Trump: “Putin è impazzito, non so cosa diavolo gli sia preso”

incontro meloni trump

incontro meloni trump

Ogni tanto Donald Trump fa finta di aver capito. Ha uno sbuffo d’orgoglio ed esterna, per non passare proprio per fesso. Poi magari se lo rimangia. E’ un elastico. E quindi, all’indomani del più massiccio attacco aereo russo in tre anni di guerra, il presidente americano è costretto a dirsi “sorpreso” da Putin. Parlando con i giornalisti nel New Jersey prima di salire a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto di “non essere contento” dell’intensificarsi degli attacchi russi, soprattutto mentre i due Paesi in teoria starebbero negoziando un accordo di cessate il fuoco: “Sta uccidendo un sacco di gente, e non so che diavolo sia successo a Putin. Lo conosco da molto tempo. Sono sempre andato d’accordo con lui. Ma sta lanciando razzi sulle città e uccidendo gente, e questo non mi piace affatto. Siamo nel bel mezzo delle trattative e lui sta lanciando razzi su Kiev e altre città”.

Ore dopo, Trump ha continuato a criticare Putin, ribadendo sui social che il leader russo “è completamente impazzito” e sta lanciando missili e droni sulle città ucraine “senza alcun motivo. Sta uccidendo inutilmente un sacco di persone, e non parlo solo di soldati”, ha scritto Trump.

“Ho sempre detto che lui vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando giusto, ma se lo facesse, porterebbe alla caduta della Russia!”, ha scritto.

Alla domanda se stesse prendendo in considerazione l’imposizione di ulteriori sanzioni contro la Russia, cosa che ha minacciato più volte, Trump ha risposto: “Assolutamente, sta uccidendo un sacco di persone”.

Ma Trump – ormai è un canovaccio – ha avuto parole dure anche per il presidente ucraino Zelensky: “Non sta facendo un favore al suo Paese parlando in quel modo. Tutto ciò che esce dalla sua bocca crea problemi. Non mi piace, ed è meglio che la finisca”.

Trump ha poi dichiarato che rinvierà l’imposizione di dazi del 50 percento su tutte le importazioni dall’Unione Europea fino al 9 luglio, per dare più tempo ai negoziati commerciali.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Il governo Usa può davvero impedire ad Harvard di iscrivere studenti stranieri?

universita di harvard

universita di harvard
HARVARD
ESTERNO SEDE SEDI
ISTRUZIONE UNIVERSITARIA
CULTURA
COLLEGE

L’amministrazione Trump vuole impedire ad Harvard di iscrivere studenti internazionali. L’ha annunciato segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, quella famosa per aver sparato al suo cucciolo di cane perché non le obbediva. E’ una mossa violenta, che dice tantissimo di cosa stanno diventando gli Stati Uniti. Ad Harvard, più di un quarto degli studenti totali, ovvero 6.800, proviene da altri Paesi.
La domanda successiva è: può farlo davvero? E come è possibile? La risposta breve è: sì, può.

Il governo ha un enorme potere su chi entra negli Stati Uniti e chi no, spiega il New York Times. Per college e università, il Dipartimento della Sicurezza Interna dispone di un vasto sistema per gestire e monitorare le iscrizioni delle centinaia di migliaia di studenti internazionali che studiano in tutto il paese in qualsiasi momento. Le università hanno bisogno di una certificazione governativa per utilizzare il database noto come SEVIS, che sta per Student and Exchange Visitor Information System. Ed è proprio questa vulnerabilità che l’amministrazione Trump sta sfruttando contro Harvard.

Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha dichiarato di aver revocato con effetto immediato la certificazione che consente ad Harvard di accedere al SEVIS. In pratica Harvard inserisce i dati degli studenti stranieri nel SEVIS per dimostrare che lo studente è iscritto a tempo pieno e quindi soddisfa i termini del visto che gli è stato rilasciato. Paradossalmente gli studenti possono ancora avere visti validi, ma Harvard non è più in grado di registrarli.

La revoca del SEVIS per Harvard trasporta quasi 7.000 studenti in un limbo. O trovano un’altra università o vengono immediatamente espulsi in massa. Sempre che non intervenga un tribunale a bloccare la mossa di Trump. Infatti ad Harvard resta la possibilità di fare ricorso presso un tribunale federale nel Massachusetts.

Agenzia DIRE – www.dire.it




La Casa Bianca sta pensando di fare un reality show per immigrati: in palio la cittadinanza americana

bandiera usa stati uniti

bandiera usa stati uniti“Chi Vuol Essere Cittadino?”. E’ l’ultima idea – abbastanza indecente – dell’amministrazione americana. Un reality show a stelle e strisce per mettere in competizione gli immigrati a colpi di quiz patriottici e prove di civismo per guadagnarsi il diritto alla cittadinanza degli Stati Uniti. Un Grande Fratello con in palio il diritto a esistere legalmente nel Paese.

A confermare l’interesse è stata la portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, che con tono fiero ha parlato di “celebrazione dell’essere americani”. L’ideatore, Rob Worsoff, ci tiene a sottolineare che nessuno verrà penalizzato se perde. Nessuna deportazione in diretta, per ora. “Conosceremo le loro storie,” dice lui, “li celebreremo come esseri umani”. Il Dipartimento, intanto, ci tiene a ribadire che valuterà “proposte originali”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Leone XIV: un Papa americano? È cittadino del mondo

imagenes papa leon xiv presidente estados unidos donald trump 69

imagenes papa leon xiv presidente estados unidos donald trump 69È un grande onore per il nostro Paese”. Queste le parole di Donald Trump subito dopo l’annuncio che il Cardinale Robert Francis Prevost di Chicago è stato eletto per sostituire Papa Francesco alla guida della Chiesa cattolica. Per il presidente Usa si tratta di una vittoria per l’America senza però capire la profondità delle situazioni.

Papa Leone XIV è nato in America ed è dunque cittadino Usa ma lo è anche del Perù. Infatti il nuovo pontefice è un cittadino del mondo, come ha detto Daniel DiNardo, arcivescovo emerito di Galveston-Houston. Il cardinale DiNardo ha giustamente spiegato che Leone XIV ha “passato una buona parte della sua vita come missionario in Sud America”. Il nuovo Papa è infatti un americano atipico. Oltre all’inglese parla spagnolo, italiano, francese, portoghese e conosce in leggera misura altre lingue. Dopo essere stato nominato vescovo di Chiclayo in Perù da Papa Francesco la sua carriera è avanzata in maniera abbastanza rapida. Infatti nel 2020 Prevost inizia a fare parte della Congregazione dei Vescovi e poi nel 2023 è scelto prefetto del dicastero responsabile per i vescovi di tutto il mondo e nello stesso anno viene nominato cardinale. Due anni dopo è eletto Papa. Alcuni analisti hanno suggerito che Papa Francesco avrebbe orchestrato l’ascesa di Prevost scegliendosi il successore.

I legami con Papa Francesco sono dunque ovvi è l’elezione di Prevost è facilmente connessa anche a una visione comune, la difesa dei poveri. Ciò lo ha spiegato anche il nuovo pontefice quando ha chiarito la scelta del suo nome. Leone XIV ha detto che fra le molte ragioni per la sua scelta c’è l’enciclica “Rerum Novarum” e la questione della rivoluzione industriale. Leone XIII, nel tardo Ottocento, si era schierato con i più poveri e i lavoratori. A quei tempi questi individui definiti dal romanziere messicano Mariano Azuela come “Los de abajo”, avevano solo come sostenitori i leader del movimento marxista. Nel caso dell’attuale pontefice il pericolo è identificato con l’Intelligenza Artificiale (IA) che mette in pericolo “la dignità umana, la giustizia e il lavoro”.

Si tratta di questioni che hanno assillato anche Papa Francesco, specialmente la questione dei migranti sulla quale il pontefice argentino si era duramente scontrato con Trump. Nel 2016, per esempio, durante una sua visita in Messico, l’allora pontefice aveva detto che chi “parla di costruire muri….. e non ponti, non si può considerare cristiano”. Per le sue difese dei migranti Papa Francesco era stato duramente attaccato dalla destra americana ed accusato di essere marxista.

Nonostante le belle parole incoraggianti di Trump, però, anche adesso il neo eletto Papa è stato attaccato da Steve Bannon, ex stratega del 47esimo presidente, dichiarando che è uno dei cardinali più progressisti. Molto più dura la complottista Laura Loomer, anche lei ex consigliera del presidente americano, la quale ha scritto su X (già Twitter) che Papa Leone XIV “è il più anti-Trump, anti-MAGA, …. e un completo marxista come Papa Francesco”.

La vicinanza con Papa Francesco è ovvia come ci dimostra anche la reazione su alcune dichiarazioni di JD Vance. Il vice di Trump, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, aveva cercato di giustificare la linea dura sui migranti dichiarando che “si ama prima la propria famiglia, poi il prossimo….. e alla fine si dà priorità al resto del mondo”. Il cardinale Prevost aveva condiviso un editoriale del National Catholic Reporter, giornale indipendente non affiliato alla Chiesa cattolica, che ha rilevato lo sbaglio di JD Vance. L’articolo asseriva che “Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri”. La vicinanza fra Leone XIV e Papa Francesco ci viene anche confermata dal fratello John Prevost. In un’intervista al New York Times il fratello ha detto che la miglior maniera di descrivere il nuovo pontefice è quella di “seguire i passi di Papa Francesco”. Ha anche aggiunto che non esiterà ad alzare la voce quando lo riterrà necessario per la difesa dei poveri.

Papa Leone non alzerà la voce come cittadino statunitense ma avrà un notevole megafono forse più potente di quello del presidente degli Stati Uniti considerando l’1,4 miliardi di cattolici nel mondo. Le sue parole, infatti, sono globali poiché vengono ascoltate anche dai non cattolici. Commentando le prime parole di Papa Leone, l’opinionista conservatore del New York Times e della Public Broadcasting System (Pbs) David Brooks si è detto emozionato vedendo “un americano sulla scena mondiale agendo da buona persona e da essere umano decente”. Brooks non è stato specifico ma ha ovviamente suggerito un altro americano, molto potente sulla scena mondiale, il quale non sarebbe un essere umano decente. Non dice il nome di questa persona ma i lettori potranno identificarlo facilmente.

=============
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.




Il MAIE Nord, Centro, Caraibi e Sud America consegna la lettera contro il Decreto 36/2025

mobilitazione maie decreto36

mobilitazione maie decreto36

Dal Canada all’Argentina, passando per il Messico, i Caraibi e l’America Centrale, il MAIE ha portato a termine una mobilitazione corale, compatta e determinata.

La consegna della lettera indirizzata al Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani è avvenuta in decine di sedi diplomatiche italiane in tutto il continente americano, grazie all’impegno diretto e coordinato dei rappresentanti MAIE nei rispettivi Paesi.

Un messaggio chiaro, consegnato ovunque

Un atto collettivo, sincronizzato e simbolico.

Un messaggio forte, recapitato fisicamente alle istituzioni italiane attraverso l’azione simultanea di coordinatori, rappresentanti e volontari del MAIE.

La lettera — firmata dal Senatore Mario Borghese, dal Senatore Ricardo Merlo e dal Commendatore Vincenzo Odoguardi — chiede con fermezza il ritiro immediato del Decreto Legge 36/2025, che nega la trasmissione della cittadinanza italiana oltre la seconda generazione, minacciando i diritti di milioni di italiani all’estero.

Paesi coinvolti nella mobilitazione

Nel Nord, Centro e Sud America, la lettera è stata fisicamente consegnata nelle seguenti città:

✅ Messico – Giovanni Buzzurro Antonio Mariniello
✅ Costa Rica – Giancarlo Parisi
✅ Panamá – Gaetano Sciacqua
✅ Chicago (USA) – Pat Capriati
✅ Houston (USA) – Francesco Rallo
✅ New Jersey (USA) – Matteo Provaskin
✅ New York (USA) – Quintino Cianfaglione
✅ Miami (USA) – Dennis Casco
✅ Toronto (Canada) – Francesco Sanci e Luigi Demartino
✅ Montreal (Canada) – Jorge Gallo
✅ Repubblica Dominicana – Massimiliano Atrigna e Tullio Marino
✅ Guatemala – Sebastian Marcucci
✅ Los Angeles (USA) – Nicolò Gobbi
✅ Argentina – Coordinatori MAIE con folta partecipazione davanti all’ambasciata
✅ Uruguay, Brasile, Paraguay, Cile, Bolivia, Venezuela, Perù – Consegne parallele

In molti casi, la lettera è stata consegnata direttamente nelle sedi diplomatiche: a Chicago, il coordinatore Pat Capriati ha avuto un lungo e costruttivo dialogo con il Console Generale; in Messico, la consegna è avvenuta personalmente all’Ambasciatore d’Italia, dando particolare rilievo istituzionale al gesto.

Il contenuto della lettera: identità, memoria, dignità

La lettera denuncia con chiarezza che il Decreto 36/2025 rappresenta:

Un attacco alla trasmissione dell’identità culturale e giuridica alle nuove generazioni

Una frattura nel principio di unità tra italiani dentro e fuori dai confini nazionali

Una visione discriminatoria che crea italiani “di serie A e serie B”

Il MAIE non chiede: esige:

Il ritiro immediato del decreto

Un dialogo aperto e trasparente con le comunità italiane all’estero

Il riconoscimento pieno e incondizionato dei diritti dei cittadini italiani nel mondo

“Un popolo che dimentica non ha futuro.”

Noi non dimentichiamo. Noi lottiamo.

Se ignorati, la mobilitazione continuerà

Questa azione congiunta nelle Americhe è solo il primo passo. Se le istanze delle comunità italiane all’estero continueranno a essere ignorate, il MAIE non resterà fermo: la mobilitazione si intensificherà, si allargherà e si rafforzerà.

La cittadinanza italiana non è una concessione: è un diritto.

E chi vive lontano dall’Italia, ma porta l’Italia nel cuore ogni giornonon può essere escluso dal futuro del Paese.

Missione compiuta. Ora, attendiamo risposte.




Ethan torna a casa: domani il rientro in Italia del bimbo rapito dal padre

claudia ciampa figlio ethan e marito erik nichols 1024x576

claudia ciampa figlio ethan e marito erik nichols 1024x576È previsto per domani pomeriggio il rientro in Italia di Ethan Nichols, che lo scorso 30 agosto era stato sottratto alla madre italiana e condotto negli Stati Uniti dal padre, resosi irreperibile insieme al minore: così in una nota la Farnesina.

“Sono lieto che il piccolo Ethan possa finalmente fare rientro a casa” ha commentato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, sottolineando il costante impegno del governo italiano per la tutela dei nostri connazionali nel mondo, in particolare dei minori “ho seguito personalmente la vicenda sin dal principio e mi rallegro per questo importante risultato, frutto di un efficace lavoro di squadra delle Istituzioni italiane coinvolte, ma anche della solerte e incisiva azione delle autorità americane”.

FINALMENTE LA PRONUNCIA DEI GIUDICI STATUNITENSI

Sin dall’inizio della vicenda, su impulso di Tajani e con la pronta attivazione della Farnesina, l’ambasciata a Washington e tutta la rete consolare italiana negli Stati Uniti, le autorità americane si sono adoperate per localizzare il bambino. Anche grazie allo sforzo congiunto delle altre amministrazioni italiane coinvolte, il 19 novembre 2024 il piccolo Ethan è stato finalmente rintracciato dalla polizia californiana e riconsegnato alla madre, Claudia Ciampa, negli Usa, in attesa della pronuncia del Tribunale americano sull’eventuale rientro del minore. Il consolato generale a Los Angeles, competente territorialmente, ha seguito la vicenda con la massima attenzione, sensibilizzando le autorità locali sull’importanza di giungere a una positiva risoluzione del caso e fornendo sostegno alla madre e al figlio. Il 18 febbraio i giudici statunitensi hanno disposto il ritorno di Ethan a casa.

Il rimpatrio del bambino dagli Stati Uniti era stato affrontato anche dalla Task Force minori contesi, gruppo di lavoro interministeriale presieduto dalla Farnesina per garantire l’unitarietà dell’azione di Governo in una materia delicata e complessa come quella dei bambini italiani illecitamente condotti fuori dai confini nazionali.

LA MADRE: “RICONOSCIUTO L’ATTEGGIAMENTO PREPOTENTE ED EGOISTA DEL PADRE”

A dare l’ok al rientro del piccolo in penisola sorrentina, a Piano di Sorrento, è stato il giudice statunitense David O. Carter che, dopo una serie di udienze fiume al tribunale federale americano, ha messo la parola “fine” a un dramma che proseguiva dal 30 agosto, quando Ethan è stato sottratto illecitamente alla madre dal padre Eric Howard Nichols durante un soggiorno in Puglia.

“Sono felicissima – commenta oggi mamma Claudia – perché l’incubo è passato. Ringrazio il ministro degli Esteri Antonio Tajani, l’avvocato Gian Ettore Gassani, i legali americani Quinn & Dworakowski, tutte le persone che ci hanno aiutato e supportato tantissimo in questo periodo terribile anche accogliendoci nelle loro case. Non vediamo l’ora di tornare a casa e di riabbracciare tutti, i fratellini Ettore e Clelia che ogni giorno mi chiedevano quando tornavamo e io, fino ad adesso, non sapevo mai cosa rispondere. Finalmente oggi gli ho potuto dire che stiamo tornando tutti insieme, con Ethan. Ce l’abbiamo fatta”.

I particolare, la donna sottolinea “un passaggio fondamentale della sentenza” in cui “è sia stato evidenziato che il comportamento del mio ex compagno è quello stesso che la Convenzione de L’Aja sulla sottrazione internazionale di minori mira a contrastare. Vale a dire la prepotenza e l’egoismo”.

IL LEGALE: “OGNI ANNO 250 SOTTRAZIONI INTERNAZIONALI, È EMERGENZA”

Soddisfatto anche l’avvocato italiano che ha sostenuto la causa, Gian Ettore Gassani, presidente dell’Ami (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani): “Giustizia è stata fatta. Finalmente Claudia Ciampa e il piccolo Ethan potranno tornare a Piano di Sorrento ad abbracciare i loro parenti dopo 6 mesi di calvario. È stata un’avventura incredibile, un successo insperato. Ce l’abbiamo messa tutta. Posso solo ringraziare la Farnesina, il ministro Antonio Tajani, l’Autorità centrale, e tutte le autorità americane che hanno contribuito a restituire alla madre un figlio piccolissimo che era stato sottratto dal padre. Siamo tutti molto felici ed emozionati – continua l’avvocato – come è felice tutta l’Italia per questo risultato straordinario che però ripropone ancora alla ribalta la delicata questione delle sottrazioni internazionali dei minori che in Italia si consumano quotidianamente.

Ogni anno ci sono 250 sottrazioni internazionali e sta diventando una vera e propria emergenza. Ci auguriamo che, nel futuro, ci possano essere leggi ancora più incisive per riportare tutti i bambini sottratti ai genitori italiani nel loro Paese”.

COME SI È ARRIVATI AL RITORNO DI ETHAN

Era il 30 agosto scorso quando, durante una breve vacanza in Puglia, il piccolo venne strappato dalle braccia della madre dall’ex compagno Eric Howard Nichols che poi aveva fatto perdere le sue tracce insieme al bimbo. Immediatamente era stata presentata denuncia per sottrazione internazionale di minori e l’avvocato Gassani aveva attivato tutte le procedure necessarie per l’attivazione della Convenzione internazionale de l’Aja. La vicenda ha tenuto col fiato sospeso tutta Italia per mesi interi, restando costantemente alla ribalta dei media nazionali.

Le amministrazioni comunali di tutta la penisola sorrentina e del comune di Racale, cittadina leccese in cui era avvenuto il rapimento, si erano anche mobilitate con fiaccolate e manifestazioni di solidarietà per supportare la famiglia e tenere alta l’attenzione sulla vicenda. Alla scomparsa del piccolo ha lavorato alacremente anche la Farnesina istituendo anche una task force con il ministero della Giustizia e degli Interni con il coinvolgimento in prima persona del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Costanti contatti tra le autorità italiane e quelle statunitensi e l’impegno degli investigatori Usa permisero di rintracciare Ethan a Los Angeles, nella contea di Orange, lo scorso 19 novembre dopo 81 giorni fatti di ansia, lacrime, sofferenze per la mamma, che in quasi tre mesi poteva solo vedere il figlio in brevi videochiamate a discrezione del padre. Telefonate prive di qualsiasi riferimento che potesse essere utile alla localizzazione, in cui il padre si rifiutava di rispondere a qualsiasi domanda o di assumere un atteggiamento ragionevole. Dopo il rintracciamento del piccolo, Claudia Ciampa, insieme alla figlia maggiore, era subito volata negli States per riabbracciare il figlio il 21 novembre scorso ed ha dovuto consegnare il passaporto in  attesa che si concludesse la causa, beneficiando intanto dell’affido esclusivo in via provvisoria del minore. La disputa legale, iniziata davanti al tribunale statale per i minorenni, era stata spostata al tribunale federale per richiesta del padre, e ha richiesto tempi e costi più lunghi per arrivare alla conclusione.

PIANO DI SORRENTO SI PREPARA A FESTEGGIARE IL 1° COMPLEANNO DEL BIMBO

Ora, passaporti alla mano, non c’è più alcun ostacolo al rientro di mamma e figlio in Italia. La famiglia, nonna Luciana in testa, gli amici e la comunità intera di Piano di Sorrento e della penisola sorrentina li aspettano. Sarà festa grande: c’è non solo il ritorno da festeggiare tutti insieme ma anche il primo compleanno di Ethan che è stato il 13 febbraio.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Odoguardi (MAIE): “Chi ha sangue italiano è italiano. L’Italia non è un Paese da ius soli”

odoguardi maie loghi

odoguardi maie loghiNew York, 28 aprile – “Chi ha sangue italiano è italiano, su questo non ci sono dubbi. L’Italia non è un Paese da ius soli.” Con queste parole Vincenzo Odoguardi, vicepresidente mondiale del MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero), commenta da New York il nuovo decreto sulla cittadinanza, oggetto di forti polemiche tra le comunità italiane nel mondo.

«Oggi siamo a New York, uno dei principali porti di arrivo dell’emigrazione italiana dopo l’Unificazione del Regno d’Italia, dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
Molti mi hanno chiesto cosa penso del nuovo decreto sulla cittadinanza.
Comprendo le ragioni che hanno portato a questa proposta, ma la forma in cui il decreto è stato scritto e presentato è tra le peggiori possibili.»

Odoguardi ricorda come gli italiani all’estero siano i veri ambasciatori dell’italianità:
«Se nel mondo si conoscono la carbonara, la pizza, il tiramisù o luoghi iconici italiani, è grazie alla grande emigrazione italiana. Ognuno dei nostri emigrati ha portato con sé cultura, lingua, valori, tradizioni gastronomiche. Sono loro che promuovono i prodotti che rendono l’Italia celebre nel mondo.»

Secondo Odoguardi, il decreto rappresenta una deriva verso lo ius soli e rischia di compromettere l’identità culturale italiana:
«Sentirsi italiani non deriva dalla territorialità, bensì da una cultura viva e ricchissima: oltre 180 dialetti, 5.800 tipi di cibo, 535 varietà di vini, 60 siti UNESCO, il design, la moda, l’industria italiana. L’identità italiana è un patrimonio che vive nel cuore di chi la porta avanti, ovunque nel mondo.»

Preoccupano, inoltre, i contenuti della nota tecnica allegata al decreto:
«Gli italiani all’estero vengono considerati “un problema di sicurezza nazionale”. È un’offesa inaccettabile. Il rischio è che, in futuro, i nostri discendenti perdano lingua, cultura e valori italiani. I nostri spaghetti verranno chiamati noodles o macaronis, la nostra industria sarà penalizzata, il nostro design oscurato da quello di altri Paesi.»

Il MAIE ha già presentato emendamenti mirati:
«In particolare chiediamo di eliminare la dicitura “nato in Italia”, che obbligherebbe i figli di italiani nati all’estero a risiedere almeno due anni in Italia per poter trasmettere la cittadinanza.
Senza questa dicitura, il decreto può ancora tutelare e proteggere la comunità italiana all’estero, anche per le future generazioni.»




Trump minaccia l’Ue e il Canada: “Nuovi dazi se vi alleate”, la replica: “Misure dal massimo impatto sugli Usa”

foto a 3 sito 1

foto a 3 sito 1

“Se l’Unione Europea collabora con il Canada per danneggiare economicamente gli Usa, verranno imposti dazi su larga scala, ben più elevati di quelli attualmente previsti, per proteggere il miglior amico che entrambi questi Paesi abbiano mai avuto”: è il nuovo ammonimento che il presidente degli Stati uniti, Donald Trump ha inviato dal suo social network Truth agli ormai dichiarati “parassiti” del Vecchio continente e al Canada.

Oltre alle tariffe già annunciate del 25% sulle auto importate dal 2 aprile, Trump agita di nuovo lo spettro di altri dazi nell’eventualità di risposte coordinate tra i Paesi destinatari delle sue politiche economiche estere. La replica non si è fatta attendere sia da Bruxelles che da Ottawa.

L’UE: “PRONTI A UNA RISPOSTA FERMA E PROPORZIONATA”

“Siamo pronti a salvaguardare i nostri interessi economici e, se necessario, daremo una risposta ferma, proporzionata, robusta, ben calibrata e tempestiva a qualsiasi misura ingiusta e controproducente da parte degli Stati Uniti“. Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione europea interrogato dalla stampa a Bruxelles sull’annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di imporre dazi per il 25% su tutte le auto importate.

“La priorità è trovare una soluzione negoziata, una soluzione che vada bene per entrambe le parti, per l’Ue e per gli Usa, una soluzione che rafforzi le nostre relazioni commerciali ed economiche, che sono di gran lunga le più preziose e importanti al mondo: vogliamo costruire queste relazioni, non distruggerle”, ha continuato.
L’Ue “non vorrebbe dover imporre contromisure alle importazioni statunitensi”, ritenendo che questo non sia utile a nessuno, e sia un autolesionismo economico interattivo da parte degli Stati Uniti”, ha aggiunto. “Come ho già detto, una risposta proporzionata e ben calibrata e tempestiva a qualsiasi futura misura annunciata dagli Stati Uniti e l’elenco dei prodotti sui quali proponiamo ai nostri Stati membri di adottare contromisure sarà ben selezionato per creare il massimo impatto negli Stati Uniti e ridurre al minimo l’impatto sull’economia europea“, ha detto ancora il portavoce, sottolineando come in queste situazioni “occorre essere strategici”.

CARNEY: “COMBATTEREMO LE TARIFFE INGIUSTIFICATE CON AZIONI DAL MASSIMO IMPATTO SUGLI USA”

Il Canada deve “reinventare radicalmente la nostra economia” di fronte all’aumento delle tariffe imposte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha affermato il primo ministro Mark Carney, intervenendo proprio sul tema dei dazi annunciati dal presidente Usa rivolti anche al suo Paese. Gli Stati Uniti “non sono più un partner affidabile”, ha evidenziato e Trump “ancora una volta ha imposto tariffe ingiustificate- ha proseguito- in violazione dei nostri accordi commerciali esistenti, ha preso di mira l’industria automobilistica e gli oltre 500 mila canadesi che lavorano in quel settore”.
Il primo ministro canadese ha quindi indicato la via: il suo paese “deve ridurre drasticamente la sua dipendenza dagli Stati Uniti e riequilibrare le sue relazioni commerciali altrove”. E soprattutto, “combatteremo le tariffe statunitensi- ha annunciato- con azioni commerciali di ritorsione che avranno il massimo impatto negli Stati Uniti“.

Agenzia DIRE – www.dire.it




L’ordine esecutivo di Trump per smantellare il ministero della pubblica istruzione: strada in salita

captura

lp 23229174(2) u55053881328clv 1440x752@ilsole24ore web“La mia amministrazione prenderà tutte le misure legali per smantellare il dipartimento….. Riconsegneremo i nostri studenti agli Stati….. e faranno un lavoro fenomenale”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato il suo ordine esecutivo per chiudere il Department of Education, il ministero della Pubblica Istruzione.

La legge americana non permette a nessuno, incluso il presidente, di eliminare un Dipartimento poiché richiede azione legislativa. Trump lo sa bene, ma il suo ordine esecutivo ha già assestato duri colpi alla pubblica istruzione che in grande misura è già sotto controllo dei diversi Stati e dei distretti locali. Il presidente nel suo annuncio dà l’impressione che la pubblica istruzione verrà capovolta da federale a statale. Questa impressione è probabilmente più forte in altri Paesi in cui esistono sistemi centralizzati e strutturati a livello nazionale.

Il curriculum e i bilanci delle scuole pubbliche americane dall’asilo alle “high school”, le scuole superiori, sono determinate dagli Stati e i distretti delineati per diverse comunità. Solo il 15 percento del bilancio delle scuole viene dal governo federale. Il resto viene dal bilancio statale e in molti casi è basato in grande misura sulle tasse agli immobili. Ecco come si spiega il fatto che le scuole “buone” si trovano in zone dove le case costano moltissimo e quelle poco desiderate si trovano in zone abitate dai ceti bassi. Negli ultimi tempi vi sono stati dei cambiamenti che hanno cercato di ridurre queste disparità. In California, dopo l’approvazione della Proposition 13 nel 1978, un referendum che ha imposto il limite di uno percento di tasse sulle case, ha causato un terremoto ai bilanci delle scuole. Con la nuova legge lo Stato si è assunto la responsabilità di stanziare i fondi per le scuole in maniera equa anche se alcune disparità continuano ad esistere.

Il governo federale, con la creazione del Department of Education nel 1979 durante l’amministrazione di Jimmy Carter, ha funzionato in un modo simile, cercando di tappare buchi e ridurre la disparità non solo tra distretti scolastici ma anche fra Stati. Milioni di bambini in comunità svantaggiate, specialmente i disabili, hanno beneficiato dell’assistenza fornita dal Department of Education mediante fondi erogati dal governo federale. Inoltre, mediante leggi approvate dal governo i diritti degli studenti con disabilità sono stati protetti, specialmente negli Stati più poveri, molti dei quali sono grandi sostenitori di Trump.

Il Department of Education è anche stato molto efficace al livello universitario erogando borse di studio per studenti meritevoli e poveri ma anche con la gestione di prestiti. Infatti si calcola che 1.600 miliardi di dollari fanno parte della gestione di questi prestiti che hanno facilitato gli studi universitari a individui con poche risorse finanziarie. Considerando i costi molto alti delle rette universitarie questi prestiti hanno tappato un altro buco facilitando il conseguimento di lauree a individui che in passato non avevano molte opportunità. Joe Biden da presidente ha fatto notevoli sforzi per cancellare parzialmente questi prestiti, specialmente ai laureati dei ceti bassi che hanno grosse difficoltà a ripagarli.

Trump ha preso una strada diversa asserendo falsamente che il Department of Education non serve a nulla e quindi va smantellato. Difatti ha già tagliato i dipendenti del 50 percento e ha anche apportato tagli alle università che senza assistenza federale non possono continuare le loro ricerche, specialmente nel campo della sanità.

L’università della California del Sud, (USC di Los Angeles), uno degli atenei più noti, ha informato il personale di potenziali riduzioni nei loro programmi a causa di probabili tagli dal governo federale. Nel 2024 l’ateneo ha ricevuto 1.35 miliardi di dollari dal governo federale per finanziare le loro ricerche. Altre università versano in condizioni simili. In alcuni casi l’amministrazione Trump ha minacciato ulteriori tagli a quelle università che non eliminano i loro programmi di inclusione. La Columbia University si è inchinata ed ha obbedito per non perdere 400 milioni di dollari federali. Altre università stanno cercando di risolvere la questione delle minacce di Trump senza danneggiare i loro programmi ma mantenendo un minimo di integrità professionale.

L’eliminazione del Department of Education non avverrà completamente perché dovrebbe essere effettuata mediante legislazione. Fino adesso Trump ha governato mediante ordini esecutivi, decreti che in alcuni casi non hanno nessun effetto pratico, come il suo ultimo sulle regole delle elezioni americane. Come si sa, gli stati gestiscono le elezioni secondo le leggi statali con modalità diverse, con minime regole di leggi federali. Quindi legiferare non piace a Trump perché richiede la cooperazione delle due Camere dove i repubblicani hanno leggere maggioranze. Ma l’ostacolo più serio alle legislazioni emergerebbe dal Senato dove vige la regola del filibuster, che richiede la maggioranza ad oltranza di 60 consensi per procedere ai voti. I democratici hanno 47 seggi al Senato e potrebbero, rimanendo compatti, facilmente bloccare l’agenda legislativa di Trump. Ecco come si spiegano le valanghe di ordini esecutivi dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Gli americani non sono favorevoli all’abolizione del Department of Education. Un sondaggio della Quinnipiac University ci informa che il 60% è contrario. Il Department of Education non sarà dunque abolito ma sarà gravemente ferito dalle politiche del 47esimo presidente.




Trump demolisce la sanità pubblica americana: tagli per 12 miliardi di dollari

sistema sanitario americano

sistema sanitario americanoIl Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha improvvisamente bloccato oltre 12 miliardi di dollari di finanziamenti federali destinati agli stati, fondi cruciali per la sorveglianza delle malattie infettive, i servizi di salute mentale e la lotta alle dipendenze.

I tagli, annunciati con effetto immediato, minacciano di paralizzare i dipartimenti sanitari statali, già in difficoltà per la carenza di risorse e il crescente peso di epidemie in ripresa, come la sifilide, e nuove minacce sanitarie, tra cui l’influenza aviaria.

Lunedì sera, i primi avvisi sono stati recapitati alle autorità locali: “Non possono essere svolte attività aggiuntive e non possono essere sostenuti costi aggiuntivi in relazione a questi fondi”, recita la comunicazione ufficiale.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. A Lubbock, in Texas, le autorità sanitarie hanno dovuto interrompere tre progetti finanziati dalle sovvenzioni, inclusa la risposta all’epidemia di morbillo. In altri stati, come Maine e Rhode Island, le amministrazioni stanno ancora valutando l’impatto del provvedimento, mentre in molte aree si profila il licenziamento di epidemiologi e specialisti di dati sanitari.

Secondo alcune stime, il 90% del personale di alcuni team per le malattie infettive potrebbe perdere il posto di lavoro. I finanziamenti tagliati provengono in gran parte dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), per un totale di 11,4 miliardi di dollari, e dalla Substance Abuse and Mental Health Services Administration (SAMHSA), che perde circa 1 miliardo.

Questi fondi erano stati originariamente stanziati dal Congresso per sostenere la risposta al Covid-19, finanziando test, vaccinazioni e la riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Nel 2023, tuttavia, erano stati autorizzati per affrontare altre emergenze sanitarie, tra cui la prevenzione di malattie respiratorie, le vaccinazioni per bambini non assicurati e la gestione delle crisi sanitarie.

Agenzia DIRE – www.dire.it