Sondaggio Dire-Tecnè: cala ancora la fiducia degli italiani in Draghi e nel suo governo
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Continua a scendere la fiducia degli italiani nel premier Mario Draghi.
Anche questa settimana l’ex presidente della Bce perde nel gradimento (-0,5%): al momento la fiducia raccolta è del 53% contro il 61% di inizio mandato.
È quanto emerge dal sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 13 maggio su un campione di mille persone.
Anche se sono lontani i picchi raggiunti nei mesi scorsi (67,1% il 3 settembre), la maggioranza degli italiani (53%) oggi ha ancora fiducia nel presidente del Consiglio. Il punto più basso si era registrato poco più di un anno fa, il 30 aprile 2021 (51,7%). Ma ad inizio mandato, nel febbraio 2021, il consenso era del 61%. Otto punti meno di oggi.
IN DISCESA ANCHE LA FIDUCIA NELL’ESECUTIVO
Non va molto meglio all’esecutivo guidato da Draghi: la fiducia degli italiani, come emerge dal sondaggio ‘Monitor Italia’ di Dire-Tecnè, cala dello 0,6% rispetto alla settimana scorsa e quindi è al 48,6%. Il 13 febbraio del 2021, al momento del giuramento, il governo Draghi poteva contare su una fiducia al 58,4%, cresciuta al 59% la settimana seguente: il picco più alto raggiunto dalla squadra di Mario Draghi.
A parte il 50,4% toccato il 25 febbraio scorso, nelle ultime dieci settimane il Governo è rimasto stabilmente sotto il 50% delle preferenze degli intervistati.
I PARTITI: PD IN STALLO, FDI CRESCE ANCORA
Impennata di Fratelli d’Italia che guadagna anche questa settimana (+0,3%) nel consenso tra gli italiani e stacca ulteriormente il Partito democratico, fermo e ancora più secondo partito italiano. Il partito di Giorgia Meloni si conferma dunque primo partito col 22,4% e ha un margine rassicurante sul Pd, fermo questa settimana al 21,7%.
Al terzo posto la Lega (15,2%) che però perde 0,2% negli ultimi sette giorni. Sale il Movimento 5 Stelle, quarto col 13,1% dei consensi: +0,2% rispetto all’ultima rilevazione. Quindi stabile Forza Italia col 10,7%. Seguono Azione/+Europa col 4,5% (+0,1%), Italexit 2,1% (-0,1%), Italia Viva 2% (-0,1%), Europa Verde 2% (-0,1%), Sinistra Italiana 1,9% (-0,1%).
LE COALIZIONI: IL CENTROSINISTRA ROSICCHIA CONSENSI
La coalizione del centrosinistra guadagna questa settimana (+0,2%) rispetto a quella di centrodestra in leggero calo (-0,1%). Il margine tra le due coalizioni rimane però ampio: i numeri del sondaggio Dire-Tecnè mostrano che il centrodestraraccoglie il consenso di quasi un italiano su due.
Ecco i risultati di ‘Monitor Italia’ del 12 maggio: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi con l’Italia e Coraggio Italia oggi hanno il consenso del 49,1% degli italiani; Pd, M5S, Articolo Uno ed Europa Verde si fermano invece al 38,9%.
agenzia DIRE – www.dire.it
Così centinaia di stranieri hanno incassato 4 milioni di sussidi dall’Inps
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Provengono da 22 Paesi extra Ue, in prevalenza africani, 140 stranieri denunciati dalla questura di Cagliari per aver dichiarato il falso in modo da incassare il reddito di cittadinanza, alcuni fin dal 2019,
Ognuno di loro – fra i quali diversi richiedenti asilo – riceveva in media 600 euro al mese, più dell’importo medio percepito dai beneficiari in Sardegna. Il danno per l’Inps, che ora cercherà di recuperare le somme, ammonta a circa 4 milioni di euro.
Sono al vaglio degli investigatori le posizioni di altri 478 stranieri, che rischiano la revoca del sussidio e la denuncia.
Le indagini della Squadra mobile di Cagliari sono cominciate tre mesi fa, quando l’Ufficio immigrazione della questura ha rilevato una serie di anomalie in centinaia di richieste di permesso di soggiorno.
Sono state analizzate le posizioni di circa 620 stranieri: i primi 140 indagati sono accusati di aver mentito sulla regolarità della loro presenza sul territorio nazionale o sulla durata della permanenza in Italia, per aver dichiarato di essere residenti da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.
Il passaparola
Le domande presentate ai Caf e agli uffici postali della Città metropolitana di Cagliari e del Sud Sardegna erano il risultato del passaparola nelle comunità di migranti. In attesa di una risposta sulla richiesta d’asilo o del ricorso contro il diniego, alcuni stranieri avevano comunque chiesto e ottenuto il sussidio, pur senza avere i requisiti.
“Non c’è alcuna evidenza che esista un’organizzazione dietro le posizioni irregolari che abbiamo scoperto”, ha chiarito il dirigente della Squadra mobile di Cagliari, Fabrizio Mustaro, che ha fatto il punto sulle indagini, assieme al dirigente dell’Ufficio immigrazione, Fabrizio Selis, e alla vicedirettrice vicaria dell’Inps in Sardegna, Simona Bassi. “Né è emersa alcuna connivenza coi Caf ai quali le domande del reddito di cittadinanza sono state presentate”.
I 140 denunciati sono fra le 1.177 persone alle quali in Sardegna l’Inps ha revocato il beneficio dall’inizio dell’anno, dopo aver riscontrato irregolarità nell’autodichiarazione.
Alcuni di coloro ai quali è stato notificato l’atto per il recupero delle somme indebitamente percepite – ha confermato Bassi – stanno già iniziando a restituirle. In caso contrario, non potranno più sperare di accedere al beneficio presentando un’altra domanda quando saranno in regola.
Finora i controlli a monte affidati all’Inps, incrociando le banche dati cui l’istituto ha accesso, non hanno impedito che centinaia di persone percepissero il sussidio senza averne diritto. Con le novità introdotte dalla legge di stabilità, il fenomeno potrebbe essere contenuto, vista la possibilità di verifiche preventive in collaborazione coi Comuni: in questo modo si potrà subito accertare, prima dell’erogazione del beneficio, se il richiedente possiede il requisito della residenza.
Tra gennaio e marzo sono 55.963 in tutta la Sardegna le famiglie che hanno ricevuto almeno una mensilità del reddito o della pensione di cittadinanza, per un totale di 108.189 persone, secondo i dati dell’Osservatorio dell’Inps. L’importo medio erogato è di 522,41 euro al mese.
Draghi: “Tanti pregiudizi sul Sud, non è destinato a restare indietro”
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
“Dalla formazione di questo Governo, il Sud è al centro dell’azione dell’esecutivo, delle nostre politiche di rilancio del Paese. Vogliamo che il Mezzogiorno torni ad avere la centralità che merita, in Italia e in Europa”. Lo dice il presidente del Consiglio Mario Draghi intervenendo a Sorrento all’apertura dei lavori del forum ‘Verso Sud – Strategia europea per una nuova stagione geopolitica, economica e socio-culturale del Mediterraneo‘, appuntamento promosso dal ministro per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna, in collaborazione con The European House – Ambrosetti.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è arrivato a Sorrento dove partecipa al forum in corso fino a domani a villa Zagara. La ministra per il Sud e la Coesione territoriale Mara Carfagna ha voluto salutare il Capo dello Stato “che oggi – dice – ci onora della sua presenza”.
“Il quadro geopolitico che ci muta davanti presenta rischi, ma anche opportunità, in particolare per i Paesi del Mediterraneo. La giornata di oggi è un segno della nostra volontà di immaginare e costruire un Sud diverso- aggiunge il Premier- Un Mezzogiorno protagonista delle grandi sfide dei nostri tempi. L’evoluzione delle politiche pubbliche per il Meridione è spesso rappresentata come una successione di inevitabili sprechi, fallimenti“.
“La storia economica del Sud nel Secondo Dopoguerra è però più complessa di come raccontano questi pigri pregiudizi. Dagli anni ’50 fino alla crisi petrolifera del ‘73, sospinto anche dagli investimenti pubblici, il Sud è cresciuto a una velocità superiore al Nord. In quel periodo il rapporto tra il prodotto interno lordo pro capite del Mezzogiorno e quello del Centro-Nord è migliorato di 10 punti percentuali – dal 55 al 65 per cento. Tra la seconda metà degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000, le politiche di investimento hanno contribuito a restringere la forbice tra Nord e Sud, con impatti positivi sull’occupazione. Il Sud non era – e non è – dunque destinato a rimanere indietro. Prenderne atto non vuol dire cedere “all’inconsistente miraggio di un diverso corso della nostra storia”, per citare il meridionalista Manlio Rossi-Doria”.
PUNTARE SU TALENTI, GIOVANI E DONNE LASCIATI AI MARGINI
“Vuol dire individuare come questo corso possa essere corretto, nell’interesse di tutti. Il Mezzogiorno ha tutto il potenziale per convergere rapidamente verso il Centro-Nord. Per farlo, serve prima di tutto la giusta collaborazione tra investimenti pubblici e privati. Serve rafforzare la capacità amministrativa, a partire dalla giustizia, formare le competenze necessarie. E serve puntare sui talenti troppo spesso lasciati ai margini, a partire dai giovani e dalle donne. L’Italia e l’Unione Europea devono collaborare per agevolare questo processo”.
SERVE MAGGIORE PROIEZIONE EUROPEA NEL MEDITERRANEO
“Lo sviluppo dell’area mediterranea non può essere visto soltanto sotto il profilo delle politiche di coesione. È, piuttosto, la risposta a una lunga serie di sfide comuni: l’autonomia energetica, la tutela dell’ambiente, il miglior inserimento dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. Va incontro all’esigenza di una maggiore integrazione europea, di una più forte proiezione dell’Europa nel Mediterraneo. E dobbiamo costruirlo insieme, Governo e Regioni, pubblico e privato, Nord e Sud. Un diverso corso della storia è possibile. Tocca a noi fare in modo che non resti un miraggio, ma si faccia realtà”, dice il presidente del Consiglio.
PROCEDERE RAPIDAMENTE CON AGENDA RIFORME PER NON PERDERE FONDI DEL PNRR
“La struttura del PNRR prevede che lo stanziamento di finanziamenti sia vincolato al rispetto delle scadenze, al raggiungimento di precisi obiettivi. Dobbiamo procedere rapidamente con l’agenda di riforme concordata con l’Unione Europea, per non perdere accesso ai finanziamenti e superare le fragilità strutturali che hanno rallentato la crescita dell’Italia e del Sud”.
ag.DIRE – www.dire.it
Gli italiani post pandemia? Preferiscono prendere la macchina anche se è vecchia
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Oggi gli italiani si muovono in auto più di quanto facessero prima della pandemia. Però il mercato delle automobili è in forte crisi, le auto in circolazione ‘invecchiano’ e i nuovi veicoli elettrici stentano a prendere piede, anche per una questione economica.
Il quadro che si sta delineando, secondo una ricerca di settore, è quello di una divisione netta tra chi può permettersi auto costose (Suv e grandi vetture) e chi non può proprio permettersi di avere un mezzo e quindi in futuro dovrà spostarsi con il trasporto pubblico locale.
In tutto ciò, molti ricorrono al noleggio, che piace perchè permette di mettesri al volante dei ‘macchinoni’ senza spendere cifre inarrivabili.
LA RICERCA
Sono queste le principali evidenze emerse dalla ricerca “La mobilità che non cambia – Un’Italia a due velocità, tra chi abbraccia il nuovo… e chi non può ancora permetterselo” condotta da Aniasa, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità, e dalla società di consulenza strategica Bain & Company, presentata nel corso di una conferenza stampa a Milano. Lo studio analizza i cambiamenti nelle abitudini di mobilità degli italiani, approfondendo l’andamento della transizione verso la mobilità elettrificata. Per farlo, parte da un assunto: negli ultimi mesi gli italiani sono tornati ad utilizzare massivamente l’auto, circa il 60% in più di quanto facevano pre-pandemia (a gennaio 2020), come certifica anche l’App Mappe di Apple.
APPREZZAMENTO PER IL CAR SHARING E MONOPATTINI ELETTRICI
Questa crescita nei flussi di mobilità riflette un fenomeno quasi esclusivamente locale, visto che il livello di turismo internazionale si attesta ancora molto al di sotto dei livelli storici (-50% vs 2019). La ricerca effettuata su 1.000 consumatori conferma ulteriormente questi trend: l’auto personale è il mezzo di trasporto usato più spesso (dal 69% del 2020 al 73% del 2021) e gli utenti sono molto più propensi degli anni scorsi ad utilizzare il car sharing (dal -54% del 2020, al -16% del 2021 al +2% del 2022) ed i monopattini elettrici (dal -8% del 2021 al +5% del 2022). Alla base di questa ritrovata mobilità è anche il ritorno sui luoghi di lavoro: mentre nel 2019 si lavorava da remoto in media solo 0,8 giorni a settimana, il Covid ha portato questo valore a 2,6 nel 2020, per poi riscendere a 2,1 nel 2021 e a soli 1,4 giorni a settimana nel 2022. Praticamente quasi come nel periodo pre-Covid.
MERCATO AUTOMOTIVE IN FORTE CRISI
La ricerca mostra come, nonostante la ritrovata mobilità, il mercato automotive sia tuttavia alle prese con la peggior crisi dagli anni Settanta. Se nel 2020, infatti, la crisi pandemica aveva già colpito duramente, la carenza di chip e lo scoppio del conflitto in Ucraina, con la conseguente mancanza dei sistemi di cablaggio prodotti sul territorio, hanno continuato a soffiare sul fuoco della crisi. Nel 2021 le immatricolazioni sono scese sotto quota 1,5 milioni di unità, con il 2022 che sta segnando una contrazione del 27% da inizio anno. Il temporaneo arresto del mercato, tuttavia, potrebbe non essere di per sé un problema assoluto, visto che l’Italia ha un indice di motorizzazione tra i più alti al mondo (670 auto ogni 1.000 abitanti, circa 1,5 auto per nucleo familiare). Peccato però che si continui a registrare un costante invecchiamento del parco circolante passato dal 2000 a oggi da un’età media di 8,8 a 11,5 anni. La risposta alla necessità di svecchiare la nostra mobilità non può arrivare solo dalle nuove forme di mobilità (ad esempio bike sharing e monopattino), particolarmente diffuse nel contesto metropolitano, dove però è presente oggi solo il 15,5% del parco circolante.
L’ELETTRICO CRESCE, MA SOLO AL NORD ITALIA E NEL MONDO FLOTTE
I consumatori non hanno ancora sposato i nuovi trend della mobilità, che faticano ad imporsi nel contesto attuale. Le auto full electric (Bev) hanno visto aumentare la propria quota nel 2021, pur restando ancora concentrate nelle grandi metropoli del Nord Italia (5,3% di quota), grazie a profili di consumatore inclini all’innovazione e con buona disponibilità economica. Appare oggi evidente la correlazione tra il reddito pro-capite regionale e la penetrazione di Bev. Questo segmento è tutto sommato ancora poco rilevante, con un peso di circa il 4% sul totale 2021 e un calo al 3,3% nel primo trimestre del 2022 (dimezzato nel canale privati, sceso all’1,8%). I consumatori preferiscono piuttosto gli acquisti di ibrido-mild, che non sembra però avere effetti significativi sulle emissioni complessive.
AUTO SEMPRE PIÙ GRANDI E COSTOSE
Lo studio evidenzia poi come oggi diversi fattori debbano allinearsi per lo sviluppo definitivo dell’auto elettrica. La contemporanea crescita dei Suv (saliti dal 4% del 2000 al 51% del 2021) non agevola questa transizione a causa del conseguente aumento dei prezzi di listino. È quindi inevitabile, secondo la ricerca, una riflessione sul modello di mobilità futura del nostro Paese: se le stime di riduzione dei segmenti minori dovessero concretizzarsi (segmento A dal 18% al 6% del totale mercato), si prospetta un rischio concreto di “mobility divide” tra chi potrà permettersi le auto con nuove motorizzazioni (Suv e vetture grandi) e chi invece non potrà farlo e dovrà ricorrere al Trasporto Pubblico Locale, il vero assente nel dibattito pubblico.
NOLEGGIO, UNICA STRADA LA DIFFUSIONE DELL’ELETTRICO
Stante queste contraddizioni strutturali del mercato automobilistico, il noleggio emerge come l’unica leva in grado di “democratizzare le novità”, rendendole accessibili ai più. Il canale del noleggio a lungo termine, infatti, garantisce oggi un mix di emissioni molto più sostenibili rispetto all’acquisto diretto. Ad esempio, nel canale privati (con solo codice fiscale) ben il 30% delle vetture a noleggio ha emissioni sotto i 60 gr/km, contro il 6% delle vetture acquistate. E anche tra le aziende, l’immatricolato con emissioni superiori ai 160 gr/km è pari al 28% per le imprese che acquistano e scende al 9% per quelle che scelgono il noleggio. La conferma viene dai consumatori, che hanno dichiarato di essere più propensi all’utilizzo del noleggio a lungo termine (+5% nel 2022 vs 2021, rispetto al -2% del 2021 vs 2020).
“Lo studio conferma la centralità assoluta dell’auto per gli spostamenti degli italiani anche in questa fase di ripresa delle attività lavorative e della socialità- evidenzia Alberto Viano, presidente Aniasa- La strada è ormai segnata, l’elettrico è il futuro della mobilità. Il noleggio costituisce un naturale volano per una sua più rapida ed efficace diffusione, sia presso le imprese che tra i privati che oggi per motivi economici sono meno attratti da queste motorizzazioni. Grazie al noleggio si distribuisce su più anni il valore, ancora elevato, di una vettura più nuova e meno inquinante, garantendo un costo certo ed eliminando il rischio di deprezzamento”.
DIVERSITÀ DA COLMARE PER IL FUTURO DELLE AUTO
“Il mondo dell’auto si sta preparando per un nuovo futuro e l’Italia deve farsi trovare pronta, pur nel rispetto delle proprie caratteristiche peculiari. Ci sono forti diversità da colmare, ed il noleggio è la leva più efficace per garantire che questa transizione avvenga con un linguaggio (ovvero con formule commerciali) semplice, uniforme e comprensibile a tutte le tipologie di utenti, a partire dai privati. In questo senso, la transizione del settore va vista anche dal punto di vista della sicurezza, di cui il consumatore deve essere ben consapevole: le auto a noleggio, più nuove, hanno livelli di guida assistita più avanzati e sono quindi una garanzia in più per la sicurezza di automobilisti e pedoni” spiega Gianluca Di Loreto, partner Bain & Company.
ag.DIRE – www.dire.it
Nel Lazio presto potranno essere realizzati i cimiteri per gli animali domestici
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Il Lazio avrà dei cimiteri dedicati agli animali domestici dove poter tumulare i propri cani e gatti.
La commissione Sanità del Consiglio regionale del Lazio ha, infatti, dato un primo via libera ad una proposta di legge che prevede la possibilità per i comuni di realizzare dei luoghi dove poter seppellire gli amici a quattro zampe.
Si tratta di una proposta di legge regionale che ha unificato due distinti testi, la proposta numero 71 e la numero 159, che intendono normare la “disciplina dei cimiteri per animali da affezione”.
La prima era stata presentata dagli esponenti del Movimento 5 stelle mentre la seconda da Fratelli d’Italia.
Il testo con i relativi emendamenti già approvati dalla commissione Sanità, dopo i pareri sulle coperture finanziare, verrà presentato in Aula al Consiglio Regionale per l’approvazione definitiva.
“Nella Commissione che presiedo, abbiamo dato parere favorevole alla proposta di legge sulla disciplina dei cimiteri per gli animali da compagnia – ha spiegato all’AGI Rodolfo Lena, presidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale – mi auguro che ora arrivi in tempi brevi anche la calendarizzazione per la discussione in aula”.
Fine della legge è quello di assicurare “la continuità del rapporto affettivo dei proprietari con i loro animali, anche dopo la loro morte” prevedendo quindi dei veri e propri cimiteri.
Ma non si tratta di assicurare “una cuccia per la vita” solo a cani e gatti, la proposta prevede che potranno essere seppelliti in questi cimiteri anche i criceti, gli uccelli da gabbia e gli altri animali domestici di piccole dimensioni, ovvero tutti quegli animali “appartenenti a una specie abitualmente nutrita e detenuta, ma non consumata, dall’uomo a fini diversi dall’allevamento”.
“Si tratta, infatti, di una legge di civiltà, che consentirà di dare degna sepoltura agli animali domestici che, per noi tutti, sono ormai diventati dei veri e propri componenti della famiglia – ha aggiunto il presidente Rodolfo Lena del Pd – nei cimiteri, che potranno essere gestiti da enti pubblici o privati, previa autorizzazione del comune competente territorialmente, potranno essere accolte sia le spoglie sia le ceneri degli animali. La Regione si occuperà di garantire il rispetto di tutte le norme di salute pubblica e di concedere i relativi pareri igienico-sanitari tramite appositi controlli demandanti alle Asl e all’agenzia per la protezione ambientale”.
In questi cimiteri potranno essere accolte le ceneri degli animali a condizione che un apposito certificato veterinario escluda la presenza di malattie trasmissibili all’uomo. Inoltre questi luoghi potranno essere realizzati e gestiti dai singoli comuni o dai privati che sono stati autorizzati dopo un nulla osta da parte della Asl.
“La proposta di legge sui cimiteri per gli animali è di vitale importanza perché va a dare regole certe sull’argomento, al momento disciplinato solo da un Regolamento europeo che, però, prevede l’incenerimento o la sepoltura solo nel caso in cui si abbia a disposizione un terreno privato – ha detto all’AGI Devid Porrello del Movimento 5 stelle e vice presidente del Consiglio regionale – con questa legge, che abbiamo presentato nel 2018 e che adesso è confluita in un testo unificato, vogliamo far sì che quel legame che si è creato in vita con l’animale domestico non venga spezzato e prosegua anche dopo la morte, assecondando il desiderio di tutti color che considerano i pet come parte integrante della famiglia”.
“Ma oltre all’aspetto affettivo, la legge darà risposte certe anche in termini igienico-sanitari, individuando dei luoghi precisi dove realizzare i cimiteri e garantendo una gestione controllata tramite un registro delle sepolture e continue verifiche da parte della Asl competente – ha sottolineato Devid Porrello – in questo modo si va a eliminare il rischio di inquinamento delle falde acquifere causato dall’eventuale seppellimento non autorizzato degli animali e anche il rischio di diffusione di malattie, nel caso in cui le spoglie vengano gettate nei cassonetti dell’immondizia. In Commissione Sanità abbiamo discusso gli emendamenti, ora la Pdl passerà all’esame della Commissione Bilancio per discutere la copertura finanziaria e poi tornerà in Commissione Sanità per l’ok definitivo. Ultimati questi passaggi il testo approderà in Aula dove, una volta approvato, diventerà legge. È un provvedimento doveroso che garantirà una degna sepoltura dei nostri amici a quattro zampe che in vita ci hanno donato tutto il loro amore e che, anche dopo la morte, non vogliamo abbandonare”.
“Questa legge darà finalmente la possibilità ai comuni di realizzare dei cimiteri per gli animali domestici – ha detto all’AGI Fabrizio Ghera capo gruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio Regionale e firmatario di una delle proposte di legge – c’è una grande attenzione su questo tema da parte dei cittadini e speriamo di poterla approvare definitivamente al più presto in Aula. Si tratta di una legge che è già adottata in altre regioni”.
Per ora non è prevista la possibilità che ci siano dei cimiteri cosiddetti misti, ovvero luoghi di sepoltura dove poter tumulare i padroni con i loro animali da compagnia. Una proposta che non è stata approvata prevedeva che le ceneri dell’animale, separate in un teca, potessero essere aggiunte nel loculo del defunto anche su richiesta degli eredi.
“Al momento non è passato il nostro emendamento che prevedeva la possibilità di poter seppellire le ceneri dell’animale nella stessa tomba del suo padrone – ha spiegato Fabrizio Ghera – questa proposta la ripresenteremo sicuramente in occasione della discussione in aula. Si tratta di prevedere la possibilità che nello stesso loculo del defunto si possa inserire una piccola teca che custodisce le ceneri dell’animale domestico. Questo non sarebbe un obbligo ma soltanto una facoltà. È una possibilità già prevista in Lombardia, Emilia Romagna e Liguria”.
da agi.it
Dal mare alla montagna: ecco le città più sostenibili d’Italia
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Città, mare o vacanze attive in montagna: l’Italia offre tantissime opportunità di viaggio. Ma quanto sono sostenibili le città italiane? Omio, la piattaforma di viaggio multimodale leader in Europa per confrontare e prenotare treni, autobus e voli, ha stilato una classifica che offre una panoramica sulla sostenibilità delle città italiane. Tra i vari fattori analizzati, i servizi di trasporto pubblico e le opzioni di sharing mobility, ma anche la presenza di macchine elettriche e stazioni di ricarica; il traffico, la qualità dell’aria, i km di piste ciclabili e l’offerta di ristoranti vegetariani e vegani. Ecco gli highlights della ricerca.
TRENTO È LA CITTÀ PIÙ SOSTENIBILE
Secondo i dati analizzati, la città più sostenibile nella classifica di Omio è Trento, che eccelle per il numero di macchine elettriche registrate e per la disponibilità di stazioni di ricarica, rimarcando la propensione al trasporto green dei trentini. Ottima anche la performance per quanto concerne la quantità di rifiuti riciclati e buona la qualità dell’aria.
SUL PODIO ANCHE BOLZANO E FIRENZE
Il secondo e il terzo posto sono occupati da Bolzano e Firenze. La prima riceve il massimo punteggio per il numero di stazioni di ricarica e per i km di piste ciclabili a disposizione di cittadini e turisti, oltre che a un’ottima valutazione della qualità dell’aria, mentre la seconda spicca per opzioni di ristorazione vegana e vegetariana e colleziona un ottimo punteggio per il numero di veicoli di car sharing disponibili. Per Firenze, la qualità dell’aria è di gran lunga superiore se comparata a quelle di altre grandi città di simili dimensioni come Bologna e Bari.
IL RESTO DELLA CLASSIFICA
Al quarto posto della classifica di Omio troviamo Venezia che ottiene un ottimo punteggio per la gestione dei rifiuti, mentre al quinto posto si classifica Bologna, che si distingue per i numerosi km di pista ciclabile in città e nei dintorni. Sesto posto per Milano, dove l’ampia e capillare offerta di trasporto pubblico e di sharing mobility permette al capoluogo meneghino di ottenere il massimo dei punti, anche se la qualità dell’aria è decisamente migliorabile. Seguono Cagliari, Aosta, Perugia e Ancona, mentre tra le destinazioni più virtuose del sud Italia secondo i parametri della ricerca di Omio troviamo al dodicesimo posto Campobasso, dove si registra una bassa presenza di PM10 nell’aria.
Tredicesima Bari, dove il costo del biglietto di trasporto pubblico è tra i più bassi d’Italia, mentre Potenza e Roma si posizionano rispettivamente al quattordicesimo e quindicesimo posto, seguite da Torino (16°), Genova (17°) e Napoli (19°). Chiude il ranking Palermo, con soli 150 punti totalizzati in confronto ai 576 della prima in classifica.
ag. DIRE – www.dire.it
Peppino Impastato, il giornalista ucciso dalla mafia 44 anni fa
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
“La mafia uccide, il silenzio pure”, ripeteva Peppino Impastato. Lo sapeva bene lui che era nato a Cinisi in provincia di Palermo da una famiglia mafiosa: il padre, Luigi, era stato spedito al confino durante il periodo fascista e lo zio, Cesare Manzella, capomafia del paese, era rimasto ucciso in un attentato nel 1963. Da ragazzo, lo strappo con il padre, che lo cacciò via di casa, e l’avvio dell’attività politica, all’insegna della lotta alla mafia.
“Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”: per questo Peppino, oltre a scrivere, costituì prima, nel 1976, il gruppo ‘Musica e cultura’ grazie a cui riuscì a dare vita ad attività culturali che andavano dal cineforum fino al teatro e ai dibattiti; poi, nel 1977, la fondazione di ‘Radio Aut’, la radio indipendente e autofinanziata da cui Impastato denunciava gli affari illeciti dei capi mafia locali, in particolare quelli di Gaetano Badalamenti, che ironicamente Peppino chiamava ‘Tano Seduto”, al centro di scambi internazionali di droga, grazie al controllo strategico dell’aeroporto di Punta Raisi.
In molti, nel paese e non solo, avevano iniziato a seguirlo durante ‘Onda pazza a Mafiopoli’, la trasmissione di stampo satirico in cui si faceva beffa tanto dei mafiosi che dei politici. Poi, nel 1978, la discesa in campo al fianco della ‘Democrazia Proletaria’ per le elezioni comunali. Una campagna però che Peppino non riuscì a portare a termine perché venne ucciso assassinato prima, per mandato di Gaetano Badalamenti, tra l’8 e il 9 maggio 1978. Una morte rimasta per ore nell’ombra, per via del ritrovamento, nello stesso giorno, del presidente DC Aldo Moro in via Caetani a Roma, ucciso per mano delle Br.
Il corpo senza vita di Peppino Impastato venne posto lungo i binari della ferrovia Trapani-Palermo e fatto saltare in aria con il tritolo, nel tentativo di depistare gli investigatori e avvalorare l’ipotesi di un suicidio. Nonostante lo stallo delle indagini, agli abitanti di Cinisi era chiaro quanto avvenuto e molti elettori, giorni dopo l’uccisione, decisero di votare comunque il suo nome riuscendo a farlo eleggere ‘simbolicamente’ al Consiglio comunale.
Peppino sapeva il rischio che correva: “Nessuno ci vendicherà, la nostra pena non ha testimoni”. Ma la testimonianza del giornalista venne portava avanti dal fratello Giovanni e dalla madre Felicia che, grazie ai compagni del Centro studi siciliano di documentazione, riuscirono ad aprire l’inchiesta giudiziaria che solo molti anni dopo però, li avrebbe condotti alla verità. Dopo l’archiviazione del Tribunale di Palermo nel 1992, per la risoluzione del caso, fu necessario attendere il 1996, quando il pentito Salvatore Palazzolo, indicò in Badalamenti e nel vice Vito Palazzolo i mandanti dell’omicidio.
Numerose le iniziative che ricordano Peppino Impastato: oltre all’annuale Forum Sociale Antimafia, a lui è dedicato il film del regista Marco Tullio Giordana, dal titolo ‘I cento passi”, gli stessi che dividevano la casa di Badalamenti da quella dell’attivista. E nel 2004, la laurea honoris causa in filosofia concessa dall’Università di Palermo.
ORLANDO: “PER ANNI IN ATTO UN DEPISTAGGIO ORDITO DA PEZZI DELLO STATO”
Il 9 maggio del 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, la mafia uccideva Peppino Impastato, il militante di Democrazia proletaria che dai microfoni di Radio Aut denunciava gli affari illeciti di Cosa nostra e gli intrecci con la politica. “L’esperienza umana e culturale di Peppino Impastato è un invito a tutti a rifiutare i condizionamenti criminali – dice il sindaco della Città metropolitana di Palermo, Leoluca Orlando -. È un inno alla libertà, al recupero della dignità umana. La storia di Impastato ci ha insegnato anche a non smettere mai di cercare la verità, a lottare per ottenerla. Una verità che per troppo tempo è stata allontanata da un depistaggio ordito da pezzi dello Stato. Impastato pagò con la vita l’avere sfidato la mafia in un territorio in cui si era stabilito un sistema di relazioni tra apparati dello Stato e mafiosi che governavano la Sicilia. La sua figura rimane un punto di riferimento per quanti hanno scelto di schierarsi contro la mafia e i suoi legami con la politica, facendo scelte di rottura senza compromessi – conclude Orlando -. Il recupero del casolare dove fu ucciso è un ulteriore contributo alla gratitudine e alla ammirazione da parte di tutti e uno stimolo anche di conoscenza dell’impegno per i diritti delle future generazioni”.
FICO: “IMPASTATO ANCORA UN PUNTO DI RIFERIMENTO“
“Peppino Impastato pagò con la sua stessa vita l’impegno contro la mafia, che lo uccise il 9 maggio di 44 anni fa. Lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Peppino combatteva la criminalità organizzata schernendola, facendo politica, intervenendo nella sua Radio Aut. Si contrapponeva alle dinamiche mafiose conducendo ogni giorno battaglie civili, sempre a testa alta, dimostrando che esisteva una via alternativa al ricatto criminale”. Lo scrive su Facebook il presidente della Camera, Roberto Fico. “Peppino è ancora oggi un punto di riferimento per la nostra comunità – aggiunge Fico – come è lo è stata sua madre Felicia, che ci ha lasciato nel 2004. Un’eredità che in questi anni Giovanni e Luisa Impastato portano avanti: coltivano la memoria, fanno conoscere ai giovani i luoghi simbolo di Peppino e la sua storia, e contribuiscono con i loro progetti a dare nuova vita ai beni confiscati. La lotta alla mafia passa anche dalla valorizzazione di questi beni, che grazie alle migliori esperienze di gestione possono avere sui territori un’importanza sociale significativa. Anche per questo abbiamo il dovere di non lasciar sola la famiglia Impastato”.
DE MAGISTRIS: “A CINISI A 44 ANNI DALL’OMICIDIO DI PEPPINO IMPASTATO“
“Sono passati 44 anni dal barbaro omicidio di Peppino Impastato il 9 maggio 1978. Ritorno a Cinisi ed è sempre un’emozione intensa e profonda. La storia di un uomo giusto, ribelle alla mafia, precursore della rivoluzione culturale quale anticorpo sociale, la radio militante, i suoi cento passi verso la verità e la morte. La storia di compagni e depistaggi, di lotte e connivenze. Nella storia di Peppino si respira la storia. Una vita spezzata, ma tante vite che si incontrano e si uniscono per amore di Peppino, della giustizia e della verità”. Lo scrive il fondatore del movimento demA Luigi de Magistris.
ag. DIRE – www.dire.it
Draghi al G7: “Avanti con il sesto pacchetto di sanzioni”
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Alla riunione del G7 in videocollegamento, il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha ribadito l’importanza di uno stretto coordinamento per sostenere l’Ucraina e perseguire la pace promuovendo un immediato cessate il fuoco e negoziati credibili.
“Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina – ha detto il Presidente Draghi – e dobbiamo andare avanti con il sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Allo stesso tempo, dobbiamo fare ogni sforzo per aiutare a raggiungere quanto prima un cessate il fuoco e per dare nuovo slancio ai negoziati di pace. Il G7 deve anche continuare a impegnarsi per aiutare quei Paesi poveri che rischiano una crisi alimentare. Il nostro impegno e la nostra unita’ sono essenziali”.
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi – si legge in una nota di palazzo Chigi – ha avuto questo pomeriggio una nuova videoconferenza con il Presidente Biden, il Presidente Macron, il Cancelliere Scholz, il Primo Ministro Johnson, il Primo Ministro Trudeau, il Primo Ministro Kishida, il Presidente Michel e la Presidente von der Leyen, con la partecipazione del Presidente Zelenskiy. L’incontro ha offerto l’occasione per commemorare la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dalle sue atrocità.
I Leader hanno riaffermato l’unità dei Paesi G7 nel condannare l’aggressione ingiustificata da parte della Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina, che ha riportato l’Europa agli orrori del secondo conflitto mondiale.
Hanno condiviso la viva preoccupazione per il prolungarsi delle ostilità e la necessità di mantenere alta attraverso le sanzioni la pressione sul Cremlino. I Leader hanno infine reiterato l’impegno a diversificare le fonti energetiche riducendo in tal modo la dipendenza dagli approvvigionamenti russi.
Festa della mamma, in Italia maternità sempre più tardi e con meno figli
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
Scelgono la maternità sempre più tardi (in Italia l’età media al parto delle donne raggiunge i 32,4 anni) e fanno sempre meno figli (1,25 il numero medio di figli per donna). Devono spesso rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari (il 42,6% delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli, risulta non occupata), con un divario rispetto ai loro compagni di più di 30 punti percentuali, oppure laddove il lavoro sia stato conservato, molte volte si tratta di un contratto part-time (per il 39,2% delle donne con 2 o più figli minorenni). Solo poco più di 1 contratto a tempo indeterminato su 10 tra quelli attivati nel primo semestre 2021, è a favore delle donne. Nel solo 2020 sono state più di 30mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni, spesso per motivi familiari anche perché non supportate da servizi sul territorio, carenti o troppo costosi, come gli asili nido (nell’anno educativo 2019-2020 solo il 14,7% del totale dei bambini 0-2 anni ha avuto accesso al servizio finanziato dai Comuni).
Questi i dati diffusi da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, nel 7° Rapporto di Save the Children ‘Le Equilibriste: la maternità in Italia 2022’, alla vigilia della Festa della mamma. Un quadro critico quello che emerge dal Rapporto, ad iniziare dal tasso di natalità che nel 2021, nel nostro Paese, segna l’ennesimo minimo storico dall’Unità d’Italia. I nuovi nati, infatti, calano al di sotto della soglia dei 400mila (399.431), in diminuzione dell’1,3% sul 2020 e di quasi il 31% rispetto al 2008. Uno scenario del nostro Paese molto complesso, quindi, nel quale le mamme sono alla continua ricerca di un equilibrio tra vita familiare e lavorativa, spesso senza supporto e con un carico di cura importante, aggravato negli ultimi anni a causa della pandemia.
Lo studio include l’Indice delle Madri, elaborato dall’Istat per Save the Children, che identifica le regioni in cui la condizione delle madri è peggiore o migliore sulla base di 11 indicatori rispetto a tre diverse dimensioni: la cura, il lavoro ed i servizi. Inoltre, anche quest’anno, l’indice evidenzia i principali mutamenti che hanno interessato la condizione delle madri nei diversi territori.
L’INDICE DELLE MADRI 2022
Il Rapporto ‘Le Equilibriste: la maternità in Italia 2022’ di Save the Children, include come ogni anno, l’Indice delle Madri che identifica le Regioni che si impegnano, di più o di meno, a sostenere la maternità in Italia.
Elaborato dall’Istat per Save the Children, l’Indice valuta, attraverso 11 indicatori, la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi.
Secondo l’Indice, anche quest’anno, sono le regioni del Nord ad essere più mother friendly, in alcuni casi con valori molto più alti della media nazionale. Regioni queste, dove c’è una maggiore attenzione sulle condizioni socio-economiche delle donne ed è evidente uno sforzo maggiore nell’investimento sul welfare sociale. Le province autonome di Bolzano e Trento mantengono da varie edizioni, rispettivamente, la prima e la seconda posizione.
Dietro le prime due, seguono l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia, la Toscana e la Valle d’Aosta. Al contrario, le regioni del Mezzogiorno (assieme al Lazio) si posizionano tutte al di sotto del valore di riferimento (pari a 100), evidenziando come sia più difficile per le mamme vivere in alcune di queste. Il Lazio infatti, registra il 13° posto nella classifica generale, già dal 2018, pur avendo conquistato tre punti in più nei valori del 2021. Basilicata (19° posto), Calabria (20° posto), Campania (21° posto) e Sicilia (17° posto) si avvicendano da anni nelle ultime posizioni. Quest’anno si affianca loro la Puglia (18° posto), anche se, per tutte le regioni del Mezzogiorno, il trend globale sembra in sensibile miglioramento con un aumento di 4 punti negli ultimi quattro anni.
LA CURA
Rispetto all’anno di riferimento (2018), l’area della Cura fa registrare un calo di quasi due punti a livello nazionale. Il peggioramento si rispecchia in tutte le regioni italiane, con decrementi anche molto rilevanti, come l’esempio della Lombardia con quasi 20 punti di differenza rispetto al 2018. L’area della Cura prende in esame due indicatori: il tasso di fecondità (numero di figli per donna) e la distribuzione del lavoro di cura tra i partner genitori con una occupazione. A livello regionale, si conferma lo scenario emerso nella scorsa edizione del Rapporto di Save the Children, con le province autonome di Trento e Bolzano che si attestano alle prime due posizioni, mentre nel Mezzogiorno si registrano valori molto bassi, ben al di sotto della media nazionale di 98,1, come in Basilicata e in Puglia (rispettivamente con un valore di 69,8 e 73,5). Nell’aera della Cura, il Lazio sale di 2 posizioni rispetto al 2018, attestandosi all’11mo posto, nonostante il valore di riferimento scenda di ben sei punti rispetto al 2019.
IL LAVORO
L’area Lavoro, dopo anni altalenanti, sembra registrare una piccola ripresa nel 2021, con un valore pari a circa 100,8. Dal punto di vista territoriale, l’indice mostra le regioni in una sostanziale situazione di stabilità. Alcune regioni rappresentano un’eccezione, come la Liguria che, dopo anni di stabilità, registra un aumento di tre punti e mezzo in più in questa edizione del rapporto di Save the Children, o l’Umbria e l’Abruzzo con un avanzamento di quattro punti, e la Basilicata con più di sette punti in avanti rispetto al 2018.
Restano molto marcati i divari territoriali con una netta differenza tra Centro-Nord e Sud. Le regioni del Mezzogiorno infatti, rimangono ancora molto sotto il valore di riferimento di 100, come la Campania (69,1), la Sicilia (69,3) o la Calabria (70,9), mentre quasi tutte le altre, anche se di poco, lo superano. Il Lazio (101,4), dal 2018 conserva il 13° posto nell’area Lavoro, nonostante un abbassamento del valore di almeno due punti.
I SERVIZI
Nel dominio Servizi, si registra un netto miglioramento. Già nella scorsa edizione dell’Indice delle Madri, si intravedevano dei valori a livello nazionale, che potevano far ben sperare per gli anni successivi, trend quindi confermato.
L’indice nazionale passa da 100 a più di 107, con un miglioramento generale in quasi tutte le regioni. Il dato maggiormente significativo sembra essere il gap meno ampio tra Nord e Sud rispetto al 2018: la Sardegna (106,4), per esempio, fa registrare un’ottima performance, superiore anche al Piemonte (106,3) per aumento dell’indice. Nell’area Servizi, il Lazio guadagna ben due posizioni, conquistando il 16° posto nella classifica e registrando un aumento dell’indice di ben 10 punti dal 2018. Diverse regioni del Mezzogiorno registrano valori superiori alla media italiana, a dimostrazione dello sforzo delle regioni del Sud di incentivare i servizi della prima infanzia, fondamentali per supportare la genitorialità. Regioni come la Puglia (dal 16° al 13° posto) o la stessa Sicilia che pur guadagnando una sola posizione (dal 20° posto al 19°) fa un balzo di ben 8 punti.
IL GAP DEL LAVORO A LIVELLO NAZIONALE
Lo scenario delineato dai dati indica un mancato sostegno pubblico alle mamme che affonda le sue radici nelle pesanti disparità di genere in Italia[10] che prescindono dalla decisione delle donne di avere dei figli. Per le diplomate, ad esempio, i salari sono sistematicamente inferiori e il divario di genere tende ad aumentare nel tempo. Il reddito mensile lordo medio stimato per i ragazzi nell’anno del diploma ammontava a 557 euro, mentre per le ragazze a 415.
Nell’anno successivo, in cui i lavori cominciano ad essere più stabili, sale a 921 euro per gli uomini, mentre per le donne è di soli 716 euro. Alle soglie dei 30 anni, gli uomini mostrano una traiettoria salariale ancora in crescita; quella femminile, per contro, si appiattisce. Facilmente comprensibile come il reddito della donna all’interno di una famiglia – essendo il più basso – sia sacrificabile, generando un circolo vizioso che favorisce l’esclusione femminile dal mercato del lavoro. Anche la lieve ripresa economica dello scorso anno è caratterizzata da ingiustizie di genere: delle 267.775 trasformazioni contrattuali a tempo indeterminato del primo semestre 2021, solo il 38% riguarda donne[11]. Se si guarda il numero totale di attivazioni contrattuali (sul totale di tutte le attivazioni) nel 1° semestre per le donne (poco più di 1,3 milioni), la maggior parte (38,1%) è a tempo determinato; seguono il lavoro stagionale (17,7%), la somministrazione (15,3%) e, solo per ultimo, l’indeterminato (14,5%). Per contro, degli oltre 2 milioni di contratti attivati per gli uomini, quasi la metà (il 44,4%) è a tempo determinato, subito seguito dall’indeterminato (il 18%).
La sintesi della condizione professionale delle donne nel mercato del lavoro, che tuttora persiste in Italia, si potrebbe riassumere nella frase ‘Le ultime ad entrare, le prime ad uscire’, come sottolineato dal Cnel. Le donne, quindi, a differenza degli uomini, sono ancora in notevole svantaggio quando, nei loro orizzonti di vita prende corpo la decisone di avere un figlio. E questo avviene non solo sul versante occupazionale, ma anche su quello retributivo, tanto che ormai questa condizione viene definita ‘motherhood penalty’ (o ‘child penalty gap’). Secondo il Rapporto ‘Le Equilibriste’, il 42,6% delle donne con figli nella fascia d’età 25-54, infatti, risulta non occupata, con uno divario rispetto agli uomini di più di 30 punti percentuali. Il dato cambia notevolmente a seconda delle aree del Paese, arrivando a sfiorare il picco del 62,6% nel Mezzogiorno, seguito dal 35,8% al Centro e da un 29,8% al Nord. Inoltre, mentre il tasso di occupazione dei padri tende a crescere all’aumentare del numero di figli minorenni presenti nel nucleo, per contro, quello delle madri tende a diminuire. A fronte del 61% di madri con un figlio minorenne occupate (tre donne su 5), gli uomini nella stessa condizione che hanno un lavoro sono l’88,6%. Il divario aumenta quando, entrambi i generi hanno due o più figli minorenni (donne occupate 54,5% a fronte dell’89,1% degli uomini), con una differenza di 34,6 punti.
Come sottolineano molte delle indagini pubblicate sia in Italia che all’estero, le conseguenze della recessione causata dal Covid-19 hanno colpito soprattutto le donne: anche se i dati da Paese a Paese si differenziano, in media le stime internazionali indicano che le ore lavorate e i tassi di occupazione femminile siano diminuiti a un ritmo maggiore rispetto a quelli maschili. Anche i dati sulle convalide delle dimissioni delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri di bambini/e di 0-3 parlano chiaro: su 42.377 casi nel 2020, il 77,4% riguarda donne. Le lavoratrici madri rappresentano il 77,2% (30.911) del complesso delle dimissioni volontarie, a fronte delle 9.110 dei padri. Sul totale delle motivazioni indicate nelle convalide, quella più frequentemente segnalata continua ad essere la difficoltà di conciliazione della vita professionale con le esigenze di cura dei figli.
“La crisi da Covid-19 è stata un acceleratore di disuguaglianze sociali, economiche, educative. In Italia le donne, e le mamme in particolare, hanno pagato un prezzo altissimo. La recessione conseguente alla pandemia è stata giustamente definita una ‘shecession’, i dati ci dimostrano che è ancor di più una ‘momcession’. Anche la ripresa dell’occupazione del 2021 è connotata in larga parte dalla precarietà delle donne e delle mamme nel mondo del lavoro. Servono misure efficaci, organiche e ben mirate che consentano di bilanciare le esigenze dell’essere madri e quelle dell’accesso e della permanenza nel mondo del lavoro”, ha commentato Antonella Inverno, responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children.
“Gli SDGs dedicano l’obiettivo 5 alla parità di genere e il ‘traguardo’ 5.4 dell’Agenda 2030 è focalizzato proprio sul tema della conciliazione e della condivisione. Per centrare questo traguardo, occorre incentivare il ruolo degli uomini nel lavoro di cura, anche introducendo un congedo di paternità obbligatorio significativamente più lungo dei dieci giorni previsti dalla legge di bilancio 2022 e dai provvedimenti collegati. Le riforme in atto, come il Family Act o la legge sulla parità salariale, sono passi avanti, ma occorre completare il quadro con investimenti consistenti: dal sostegno al reddito, alle politiche fiscali, all’offerta di un’infrastruttura di servizi, alla qualità del sistema scolastico, alle misure di conciliazione, tutto influisce sul benessere del nucleo familiare e anche sul tasso di fertilità che sta segnando picchi drammatici ormai in Italia. È necessario poi che i decreti attuativi del Family Act, scongiurino il rischio che tutto si risolva in misure transitorie o che non affrontano il problema in maniera strutturale senza il necessario rafforzamento dei servizi extrascolastici e di sostegno alla genitorialità”, ha sottolineato Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
SAVE THE CHILDREN PER BAMBINE E BAMBINI TRA ZERO E SEI ANNI
Save the Children Italia Onlus, attraverso i suoi programmi dedicati all’area materno infantile e rivolti ai bambini e alle bambine tra 0 e 6 anni, agisce, fin dalla gravidanza, per sostenere le situazioni più critiche e poter tutelare i diritti delle bambine e dei bambini e promuovere il loro benessere, con l’obiettivo di non lasciarne indietro nessuno. Il programma Fiocchi in Ospedale è un programma di intervento precoce, che interviene durante i cosiddetti primi 1000 giorni. E’ dedicato quindi ai neonati e alle loro famiglie, e prevede l’offerta di un servizio di bassa soglia, per l’ascolto, l’orientamento, l’accompagnamento e la presa in carico. Si rivolge ai futuri e neo genitori, in particolare quelli che patiscono una situazione di vulnerabilità sul piano socio-economico, culturale o psicologico. Fiocchi in Ospedale è presente in 12 ospedali nelle città di Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari, Sassari, Pescara e Ancona e, attraverso le sue reti territoriali opera anche nelle città di Brindisi, Cosenza e Catanzaro.
All’azione di identificazione e supporto precoce, si affianca l’offerta di spazi ad alta densità educativa, dedicati ai genitori e ai bambini tra 0 e 6 anni. Si tratta del programma Spazio Mamme, per accompagnare gli adulti di riferimento, costruire con loro percorsi di autonomia, e sperimentare modelli di attivazione delle comunità territoriali e dei servizi di cura, educativi, culturali e di sostegno sociale. Attualmente ci sono 13 Spazi Mamme attivi nelle città di Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari, Brindisi, San Luca (RC), Palermo, Catania e Sassari. Nel 2019, in occasione del suo Centenario, Save the Children ha lanciato il progetto Per Mano, con l’obiettivo di prendere in carico bambini e bambine, nati in Italia in condizioni di grave vulnerabilità a partire da maggio 2019 con percorsi di accompagnamento personalizzati, condivisi con il nucleo familiare e prolungati nel tempo.
Il progetto, che si è concluso nel 2021, ha seguito 917 tra bambine e bambini nelle città di Milano, Torino, Roma, Napoli e Bari. Sulla base della metodologia messa a punto dal progetto Per Mano e fondata sull’azione di figure territoriali di coordinamento – tutor territoriali – e sull’erogazione di doti di cura, sono stati attivati due diverse progettualità nelle città di Torino e Milano. A Torino è attivo Per Mano in Piazza, uno sportello di bassa soglia nella popolosa zona di Porta Palazzo, destinato all’ascolto e all’orientamento di nuclei familiari con bambini sotto i sei anni in condizione di grave vulnerabilità. Il progetto è realizzato in collaborazione con il Comune di Torino.
A Milano si realizza il progetto Per Mano QuBì, in collaborazione con le reti di welfare territoriali definite dal programma di contrasto alla povertà infantile realizzato dalla Fondazione Cariplo e denominato QuBì. Obiettivo di questa progettualità è quello di assicurare, attraverso l’azione di 6 tutor territoriali e un coordinamento cittadino, il supporto a futuri e neo genitori in condizione di grave vulnerabilità in 23 quartieri della città di Milano. Tutti i programmi e i progetti che Save the Children realizza sul territorio nazionale sono svolti in partenariato con organizzazioni territoriali competenti e qualificate.
Sondaggio Dire-Tecnè: centrodestra in calo, Fdi resta il primo partito
scritto da Fatti Nostri | 14 Maggio 2022
La coalizione di centrodestra resta davanti al centrosinistra ma perde terreno rispetto a una settimana fa.
È quanto emerge dal sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 6 maggio su un campione di mille persone.
Fratelli D’Italia, Lega, Forza Italia, Noi con l’Italia e Coraggio Italia mettono insieme il 49,2% delle preferenze perdendo lo 0,2% di punti percentuali in sette giorni. PD, M5S, Art.1 ed Europa Verde raggiungono il 38,7% (+0,1%).
Dall’inizio del governo Draghi – 13 febbraio 2021 – il centrodestra registra un calo di 3,9 punti. Sale invece il centrosinistra che da quella data ha guadagnato 4,7 punti.
FDI AL 22,1%, ANCORA PRIMO PARTITO
Fratelli d’Italia è ancora il primo partito in Italia con il 22,1% e guadagnando uno 0,1%. In seconda posizione il Pd con il 21,7% (-0,1%). Chiude il podio la Lega ferma al 15,4%. Invariata la sua posizione rispetto a 7 giorni fa. E’ quanto emerge dal sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 6 maggio su un campione di mille persone.
A seguire, il Movimento 5 Stelle che guadagna lo 0,2% e si attesta al 12,9%. Quindi Forza Italia al 10,7% (-0,1%) e Azione-+Europa al 4,4% (+0,1%). Italexit con Paragone al 2,2% che con un +0,2% supera Italia Viva al 2,1% (-0,1%). Chiudono la classifica Europa Verde al 2,1%, Sinistra italiana al 2% (-0,2%), e gli altri partiti al 4,4% (-0,1%).
DRAGHI ANCORA IN CALO CONSENSO, ORA AL 53,5%
Continua a perdere consenso tra gli italiani Mario Draghi, che si attesta al 53,5% perdendo lo 0,4% rispetto alla scorsa settimana. E’ quanto emerge dal sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 6 maggio su un campione di mille persone.
Ad inizio governo, nel febbraio del 2021, Draghi aveva il 61% dei consensi.
CONSENSO GOVERNO IN LEGGERO CALO AL 47,4%
Scende ancora il gradimento del Governo targato Mario Draghi, in calo dello 0,2% rispetto a sette giorni fa. E’ quanto emerge dal sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 6 maggio su un campione di mille persone.
L’esecutivo insediatosi nel febbraio 2021 è ora al 47,4%, mentre il giorno dell’insediamento era al 58,4%.