione con l’Honduras come esempio concreto del partenariato tra l’IILA e i Paesi latinoamericani, ribadendo l’obiettivo di creare nuove opportunità di crescita duratura.

Imprese italiane e mercato honduregno

La giornata si è conclusa con un tavolo di confronto economico e commerciale al quale hanno partecipato rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri italiano, di ICE Agenzia, SACE, Leonardo, Dedalus, Confartigianato, Confcommercio e Unioncamere.

L’incontro ha offerto l’occasione per individuare possibili sinergie tra il sistema imprenditoriale italiano e quello honduregno, con particolare attenzione alle opportunità di investimento, allo sviluppo tecnologico e alla cooperazione tra imprese.

Per l’Italia, l’Honduras rappresenta un interlocutore con cui ampliare i rapporti economici e rafforzare la presenza delle aziende in America Centrale. Per Tegucigalpa, il dialogo con le istituzioni e il mondo produttivo italiani può favorire l’accesso a competenze, tecnologie e nuove occasioni di collaborazione.

L’IILA conferma così il proprio ruolo di ponte tra l’Italia e l’America Latina, mettendo in relazione governi, istituzioni e operatori economici. La visita del presidente Asfura si inserisce in questo percorso, con l’obiettivo di trasformare il dialogo diplomatico in progetti concreti di sviluppo e cooperazione.

 

foto AISE




Honduras, la guerra alla siccità: aerei seminano le nuvole per far piovere

avión sembrador sobre valle y embalse

L’acqua arriva ormai a intermittenza in alcune zone della capitale, mentre migliaia di famiglie rurali hanno perso i raccolti. Il governo ha finanziato voli con ioduro d’argento per stimolare le precipitazioni, ma gli esperti avvertono: la tecnologia non può risolvere da sola una crisi idrica di queste dimensioni.

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In Honduras la speranza di vedere arrivare la pioggia viaggia anche a bordo di un aereo. Di fronte a una grave emergenza idrica, aggravata dalla siccità e dal fenomeno climatico El Niño, il governo ha avviato un programma di stimolazione artificiale delle nuvole: velivoli sorvolano le aree più colpite e disperdono ioduro d’argento per favorire la formazione delle gocce d’acqua e aumentare le precipitazioni.

L’iniziativa, affidata alla società messicana Startup Renaissance, punta soprattutto a sostenere le zone agricole del cosiddetto Corredor Seco, la fascia dell’America centrale particolarmente vulnerabile alla mancanza di piogge. Secondo la Secretaría de Agricultura y Ganadería honduregna, il programma prevede circa venti voli e mira a intervenire su aree agricole e bacini idrici strategici. A metà ottobre le autorità avevano comunicato di averne già effettuati diciotto.

Quando l’acqua arriva ogni nove giorni

La crisi si misura soprattutto nella vita quotidiana. A Tegucigalpa e nella vicina Comayagüela, la distribuzione dell’acqua è stata sottoposta a forti razionamenti: in alcuni quartieri, secondo le testimonianze raccolte da El País, i residenti possono attendere anche nove giorni, e in precedenza fino a quattordici, per ricevere acqua dai rubinetti per poche ore.

Le famiglie si organizzano come possono. Secchi, bottiglie e recipienti vengono sistemati nei cortili e sulle terrazze per raccogliere ogni goccia di pioggia. Per chi non dispone di cisterne o non può permettersi di acquistare acqua da fornitori privati, anche le attività più semplici diventano difficili: lavare i piatti, fare il bucato, garantire l’igiene dei bambini.

Nelle campagne la situazione è altrettanto preoccupante. Nel Corredor Seco, migliaia di famiglie contadine devono fare i conti con raccolti perduti e redditi compromessi. Quando la terra non produce, la crisi alimentare si trasforma rapidamente in una crisi economica e sociale. E per alcune famiglie l’idea di emigrare torna a sembrare l’unica possibilità.

Come funziona la «semina delle nuvole»

La tecnica non crea nuvole dal nulla e non può far piovere in un cielo completamente sereno. Gli aerei devono individuare formazioni nuvolose con condizioni adeguate di umidità e temperatura. In queste nubi viene disperso ioduro d’argento, una sostanza che può favorire i processi di formazione dei cristalli di ghiaccio e delle gocce, aumentando in determinate circostanze la probabilità di precipitazioni.

Il governo honduregno considera il programma una misura d’emergenza per sostenere agricoltura, allevamento e riserve idriche. Ma sull’efficacia reale della tecnica gli esperti invitano alla prudenza.

Le stime sui possibili incrementi delle precipitazioni variano sensibilmente e dipendono dalle condizioni meteorologiche. La stessa Organizzazione meteorologica mondiale sottolinea che la modifica artificiale delle precipitazioni resta un campo di ricerca complesso, nel quale è difficile attribuire con certezza a un intervento le piogge effettivamente cadute. La tecnica, inoltre, non può sostituire le politiche di gestione dell’acqua e non è sufficiente a cancellare una siccità prolungata.

Una soluzione d’emergenza, non una risposta definitiva

L’iniziativa ha suscitato speranze, ma anche dubbi. Gli agricoltori hanno bisogno di pioggia per salvare le coltivazioni; le città devono ricostituire le riserve dei bacini; le famiglie chiedono un servizio idrico affidabile. In una situazione simile, ogni possibilità di aumentare le precipitazioni merita di essere valutata, purché i risultati vengano misurati con criteri scientifici e indipendenti.

Il rischio è però affidarsi troppo a una soluzione spettacolare, trascurando interventi meno visibili ma indispensabili: ridurre le perdite nelle reti idriche, migliorare la capacità di raccolta e conservazione dell’acqua piovana, proteggere i bacini e sostenere le comunità agricole nelle stagioni difficili.

La crisi honduregna racconta una realtà che riguarda l’intera America centrale: quando le piogge diventano imprevedibili, a pagare il prezzo più alto sono spesso le famiglie con meno risorse per adattarsi.

Un aereo può tentare di stimolare una nube. Ma per garantire acqua a milioni di persone servono anche infrastrutture, pianificazione e investimenti duraturi. Perché la pioggia può offrire una tregua; non può, da sola, risolvere un’emergenza che si accumula da anni.




Terremoto a Panama, oltre 200 scosse di assestamento: quasi 900 abitazioni danneggiate

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Il sisma di magnitudo 7,7 ha colpito il Paese venerdì 9 ottobre. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale: almeno 27 feriti, danni a scuole, strade e ponti. Per il momento non risultano vittime.

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La terra continua a tremare a Panama, dove il violento terremoto di venerdì 9 ottobre ha lasciato dietro di sé abitazioni danneggiate, edifici lesionati e numerose comunità alle prese con le conseguenze dell’emergenza. A tre giorni dalla scossa principale, le autorità sono ancora impegnate nelle verifiche sul territorio, mentre la popolazione deve fare i conti con la paura di nuove scosse.

Secondo il bilancio diffuso domenica 11 ottobre dalle autorità e riportato da Reuters, sono state registrate oltre 200 scosse di assestamento. Almeno 27 persone sono rimaste ferite e quasi 900 abitazioni risultano danneggiate, ma il numero potrebbe aumentare con il completamento delle ispezioni nelle zone più difficili da raggiungere. Per ora non sono state segnalate vittime mortali.

Una scossa violentissima nel centro-sud del Paese

Il terremoto si è verificato venerdì alle 12:56, ora locale, con epicentro nei pressi di Tonosí, nella provincia di Los Santos, non lontano dalla costa pacifica. Il Servizio geologico degli Stati Uniti ha stimato una magnitudo di 7,7, mentre l’Istituto di Geoscienze dell’Università di Panama ha indicato 7,5.

La scossa è stata avvertita in gran parte del territorio nazionale, compresa la capitale, dove numerose persone sono uscite dagli edifici per timore di crolli. Nelle province centrali e meridionali si sono registrati danni a case, strutture pubbliche, chiese, alberghi e infrastrutture stradali.

In alcune località si sono verificati crolli parziali di edifici. Le immagini provenienti dalle aree colpite mostrano macerie, pareti lesionate e abitazioni che dovranno essere sottoposte a controlli prima di poter essere nuovamente occupate in sicurezza.

Scuole, abitazioni e ponti sotto verifica

Il bilancio dei danni materiali è particolarmente pesante. Le autorità hanno segnalato centinaia di edifici scolastici danneggiati, oltre a problemi in strutture sanitarie, edifici governativi e reti di servizio.

Anche la viabilità ha subito conseguenze significative: almeno 14 ponti nelle province di Veraguas e Los Santos risultano danneggiati, rendendo urgenti le verifiche e gli interventi necessari per garantire collegamenti sicuri alle comunità interessate.

Il presidente José Raúl Mulino ha visitato alcune delle zone colpite e ha sollecitato interventi rapidi per riparare strade e ponti e facilitare la distribuzione degli aiuti. La dichiarazione dello stato di emergenza nazionale consente al governo di mobilitare risorse straordinarie, con uno stanziamento potenziale fino a 100 milioni di dollari per le operazioni di soccorso e ripristino.

L’emergenza continua, ma il Canale di Panama funziona

Uno degli aspetti più importanti riguarda le infrastrutture strategiche del Paese. Nonostante la violenza del terremoto, il Canale di Panama ha continuato a funzionare regolarmente, senza interruzioni del traffico marittimo attribuite al sisma.

Le autorità hanno comunque mantenuto alta l’attenzione sulla sicurezza degli edifici e dei servizi pubblici. Le scosse successive, sebbene secondo gli esperti stiano diventando progressivamente meno intense e più distanziate, continuano a rappresentare un motivo di preoccupazione per chi vive nelle aree colpite.

Gli Stati Uniti hanno annunciato un contributo di cinque milioni di dollari in aiuti e l’invio di una squadra specializzata per collaborare alle operazioni di soccorso e alla valutazione delle infrastrutture.

La priorità è aiutare le famiglie

Dietro i numeri ci sono famiglie che hanno visto danneggiare le proprie case e che, in alcuni casi, non possono ancora rientrarvi senza rischi. Le verifiche tecniche, la disponibilità di alloggi temporanei e il ripristino dei servizi essenziali rappresentano ora le priorità.

La mancanza di vittime mortali è una notizia positiva, ma non riduce la gravità dei danni né le difficoltà che attendono le comunità coinvolte. Il quadro resta provvisorio e sarà necessario attendere ulteriori aggiornamenti per conoscere l’effettiva portata delle conseguenze del terremoto.

Panama è chiamata ad affrontare una fase delicata: garantire la sicurezza della popolazione, sostenere chi ha perso temporaneamente la propria abitazione e ripristinare le infrastrutture danneggiate. Nel frattempo, le autorità invitano a seguire le indicazioni della Protezione civile e a non rientrare negli edifici dichiarati non sicuri.

 




Forte terremoto a Panama: magnitudo 7,6, paura nella capitale e allerta tsunami revocata

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Due forti scosse hanno colpito il Paese centroamericano. Segnalati edifici danneggiati, evacuazioni e disagi nei trasporti. Nessuna vittima era stata confermata nelle prime comunicazioni di venerdì sera.

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Un violento terremoto di magnitudo 7,6 ha colpito venerdì 9 ottobre il sud di Panama, provocando momenti di panico nella capitale e in diverse zone del Paese. La scossa è stata registrata alle 17:56 UTC, con epicentro vicino a Pitaloza Arriba, nella provincia di Herrera, a una profondità relativamente ridotta.

Secondo le prime informazioni diffuse dall’Istituto geologico statunitense USGS, il sisma è stato inizialmente valutato con una magnitudo superiore, poi corretta a 7,6. Poco dopo è stata registrata una seconda forte scossa, di magnitudo 6,6, seguita da numerose repliche.

Edifici danneggiati e persone in strada

A Panama City la popolazione ha avvertito distintamente il terremoto. Molte persone sono uscite da abitazioni, uffici e centri commerciali per timore di nuove scosse. Nelle aree più vicine all’epicentro sono state segnalate crepe negli edifici, danni a strutture e strade e verifiche da parte dei vigili del fuoco.

Il presidente panamense José Raúl Mulino ha invitato la popolazione alla calma, chiedendo alle autorità competenti di riferire sugli effetti del sisma. Nelle prime comunicazioni di venerdì sera non risultavano vittime confermate, mentre erano in corso le verifiche sui danni e sulle eventuali persone ferite.

L’aeroporto internazionale di Tocumen ha sospeso temporaneamente le operazioni per consentire controlli precauzionali sulle strutture. Le scuole sono state chiuse e le autorità hanno chiesto ai cittadini di non intasare le linee telefoniche, lasciando spazio alle comunicazioni di emergenza.

L’allerta tsunami è stata ritirata

Dopo la scossa, il sistema statunitense di monitoraggio degli tsunami aveva diffuso un avviso di possibile minaccia per diverse aree affacciate sul Pacifico orientale, tra cui Panama, Costa Rica, Nicaragua, Colombia, Ecuador, Guatemala, El Salvador, Messico e Perù.

Successivamente, l’allerta è stata revocata. Il sito ufficiale dei centri statunitensi di allerta tsunami indica che non sono attualmente in vigore avvisi, allarmi o minacce tsunami relativi a questo evento. La revoca non elimina, naturalmente, la necessità di seguire le indicazioni delle autorità locali nelle zone colpite dal terremoto.

Cosa devono fare gli italiani presenti nel Paese

Panama è una destinazione frequentata da cittadini italiani per turismo, lavoro e attività imprenditoriali. Chi si trova nel Paese è invitato a seguire gli aggiornamenti delle autorità panamensi, evitare gli edifici danneggiati e non rientrare in strutture dichiarate non sicure prima dei controlli tecnici.

È importante anche verificare eventuali variazioni dei voli e degli spostamenti, soprattutto se ci si trova nelle province più vicine all’epicentro.

Il terremoto ha ricordato ancora una volta quanto sia importante la preparazione nelle aree soggette ad attività sismica. Le verifiche proseguono e il quadro dei danni potrà diventare più preciso nelle prossime ore.

Fonti: ANSA, Associated Press, USGS e U.S. Tsunami Warning Centers.

 

 




Guatemala, il caro carburante fa esplodere la protesta: diesel oltre 50 quetzales

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Il Guatemala sta affrontando una nuova emergenza economica legata al prezzo dei carburanti. In diverse zone del Paese il diesel ha superato i 50 quetzales al gallone, mentre l’aumento dei costi ha già provocato proteste e blocchi stradali.

La situazione sta mettendo sotto pressione sia le famiglie sia il settore dei trasporti, mentre il governo cerca di intervenire per limitare l’impatto dell’aumento dei prezzi internazionali del petrolio.

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Il diesel supera i 50 quetzales

Il problema riguarda soprattutto il diesel, fondamentale per camion, autobus e gran parte del trasporto commerciale.

In alcune stazioni di servizio il prezzo ha superato i 50 quetzales per gallone, un livello che sta rendendo sempre più costoso trasportare persone e merci all’interno del Paese.

Il rincaro non rimane quindi confinato al distributore. Quando aumenta il costo del trasporto, il prezzo tende a riflettersi anche sui prodotti alimentari e sulle altre merci.

È questo uno dei motivi per cui la questione è diventata rapidamente un problema politico ed economico nazionale.

Il governo vuole mettere un tetto ai prezzi

Il presidente Bernardo Arévalo ha chiesto di accelerare l’applicazione di una legge approvata dal Congresso per introdurre prezzi massimi sui carburanti.

Il provvedimento prevede un tetto di 39 quetzales per gallone per il diesel e la benzina regular e di 41 quetzales per la benzina superior, con validità prevista fino alla fine dell’anno.

Il problema è che la norma non è ancora entrata pienamente in vigore. Quattro obiezioni presentate in Parlamento hanno rallentato il procedimento e la questione dovrà tornare all’esame del Congresso.

Arévalo ha quindi chiesto che la procedura venga accelerata, sostenendo che il rincaro dei carburanti sta creando effetti sull’intera economia.

Dai distributori alle strade

Nel frattempo la protesta è arrivata sulle strade.

L’aumento del carburante ha provocato blocchi in diverse arterie del Paese, aumentando le difficoltà per il trasporto delle merci e per gli spostamenti quotidiani.

La situazione è particolarmente delicata per gli autotrasportatori, che non possono trasferire immediatamente tutti gli aumenti dei costi sui clienti.

Un camion che percorre centinaia di chilometri consuma infatti quantità considerevoli di diesel. Anche pochi quetzales in più per gallone possono trasformarsi, su scala commerciale, in un aumento significativo del costo del trasporto.

Il problema non è solo guatemalteco

Il Guatemala non è un caso isolato.

I prezzi dei carburanti sono aumentati in diversi Paesi dell’America Centrale. I dati comparativi pubblicati dal Ministero dell’Energia e delle Miniere guatemalteco mostrano differenze significative tra i vari mercati della regione.

In El Salvador, per esempio, dal 15 al 28 settembre la benzina superior viene venduta a circa 5,13-5,14 dollari al gallone, mentre la regular è intorno a 4,80-4,81 dollari e il diesel a 4,86 dollari.

Le differenze dipendono dalle quotazioni internazionali del petrolio, dalle imposte, dai sussidi e dalle politiche adottate dai singoli governi.

Quanto può durare la crisi?

È la domanda più difficile.

Il Guatemala sta cercando di contenere l’impatto attraverso prezzi massimi e interventi fiscali, ma queste misure non eliminano il problema alla fonte: il Paese continua a dipendere dalle importazioni di prodotti petroliferi.

Se le quotazioni internazionali rimarranno elevate, mantenere prezzi artificialmente più bassi comporterà un costo per le finanze pubbliche.

Il governo ha quindi davanti a sé un equilibrio difficile: proteggere consumatori e trasportatori senza creare un peso eccessivo sul bilancio dello Stato.

Un problema che può trasformarsi in inflazione

Il carburante è uno dei prezzi con l’effetto più ampio sull’economia.

Quando aumenta il diesel, aumentano i costi dei camion che trasportano alimenti, dei mezzi utilizzati dalle imprese e di molte attività produttive.

Per questo il caro carburante può trasformarsi rapidamente in un aumento generalizzato dei prezzi.

Ed è proprio questo il timore che accompagna la crisi guatemalteca: non soltanto pagare di più alla pompa, ma vedere il rincaro trasferirsi progressivamente sulla spesa quotidiana.

Per ora il governo cerca di fermare questa trasmissione attraverso il tetto ai prezzi. Ma la partita resta aperta, e le prossime decisioni del Congresso saranno decisive per capire quale strada prenderà il Guatemala.




Canale di Panama, la siccità torna a minacciare il commercio mondiale

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Il Canale di Panama, una delle principali arterie del commercio internazionale, si trova nuovamente a fare i conti con la scarsità d’acqua. La siccità legata al fenomeno El Niño sta costringendo le autorità panamensi a ridurre il numero di navi che potranno attraversare la via interoceanica nei prossimi mesi.

La questione non riguarda soltanto Panama. Il Canale collega l’Atlantico e il Pacifico evitando alle navi una lunga circumnavigazione dell’America Meridionale e rappresenta quindi un punto strategico per le rotte commerciali tra Asia, Stati Uniti, Europa e America Latina.

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Da 36 a 29,5 navi al giorno

Dal 4 settembre l’Autorità del Canale aveva già ridotto il numero massimo dei transiti giornalieri da 36 a 32. Ora la previsione per il nuovo anno fiscale, che inizierà il 1° ottobre, è di una media di 29,5 transiti al giorno.

La riduzione è direttamente collegata alla disponibilità d’acqua. Il funzionamento delle chiuse dipende infatti dall’acqua dolce proveniente principalmente dai bacini di Gatún e Alhajuela. Le precipitazioni inferiori alle attese hanno ridotto le riserve disponibili. 

L’Autorità del Canale ha inoltre ridotto i posti disponibili per il transito nelle chiuse Panamax e Neopanamax e ha modificato alcune condizioni operative per cercare di utilizzare l’acqua nel modo più efficiente possibile. 

Cinque milioni di tonnellate di merci in meno

Le conseguenze sono già quantificate.

Per l’anno fiscale 2026-2027 il Canale prevede 743 navi in meno rispetto all’esercizio precedente e una riduzione di circa 5 milioni di tonnellate di merci trasportate.

Nel precedente anno fiscale avevano attraversato il Canale quasi 11.500 navi, per un totale di circa 462 milioni di tonnellate di carico. 

La riduzione del cosiddetto draft, cioè della profondità massima consentita alle navi, è un altro elemento importante. Una nave che deve rispettare un pescaggio inferiore non può essere caricata alla massima capacità.

Un problema che il mondo aveva già visto

Non è la prima volta che Panama deve affrontare una situazione simile.

Durante la precedente crisi legata a El Niño, nel periodo 2023-2024, il numero dei transiti era arrivato a scendere fino a 22 navi al giorno. La situazione attuale è quindi meno grave di quella crisi, ma dimostra che la disponibilità d’acqua è diventata una questione strutturale per il futuro del Canale. 

L’Autorità del Canale sottolinea infatti che il problema non è soltanto quello di una singola stagione secca. Le variazioni del regime delle piogge stanno imponendo una gestione sempre più attenta dell’acqua, che deve essere utilizzata contemporaneamente per il funzionamento del Canale e per l’approvvigionamento della popolazione panamense. 

Perché interessa anche l’Europa

Il Canale di Panama gestisce circa il 5% del commercio marittimo mondiale. Una riduzione dei transiti non significa automaticamente una crisi del commercio internazionale, ma può aumentare i tempi di attesa e modificare i costi logistici per alcune rotte.

Le conseguenze possono riguardare soprattutto le merci trasportate tra Asia e costa orientale degli Stati Uniti, ma anche le catene di approvvigionamento che coinvolgono Europa e America Latina. Le navi che non riescono a ottenere un passaggio nei tempi previsti possono essere costrette ad attendere oppure a utilizzare rotte alternative, con conseguenze sui tempi e sui costi. 

Il problema arriva inoltre in un momento delicato per il trasporto marittimo internazionale, già condizionato dalle tensioni e dalle interruzioni su altre importanti rotte.

Panama punta sulle infrastrutture idriche

La risposta di lungo periodo non può essere soltanto quella di ridurre il numero delle navi.

L’Autorità del Canale sta lavorando a un programma per aumentare la sicurezza idrica, diversificare le fonti disponibili e ridurre la dipendenza dalle precipitazioni. Tra i progetti considerati c’è anche la realizzazione del lago del Río Indio, destinato a rafforzare la disponibilità d’acqua per la popolazione e per le operazioni del Canale. 

Nel frattempo, però, il problema resta quello di ogni anno: quanta acqua arriverà nei bacini?

È una domanda che, nel caso del Canale di Panama, non riguarda più soltanto il clima dell’America Centrale. Riguarda anche la capacità del sistema commerciale mondiale di continuare a utilizzare una delle sue principali scorciatoie marittime.