Stati Uniti e Canada tra scelte politiche, migrazioni e incertezza economica

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united states capitol west front edit2Il Nord America vive una fase di forte trasformazione, segnata da scelte politiche controverse, pressioni migratorie e un contesto economico ancora instabile. Gli Stati Uniti restano l’epicentro di molte dinamiche che influenzano l’intero continente, mentre Canada cerca di mantenere un equilibrio tra crescita, welfare e apertura internazionale.

Stati Uniti: linea dura e polarizzazione

A circa sei mesi dall’inizio del suo nuovo mandato, Donald Trump ha già impresso una svolta netta alla politica americana. Dazi commerciali, politiche migratorie restrittive e un approccio fortemente assertivo in politica estera stanno ridisegnando i rapporti degli Stati Uniti con alleati e vicini.

Il tema dell’immigrazione resta centrale: il confine con il Messico è tornato al centro del dibattito politico, con deportazioni accelerate e misure di controllo rafforzate. Scelte che dividono l’opinione pubblica e alimentano una polarizzazione sociale già molto profonda.

Economia tra protezionismo e incertezza

Sul piano economico, gli Stati Uniti affrontano una fase delicata. L’aumento dei dazi mira a proteggere l’industria nazionale, ma solleva timori per l’inflazione e per possibili ritorsioni commerciali. Le famiglie continuano a fare i conti con il caro vita, mentre le imprese guardano con cautela a uno scenario globale sempre più instabile.

Il Canada, pur mostrando indicatori economici più solidi, risente delle scelte del vicino statunitense, soprattutto sul fronte commerciale ed energetico, data la forte interdipendenza tra i due Paesi.

Canada: stabilità sotto pressione

Ottawa mantiene una linea più prudente e multilaterale, puntando su politiche sociali e ambientali. Tuttavia, anche qui non mancano le sfide: aumento dei costi abitativi, pressione sui servizi pubblici e un dibattito acceso sull’immigrazione, che resta fondamentale per sostenere il mercato del lavoro ma crea tensioni a livello locale.

Un continente che cambia

Nel complesso, Stati Uniti e Canada si trovano ad affrontare una fase di ridefinizione profonda. Le scelte politiche di Washington continuano a influenzare l’intera area nordamericana, mentre Ottawa cerca di preservare stabilità e coesione sociale in un contesto sempre più incerto.

Una fase che conferma come il Nord America resti uno snodo cruciale degli equilibri globali, dove decisioni interne hanno effetti ben oltre i confini nazionali.




Venezuela. Machado consegna il Nobel a Trump: “Possiamo contare su di lui”. Ma la corsa alla presidenza si complica

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foto a 2 sito 5 1024x576Come promesso. Si è compiuto il gesto (puramente simbolico) da parte di María Corina Machado, che ha consegnato il suo Premio Nobel per la Pace a Donald Trump durante la visita alla Casa Bianca. Un atto dal forte valore politico, anche se il Comitato di Oslo ha chiarito che il riconoscimento non è trasferibile.

La leader dell’opposizione venezuelana punta però a rafforzare il proprio profilo internazionale e a ottenere il sostegno dell’amministrazione americana nella sfida al potere a Caracas, dopo anni di scontro con Nicolás Maduro e le ultime elezioni vinte dal candidato dell’opposizione Edmundo González Urrutia.

LE PAROLE DI MACHADO

“Duecento anni fa il generale Lafayette donò a Simón Bolívar una medaglia con il volto di George Washington. Bolívar la conservò per tutta la vita”, ha spiegato Machado ai giornalisti dopo il colloquio con Trump e una visita a Capitol Hill. “Duecento anni dopo – ha aggiunto – il popolo di Bolívar restituisce all’erede di Washington una medaglia, in questo caso il Premio Nobel per la Pace, come riconoscimento per il suo impegno straordinario a favore della nostra libertà”.

Accolta da sostenitori che scandivano il suo nome, Machado ha assicurato che “possiamo contare su Trump” e che l’incontro è andato “alla grande”.

LA SFIDA PER LA PRESIDENZA

La strada verso il palazzo presidenziale di Miraflores resta però complessa. In queste settimane la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha guadagnato credito presso la Casa Bianca grazie all’accordo sul petrolio e alla liberazione di centinaia di prigionieri politici. “Ha soddisfatto tutte le nostre richieste”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

Trump ha definito “ottima” una recente conversazione telefonica con Rodríguez, annunciando l’intenzione di riceverla presto e di voler visitare il Venezuela. Solo dieci giorni fa, però, aveva frenato le ambizioni di Machado sostenendo che non godeva del “rispetto” necessario per guidare la transizione.

LE REAZIONI DI TRUMP E LE MOSSE USA

Su Truth, Trump ha scritto: “È stato per me un grande onore incontrare oggi María Corina Machado. È una donna straordinaria che ha affrontato tante difficoltà. Mi ha consegnato il suo Premio Nobel per la Pace in riconoscimento del lavoro che ho svolto. Un gesto meraviglioso di reciproco rispetto”.

Nel frattempo Washington prosegue la pressione su Caracas anche sul fronte energetico. Il Comando Meridionale degli Stati Uniti ha annunciato il sequestro della petroliera Veronica, nell’ambito della campagna contro le cosiddette “navi ombra” colpite da sanzioni. Si tratta della sesta imbarcazione fermata nelle ultime settimane.

Sempre sul petrolio, gli Stati Uniti hanno concluso la prima vendita prevista dall’accordo raggiunto a gennaio con il Venezuela, per un valore di circa 500 milioni di dollari. I proventi sono stati depositati in conti sotto controllo americano, inclusi istituti in Qatar. La Casa Bianca parla di uno “storico accordo energetico”, mentre Trump valuta l’impiego di contractor militari privati per proteggere le infrastrutture petrolifere, escludendo però l’invio di truppe americane sul terreno.

ag. Dire – www.dire.it




Tranquilli: Trump vuole solo comprarla, la Groenlandia

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capturaL’esercito è solo uno spauracchio, per ora. Una leva per trattare. Perché in fondo #Trump, la #Groenlandia, vuole solo comprarla. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio cerca di raffreddare le tensioni internazionali assicurando ai parlamentari che gli Stati Uniti puntano ad “acquisire” la grande isola danese attraverso canali diplomatici ed economici. Almeno per ora. La precisazione è arrivata durante un briefing riservato con i membri delle principali commissioni per la difesa e gli affari esteri del Congresso allarmati dallo stesso Presidente che ha richiesto ai suoi collaboratori la stesura di un piano operativo aggiornato per concretizzare l’obiettivo.

L’incontro al Congresso era stato originariamente convocato per discutere della situazione venezuelana, ma inseguire l’agenda di Trump non è semplice. Le dichiarazioni bellicose rilasciate nei giorni precedenti sia da Trump che dal suo stretto consigliere Stephen Miller hanno spostato il focus.

Rubio non ha fornito dettagli tecnici su cosa significhi concretamente “acquistare la Groenlandia”, limitandosi a rassicurare sulla natura pacifica dell’operazione. Ma sulla credibilità di Rubio pesa il precedente del “bluff” venezuelano, con la diplomazia degli accordi sventolata un attimo prima del blitz militare per tradurre Maduro nelle galere americane.

L’interesse di Trump per il vasto territorio artico non è certo una novità: già durante il primo mandato aveva manifestato il desiderio di annetterlo agli Stati Uniti. La Groenlandia rappresenta un territorio autonomo con una popolazione ridotta, formalmente sotto la sovranità della Danimarca, paese membro della Nato. Come per il Venezuela, oltre alla componente strategico-militare, Trump ha più volte enfatizzato le potenziali ricchezze minerarie dell’isola, ricca di materie prime considerate essenziali per l’economia moderna. Va anche ricordato – nel tentativo faticoso di fare la tara delle migliaia di dichiarazioni bellicose che Trump produce – che all’inizio dello scorso anno, Trump aveva anche evocato l’acquisizione del Canada.

Martedì Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna e Polonia – tutte storiche alleate di Washington – hanno preso posizione a difesa dell’integrità territoriale danese, affiancando la premier danese Mette Frederiksen in una dichiarazione congiunta senza precedenti. “La sicurezza artica va perseguita collettivamente, in collaborazione con gli alleati Nato inclusi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta Onu: sovranità, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere”, recita il comunicato congiunto. “Si tratta di principi universali che continueremo a difendere senza esitazioni.” Il documento sottolinea con fermezza che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che spetta esclusivamente a Danimarca e Groenlandia decidere sulle questioni che le riguardano.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha però gettato nuova benzina sul fuoco, rifiutandosi di escludere categoricamente un intervento militare. “Il presidente Trump ha reso pubblico che acquisire la Groenlandia rappresenta una priorità per la sicurezza nazionale americana ed è cruciale per contrastare i nostri avversari nella regione artica”, ha dichiarato in una nota ufficiale. “Il presidente e il suo staff stanno valutando molteplici opzioni per raggiungere questo importante obiettivo di politica estera, e naturalmente l’impiego delle forze armate resta sempre una possibilità per il comandante in capo.”

Domenica, a bordo dell’Air Force One, Trump aveva giustificato le sue mire sulla Groenlandia sostenendo che “il territorio è invaso da navi russe e cinesi ovunque”. Un’affermazione che non corrisponde alla realtà: sebbene Russia e Cina siano attori rilevanti nell’Artico, la Groenlandia non è circondata dalle loro flotte. Al contrario, sono proprio gli Stati Uniti a mantenere una base militare sul territorio, visitata l’anno scorso dal vicepresidente J.D. Vance insieme alla moglie Usha.

E INFATTI IN VENEZUELA…

Trump ha intanto annunciato che il #Venezuela “consegnerà” 2 miliardi di dollari di greggio agli Stati Uniti, un accordo di portata significativa che sposterebbe forniture attualmente destinate alla Cina e aiuterebbe il Venezuela a evitare ulteriori tagli alla produzione. “Questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e quel denaro sarà controllato da me, come Presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e americano”, ha scritto Trump sui social.

agenzia Dire – www.dire.it




Trump annuncia la cattura di Maduro: cosa sappiamo davvero

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3000Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che Nicolás Maduro sarebbe stato catturato dalle forze statunitensi. Una affermazione di portata storica che, al momento, resta confermata solo dalla Casa Bianca e non da fonti indipendenti.

Secondo quanto affermato dal presidente Donald Trump, Nicolás Maduro sarebbe stato arrestato nel corso di un’operazione statunitense e portato fuori dal paese. La dichiarazione, arrivata direttamente dal vertice dell’amministrazione USA, ha immediatamente fatto il giro del mondo ed è stata rilanciata da numerosi media internazionali.

La conferma politica, non ancora quella indipendente

La posizione ufficiale degli Stati Uniti rappresenta, di per sé, una notizia rilevante. Tuttavia, al momento mancano riscontri indipendenti:

  • nessuna conferma da parte di organismi internazionali

  • nessuna verifica autonoma da agenzie di stampa globali

  • nessuna prova visiva o documentale sulla detenzione o localizzazione di Maduro

Il governo venezuelano, dal canto suo, non ha confermato la cattura e ha parlato di aggressione e disinformazione, alimentando un quadro informativo ancora frammentario.

Perché la prudenza resta necessaria

Un evento di questa portata — la cattura di un capo di Stato in carica — avrebbe conseguenze immediate e visibili:

  • comunicazioni ufficiali multilaterali

  • reazioni coordinate di alleati e opposizioni

  • attivazione di organismi regionali e internazionali

L’assenza, finora, di questi elementi impone cautela, anche di fronte a una dichiarazione proveniente dal presidente degli Stati Uniti.

Un contesto già esplosivo

Il Venezuela vive da anni una crisi profonda. Il paese è al centro di una guerra politica e informativa permanente, che rende ogni notizia potenzialmente credibile prima ancora di essere verificata. In questo contesto, l’annuncio di Trump si inserisce in una fase di fortissima tensione regionale che coinvolge direttamente Venezuela e United States.

Cosa sappiamo con certezza

Ad oggi, i fatti accertati sono questi:

  • Donald Trump ha dichiarato che Maduro è stato catturato

  • non esistono conferme indipendenti della cattura

  • la situazione sul terreno resta opaca e in evoluzione

Tutto il resto — luogo di detenzione, modalità dell’operazione, conseguenze istituzionali — rimane oggetto di dichiarazioni non verificabili.

Il ruolo del giornalismo

In momenti come questo, il compito dell’informazione non è scegliere una tifoseria, ma separare le dichiarazioni dai fatti. Riferire ciò che viene affermato da una fonte politica primaria è doveroso; presentarlo come verità definitiva senza riscontri lo è molto meno.

Fatti Nostri continuerà a seguire la vicenda aggiornando i lettori man mano che emergeranno conferme verificabili, consapevole che la velocità non può sostituire l’accuratezza.




Trump in pressione su Maduro: blocco totale su tutte le petroliere sanzionate in Venezuela

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colloqui russo venezuelani
NICOLAS MADURO 

Donald Trump ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, inasprendo ulteriormente la pressione su Nicolás Maduro e aprendo una nuova fase di tensione tra Washington e Caracas.

L’ordine arriva nel contesto di una campagna statunitense sempre più aggressiva contro il governo venezuelano, accompagnata da un rafforzamento della presenza militare nella regione. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno dispiegato migliaia di soldati e diverse unità navali, inclusa una portaerei, e condotto oltre venti operazioni militari contro imbarcazioni sospettate di traffico illecito nei Caraibi e nel Pacifico, con un bilancio di decine di morti.

La scorsa settimana le forze statunitensi hanno sequestrato una petroliera al largo delle coste venezuelane, che secondo il New York Times trasportava circa due milioni di barili di greggio pesante. Caracas ha definito l’operazione “un atto di pirateria internazionale” e ha accusato Washington di furto, alimentando lo scontro diplomatico.

In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha sostenuto che il Venezuela utilizzi le entrate petrolifere per finanziare traffici di droga e altre attività criminali, annunciando al tempo stesso un’ulteriore intensificazione del dispositivo militare. Non è ancora chiaro come l’amministrazione intenda applicare concretamente il blocco, né se l’esecuzione sarà affidata alla Guardia Costiera, come avvenuto nel recente sequestro.

La reazione di Maduro non si è fatta attendere. Parlando a un evento pubblico, il presidente venezuelano ha accusato gli Stati Uniti di voler “colonizzare” il Paese per impadronirsi delle sue risorse naturali, promettendo di difendere la sovranità nazionale. In una nota ufficiale, il governo ha definito il blocco una “minaccia grottesca” e “irrazionale”.

I mercati petroliferi seguono la situazione con attenzione. Gli operatori segnalano un aumento dei prezzi in previsione di un possibile calo delle esportazioni venezuelane, anche se restano dubbi sull’effettiva applicazione del blocco e sulla sua estensione a navi non sanzionate. Dopo il sequestro della scorsa settimana, diverse petroliere cariche di greggio hanno evitato di lasciare le acque venezuelane per timore di nuove interdizioni, con un brusco calo delle esportazioni.

A complicare il quadro si aggiunge un attacco informatico che ha colpito i sistemi amministrativi della PDVSA, la compagnia petrolifera statale, aggravando le difficoltà operative. Se l’embargo dovesse protrarsi, la perdita di quasi un milione di barili al giorno potrebbe incidere in modo significativo sull’equilibrio del mercato globale.

Nonostante ciò, l’amministrazione Trump rivendica la strategia come efficace nella lotta al traffico di droga e respinge le accuse di sconfinamento oltre i limiti del diritto internazionale.

ag. Dire – www.dire.it




Tensione al limite tra Stati Uniti e Venezuela: escalation militare, sanzioni e rottura su voli di rimpatrio

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60268cf3 51d1 4c64 ad5a 732a4aef1f87 696x464La crisi tra Stati Uniti e Venezuela è esplosa in un nuovo stabilescimento diplomatico e militare con una serie di sviluppi che segnano un possibile punto di svolta nelle relazioni nel continente americano.

Gli Stati Uniti hanno intensificato la loro campagna contro il governo di Nicolás Maduro con un aumento senza precedenti della presenza militare nei Caraibi e nuove sanzioni economiche. Le forze USA hanno stretto la loro pressione dopo il recente sequestro di una petroliera venezuelana nel Mar dei Caraibi — considerata da Washington parte di una flotta ombra usata per aggirare sanzioni — segnando una delle azioni più forti contro Caracas negli ultimi anni.

In una nuova frattura diplomatica, il governo venezuelano ha annunciato che un volo di rimpatrio dei migranti verso Caracas previsto per il 12 dicembre è stato sospeso unilateralmente dagli Stati Uniti, definendo la decisione contraddittoria rispetto agli accordi precedenti. Washington, però, ha negato la sospensione, affermando che i rimpatri proseguiranno in altre date.

In un momento di forte scrutinio pubblico e politico per le azioni militari nel Golfo dei Caraibi, l’ammiraglio Alvin Holsey, comandante delle forze statunitensi in America Latina, ha lasciato il suo incarico prima del previsto. La transizione avviene mentre crescono le critiche bipartisan negli Stati Uniti per le operazioni marittime e il focus strategico nel continente.

La leadership delle forze USA in America Latina è stata ulteriormente messa sotto pressione a causa della campagna di attacchi a imbarcazioni sospettate di narcotraffico, che ha provocato decine di vittime e attirato forti critiche legali e internazionali. La transizione di comando avviene proprio in questo contesto di contestazione sulle regole d’ingaggio e legittimità delle operazioni.

Parallelamente ai cambi di comando e alle sanzioni, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza aerea e navale nei Caraibi, con dispiegamenti che includono jet avanzati e mezzi elettronici di guerra, parte di un più ampio schema di pressione regionale contro Caracas.

foto PDQ Magazine




La strategia di Trump: “Usa più vicini all’Italia per allontanarla dall’Ue”

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GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

L’Italia è tra i pochi Paesi selezionati dall’amministrazione Trump per “rendere l’Europa di nuovo grande” e soprattutto filoamericana, pardon, filotrumpiana. Secondo il sito Defense One, specializzato in informazioni e notizie su “difesa e sicurezza internazionale degli Stati Uniti”, esisterebbe infatti una versione più estesa della Nuova Strategia per la sicurezza nazionale della Casa Bianca che già nella versione resa pubblica lo scorso 5 dicembre ha messo in allarme i paesi europei.
In questo testo rimasto riservato, recensito invece da Defense One, si delineerebbero i piani dell’amministrazione Trump “per porre fine alle vecchie relazioni e crearne di nuove” nel Vecchio continente, spiega la testata statunitense. La Casa Bianca è subito corsa ai ripari, smentendo tutto quanto e sostenendo che non esistono “documenti segreti” a riguardo.

“COME RENDERE L’EUROPA DI NUOVO GRANDE” MA SENZA L’ESERCITO USA

Ad ogni modo, secondo Defense One esisterebbe un capitolo dedicato a “come rendere l’Europa di nuovo grande”, parafrasando il motto caro a Trump. “Mentre il documento sulla nuova sicurezza nazionale che è stato reso pubblico invoca la fine di una NATO in perpetua espansione- spiega Defense One- la versione completa entra più nel dettaglio su come l’amministrazione Trump vorrebbe appunto ‘rendere l’Europa di nuovo grande’, pur invitando i membri europei della NATO a liberarsi dal supporto militare americano”.

I 4 PAESI EUROPEI CON CUI GLI USA DOVREBBERO COLLABORARE DI PIÙ

Quindi, partendo dal presupposto che l’Europa stia affrontando la “cancellazione della civiltà”, a causa delle sue politiche sull’immigrazione, “il documento NSS propone di concentrare le relazioni degli Stati Uniti con i paesi europei su poche nazioni con amministrazioni e movimenti attuali che la pensano allo stesso modo – presumibilmente di destra”, rivela il sito specializzato in informazioni sulla difesa Usa che passa subito a svelare quali sarebbero questi paesi europei ‘allineati’. “Austria, Ungheria, Italia e Polonia sono elencati come paesi con cui gli Stati Uniti dovrebbero collaborare di più… con l’obiettivo di allontanarli dall’Unione Europea”: è la ‘presunta’ frase illuminante della strategia statunitense per la sicurezza nazionale. Il testo prosegue spiegando come procedere a questa maggiore collaborazione con il fine di allentare la rete con l’Ue: “Dovremmo sostenere partiti, movimenti e figure intellettuali e culturali che perseguono la sovranità e la preservazione/ripristino dei tradizionali stili di vita europei… pur rimanendo filoamericani”, affermerebbe infatti il documento analizzato da Defense One.

“GLI AFFARI DEGLI ALTRI PAESI CI INTERESSANO SOLO SE CI MINACCIANO”

Defense One si sofferma poi sul capitolo dedicato al “fallimento” dell’egemonia americana: “Dopo la fine della Guerra Fredda, le élite della politica estera Usa si convinsero che la dominazione permanente americana dell’intero mondo fosse nell’interesse del nostro paese. Ma gli affari degli altri paesi ci interessano solo se le loro attività ci minacciano direttamente”, si leggerebbe nella versione riservata della nuova strategia per la difesa americana. Così “L’amministrazione sembra utilizzare questo ragionamento per ritirarsi dal ruolo degli Usa nella difesa dell’Europa, puntando invece i cartelli della droga in Venezuela”, è il commento della testata. E ancora: “Il documento afferma che non dovrebbe spettare agli Stati Uniti fare tutto da soli, ma che non dovrebbe essere consentito a Cina e Russia di sostituire la leadership statunitense. La strategia suggerisce di collaborare con “campioni regionali” per contribuire a mantenere la stabilità”. Come? “Premieremo e incoraggeremo i governi, i partiti politici e i movimenti della regione ampiamente allineati con i nostri principi e la nostra strategia”, secondo il documento. “Ma non dobbiamo trascurare i governi con prospettive diverse- chiosa- con cui tuttavia condividiamo interessi e che desiderano collaborare con noi”.

LA SMENTITA DELLA CASA BIANCA

Dopo la pubblicazione dell’articolo di Defence One, la stessa testata riferisce che la Casa Bianca ha negato l’esistenza di una versione della Strategia per la Sicurezza Nazionale “diversa da quella pubblicata online”. “Non esiste una versione alternativa, privata o classificata”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly a Defense One. “Il presidente Trump è trasparente e ha apposto la sua firma su un NSS che istruisce chiaramente il governo degli Stati Uniti a mettere in pratica i principi e le priorità da lui definiti”. Kelly ha poi aggiunto che “tutte le altre cosiddette ‘versioni’ sono trapelate da persone lontane dal presidente chenon hanno idea di cosa stiano parlando”.

 

ag. DIRE – www.dire.it




Trump: “L’Europa rischia la cancellazione della sua civiltà entro 20 anni”

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La narrativa del “declino europeo” – un’Europa travolta dall’immigrazione, smarrita nella propria identità e sull’orlo di dissolversi come faro culturale dell’Occidente – è uno dei cardini dell’immaginario MAGA e della seconda presidenza di Donald Trump. Questa visione ha preso forma ufficiale in un documento di 33 pagine firmato dallo stesso presidente degli Stati Uniti: la nuova Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’allarme, che regala il titolo a tutti i giornali del mondo è: “L’Europa rischia di veder cancellata la sua intera civiltà entro 20 anni”.

Il testo definisce le priorità di politica estera dell’amministrazione e, nel capitolo europeo, traccia una diagnosi drastica: oltre ai problemi economici, l’Europa sarebbe esposta al “rischio reale” di vedere tramontare la propria civiltà “entro vent’anni o meno”. In quel contesto, avverte il documento, non è affatto scontato che alcuni Paesi dispongano ancora di economie e forze armate tali da garantirsi lo status di alleati affidabili di Washington. Da qui l’obiettivo dichiarato: aiutare il continente a “correggere la sua traiettoria”.

A comporre il quadro del presunto declino europeo, la Casa Bianca elenca una serie di fattori: dall’Unione Europea considerata un freno alla sovranità, alle politiche migratorie definite destabilizzanti; dalla censura e dalla repressione del dissenso alla crisi demografica e alla perdita di fiducia nazionale. È una lettura che riprende in larga parte gli argomenti dei partiti della destra radicale europea, già sostenuti da Trump e dal movimento MAGA in diversi appuntamenti elettorali, dalla Germania al Regno Unito. Non a caso, molte di queste idee erano già emerse durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, quando il vicepresidente J.D. Vance aveva descritto un’Europa in bilico sul baratro.

Il documento fissa anche le priorità dei rapporti con il Vecchio Continente, legati – si legge – da “affinità sentimentali”. Washington punta a un’apertura maggiore dei mercati europei ai prodotti statunitensi, al recupero di una “stabilità interna” e a una gestione “difficile” ma pragmatica delle relazioni con la Russia.

Sul fronte della difesa, gli USA invitano l’Europa ad assumersi “la responsabilità primaria” della propria sicurezza, un passaggio che richiama la pressione americana sui contributi NATO, con la soglia del 5% come nuovo riferimento ufficioso. Quanto all’Ucraina, il testo parla apertamente di divergenze con i governi europei, accusati di nutrire “aspettative irrealistiche” sull’esito della guerra.

Tra le righe, il documento strizza l’occhio anche ai movimenti nazionalisti del continente, ai quali riconosce un ruolo nel “resistere” all’attuale direzione politica dell’Europa. La crescita delle formazioni “patriottiche” viene anzi indicata come un segnale incoraggiante per il futuro occidentale.

Il preambolo firmato da Trump presenta la strategia come una tabella di marcia per preservare la superiorità americana: un’America “più sicura, più ricca, più libera, più grande e più potente”. Gli obiettivi includono la fine dell’“era delle migrazioni di massa”, la tutela dei diritti “conferiti da Dio ai cittadini americani” e una rigida condivisione degli oneri geopolitici: l’epoca in cui Washington reggeva l’ordine mondiale “come Atlante” sarebbe ormai conclusa.

La linea economica ruota attorno al principio della “pace attraverso la forza”, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e a un commercio “equilibrato” basato sulle tariffe. Viene citato anche Alexander Hamilton: gli Stati Uniti, ricorda il testo, non devono dipendere da potenze straniere per i beni essenziali.

Sul Medio Oriente, la Casa Bianca sostiene che la regione non sia più il perno dell’agenda estera americana, non perché irrilevante, ma perché non rappresenta più la fonte di crisi permanente del passato. Per l’Africa, l’approccio annunciato abbandona la promozione dell’“ideologia liberale” in favore di una relazione improntata a investimenti, scambi e sfruttamento delle risorse naturali.

La stessa impostazione assertiva emerge nella parte dedicata all’emisfero occidentale, dove l’amministrazione promette di “riaffermare” la Dottrina Monroe in versione aggiornata: un “Corollario Trump” pensato per ristabilire la preminenza americana nella regione. Una rottura netta con le consuete formule diplomatiche e una ridefinizione dell’architettura globale secondo i dettami dell’America First, oggi riproposta in versione ancora più ideologica e muscolare.

ag. Dire – www.dire.it




Natale a New York, sull’albero ‘italiano’ da record svetta la stella Swarovsky

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albero ny 1024x576Si sono accese ieri sera le luci del grande albero di Natale del Rockfeller Center e, come ogni anno, migliaia di persone hanno assistito all’evento che sancisce ufficialmente l’inizio delle festività nella Grande Mela.
Il Christmas Tree del Rockfeller Center è senz’altro uno dei simboli del Natale americano, forse il più amato, senz’altro il più conosciuto nel mondo: alto oltre 20 metri, ricoperto da più di 50mila luci multicolori e con una stella Swarovski da record sulla cima. Quasi nessuno, però, sa che alle origini di questa tradizione c’è la storia di un ragazzo italiano, un emigrante diciassettenne partito da un piccolo paese di montagna del Lazio, San Donato Val di Comino.

CHI FU “L’INVENTORE” DEL PRIMO ALBERO DI NATALE AL ROCKFELLER CENTER

Il giovane si chiamava Cesidio Perruzza ed era uno come tanti: famiglia umile, pochi soldi in tasca ma tanta voglia di lavorare. All’inizio del Novecento lascia San Donato, attraversa l’oceano e sbarca a New York. Qui trova lavoro dove servono braccia forti: nei cantieri, tra roccia, polvere ed esplosivi. Diventa “Joe Blaster”, uno specialista negli scavi, e si occupa di radere al suolo con la dinamite le vecchie costruzioni, per far spazio ai nuovi grattacieli. Cesidio, infatti, è uno di quei lavoratori italiani che hanno letteralmente costruito la città, così come la vediamo adesso.

UN CHRISTMAS TREE DA RICICLO, SIMBOLO DI RESILIENZA

Nel 1931 l’America è piegata dalla Grande Depressione. Mentre in tanti perdono il lavoro, Cesidio e altri operai – molti italiani e alcuni anche suoi compaesani – sono impegnati nel cantiere del nuovo Rockfeller Center. Fa freddo e il lavoro è duro ma ciò che conta è avere una paga da portare a casa, a fine mese.
E’ la vigilia di Natale quando Cesidio ha un’idea: prende un abete che cresce su uno spuntone di roccia nei paraggi del cantiere, lo trascina al centro dell’area di lavoro aiutato dai suoi compagni e, insieme a loro, inizia a decorarlo con quello che si trova in giro. Si tratta, naturalmente, di materiale di risulta: carta colorata, fili metallici, alluminio recuperato dai detonatori, piccoli oggetti trasformati in decorazioni con un tocco di fantasia. E’ un albero semplice, ma l’intento di Cesidio e degli altri operai è quello di esprimere la loro riconoscenza per il fatto che possono lavorare, in tempi così difficili, e di dare un qualche segno di speranza alle soglie del Natale. E’ la prima volta che un abete viene addobbato nel luogo dove sorgerà il celebre Rockfeller Center, nel cuore di Manhattan. Lì, proprio accanto all’attuale pista di ghiaccio e agli angioletti a grandezza d’uomo, con le loro mille luci e ghirlande, nel dicembre del 1931 svetterà solitario un albero di Natale addobbato miseramente e tuttavia simbolo di speranza e resilienza tra il fango del cantiere. Un invito ad andare avanti, forse anche in ricordo dei tanti alberelli decorati con noci e carta colorata dalle donne della Val Comino durante le feste natalizie, laggiù in Italia. E una spinta a non mollare per chi, come Cesidio e i tanti immigrati italiani, si aggrappava ostinatamente al “Sogno americano”.

DAL 1933 AL ROCKFELLER CENTER L’ALBERO-PONTE TRA AMERICA E ITALIA

Una foto rovinata dal tempo e ormai diventata famosa immortala gli operai in fila per ricevere la paga, proprio con quell’umile alberello alle loro spalle. Anni dopo, il governatore di New York Mario Cuomo vi scriverà una dedica nel retro, donandola alla famiglia Perruzza, per ringraziare la gente di San Donato che aveva contribuito a costruire la città.
E’ il 1933 quando al Rockfeller Center viene organizzata ufficialmente la prima accensione ufficiale dell’albero di Natale e, da allora, ogni anno un enorme abete viene innalzato e illuminato davanti agli occhi delle telecamere e dei tanti turisti che accorrono per assistere all’evento. Un evento che ha origini lontane e dietro il quale si cela la storia di un paesino dell’Italia centrale, arroccato sui monti, e di un giovane emigrante italiano che, inconsapevolmente, ha legato per sempre il Natale di New York alle sue radici italiane. Ecco perché, per chi vive negli Stati Uniti oggi – magari nipote o pronipote di emigranti italiani – la storia delle origini del Christmas Tree del Rockfeller Center è un invito a guardare l’albero con occhi diversi. Non soltanto come attrazione turistica, ma come un ponte tra due mondi, Italia e America, uniti dal sogno di un ragazzo partito senza un soldo da San Donato Val Comino.

agenzia Dire – www.dire.it



USA. Oggi a Miami l’incontro Usa-Ucraina. Trump positivo

putin incontra l'inviato speciale del presidente usa stephen witkoff

putin incontra l'inviato speciale del presidente usa stephen witkoff
PUTIN INCONTRA L’INVIATO SPECIALE DEL PRESIDENTE USA STEPHEN WITKOFF

È stato un incontro “molto positivo” quello tra la delegazione americana e quella russa, alla presenza di Vladimir Putin. A dirlo è il presidente Donald Trump, commentando il meeting al Cremlino durato 5 ore e volto alla ricerca di una soluzione per negoziare la pace con l’Ucraina. Non è, però, ancora arrivata la svolta che tutti aspettano.

“Il presidente Putin ha avuto un incontro molto positivo con Jared Kushner e Steve Witkoff. Cosa uscirà da quell’incontro? Non posso dirlo, perché per ballare il tango servono due persone“, ha affermato il tycoon come riportano i media americani.

Condividendo ancora le sue considerazioni positive, Trump ha dichiarato che Putin “vorrebbe porre fine alla guerra”. “Questa era la loro impressione”, ha aggiunto riferendo quanto carpito dall’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente e per le missioni di pace e da suo genero. “Penso che gli piacerebbe tornare a condurre una vita più normale– ha detto ancora di Putin-. Francamente, credo che gli piacerebbe commerciare con gli Stati Uniti d’America, invece di perdere migliaia di soldati a settimana. Ma la loro impressione era molto forte: che gli piacerebbe raggiungere un accordo”.

Un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha fatto sapere che Witkoff e Kushner hanno inviato oggi a Miami il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa ucraino, Rustem Umerov, per ulteriori negoziati. “Con l’Ucraina penso che abbiamo definito qualcosa abbastanza bene. Molto soddisfacente, considerando la situazione”, ha dichiarato Trump.

IL CONSIGLIERE DI PUTIN: “NON È STATO TROVATO UN COMPROMESSO”. PUTIN: “ARDUO TROVARE UNA SOLUZIONE”

“Finora non è stata trovata alcuna soluzione di compromesso, ma alcune proposte americane sembrano più o meno accettabili”, ha affermato il principale consigliere di Putin per la politica estera, Yuri Ushakov, presente all’incontro, come riporta Abc. “Il presidente non ha nascosto la nostra opinione critica o negativa su alcune proposte”, ha aggiunto.

“Ci siamo trovati d’accordo su alcune cose… mentre altre hanno suscitato critiche, e il presidente non ha nascosto il nostro atteggiamento critico, persino negativo, nei confronti di diverse proposte. Ma la cosa principale è che abbiamo avuto una discussione molto utile”, ha detto Ushakov.

Putin, nel frattempo, si è recato in India per una visita di Stato che lo vedrà impegnato oggi e domani. Tra gli appuntamenti un incontro con il premier Modi. Parlando a India Today, come scrive Ria Novosti, il presidente ha commentato le discussioni per la pace: “È un compito arduo far sì che le parti in conflitto raggiungano una sorta di consenso”. Putin ha, però, definito, quella con Witkoff e Kushner “una conversazione molto importante”.

L’incontro non è stato breve per discutere approfonditamente i 27 punti del piano di Washington, divisi in quattro pacchetti: “Ciò che i nostri colleghi americani ci hanno portato si basava, in un modo o nell’altro, sugli accordi presi prima di questo incontro con il presidente Trump in Alaska“, ha detto ancora Putin.

Parlando di quanto fatto finora, il presidente ha aggiunto che si è “tentato di costruire relazioni tra le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk e l’Ucraina, ma Kiev non le ha riconosciute”. Secondo Putin, l’Ucraina “si è rifiutata di ritirare le sue truppe da Donetsk e Luhansk dopo il referendum, preferendo combattere”. Nel corso della sua chiacchierata a India Today, Putin ha fatto sapere di non voler tornare al G8 e ha ribadito la volontà di prendere il controllo del Dombass: “O liberiamo questi territori con la forza delle armi, oppure le truppe ucraine si dovranno ritirarsi e smetteranno di uccidere la gente”.

agenzia DIRE – www.dire.it