Sondaggi: centrodestra in netto vantaggio

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imagesAnche se mancano ancora due settimane al deposito ufficiale delle liste dei candidati, la campagna elettorale è già entrata nel vivo. A monopolizzare il dibattito politico negli ultimi giorni è il tema delle alleanze nel centrosinistra, con l’accordo tra Partito Democratico e Azione/+Europa siglato da Enrico Letta e Carlo Calenda dopo diversi giorni alquanto “burrascosi”.

È quindi un ottimo momento per fare il punto sulle intenzioni di voto, anche perché nelle ultime due settimane – proprio per “inseguire” gli sviluppi dell’attualità politica – sono stati pubblicati ben 13 sondaggi da parte di 9 istituti differenti (praticamente al ritmo di uno al giorno).

Nelle intenzioni di voto alle liste, queste elezioni si vanno sempre più configurando come una corsa a due tra Fratelli d’Italia e Partito Democratico, entrambi in crescita e separati da pochi decimali, a cavallo del 23%. Al terzo posto, staccata ormai di ben 10 punti dalla capolista FDI, troviamo la Lega, nuovamente al suo punto più basso di questa legislatura. Il Movimento 5 Stelle resiste poco sopra il 10%, anche se alcuni istituti (Demopolis, Quorum e Tecnè) lo vedono un filo sotto questa soglia “psicologica”.

Alle spalle dei 4 partiti maggiori (anche se ormai sono solo due i soggetti che potremmo definire tali) troviamo una Forza Italia in lieve calo all’8%, seguita da Azione/+Europa al 5%. Probabilmente è ancora presto per dire se la fuoriuscita di alcuni “pezzi da 90” da Forza Italia come i ministri Brunetta, Carfagna e Gelmini (e l’ingresso delle ultime due in Azione) porterà ad un travaso di voti tra queste due forze politiche.

Di certo c’è che la federazione capeggiata da Calenda, nell’ultimo periodo, si è vista stimare in alcuni sondaggi tra il 6 e il 7 per cento, un dato mai così alto dalla sua fondazione.

Un’altra federazione – quella tra Verdi e Sinistra Italiana – è l’unica altra forza politica al momento in grado di superare la soglia di sbarramento del 3% prevista dall’attuale legge elettorale. Un’ultima considerazione, riguardo al voto di lista, va fatta per Articolo 1-MDP, i cui esponenti – è stato annunciato – saranno candidati nella lista del PD, insieme a quelli di altri partiti come il PSI: per questo, è verosimile che i prossimi sondaggi non mostreranno più il dato del partito di Bersani e Speranza, anche se non è detto che questo porterà ad un aumento delle intenzioni di voto per il PD.

Per quanto possa sembrare un argomento da addetti ai lavori, il perimetro delle coalizioni ha una grande importanza in vista del 25 settembre. La legge elettorale – il Rosatellum – prevede infatti che oltre un terzo dei seggi (147 su 400 alla Camera, 74 su 200 al Senato) vengano assegnati in collegi uninominali con un sistema maggioritario a turno unico.

Ciò significa che in ciascun collegio la lista (o, più probabilmente, la coalizione) che otterrà anche un solo voto in più delle altre conquisterà il seggio corrispondente.

Il centrodestra ha già definito sia il perimetro della coalizione (ne fanno parte FDI, Lega, Forza Italia e i centristi di NCI-UDC e del gruppo di Brugnaro) e parte nettamente in vantaggio con il 46,4% che si ottiene dalla somma dei consensi delle sue componenti.

Il centrosinistra, al momento, arriverebbe al 33,6% – quasi 13 punti in meno – ma soltanto se non vi saranno defezioni rispetto al perimetro immaginato dal segretario PD Letta, e che vede alleati ai democratici sia Azione/+Europa che Verdi/Sinistra italiana (oltre a MDP, di cui si è già detto). Fuori dalle coalizioni, si preparano alla corsa solitaria il Movimento 5 Stelle – “scaricato” dal PD dopo la caduta del Governo Draghi – ma anche Italia Viva di Renzi, che non è riuscito a raggiungere un accordo con il PD (si dice per la scarsa propensione di Letta a concedere candidature in collegi uninominali “sicuri”).

Nelle settimane centrali di agosto, di norma, gli istituti di sondaggio si prendono una pausa. In passato, soprattutto quando il quadro politico è andato in fibrillazione durante il periodo estivo (il 2019 del “Papeete”) è stato possibile apprezzare variazioni non indifferenti tra il “prima” e il “dopo” al ritorno dalle ferie.

È quello che ci aspettiamo di vedere anche questa volta: un’occhiata alle tendenze di lungo periodo suggerisce che potremmo trovarci a un ulteriore rafforzamento di FDI e PD, a un calo della Lega, e a un risultato che – quale che sia – potrebbe risultare decisivo per le sorti di M5S e FI, forse i partiti che in prospettiva avranno le maggiori difficoltà a proporsi come alternativa attraente agli occhi degli elettori.

Soprattutto, le prossime settimane ci diranno quali saranno infine i contorni dell’offerta politica con cui andremo a votare il prossimo 25 settembre. Da questi contorni dipende buona parte dell’esito del voto: come emerso da diverse indagini realizzate da YouTrend nei giorni scorsi, una coalizione di centrosinistra più “ristretta” (senza Azione/+Europa, o viceversa senza Verdi/Sinistra) avrebbe messo a rischio un numero di collegi non indifferente, finendo per cementare ulteriormente le possibilità di vittoria del centrodestra.

Al momento, infatti, la vittoria elettorale della coalizione guidata de facto da Giorgia Meloni risulta essere l’esito più probabile per il 40% italiani, una quota molto superiore a quanti invece ritengono che possa vincere il centrosinistra (15%). Questi numeri, raccolti da SWG, sono confermati dalla rilevazione di Demos per “Repubblica”, secondo cui a scommettere sulla vittoria del centrodestra sono oltre 6 italiani su 10 (62%).

In conclusione, al nostro rientro (giovedì 25 settembre) la Supermedia potrà anche fotografare un quadro diverso da quello che mostriamo oggi, ma che necessariamente sarà in qualche modo “figlio” dei numeri, degli equilibri e delle riflessioni che stiamo analizzando in questi giorni e in queste ore.

Non va dimenticato, peraltro, che esiste una quota non irrilevante di italiani che nei sondaggi si dichiara indecisa o propensa ad astenersi, e che oscilla intorno al 40%; un dato che però va a sua volta letto tenendo presente che molti elettori baderanno ben poco alla campagna elettorale: il 20% degli intervistati da SWG si dichiarano “non particolarmente” interessati alla campagna, mentre un ulteriore 18% dichiara addirittura di “non volerne sapere nulla”. Numeri che lasciano presagire una partecipazione quantomeno non esaltante al prossimo appuntamento elettorale.

NB: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto a due settimane fa (21 luglio)

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 21 luglio al 3 agosto, è stata effettuata il giorno 4 agosto sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 25 luglio), Demos (4 agosto), EMG (27 luglio), Euromedia (26 luglio), Ipsos (30 luglio), Noto (30 luglio), Piepoli (26 luglio), Quorum (25 luglio e 1 agosto), Tecné (23 e 30 luglio) e SWG (25 luglio e 1 agosto). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato e’ disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

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La strage di Bologna, 42 anni fa

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Dopo la sentenza di primo grado del processo ai mandanti della strage della stazione di Bologna “è difficile confondere le acque con piste assurde”, scandisce il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, nel suo intervento a Palazzo D’accursio. “Il 2 agosto è un momento di ricordo e memoria, ma oltre alla memoria ci vuole la conoscenza. È bene che non ci si limiti alla memoria”, ammonisce Bolognesi.

“Finalmente il processo ai mandanti con la sentenza di primo grado è arrivata una svolta importante, che ha confermato le nostre intuizioni: la strage è stata organizzata e finanziata dai vertici della Loggia P2, é stata protetta dai servizi segreti deviati ed eseguita da mano fascista. Difficile ora confondere le acque con piste assurde”, conclude.

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“UNA NUOVA ERA DI VERITÀ SI È APERTA”

Dal palco di piazza Medaglie d’oro, poi, Bolognesi dirà che con i processi in corso “una nuova area di verità si è aperta”, ripercorrendo gli sviluppi che hanno portato alle condanne di primo grado nel procedimento contro i mandanti. “Una verità che racconta di un fenomeno criminale sistemico ratificato e costante volto a condizionare la libertà e la democrazia. Non si tratta solo di storia passata, ma di attualità. Gli ultimi depistaggi sono stati commessi nel 2019″, ricorda.

BOLOGNESI: “VALE ANCORA LA PENA DI LOTTARE, SIAMO SOLO ALL’INIZIO”

La ricostruzione della verità sulla Strage di Bologna e sugli altri crimini dell’eversione nera grazie ai processi in corso che stanno facendo luce su reti, protezioni e depistaggi, “si ricompone”. Per il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi, è solo l’inizio. “Quanto emerso è solo l’inizio per uscire dalle logiche di ricatto che hanno condizionato e ancora condizionano la nostra vita democratica. Siamo solo all’inizio“, ribadisce dal palco di piazza Medaglie d’oro dove, oggi, ancora una volta, è risuonato il triplice fischio del treno che ricorda le 85 vittime e i 200 feriti dell’attentato fascista. “Sono passati 42 anni e siamo solo all’inizio. Questa frase può sembrare una sconfitta, ma non lo è. Se la posta in gioco è la ricostruzione di un Paese che possa finalmente essere davvero libero, democratico e trasparente, vale ancora la pena di lottare“, dice Bolognesi raccogliendo gli applausi delle persone venute in piazza a ricordare.

“Per noi familiari delle vittime fare la propria parte significa continuare a perseguire giustizia e verità. L’unico modo per convivere con il lutto è trovare pace nella giustizia. Come fare la propria parte, ce lo avete insegnato per primi voi: 42 anni fa molti di voi sono rientrati dalle ferie per prestare soccorso; alcuni scavando con le mani tra le macerie ci hanno salvato la vita; tutti voi, stando ogni anno qui al nostro fianco, date forza e aggiungete valore al nostro impegno”, prosegue Bolognesi. “Facendo la propria parte, un’azione alla volta, una scelta alla volta, si può cambiare il mondo. Di fronte a questa splendida piazza viene da dire che facendo la propria parte, se anche tutto sembrerà difficile, nulla sarà davvero impossibile”, conclude.

BOLOGNESI: “AVEVAMO RAGIONE, IL PROCESSO LO HA DIMOSTRATO”

“Avevamo ragione, la nostra associazione, i suoi collaboratori e i nostri avvocati hanno dimostrato che avevamo ragione”. Sono parole liberatorie quelle pronunciate dal presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 Agosto, Paolo Bolognesi, che dal palco di piazza Medaglie d’oro, aspettando il triplice fischio della locomotiva che ricorda morti e feriti della bomba alla stazione, ha rivendicato l’esito del processo ai mandanti, che conferma il quadro criminale e politico in cui è maturato ed è stato portato a compimento dell’attentato. Avevano “ragione” i familiari quando richiamavano l’attenzione sull’eversione di destra, sul ruolo della P2, sui depistaggi, mentre molti accreditavano la pista palestinese o quell’estremismo tedesco(“uno stillicidio di varianti che ogni anno vengono sempre riproposte fino alla vigilia di questo anniversario”).

“Il processo ai mandanti della strage di Bologna per molti potenti non si doveva fare. La Procura di Bologna voleva archiviare tutto il carteggio e le memorie presentate dall’associazione delle vittime senza sviluppare nessuna indagine, ma la Procura Generale di Bologna ha scelto di avocare l’indagine e di fare così la propria parte, colmando enormi e macroscopiche lacune”, scandisce Bolognesi.
La Procura generale “ha avocato a sé l’indagine, ha istruito un processo da più parti ostacolato, e il processo è arrivato a una sentenza e a risultati impensabili fino a pochissimi anni fa”, riconosce il presidente dell’associazione delle vittime, elencando tutti quelli che hanno fatto la propria parte, la Guardia di Finanza e la Digos che hanno fanno le indagini, l’avvocato dell’associazione, Andrea Speranzoni, i familiari di Paolo Bellini che sono andati “in aula a dire la verità, mettendo in discussione la loro vita” per smontare l’alibi della Primula nera. “E hanno scelto di fare la propria parte i magistrati giudicanti dell’ultimo processo sulla strage del 2 agosto, che hanno deciso di raccogliere l’eredità morale ed il lavoro investigativo di magistrati come Vittorio Occorsio, Mario Amato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, arrivando a una sentenza storica, che indica la strage come il risultato di un gruppo occulto di potere, che risale alla P2: lì si annida la spiegazione dei vincoli tra chi l’ha eseguita e chi l’ha coperta”, prosegue Bolognesi.

“Una strage è un atto di guerra rivolto contro i propri cittadini. E in guerra, come ci ricordano le terribili immagini provenienti oggi dall’Ucraina, si usano le persone come carne da macello: 85 morti e 200 feriti. Un’ecatombe. Quella del 2 agosto 1980 è stata la più efferata strage in tempo di pace dell’Italia repubblicana”, aveva esordito il presidente.

BOLOGNESI FIDUCIOSO: “SI PUÒ ANDARE LONTANO…”

“Con il reato di depistaggio si può andare molto lontano, volendo”. A dirlo è Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, questa mattina al termine delle commemorazioni nell’anniversario del 2 agosto 1980. Bolognesi fa riferimento al processo ai mandanti, che si è chiuso in primo grado nell’aprile scorso e dal quale l’associazione si aspetta ulteriori sviluppi in futuro. “Le documentazioni che sono venute fuori hanno grandi prospettive– è ottimista Bolognesi- non solo per Bologna ma anche per altri processi. Ad esempio per l’omicidio Mattarella e addirittura per il caso Moro, perchè Catracchia (ex amministratore di alcuni immobili di via Gradoli a Roma, condannato a quattro anni dalla Corte d’assise di Bologna, ndr) ha dato le sedi sia alle Brigate Rosse sia ai Nar”.
Secondo Bolognesi, del resto, “con il reato di depistaggio si può andare molto lontano, volendo. E già qui si sono fatti passi notevoli. La Procura generale ha fatto un’indagine strepitosa, però dobbiamo anche tenere conto che la Procura voleva affossare tutto. Abbiamo dovuto litigare”, ricorda il portavoce dei familiari delle vittime. Che poi aggiunge: “Stiamo anche ringiovanendo l’associazione, proprio per fare in modo di durare ancora un altro po’”.

LEPORE: STRAGE FU ORDITA DA DESTRA, VERITÀ SIA PATRIMONIO COMUNE

Il percorso verso la piena verità sulla strage del 2 agosto potrebbe essere interrotto dal possibile insediamento di un Governo di centrodestra? “Credo che dovrebbe essere patrimonio comune quello che dice la sentenza di un Tribunale della Repubblica, cioè che i vertici della loggia massonica P2 finanziarono e ordirono insieme a tutte le realtà dell’estremismo di destra e fascista la strage”, afferma il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a margine delle cerimonie per il 42esimo anniversario dell’attentato alla stazione del 1980.

“Quel giorno, lo dice la sentenza del Tribunale, erano presenti tutte le sigle del’estremismo di destra del Paese- aggiunge il primo cittadino- e credo che questa verità debba essere patrimonio comune e che nessuno debba più temere per la propria vita a seguito di quello che è successo“.

LEPORE: “IN PIAZZA FINO A CHE NON SAPREMO TUTTI NOMI”

Dal palco di piazza Medaglie d’oro, poi Lepore dice: “Scendiamo piazza ancora dopo 42 anni e ancora continueremo a venire fino a quando la Repubblica italiana non avrà riconosciuto nei Tribunali i nomi di tutti i responsabili, tutti i mandanti, tutti i fiancheggiatori della strage. Fino a quando la storia del nostro Paese così tradito e vilipeso non sarà riscattata”. Lo afferma il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, durante la cerimonia che si è svolta davanti alla stazione per ricordare la strage del 2 agosto 1980.
Dal palco Lepore richiama quanto già letto in Tribunale come testimone nel processo ai mandanti. Si tratta delle parole che il suo predecessore Renato Zangheri pronunciò nel 1974 dopo la strage dell’Italicus: “Il fascismo è il cieco odio per la libertà delle persone, per la libera competizione delle idee, per l’avanzamento dei lavoratori”, disse Zangheri, aggiungendo che “i figli dei carnefici di Marzabotto sono tornati a colpire con la stessa disumana ferocia”.

Lepore ripete le stesse parole e sottolinea: “Noi abbiamo le nostre cicatrici. Abbiamo i nostri morti. Ce lo ricorda questo orologio fermo alle 10.25” e cioè all’ora in cui esplose la bomba del 2 agosto. Ma Lepore cita anche la strage di Ustica, la banda della Uno bianca, gli operai delle Ogr morti d’amianto e i caduti partigiani ricordati dal sacrario di piazza Nettuno. Di tutto questo si occuperà il Polo della memoria che nascerà proprio nell’area della stazione: “Ne faremo un centro culturale tra i più importanti del paese. Riuniremo archivi e istituti di cultura. Dalla memoria lavoreremo per raccontare cosa è stata Bologna per l’Italia nel ‘900 e cosa può essere l’Italia di domani. Perché non c’è futuro senza memoria”, afferma Lepore.

BONACCINI: QUALUNQUE SIA GOVERNO, SOSTENGA VERITÀ

“Al di là delle nostre appartenenze, ogni Governo deve rappresentare tutti noi dal punto di vista istituzionale” per cui “qualsiasi Governo ci sarà chiediamo sostegno e tutto quello che serve per arrivare alla piena verità“. Lo dichiara il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, riprendendo l’appello di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, nel giorno del 42esimo anniversario della bomba che nel 1980 provocò 85 morti e 200 feriti.

A Bologna si è da poco concluso il primo grado del processo ai mandanti e questo rappresenta “un passo in avanti non banale- afferma Bonaccini a margine della cerimonia in Comune- ma dobbiamo arrivare fino in fondo, siamo qui come ogni anno al fianco dei familiari delle vittime e della loro caparbietà, lo facciamo in nome della verità che Bologna pretende, che l’Emilia-Romagna pretende e che l’Italia deve pretendere. Ci sono state novità importanti e vogliamo arrivare alla piena verità“. In questo, “credo sia stato molto importante il contributo che abbiamo dato con la digitalizzazione degli atti processuali- aggiunge il governatore- che sono un patrimonio importante a disposizione di chiunque e speriamo si proceda sempre di più nella direzione di dare una parola definitiva”.

Agenzia Dire – www.dire.it




Alta tensione fra Kosovo e Serbia

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202457834 46461edd c7f2 4619 a50a ec158a4f3cfaNuove tensioni sono sorte tra Kosovo e Serbia e c’è chi teme uno scontro armato fra i due Paesi. I serbi non accettano le nuove misure varate da Pristina sul divieto di documenti di identità e di targhe serbi in Kosovo a partire da lunedì primo agosto.

La Nato ha annunciato che è pronta a intervenire con la KFOR se la stabilità nel Paese diventasse “a rischio”.

Gruppi serbi “fuori legge” hanno aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia: lo ha detto il premier kosovaro, Albin Kurti, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa turca Anadolu.

“La Serbia non è mai stata in una situazione così complessa e difficile: abbiamo avuto colloqui con rappresentanti dei serbi del Kosovo e Metohija e cercheremo di mantenere la pace. Ma chiedo agli albanesi di cambiare la propria posizione e ai serbi del Kosovo di non cedere alle provocazioni”, ha detto in un discorso alla nazione, il presidente serbo Aleksandar Vucic.

Secondo l’agenzia russa Tass, che cita il quotidiano Vecherne Novosti, le forze speciali del Kosovo sono state spostate da Prisitina a nord e a Metohija, dove sono in corso le proteste dei cittadini serbi.

In precedenza è stato riferito che la popolazione serba del Kosovo e Metohija ha protestato sulle principali autostrade della regione, ha iniziato a costruire barricate, diverse dozzine di persone hanno bloccato la strada principale fra Pristina e Raska. Unità speciali della polizia del Kosovo, presenti per le strade, hanno iniziato a ritirarsi nei villaggi circostanti quando è iniziato il raduno dei cittadini.

Sirene sono suonate nella parte settentrionale della città di Kosovska Mitrovica. Successivamente sono apparse informazioni su sirene suonate a Zubin Potok. Secondo i media serbi, circa 200 albanesi si sono radunati sul lato albanese del ponte che collega il nord e il sud di Kosovska Mitrovica.

Il Cremlino: “Stop alle provocazioni”

La Russia chiede alle autorità di Pristina, cosiìcome agli Stati Uniti e all’Unione europea, che le sostengono, di porre fine alle provocazioni e rispettare i diritti dei serbi in Kosovo. Lo ha affermato la portavoce del ministro degli Esteri russo Maria Zakharova. “Chiediamo a Pristina, agli Stati Uniti e all’Ue, che la appoggiano, di cessare le provocazioni e di rispettare i diritti dei serbi in Kosovo”, ha affermato Zakharova in una nota riportata da Tass.

“I leader dei kosovari sanno che i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare”, ha aggiunto Zakharova.

La portavoce del ministero degli Esteri ha anche sottolineato che un tale sviluppo degli eventi “è un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea. “Questo è anche un esempio del posto che è stato preparato per Belgrado nell’Unione Europea, offrendo di fatto alla Serbia di sopportare la mancanza di diritti dei suoi connazionali”.

La Nato pronta a intervenire

La Nato è pronta a intervenire nel nord del Kosovo con la sua missione Kosovo Force (KFOR) qualora la sua stabilità sia “a rischio”: così una nota diffusa dall’Alleanza Atlantica in merito alle tensioni crescenti fra kosovari e serbi, scoppiate per una legge del Kosovo che vieta a partire da oggi documenti di identità e targhe serbi in Kosovo.

“La situazione complessiva riguardante la sicurezza nei comuni del nord del Kosovo è tesa. La missione KFOR guidata dalla Nato – si legge – sta monitorando da vicino ed è pronta a intervenire se la stabilità è a repentaglio, in base al suo mandato, derivante dalla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.

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I nostri politici bisticciano sul fisco

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Mentre nel campo del centrosinistra il sudoku delle alleanze fatica a trovare una soluzione, con Carlo Calenda e Matteo Renzi che piantano paletti e dettano condizioni, minacciando di correre in competizione con il Pd dando vita al cosiddetto terzo polo, si scalda la campagna elettorale ed è subito polemica sulla proposta di una tassa di successione sui grandi patrimoni per destinare risorse a favore dei 18enni, idea rilanciata dal segretario dem Enrico Letta. “Dote 18enni” è una delle prime idee messe in campo dal leader dem dopo l’elezione alla guida del Nazareno. E già allora fece insorgere il centrodestra, ma non suscitò particolari entusiasmi nemmeno tra i 5 stelle, tentati dal ‘campo largo’ lettiano destinato poi a deflagrare con la crisi del governo Draghi.

Ora Letta ci riprova, insistendo sulla necessità che i super ricchi si facciano carico delle nuove generazioni, in balia del precariato e travolti da due anni di pandemia. E’ una proposta che “porteremo avanti, ovviamente sarà finanziata con una tassa di successione per i patrimoni plurimilionari.

L’altra volta quando ne parlai tutti cominciarono a dire ‘ah, si toccano le successioni!’, ma è giusto che chi ha un patrimonio plurimilionario lasci qualcosa alla società e se quel qualcosa viene ridato ai giovani, che oggi sono attanagliati dalla precarietà, credo sia il senso di generazioni che si aiutano”, ha spiegato il leader dem. Parole che incassano subito un coro di no: da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, passando per Matteo Renzi e Carlo Calenda. Non è la prima volta che il tema delle tasse irrompe in campagna elettorale, marcando una netta frattura tra le forze di sinistra e il centrodestra.

E non è un mistero che le tasse siano un terreno scivoloso a poco più di un mese dalle urne, tanto più in un momento di crisi economica, con la guerra in Ucraina e il caro energia che incombono e in vista di un autunno che si preannuncia ‘caldo’.

“Chi sceglie il Pd sceglie più tasse, chi sceglie la Lega sceglie la Flat Tax al 15% e la Pace Fiscale. Chi non sceglie, poi non si lamenti”, scrive Matteo Salvini sui social.

“Letta lo ammette: la patrimoniale è il pilastro del suo programma. Il 25 settembre gli italiani potranno scegliere: votare il Pd che vuole più tasse e colpire i patrimoni, oppure votare Fratelli d’Italia che non vuole più tasse e che si batterà per tutelare chi produce ricchezza e crea lavoro”, è la risposta della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

“Letta si conferma ossessionato dai sacrifici fatti negli anni dalle famiglie italiane. Come sempre l’unica ricetta del Pd, da buona tradizione della sinistra, è quella di tassare i risparmi di chi si è rimboccato le maniche alla ricerca della stabilità e per assicurare un futuro ai propri figli”, afferma Licia Ronzulli, fedelissima di Berlusconi.

“I giovani non si aiutano con l’assistenzialismo sfrenato fatto di mance e bonus, ma con interventi strutturali che abbiano un impatto positivo sul mercato del lavoro”, incalza la parlamentare azzurra. La proposta dem non sfonda nemmeno al centro. Anzi.

Caustico il leader di Italia viva: “Purtroppo il Pd ha iniziato la campagna elettorale in modo incredibile. Letta ha posto il tema di mettere la tassa di successione e di candidare Di Maio in Emilia Romagna. Aumentare la tassa di successione è folle, paghiamo tante tasse, possiamo almeno morire gratis?”, chiede retoricamente Renzi.

Mostra scetticismo anche Giuseppe Conte, che osserva: “I giovani non vogliono una dote, vogliono la speranza per il proprio futuro, vogliono un’opportunità concreta di lavoro, non il lavoro precario di un giorno o una settimana”, spiega il presidente M5s. L’idea non piace nemmeno al leader di Azione: “Ai diciottenni non serve una dote ma un’istruzione di qualità e meno tasse sul lavoro”, taglia corto Carlo Calenda.

Ad accogliere con favore la proposta lettiana è invece Sinistra italiana. Per il responsabile economia, Giovanni Paglia, è “una buona cosa, anche se mi convince molto di più la nostra proposta di patrimoniale progressiva. Non condivido invece il bonus di 10.000 euro ai giovani: se il problema sono precarietà e salari, interveniamo su quelli. Comunque finché si parla di tassare i milionari e ampliare i diritti è un bene”, conclude.

Si schiera al fianco del segretario dem Enzo Maraio, che bacchetta il centrodestra, capace solo di fare “tanta retorica con proposte inutili e non realizzabili sulle tasse e nessuna concretezza”, mentre “l’idea di Enrico Letta è seria e può far scattare finalmente nuove opportunità per i nostri ragazzi”, dice il segretario del Psi.

Letta non entra nella polemica, ma non disdegna di replicare a muso duro a Meloni: “Dico solo che per fortuna non eravate al governo durante la pandemia. I giovani rischiavano poco ma contagiavano come gli altri. Si sono sacrificati per salvare la vita di tanti più fragili. La forza della società è la solidarietà non il salvarsi ognuno per conto proprio”, scrive sui social, dopo che la leader di FdI aveva scritto: “Secondo Enrico Letta i giovani sono stati rinchiusi in casa durante la pandemia, nonostante rischiassero davvero poco. Ora te ne accorgi Letta?”.

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Le alleanze fanno bene al Pd: ora è il primo partito

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Grazie all’alleanza con Articolo 1, il Pd torna a essere il primo partito nei sondaggi, sopra a Fratelli d’Italia che però è appena 0,4 punti indietro. È quanto emerge da ‘Monitor Italia’, il sondaggio Dire-Tecnè realizzato il 28 e 29 luglio 2022 su un campione di mille persone.

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La lista elettorale Pd più Articolo 1, Demos e Psi è accreditata del 24,2% (-0,2). FdI però continua a crescere (+0,4%) e arriva al 23,8%. La Lega perde lo 0,7% e scende al 13,9%. Forza Italia è al 10,8% (+0,2%). Il Movimento 5 Stelle è stabile al 9,4%. Azione di Carlo Calenda sale dello 0,1% e arriva al 4,9%. Al 4,1% Sinistra italiana con Europa Verde (-0,1). Italia Viva è al 2,9% (+0,1%). Italexit di Paragone al 2,6% (+0,1%).

Le intenzioni di voto sono state espresse dal 55,7% degli intervistati per ‘Monitor Italia’: è alta quindi la quota degli incerti e delle potenziali astensioni (44,3%) in vista delle elezioni politiche del 25 settembre.

SOLO UN ITALIANO SU DIECI FIDUCIOSO SULL’ECONOMIA

La situazione economica dell’Italia nei prossimi mesi è destinata a peggiorare per sei italiani su dieci: una sfiducia che continua a crescere col passare delle settimane. È questo il risultato del sondaggio Dire-Tecnè sull’andamento dell’economia nel nostro Paese.

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Solo un italiano su dieci, tra gli intervistati per ‘Monitor Italia’, si dice ottimista è dice che la situazione economica è destinata a migliorare: sono il 10,6% degli intervistati (-2,4%). Per il 59,5% l’andamento dell’economia peggiorerà (+2,5%), mentre per il 29,9% resterà stabile (-0,1%).

Agenzia DIRE – www.dire.it




I frammenti di un razzo cinese potrebbero cadere fra Sardegna e Sicilia

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100921461 33da808f 73da 4656 9401 2ce9c59b6fecPotrebbe cadere in un tratto compreso fra il sud della Sardegna, la Sicilia e una porzione meridionale della Calabria un razzo cinese Long March 5B (CZ-5B) il cui rientro incontrollato in atmosfera è previsto fra domani sera, 30 luglio, e domenica sera, 31 luglio.

In questo arco temporale sono previste, sull’Italia, tre differenti orbite che potrebbero interessare, per alcuni secondi, cinque porzioni di territorio delle isole e del Sud Italia, sulla base degli ultimi dati forniti dall’Agenzia spaziale italiana (Asi).

Il Centro Space Situational Awareness di Poggio Renatico, in coordinamento con il Comando delle Operazioni Spaziali (COS) della Difesa, che opera alle dipendenze del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), sta monitorando il rientro incontrollato nell’atmosfera.

In particolare viene tenuto sotto controllo il secondo stadio del un razzo cinese che, il 24 luglio scorso, aveva portato in orbita il modulo Wentian della stazione spaziale della Repubblica Popolare Cinese.

Ieri il direttore generale della Protezione civile regionale, Antonio Pasquale Belloi, e il suo team hanno partecipato a una riunione del Comitato operativo nazionale, convocato dal capo dipartimento Fabrizio Curcio per fare il punto sul rientro sulla terra del secondo stadio del lanciatore cinese PRC-CZ5B: è comunque ritenuta bassa la possibilità che uno o più frammenti del razzo possano colpire l’Italia, ma non è ancora possibile escluderla totalmente.

La Protezione civile della Sardegna era stata allertata per un evento simile nel maggio del 2021, in occasione del rientro incontrollato sulla Terra del lanciatore spaziale cinese ‘Long March 5B’.

In quel caso erano previste tre traiettorie che avrebbero potuto coinvolgere l’Italia e, in particolare 9 regioni del centro-sud, cioe’ Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Nel maggio 2020 frammenti di un altro lanciatore Lunga Marcia 5B cinese erano finiti in una zona popolata dell’Africa, in Costa d’Avorio, danneggiando edifici ma senza causare feriti.




Via libera all’insularità in Costituzione: Sardegna e Sicilia esultano

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insularità costituzione sardegna minL’aula della Camera – con 412 voti a favore, nessun contrario e un astenuto – ha dato il via libera definitivo alla proposta di legge costituzionale per il riconoscimento in Costituzione delle peculiarità delle Isole e il superamento degli svantaggi derivanti dall’Insularità. Un lungo applauso dell’Assemblea ha accolto l’esito del risultato con votazione praticamente unanime.

IN COSA CONSISTE IL PRINCIPIO D’INSULARITÀ

La proposta di legge, d’iniziativa popolare, modifica l’articolo 119 della Costituzione, quello che regola l’autonomia finanziaria di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Il nuovo comma inserito all’articolo 119 recita: “La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità“. Il testo è stato approvato in prima deliberazione dal Senato e dalla Camera e approvato, in seconda deliberazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti da entrambi i rami del Parlamento. Ora il sì è definitivo e la norma è legge.

SARDEGNA, INSULARITÀ IN COSTITUZIONE: L’ISOLA ESULTA

“La Sardegna è oggi più forte e capace di far valere diritti troppo a lungo negati, per avere giuste compensazioni degli svantaggi che la condizione insulare comporta. Dopo il riconoscimento dell’Europarlamento che ha votato la risoluzione Omarjee per i diritti delle Isole, frutto del lavoro della Regione Sarda, e ora sul piano nazionale con l’inserimento dell’insularità in Costituzione, siamo ancora più determinati nell’intento di tenere alto il nostro impegno per restituire alla nostra isola, alla sua economia, ad ogni cittadino ciò che fino ad oggi è stato negato”. Così il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, dopo il via libera della Camera dei deputati – ultimo passaggio parlamentare previsto – al riconoscimento del principio di insularità nella Costituzione.

“RISULTATO STORICO CHE APRE UNA NUOVA PAGINA”

Il riconoscimento del principio di insularità nella Costituzione “è un risultato storico che apre una nuova pagina per la Sardegna – il commento di Michele Pais, presidente del Consiglio regionale sardo -. La battaglia però non è finita, dobbiamo fare in modo che una mera affermazione si traduca in atti concreti che servano effettivamente a sanare gli svantaggi economici e sociali dei territori insulari”. Soddisfatto anche Michele Cossa, presidente della commissione speciale per l’insularità del Consiglio regionale sardo: “Abbiamo cambiato il corso della storia, oggi il Parlamento ha espresso la volontà di riconoscere i diritti delle isole. Da questo momento in avanti la Sardegna e tutte le isole d’Italia hanno gli stessi diritti, riconosciuti dallo Stato, e la possibilità di avviare quel cambiamento necessario per superare gli handicap che fino a oggi ne hanno frenato lo sviluppo”. Ma, sottolinea Cossa, “ci aspetta ora un grande lavoro affinché il principio di insularità in Costituzione venga declinato al meglio e porti a un reale giovamento per la Sardegna. Ora toccherà a noi far valere nei confronti dello Stato e, a catena dell’Unione europea, le opportunità offerte dall’affermazione di questo principio”.

Per la Lega, il coordinatore regionale Dario Giagoni ribadisce: “Da anni la Sardegna chiede di superare le difficoltà e le diseconomie con cui deve fare i conti, da anni si chiede di avere le stesse prospettive di crescita e sviluppo di ogni altro territorio, intervenendo concretamente sui trasporti, le infrastrutture e l’energia. Un’attesa finalmente giunta al termine che, come componente della Commissione consiliare speciale per il riconoscimento dell’insularità, mi rende orgoglioso”.

Infine Paola Deiana, deputata di Insieme per il futuro: “La crisi di governo, lo scioglimento delle camere e le elezioni imminenti non hanno distolto l’attenzione del Parlamento dalle priorità e dai problemi urgenti. Con lo sguardo rivolto al futuro abbiamo approvato una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare che consentirà a Sardegna e Sicilia di superare le difficoltà e gli svantaggi legate all’essere isole. È un voto storico, che ci unisce. Una battaglia che dopo lunghi anni vede finalmente la giusta conclusione”.

SICILIA, MUSUMECI: “L’INSULARITÀ DA OGGI È UN IMPEGNO PER TUTTI“

“Superare gli svantaggi derivanti dall’insularità diventano, da oggi, un impegno preciso per lo Stato, consacrato nella costituzione. È una vittoria per tutti gli isolani d’Italia”. Lo dichiara il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, dopo il voto della Camera che ha così definito la lunga procedura per la modifica dell’articolo 119 della costituzione. “Continueremo a lavorare, in sinergia con Bruxelles e Roma, affinché vivere su un’isola non sia più una maledizione o un problema – sottolinea il governatore -, ma una straordinaria opportunità, in termini di dotazione infrastrutturale, servizi essenziali e qualità della vita. Voglio ringraziare il vicepresidente Gaetano Armao per avere sempre creduto a questo obiettivo e per averlo perseguito, per conto del governo regionale, con passione e tenacia”.

ag DIRE – www.dire.it




‘Ombre russe’ sulla crisi di governo

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125009420 de24cad9 33d2 410b aa25 1c2d5e5a78a6Nuovi sospetti di ingerenze russe per far cadere il governo Draghi. Ad alimentarli una ricostruzione pubblicata dalla ‘Stampa’ in cui, citando presunti “documenti di intelligence”, si sostiene che, tra il 27 e il 28 maggio, vi sarebbero stati contatti tra il consigliere di Matteo Salvini per i rapporti internazionali, Antonio Capuano, e Oleg Kostyukov, “importante funzionario dell’ambasciata russa” in Italia.

Il diplomatico, tra le altre cose, avrebbe chiesto a Capuano “se i ministri della Lega fossero intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo”. Il documento però non trova conferme nei servizi italiani. “Le indiscrezioni apparse sul quotidiano La Stampa, in merito all’attribuzione all’intelligence nazionale di asserite interlocuzioni tra l’avvocato Capuano e rappresentanti dell’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, per far cadere il governo Draghi, sono prive di ogni fondamento come già riferito al Copasir, in occasione di analoghi articoli apparsi nei mesi scorsi”, scandisce il sottosegretario Franco Gabrielli.

Parole che fanno dire ai capigruppo della Lega, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, che “il governo è caduto per la scelta del Movimento 5 stelle e non per fantomatici motivi privi di qualsiasi fondamento. Ringraziamo il sottosegretario Gabrielli che con le sue parole ha messo a tacere l’odio, gli insulti e le falsità di Letta, Di Maio e di tutta la sinistra che in mancanza di argomenti concreti si aggrappa a squallide fake news”.

Una lettura che non convince il Partito Democratico: “Non è certo il governo che deve smentire questioni di merito che investono la Lega e direttamente il suo leader”, spiegano dal Nazareno. “Nessuno ha ancora smentito i legami di Salvini con Mosca denunciati oggi da ‘La Stampa’. Gli italiani hanno il diritto di sapere se dietro la caduta di Draghi ci sia l’ombra di Putin. Salvini, anziché buttare la palla in corner, chiarisca la vera natura dei rapporti, suoi personali e del partito, con Mosca. È, con tutta evidenza, una questione di sicurezza della Repubblica”, concludono dal quartier generale dem.

Dal canto suo, il segretario della Lega Matteo Salvini respinge di prima mattina le riscostruzioni come “fesserie”. “Io ho lavorato e lavoro per la pace, per fermare la guerra. Figurati se vado a parlare di ministri. Sono le solite fantasie su Putin, sul fascismo, nazismo. Non penso che Putin stia dietro al termovalorizzatore di Roma”, si difende.

“La politica internazionale prescinde dai governi”, noi siamo europeisti e atlantisti ma questo “non significa non voler buoni rapporti con Putin”, aggiunge poi. “La guerra finirà prima o poi e chi ha sbagliato pagherà”.

Ma il centrosinistra vuole vederci chiaro e annuncia che porterà la questione all’attenzione del Copasir. Il primo a parlare è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “Credo che Salvini debba spiegare le relazioni con la Russia”, chiede il leader di Insieme per il futuro.

“Piu’ in generale dobbiamo stare molto attenti alle influenze russe sulla campagna elettorale”. Di Maio sembra poi voler allargare il campo dei sospetti al suo ex partito quando sottolinea che quanto emerge dalle ricostruzioni giornalistiche sui rapporti fra Lega e Russia, “fa il paio con l’endorsement del ministro russo Razov alla bozza di risoluzione presentata dal partito di Conte”.

Parole, quelle del ministro degli Esteri, che provocano la reazione del presidente M5s: “Io non so che corbellerie possano dire altri: il comportamento dei M5S e del sottoscritto è di chi non è andato in alcuna ambasciata russa né avuto contatti con ministri russi. Quando parliamo di politica estera lo facciamo dentro le nostre alleanze. Nell’interesse dei cittadini italiani. Che nessuno abbia la miserabile idea di gettare un’ombra sul comportamento M5s”.

Di più: l’ex premier rispedisce le accuse al mittente sottolineando che a innescare la crisi è stato “chi ha voluto in una situazione assolutamente drammatica per il paese dedicarsi, anziché alle funzioni ministeriali, a una nuova formazione politica. Questo è un elemento di destabilizzazione. E mi rivolgo a chi, ancor prima, ha pensato di inserire una norma sull’inceneritore che non c’entrava nulla nel dl aiuti”.

Un chiaro riferimento al Pd e allo stesso Di Maio. Chi si attiva per portare la vicenda all’attenzione del Copasir è il Partito Democratico: “Prima cosa che mi preme dire e chiedere è che le rivelazioni uscite sulla stampa, di legami tra Salvini e la Russia, sono inquietanti e voglio dire con chiarezza che questa è una campagna che inizia nel modo sbagliato”, dice il segretario dem Enrico Letta.

“Noi porteremo questa vicenda al Copasir e faremo interrogazioni parlamentari. Vogliamo capire se dietro quegli atteggiamenti della Lega ci fosse la regia di Putin. Sarebbe un fatto assolutamente grave. Chiedo formalmente al governo e a tutte le autorità di sicurezza di mettere il massimo di attenzione perché questa campagna si svolga senza influenze della Russia”, aggiunge.

“Chiediamo a Meloni, candidata premier del centrodestra, se le sta bene di stare nella stessa coalizione del partito che ha tramato con la Russia”. Anche Iv chiede la convocazione immediata del Copasir e una informativa urgente del governo sul caso. “È gravissimo che si diffondano fake news”, è la replica di Salvini.

“Un centrosinistra diviso che litiga su tutto. Capisco il nervosismo, ma spero che la sinistra non voglia fare tutta la campagna elettorale su sovranisti, fascisti, eccetera. Una sinistra divisa e disperata, con qualche servo sciocco in qualche redazione, passa il tempo a cercare fascisti, russi e razzisti che non ci sono – è poi il messaggio che il capo leghista manda nelle chat di partito – Il 25 settembre finalmente si cambia”.

“Enrico Letta è in grave difficoltà – sostiene invece il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani – il governo Draghi è caduto per responsabilità del Pd e del M5s. Cercano di trovare ogni scandalo, ma noi siamo pronti ad affrontare qualsiasi cosa”.

Per Meloni, tirata in ballo dai dem, risponde il vice presidente del Senato Ignazio La Russa. “Non abbiamo distanze da prendere, siamo molto uniti e non guarderò al tentativo di fango, non solo contro di noi ma contro il centrodestra, che cercheranno di fare – assicura – Sul piano internazionale credo che la garanzia che dà Fratelli d’italia non contrasta minimamente con quella degli altri partiti ed è una posizione filo-atlantica in difesa dell’Ucraina, di sostegno alla Nato tenendo presente che non è giusto affidare solo agli americani la nostra difesa”.

“Ha già chiarito il sottosegretario Gabrielli con una dichiarazione che non lascia adito a dubbi- puntualizza il presidente del Copasir, Adolfo Urso, di FdI – Il Comitato si è occupato di questa vicenda in tempi non sospetti ottenendo informazioni e rassicurazioni dall’autorità di governo e dall’intelligence. Credo che la dichiarazione di Gabrielli sia sufficiente a evitare che il Copasir sia usato per campagne elettorali. Noi siamo un’istituzione e dobbiamo garantire anche questo”.

agi.it




Tutti d’accordo nel centrodestra: “Chi prenderà più voti sceglierà il premier”

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191518041 667e6be2 2a45 4dbb be5d 4164ea7823c9Dopo oltre quattro ore di riunione, il centrodestra chiude l’accordo di coalizione in vista delle politiche del 25 settembre. I leader dell’alleanza siglano l’intesa su premiership e sulla ripartizione dei collegi uninominali. Sull’indicazione del premier passa la linea di Giorgia Meloni, che però si dimostra “accomodante” nella successiva trattativa sui candidati nei collegi previsti dal Rosatellum.

“La coalizione proporrà al presidente della Repubblica quale premier l’esponente indicato da chi avrà preso più voti”, scandisce la nota congiunta diffusa al termine del vertice.

Comunicato che dà origine a momenti di tensione, con FdI che insiste per inserire la dicitura “l’esponente indicato dal partito che avrà preso più voti”.

E non semplicemente il generico “da chi ha preso più voti”: un modo per tutelarsi da possibili ripensamenti degli alleati. Ma questa versione alla fine non passa.

Per quanto riguarda la ripartizione dei candidati nei 221 collegi in cui il centrodestra correrà unito, lo schema sarà il seguente: 98 a FdI, 70 a Lega, 42 a FI-Udc e 11 a Noi con l’Italia e Coraggio Italia.

“Abbiamo accettato che i candidati nei collegi fossero ripartiti secondo medie dei sondaggi proposte da Lega e FI, in cui FdI era sottostimata al 20%”, spiega Ignazio La Russa.

“Giorgia si è mostrata molto accomondante e generosa, perchè ha acconsentito alla ‘presa in carico’ della quota minima di 11 collegi destinati ai centristi”.

Mentre Matteo Salvini aveva già aperto nei giorni scorsi, il più recalcitante a confermare la tradizionale regola del centrodestra sulla premiership è stato Silvio Berlusconi.

Ma il compromesso di rinviare l’indicazione del premier alla fase ‘post voto’ e di evitare una campagna elettorale attorno allo slogan ‘Meloni premier’ ha fatto cedere il Cavaliere, che era timoroso di perdere consensi tra l’elettorato moderato, già messo in difficoltà dalle uscite dei ministri Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna dopo il mancato voto di fiducia di FI a Mario Draghi.

Anche durante la discussione sui collegi, l’ex premier ha voluto dire la sua: ha contestato la proposta, sostenuta da FdI, di dividere i collegi uninominali tra i partiti di centrodestra in maniera proporzionale ai principali sondaggi degli ultimi giorni.

“Ora i sondaggi mi danno al 10% ma con la campagna elettorale posso arrivare al 20%”, avrebbe osservato il Cavaliere, spiegando il motivo per il quale a suo giudizio dividere i collegi sui sondaggi “non era corretto”.

FI e Lega hanno poi sottoposto agli alleati i sondaggi da loro commissionati. E FdI ha acconsentito a procedere nella suddivisione in base a quelle indagini.

Salvini e Berlusconi hanno lasciato il vertice prima del termine: il leghista poco dopo le 20 per festaggiare il compleanno con la fidanzata Francesca Verdini, il presidente di Fi intorno alle 21 per fare ritorno ad Arcore.

Al tavolo con Meloni e i centristi, sono rimasti i leghisti Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli e l’azzurro Antonio Tajani.

“I leader del centrodestra hanno raggiunto pieno accordo e avviato il lavoro con l’obiettivo di vincere le prossime elezioni politiche e costruire un governo stabile e coeso, con un programma condiviso e innovativo – informa la nota diffusa al termine della riunione -.Il centrodestra presenterà anche una lista unica nelle Circoscrizioni Estere e ha istituito il tavolo del programma  che si insedierà nelle prossime ore. L’unità del centrodestra è la migliore risposta possibile alle accuse e gli attacchi, spesso volgari, di una sinistra ormai allo sbando, con una coalizione improvvisata, che  gli italiani manderanno a casa il prossimo 25 settembre”.

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Meloni: “senza intesa sul premier non c’e’ coalizione”.

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051924853 3b38c24d b026 4188 9b88 2971d56afad8Si delineano, nette, le posizioni con cui i tre principali partiti di centrodestra si avvicinano all’appuntamento cruciale in vista del voto del 25 settembre. Per Fratelli d’Italia, parla Giorgia Meloni e chiarisce che “non avrebbe senso andare a governare insieme”, senza un accordo sulle regole, che comprenda il metodo di spartizione dei collegi uninominali e le modalità di indicazione del candidato premier.

La presidente di FdI aggiunge poi di “confidare che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato” e che il suo partito ha “sempre rispettato e non si capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”. Tradotto: spartizione dei collegi in base ai sondaggi e regola che il partito che prende più voti indica il presidente del Consiglio, in caso di vittoria alle elezioni.

Sul tema della premiership, Matteo Salvini conferma la ‘sponda’ a Meloni, offerta già nei giorni scorsi. Il segretario leghista chiede agli alleati di “lasciare alla sinistra le liti e le divisioni”. E ribadisce: “Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”.

Diversa è la posizione di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi sta attraversando un periodo difficile, ‘tormentato’ dagli addii dei ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta e dall’apertura di una riflessione da parte di Mara Carfagna, dopo la mancata fiducia al governo Draghi. Oggi due parlamentari, Annalisa Baroni e Giusy Versace, e un assessore lombardo, Alessandro Mattinzoli, hanno seguito Gelmini.

Nei prossimi giorni potrebbero esserci altri addii.

Mentre la responsabile per i rapporti con gli alleati Lucia Ronzulli si è detta convinta che Carfagna non lascerà FI. In questo clima di tensione, i vertici azzurri sono contrari, perchè lo ritengono divisivo, a ogni ipotesi di anticipo del tema della premiership.

Temono che ogni indicazione su Meloni possa creare nuove tensioni o faccia perdere consensi in campagna elettorale. Vogliono prendere tempo e spostare la discussione a più avanti. Silvio Berlusconi lo ha detto espressamente nelle interviste rilasciate in questi giorni.

“Credo sinceramente che questo sia il meno importante dei problemi – ha scandito il Cavaliere -. Quello che dobbiamo definire non è un nome, è un progetto comune da proporre agli italiani, credibile in Europa e nel mondo. Poi, alla fine del percorso, ragioneremo insieme sul nome più appropriato da proporre al presidente Mattarella come nuovo presidente del Consiglio”. “Affronteremo il problema al vertice”, aveva assicurato.

Quello di mercoledì quindi si preannuncia un vertice con nodi importanti sul tavolo. Meloni ha ottenuto che si tenesse a Palazzo Montecitorio e non in una residenza privata dell’ex premier come avviene tradizionalmente da decenni. E anche questo è un segnale del nuovo corso che vuole dare a una alleanza a chiaro traino FdI. Da via della Scrofa si chiede quindi che non via sia una modifica delle regole usate dall’alleanza fino a ora. Non sono regole che abbiamo scelto noi, ma che hanno scelto loro quando erano più forti – si sottolinea – noi non vogliamo cambiarle e chiediamo pari dignità, ora che siamo noi i più forti. Per quanto riguarda la spartizione delle candidature nei collegi elettorali, FdI chiede, come ha sottolineato il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, di avere circa il 50% dei collegi.

L’obiettivo è di replicare il metodo usato nel 2018, quando gli alleati si trovarono attorno a un tavolo, ognuno con il sondaggio commissionato a un istituto di fiducia e decisero le quote in base alla media dei tre sondaggi. Una volta confermato il metodo – si precisa da FdI – non è escluso che da parte nostra non ci siano aperture, gesti di generosità per esempio su alcuni collegi da attribuire ai centristi.

Ma il metodo deve essere confermato, si insiste. Nel 2018, poi si divisero i collegi in sei fasce – ricorda un dirigente – in base alle possibilità di vittoria e si ripropose la quota proporzionale di ogni partito in ciascuna fascia. Anche per quanto riguarda la leadership, infine, da via della Scrofa è interpretato un gesto di generosità della leade di FdI, quello di non pretendere una campagna incentrata su ‘Meloni premier’ ma di chiedere semplicemente che spetti al partito che avrà più voti indicare un nome per Palazzo Chigi a Sergio Mattarella, in caso di vittoria delle coalizione.

Calenda apre al PD

Intanto Carlo Calenda apre al Pd. Poi l’incontro con Renzi. Letta? “Gli vogliamo bene, è una persona seria. Siamo disponibili a discutere con tutti sulle cose da fare”, ha detto il leader di Azione a margine della presentazione del Fronte Repubblicano per le elezioni nella sede della stampa estera.

Nella serata di lunedì Calenda ha incontrato anche il leader di Italia viva. “E’ chiaro che Carlo Calenda ha molte posizioni per molti aspetti simili, tant’è che abbiamo lavorato insieme e io l’ho voluto ministro e ambasciatore, l’ho sostenuto come candidato sindaco a Roma. Poi quello che farà Calenda è giusto che lo dica lui. Del resto ha visto, o sentito, Enrico Letta”, ha detto Renzi a Zona Bianca su Rete4-
“Io – riprende il leader Iv – ho detto che se c’è un progetto serio per il Paese sono disponibilissimo a dare una mano, a aiutare. Se invece si deve fare una discussione sulle alleanze priva di contenuti reali, facciamo una cosa semplice e andiamo da soli”.

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