Meloni, vogliamo unire Italia, senza territori di serie A e B

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312574902 668326334660913 4313581776860480655 n“Noi vogliamo unire l’Italia” e “non ci rassegniamo all’idea che ci siano territori e servizi di serie A e B. Una sola Italia con servizi e diritti uguali per tutti”.

Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla presentazione del Progetto ‘Polis-Casa dei servizi digitali’ di Poste Italiane. (ANSA).




Gas, Eni firma un accordo da 8 miliardi in Libia

libia accordo gas meloni

libia accordo gas meloniL’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e l’amministratore delegato della National Oil Corporation (NOC), Farhat Bengdara, hanno siglato oggi un accordo per avviare lo sviluppo delle ‘Strutture A&E’, un progetto strategico volto ad aumentare la produzione di gas per rifornire il mercato interno libico, oltre a garantire l’esportazione di volumi in Europa. L’accordo è stato firmato alla presenza del Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, e del Primo Ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Al-Dbeibah.

‘Strutture A&E’ è il primo grande progetto ad essere sviluppato nel paese dall’inizio del 2000. Consiste in due giacimenti a gas, chiamati rispettivamente ‘Stuttura A’ e ‘Struttura E’, situati nell’area contrattuale D, al largo della Libia. La produzione di gas inizierà nel 2026 e raggiungerà un plateau di 750 milioni di piedi cubi di gas standard al giorno.

UN INVESTIMENTO DA 8 MILIARDI

L’investimento complessivo è stimato in 8 miliardi di dollari, con un impatto significativo sull’industria e sulla relativa catena di fornitura, fornendo un contributo significativo all’economia libica.
La produzione sarà assicurata attraverso due piattaforme principali collegate agli impianti di trattamento esistenti presso il complesso di Mellitah. Il progetto prevede anche la costruzione di un impianto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS) a Mellitah, che consentirà una significativa riduzione dell’impronta carbonica complessiva, in linea con la strategia di decarbonizzazione di Eni.

“L’accordo di oggi consentirà di effettuare importanti investimenti nel settore dell’energia in Libia, contribuendo allo sviluppo e alla creazione di lavoro nel Paese, e rafforzando la posizione di Eni come primo operatore in Libia”, dice l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha dichiarato:
Eni è il principale produttore internazionale di gas in Libia, con una quota dell’80% della produzione nazionale (1,6 bscfd nel 2022). La società opera in Libia dal 1959 e attualmente dispone di un ampio portafoglio di asset in esplorazione, produzione e sviluppo. Le attività produttive sono operate attraverso la società mista Mellitah Oil and Gas BV (Eni 50%, NOC 50%). La produzione equity è stata di 165.000 barili di petrolio equivalente al giorno nel 2022.

MELONI: “ENERGIA TEMA CHIAVE STABILITÀ E CRESCITA LIBIA, VERSO ITALIA HUB UE”

La cooperazione nel campo dell’energia tra Italia e Libia “è antica e solida” e “l’energia rappresenta uno dei contributi più significativi che si possono dare alla stabilizzazione e alla crescita della Libia”. E per fare dell’Italia un hub energetico per l’Europa la Libia “è un partner fondamentale“. Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta a Tripoli con il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdel Hamid al-Dabaiba. “Eni è presente in Libia dal 1959, ringrazio Claudio Descalzi per essere qui oggi. L’Eni ha di fatto contribuito a una parte importante della storia libica di questi anni, dello sviluppo economico della Libia“, dice Meloni.

MELONI: “QUELLO DI OGGI È ACCORDO STORICO”

“Oggi grazie al gasdotto Green stream condividiamo anche uno strumento fondamentale per favorire il processo di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e la firma di oggi dell’intesa tra Eni e Noc è un passaggio molto importante, un passaggio storico nella lunga e proficua collaborazione“, prosegue la presidente del Consiglio.

“Ovviamente l’intesa rilancia una serie di iniziative per diversificare le fonti energetiche, per la sostenibilità delle fonti energetiche, e’ fatta soprattutto per garantire energia ai cittadini libici e garantire maggiori flussi verso l’Europa in un progetto che l’Italia sta portando con forza avanti”, ricorda Meloni, e cioè “fare dell’Italia un hub di approvviggionamento energetico dell’intera Europa e dare maggiore strategicita’ al ruolo della nostra nazione”.

Dunque, “la Libia per questo quadro è un partner fondamentale” e l’accordo Eni e Noc “immagino sia il primo di molte altre iniziative”, auspica la presidente del Consiglio. “La Libia sa che può contare sull’Italia“, sul piano di “una cooperazione a 360 gradi tra due nazioni amiche da tempo che devono risolvere insieme problemi importanti, con la capacità di essere concreti sulla quale possiamo dimostrare di poter fare molto in futuro”, conclude Meloni.

MELONI: “LIBIA PRIORITÀ PER ITALIA, STABILITÀ MEDITERRANEO E SFIDE UE”

“La Libia è una priorità per l’Italia, lo è per la stabilità del Mediterraneo, lo è per la sicurezza dell’Italia, lo è anche per alcune delle grandi sfide che l’Europa affronta come la crisi energetica”. Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta a Tripoli con il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdel Hamid al-Dabaiba. “Non a caso”, spiega Meloni, “la visita a Tripoli è una delle mie prima visite istituzionali nell’area mediterranea“.

MELONI: “È UN MERCATO STRATEGICO PER LE NOSTRE AZIENDE”

“L’Italia rimane per la Libia il primo partner e il primo cliente, e questo significa che la Libia e’ un mercato strategico per le nostre aziende, e vale anche per l’energia e per le infrastrutture”. Lo dice la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel corso della conferenza stampa congiunta a Tripoli con il primo ministro del Governo di unità nazionale libico, Abdel Hamid al-Dabaiba.
Ricordando il riferimento fatto dal primo ministro libico al Trattato amicizia del 2008, “il cui elemento più significativo per lo sviluppo della Libia era la vicenda dell’autostrada”, dice Meloni, “vogliamo portare avanti gli impegni che ci siamo presi”.
Inoltre, aggiunge la presidente del Consiglio, “è molto importante iniziare il prima possibile i lavori sull’aeroporto internazionale a Tripoli per che avere standard di sicurezza adeguati”, il che “significa riprendere il prima possibile i voli diretti tra l’Italia e la Libia, condizione fondamentale per legare i nostri paesi”.

ag. DIRE – www.dire.it

 




Brescia: donna uccide il marito a coltellate davanti al figlio di 15 anni

omicidio brescia roberto fagoni

omicidio brescia roberto fagoniAl magistrato, dopo aver confessato il delitto, avrebbe raccontato che i litigi in casa erano continui. Per questo sabato sera, al culmine di una lite, Raffaella Ragnoli, 56 anni, ha ucciso il marito Roberto Fagoni, 59 anni, colpendolo alla gola sotto gli occhi del loro figlio di 15 anni. È successo nel bresciano, nel paesino di Nuvolento.

La litigata, stando a quanto ricostruito in queste prime ore di ricostruzione da parte degli inquirenti, è cominciata verso l’ora di cena ed è stata un’escalation, urla e accuse, fino a che la donna ha preso in mano un coltello da cucina e ha colpito il marito alla gola: il colpo ha reciso la carotide e a quel punto per l’uomo non c’è stato niente da fare. A chiamare i soccorsi è stato proprio il figlio di 15 anni, ma quando i sanitari sono arrivati Roberto Fagoni era già morto. La donna, interrogata dal magistrato di turno, avrebbe detto che lei e il marito litigavano continuamente da tempo. Oltre al ragazzo di 15 anni che era presente al momento del colpo fatale, la coppia ha un’altra figlia maggiorenne già uscita di casa.

La donna è stata arrestata per omicidio e nella notte è stata interrogata dal magistrato di turno.

ag. DIRE – www.dire.it




Pista anarchica dietro agli attentati ai diplomatici italiani?

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downloadIeri è stata incendiata l’auto con targa diplomatica di un funzionario diplomatico in servizio all’Ambasciata d’Italia a Berlino: nella serata, inoltre, ignoti hanno infranto la vetrata del palazzo in cui ha sede il Consolato Generale d’Italia a Barcellona, imbrattando una parete dell’ingresso dell’edificio.

Lo ha reso noto il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

“Ho fatto pervenire la mia solidarietà e quella del Governo italiano al Primo Consigliere dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, Luigi Estero, per l’attentato che ha provocato l’incendio della sua automobile nella Capitale tedesca.

A questo episodio si aggiunge la violazione del nostro Consolato Generale a Barcellona con atti di vandalismo. Il Governo segue con preoccupazione e attenzione questi nuovi casi di violenza nei confronti dei nostri funzionari e delle nostre rappresentanze diplomatiche”. Lo dichiara la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, subito informato, ha personalmente e immediatamente contattato l’Ambasciata a Berlino e il Consolato a Barcellona per esprimere la propria solidarietà e ha chiesto che venga fatta al più presto piena luce sulle dinamiche di questi atti criminosi”: lo scrive la Farnesina in una nota, sottolineando che “il ministro ha disposto l’avvio immediato delle procedure per la verifica e il rafforzamento delle sedi diplomatiche e del personale impegnato”.

“Le forze di polizia locali hanno effettuato i necessari rilievi scientifici e investigativi. In ambedue i casi, fortunatamente, non si registrano danni a persone”, conclude la nota.

LE INDAGINI

“Libertat Cospito”, “Amnistia totale” e “Stato italiano omicida”. Sono le scritte ritrovate su un muro della facciata del Consolato generale italiano a Barcellona preso di mira da atti di vandalismo. Lo scrive l’agenzia spagnola Efe citando la polizia e precisando che le scritte sono in fase di ripulitura. Le forze dell’ordine hanno aperto una inchiesta sull’accaduto.

La Procura di Roma è in attesa delle informative da Digos e Ros per avviare, così come avvenuto per episodi analoghi come quello di Atene, fascicoli d’indagine in relazione alle azioni contro il consolato italiano a Barcellona e contro l’auto di un funzionario dell’ambasciata italiana a Berlino. I procedimenti saranno all’attenzione dei magistrati dell’antiterrorismo. Al momento la pista più accreditata è quella legata alla matrice anarchica così come nell’episodio dell’attentato i danni del primo consigliere dell’ambasciata in Grecia Susanna Schlein e la sua famiglia.

Nei giorni scorsi – a quanto apprende l’ANSA – gli addetti alla sicurezza dell’ambasciata italiana a Berlino avevano richiesto alla polizia locale l’innalzamento delle misure di vigilanza dei locali della sede diplomatica. L’ipotesi cui lavora l’intelligence è quella di un collegamento tra l’attentato e gruppi di matrice anarchica, mobilitati in questa settimana per la solidarietà ad Alfredo Cospito, detenuto in regime di 41bis che sta facendo lo sciopero della fame.

ansa.it




E li chiamarono “Giusti”

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1572617212645 2048x1152Li nascosero, li nutrirono, li aiutarono a fuggire: erano gli angeli segreti degli ebrei.

I “giusti” italiani che nello Yad Yashem hanno trovato il loro posto d’onore

 «Nel giugno del 1942, a Leopoli, in circostanze insolite, una giovane SS che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace, mi disse, dopo avere ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di dover rifiutarglielo. Questa vicenda continua a tormentarmi. Così decisi di fissarla per iscritto, e alla fine del mio racconto rivolgo la domanda che ancor oggi merita una riposta, per il suo significato politico, filosofico e religioso: ho avuto ragione o torto negando il perdono?».

A rifiutare questa grazia al giovane nazista è Simon Wiesenthal, che dopo la guerra diventerà l’implacabile «cacciatore dei nazisti», oltre che autore di diversi libri. Per tutta la vita quel rifiuto continuerà a turbare Wiesenthal e il dubbio di aver commesso verrà fissato in un libro – Il Girasole – che ancora oggi rappresenta un tema di riflessione collettiva sul tema del perdono da parte di filosofi, storici e teologi.

Nato il 31 dicembre del 1908 a Buczacz in Ucraina, Simon Wiesenthal fu uno dei pochi fortunati che sopravvisse alla terribile esperienza dei campi di concentramento nazisti. Dopo la sconfitta di Hitler non tornò alla sua professione di architetto, ma si dedicò anima e corpo alla caccia dei criminali nazisti sfuggiti alla giustizia. Grazie al suo lavoro ne sono stati assicurati alla giustizia più di mille (tra questi Adolf Eichmann, ideatore dello sterminio di massa) ed è stata confutata l’odiosa teoria di un olocausto inventato ad uso dei mass media (Wiesenthal riuscì a scoprire l’ex nazista che aveva arrestato la famiglia di Anna Frank). Morto all’età di 96 anni (a Vienna il 20 settembre 2005) aveva lottato contro l’indifferenza e lo scetticismo di quanti non hanno mai creduto fino in fondo agli orrori dei campi di sterminio. “È molto difficile fare in modo che il pubblico comprenda realmente i crimini di costoro – spiegava – Ancora mi devo preoccupare di gente e gruppi che sostengono che l’Olocausto non è mai accaduto”. Il centro Simon Wiesenthal, fondato nel 1977 conta oggi 400mila soci, a dimostrazione di una memoria collettiva che non vuole dimenticare e che nel giardino dei Giusti di Gerusalemme e nel mausoleo dello Yad Yashem trova il suo giusto alter-ego in Moshe Bejski, cacciatore dei “giusti”.

Sopravvissuto alla deportazione grazie al coraggio di Schindler, Bejski fece della caccia ai coraggiosi salvatori degli ebrei la propria ragione di vita immortalando i loro nomi negli alberi del giardino. Una vera e propria foresta che oggi testimonia l’anima buona dell’umanità.

«Forse solo chi è stato braccato come un animale e ha provato a scappare dal destino amaro che lo attendeva, trovando però le porte chiuse di fronte alla ricerca di un rifugio per la notte, è in grado di apprezzare pienamente quelle persone eccezionali che in virtù della loro umanità e ragionevolezza si sono comportate diversamente dalla maggior parte degli individui, che assistevano con indifferenza a ciò che stava accadendo e senza far nulla per aiutare… »

Tra i 17433 “giusti” presenti sulla collina di Gerusalemme, sono molti i nomi italiani, nomi in gran parte sconosciuti alla maggioranza dei connazionali. Se Schindler, Perlasca e Wallenberg hanno giustamente meritato gli onori della cronaca, tanti altri hanno fatto ingresso nello Yad Yashem in punta di piedi, mantenendo fede a quella discrezione che rende ancora più straordinario l’atto di coraggio. Sul “Muro dell’onore” 295 vite sconosciute raccontano la triste favola di chi poté strappare qualche vita alla bestialità umana.

palatucciGiovanni Palatucci, nato a Montella (Avellino nel 1909) crebbe con gli insegnamenti morali degli zii Antonio e Alfonso, superiori provinciali dei Francescani conventuali in Puglia e a Napoli, e Giuseppe Maria, vescovo di Campagna. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1932 divenne Vice Commissario di Pubblica Sicurezza e nel 1937 venne trasferito alla Questura di Fiume, ove negli anni successivi ebbe incarichi di Commissario e di Questore reggente e la responsabilità dell’ufficio stranieri. Sede di un’importante comunità ebraica, Fiume vide arrivare nel 1938 (l’anno delle leggi razziali) il prefetto Temistocle Testa, un funzionario che dell’antisemitismo ha fatto una bandiera.

Iscritto al Pnf, Palatucci era anche un cattolico di profonda fede e man mano che crebbe il pericolo per gli ebrei, egli si rifiutò di farsi complice delle persecuzioni.. Egli non volle allontanarsi da Fiume neanche quando il Ministero dispose nell’aprile del 1939 il trasferimento a Caserta. Quando nel giugno del 1940 scoppiò la guerra e gli israeliti di Fiume e dintorni furono arrestati e accompagnati maggior parte al campo di concentramento di Campagna, Palatucci li raccomandò alla benevolenza di suo zio,

Vescovo di Campagna che da quella data si saldò inscindibilmente, con quella del nipote Giovanni; il giovane responsabile dell’Ufficio stranieri infatti, quando la via dell’emigrazione non era possibile, inviava gli ebrei presso il campo di concentramento di Campagna affidandoli alla protezione dello zio Vescovo. D’intesa con lo zio Vescovo, mise in opera ogni stratagemma per avviare là i profughi minacciati da immediati pericoli. Per non avere ostacoli dal Prefetto e dal Questore, presentava loro la soluzione dell’internamento nell’Italia meridionale come rimedio per liberarsi della presenza dei profughi che costituiva una minaccia per la sicurezza pubblica. Con la creazione della Repubblica Sociale ed il disfacimento dell’esercito italiano, Palatucci rimase solo in quella città a rappresentare la faccia di un’altra Italia che non voleva essere complice dell’olocausto.

Nel novembre del 1943 il territorio di Fiume divenne una vera e propria regione militare e i nazisti potevano decidere vita e morte di chiunque. In una situazione disperata, Giovanni Palatucci decise di rimanere a Fiume e divenne capo di una Questura fantasma, rifiutando di consegnare ai nazisti anche un solo ebreo, anzi continuando a salvarne molti rischiando la vita. Nominato, da uno Stato che non esiste più, Questore reggente di Fiume, fece sparire gli schedari, diede soldi a quelli che avevano bisogno di nascondersi, procurò passaggi per Bari su navi di paesi neutrali. Dopo aver beffato i nazisti un’ultima volta e consigliato dai partigiani a lasciare Fiume, nel 1944 Palatucci venne arrestato dalla Gestapo e trasferito nel campo di sterminio di Dachau, dove morì a pochi a pochi giorni dalla Liberazione e a soli 36 anni, ucciso dalle sevizie e dalle privazioni e infine dalle raffiche di mitra.

220px carlo angelaMeno sfortunata fu la vita di Carlo Angela che in un angolo di Canavese, alle porte di Torino, seppe opporsi alla barbarie con i mezzi non violenti della «resistenza civile». Carlo Angela (padre del noto giornalista RAI,  Piero) era il direttore sanitario della clinica psichiatrica privata Villa Turina di San Maurizio Canavese e divenne «giusto tra le Nazioni» il 25 aprile 2002, dopo un oblio di 56 anni dovuto alla sua straordinaria discrezione, e al suo assoluto riserbo, come se non avesse compiuto altro che il proprio dovere. Con l’aiuto di fidati collaboratori (Giuseppe Brun, Suor Tecla, Fiore Destefanis e Carlo e Sante Simionato) sottrasse vite altrimenti destinate alla distruzione nei lager e la sua azione eroica fu meditata, coerente, continuativa. Del suo coraggio non parlò, né se ne fece vanto e non chiese mai nulla in cambio. Villa Turina divenne luogo di rifugio per ebrei e ricercati fatti passare per malati di mente e tanti anni dopo fu soprattutto per merito dei «salvati» che questa storia si fece faticosamente strada. Dalle pagine di Venti mesi , edito da Sellerio e scritto da un ebreo salvato, emerge «il ritratto di un uomo che brilla di luce propria ed è la figura del professor Angela, del medico che accoglie i Segre e tanti altri nella sua clinica e riesce per venti mesi a proteggerli».

Carlo Angela nacque a Olcenengo, (Vercelli) nel 1875 e si laureò in Medicina nel 1899 a Torino. Maturò la esperienza di medico nelle lontane foreste congolesi, alle dipendenze dell’esercito coloniale belga, poi a Parigi, aderì prima a Democrazia sociale (sorta nel 1921 sulle ceneri del gruppo radicale) al socialismo riformista. Dopo aver accusato pubblicamente il fascismo per il rapimento e l’uccisione di Matteotti, Carlo Angela finì quasi «confinato» per oltre vent’anni dalle vicende politiche successive, a San Maurizio Canavese, presso la Casa di cura per malattie nervose e mentali Villa Turina Amione in qualità di direttore sanitario. In quegli anni iniziò la sua battaglia solitaria con le prime finte certificazioni per evitare il confino ai dissidenti. Seppur anziano, con moglie e figli, è artefice di una tra le più alte, insolite, rischiose vicende di questa particolare forma di resistenza civile, condotta con dignità e coerenza di principi, senza mai giurare fedeltà alla Rsi. Nella clinica diede ospitalità ad antifascisti, a giovani renitenti alla leva nell’esercito di Salò, falsifica diagnosi e cartelle cliniche, trasforma ebrei in ariani, sani in malati di mente. Costretto dall’autorità compila elenchi di anziani ebrei degenti, aggravandone lo stato di salute.

odoardo focheriniOdoardo Focherini, nato a Carpi e fervente cattolico, si formò nell’Azione Cattolica italiana, e si dedicò giovanissimo, al lavoro, alla carità e all’apostolato. Ottenuto il diploma di ragioniere, fu assunto dalla Stà Cattolica di Assicurazioni. Nel 1926 fondò lo scautismo a Carpi e ne fu capo a livello diocesano. Padre di sette figli, nel periodo della seconda guerra mondiale fu amministratore del quotidiano “L’Avvenire d’Italia”, che per le sue idee fu soffocato dal regime, e procurò documenti falsi, soldi, collegamenti utili all’espatrio verso la Svizzera ad almeno un centinaio di uomini e donne ebree. Continuò questa opera anche sotto l’occupazione tedesca e fu arrestato nel marzo 1944 a Bologna. Internato prima nel campo di Fossoli , poi in quello di Bolzano-Griese infine nel lager di Flossenbürg, dove dove morì il 24 dicembre del ’44. La Chiesa cattolica ha avviato per lui il processo di beatificazione, rendendo merito a un’opera coraggiosa che molti uomini di chiesa misero in atto durante le deportazioni ebree. Tra le tante storia, vanno ricordate quelle di Don Ferdinando Pasin, parroco veneto di S.Martino al quale l’Italia non ha dedicato né un monumento né una via e cui devono la vita duecentotrentaquattro ebrei. O quella di Don Francesco Repetto. Segretario del Cardinale di Genova, nascose e difese, alloggiandoli presso conventi e privati, sia gli ebrei genovesi che quelli profughi giunti in città dagli altri paesi d’Europa; fino a fornire loro documenti falsi e ad organizzare la fuga verso la Svizzera. Ricercato dai tedeschi, dovette trascorrere l’ultimo periodo della guerra da clandestino, sotto falso nome.

Marie Benoî, noto col nome di padre Maria Benedetto, nascose nel suo convento di frati cappuccini a Roma, 2500 ebrei italiani e 1.500 profughi provenienti da Francia, Jugoslavia e da altri paesi. Il gruppo di padre Benedetto nascondeva i profughi essenzialmente in appartamenti e pensioni o in istituti religiosi, mentre un centinaio di conventi e 55 monasteri diedero rifugio ad altri 4 mila 447 ebrei.

Don Enzo Baldoni diede rifugio a numerosi ebrei giunti nel piccolo comune di Quara, e salvò più volte con le sue parole la popolazione dai rastrellamenti tedeschi. Aiutò indiscriminatamente i partigiani, gli ex prigionieri alleati, la sua gente, bussasse alla sua porta. Grazie alle sue doti logistiche riuscì a far sopravvivere tutto il paese per quindici giorni in mezzo ai boschi.

don dante salaDon Dante Sala si distinse invece a San Martino Spino, in collaborazione con Odoardo Focherini, nell’opera di salvezza di 105 ebrei, facendoli espatriare in Svizzera dopo averli accompagnati personalmente al confine e aiutato dai contrabbandieri. Padre Giuseppe Girotti (in odore di beatificazione) venne ordinato sacerdote a Chieri, si specializzò presso la celebre “Ècole Biblique” di Gerusalemme e si dedicò all’insegnamento della Sacra Scrittura nel seminario teologico domenicano di Torino (S.Maria delle Rose). Stimato per la vasta cultura, amava esercitare il ministero sacerdotale anche tra la gente povera e umile, specialmente nell’Ospizio dei “Poveri Vecchi”, e non esitò a soccorrere particolarmente gli ebrei perseguitati. Arrestato passò attraverso le carceri di Le Nuove (TO), di San Vittore (MI), di Bolzano per arrivare infine a Dachau dove morì nel giorno di Pasqua , il 1° aprile del  1945.

Nato nel 1914 da una povera famiglia di contadini, padre Aldo Brunacci aveva studiato a Roma, nell’ambiente delle organizzazioni giovanili cattoliche e imparò a pensare con la propria testa, senza subire la propaganda del fascismo. Con l’Armistizio, nel settembre 1943, Assisi si riempì di ebrei in fuga e i frati e il vescovo di Assisi, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, travestirono più di trecento ebrei vestiti da frati e da suore, nascondendoli nei sotterranei e nelle cantine. Padre Brunacci, come collaboratore principale del vescovo, si trovò a gestire questa massa di gente, a nutrirla, proteggerla, procurare documenti falsi, affrontare i nazisti e i fascisti, spostare quelli più a rischio, curare gli ammalati, occuparsi dei non pochi bambini. Padre Brunacci fu arrestato dalle autorità fasciste, ma grazie all’intervento del Vaticano poté essere rilasciato dopo un periodo di detenzione.

E tra i giusti vi furono anche tanti pastori di fede protestante. Uno su tutti, Daniele Cupertino, pastore avventista, che insieme alla moglie Teresa Morelli ospitò gli ebrei perseguitati dai fascisti nella sua casa di Roma, dal 1941 al 1945, e per questo venne insignito dalla massima onorificenza dello Stato d’Israele.

Tra il ’43 e il ’45, secondo le stime dei ricercatori, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera e gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all’aiuto di tanti italiani che opposero una “resistenza non armata” alla barbarie tedesca e fascista.

GLI ANGELI SEGRETI

LISTA COMPLETA DEI “GIUSTI” ITALIANI

 Adami Ulisse e Ade, Alessandrini don Armando, Ambrostolo Emilio e Virginia, Amendola prof. Maria, Amerio Padre Pasquale, Angela Carlo, Annoni Fosco e la sorella Tina, Antolini Umberto e genitori, Antonioli don Francesco, Arnaldi dr. Rinaldo, Avenia Giacomo, Avondet Michel e Leontina, Badetti Virginie , Barbieri Ostilio e Amelia, Bortolameotti don Guido Bortolameotti , Bassi Giacomo, Basso Frisini Lida, Bastianon Alessandro, Beccari don Arrigo, Bellio Gino e Elsa Poianella, Benedetti Emilia, Benedetto padre Maria, Bettin Regine e Giovanna, Bezzan Emmo e Brunilda e Lavinia, Billour Amato e Letizia, Bisogni Renato e Giovanna, Boldetti Luciana, Bonaiti Giuseppe e Luigia, Boni-Baldoni don Enzo, Bortolameotti monsignor Guido, Braccagni don Alfredo, Bracci Umberto, Lina Marchetti, Brandone Luigia, Armellino e Domenico, Brizi Luigi e il figlio Trento, Brugnoli Luigi e Cavalca, Brunacci don Aldo, Brusasca Giuseppe, Burian prof. Anita, Busnelli, suor Sandra e Ester, Bussa don Eugenio, Cabrusa Emilia e Giorgio, Caglio Virgilio e Amalia, Caligiuri Clelia, Campolmi Gennaro, Candini Pio e Gina , Canelli Luca, Canova Alfonso, Cappello Giovanni e Luigia, Cardini Gino, Cardini Lodovico e Lydia, Carlotto don Michele, Caronia Giuseppe, Carugno Osman, Casini don Leto, Casini dr. Enzo e Maria Pia, Cassinelli Garibaldi Maria e Ciro, Castelli Filippo e Gina Frangini, Castracane Roberto, Cataneo Lydia, Cei Maria Maddalena, Cerioli Angelo, e la figlia Dina, Cicutti Lajos, e i figli Luigi e Jozsef, Citterich Mario e Lina, Coduri Elvezio e Olive Cosgrove, Comba Alfredo e Maria, Conci Ines e Aurelio, Costantini Cesare e Letizia, Costanzi Giuseppe e Elena, Crippa-Leoni prof. Lina, Cunial Fausto, Cupertino, Daniele e Teresa, Custo Emanuele e Rosetta, Daelli Alessandro, Dalla Torre don Angelo, Dalla Valle Antonio , Darmon-Valeri Pina, De Angelis Enrico, e Giuseppina Di Carlo, De Beni Benedetto, De Fiore Angelo, De Franc Benvenuto, e Carlotta Guerino, De Micheli-Tommasi dr. Ada e Mario, De Zotti don Giuseppe, Di Gori Piero e Albina, Di Grassi Sem e Maria, Di Pietro Alessandro, Dressino padre Antonio, Drigo Giuditta, Anna, Bolledi (suor Emerenzia), Ehrhard Maria Leone, Facibeni Giulio, Fagiolo monsignorVincenzo, Maria Corsetti (suor Ferdinanda), Ferrari Anna e Giovanni, Ferrari suor Maria Angelica, Focherini Odoardo, Folcia, suor Marta, Fraccon Torquato, Frangini Amalia, Furlan Elvira, Galvani Guelfo, Garbini Antonio, Garofano Francesco e Elsa, Gatti Arturo, Gentili Mario, Ghelli Vittorio e moglie, Giorgetti Ezio, Giovannozzi Giorgio e Luisa, Giovannucci Teresa e Pietro, Girotti padre Giuseppe, Gradassi don Giulio, Grasso Luigi e Maria, Iezzi Emidio e Milietta, Isotton Ferdinando e Evangelina, Jemolo prof. Carlo Arturo, Lai Lelio e Lina Vannini, Lazzarini dr. Giacinto, Lefevre Nilde e Amedeo, Lenti Ida, Lestini Pietro e la figlia Giuliana, Lorenzini Antonio, Maccia Guglielmo e Amelia, Magna Battista, Malan Silvia, Mancini Gustavo, Mani Antonio e Bartolomea, Mazza Giuseppe e Maria , Mecacci don Vivaldo, Meinardi Giuseppe, Melani Alfredo, Milana Agapito e Assunta (con i figli Giulia, Lidia e Angelo), Moraldo Francesco, Moreali dr. Giuseppe, Musso Renato e Enrica, Natoni Ferdinando , Niccaci padre Rufino, Nicolini monsignor Giuseppe Placido, Oberto Luigi e Maria, Ollari Ernesto, Pace Angelo e Filomena, Palatucci dr. Giovanni, Palazzini cardinale Pietro, Pancani Leonida, Pannini Elvira, Paoli don Arturo, Pasin don Ferdinando, Perez Luigi e Sandra, Perlasca Giorgio, Perrone Lorenzo, Pesante dr. Giovanni e Angelica, Piana Ercole e Gina, Pigliapoco Attilio e Lidia, Pretti Giuseppina e Felice, Pugi Luigi, Raspino padre Francesco, Ravera Carlo e Maria, Repetto don Francesco, Riccardi Pellegrino, Richeldi don Benedetto, Richetto Carmelo e Angiola, Ricotti padre Cipriano, Rizzolio Beatrice, Roda-Boggio Clotilde, Rosadini monsignor Luigi, Rotta Angelo, Sacchi Vando e Ebe, Sacchi Ricardo e Ebe Sala Anna, Sala don Dante, Salvi don Carlo, Santerini Mario e Lina, Supino Giuseppe, Saracco Michelina, Schivo monsignor Beniamino, Sergiani Enrico e Luigina Manzaroli, Sgatti Alessandro, Irina e Luce, Sibona Enrico, Signori Gino, Simeoni don Giovanni, Soffici Dante e Giulia, Soffici Oreste e Mariana, Spada Lorenzo, Spingi Vito, Stablum Emanuele, Tagliabue Luigi e Angela, Talamonti Adelino e il figlio Fides, Talamonti Camillo e Fernando Fernanda, Tambini Aurelio, Aurelia,Vincenzo e Rosita, Tantalo don Gaetano Tiburzio dr. Giuseppe, Torreggiani Fernando, Tredici Vettorio , Turrini Adele, Vaiani Caterina, Vannini Caterina, Vespignani suor Benedetta, Viale don Raimondo, Vinay Tullio, Vincenti don Federico, Virgili Daria, Virgilio, Mercedes Gianna, Wiel Alessandro e Luisa , Zanardi Luciano, Zanchi Margherita, Zara Adele.




Oggi la Giornata della Memoria. Il ricordo del Papa e del presidente Mattarella

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12f472cfba84f76744d9e93eba5fedbf“Il ricordo dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi non può essere né dimenticato né negato.

Non può esserci fraternità senza aver prima dissipato le radici di odio e di violenza che hanno alimentato l’orrore dell’Olocausto.

Lo afferma Papa Francesco in un tweet in occasione della Giornata della Memoria.

Al Quirinale si è svolta la commemorazione con Mattarella. “I principi che informano la nostra Costituzione repubblicana e la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo sono la radicale negazione dell’universo che ha portato ad Auschwitz. Principi che oggi, purtroppo, vediamo minacciati nel mondo da sanguinose guerre di aggressione, da repressioni ottuse ed esecuzioni sommarie, dal riemergere in modo preoccupante – alimentato dall’uso distorto dei social – dell’antisemitismo, dell’intolleranza, del razzismo e del negazionismo, che del razzismo è la forma più subdola e insidiosa. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del giorno della Memoria.

“Non possiamo dimenticare – ricordando i deportati italiani – le sofferenze patite dai nostri militari – afferma Mattarella -, internati nei campi di prigionia tedesca, dopo il rifiuto di passare nelle file della Repubblica di Salò, alleata e complice dell’occupante nazista. Furono 650.000. Il loro no ha rappresentato un atto di estremo coraggio, di riscatto morale, di Resistenza”.

“Il sistema di Auschwitz e dei campi a esso collegati fu l’estrema, ma diretta e ineluttabile, conseguenza di pulsioni antistoriche e antiscientifiche, istinti brutali, pregiudizi, dottrine perniciose e gretti interessi, e persino conformismi di moda. Tossine letali – razzismo, nazionalismo aggressivo, autoritarismo, culto del capo, divinizzazione dello Stato – che circolarono, fin dai primi anni del secolo scorso, dalle università ai salotti, persino tra artisti e docenti, avvelenando i popoli, offuscando le menti, rendendo aridi cuori e sentimenti”.

“Il regime fascista, nel 1938, con le leggi razziali – ha aggiunto Mattarella – agì crudelmente contro una parte del nostro popolo. E’ di grande significato che la Costituzione volle sancire, all’articolo 3, la pari dignità ed eguaglianza di tutti i cittadini, anche con l’espressione “senza distinzione di razza”. Taluno ha opinato che possa apparire una involontaria concessione terminologica a tesi implicitamente razziste. I Costituenti ritennero, al contrario, che manifestasse, in modo inequivocabile, la distanza che separava la nuova Italia da quella razzista. Per ribadire mai più”.

ansa.it




Il Ministro degli Esteri Tajani commenta la Giornata della Memoria

tajani istituzionale

tajani istituzionaleIn occasione della Giornata della Memoria, il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, si è unito alla commemorazione e al ricordo delle vittime della Shoah, affinché la memoria di questo genocidio, che rappresenta un crimine senza precedenti nella storia dell’umanità, resti viva anche nelle generazioni più giovani.
“Questa Giornata non ci impone solamente di ricordare i milioni di morti, le sofferenze e gli orrori subiti da tante vittime innocenti, ma è un monito per prevenire e combattere ogni germe di razzismo, antisemitismo, discriminazione e intolleranza”, ha detto Tajani.
“Assistiamo purtroppo a crescenti e preoccupanti rigurgiti di antisemitismo in diverse aree del mondo e a diffusi tentativi di banalizzazione, negazione e distorsione della Shoah, che si alimentano di vecchi e nuovi stereotipi, amplificati anche nello spazio digitale”, ha poi osservato il ministro, assicurando che, “di fronte a queste allarmanti tendenze, l’Italia è determinata a restare sempre vigile e a intensificare gli sforzi tesi a preservare la Memoria della Shoah“.
Secondo Tajani, “la conoscenza e la comprensione della Shoah e la lotta contro ogni forma di negazione e distorsione di tale immane tragedia sono elementi imprescindibili per preservare i valori fondanti della Repubblica e della nostra casa comune europea, costruita sulle comuni radici giudaico-cristiane”.
“A conferma di questo assoluto impegno”, ha rimarcato il ministro Tajani, “l’Italia ha adottato la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), di cui è orgogliosamente parte, e ha sostenuto con forza la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla negazione e distorsione dell’Olocausto, promossa da Israele e Germania e adottata significativamente il 20 gennaio 2021, giorno in cui ricorreva l’ottantesimo anno dalla sciagurata Conferenza di Wannsee che concepì la cosiddetta “soluzione finale” della questione ebraica”. (aise)




I vertici del MAIE incontrano il Ministro Lollobrigida

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324630353 6235311689820587 6995487060944056822 nI vertici del MAIE a colloquio con il ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida dopo una intensa riunione di lavoro.

Si è parlato di Made in Italy, d’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese e della necessità di coinvolgere gli italiani nel mondo nella promozione delle eccellenze italiane all’estero.

“Come MAIE continuiamo a conquistare sempre maggiore spazio politico all’interno delle istituzioni italiane” ha dichiarato il vicepresidente del Movimento, Vincenzo Odoguardi.




Al Senato un convegno, organizzato dal MAIE, sugli italiani all’estero

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catturaLa Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica Italiana ha ospitato ieri l’interessante convegno intitolato “Italiani all’estero: una risorsa culturale, sociale ed economica per l’Italia nell’era della globalizzazione“, ovvero “le potenzialità della rete degli italiani nel mondo”.

L’incontro è stato Organizzato dal MAIE, Movimento Associativo Italiani all’Estero e si è trattato di un appuntamento durante il quale italiani all’estero e SistemaItalia nel mondo sono stati i protagonisti.

“Continuiamo a lavorare nell’interesse delle comunità italiane residenti oltre confine” ha dichiarato il vice Presidente del MAIE, Vincenzo Odoguardi (nelle foto)




Merlo, Odoguardi e Borghese al Senato per parlare di italiani all’estero

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catturaSi è svolto nel pomeriggio di oggi, nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica Italiana, il convegno dal titolo “Italiani all’estero: una risorsa culturale, sociale ed economica per l’Italia nell’era della globalizzazione“, ovvero “le potenzialità della rete degli italiani nel mondo”.

Ad aprire l’appuntamento è stato il Sen. Ricardo Merlo, fondatore e presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero, già Sottosegretario agli Esteri. Ha fatto seguito l’intervento di saluto del vicepresidente MAIE, Vincenzo Odoguardi.

Presenti al convegno imprenditori e professionisti italiani che vogliono conoscere meglio il MAIE e i suoi obiettivi.

“Abbiamo deciso di organizzare questo appuntamento per mettere l’accento sulla necessità di dare maggiore spazio, all’interno della politica e delle istituzioni italiane, alle tematiche che più da vicino interessano gli italiani all’estero”, dichiara il Sen. Borghese.

“Gli italiani nel mondo – aggiunge il vicepresidente MAIE Odoguardi – meritano di essere protagonisti della ripresa italiana, dopo lo stop dovuto alla pandemia. Tanti sono i modi in cui possono dare il proprio contributo – penso ad esempio al turismo delle radici, alla promozione del made in Italy o della cultura italiana nel mondo”, conclude.

da italiachiamaitalia.it