Putin: “In Ucraina non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio”

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180507870 37b93e85 eb9c 4080 9ab9 0a835f1c9f78“Non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio” in Ucraina, “ma al tempo stesso non rifiutiamo di tenere collqui di pace. Tuttavia, coloro che si rifiutano dovrebbero sapere che più avanti andiamo, più difficile sarà per loro negoziare con noi”. È l’avvertimento lanciato dal presidente russo Vladimir Putin parlando ai leader dei gruppi alla Duma.

L’Occidente, che voleva colpire l’economia russa e demoralizzare la società con le sanzioni, ha fallito, ha aggiunto il presidente russo. “Ovviamente, non stavano solo cercando di colpire duramente l’economia russa. Il loro obiettivo era seminare discordia, confusione all’interno della nostra società, demoralizzare la nostra gente. Ma qui hanno sbagliato i calcoli. Niente ha funzionato e sono sicuro che niente lo farà”, ha sottolineato.

“Dicono di volerci sconfiggere sul campo di battaglia, che ci provino. Abbiamo già sentito molto volte che l’Occidente vuole combatterci fino all’ultimo ucraino”.

“Non abbiamo ancora iniziato a fare sul serio” in Ucraina, “ma al tempo stesso non rifiutiamo di tenere collqui di pace. Tuttavia, coloro che si rifiutano dovrebbero sapere che più avanti andiamo, più difficile sarà per loro negoziare con noi”.

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In Lega e M5s c’è un escalation di malessere legata al governo

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Al Senato si discute della ratifica dei trattati, tra cui quello tra Italia e Francia, ci sarà un ordine del giorno della Lega sulla necessità che Parigi spinga per l’estradizione degli esponenti delle Brigate rosse; domani poi si voteranno le mozioni dei singoli partiti, tra cui quella sull’energia e potranno emergere spaccature, sia perché c’è quella promossa da Calenda per spingere sul nucleare, sia perché il Movimento 5 stelle potrebbe trovarsi isolato sulle ricette legate alle ricette che il governo deve portare avanti.

Ma il caos per la maggioranza è alla Camera. E il primo nodo da sciogliere è l’iter sul dl aiuti. Il governo prende tempo, non si esclude ancora che domani possa blindare il provvedimento che deve essere convertito entro il 16 luglio, ma i Cinque stelle fanno muro (sul superbonus, sul tema del gas e non vogliono votare la norma sull’inceneritore di Roma) e per guadagnare qualche ora c’è chi ha pensato pure all’inversione dell’ordine dei lavori, in attesa dell’incontro tra il premier Draghi e il presidente M5s Conte.

All’interno dell’esecutivo c’è la convinzione che dai vertici pentastellati siano arrivati comunque dei segnali distensivi, la trattativa sul metodo da portare avanti sul dl aiuti è la cartina di tornasole dell’intenzione di Draghi di evitare ulteriori frizioni ma la preoccupazione è che le spinte contrapposte all’interno dei partiti della maggioranza possano comunque causare un incidente in Parlamento.

Perché la Lega, per esempio, non ha digerito l’attendismo del governo, “perché – il ‘refrain’ emerso anche nella riunione di gruppo a Palazzo Madama – a noi chiudono le porte e si da la sponda agli altri partiti?”. Il malessere è generale e anche il tema del ddl concorrenza sta causando un cortocircuito tra l’esecutivo e le forze della maggioranza.

Il partito dello stralcio dell’articolo 10 – quello sulle concessioni dei taxi – è il più numeroso in Parlamento ma il governo non intende procedere in questo modo, il viceministro Bellanova lo ha spiegato a chiare lettere. Una possibile ‘exit strategy’ sarebbe quella di bissare a Montecitorio quello che è successo a palazzo Madama sulle concessioni balneari. Ovvero di permettere all’esecutivo di prendere tempo, lasciando ai decreti attuativi ogni spazio di manovra possibile.

Una strada che però non convince la Lega che punta a svuotare l’articolo, non intende dare all’esecutivo una delega in bianco, promette di non votare il provvedimento quando ci sarà il passaggio nell’Aula della Camera. “Così non va”, ripete il leghista Rixi.

Irritata anche Forza Italia che sottotraccia critica l’esecutivo, “ha perso il contatto con la realtà del Paese”, il ragionamento. Ma il malessere cresce sempre di più soprattutto nel Movimento 5 stelle e nella Lega. Domani Conte porterà all’attenzione del premier un documento con le richieste pentastellate, si aspetta risposte vere soprattutto sul piano sociale, oltre che una difesa del superbonus e del reddito di cittadinanza.

Anche Salvini attende di capire quale sarà l’esito delle trattative tra il presidente del Consiglio e l’avvocato pugliese. Perché tra gli ‘ex lumbard’ – spiegano fonti parlamentari – si è raggiunto il livello di guardia. “Così – si ragiona nel partito di via Bellerio – non si va avanti, di questo passo usciamo dal governo”.

Un mal di pancia espresso pure dal capogruppo della Lega al Senato Romeo, “responsabili sì ma fessi no”, ha osservato. La ‘lista’ dell’agenda del Carroccio è lunga: pace fiscale, autonomia, flat tax, misure per frenare l’immigrazione clandestina, provvedimenti contro il caro inflazione, per promuovere il lavoro, per venire incontro alle esigenze delle categorie in sofferenze e delle famiglie italiane.

Non c’è una ‘dead-line’ o un ultimatum, la partita si gioca sottotraccia. Ma raccontano che anche l’ala ‘governista’ del partito tanto ‘governista’ non lo è più dopo i risultati delle amministrative. Salvini ha cambiato strategia, non c’è più la linea dell’uomo solo al comando, a parlare davanti alle telecamere sono anche gli altri ‘big’. E nell’incontro di ieri pure i presidenti di Regione che hanno subito delle sconfitte sul territorio avrebbero sottolineato che l’azione deve essere più incisiva perché il rischio è che alle Politiche sia proprio la Lega a pagarne il prezzo più grande.

Pure la frase di Giorgetti riferita da chi era presente ‘se volete io posso fare anche un passo indietro’ sarebbe stata riferita per rimarcare che è la Lega con i suoi vertici a decidere cosa fare, il ministro dello Sviluppo insomma si è messo a disposizione del partito e non di sirene centriste che pure si sono fatte sentire per la costruzione della ‘tela’ pro-Draghi.

Tra i leghisti quindi la tentazione dello strappo è sempre più presente. “Dobbiamo portare a casa qualcosa, altrimenti che ci stiamo a fare nel governo?”, l’interrogativo che viene ripetuto dagli ‘ex lumbard’ sia alla Camera che al Senato. Una delle ‘exit strategy’ per ritrovare un ‘feeling’ con il governo sarebbe quella che Draghi aprisse ad una sorta di cabina di regia sull’agenda governativa e anche parlamentare.

Perché l’obiettivo è quello di far intervenire Draghi per stoppare l’intenzione del Pd di andare avanti su cannabis e ius scholae. “Non faremo sconti”, ha garantito ai suoi Salvini, parlando di “gravissima e inaccettabile provocazione” da parte della sinistra nel voler procedere in questa direzione.

I leghisti annunciano barricate ma il pressing è indirizzato verso il capo dell’esecutivo. “Qui non siamo alla Bce, deve gestire tutta la maggioranza, non può lavarsene le mani”, osserva un senatore. L’insofferenza verso il governo si percepisce da tempo nelle fila dei gruppi parlamentari pentastellate. “Se non c’è l’accordo sul superbonus non possiamo votare la fiducia”, spiega un ‘big’ del Movimento 5 stelle. Il ‘sentiment’ prevalente resta quello di staccarsi qualora non venissero accolte le richieste M5s. Anche se non tutti propendono per questa tesi.

“Come potremmo dire no al dl aiuti se contiene misure per 23 miliardi a sostegno degli italiani?”, si chiedono diversi deputati del Movimento 5 stelle. Inoltre l’ipotesi di non mettere la fiducia potrebbe essere una strada per i pentastellati ancor più lastricata di ostacoli, osserva un altro deputato. “Come facciamo se gli emendamenti di Fratelli d’Italia fossero votati anche dagli altri partiti? Saremmo comunque messi all’angolo…”, ragiona una pentastellata.

Le prossime 48 ore saranno dunque decisive. E non solo per capire il rapporto tra Draghi e il Movimento 5 stelle che ha già convocato il Consiglio nazionale alle ore 13 come ulteriore strumento di pressione nei confronti del premier. Il Pd ha già fatto capire di non voler sostenere il governo da solo qualora i Cinque stelle decidessero di staccarsi. Ragionamenti che si colgono anche nella Lega.

Il ‘piano B’ dei leghisti non sarebbe quello delle urne subito ma di un governo politico ‘ponte’. “È chiaro che senza M5s – osserva un esponente di primo piano del partito di via Bellerio – non ci sarebbe più un esecutivo di unità nazionale e allora cambierebbero molte cose… Ma in ogni caso deve essere Draghi a sciogliere i nodi”.

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La fattura energetica italiana è a livelli da record

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184357867 85c01263 da68 45a1 bc74 a2b7796b4ab0La fattura energetica italiana (quello che il éaese pagherà per avere energia, ndr) nel 2022 toccherà livelli record a 90 miliardi di euro, in aumento del 93%. È la stima di Unem secondo cui l’impennata è dovuta soprattutto all’aumento dei prezzi del gas per il quale l’Italia pagherà quest’anno 40,8 miliardi di euro dai 19,3 miliardi del 2021.

“Le criticità del periodo – ha dichiarato il presidente Unem, Claudio Spinaci – si stanno riflettendo anche a livello nazionale, a partire dalla fattura energetica che quest’anno dovrebbe ammontare a 90 miliardi di euro, quasi il doppio di quella dello scorso anno e dei picchi del 2011-2012. Ciò è dovuto in larga parte al forte incremento dei costi del gas. Il gas naturale, prima fonte energetica in Italia dal 2016, da settembre dello scorso anno lo è diventata anche in termini di esborso, superando la fattura petrolifera che storicamente costituiva invece la componente più rilevante”.

“La partita è davvero importante e il Governo italiano si è preso la responsabilità di non aderire al patto sull’auto elettrica firmato da molti stati alla COP26 di Glasgow nel novembre scorso” ha detto il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti nel messaggio inviato all’assemblea di Unem, “Riteniamo sia necessario proporre alla Commissione europea una revisione del pacchetto ‘Fit for 55’ che in primis preveda l’applicazione del principio cardine della neutralità tecnologica”.

I consumi totali di energia in Italia dovrebbero aumentare nel 2022 in maniera inferiore all’1%, stima Unem sottolineando tuttavia che “nella seconda parte dell’anno potrebbe perdere slancio per una serie di cause legate al probabile rallentamento dell’economia e all’alta inflazione, a prescindere dall’elasticità ai prezzi”.

“È da notare – ha spiegato Spinaci – come il maggiore incremento è proprio per il carbone a fronte di un calo sia del gas che delle fonti rinnovabili. Quanto ai consumi dei prodotti autotrazione, sono tornati sui livelli pre-pandemia anche in anticipo rispetto a quanto avevamo previsto alla fine dello scorso anno, per una ripresa del trasporto privato a scapito di quello pubblico. Anche in questo caso potrebbe esserci un rallentamento a causa degli alti costi dei carburanti dovuto alla difficile congiuntura internazionale. Da questo punto di vista va detto che le compagnie hanno fatto quanto è stato possibile per contenere gli aumenti e lo dimostra l’andamento dello stacco con l’Europa”.

Da dove viene la crisi energetica

“La crisi energetica, che sta colpendo l’Europa molto più degli Stati Uniti, nasce prima” dell’invasione russa dell’Ucraina “perché l’Europa ha trascurato la sicurezza energetica preferendo un approccio ideologico ed estremamente pericoloso” ha aggiunto Spinaci osservando che non si tratta di una crisi “congiunturale ma strutturale”.

“Alla base di questi repentini aumenti – ha dichiarato – gli squilibri preesistenti tra la domanda e l’offerta di energia che hanno rivelato tutte le fragilità della politica energetica dell’Europa che si è scoperta incapace di garantire approvvigionamenti sicuri e competitivi. Non si tratta di un problema congiunturale, come molti hanno sostenuto, ma strutturale e dunque richiede risposte di natura non solo emergenziale, ma soprattutto politiche di lungo termine che guardino con più attenzione al tema della sicurezza energetica, colpevolmente trascurata in questi ultimi anni”.

Le maggiori tensioni, ha ricordato Spinaci, “in una prima fase, hanno riguardato soprattutto il gas naturale il cui prezzo in Europa già a fine 2021, dunque ben prima della crisi Russia-Ucraina, era cresciuto di oltre il 400% rispetto a dicembre 2019, con aumenti più contenuti, ma comunque significativi, per petrolio (+24%) e carbone (+122%). Con la crisi Ucraina è partita una nuova fase che ha inciso in modo più evidente sul petrolio, il quale ha raggiunto livelli record nonostante le attese per un rallentamento della domanda legato alla guerra e alla ripresa della pandemia in Cina. Il Brent l’8 marzo ha toccato i 128 dollari/barile contro i 75 medi del secondo semestre 2021 (+70%), ripiegando nelle settimane successive ma oscillando costantemente nella forchetta 105-120 dollari/barile”.




Marmolada, le parole del soccorritore: “Ci siamo trovati di fronte a un fiume di ghiaccio”

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183538034 3fbb37ed 8e66 4e72 b39e f1a38609d06dWalter Cainelli, presidente del Soccorso Alpino del Trentino, pensava a una valanga come le altre quando è arrivata le telefonata. “Immaginavo  un paio di persone travolte. Quando siamo arrivati però lo scenario aveva ben poco della valanga perché ci siamo trovati di fronte a un fiume di ghiaccio, sassi e rocce. Era evidente lo stacco del ghiacciaio sommitale che rendeva molto rischiose le nostre operazioni di soccorso”.

“Siamo andati dentro”, Cainelli utilizza questa espressione a indicare l’immersione dentro quello scenario così brutale, “pensando all’incolumità dei soccorritori e abbiamo portato via feriti e morti che erano in superficie. Le persone sembravano essere uscite da un tritacarne”.

Ben più difficile trovare le persone rimaste schiacciate da quel fiume ghiacciato in profondità. “Abbiamo usato tutti gli strumenti a disposizione, tra cui la cosiddetta ricerca vista – udito, cioè cercare di scorgere i corpi o sentire rumori e richieste di aiuto da potenziali superstiti, le unità cinofile e una specie di ‘campana’ che può ricevere segnali di strumenti elettronici, come per esempio i telefonini”.

Poi, è arrivato il momento di fermarsi. “Messo in campo tutto quello che avevamo e valutato il rischio che c’era a restare ancora sul campo, siamo scesi. Speravamo che la conta dei morti fosse finita lì, invece abbiamo saputo che non rispondevano all’appello altre persone“. Alcuni dei corpi recuperati “erano in cordata, altri non erano collegati”.

Sullo stato dei corpi, Cainelli, che fa il punto dopo ore di grande fatica nella piazzuola da dove partono gli elicotteri davanti alla caserma dei vigili del fuoco, ha pudore nel trovare le parole. “Pensate alla pressione con cui scendono dei blocchi ghiacciati e alla loro dimensione. Gli escursionisti sono entrati in un tritacarne. Col mio cane ho trovato resti umani“.

Lo spiega all’AGI Walter Cainelli, presidente del Soccorso Alpino del Trentino, tra i primi soccorritori: “È simile a quello già franato come dimensioni. Crollerà certamente anche se non è possibile stabilire quando”

Chiede di non scrivere le parti del corpo che si è trovato davanti. Quanto alla prevedibilità di “un evento mai visto per la gravità sull’arco alpino”, Cainelli non mostra dubbi: “Non era prevedibile. Ora dopo tutti virologi, sono diventati tutti esperti di ghiacciai ma bisogna essere onesti. Nessuno poteva pensare che si staccasse una parte del ghiacciaio sommitale, posso capire dei serracchi che possono cadere, sono su un pendio, si muovono e poi cadono. Ma qui era inimmaginabile quello che è successo”.

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Draghi sulla Marmolada dopo la tragedia, i dispersi sono una trentina

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marmolada 3573338 1280Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il capo del Dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, insieme alle autorità locali e ai soccorritori, questa mattina si è recato presso la caserma dei Vigili del fuoco di Canazei (Trento) per fare il punto sulla situazione, dopo la tragedia che si è verificata ieri pomeriggio sulla Marmolada, quando il distacco di un grande seracco di ghiaccio ha causato la morte di 6 persone.

All’incontro era presente anche il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. Nella caserma è stata allestita la centrale operativa di coordinamento delle operazioni di soccorso e ricerca, che da stamattina sono riprese, dopo un’interruzione che si è resa necessaria ieri sera a causa delle “temperature alte e il rischio di distacchi ulteriori“, ha reso noto l’assessore alla Protezione Civile della Regione del Veneto, Gianpaolo Bottacin. Attualmente i dispersi sarebbero trenta. Secondo i soccorritori le possibilità di trovare persone ancora in vita sono quasi nulle. Delle sei vittime accertate tre italiani sono italiani. Un terzo è cecoslovacco, a cui si sommano un uomo ed una donna non ancora identificati.

ag. DIRE – www.dire.it




Strage sulla Marmolada: crolla seracco di ghiaccio, 6 morti e 8 feriti

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205005259 5f652686 9760 4fbe a9b8 2fc0ac93a41bCala la notte su Canazei. Lassù, nel buio e nel silenzio più assoluto che sa di morte, c’è la Marmolada, la ‘Regina delle Dolomiti’, l’inconfondibile montagna che tutto il mondo invidia all’Italia e che oggi nel giorno della Maratona dles Dolomites di ciclismo, si è trasformata in ‘Marmolada di paura e mortè.

Confermati sei alpinisti morti, otto feriti (più d’uno è ricoverato in gravi condizioni) ricoverati in quattro ospedali, Trento, Bolzano, Belluno e Treviso, una ventina di persone evacuate e tratte in salvo, e ancora diversi dispersi. Si tratta di numeri parziali.

C’è chi dice che lassù nel buio della Marmolada ci siano ancora almeno dieci dispersi, altri soccorritori si spingono addirittura ad un numero tre volte maggiore. La Marmolada si è sciolta, il persistente caldo record di questi giorni ha fatto collassare il seracco terminale provocando un valanga di dimensioni enormi che ha travolto almeno una ventina di escursionisti che avevano scelto la famosa montagna a cavallo delle tre Provincie, Trento, Bolzano e Belluno, alla ricerca di quell’alpinismo d’antan ma anche di una di ‘fuga’ dal torrido fondovalle (colonnina ha raggiunto i 38 gradi).

La montagna simbolo dell’alpinismo nel cuore delle Dolomiti, Patrimonio dell’Unesco, simbolo della libertà della quale conosce ogni centimetro Toni Valeruz, lo sciatore estremo fassano capace di epiche imprese giù dalle pareti innevate con sci. Una valanga di neve, ghiaccio e sassi staccatasi improvvisamente tra il frastuono, il boato e l’incredulità dei pochi testimoni. Il crollo è avvenuto attorno alle ore 13,40, minuto piu’ minuto meno.

A sciogliersi il seracco dalla calotta sommitale, ovvero la vetta, sotto Punta Rocca in territorio trentino. La valanga è caduta per circa due chilometri andando a travolgere tutto e soprattutto tutti che si trovavano lungo la via normale verso, o di ritorno, dai 3.343 metri della vetta (Punta Penia).

Sin da subito le operazioni di soccorso sono state veloci ma anche ostacolate per il forte rischio di cedimenti di altri pezzi di ghiaccio resti instabili sia dal crollo precedente ma anche dalle elevate temperature (la colonnina di mercurio era attorno ai 10 gradi). Sul posto sono intervenuti sei elicotteri, quello del Suem di Pieve di Cadore, del Dolomiti Emergency di Cortina, della Protezione civile della Regione Veneto e l’Air service center.

Massiccio l’intervento di uomini, dal personale del Soccorso alpino e speleologico del Trentino e del Veneto con le unità cinofile, Vigili del fuoco, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza provenienti anche dalle vicine province di Bolzano, Belluno e Venezia. Subito è stato allestito il campo base di coordinamento delle operazioni presso la caserma dei vigili del fuoco di Canazei, sede anche del soccorso alpino, ed il piazzale antistante il palaghiaccio ‘Gianmario Scola’ di Alba, il ‘nido’ dei Falcons dell’hockey fassano.

In quota è stata bonificata l’area con Daisy Bell che consente distacchi pianificati delle valanghe e scongiurare così il piu’ possibile il pericolo per gli operatori. Successivamente e’ intervenuto l’elicottero di Trentino Emergenze dotato di Arva a bordo e con agganciata la campana Recco, tecnologia utilizzata per la ricerca di persone disperse che viene agganciata all’elicottero e consente di captare dei segnali provenienti da superfici riflettenti e da dispositivi elettronici.

In serata a passo Fedaia, uno dei punti di partenza delle escursioni sulla Marmolada, c’erano sedici autovetture parcheggiate, molto probabilmente appartenenti alle vittime e dispersi. Le ricerche dovrebbero riprendere lunedì mattina alle prima luci del giorno, clima permettendo. Nel frattempo il polmone del ghiacciaio della Marmolada ancora per una notte custodirà le flebili speranze di ritrovare ancora qualche segno di vita.

Le alte temperature in quota sono ritenute le principali responsabili di quanto accaduto, e su questo si trovano concordi chi la montagna la conosce di persona per esservi cresciuto, chi ha a che fare con essa per ragioni scientifiche e, infine, chi in politica è chiamato a trovare soluzioni.

La politica, infine, si limita a constatare: “Ieri sulla Marmolada – ha scritto su Twitter il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia – è stato raggiunto il record delle temperature: 10 gradi circa in vetta)”. Messaggi di cordoglio sono arrivati anche dal presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Messner: “Lì non c’è più ghiaccio”

“Sono salito più volte sulla Punta di Rocca, ma non vado lì da tanti anni ormai. Il ghiaccio lì è quasi tutto andato, non c’è più ghiaccio. Questi seracchi cadono, certo, per la gravità, ma la causa vera, originaria, è il caldo globale, che fa sciogliere i ghiacciai e rende più probabile che si stacchi un seracco”. Lo ha detto all’AGI Reinhold Messner, in merito al crollo di un seracco avvenuto sulla Marmolada.

Il crollo è avvenuto nel tratto che da Pian dei Fiacconi porta a Punta Penia lungo la via normale che porta alla vetta. A staccarsi è stata una parte della calotta di Punta Rocca che ha causato una valanga misto neve, ghiaccio e roccia e si è abbattuta lungo la via normale della Marmolada. Le operazioni di soccorso sono molto difficili. “Lì, poiché non c’è quasi più ghiaccio – ha aggiunto Messner – il seracco non deve essere molto grande. Cio’ che è accaduto li’, accade ogni giorno in tutti i ghiacciai”.

Il parere dell’esperto

Quello avvenuto sulla Marmolada, dove il distacco di un seracco, ha travolto due cordate di esursionisti, è un “evento destinato a ripetersi”, determinato dalle alte temperature. “Da settimane – spiega Renato Colucci, glaciologo del Cnr – le temperature in quota sulle Alpi sono state molto al di sopra dei valori normali, mentre l’inverno scorso c’è stata poca neve, che ormai quasi non protegge piùi bacini glaciali. Il caldo estremo di questi ultimi giorni, con questa ondata di calore dall’Africa, ha verosimilmente prodotto una grossa quantita’ di acqua liquida da fusione glaciale alla base di quel pezzo di ghiacciaio che in realtà è una ‘pancia”‘: infatti è, o era, una via che si chiama proprio Pancia dei Finanzieri”.

Il crollo è avvenuto “nelle condizioni peggiori per distacchi di questo tipo, quando c’è tanto caldo e tanta acqua che scorre alla base. Non siamo ancora in grado di capire se si tratti di un distacco di fondo del ghiacciaio o superficiale, ma la portata sembra molto importante, a giudicare dalle prime immagini e informazioni ricevute”.

Inoltre, aggiunge Colucci, l’atmosfera e il clima “soprattutto al di sopra dei 3.500 metri di quota sono in totale disequilibrio a causa del ‘nuovo’ clima che registriamo e quindi, purtroppo, questi eventi sono probabilmente destinati a ripetersi nei prossimi anni e anche per questa estate dobbiamo mantenere la massima attenzione”.

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Ucraina, Finlandia: “Guerra in Europa una possibilità”

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ministroesterifinlandese afpLa guerra in Europa oltre l’Ucraina è “naturalmente” una possibilità. E’ l’allarme rilanciato dal ministro degli Esteri finlandese Pekka Haavisto, in un’intervista alla Cnn, che, alla domanda se Kiev possa vincere la guerra contro la Russia, ha replicato: “Possono mantenere la situazione e, in questo senso, possono vincere questa battaglia. Penso che il loro morale sia alto, sono molto uniti”.

Poi, tornando sulla rinuncia alla neutralità della Finlandia – che, insieme alla Svezia, si appresta a entrare nella Nato – Haavisto ha detto: “Penso che ci sia una nuova realtà. Penso veramente che l’architettura di sicurezza europea si sia rotta. C’è una nuova situazione, c’è una nuova forma di cortina di ferro tra la Russia e gli altri Paesi. E naturalmente è a causa dell’aggressione russa contro la vicina Ucraina”.

adnkronos.it




Da gennaio per entrare a Venezia bisognerà pagare

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132726132 6973a31c 5dec 48d9 befa 92eea4e20c35Entrata su prenotazione, un biglietto d’ingresso per i turisti: dal prossimo 16 gennaio si pagherà per l’accesso a Venezia. Le tariffe per un giorno nella città lagunare andranno dai 3 ai 10 euro a persona.

Esclusi dal contributo saranno studenti di Venezia, i lavoratori, i residenti in Veneto o le persone che si recano in città per necessità. Per i trasgressori sono previste sanzioni salate: dai 50 ai 300 euro.

Il progetto di un ticket d’ingresso per regolamentare i flussi turistici a Venezia ha preso il via poco prima prima del Covid. Si tratta di una delle battaglie più accese dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro.

E i numeri fanno capire che in gioco c’è la stessa sopravvivenza di Venezia: secondo uno studio dell’Università Cà Foscari la città potrebbe ospitare 52mila visitatori al giorno, ovvero 19 milioni di visitatori l’anno ma oggi si ritrovare a fare i conti con circa 28 milioni di visitatori l’anno. Da qui il bisogno di regolamentare il turismo e di prevedere un contributo di accesso alla città, su prenotazione, esattamente come si fa oggi per teatri, aerei o ristoranti.

Le tariffe per un giorno a Venezia andranno, appunto, dai 3 ai 10 euro a persona. Ed esattamente come accade già oggi in molti settori il prezzo non sarà fisso ma varierà sulla base del giorno e della fascia oraria prescelti, dell’anticipo con cui si effettua la prenotazione e del numero di prenotazioni già ricevute dal portale del Comune di Venezia.

Oltre una certa soglia la città non sarà chiusa ma scatterà la tariffa massima per disincentivare nuovi ingressi. Si parte ufficialmente il 16 gennaio 2023 mentre un paio di mesi prima sarà pronta la piattaforma online (e la relativa app) per la prenotazione.

“Nella piattaforma che sarà creata si potrà vedere in tempo reale come sta andando la prenotazione e quindi capire se si può ancora accedere con il contributo minimo o servirà un contributo di accesso più alto – ha spiegato l’assessore al Bilancio del Comune di Venezia Michele Zuin – la città di Venezia non è chiusa e questo Comune non ha bisogno di fare cassa con i contributi di accesso ma si tratta solo di un incentivo o disincentivo per avere flussi turistici equi e ragionati”.

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Vertice Nato di Madrid: “Per le donne è stato un summit storico”

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2022 nato summit in madrid
epa10041064 Irene Fellin, NATO Secretary General’s Special Representative for Women, Peace and Security reacts during the meeting of Women Foreign and Defence Ministers from Allied Countries on the first day of the NATO Summit at IFEMA Convention Center, in Madrid, Spain, 29 June 2022. Heads of State and Government of NATO’s member countries and key partners are gathering in Madrid from 29 to 30 June to discuss security concerns like Russia’s invasion of Ukraine and other challenges. Spain is hosting 2022 NATO Summit coinciding with the 40th anniversary of its accession to NATO. EPA/ZIPI

Il vertice Nato che si è appena concluso a Madrid “è stato storico anche per le donne”, ha detto oggi Irene Fellin, italiana nominata dal segretario generale Jens Stoltenberg, proprio per analizzare e introdurre la dimensione di genere nelle attività e nelle operazioni dell’Alleanza Atlantica.
Si tratta di un aspetto ormai divenuto “centrale”, al punto da essere stato inserito nel nuovo “concept strategico” sviluppato durante il vertice spagnolo, spiega Fellin all’ANSA.
Molte volte – ha indicato il rappresentante speciale della Nato per le donne, la pace e la sicurezza – la visione femminile può offrire più strumenti per analizzare e risolvere i conflitti, tenendo conto di aspetti che rischiano di essere trascurati.
“Nei documenti approvati durante questo vertice, definiamo l’approccio della NATO alla sicurezza umana, che include lo sguardo alla popolazione civile, al ruolo dei bambini nei conflitti, alla violenza sessuale, alla protezione dei beni culturali e alla tratta di esseri umani”, ha affermato.
“Se non capiamo quali sono le diverse esigenze e quali sono i rischi che incontreremo, non saremo preparati a rispondere adeguatamente”.
Un tema che sta ricevendo sempre maggiore attenzione è quello della violenza sessuale.
“Ora è riconosciuto come un elemento di strategia di guerra che può essere utilizzato sistematicamente, come un’arma”, ha detto Fellin, aggiungendo che si tratta di un concetto che sta iniziando a realizzarsi dopo le guerre dei Balcani e il genocidio in Ruanda negli anni ’90 .
Questo modo particolarmente crudele di attaccare il nemico è stato denunciato anche in Ucraina.
“I dati riportati da Kiev al momento parlano di 126 casi ufficialmente segnalati, uno dei quali è già stato processato”, ha detto Fellin.
Non si sa ancora, ha aggiunto, «se sia stata una strategia, cioè se si sia dato ordine di violentare donne e bambini», o se ci sia stata «mancanza di disciplina».
Proprio questa possibile “mancanza di disciplina” tra le truppe di Mosca, secondo il rappresentante speciale della Nato per le donne, “mostra esattamente la differenza tra ciò che è la Russia e ciò che è la Nato: i valori, le politiche che abbiamo adottato per mantenere la tolleranza zero.
Temi per i quali le forze armate alleate, sottolinea Fellin, ricevono una specifica “preparazione e addestramento”.
(ANSA).




Come e perché la Turchia ha rimosso il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia

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122113735 daef4276 26bf 47b0 8c0f e3cf088abfefLa Turchia ha rimosso il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. Non un passo indietro, piuttosto una vittoria per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha visto soddisfatte tutte le proprie richieste, che ha rilanciato su scala internazionale la posizione turca contro il Pkk e diffuso un chiaro messaggio a tutti gli alleati sul sostegno al separatismo curdo e consolidato la propria centralità all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Probabilmente il leader turco avrebbe voluto una operazione militare nel nord della Siria per colpire i separatisti curdi del Pkk-Ypg. Un’operazione più volte annunciata negli scorsi mesi su cui è però calato il veto di Usa, Russia e Iran. Un intervento militare avrebbe permesso al presidente di lanciare uno spot elettorale contro il terrorismo, toccando le sensibilissime corde del nazionalismo turco e recuperare un po’ del consenso dissipato dalla crisi economica che affligge il Paese.

Tramontata almeno per ora l’ipotesi di un attacco nel nord della Siria, Erdogan è riuscito, come spesso gli capita, a escogitare una maniera per raggiungere il proprio fine e colpire i separatisti curdi, non con le bombe, ma con la diplomazia.

Un tira e molla che ha tenuto per più di un mese con il fiato sospeso tutta la Nato. Un tira e molla che al momento lo vede uscire vincitore. L’occasione che il presidente turco ha colto è arrivata con la richiesta di entrare nella Nato formulata da Svezia e Finlandia lo scorso maggio, quando i due Paesi scandinavi hanno abbandonato la linea della neutralità sull’onda delle preoccupazioni suscitate dall’aggressività della Russia e dall’invasione dell’Ucraina.

La richiesta di ingresso era infatti stata accolta positivamente da tutti i membri dell’Alleanza meno che dalla Turchia, che ha opposto un secco no all’ingresso dei due Paesi scandinavi. Un veto che aveva attirato su di sé l’attenzione del mondo, motivato da Erdogan sulla base del sostegno, asilo e protezione che i due Paesi garantiscono a terroristi del Pkk e dell’ala siriana Ypg.

Il presidente turco ha colto al volo l’occasione per rilanciare il tema Pkk e le critiche e le accuse agli alleati Nato per il sostegno al separatismo curdo. A farne le spese direttamente Svezia e Finlandia, tenute sulle spine per più di un mese, tuttavia il messaggio era diretto ad altri alleati, in primis Usa e Germania. Gli Stati Uniti sono infatti stati il principale alleato dello Ypg nel nord della Siria.

Un sostegno giustificato con la lotta all’Isis, ma che è andato ben oltre il conflitto con lo stato islamico infiammando ciclicamente i rapporti tra Usa e Turchia negli ultimi anni. Sempre in questi anni Ankara ha criticato spesso Paesi Nato come Germania, Francia, Belgio e Olanda per la tolleranza nei confronti della propaganda anti turca e filo Pkk.

Critiche che però finivano spesso nel vuoto, sortendo come unico effetto un botta e risposta tra diplomazie e consolidando l’idea dell’ossessione anti curda della Turchia in Europa. La guerra in Ucraina ha invece creato una prevedibile ed enorme attenzione rispetto alla posizione turca e permesso al governo Erdogan di rilanciare il tema Pkk a spese dirette dei due Paesi Scandinavi, destinatari diretti di un messaggio chiaro indirizzato a tutti gli alleati: stop sostegno al separatismo curdo.

Un aut aut che Ankara si è potuta permettere anche per la ritrovata centralità nella Nato. La Turchia difende il fianco est dell’Alleanza con il secondo esercito più importante dopo gli Stati Uniti, dall’inizio della guerra si è dimostrato l’unico Paese del Blocco capace di dialogare con la Russia ed è impegnato in questi giorni in una difficile trattativa per far uscire dai porti ucraini il grano bloccato.

Il no opposto da Erdogan è stato irremovibile fino a ieri, vale a dire quando a Madrid Erdogan ha visto soddisfatte le proprie richieste e rimosso il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia. I due Paesi scandinavi hanno garantito “solidarietà e cooperazione contro il terrorismo in qualsiasi forma”, condannando senza mezzi termini Pkk e Ypg.

Erdogan aveva ripetuto più volte che non si sarebbe accontentato di parole e che senza passi concreti da parte di Svezia e Finlandia la Turchia non avrebbe compiuto passi indietro. I due Paesi scandinavi si sono impegnati a impedire qualsiasi forma di raccolta fondi a sostegno del Pkk sul proprio suolo e “prenderanno in considerazione” la richiesta di estradizione di Ankara nei confronti di 33 terroristi.

Anche la richiesta turca di porre fine all’embargo sull’acquisto delle armi turche è stata accolta e, salvo sorprese la Turchia ora non si opporrà all’ingresso nella Nato dei due Paesi.

Tuttavia la vittoria di Erdogan va ben oltre le concessioni di Svezia e Finlandia e suona come un monito a tutta la Nato per il futuro. “Nessun Paese alleato ha subìto la brutalità del terrorismo come la Turchia”. Parola del Segretario generale Nato Jens Stoltenberg. Parole che da un lato blindano la legittimità della posizione turca e dall’altro permettono al numero uno della Nato di tirare un sospiro di sollievo dopo un mese di sforzi per scongiurare il serio rischio di una frattura all’interno dell’Alleanza che in questo momento cruciale avrebbe fatto comodo solo alla Russia.

Stoltenberg vede rafforzata l’Alleanza nell’area del Baltico e risponde al presidente russo Vladimir Putin. Il prossimo mese sarà decisivo e non privo di rischi di clamorose fratture e marce indietro. Questa mattina il ministro della giustizia turco Bekir Bozdag ha dichiarato che Ankara sta già preparando le nuove richieste di estradizione per i 33 ricercati.

Estradizione per cui è però necessario che Svezia e Finlandia amendino le legislazioni in vigore, un processo che potrebbe richiedere tempo, creare un dibattito politico relativo la protezione dei diritti umani all’interno del Paese o addirittura consentire ai ricercati di Ankara di fuggire.

Un processo che presenta insidie e il rischio che le cose non vadano come la Turchia pretende. Incognite che permettono al presidente turco di tenere ancora sulle spine l’Alleanza e non escludono la possibilità di un passo indietro da parte della Turchia. Sebbene è difficile che Erdogan torni ad opporre un veto è possibile che il presidente torni ad alzare la voce e la posta in gioco, forte di un potere in ambito Nato che dall’inizio del conflitto in Ucraina è solo aumentato.

agi.it