Trump vuole fare di Hormuz un territorio americano: il Golfo torna sull’orlo dell’escalation

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Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, è diventato il nuovo terreno dello scontro tra Stati Uniti e Iran.

Donald Trump ha pubblicato sui social una cartina nella quale lo stretto appare come “nuovo territorio degli Stati Uniti”, rilanciando una dichiarazione già fatta nei giorni scorsi. Il presidente americano sostiene che gli Stati Uniti ne avrebbero ormai il controllo grazie al blocco navale.

Una dichiarazione che, oltre al suo evidente valore provocatorio, apre interrogativi enormi sul piano politico e giuridico.

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Hormuz non è territorio americano

Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo internazionale situato tra Iran e Oman.

Non appartiene agli Stati Uniti.

La pubblicazione di Trump non modifica quindi lo status giuridico dello stretto: si tratta di una dichiarazione politica, accompagnata da una mappa pubblicata sui social, non dell’acquisizione formale di un nuovo territorio americano.

Ed è proprio questo che rende ancora più pesante la provocazione.

Per Teheran la risposta è stata immediata: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che l’Iran avrebbe presto corretto quelle che considera le “illusioni” del presidente americano.

Uno stretto piccolo, ma fondamentale per il mondo

Hormuz è lungo circa 160 chilometri e nel punto più stretto misura poco più di 30 chilometri.

Ma attraverso questo corridoio passa una quantità enorme di petrolio e gas destinata ai mercati mondiali.

Per questo qualsiasi interruzione prolungata del traffico può avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.

E infatti i mercati stanno già guardando con preoccupazione alla situazione: il prezzo del petrolio è tornato vicino ai 92 dollari al barile, mentre l’incertezza sulle esportazioni energetiche aumenta.

L’Iran dice: lo stretto resta chiuso

Un altro elemento particolarmente preoccupante riguarda proprio la navigazione.

Teheran sostiene che lo stretto resterà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non rispetteranno i termini dell’accordo e non verranno affrontate le questioni legate alle sanzioni.

Trump sostiene invece che il passaggio sia sotto controllo americano e che il blocco navale abbia impedito all’Iran di fermare il traffico. Le due versioni sono quindi profondamente divergenti.

Nel frattempo, la navigazione commerciale continua a essere fortemente condizionata dalla situazione militare.

Una nave è stata inoltre colpita da un proiettile mentre transitava nell’area dello stretto, secondo le informazioni riportate da fonti internazionali.

La tensione arriva negli Emirati

E mentre lo scontro diplomatico si concentra su Hormuz, la tensione militare si è estesa ancora una volta ai Paesi del Golfo.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver rilevato e intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino. I missili sarebbero finiti in mare.

A Dubai è scattato un allarme alla popolazione dopo la segnalazione di una minaccia missilistica e sono state attivate le difese aeree. Sono state inoltre riferite esplosioni nell’area.

È un ulteriore segnale di quanto il conflitto rischi di coinvolgere direttamente un’area molto più vasta rispetto al solo confronto tra Washington e Teheran.

Anche l’Oman finisce nel mirino

Particolarmente delicata è la posizione dell’Oman.

Il Paese ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione e di favorire un’intesa sulla gestione e sulla riapertura dello stretto.

Trump ha però minacciato di colpire l’Oman se dovesse ostacolare un accordo americano con l’Iran. Una minaccia particolarmente grave perché l’Oman è anche un partner degli Stati Uniti.

In altre parole, proprio il Paese che potrebbe contribuire a trovare una via diplomatica rischia di diventare parte del problema.

E i negoziati?

Per il momento le prospettive non sono incoraggianti.

Trump ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con l’Iran.

Teheran, dal canto suo, insiste sulle proprie condizioni per la riapertura dello stretto.

La diplomazia sembra quindi nuovamente bloccata, proprio mentre la situazione militare torna a farsi più pericolosa.

Perché Hormuz interessa anche a noi

Può sembrare una crisi lontanissima dall’Italia e dall’America Latina.

Non lo è.

Quando una parte importante del petrolio mondiale deve attraversare un unico corridoio marittimo e quel corridoio viene minacciato dalla guerra, le conseguenze possono arrivare rapidamente anche nelle nostre economie.

Carburanti più costosi significano trasporti più costosi.

E trasporti più costosi possono significare aumenti dei prezzi di molti prodotti.

La crisi di Hormuz, dunque, non è soltanto una questione militare.

È anche una questione economica globale.

Una provocazione che può diventare qualcosa di molto serio

Definire Hormuz “nuovo territorio degli Stati Uniti” può sembrare, a prima vista, soltanto l’ennesima dichiarazione provocatoria di Donald Trump.

Ma stavolta la frase arriva in un contesto estremamente pericoloso: guerra, traffico marittimo fortemente limitato, minacce tra Stati, missili lanciati verso i Paesi del Golfo e negoziati praticamente fermi.

Ecco perché sarebbe un errore considerarla soltanto una battuta politica.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del sistema economico mondiale.

Se la tensione dovesse aumentare ancora, il problema non rimarrebbe confinato al Golfo Persico.

Potremmo accorgercene tutti.

Alla pompa di benzina, nelle bollette e nei prezzi dei prodotti che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.

Per questo, mentre a Washington e Teheran si alzano i toni, il resto del mondo guarda a Hormuz con crescente preoccupazione.




Ferragosto a Washington, la comunità italiana si ritrova per celebrare l’estate

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Anche a Washington DC il Ferragosto conserva il suo significato di festa italiana, diventando un’occasione per ritrovarsi, conoscere nuove persone e mantenere vivo il legame con le tradizioni del nostro Paese.

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Venerdì 14 agosto, la comunità italiana della capitale statunitense si riunirà per un aperitivo organizzato dal Com.It.Es. di Washington DC insieme all’associazione Italians in DC.

L’appuntamento è fissato alle 18:00 da Rosetta Bakery, all’815 di Connecticut Avenue NW, per una serata dedicata alla convivialità e ai sapori italiani.

Un Ferragosto italiano oltreoceano

L’iniziativa è aperta non soltanto agli italiani residenti nella capitale americana, ma anche agli italofili e a tutti coloro che desiderano conoscere meglio la comunità italiana di Washington.

L’obiettivo è semplice: trascorrere insieme una serata estiva, incontrare vecchi amici e crearne di nuovi, mantenendo quel senso di familiarità che il Ferragosto porta con sé.

Per chi vive lontano dall’Italia, infatti, le feste tradizionali possono assumere un significato ancora più forte.

Non è soltanto una ricorrenza sul calendario.

È un modo per ritrovare, anche a migliaia di chilometri da casa, lingua, cucina, amicizia e cultura italiana.

Il ruolo del Com.It.Es.

Iniziative di questo genere mostrano anche uno degli aspetti meno conosciuti dell’attività dei Comitati degli Italiani all’Estero, i Com.It.Es.

Accanto alle questioni amministrative e alle problematiche che riguardano concretamente gli italiani residenti all’estero, esiste infatti anche una dimensione comunitaria.

Creare occasioni di incontro significa contribuire a mantenere i rapporti tra connazionali e favorire il dialogo tra le diverse generazioni della comunità.

A Washington questa attività viene svolta anche attraverso la collaborazione con associazioni come Italians in DC, che si propone di mettere in contatto gli italiani presenti nella capitale e di promuovere la conoscenza della cultura italiana contemporanea.

Una comunità che continua a incontrarsi

Il Ferragosto di Washington si inserisce in una serie di iniziative organizzate durante l’anno dalla comunità italiana locale.

Il Com.It.Es. ha recentemente promosso anche un Picnic Italiano, mentre sono state organizzate iniziative dedicate al design, alla cultura e all’informazione per gli italiani all’estero.

Sono appuntamenti che raccontano una realtà importante: essere italiani all’estero non significa necessariamente vivere lontani dalle proprie radici.

Le tradizioni possono viaggiare.

E il Ferragosto è forse una delle tradizioni più facili da portare con sé: basta un tavolo, qualcosa di buono da mangiare, un bicchiere da condividere e soprattutto la voglia di stare insieme.

Un piccolo pezzo d’Italia nel cuore di Washington

La serata del 14 agosto non sarà quindi soltanto un aperitivo.

Sarà un piccolo momento nel quale una comunità si riconosce e si ritrova.

E forse è proprio questo uno dei valori più importanti delle comunità italiane all’estero: riuscire a conservare un senso di appartenenza senza chiudersi nel passato, facendo della cultura italiana un elemento di incontro anche con chi italiano non è.

Il Ferragosto, nato come festa profondamente legata alla tradizione italiana, attraversa così l’Atlantico e arriva nel cuore della capitale degli Stati Uniti.

A Washington, per una sera, l’Italia sarà anche un po’ di casa.




Eclissi del 12 agosto: dall’America si vedrà il Sole oscurarsi, ma per la totalità bisogna viaggiare

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Il 12 agosto 2026 il cielo offrirà uno degli spettacoli astronomici più affascinanti dell’anno: un’eclissi totale di Sole che attraverserà una stretta fascia del pianeta.

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Per milioni di persone che vivono nel continente americano, però, la situazione sarà particolare. L’eclissi sarà visibile in diverse zone del Nord America, ma non sarà totale: il disco della Luna coprirà soltanto una parte del Sole. Per assistere alla spettacolare fase di totalità sarà invece necessario trovarsi lungo la stretta traiettoria che attraverserà Groenlandia, Islanda e Spagna.

Ed è proprio questo che potrebbe trasformare l’evento in una nuova occasione di turismo astronomico.

Dagli Stati Uniti al Canada: il cielo si oscurerà

Chi si trova negli Stati Uniti e in Canada non rimarrà comunque escluso dallo spettacolo.

In diverse zone del Nord America sarà possibile osservare un’eclissi parziale, con la Luna che sembrerà “mordere” il disco solare.

L’intensità del fenomeno cambierà notevolmente a seconda della località. Più ci si avvicinerà alla zona settentrionale del continente e alle regioni interessate dalla traiettoria dell’eclissi, maggiore sarà la percentuale di Sole coperta.

Per questo anche negli Stati Uniti e in Canada si stanno organizzando eventi, osservazioni pubbliche e iniziative dedicate all’astronomia.

Ma la vera caccia è alla totalità

La differenza tra un’eclissi parziale e una totale è enorme.

Durante la totalità, la Luna copre completamente il disco solare e per alcuni minuti il giorno si trasforma quasi in una notte improvvisa. Il cielo si oscura, diventano visibili le stelle più luminose e intorno alla Luna appare la corona solare, normalmente invisibile a occhio nudo.

Il 12 agosto la fascia della totalità sarà però molto stretta.

Dall’America settentrionale, quindi, non basterà semplicemente spostarsi da uno Stato all’altro per raggiungerla: per chi vuole vivere l’esperienza completa sarà necessario attraversare l’Atlantico e raggiungere una delle zone interessate.

La Groenlandia: la destinazione più vicina alle Americhe

Per chi vive in Canada o negli Stati Uniti orientali, una delle possibilità geograficamente più interessanti è rappresentata dalla Groenlandia.

La grande isola artica sarà attraversata dalla fascia della totalità.

Non è certamente una destinazione semplice.

Le infrastrutture turistiche sono limitate rispetto a quelle europee e gli spostamenti richiedono una programmazione molto accurata.

Ma proprio per questo la Groenlandia potrebbe diventare una delle destinazioni più particolari per gli “eclipse chasers”, gli appassionati che organizzano i propri viaggi seguendo le eclissi solari nel mondo.

Islanda: l’altra grande destinazione

Un’altra possibilità è l’Islanda, dove il percorso della totalità attraverserà la parte nord-occidentale del Paese.

Per un viaggiatore americano potrebbe essere una soluzione particolarmente interessante: l’Islanda è facilmente raggiungibile dal Nord America rispetto alla Spagna e offre già una struttura turistica estremamente sviluppata.

Inoltre, assistere a un’eclissi totale in un paesaggio islandese fatto di vulcani, ghiacciai e oceano potrebbe trasformare l’esperienza astronomica in una vera vacanza.

L’eclissi del 2026 sarà inoltre particolarmente importante per l’Islanda: sarà la prima eclissi totale visibile dal Paese dal 1954 e la prossima non passerà sull’Islanda fino al 2196.

Spagna: la scelta per chi vuole unire eclissi e turismo

La terza grande possibilità è la Spagna settentrionale, dove la totalità attraverserà diverse zone del Paese.

Qui il vantaggio è evidente: oltre all’eclissi si può organizzare una normale vacanza europea.

Città come Bilbao, Saragozza, Valencia e Palma di Maiorca si trovano lungo o vicino alla fascia della totalità.

Per un americano potrebbe quindi nascere un itinerario particolarmente interessante:

volo dal Nord America → Spagna → eclissi → vacanza in Europa.

In questo caso l’eclissi diventa semplicemente il motivo per partire.

E dall’America Latina?

Per chi vive nella Repubblica Dominicana, in Centro America o in Sud America, la situazione è ancora diversa.

L’eclissi non sarà totale e la visibilità sarà molto più limitata rispetto alle zone settentrionali del continente americano.

Per chi desidera comunque vivere l’esperienza della totalità, quindi, il viaggio sarà inevitabilmente più lungo.

Ma potrebbe anche diventare un’occasione per organizzare una vacanza europea diversa dal solito.

Per esempio, per una famiglia dominicana o italiana residente nella Repubblica Dominicana, un viaggio in Spagna nell’agosto 2026 potrebbe combinare turismo, cultura e un evento astronomico irripetibile.

Attenzione: mai guardare il Sole direttamente

C’è però una regola fondamentale.

Anche durante un’eclissi parziale non bisogna mai guardare direttamente il Sole senza un’adeguata protezione per gli occhi.

Gli occhiali da sole normali non sono sufficienti. Servono appositi filtri solari certificati o strumenti di osservazione progettati specificamente per le eclissi.

È una precauzione essenziale per evitare danni permanenti alla vista.

Un viaggio che comincia dal cielo

L’eclissi del 12 agosto dimostra come il turismo stia scoprendo sempre più una nuova frontiera: viaggiare per assistere a un fenomeno naturale che non può essere ripetuto a piacimento.

Per chi vive nelle Americhe, la scelta sarà abbastanza chiara.

Si potrà restare a casa e osservare l’eclissi parziale.

Oppure si potrà trasformare il fenomeno in un viaggio verso Groenlandia, Islanda o Spagna, alla ricerca di quei pochi minuti nei quali la Luna nasconderà completamente il Sole.

Perché un tramonto, una montagna o una città possono essere rivisti.

Un’eclissi totale, invece, passa una volta. E poi bisogna aspettare.




Stati Uniti, primi due decessi legati all’epidemia di Cyclospora: sotto accusa lattuga contaminata

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Per la prima volta dall’inizio dell’epidemia di ciclosporiasi negli Stati Uniti, le autorità sanitarie hanno confermato due decessi collegati all’infezione provocata dal parassita Cyclospora cayetanensis. Le vittime sono state registrate nello Stato del Michigan, dove si concentra il maggior numero di casi, e presentavano gravi patologie pregresse che potrebbero essere state aggravate dalla disidratazione causata dalla malattia.

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L’epidemia è stata associata principalmente al consumo di lattuga iceberg contaminata, importata dal Messico e distribuita attraverso diverse catene di ristorazione e punti vendita. La Food and Drug Administration (FDA) e i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno avviato un’indagine su scala nazionale e disposto il richiamo di numerosi prodotti a base di lattuga, pur precisando che sono ancora in corso verifiche per accertare se vi siano anche altre fonti di contaminazione.

Oltre undicimila casi nel solo Michigan

Secondo il Dipartimento della Salute del Michigan, nello Stato sono stati segnalati oltre 11.000 casi, con quasi 200 ricoveri ospedalieri. A livello nazionale l’epidemia interessa diversi Stati americani ed è considerata la più estesa mai registrata negli USA per questa infezione.

La ciclosporiasi è una malattia intestinale causata da un parassita microscopico che si trasmette soprattutto attraverso alimenti o acqua contaminati. Il sintomo più caratteristico è una diarrea molto intensa e persistente, spesso accompagnata da crampi addominali, nausea, perdita di appetito, stanchezza e disidratazione. Nella maggior parte delle persone sane la guarigione avviene con cure adeguate, ma nei soggetti anziani o con un sistema immunitario compromesso le complicazioni possono essere gravi.

Richiami e raccomandazioni

Le autorità sanitarie invitano i consumatori a non consumare la lattuga interessata dal richiamo e a verificare eventuali prodotti ancora presenti nei frigoriferi domestici. Anche il semplice lavaggio delle foglie potrebbe non essere sufficiente a eliminare completamente il parassita, motivo per cui il richiamo rappresenta la misura di prevenzione più efficace.

Gli esperti sottolineano inoltre che chi sviluppa diarrea persistente dopo aver consumato insalate o altri ortaggi freschi dovrebbe rivolgersi al proprio medico, soprattutto se appartiene a categorie considerate più vulnerabili.

Un campanello d’allarme sulla sicurezza alimentare

L’episodio riaccende il dibattito sulla sicurezza della filiera alimentare internazionale e sull’importanza dei controlli lungo tutta la catena di produzione e distribuzione. In un mercato sempre più globalizzato, un alimento contaminato può raggiungere rapidamente migliaia di consumatori in diversi Stati e rendere molto complessa l’individuazione dell’origine del problema.

Le indagini della FDA e del CDC proseguono per ricostruire con precisione il percorso dei prodotti contaminati e prevenire nuovi casi. Nel frattempo, le autorità sanitarie ribadiscono che il rischio maggiore riguarda soprattutto anziani, persone immunodepresse e soggetti con patologie croniche, invitando queste categorie a prestare particolare attenzione agli avvisi di richiamo alimentare.




Italiani all’estero, il MAIE rilancia la presenza nelle Americhe: da settembre tour tra Centro America, Stati Uniti e Canada

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Il Movimento Associativo Italiani all’Estero (MAIE) punta a rafforzare la propria presenza sul territorio americano con una nuova serie di incontri dedicati alle comunità italiane. A partire dal mese di settembre prenderà il via un tour che interesserà diversi Paesi del Centro America, per poi proseguire negli Stati Uniti e in Canada, con l’obiettivo di consolidare il dialogo con i connazionali e ampliare la rete organizzativa del movimento.

Ad annunciare l’iniziativa è stato il vicepresidente del MAIE, Vincenzo Odoguardi, che ha ribadito come l’attività del movimento non sia limitata ai periodi elettorali, ma prosegua durante tutto l’anno attraverso il contatto diretto con le comunità italiane residenti all’estero.

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Secondo Odoguardi, il lavoro del MAIE si fonda su tre elementi considerati essenziali: presenza sul territorio, ascolto delle esigenze dei connazionali e comunicazione costante. Una strategia che punta a raccogliere le problematiche vissute dagli italiani all’estero e a trasformarle in proposte da portare all’attenzione delle istituzioni italiane.

Incontri con le comunità italiane

Il programma prevede visite e incontri con rappresentanti delle collettività italiane, associazioni, Comites e operatori impegnati nella promozione della cultura italiana. L’obiettivo è rafforzare il coordinamento tra i diversi referenti del MAIE e favorire una maggiore partecipazione delle comunità locali alle attività del movimento.

Negli ultimi anni il MAIE ha ampliato la propria presenza in diversi Paesi delle Americhe attraverso la nomina di nuovi coordinatori territoriali e l’organizzazione di iniziative dedicate ai servizi consolari, alla promozione del Made in Italy, alla lingua italiana e al sostegno delle comunità dei connazionali.

Un percorso iniziato da tempo

Il tour annunciato per l’autunno rappresenta la prosecuzione di un percorso già avviato negli ultimi anni, durante i quali il movimento ha intensificato la propria attività in Nord e Centro America con incontri pubblici, visite istituzionali e iniziative rivolte agli italiani residenti all’estero.

Secondo il vicepresidente Odoguardi, la crescita della rete territoriale consentirà di mantenere un contatto sempre più diretto con le comunità italiane e di raccogliere con maggiore efficacia le esigenze dei cittadini che vivono fuori dall’Italia.

Il tema della rappresentanza

L’iniziativa arriva in un momento di particolare attenzione verso il mondo dell’emigrazione italiana, anche in vista del rinnovo dei Comites e del dibattito sulle future politiche dedicate agli italiani residenti all’estero.

Per milioni di connazionali che vivono nelle Americhe, il rafforzamento del dialogo con associazioni, organismi di rappresentanza e realtà territoriali continua a rappresentare uno degli strumenti più importanti per mantenere vivo il legame con l’Italia e portare all’attenzione delle istituzioni le esigenze delle comunità emigrate.




Paura sul volo Roma-Philadelphia: sei assistenti di volo si sentono male

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Momenti di forte apprensione a bordo di un volo American Airlines partito da Roma Fiumicino e diretto a Philadelphia. L’aereo è stato costretto a interrompere la traversata atlantica e ad atterrare d’urgenza all’aeroporto di Dublino, in Irlanda, dopo che sei membri dell’equipaggio di cabina hanno accusato un improvviso malore.

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Il Boeing 787-9 Dreamliner era decollato da Roma nel primo pomeriggio e, dopo circa tre ore di volo, mentre sorvolava il Nord Europa, il comandante ha deciso di cambiare rotta e dirigersi verso lo scalo irlandese, dichiarando un’emergenza medica.

All’atterraggio, l’aereo è stato raggiunto dai servizi di emergenza aeroportuali. I paramedici hanno prestato assistenza ai membri dell’equipaggio colpiti dal malore e a un passeggero che, secondo le prime informazioni, avrebbe manifestato sintomi analoghi. Fortunatamente nessuno sarebbe in pericolo di vita.

Le cause dell’incidente sono ancora oggetto di accertamenti. In una prima dichiarazione, American Airlines ha riferito che a bordo era stato avvertito un “odore sgradevole”, circostanza che potrebbe aver provocato i malesseri dell’equipaggio. Dopo l’atterraggio, il velivolo è stato sottoposto a controlli tecnici per verificare la qualità dell’aria all’interno della cabina e individuare l’origine del problema.

L’episodio si è concluso senza conseguenze gravi, ma evidenzia ancora una volta come, in presenza di qualsiasi anomalia che possa compromettere la sicurezza di passeggeri ed equipaggio, i protocolli internazionali prevedano l’atterraggio immediato nello scalo idoneo più vicino.

American Airlines dovrà ora chiarire l’esatta natura dell’inconveniente prima che l’aeromobile possa tornare regolarmente in servizio.




New York, due giornate straordinarie per richiedere la Carta d’Identità Elettronica

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Il Consolato Generale d’Italia a New York apre eccezionalmente le proprie porte il 23 e 24 luglio con un Open Day dedicato al rilascio della Carta d’Identità Elettronica (CIE). L’iniziativa nasce per ridurre i tempi di attesa e offrire ai connazionali residenti nella circoscrizione consolare un’opportunità aggiuntiva per ottenere il documento d’identità.

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L’accesso sarà possibile nelle due giornate dalle 13:15 alle 17:15, presso la sede del Consolato in 690 Park Avenue, a Manhattan. Per partecipare è necessario prenotare il proprio appuntamento attraverso il portale Prenot@Mi, come previsto per tutti i servizi consolari.

La Carta d’Identità Elettronica rappresenta oggi uno dei principali documenti di riconoscimento dei cittadini italiani. Oltre ad attestare l’identità personale, può essere utilizzata come documento di viaggio all’interno dei Paesi dell’Unione Europea e permette di accedere a numerosi servizi digitali della Pubblica Amministrazione italiana tramite SPID.

Per richiedere la CIE è indispensabile essere iscritti all’AIRE, risultare residenti nella circoscrizione del Consolato di New York e avere la propria posizione anagrafica aggiornata. La carta non viene consegnata allo sportello il giorno dell’appuntamento, ma viene successivamente spedita all’indirizzo di residenza del richiedente dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

L’Open Day si inserisce nelle iniziative promosse dalla rete consolare italiana per migliorare l’accesso ai servizi destinati alle comunità italiane all’estero, in un periodo caratterizzato da una forte richiesta di documenti d’identità e passaporti.




Mandati di comparizione ai cronisti del New York Times: il caso Air Force One riaccende il conflitto con la Casa Bianca

presidente trump arriva a bordo del marine one diretto al liv golf miami

“Questo atto sfacciato non dovrebbe essere considerato altro che un tentativo di impedire al pubblico di sapere cosa sta succedendo nel proprio Paese, intimidendo i giornalisti e impedendo loro di svolgere il proprio lavoro”. Questa è stata la reazione di David McGraw, il legale principale del New York Times, ai mandati di comparizione ricevuti da cinque giornalisti del giornale dal Dipartimento di Giustizia statunitense. I cinque giornalisti avevano riportato che l’aereo presidenziale donato dal Qatar a Donald Trump, il nuovo Air Force One, non era sicuro e che il presidente era stato costretto ad usare il velivolo vecchio per ritornare in Inghilterra e poi negli Usa dopo il vertice NATO in Turchia. I giornalisti avevano riportato che il cambiamento di velivolo era dovuto alle preoccupazioni del Secret Service, che vedeva un pericolo data la vicinanza di Ankara all’Iran. Trump, che aveva lodato la bellezza del nuovo aereo presidenziale, ha spiegato il cambiamento con l’idea di farlo vedere ai militari americani in Inghilterra.

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Una situazione imbarazzante per Trump perché i giornalisti hanno riportato che il nuovo aereo presidenziale, dopo essere stato rimodellato, non conteneva i sistemi di sicurezza necessari per la protezione. L’inquilino della Casa Bianca, dopo aver appreso le notizie, ha scatenato un’indagine per scoprire chi fosse il responsabile della fuga di informazioni che lui considera riservate. Gli atti di comparizione potrebbero costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti, il che sarebbe una violazione del Primo Emendamento della Costituzione americana. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro, ma quando smentiscono Trump, facendo notare la sua ipocrisia se non le sue menzogne, lui ovviamente va su tutte le furie cercando di trovare un capro espiatorio.

I media sono un bersaglio che a lui piace tanto, anche perché i loro grandi proprietari hanno tanti altri interessi che oscurano quelli giornalistici e vogliono mantenere buoni rapporti con il potere, temendo ritorsioni che Trump non esita ad attuare. Nel mese di dicembre del 2024 la ABC News ha patteggiato con Trump, riconoscendo la colpa del conduttore George Stephanopoulos, che aveva accusato il Tycoon di essere stato condannato per aggressione sessuale nel caso di E. Jean Carroll. L’accordo ha incluso un risarcimento di 15 milioni di dollari destinati alla futura costruzione della biblioteca presidenziale di Trump, 1 milione per le spese legali e una scusa pubblica sul sito della ABC. Tutti gli analisti ritengono che in un eventuale processo la ABC avrebbe prevalso; tuttavia, la Walt Disney Company, proprietaria della rete televisiva, ha ceduto, preoccupata per altri affari che il presidente potrebbe mettere in pericolo.

Anche le piattaforme social, che dopo gli assalti al Campidoglio del 2021 avevano chiuso gli account di Trump, poco a poco hanno fatto marcia indietro. Facebook, Instagram e X (già Twitter) hanno riaperto le porte a Trump, ma lui ha preferito concentrarsi sull’uso della sua piattaforma Truth Social, anche per ragioni finanziarie. Mark Zuckerberg, padrone di Meta, ha patteggiato con Trump pagandogli 25 milioni di dollari per avergli sospeso l’account nel 2021. Anche X ha risolto una causa intrapresa da Trump per simili ragioni, pagando 10 milioni di dollari al 47esimo presidente. I padroni di questi media temono, anche se non lo ammettono, che il loro business ne soffra, sia perché hanno contratti miliardari con il governo, sia per l’influenza della Federal Communications Commission, agenzia del governo che regola le comunicazioni e che potrebbe revocare le loro concessioni.

Gli ovvi attacchi ai giornalisti del New York Times non avranno successo perché, a differenza degli altri media corporativi, la storica testata americana concentra tutti i suoi sforzi commerciali sull’informazione. Una denuncia di Trump per 15 miliardi di dollari, sostenendo l’esistenza di una diffamazione da parte del New York Times, è stata respinta da un giudice federale, anche se il presidente ha fatto ricorso in appello. Nonostante alcune critiche sulla sua linea editoriale, il giornale ha difeso i diritti dei giornalisti e i principi fondamentali del Primo Emendamento. Lo fa perché ne va della sua sopravvivenza, avvantaggiato dal fatto che non può essere colpito dal presidente in mancanza di attività commerciali extragiornalistiche.

Ma anche i media corporativi con altri interessi di tanto in tanto si comportano con una dose di integrità. La NBC e la ABC si sono recentemente rifiutate di trasmettere il discorso alla nazione di Trump perché si sapeva che avrebbe parlato della bufala dell’elezione rubatagli nel 2024. In effetti, queste reti hanno rifiutato di essere complici e di fare il gioco propagandistico del presidente. Trump lo ha notato e ha dichiarato che queste due reti dovrebbero perdere le loro concessioni: un’ovvia minaccia che fa pensare a un intervento della Federal Communications Commission.

Al momento di scrivere siamo informati proprio da Trump che l’uso dell’aereo donato dal Qatar sarà sospeso e il velivolo sarà sottoposto a manutenzione per una serie di aggiornamenti che dureranno un mese. Il presidente Usa ha aggiunto di essere “il bersaglio numero uno nella lista da uccidere dell’Iran”. In effetti, queste sue dichiarazioni confermano che le notizie dei giornalisti del New York Times sono affidabili. Confermano anche quanto un’informazione libera sia essenziale per il funzionamento della democrazia.




Israele: “L’Iran vuole assassinare Trump”

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Israele avverte gli Stati Uniti: scoperto un nuovo presunto complotto per assassinare il presidente americano.

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Donald Trump torna nel mirino dell’Iran. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’intelligence israeliana avrebbe informato le autorità statunitensi di aver raccolto nuove informazioni su un presunto piano orchestrato da Teheran per assassinare il presidente degli Stati Uniti.

La segnalazione, trasmessa a Washington nei giorni scorsi, arriva in un momento di forte tensione tra Israele, Iran e Stati Uniti, alimentando ulteriormente le preoccupazioni per la sicurezza dell’inquilino della Casa Bianca.

Secondo le informazioni pubblicate dal quotidiano americano, i servizi segreti israeliani avrebbero individuato elementi che farebbero pensare a un nuovo tentativo di colpire Trump. Al momento, tuttavia, i dettagli dell’operazione non sono stati resi noti e non risultano conferme ufficiali da parte della Casa Bianca.

L’ostilità tra Teheran e Donald Trump risale al gennaio 2020, quando un attacco ordinato dagli Stati Uniti provocò la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran. Da allora, numerosi esponenti della Repubblica islamica hanno promesso vendetta, indicando più volte Trump come uno dei principali responsabili dell’operazione.

Negli ultimi anni le autorità statunitensi hanno già denunciato altri presunti complotti riconducibili all’Iran contro l’ex presidente, rafforzando il dispositivo di sicurezza che lo circonda.

La nuova allerta rilanciata dall’intelligence israeliana rischia ora di aumentare ulteriormente la tensione internazionale, proprio mentre il confronto tra Washington e Teheran resta tra i dossier più delicati della politica mondiale.

Se le informazioni dovessero essere confermate, si tratterebbe dell’ennesimo episodio di una lunga guerra nell’ombra combattuta tra Iran, Israele e Stati Uniti, una partita che da anni si svolge ben oltre i confini del Medio Oriente.

 

#Trump #Iran #Israele #USA #MedioOriente #Washington #PoliticaInternazionale #FattiNostri




Trump: “L’Iran è un cancro da estirpare. Il cessate il fuoco è finito”

conferenza stampa del presidente trump

Nuovi raid americani contro obiettivi iraniani. Teheran risponde colpendo basi USA in Kuwait e Bahrein. Sale il rischio di un’escalation in Medio Oriente.

conferenza stampa del presidente trump

Il fragile tentativo di riportare la calma in Medio Oriente sembra essersi definitivamente incrinato.

Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi militari iraniani, motivandoli come risposta agli attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e ad altre azioni attribuite a Teheran.

La risposta iraniana non si è fatta attendere.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato di aver colpito installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti basi americane nel Golfo Persico. Secondo Washington e le autorità locali, sono stati attivati i sistemi di difesa, mentre la situazione resta in rapida evoluzione.

L’escalation ha avuto immediate ripercussioni anche sui mercati internazionali.

Il timore che il conflitto possa compromettere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale, ha spinto al rialzo il prezzo del greggio e riacceso le preoccupazioni per possibili effetti sull’economia globale.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato che il memorandum d’intesa che avrebbe dovuto aprire la strada a una tregua è ormai “finito”, pur senza escludere del tutto futuri contatti diplomatici. Il rischio, tuttavia, è che le prossime ore siano dominate dalla logica della risposta militare più che da quella del negoziato.

Il punto di Fatti Nostri

Per gli italiani che vivono nelle Americhe, questa guerra può sembrare lontana.

In realtà, le conseguenze potrebbero arrivare rapidamente anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Un aumento del prezzo del petrolio significa carburanti più cari, maggiori costi per i trasporti, possibili rincari dei beni importati e nuove pressioni sull’inflazione. Paesi come la Repubblica Dominicana, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, potrebbero risentirne in tempi brevi.

È per questo che ciò che accade nel Golfo Persico non riguarda soltanto la geopolitica: può incidere anche sulla vita quotidiana di milioni di persone, comprese quelle che vivono nei Caraibi e nel continente americano.