New York–Bari, il Sud Italia sempre più vicino agli Stati Uniti con United Airlines

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Il collegamento diretto tra New York e Bari entra nella strategia di promozione internazionale del Mezzogiorno. La rotta stagionale operata da United Airlines, con quattro frequenze settimanali, sta infatti offrendo alla Puglia e alle regioni del Sud un accesso diretto al grande mercato turistico nordamericano.

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Il servizio collega Bari all’aeroporto di Newark, nell’area metropolitana di New York, ed è stato inaugurato lo scorso maggio. Per United si tratta di una novità importante: Bari è diventata la sesta destinazione italiana servita dalla compagnia americana.

La nuova rotta non rappresenta soltanto un collegamento per chi viaggia tra Italia e Stati Uniti. Per ENIT, che ha accompagnato il lancio attraverso la propria sede americana, costituisce anche uno strumento per presentare direttamente al pubblico statunitense un’area del Paese che comprende non soltanto la Puglia, ma anche la Basilicata e altre destinazioni del Mezzogiorno.

La Puglia punta sul mercato americano

L’interesse degli Stati Uniti verso la Puglia è cresciuto negli ultimi anni e il volo diretto elimina uno degli ostacoli principali per chi sceglie di visitare il Sud Italia: la necessità di effettuare uno scalo per raggiungere Bari.

La programmazione prevede quattro voli alla settimana e viene effettuata con Boeing 767-300ER. United ha indicato Bari come l’unico collegamento diretto operato da un vettore statunitense verso il principale aeroporto pugliese.

La rotta permette inoltre ai passeggeri provenienti dalla Puglia di utilizzare Newark come punto di collegamento con la rete statunitense della compagnia, ampliando così le possibilità di raggiungere altre città americane.

Una campagna che ha raggiunto milioni di persone

Il lancio della rotta è stato accompagnato da una campagna digitale realizzata con il coinvolgimento di creator e media.

Secondo i dati diffusi da ENIT, l’iniziativa ha prodotto 63 contenuti, realizzati da due creator, che hanno raggiunto 17,28 milioni di visualizzazioni, con oltre 872 mila interazioni. Sono state inoltre registrate più di 40 mila condivisioni e quasi 35 mila salvataggi.

Numeri che mostrano quanto il collegamento aereo possa diventare anche uno strumento di promozione turistica: non si vende soltanto un biglietto aereo, ma si racconta una destinazione.

Dalla Puglia alla Basilicata

È proprio questa la strategia alla quale stanno lavorando ENIT e le istituzioni territoriali.

La nuova connessione con New York permette infatti di proporre al turista americano un viaggio che non si limiti alle località più conosciute della Puglia, ma comprenda cultura, paesaggio, gastronomia e territori dell’Italia meridionale.

ENIT ha annunciato anche iniziative con Regione Puglia e Regione Basilicata, compresi press trip destinati a far conoscere il patrimonio culturale, i paesaggi e l’offerta turistica delle due regioni.

È un modello che negli ultimi anni sta diventando sempre più importante: collegare direttamente le destinazioni italiane ai grandi mercati internazionali e utilizzare il volo non soltanto come infrastruttura di trasporto, ma come parte della promozione del territorio.

Una porta americana sul Mezzogiorno

Il collegamento Bari-New York si inserisce in una più ampia crescita delle rotte dirette tra gli Stati Uniti e l’Italia. Per la Puglia, però, il significato è particolare.

Bari può diventare una porta d’ingresso al Mezzogiorno per un pubblico che fino a pochi anni fa arrivava soprattutto attraverso Roma, Milano o altri grandi aeroporti europei.

La sfida, adesso, sarà trasformare questa maggiore accessibilità in presenze turistiche, nuovi investimenti e rapporti economici più stretti.

Perché un volo intercontinentale non trasporta soltanto turisti.

Trasporta anche imprese, professionisti, studenti, famiglie e nuove opportunità di collaborazione tra territori.

E per il Sud Italia, avere una connessione diretta con New York significa soprattutto questo: essere un po’ meno lontano dal resto del mondo.




Camp Atterbury, in Indiana si rinnova la memoria dei prigionieri di guerra italiani

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C’è un luogo negli Stati Uniti dove la storia della comunità italiana si intreccia direttamente con quella della Seconda guerra mondiale. È Camp Atterbury, in Indiana, dove nel 1943 furono internati circa 3.000 prigionieri di guerra italiani.

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Domenica 20 settembre, presso la Our Lady’s Chapel in the Meadow, si terranno la 37ª Messa annuale e la cerimonia commemorativa dedicata a quegli uomini. Alla celebrazione sarà presente anche il Consolato d’Italia a Detroit, in un appuntamento organizzato dalla Italian Heritage Society.

La cappella stessa rappresenta una parte particolare di questa storia. Fu costruita dagli stessi prigionieri italiani durante la guerra ed è oggi conosciuta anche come Chapel in the Meadow, diventando nel tempo un luogo di memoria e di incontro per la comunità italo-americana.

La commemorazione non guarda quindi soltanto al passato militare, ma anche alla capacità della memoria di attraversare le generazioni. Dal 1990, dopo la ridedicazione della cappella, il luogo ospita ogni anno celebrazioni dedicate agli ex prigionieri italiani.

La cerimonia del 20 settembre si svolgerà all’aperto e avrà luogo con qualsiasi condizione meteorologica. Per motivi organizzativi è richiesta la pre-registrazione entro il 10 settembre.

Un appuntamento che, a più di ottant’anni di distanza, mantiene vivo un capitolo poco conosciuto della presenza italiana nella storia degli Stati Uniti.




Trump sul dollaro: la sua effigie entra nella moneta americana

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La Zecca degli Stati Uniti ha emesso una nuova moneta da un dollaro con il ritratto dell’attuale presidente. L’iniziativa celebra i 250 anni degli Stati Uniti e rompe una lunga tradizione della valuta americana.

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Il volto di Donald Trump è entrato ufficialmente nel mondo della moneta americana.

La United States Mint, la Zecca degli Stati Uniti, ha emesso una nuova moneta da 1 dollaro con il ritratto del presidente, inserita nelle emissioni speciali realizzate per celebrare il 250º anniversario degli Stati Uniti.

Sul lato principale compare il volto di Trump, accompagnato dalle scritte “LIBERTY”, “IN GOD WE TRUST” e dalle date 1776-2026. Sull’altro lato è invece raffigurato il sigillo presidenziale americano, con l’aquila, il ramo d’ulivo e il fascio di frecce.

Una moneta destinata alla circolazione

La particolarità dell’iniziativa non riguarda soltanto il ritratto di Trump.

La nuova moneta è infatti realizzata con caratteristiche da moneta circolante e ha valore legale di un dollaro. La Zecca ha previsto la distribuzione in rotoli da 25 monete e in confezioni da 100.

Non si tratta quindi esclusivamente di un oggetto da collezione, anche se la forte richiesta ha immediatamente attirato l’attenzione del mondo della numismatica.

Il prezzo fissato dalla Zecca per i confezionamenti destinati ai collezionisti è superiore al valore nominale: 61 dollari per un rotolo da 25 monete e 154,50 dollari per una confezione da 100.

Trump e una tradizione americana infranta

La presenza di un presidente vivente sulla valuta americana rappresenta una scelta particolarmente insolita.

La tradizione statunitense ha infatti generalmente evitato di raffigurare persone ancora in vita sulle monete e sulle banconote.

Esiste però un precedente storico: nel 1926 fu realizzata una moneta commemorativa da mezzo dollaro sulla quale comparivano George Washington e l’allora presidente Calvin Coolidge. Quella moneta, tuttavia, era destinata al collezionismo e non alla normale circolazione.

La novità della moneta con Trump è quindi soprattutto nella sua natura di moneta da un dollaro destinata alla circolazione, autorizzata nell’ambito delle emissioni previste per il Semiquincentenario americano.

Perché proprio nel 2026

L’emissione è legata a una ricorrenza storica: nel 2026 gli Stati Uniti celebrano 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza.

La nuova moneta fa parte di un programma più ampio della United States Mint, che per l’occasione ha introdotto diverse emissioni speciali e modificato temporaneamente il design di alcune monete americane.

Il progetto della moneta con Trump era stato presentato nei mesi scorsi e aveva già suscitato discussioni sulla possibilità di raffigurare un presidente ancora in carica.

La United States Mint ha però spiegato che l’emissione è stata autorizzata dalla legislazione approvata dal Congresso nell’ambito delle celebrazioni del 250º anniversario.

Una moneta destinata a far discutere

L’iniziativa non è passata inosservata.

La scelta di inserire il ritratto dell’attuale presidente in una moneta legata a una celebrazione nazionale ha alimentato discussioni politiche e istituzionali, soprattutto per il carattere insolito dell’operazione.

Sul piano strettamente numismatico, invece, la moneta rappresenta una novità importante: il volto di un presidente in carica compare su una moneta da un dollaro con caratteristiche di circolazione, in un’edizione legata a uno degli anniversari più importanti della storia americana.

Trump entra così anche nella storia della valuta statunitense, aggiungendo il proprio volto a una collezione di presidenti che, tradizionalmente, sono stati raffigurati sulle monete soprattutto dopo la loro morte.




Edouard perde forza dopo aver colpito Texas e Louisiana: ora è una depressione tropicale, ma resta l’allarme per le piogge

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La tempesta ha toccato terra ieri con venti fino a 60 mph. Ora si sposta nell’entroterra del Texas, dove sono ancora possibili forti piogge, alluvioni improvvise e innalzamento dei fiumi.

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La tempesta tropicale Edouard ha ormai lasciato il Golfo del Messico.

Il sistema ha raggiunto la costa nel pomeriggio di martedì 1° settembre, nei pressi di Johnson Bayou, in Louisiana, vicino al confine con il Texas, con venti massimi sostenuti di circa 60 mph, pari a 97 km/h.

Nelle ore successive, entrando sulla terraferma, Edouard ha rapidamente perso energia.

Questa mattina il National Hurricane Center ha emesso l’ultimo bollettino dedicato alla tempesta, ormai classificata come depressione tropicale.

Ma sarebbe sbagliato considerare conclusa l’emergenza.

Il vento diminuisce, aumenta il problema dell’acqua

Alle prime ore di oggi Edouard si trovava nell’entroterra del Texas, circa 115 chilometri a nord-ovest di Beaumont, con venti sostenuti di circa 55 km/h.

La depressione si muove verso nord-nordovest e continuerà ad attraversare il Texas orientale nelle prossime ore.

Il NHC prevede un ulteriore indebolimento, fino alla trasformazione in un sistema post-tropicale e alla dissipazione entro giovedì.

Ma nel frattempo rimane una grande quantità di umidità associata al sistema.

Ed è questa, oggi, la principale preoccupazione.

Piogge ancora molto intense

Le previsioni indicano nuove precipitazioni importanti sul Texas sud-orientale e orientale.

Il sistema potrebbe scaricare ancora diversi pollici di pioggia, con il rischio di accumuli localmente molto elevati. Il Weather Prediction Center avverte che le inondazioni improvvise sono probabili, soprattutto nelle aree urbane, mentre non è escluso il rischio di esondazioni dei fiumi.

In alcune zone già colpite dalla pioggia nelle ultime ore, il terreno è saturo.

Questo significa che anche ulteriori precipitazioni relativamente brevi possono provocare rapidamente allagamenti.

La minaccia si sposta verso l’interno

È questo l’aspetto più importante dell’aggiornamento.

Ieri l’attenzione era concentrata sulle coste di Texas e Louisiana, sul vento, sulla mareggiata e sull’impatto della tempesta.

Oggi il centro di Edouard si trova già nell’entroterra.

La minaccia si è quindi spostata:

dalla costa → alle aree interne del Texas.

Le bande di pioggia continueranno a spostarsi verso nord e nord-ovest mentre la depressione attraversa lo Stato.

Migliaia di persone sono rimaste senza elettricità

Il passaggio di Edouard ha provocato anche numerosi problemi alle infrastrutture.

Nella fase più intensa della tempesta, decine di migliaia di utenze sono rimaste senza energia elettrica nel sud-est del Texas.

Sono stati segnalati inoltre alberi abbattuti, strade allagate e interruzioni alla circolazione.

Il bilancio definitivo dei danni sarà possibile soltanto nelle prossime ore, quando le condizioni meteorologiche permetteranno alle squadre di emergenza di operare più facilmente.

Il passaggio sulla costa è stato più forte del previsto

Edouard aveva iniziato la giornata di ieri come una tempesta relativamente compatta.

Ma prima dell’arrivo sulla terraferma si era rafforzata, raggiungendo 60 mph di vento sostenuto.

Nell’area di Port Arthur sono state registrate anche raffiche con forza da uragano, a dimostrazione della notevole intensità raggiunta localmente dal sistema.

Nonostante ciò, la struttura di Edouard ha iniziato a deteriorarsi rapidamente una volta entrata sulla terraferma.

Il mare torna lentamente alla normalità

Con il centro ormai lontano dalla costa, anche le condizioni marine stanno gradualmente migliorando.

Il NHC segnala che i venti e il moto ondoso lungo la costa del Texas e della Louisiana sono diminuiti.

Ma per chi si trova nell’entroterra il problema rimane invece l’acqua che cade dal cielo.

Edouard non è più una tempesta tropicale

Questa distinzione è importante.

Ieri:

Tempesta tropicale Edouard

Oggi:

Depressione tropicale Edouard

Prossime 24-36 ore:

ulteriore indebolimento

Entro giovedì:

dissipazione prevista

Quindi non c’è più una minaccia significativa di rafforzamento.

Ma il rischio di alluvioni rimane concreto, ed è proprio per questo che il Weather Prediction Center continuerà a emettere aggiornamenti anche dopo la fine dei bollettini del National Hurricane Center.

E la stagione degli uragani continua

Edouard è stata la quinta tempesta nominata della stagione atlantica 2026.

Il suo passaggio arriva proprio all’inizio di settembre, quando la stagione degli uragani entra nella fase climatologicamente più attiva.

Per questo gli occhi dei meteorologi restano puntati sull’Atlantico e sui Caraibi.

Edouard si sta spegnendo.

Ma la stagione non si ferma.

E nelle prossime settimane sarà necessario continuare a seguire con attenzione ogni nuova perturbazione che dovesse organizzarsi nell’Atlantico tropicale.

Per Edouard, dunque, il capitolo del vento è praticamente chiuso.

Resta quello dell’acqua.

Il sistema continuerà a scaricare piogge sul Texas orientale nelle prossime ore, con la possibilità di alluvioni improvvise e piene dei fiumi.

La dissipazione è prevista entro giovedì, ma fino ad allora la prudenza resta necessaria nelle aree già colpite dalle precipitazioni.




Edouard si rafforza nel Golfo del Messico: allerta sulle coste di Texas e Louisiana

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La quinta tempesta tropicale della stagione si dirige verso la costa nord-occidentale del Golfo. Il National Hurricane Center prevede un significativo rafforzamento prima dell’arrivo sulla terraferma.

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La stagione degli uragani entra in una nuova fase di attenzione con la formazione di Edouard, la quinta tempesta tropicale nominata dell’Atlantico nel 2026.

Nelle prime ore di martedì 1° settembre, Edouard si trovava nel Golfo del Messico, a circa 100 chilometri a sud-sud-est di Cameron, in Louisiana, e a circa 145 chilometri a sud-est di Port Arthur, in Texas.

La tempesta si muove verso ovest-nordovest a circa 13 km/h, con venti sostenuti di circa 65 km/h e una pressione centrale di 1005 millibar.

Ma il dato più importante è un altro: il National Hurricane Center prevede un significativo rafforzamento di Edouard prima dell’arrivo sulla costa.

Possibile intensificazione fino alla categoria di uragano

Le acque molto calde del Golfo possono fornire alla tempesta energia sufficiente per rafforzarsi rapidamente.

Secondo l’ultimo bollettino del National Hurricane Center, Edouard potrebbe avvicinarsi alla forza di un uragano prima di raggiungere la costa nord-occidentale del Golfo più tardi oggi.

Il sistema dovrebbe poi spostarsi sulla terraferma nel sud-est del Texas e perdere rapidamente energia.

Questo rende le prossime ore particolarmente importanti per le comunità costiere.

Venti, mareggiate e soprattutto piogge

Edouard non rappresenta soltanto una minaccia per il vento.

Il National Hurricane Center prevede 3-6 pollici di pioggia, cioè circa 75-150 millimetri, su parti della costa superiore del Texas e nell’entroterra del Texas centro-orientale.

In alcune località gli accumuli potrebbero arrivare fino a 9 pollici, oltre 225 millimetri.

Una quantità d’acqua che può provocare allagamenti improvvisi, soprattutto nelle aree urbane e pianeggianti.

Possibili anche esondazioni dei corsi d’acqua.

Il rischio di mareggiata

Un’altra preoccupazione riguarda la costa.

Il NHC prevede una possibile mareggiata di 3-5 piedi, circa 90-150 centimetri, nell’area compresa tra High Island, in Texas, e la linea di Vermilion/Cameron Parish, in Louisiana.

L’acqua potrebbe penetrare nelle zone normalmente asciutte, soprattutto se la mareggiata coinciderà con l’alta marea.

Il rischio maggiore sarà nelle immediate vicinanze del centro della tempesta.

Le autorità si preparano

La vicinanza della tempesta ha già fatto scattare avvisi e misure preventive lungo la costa.

Il National Hurricane Center segnala condizioni da tempesta tropicale attese sulla costa nella mattinata di oggi e la possibilità di condizioni da uragano nelle aree sottoposte a Hurricane Watch.

Le autorità locali stanno quindi preparando le comunità al possibile peggioramento delle condizioni meteorologiche.

Edouard arriva all’inizio di settembre

La formazione di Edouard arriva proprio all’inizio di settembre, periodo nel quale la stagione degli uragani atlantici entra tradizionalmente nella sua fase più attiva.

La tempesta è inoltre particolarmente interessante perché si è sviluppata molto rapidamente nell’area settentrionale del Golfo.

Solo pochi giorni fa quella zona era una semplice perturbazione.

Ora il sistema ha acquisito una circolazione sufficientemente organizzata da diventare una tempesta tropicale.

Non riguarda direttamente i Caraibi

Per gli abitanti della Repubblica Dominicana è importante chiarire un punto.

Edouard non è diretto verso i Caraibi.

La sua traiettoria è completamente diversa da quella dei sistemi tropicali che abbiamo seguito nei giorni scorsi.

Edouard si trova nel Golfo del Messico e punta verso Texas e Louisiana.

La Repubblica Dominicana non è quindi minacciata direttamente da questa tempesta.

Restano invece da seguire gli effetti dei resti di Dolly, che stanno ancora producendo piogge e temporali nell’area caraibica.

La stagione non concede pause

La formazione di Edouard è comunque un nuovo segnale dell’attività del bacino atlantico.

Dolly si è dissolta.

Pochi giorni dopo è comparso un nuovo sistema nel Golfo del Messico.

E questa volta la perturbazione si è trasformata rapidamente in una tempesta tropicale.

Edouard potrebbe avere ancora poche ore per rafforzarsi prima di raggiungere la costa.

Per questo il National Hurricane Center sta chiedendo particolare attenzione nelle zone di Texas e Louisiana interessate dagli avvisi.

Il rischio maggiore, oltre al vento, sarà rappresentato da piogge torrenziali, allagamenti improvvisi e mareggiate.

Edouard dovrebbe raggiungere la costa più tardi oggi e, una volta entrato sulla terraferma, indebolirsi rapidamente.




Enzo Odoguardi “Uomo dell’Anno 2026”: a New York il riconoscimento dell’Associazione Culturale Italiana

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Il Comm. Enzo Odoguardi sarà premiato per il suo impegno a favore degli italiani nel mondo durante la XV Cena di Gala dell’Associazione Culturale Italiana di New York.

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Un riconoscimento dedicato all’impegno per gli italiani nel mondo arriva da New York.

Il Comm. Enzo Odoguardi è stato scelto come “Man of the Year Award 2026”, il riconoscimento che l’Associazione Culturale Italiana di New York (ACINY) assegna ogni anno a una personalità che si è distinta per il proprio impegno a favore dell’Italia, della sua cultura e delle comunità italiane all’estero.

La consegna del premio avverrà durante la XV Cena di Gala, in programma lunedì 12 ottobre 2026, a partire dalle ore 17.30, presso il Russo’s On The Bay, a Howard Beach, nel Queens.

La motivazione del premio, come annunciato dall’Associazione Culturale Italiana di New York, è legata al suo impegno a favore degli italiani nel mondo.

È un riconoscimento che assume un significato particolare in una città come New York, dove la presenza italiana ha radici profonde e dove le nuove generazioni continuano a mantenere un rapporto con la cultura e con il Paese d’origine.

La Cena di Gala dell’ACINY nasce proprio con questo spirito: celebrare l’Italia, la sua cultura, lo sport e le personalità che portano nel mondo il valore e l’orgoglio italiano.

Il Comm. Vincenzo Odoguardi è Consigliere del Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Massimo Dell’Utri, per i rapporti economici e di raccordo con le comunità, le associazioni e le istituzioni dell’area Nord e Centro America e Caraibi.

Il suo lavoro si colloca quindi in un contesto nel quale i rapporti tra l’Italia e le comunità italiane all’estero assumono un’importanza particolare.

Non si tratta soltanto di mantenere un legame con chi vive fuori dall’Italia.

Si tratta anche di rafforzare i rapporti tra le comunità italiane e le istituzioni, valorizzando il contributo degli italiani che vivono e lavorano in altri Paesi.

La scelta di New York per questo riconoscimento ha un valore particolare.

La città è stata per oltre un secolo una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

Milioni di italiani sono arrivati negli Stati Uniti attraverso Ellis Island e molti di loro hanno costruito la propria vita proprio a New York e nei suoi quartieri.

Oggi la realtà è naturalmente cambiata.

Gli italiani e gli italoamericani sono presenti in tutti i settori della società americana: dall’imprenditoria alla cultura, dalla medicina alla ricerca, dalla finanza allo spettacolo.

Ma il rapporto con le proprie origini continua a essere molto forte.

La XV Cena di Gala dell’ACINY sarà una serata dedicata alla celebrazione dell’Italia e delle sue eccellenze.

L’iniziativa dell’Associazione Culturale Italiana di New York si propone infatti di riunire esponenti della comunità italiana, personalità del mondo istituzionale, professionisti e amici dell’Italia.

Il premio a Enzo Odoguardi sarà quindi uno dei momenti centrali della serata.

Iniziative come questa hanno un significato che va oltre la semplice cerimonia.

Le associazioni culturali italiane all’estero svolgono da sempre un ruolo importante nel mantenimento dei rapporti con l’Italia.

Organizzano incontri, eventi, manifestazioni culturali e momenti di aggregazione.

Sono luoghi nei quali l’identità italiana può essere trasmessa anche a chi è nato lontano dall’Italia.

E proprio questo lavoro assume oggi una dimensione nuova.

Non si tratta più soltanto di conservare la memoria dell’emigrazione.

Si tratta di costruire un rapporto tra l’Italia e le nuove generazioni di italiani e italoamericani.

Il premio a Odoguardi può essere letto proprio in questa prospettiva.

Riconoscere chi lavora per gli italiani all’estero significa riconoscere anche l’importanza delle comunità italiane nel mondo.

Una rete che non rappresenta soltanto una parte della nostra storia, ma una realtà contemporanea fatta di professionisti, imprenditori, studenti, ricercatori e famiglie.

Italiani che vivono lontano, ma che continuano a mantenere rapporti con il nostro Paese.

L’area alla quale è legato l’incarico di Odoguardi comprende un territorio vastissimo: Nord America, America Centrale e Caraibi.

Sono comunità molto diverse tra loro, ma unite da un elemento comune: il rapporto con l’Italia.

Da New York a Toronto, da Miami a Santo Domingo, da Montréal alle numerose comunità dell’America Centrale e dei Caraibi, gli italiani hanno creato nel tempo una rete di associazioni e relazioni che costituisce una parte importante della presenza italiana nel continente americano.

Il 12 ottobre, dunque, sarà soprattutto una serata di incontro.

Una di quelle occasioni nelle quali la comunità italiana si ritrova, celebra le proprie eccellenze e riconosce il lavoro di chi si impegna per mantenere vivo il rapporto tra gli italiani e il loro Paese.

Il premio a Enzo Odoguardi si inserisce proprio in questa tradizione.

Un riconoscimento che arriva da New York, ma che guarda a tutti gli italiani nel mondo. Perché oggi essere italiani all’estero non significa soltanto avere lasciato l’Italia.

Significa spesso continuare a rappresentarla, raccontarla e sostenerne la cultura e i valori nel Paese nel quale si è scelto di vivere.

E il “Man of the Year Award 2026” vuole essere, in questo senso, anche un omaggio a tutti coloro che ogni giorno lavorano per mantenere quel ponte.

Il 12 ottobre, a New York, quel ponte sarà celebrato insieme a Enzo Odoguardi.




Trump cambia il nome al Lago Ontario: negli Stati Uniti diventa “Lago America”

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Il presidente firma il decreto nel pieno della guerra commerciale con il Canada. “Abbiamo un golfo e un lago, ci manca solo un oceano”.

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Donald Trump lo aveva annunciato nei giorni scorsi e oggi ha mantenuto la promessa.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato alla Casa Bianca un ordine esecutivo che dispone il cambio di denominazione del Lago Ontario in “Lake America”, cioè “Lago America”, per gli usi ufficiali del governo statunitense.

La decisione arriva mentre i rapporti tra Washington e Ottawa attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi anni, con una nuova escalation della guerra commerciale e lo scontro sui dazi.

E il gesto, pur essendo principalmente simbolico, ha inevitabilmente anche un forte significato politico.

“Ci manca solo un oceano”

Trump ha firmato il decreto nello Studio Ovale e ha commentato la decisione con una battuta destinata a fare discutere.

“Abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ci manca solo un oceano”, ha detto, riferendosi anche al precedente cambio di denominazione del Golfo del Messico, che la sua amministrazione ha deciso di chiamare “Golfo d’America”.

Il presidente ha poi lasciato intendere che anche l’Atlantico o il Pacifico potrebbero, scherzosamente, diventare oggetto di future modifiche.

Il lago appartiene a due Paesi

Il problema è che il Lago Ontario non è un lago esclusivamente americano.

È uno dei cinque Grandi Laghi nordamericani e si trova tra lo Stato di New York e la provincia canadese dell’Ontario.

Circa il 52% della superficie del lago si trova in territorio canadese, mentre il resto appartiene agli Stati Uniti.

Ed è proprio questo elemento a rendere la decisione particolarmente provocatoria.

Washington può stabilire come il proprio governo debba chiamare ufficialmente il lago.

Non può però decidere come lo chiamerà il Canada.

Il Canada continuerà a chiamarlo Lago Ontario

L’ordine presidenziale impone al Dipartimento degli Interni americano di aggiornare entro 30 giorni il Geographic Names Information System (GNIS) e di sostituire nei documenti federali statunitensi i riferimenti al Lago Ontario con “Lake America”.

Questo significa che il nuovo nome avrà valore nell’amministrazione federale americana.

Ma il Canada non è tenuto ad adottarlo.

E neppure la comunità internazionale.

La questione è già emersa con il precedente cambio del nome del Golfo del Messico: la nuova denominazione può essere utilizzata dagli Stati Uniti, ma non diventa automaticamente il nome geografico riconosciuto dal resto del mondo.

Un gesto arrivato durante la guerra dei dazi

La tempistica non lascia molti dubbi sul contesto politico.

I negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada sono falliti e Washington ha imposto dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi.

Ottawa ha annunciato a sua volta misure di ritorsione, con tariffe che arriveranno fino al 50% su diversi prodotti americani e che entreranno in vigore dall’8 settembre.

La disputa riguarda settori importanti: acciaio, prodotti lattiero-caseari, elettrodomestici, elettronica e altri beni.

Il cambio del nome del lago arriva quindi in un momento nel quale i rapporti tra i due Paesi sono già fortemente deteriorati.

“I canadesi ci hanno trattato molto male”

Trump ha collegato ancora una volta la sua posizione alle relazioni commerciali con il vicino settentrionale.

Secondo quanto riportato da Diario Libre, il presidente ha accusato i funzionari canadesi di aver trattato male gli Stati Uniti e ha sostenuto che il Paese avrebbe approfittato per troppo tempo dei rapporti commerciali con Washington.

È lo stesso argomento che Trump aveva utilizzato nei giorni scorsi quando aveva annunciato di stare valutando il cambio di nome.

Una nuova provocazione?

Formalmente, Trump sostiene che il provvedimento riguarda la nomenclatura geografica americana.

Politicamente, però, il messaggio appare molto più ampio.

Il Lago Ontario porta infatti il nome della provincia canadese dell’Ontario, che rappresenta il cuore economico e industriale del Canada.

Cambiarne il nome proprio durante uno scontro commerciale con Ottawa può quindi essere interpretato come un gesto simbolico di pressione e provocazione.

Trump, del resto, ha già utilizzato la modifica dei nomi geografici come uno degli strumenti della propria agenda politica.

Dal Golfo del Messico al Lago America

Non è la prima volta.

Nel gennaio 2025 Trump aveva firmato un ordine esecutivo per cambiare negli Stati Uniti il nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America”.

Anche in quel caso il provvedimento aveva generato polemiche internazionali e differenze nell’uso del nome tra Stati Uniti, Messico e altri Paesi.

Ora arriva il Lago Ontario.

E Trump stesso ha suggerito che potrebbe non essere finita qui.

Una battaglia che non cambia la geografia

C’è però un elemento che vale la pena ricordare.

Cambiare il nome su una carta ufficiale non cambia la geografia.

Il lago continua a essere condiviso da Stati Uniti e Canada.

Continua a separare lo Stato di New York dalla provincia dell’Ontario.

E continuerà a essere chiamato “Lake Ontario” dalle autorità canadesi, salvo una loro eventuale decisione futura.

Il decreto di Trump modifica dunque soprattutto il modo in cui il governo federale americano lo denominerà nei propri documenti.

La reazione canadese

Per il momento il governo del primo ministro Mark Carney non ha annunciato l’intenzione di adottare il nuovo nome.

E proprio questa potrebbe essere la risposta più semplice.

Washington lo chiama “Lake America”.

Ottawa continuerà a chiamarlo Lake Ontario.

Due nomi per lo stesso grande specchio d’acqua.

Un’altra curiosa conseguenza di una relazione bilaterale che negli ultimi mesi è diventata sempre più difficile.

Un lago condiviso, due nomi e una guerra commerciale sullo sfondo

Il cambio di denominazione non modifica certamente gli equilibri economici tra le due nazioni.

Non riduce i dazi.

Non riapre i negoziati.

Non risolve le controversie commerciali.

Ma dice molto sul clima politico attuale.

Il Lago Ontario è diventato così l’ultimo capitolo della crescente tensione tra Stati Uniti e Canada.

E mentre Washington lo ribattezza “Lake America”, dall’altra parte del confine è assai probabile che per i canadesi continui a essere semplicemente quello che è sempre stato:

il Lago Ontario.




Dolly Parton, l’America si ferma: l’Empire State Building si veste di rosa

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New York rende omaggio alla grande artista scomparsa a 80 anni. Trump ordina le bandiere a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti fino al 1° settembre

La morte di Dolly Parton continua a suscitare emozione negli Stati Uniti.

A poche ore dalla scomparsa della grande cantante, attrice, autrice e imprenditrice del Tennessee, New York ha voluto renderle un omaggio spettacolare: nella notte tra il 25 e il 26 agosto, l’Empire State Building si è illuminato di rosa, uno dei colori più legati all’immagine della star americana.

Non è stato un semplice cambio di illuminazione.

Il rosa è stato acceso alle 21.25, un riferimento diretto a uno dei brani più celebri di Dolly, “9 to 5”.

Per un’ora, dalle 21.25 alle 22.25, uno dei simboli più riconoscibili di New York ha quindi brillato in rosa per salutare una donna che, con la sua musica, era diventata un simbolo dell’America.

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Un omaggio da New York

La scelta dell’Empire State Building ha un significato particolare.

Dolly Parton era profondamente legata alla cultura americana, ma la sua popolarità aveva ormai raggiunto dimensioni mondiali.

New York, capitale dello spettacolo e della musica, ha scelto quindi uno dei suoi simboli per salutare una delle artiste più amate di sempre.

E il colore rosa non è casuale.

Era parte integrante dell’immagine pubblica di Dolly: brillante, ironica, femminile, immediatamente riconoscibile.

Come lei.

Trump ordina le bandiere a mezz’asta

L’omaggio di New York è stato accompagnato da una decisione senza precedenti per un’artista di questo tipo.

Il presidente Donald Trump ha ordinato che le bandiere americane siano esposte a mezz’asta fino al tramonto del 1° settembre 2026.

L’ordine riguarda la Casa Bianca, gli edifici e i terreni pubblici federali, le installazioni militari e navali e le rappresentanze diplomatiche statunitensi all’estero.

È un gesto riservato normalmente a figure di particolare rilievo nazionale.

E dimostra quanto Dolly Parton fosse riuscita a entrare nel patrimonio collettivo americano, andando molto oltre il mondo della musica country.

Un’artista amata da tutti

Dolly Parton aveva una caratteristica rara.

Era riuscita a essere popolare senza appartenere veramente a una sola categoria.

Era amata dal pubblico country, ma anche da quello pop.

Era cantante, ma anche autrice.

Attrice, ma anche imprenditrice.

E soprattutto era diventata una figura riconoscibile anche da chi non aveva mai comprato un suo disco.

La sua immagine, la sua voce e il suo umorismo erano diventati parte della cultura popolare americana.

Il rosa dell’Empire State Building

La fotografia del grattacielo illuminato di rosa racconta forse meglio di qualsiasi discorso quello che Dolly Parton ha rappresentato.

Non c’è bisogno di una lunga spiegazione.

New York ha acceso una luce per lei.

E quella luce, per una sera, ha trasformato lo skyline più famoso del mondo in un enorme tributo alla cantante del Tennessee.

Un’eredità che va oltre le canzoni

La commozione americana non riguarda soltanto “Jolene”, “9 to 5” o “I Will Always Love You”.

Dolly Parton ha lasciato un’eredità molto più ampia.

Attraverso la sua attività filantropica ha sostenuto per decenni l’istruzione e la lettura dei bambini, mentre la sua Imagination Library ha distribuito centinaia di milioni di libri.

È stata inoltre una delle personalità dello spettacolo più impegnate nel sostenere iniziative benefiche.

E proprio questa capacità di unire successo personale e generosità ha contribuito a renderla così amata.

Il tributo di un Paese intero

Dalla musica al cinema, dalla televisione ai social network, il ricordo di Dolly Parton è esploso in tutto il Paese.

Colleghi, attori, musicisti e milioni di semplici ammiratori hanno pubblicato messaggi, fotografie e ricordi.

La sua morte ha creato quella rara situazione nella quale persone di generazioni e orientamenti completamente diversi si ritrovano unite nel ricordo della stessa persona.

Ed è forse questo il segno più evidente della sua grandezza.

Una luce che non si spegne

Dolly Parton era una donna profondamente legata alle proprie origini.

Era nata poverissima nelle montagne del Tennessee ed era riuscita a trasformare il talento e il lavoro in una carriera straordinaria.

Ma non aveva mai dimenticato da dove veniva.

Forse è proprio questo che spiega la forza della reazione americana.

Dolly non sembrava appartenere soltanto al mondo delle celebrità.

Sembrava appartenere alle famiglie americane.

Era entrata nelle case attraverso la radio, la televisione, il cinema e le canzoni.

E ora, mentre le sue luci si accendono sull’Empire State Building, l’America sembra voler dire una cosa molto semplice: grazie, Dolly.

La tua voce non c’è più.

Ma per una sera, almeno, New York ha cantato con la luce.




Stati Uniti-Canada, torna la guerra dei dazi: Trump alza la barriera al 50%

mark carney primo ministro del canada, donald trump presidente usa

Era sembrato che Washington e Ottawa fossero finalmente vicine a un accordo.

Invece, nel giro di poche ore, il negoziato è naufragato e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada è tornata a inasprirsi.

Da oggi gli Stati Uniti applicano dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi, dopo il fallimento delle ultime trattative tra i due governi. Il Canada ha annunciato una risposta equivalente, promettendo di reagire “dollaro per dollaro”.

È un nuovo colpo ai rapporti tra quelli che, per decenni, sono stati due dei più stretti alleati economici e politici del Nord America.

mark carney primo ministro del canada, donald trump presidente usa

Dal possibile accordo alla rottura

La vicenda è particolarmente significativa perché soltanto pochi giorni fa sembrava possibile evitare l’escalation.

Washington aveva infatti rinviato per tre giorni l’entrata in vigore dei nuovi dazi, dando ai negoziatori un’ultima possibilità di trovare un’intesa.

Ma le trattative sono fallite.

Il governo canadese sostiene che gli Stati Uniti abbiano modificato le proprie richieste all’ultimo momento, rendendo impossibile raggiungere un accordo.

Washington, invece, accusa Ottawa di non aver accettato condizioni che gli americani consideravano necessarie per chiudere la disputa.

E così è arrivato il nuovo aumento dei dazi.

Cosa significa quel 50%

Un dazio del 50% significa che determinati prodotti canadesi importati negli Stati Uniti vengono gravati da un’imposta pari alla metà del loro valore.

Non significa però che tutte le merci canadesi siano improvvisamente soggette al 50%.

Le nuove misure riguardano specifiche categorie di prodotti e interessano circa il 5% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti.

Tra i prodotti interessati figurano anche articoli apparentemente curiosi, come le mazze da hockey in legno, oltre a materiali da costruzione, alcuni prodotti tessili e altri beni.

Ma dietro gli esempi più curiosi c’è una questione economica molto seria.

Il Canada non vuole cedere

Il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato che Ottawa risponderà con misure equivalenti.

Il messaggio è chiaro: il Canada non intende accettare passivamente le nuove tariffe americane.

È una posizione politicamente importante perché il rapporto economico con gli Stati Uniti è fondamentale per l’economia canadese.

Ma proprio questa dipendenza rende la situazione particolarmente delicata.

Una guerra commerciale prolungata può danneggiare entrambi i Paesi.

Due economie profondamente intrecciate

Stati Uniti e Canada condividono una delle frontiere più lunghe del mondo e hanno costruito nel tempo una rete commerciale estremamente integrata.

Materie prime, componenti industriali, automobili, prodotti alimentari e beni di consumo attraversano continuamente il confine.

Un prodotto può essere progettato negli Stati Uniti, avere componenti canadesi, essere assemblato nuovamente negli USA e poi venduto sul mercato nordamericano.

Quando vengono introdotti dazi elevati, la catena si complica e i costi aumentano.

Ed è proprio questo il rischio maggiore.

Chi pagherà alla fine?

Questa è la domanda che interessa maggiormente i cittadini.

Perché il dazio viene formalmente pagato dall’importatore, ma il costo può successivamente essere trasferito lungo la catena commerciale.

Alla fine una parte del peso può arrivare al consumatore attraverso prezzi più elevati.

E se il Canada risponde con dazi sui prodotti americani, anche negli Stati Uniti alcuni beni possono diventare più costosi.

È il meccanismo classico di una guerra commerciale:

ognuno cerca di proteggere la propria economia, ma entrambi rischiano di pagare il prezzo dello scontro.

Il problema non è soltanto economico

La nuova crisi ha anche un’importante dimensione politica.

Washington e Ottawa sono tradizionalmente alleati e collaborano in settori fondamentali come la difesa, la sicurezza e la gestione del Nord America.

Per questo il deterioramento dei rapporti commerciali assume un significato che va oltre i miliardi di dollari di merci coinvolte.

Il Canada, inoltre, sta vivendo una fase nella quale il rapporto con gli Stati Uniti è diventato un tema particolarmente sensibile anche sul piano dell’identità nazionale.

Le tensioni commerciali hanno alimentato una maggiore attenzione verso l’autonomia economica canadese e, in alcune aree, persino verso il rapporto tra Canada e Stati Uniti.

E il vecchio accordo nordamericano?

La situazione mette inoltre sotto pressione il sistema commerciale costruito attraverso l’accordo USMCA/CUSMA, che regola gran parte degli scambi tra Stati Uniti, Canada e Messico.

L’obiettivo originario era proprio facilitare il commercio tra i tre Paesi e creare un grande spazio economico nordamericano.

Oggi, invece, nuove barriere tariffarie rischiano di complicare quella stessa integrazione.

Ed è un problema che non riguarda soltanto Washington e Ottawa.

Anche il Messico guarda con attenzione a ciò che sta accadendo.

Perché interessa anche a noi italiani

A prima vista potrebbe sembrare una questione esclusivamente nordamericana.

Non lo è.

Gli Stati Uniti e il Canada sono due importanti mercati per le imprese italiane.

Una fase prolungata di tensione commerciale può modificare prezzi, investimenti, trasporti e catene di approvvigionamento.

E per gli italiani che vivono in Canada la questione è ancora più concreta.

Un’economia che esporta una parte significativa della propria produzione verso gli Stati Uniti può risentire direttamente delle nuove barriere.

E questo può significare conseguenze sul lavoro, sugli investimenti e sui prezzi.

La vera domanda: quanto durerà?

La grande incognita è ora la durata dello scontro.

Una guerra dei dazi può essere utilizzata come strumento di pressione durante una trattativa.

Ma se le misure rimangono in vigore per mesi, il problema cambia natura.

Le imprese cominciano a modificare i propri fornitori.

I consumatori cambiano abitudini.

Gli investimenti vengono rinviati.

E le aziende possono decidere di spostare la produzione per evitare le tariffe.

A quel punto, anche quando i governi tornano a parlarsi, ricostruire i rapporti economici precedenti può diventare molto più difficile.

La pace commerciale è ancora possibile?

Probabilmente sì.

Washington e Ottawa hanno troppo da perdere da una rottura definitiva.

Ma la strada per tornare a un accordo appare ora più complicata.

Il Canada ha scelto di rispondere.

Gli Stati Uniti hanno deciso di applicare i nuovi dazi.

E il negoziato, almeno per il momento, è fallito.

Quella che sembrava una tregua si è quindi trasformata in una nuova escalation.

Non è una guerra tra popoli. È una guerra commerciale.

Ma le guerre commerciali possono avere conseguenze molto concrete.

Possono entrare nei bilanci delle aziende, nei supermercati, nelle fabbriche e nelle tasche dei cittadini.

E possono cambiare gli equilibri tra Paesi che fino a poco tempo fa sembravano avere interessi quasi inseparabili.

Per questo la nuova crisi tra Stati Uniti e Canada merita di essere seguita con attenzione.

Perché il confine tra i due Paesi può essere attraversato in pochi minuti. Ma quando arrivano i dazi, quel confine può diventare improvvisamente molto più difficile da attraversare.




Trump vuole fare di Hormuz un territorio americano: il Golfo torna sull’orlo dell’escalation

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Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, è diventato il nuovo terreno dello scontro tra Stati Uniti e Iran.

Donald Trump ha pubblicato sui social una cartina nella quale lo stretto appare come “nuovo territorio degli Stati Uniti”, rilanciando una dichiarazione già fatta nei giorni scorsi. Il presidente americano sostiene che gli Stati Uniti ne avrebbero ormai il controllo grazie al blocco navale.

Una dichiarazione che, oltre al suo evidente valore provocatorio, apre interrogativi enormi sul piano politico e giuridico.

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Hormuz non è territorio americano

Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo internazionale situato tra Iran e Oman.

Non appartiene agli Stati Uniti.

La pubblicazione di Trump non modifica quindi lo status giuridico dello stretto: si tratta di una dichiarazione politica, accompagnata da una mappa pubblicata sui social, non dell’acquisizione formale di un nuovo territorio americano.

Ed è proprio questo che rende ancora più pesante la provocazione.

Per Teheran la risposta è stata immediata: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che l’Iran avrebbe presto corretto quelle che considera le “illusioni” del presidente americano.

Uno stretto piccolo, ma fondamentale per il mondo

Hormuz è lungo circa 160 chilometri e nel punto più stretto misura poco più di 30 chilometri.

Ma attraverso questo corridoio passa una quantità enorme di petrolio e gas destinata ai mercati mondiali.

Per questo qualsiasi interruzione prolungata del traffico può avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.

E infatti i mercati stanno già guardando con preoccupazione alla situazione: il prezzo del petrolio è tornato vicino ai 92 dollari al barile, mentre l’incertezza sulle esportazioni energetiche aumenta.

L’Iran dice: lo stretto resta chiuso

Un altro elemento particolarmente preoccupante riguarda proprio la navigazione.

Teheran sostiene che lo stretto resterà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non rispetteranno i termini dell’accordo e non verranno affrontate le questioni legate alle sanzioni.

Trump sostiene invece che il passaggio sia sotto controllo americano e che il blocco navale abbia impedito all’Iran di fermare il traffico. Le due versioni sono quindi profondamente divergenti.

Nel frattempo, la navigazione commerciale continua a essere fortemente condizionata dalla situazione militare.

Una nave è stata inoltre colpita da un proiettile mentre transitava nell’area dello stretto, secondo le informazioni riportate da fonti internazionali.

La tensione arriva negli Emirati

E mentre lo scontro diplomatico si concentra su Hormuz, la tensione militare si è estesa ancora una volta ai Paesi del Golfo.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver rilevato e intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino. I missili sarebbero finiti in mare.

A Dubai è scattato un allarme alla popolazione dopo la segnalazione di una minaccia missilistica e sono state attivate le difese aeree. Sono state inoltre riferite esplosioni nell’area.

È un ulteriore segnale di quanto il conflitto rischi di coinvolgere direttamente un’area molto più vasta rispetto al solo confronto tra Washington e Teheran.

Anche l’Oman finisce nel mirino

Particolarmente delicata è la posizione dell’Oman.

Il Paese ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione e di favorire un’intesa sulla gestione e sulla riapertura dello stretto.

Trump ha però minacciato di colpire l’Oman se dovesse ostacolare un accordo americano con l’Iran. Una minaccia particolarmente grave perché l’Oman è anche un partner degli Stati Uniti.

In altre parole, proprio il Paese che potrebbe contribuire a trovare una via diplomatica rischia di diventare parte del problema.

E i negoziati?

Per il momento le prospettive non sono incoraggianti.

Trump ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con l’Iran.

Teheran, dal canto suo, insiste sulle proprie condizioni per la riapertura dello stretto.

La diplomazia sembra quindi nuovamente bloccata, proprio mentre la situazione militare torna a farsi più pericolosa.

Perché Hormuz interessa anche a noi

Può sembrare una crisi lontanissima dall’Italia e dall’America Latina.

Non lo è.

Quando una parte importante del petrolio mondiale deve attraversare un unico corridoio marittimo e quel corridoio viene minacciato dalla guerra, le conseguenze possono arrivare rapidamente anche nelle nostre economie.

Carburanti più costosi significano trasporti più costosi.

E trasporti più costosi possono significare aumenti dei prezzi di molti prodotti.

La crisi di Hormuz, dunque, non è soltanto una questione militare.

È anche una questione economica globale.

Una provocazione che può diventare qualcosa di molto serio

Definire Hormuz “nuovo territorio degli Stati Uniti” può sembrare, a prima vista, soltanto l’ennesima dichiarazione provocatoria di Donald Trump.

Ma stavolta la frase arriva in un contesto estremamente pericoloso: guerra, traffico marittimo fortemente limitato, minacce tra Stati, missili lanciati verso i Paesi del Golfo e negoziati praticamente fermi.

Ecco perché sarebbe un errore considerarla soltanto una battuta politica.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del sistema economico mondiale.

Se la tensione dovesse aumentare ancora, il problema non rimarrebbe confinato al Golfo Persico.

Potremmo accorgercene tutti.

Alla pompa di benzina, nelle bollette e nei prezzi dei prodotti che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.

Per questo, mentre a Washington e Teheran si alzano i toni, il resto del mondo guarda a Hormuz con crescente preoccupazione.