Dal Venezuela al Centro America: dove la terra non smette mai di tremare

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Il violento terremoto che nei giorni scorsi ha colpito il Venezuela ha riportato l’attenzione su uno dei fenomeni naturali più devastanti del pianeta. Ma se il Venezuela rappresenta una delle aree sismiche più attive del Sud America, il Centro America non è certo da meno. Anzi, geologi e sismologi lo considerano una delle regioni più pericolose del mondo.

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L’istmo centroamericano si trova infatti nel punto d’incontro di diverse placche tettoniche: quella dei Caraibi, quella di Cocos, quella Nordamericana e quella Sudamericana. La placca di Cocos scivola lentamente sotto quella caraibica, accumulando enormi quantità di energia che, quando vengono rilasciate, provocano terremoti spesso devastanti.

Lo stesso fenomeno ha dato origine anche alla spettacolare catena di vulcani che attraversa il Centro America dal Guatemala fino a Panama. Molti di questi vulcani sono ancora oggi attivi.

Tra i Paesi maggiormente esposti figurano il Guatemala, El Salvador e il Nicaragua. Il Guatemala convive con il celebre vulcano Fuego, uno dei più attivi del continente, mentre El Salvador è talmente colpito dai terremoti da essere stato soprannominato “la terra dei vulcani e dei terremoti”. Managua, capitale del Nicaragua, è stata quasi completamente distrutta da due violenti terremoti nel 1931 e nel 1972.

La Costa Rica registra frequenti eventi sismici, ma grazie a rigorose norme edilizie antisismiche riesce generalmente a limitare i danni. Panama presenta un rischio inferiore, anche se la parte occidentale del Paese resta soggetta a terremoti.

Anche la Repubblica Dominicana vive sotto la costante minaccia dei terremoti. Il territorio è attraversato da importanti faglie, come la Septentrional e la Enriquillo, la stessa struttura geologica responsabile del devastante sisma che nel 2010 distrusse Haiti. Sebbene i terremoti distruttivi siano meno frequenti rispetto al Centro America, gli esperti ricordano che il rischio rimane elevato.

In tutta questa vasta area esiste inoltre il pericolo degli tsunami, soprattutto lungo la costa del Pacifico, dove i terremoti di subduzione possono sollevare enormi masse d’acqua in pochi minuti.

La buona notizia è che oggi la scienza conosce molto meglio il comportamento delle faglie rispetto al passato. La cattiva è che, almeno per ora, nessuno è in grado di prevedere con precisione quando avverrà un terremoto. L’unica vera difesa resta la prevenzione: edifici costruiti secondo criteri antisismici, efficaci sistemi di allerta e una popolazione preparata possono fare la differenza tra una tragedia e una catastrofe.

Il terremoto che ha colpito il Venezuela rappresenta dunque un nuovo richiamo all’importanza della prevenzione in tutta l’area caraibica e centroamericana, dove la forza della natura continua a ricordare quanto sia fragile l’equilibrio su cui vivono milioni di persone.




Panama protegge marlin e pesci vela: nuove regole per la pesca sportiva

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Panama ha approvato un nuovo quadro normativo che rafforza la tutela dei pesci vela e dei marlin, tra le specie più emblematiche delle sue acque, con l’obiettivo di promuovere una pesca sportiva sostenibile e valorizzare il turismo legato al mare. Le nuove disposizioni entreranno pienamente in vigore il 10 dicembre 2026, dopo un periodo di transizione di sei mesi.

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I provvedimenti, contenuti nei Decreti Esecutivi n. 9 e n. 10, regolano in modo più rigoroso la pesca sportiva e introducono una protezione specifica per i pesci picudi, come il pesce vela e le diverse specie di marlin. L’obiettivo è conciliare lo sviluppo economico con la conservazione della biodiversità marina.

Le nuove norme sono il risultato di un lungo confronto tra l’Autorità delle Risorse Acquatiche di Panama (ARAP), scienziati, operatori turistici e pescatori sportivi. Il governo punta a fare della pesca “catch and release” (cattura e rilascio) un elemento distintivo dell’offerta turistica nazionale, riducendo al minimo l’impatto sulle popolazioni di marlin e pesci vela.

Secondo le autorità panamensi, la pesca sportiva genera importanti ricadute economiche per hotel, porti turistici, noleggio di imbarcazioni, guide specializzate e attività commerciali delle comunità costiere. La tutela di queste specie è quindi considerata un investimento sia per la conservazione dell’ambiente sia per la crescita del turismo di qualità.




Guatemala, cambia la legge antiriciclaggio

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Il Guatemala ha approvato una nuova legge antiriciclaggio che introduce un approccio più moderno nell’analisi delle operazioni finanziarie, distinguendo in modo chiaro tra transazioni inusuali e transazioni sospette. La normativa entrerà in vigore tre mesi dopo la sua approvazione, anche se resta da definire il regolamento di attuazione.

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La riforma sostituisce la legislazione in vigore dal 2001 e adotta un sistema basato sulla valutazione del rischio, in linea con gli standard internazionali. Banche, società finanziarie e altri soggetti obbligati dovranno analizzare le operazioni considerando il profilo economico del cliente e la coerenza dei movimenti con la sua attività abituale, anziché limitarsi all’importo delle transazioni.

Una transazione inusuale sarà considerata un’operazione che si discosta dal normale comportamento finanziario del cliente e richiede ulteriori verifiche. Diventa invece sospetta quando, dopo gli accertamenti, emergono elementi che fanno ritenere possibile un’attività di riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo.

Secondo le autorità, la nuova normativa consentirà al Guatemala di rafforzare i controlli sul sistema finanziario e di allinearsi alle raccomandazioni del GAFILAT, riducendo il rischio che il Paese venga inserito nelle liste di monitoraggio internazionale per carenze nella lotta al riciclaggio.




Italiani in Nicaragua: perché c’è chi sceglie di vivere in un Paese considerato una dittatura?

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Quando si parla di Nicaragua, il dibattito internazionale si concentra quasi sempre sulle accuse rivolte al governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo. Organizzazioni per i diritti umani, governi occidentali e numerosi osservatori internazionali descrivono il Paese come uno dei sistemi politici più autoritari dell’America Latina, denunciando repressione del dissenso, limitazioni alla libertà di stampa e concentrazione del potere nelle mani della coppia presidenziale.

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Eppure, nonostante questo quadro, esistono italiani che continuano a trasferirsi in Nicaragua o che hanno scelto di restarvi anche negli ultimi anni.

Una domanda che molti connazionali residenti nei Caraibi e in Centro America si pongono è semplice: perché vivere in un Paese che gran parte della comunità internazionale considera una dittatura?

La risposta, come spesso accade, è più complessa di quanto sembri.

Per molti italiani che vivono a Managua, Granada, San Juan del Sur o nelle zone costiere del Pacifico, la motivazione principale è economica. Il costo della vita rimane tra i più bassi della regione e consente a pensionati e piccoli imprenditori di mantenere uno stile di vita difficilmente sostenibile in Europa. Inoltre, gli stranieri possono acquistare immobili e avviare attività economiche con procedure relativamente accessibili rispetto ad altri Paesi latinoamericani.

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C’è poi chi ha scelto il #Nicaragua per motivi familiari. Molti italiani hanno sposato cittadini nicaraguensi, hanno figli nati nel Paese o gestiscono attività turistiche e commerciali costruite nel corso degli anni. Per loro lasciare il Nicaragua significherebbe abbandonare una parte importante della propria vita.

Un altro elemento spesso citato dagli stranieri residenti riguarda la sicurezza quotidiana. Nonostante la crisi politica, il Nicaragua continua a registrare livelli di criminalità inferiori rispetto ad altri Paesi dell’America Centrale, caratterizzati dalla presenza diffusa di gang e narcotraffico. Questo aspetto viene spesso considerato da chi vive sul territorio come uno dei principali vantaggi della permanenza nel Paese.

Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia. Negli ultimi anni il governo Ortega-Murillo è stato accusato di aver intensificato la repressione politica, limitato la libertà di espressione e perseguitato oppositori, giornalisti, religiosi e attivisti. Diverse organizzazioni internazionali denunciano arresti arbitrari, espulsioni, revoche della cittadinanza e restrizioni alle libertà civili.

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Proprio nel 2026 il governo ha approvato modifiche costituzionali che hanno suscitato forti critiche internazionali, tra cui l’eliminazione del diritto alla doppia cittadinanza per i nicaraguensi e ulteriori misure considerate dagli osservatori come un rafforzamento del controllo politico del regime.

E allora perché gli italiani restano?

Perché chi vive all’estero spesso giudica un Paese non soltanto sulla base delle sue istituzioni politiche, ma anche della qualità della vita quotidiana, delle opportunità economiche, del costo della vita, del clima, della sicurezza personale e delle relazioni costruite nel tempo.

Questo non significa ignorare i problemi del Nicaragua né minimizzare le accuse rivolte al governo. Significa semplicemente riconoscere che le scelte individuali raramente seguono esclusivamente criteri politici.

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La stessa storia dell’emigrazione italiana insegna che milioni di connazionali hanno costruito il proprio futuro in Paesi governati da regimi autoritari, monarchie assolute o sistemi politici molto diversi da quelli europei. Oggi, come ieri, chi decide di vivere all’estero tende a valutare prima di tutto le prospettive concrete per sé e per la propria famiglia.

Per questo motivo la presenza italiana in Nicaragua continua a esistere nonostante le tensioni politiche e le critiche internazionali. Una realtà che dimostra come, al di là delle etichette e delle contrapposizioni ideologiche, la vita degli espatriati sia spesso fatta di considerazioni molto più pratiche e personali.




Centroamerica sotto pressione: la nuova strategia degli Stati Uniti cambia gli equilibri della regione

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L’America Centrale sta vivendo una fase di profonda trasformazione politica e strategica. Dalla lotta al narcotraffico alla gestione dei flussi migratori, passando per la sicurezza marittima e la cooperazione militare, la regione è tornata al centro dell’attenzione di Washington.

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Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno intensificato la propria presenza e la propria influenza nei Paesi centroamericani, chiedendo ai governi locali una collaborazione sempre più stretta nella lotta contro i cartelli della droga e contro l’immigrazione illegale. Una strategia che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici dell’intera area.

Secondo diversi analisti, la pressione esercitata dall’amministrazione americana ha spinto Paesi come Guatemala, Honduras e Panama ad adottare nuove misure di sicurezza e a rafforzare la cooperazione con Washington. El Salvador del presidente Nayib Bukele continua invece a proporsi come modello regionale nella lotta alla criminalità organizzata, puntando su operazioni sempre più aggressive contro il narcotraffico e le gang.

Particolarmente delicata appare la situazione del Nicaragua. Il governo guidato da Daniel Ortega continua a essere oggetto di forti critiche internazionali per la repressione dell’opposizione e per le limitazioni alle libertà civili. Proprio in questi giorni hanno fatto discutere alcune dichiarazioni provenienti dal vicino Costa Rica, dove esponenti politici e membri della comunità degli esuli nicaraguensi hanno contestato pubblicamente qualsiasi tentativo di legittimare il regime di Managua.

Nel frattempo l’intera regione continua a fare i conti con sfide economiche e sociali che alimentano l’emigrazione verso gli Stati Uniti e altri Paesi del continente. Sicurezza, lavoro, inflazione e costo della vita restano infatti le principali preoccupazioni per milioni di cittadini centroamericani.

 




Haiti, un milione e mezzo di sfollati e il mondo che guarda altrove

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C’è una tragedia che si consuma a poche centinaia di chilometri dalle coste della Repubblica Dominicana e che, nonostante le sue dimensioni, sembra ricevere sempre meno attenzione internazionale.

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Secondo le Nazioni Unite, la crisi umanitaria ad Haiti continua a peggiorare. Il numero degli sfollati interni ha raggiunto la drammatica cifra di circa 1,5 milioni di persone, un dato senza precedenti nella storia recente del Paese. La violenza delle bande armate, il collasso delle istituzioni e l’assenza di una reale sicurezza stanno costringendo centinaia di migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case in cerca di rifugio.

Dietro questi numeri ci sono persone. Bambini che non frequentano più la scuola, famiglie che vivono in rifugi improvvisati, donne esposte a violenze e comunità intere prive di accesso regolare all’acqua, all’assistenza sanitaria e ai beni essenziali. Più di sei milioni di haitiani necessitano oggi di assistenza umanitaria urgente, una cifra che rappresenta oltre la metà della popolazione del Paese.

Eppure Haiti sembra essere scomparsa dai radar della politica internazionale.

Le guerre in Europa, le tensioni in Medio Oriente e le rivalità tra le grandi potenze monopolizzano l’attenzione dei governi e dei media. Nel frattempo, nel Paese più povero dell’emisfero occidentale, le bande armate continuano ad espandere il proprio controllo territoriale, mentre lo Stato fatica a garantire anche i servizi più elementari.

Per la Repubblica Dominicana questa non è una crisi lontana. È una realtà che si trova dall’altra parte della frontiera. Ogni peggioramento della situazione haitiana produce inevitabili conseguenze sul piano migratorio, economico e della sicurezza. Pensare che il problema possa essere ignorato o semplicemente contenuto dietro una barriera fisica significa non comprendere la profondità della crisi.

Naturalmente, nessun Paese può farsi carico da solo del collasso di uno Stato vicino. La Repubblica Dominicana ha il diritto di difendere i propri confini e di regolamentare i flussi migratori. Ma è altrettanto evidente che la soluzione non può essere soltanto dominicana. Haiti necessita di un impegno internazionale serio, coordinato e duraturo.

La comunità internazionale parla spesso di Haiti, organizza conferenze, approva risoluzioni e annuncia programmi di aiuto. Tuttavia, i risultati sul terreno continuano a essere insufficienti. Le stesse Nazioni Unite denunciano da mesi la scarsità dei fondi disponibili per rispondere all’emergenza umanitaria.

La domanda che dovremmo porci è semplice: quanto deve ancora peggiorare la situazione prima che il mondo consideri Haiti una priorità?

Un milione e mezzo di sfollati dovrebbe già essere una risposta sufficiente.

Ogni giorno che passa senza una soluzione politica e senza un sostegno internazionale adeguato avvicina Haiti a un punto di non ritorno. E quando un Paese precipita completamente nel caos, le conseguenze non si fermano ai suoi confini.

Per questo la crisi haitiana non è soltanto un problema di Haiti. È una sfida per tutta la regione caraibica e per una comunità internazionale che rischia di accorgersi della gravità della situazione soltanto quando sarà troppo tardi.

Le cifre sugli sfollati interni (circa 1,4-1,5 milioni), sulle persone che necessitano assistenza umanitaria e sul deterioramento della situazione della sicurezza sono state riportate da ONU, OCHA e organizzazioni umanitarie nel corso del 2026.

 

foto Listin Diario




Cuba sempre più isolata: stop alle carte Visa e Mastercard, Meliá lascia 15 hotel sull’isola

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L’Avana – Nuovo duro colpo per l’economia cubana e per il già fragile settore turistico dell’isola. A partire dal 6 giugno, le carte di credito internazionali Visa e Mastercard non potranno più essere utilizzate a Cuba, mentre la catena alberghiera spagnola #Meliá ha annunciato il ritiro dalla gestione di 15 dei 34 hotel che operava nel Paese.

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Secondo quanto comunicato dalla Banca Centrale di Cuba, la sospensione delle operazioni con #Visa e Mastercard è legata alla cessazione dei rapporti tra un istituto finanziario estero e Fincimex, società cubana collegata al gruppo statale-militare GAESA, da anni nel mirino delle sanzioni statunitensi. La decisione priva il Paese di uno dei principali canali di pagamento utilizzati dai visitatori stranieri e dagli operatori turistici.

Parallelamente, la catena alberghiera spagnola Meliá Hotels International ha annunciato l’abbandono immediato della gestione, commercializzazione e utilizzo dei propri marchi in 15 strutture turistiche cubane. L’azienda ha motivato la decisione con il deterioramento delle condizioni economiche, legali e geopolitiche che rendono sempre più difficile operare sull’isola.

La scelta arriva dopo le nuove misure introdotte dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che hanno rafforzato le sanzioni contro le imprese straniere che mantengono rapporti con GAESA, il conglomerato controllato dalle Forze Armate cubane e proprietario di una parte significativa dell’industria turistica nazionale.

Meliá non è l’unica società a ridurre la propria presenza nel Paese. Negli ultimi giorni anche altre catene alberghiere e compagnie aeree internazionali hanno limitato o sospeso le attività verso Cuba, mentre il numero dei visitatori stranieri continua a diminuire. Nel primo trimestre del 2026 gli arrivi turistici sono crollati rispetto all’anno precedente, aggravando una crisi economica già segnata da blackout energetici, carenze di carburante e difficoltà nell’approvvigionamento di beni essenziali.

Per Cuba si tratta di un ulteriore passo verso l’isolamento finanziario internazionale. La perdita dei circuiti Visa e Mastercard e il progressivo disimpegno di grandi operatori turistici stranieri rischiano infatti di rendere ancora più difficile la ripresa di uno dei settori fondamentali per l’economia dell’isola.

 




MAIE Panama si rafforza: Goffredo Dario Rossi nominato vice coordinatore nazionale

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I​​l MAIE continua il proprio percorso di crescita e consolidamento in Centro America con la nomina di #Goffredo Dario Rossi come nuovo Vice Coordinatore Nazionale MAIE Panama, incarico conferito dal Vicepresidente del MAIE Vincenzo Odoguardi, responsabile della circoscrizione Centro e Nord America, su segnalazione del neo Coordinatore Nazionale Alberto Floriani.

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La nomina rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento della struttura del Movimento in Panama e conferma la volontà del MAIE di continuare ad ampliare la propria presenza sul territorio, valorizzando figure con esperienza internazionale, radicamento locale e forte legame con la comunità italiana.

Esperienza internazionale tra Panama, Nicaragua e Messico

Goffredo Rossi porta con sé un importante percorso professionale sviluppato tra Panama, Nicaragua e Messico, con esperienza nei settori della comunicazione, telecomunicazioni, bancario, immobiliare e sviluppo imprenditoriale, maturando una conoscenza diretta delle dinamiche economiche e sociali dell’America Latina.

Made in Italy, sviluppo economico e relazioni internazionali

Negli ultimi anni ha inoltre ricoperto il ruolo di Segretario Generale della Cámara Ítalo-Panameña de Comercio, Industria y Agricultura, contribuendo al rafforzamento delle relazioni economiche e associative tra Italia e Panama, promuovendo iniziative dedicate al Made in Italy, all’internazionalizzazione delle imprese italiane e alla crescita delle opportunità commerciali nella regione.

Per il MAIE, questa nomina si inserisce in una strategia più ampia di sviluppo organizzativo in Panama e nell’area centroamericana.

Con Floriani e Rossi il MAIE continuerà a crescere, rafforzando la propria struttura territoriale, la presenza istituzionale e il dialogo con le comunità italiane all’estero.

Il lavoro organizzativo proseguirà nei prossimi mesi con ulteriori incarichi e nuove nomine volte a completare e consolidare la presenza del Movimento nelle diverse aree del Paese, includendo regioni strategiche come: Colón, Chiriquí, Chitré (Herrera), Santiago (Veraguas) e altre zone strategiche del Paese e altre zone di interesse per la collettività italiana.

Il MAIE continua così il proprio impegno per una rappresentanza sempre più capillare, dinamica e vicina agli italiani residenti all’estero, con l’obiettivo di rafforzare la partecipazione, la rete territoriale e la valorizzazione delle eccellenze italiane nel continente americano.

Il MAIE cresce, si organizza e guarda avanti.




Haití senza Stato: la crisi che condiziona il futuro della Repubblica Dominicana

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colage haiti trabajo de ronny francisco cruz 728x485La crisi haitiana non è più un’emergenza temporanea, ma una realtà strutturale che sta influenzando direttamente il presente e il futuro della Repubblica Dominicana. È questa la riflessione centrale di un’analisi pubblicata dal quotidiano dominicano Acento, che descrive Haiti come uno Stato ormai quasi assente, dominato da bande armate e incapace di garantire sicurezza, istituzioni funzionanti e controllo del territorio.

Secondo dati delle Nazioni Unite, le gang controllano oggi tra l’80 e il 90% della capitale Port-au-Prince. La missione internazionale guidata dal Kenya non è riuscita a ristabilire l’ordine e la nuova forza multinazionale, ora sotto comando mongolo, eredita una situazione definita “altamente volatile”.

Per la Repubblica Dominicana il problema è tutt’altro che distante. I due paesi condividono oltre 370 chilometri di frontiera e la crescente instabilità haitiana ha conseguenze dirette sulla sicurezza, sull’immigrazione irregolare, sul commercio e persino sulla politica interna dominicana. Negli ultimi mesi le autorità di Santo Domingo hanno intensificato i controlli militari lungo il confine e proseguito con deportazioni di massa di cittadini haitiani.

L’articolo sottolinea però una contraddizione spesso ignorata nel dibattito pubblico: mentre il discorso politico dominicano si irrigidisce, l’economia continua a dipendere in parte dal mercato haitiano e dalla manodopera proveniente dal paese vicino. Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni dominicane verso Haiti sarebbero aumentate del 22%, trainate soprattutto da materiali da costruzione e prodotti alimentari.

Secondo diversi analisti citati da Acento, nessun muro o operazione militare potrà risolvere il problema senza una vera stabilizzazione di Haiti. La crisi attuale viene descritta come il risultato di decenni di instabilità politica, corruzione, interventi stranieri e collasso istituzionale aggravato dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021.

Nel reportage trovano spazio anche posizioni favorevoli a una cooperazione più stretta tra i due paesi. L’ex console haitiano Edwin Paraison sostiene che Repubblica Dominicana e Haiti siano legate da una “interdipendenza inevitabile” sul piano economico, ambientale e migratorio. Ignorare questa realtà, secondo lui, rischia soltanto di aggravare le tensioni.

L’analisi si conclude con una riflessione sul futuro dell’isola Hispaniola: invece di una relazione basata soltanto su muri, deportazioni e diffidenza reciproca, viene immaginato uno scenario di cooperazione economica, gestione comune delle migrazioni, integrazione energetica e sviluppo condiviso. Un progetto oggi lontano, ma che molti osservatori considerano l’unica soluzione duratura per evitare che la crisi haitiana continui a destabilizzare l’intera regione.




Honduras sotto shock dopo le stragi: l’Italia invita i connazionali alla massima prudenza

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8023280702001w 728x410L’Honduras torna a fare i conti con una violenta escalation di sangue dopo due attacchi armati che hanno provocato almeno 24 morti in diverse aree del Paese. Di fronte alla gravità della situazione, il governo della presidente Xiomara Castro ha ordinato un intervento straordinario con esercito e polizia nelle regioni più colpite.

Uno degli episodi più drammatici si è verificato nella regione caraibica di Colón, dove uomini armati hanno assaltato una piantagione agricola nella zona di Rigores, causando numerose vittime tra i lavoratori presenti. Secondo le prime ricostruzioni, gli aggressori indossavano uniformi simili a quelle delle forze di sicurezza.

Un secondo scontro armato è avvenuto nei pressi della frontiera con il Guatemala, dove cinque agenti di polizia sono morti durante un’operazione contro gruppi criminali e narcotrafficanti. Le autorità honduregne parlano di una crescente presenza di organizzazioni armate legate al traffico di droga e ai conflitti territoriali.

Dopo gli attacchi, anche le autorità italiane hanno lanciato un appello ai connazionali presenti nel Paese. Attraverso il portale Viaggiare Sicuri, viene raccomandata la massima prudenza, soprattutto nelle aree più isolate o interessate dalle operazioni di sicurezza.

L’Ambasciata d’Italia competente per l’Honduras, con sede in Guatemala, invita gli italiani a evitare spostamenti non necessari, limitare i viaggi notturni, seguire le indicazioni delle autorità locali e mantenere un basso profilo. Ai connazionali viene inoltre consigliato di registrarsi sul portale “Dove siamo nel mondo”, utile per essere contattati rapidamente in caso di emergenza.

L’Honduras resta uno dei Paesi più problematici dell’America Centrale dal punto di vista della sicurezza. Criminalità organizzata, narcotraffico e bande armate continuano infatti a rappresentare una grave minaccia in molte regioni del territorio nazionale.

foto: acento.com.do