La portaerei di Trump nei Caraibi: Cuba prova a trattare mentre cresce la tensione con Washington

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sin títuloL’ennesima escalation verbale tra Washington e L’Avana riporta i Caraibi al centro dello scontro geopolitico internazionale. Donald Trump ha infatti rilanciato toni durissimi contro Cuba, evocando perfino l’ipotesi di inviare una portaerei statunitense a poche decine di metri dalle coste dell’isola.

Durante un evento privato in Florida, il presidente statunitense ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero “prendere il controllo” di Cuba “quasi immediatamente”, lasciando intendere che, una volta conclusa la crisi in Medio Oriente, l’attenzione della Casa Bianca potrebbe spostarsi proprio sui Caraibi. Trump ha citato la portaerei USS Abraham Lincoln, immaginandola schierata davanti alle coste cubane come dimostrazione di forza.

Le dichiarazioni arrivano in un momento già estremamente delicato per Cuba. Negli ultimi mesi Washington ha rafforzato le sanzioni economiche contro il governo di Miguel Díaz-Canel, colpendo anche banche straniere e aziende accusate di collaborare con L’Avana. La crisi energetica, aggravata dalla riduzione delle forniture venezuelane e dal collasso economico interno, ha provocato blackout continui, proteste popolari e crescente malcontento sociale.

Secondo diverse indiscrezioni circolate negli ambienti politici e militari statunitensi, il Pentagono starebbe aggiornando piani operativi relativi a possibili scenari di crisi nell’isola caraibica. Fonti vicine all’amministrazione Trump parlano di “analisi preventive” nel caso di un eventuale collasso del regime cubano.

Nel frattempo, Cuba tenta di mantenere aperto un canale diplomatico con Washington. Nelle ultime settimane si sarebbero svolti incontri riservati tra funzionari statunitensi e rappresentanti vicini alla famiglia Castro, mentre il governo cubano continua ufficialmente a chiedere “dialogo senza condizioni” e rispetto della sovranità nazionale.

La situazione ricorda, almeno simbolicamente, alcune delle pagine più tese della Guerra Fredda. Anche se oggi il contesto internazionale è completamente diverso rispetto alla crisi dei missili del 1962, il ritorno di navi militari americane nei Caraibi e il linguaggio aggressivo usato dalla Casa Bianca stanno alimentando preoccupazioni in tutta l’America Latina.

Per gli osservatori internazionali, resta difficile capire quanto delle parole di Trump rappresenti una reale strategia militare e quanto invece sia parte della sua tradizionale comunicazione politica spettacolare. Tuttavia, l’effetto sull’isola è già concreto: maggiore isolamento economico, nervosismo interno e timore di una nuova stagione di confronto diretto tra Stati Uniti e Cuba.




Dopo il vertice Trump-Xi, il confronto USA-Iran entra in una nuova fase

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Dopo mesi di tensioni crescenti nel Golfo Persico, attacchi indiretti, minacce reciproche e timori per il programma nucleare iraniano, Washington e Pechino sembrano avere trovato almeno un interesse comune: evitare un’escalation incontrollabile che potrebbe destabilizzare l’intera economia mondiale. Secondo quanto riferito da Trump al termine del summit, sia Stati Uniti che Cina concordano sul fatto che l’Iran non debba dotarsi dell’arma nucleare e che le rotte energetiche internazionali debbano restare aperte.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, però, restano differenze profonde.

La Cina continua infatti a considerare l’Iran un partner strategico fondamentale, sia dal punto di vista energetico che geopolitico. Per Pechino, Teheran rappresenta un tassello importante della Nuova Via della Seta e un alleato utile per bilanciare la presenza americana in Medio Oriente. Per questo motivo Xi Jinping sembra intenzionato a favorire una mediazione, ma senza abbandonare gli iraniani. Diversi osservatori internazionali ritengono che la Cina potrebbe aiutare Trump nella gestione della crisi solo in cambio di concessioni commerciali e politiche su altri dossier sensibili, a partire dai dazi e dalla questione di Taiwan.

Anche la posizione americana appare oggi più pragmatica rispetto alle settimane precedenti. La Casa Bianca deve fare i conti con il rischio di una nuova impennata del prezzo del petrolio, con l’inflazione energetica e con le tensioni interne negli Stati Uniti. Una guerra aperta contro l’Iran avrebbe conseguenze economiche e politiche enormi.

Per questo l’amministrazione Trump sembra orientata verso una strategia basata su quattro punti:

  • riduzione delle tensioni militari;
  • riapertura stabile delle rotte marittime nel Golfo;
  • congelamento del programma nucleare iraniano;
  • possibile alleggerimento graduale di alcune sanzioni.

Il problema principale resta però la totale mancanza di fiducia reciproca. L’Iran continua a chiedere garanzie contro eventuali attacchi futuri e pretende la revoca delle sanzioni economiche, mentre Washington insiste su controlli severi sul nucleare e sui missili balistici iraniani.

In questo scenario, la Cina potrebbe diventare il vero arbitro internazionale della crisi. È forse questo l’aspetto più importante emerso dal vertice tra Trump e Xi: Pechino non appare più soltanto come una potenza economica globale, ma come un attore diplomatico sempre più decisivo negli equilibri del Medio Oriente.

Per ora il rischio di una guerra totale sembra essersi allontanato. Ma la partita tra Stati Uniti e Iran resta apertissima, e molto dipenderà dalla capacità delle grandi potenze di trasformare la tregua diplomatica di queste settimane in un negoziato concreto e duraturo.




Trump vola in Cina mentre il mondo guarda all’Iran: “Non abbiamo bisogno del loro aiuto”

incontro trump xi

incontro trump xi
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA, XI JINPING PRESIDENTE REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Donald Trump è arrivato a Pechino in una delle fasi internazionali più delicate degli ultimi anni. Ad accoglierlo in Cina ci sono stati il tradizionale tappeto rosso, guardie d’onore e una macchina diplomatica imponente, segno dell’importanza attribuita all’incontro con il presidente cinese Xi Jinping. Ma dietro le immagini ufficiali si nasconde una realtà molto più tesa.

Sul tavolo non ci sono soltanto i rapporti commerciali tra le due superpotenze o la competizione tecnologica sull’intelligenza artificiale. A dominare il vertice è soprattutto la crisi con l’Iran, che continua ad alimentare instabilità in tutto il Medio Oriente.

Prima di partire, Trump ha voluto mandare un messaggio molto chiaro, quasi una sfida diplomatica: “Non abbiamo bisogno dell’aiuto della Cina”, riferendosi alla gestione del conflitto iraniano. E ha aggiunto che neppure la NATO sarebbe stata realmente necessaria.

Parole che fanno rumore, soprattutto perché arrivano mentre Washington cerca contemporaneamente di mantenere aperto il dialogo con Pechino e di mostrare fermezza sul piano militare.

È il primo viaggio di un presidente americano in Cina da molti anni e arriva in un momento estremamente complicato. Trump si presenta a Pechino accompagnato da figure di peso dell’economia e della tecnologia americana, tra cui dirigenti legati a colossi come Nvidia, Apple e Tesla.

Dietro le strette di mano, però, si gioca una partita gigantesca: commercio, Taiwan, energia, intelligenza artificiale e soprattutto la guerra in Iran.

La Cina, infatti, mantiene rapporti strategici con Teheran ed è uno dei principali acquirenti del petrolio iraniano. Per questo molti osservatori ritenevano che Washington potesse cercare un aiuto cinese per raffreddare il conflitto. Trump, invece, ha scelto una linea diversa: dialogare con Xi senza dare l’impressione di aver bisogno della sua mediazione.

Le dichiarazioni del presidente americano mostrano sicurezza, ma la situazione internazionale appare tutt’altro che tranquilla. Il conflitto con l’Iran continua infatti a provocare tensioni nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e in diversi Paesi del Medio Oriente. Petrolio, rotte marittime e sicurezza globale restano appesi a un equilibrio fragile.

Nel frattempo, anche i rapporti tra Stati Uniti e alleati occidentali sembrano attraversare una fase complicata. Trump ha nuovamente criticato la NATO, accusandola di non essere stata sufficientemente presente nei momenti più difficili.

Molti analisti vedono questo viaggio come qualcosa di più di una semplice visita diplomatica. È un test sul futuro degli equilibri mondiali.

Da una parte ci sono Stati Uniti e Cina, legati economicamente ma rivali strategici. Dall’altra c’è un Medio Oriente che continua a incendiare la politica internazionale.

Trump cerca di mostrarsi forte e indipendente, ma resta da capire se le grandi potenze riusciranno davvero a collaborare oppure se il mondo stia entrando in una nuova fase di confronto permanente tra blocchi.

E forse è proprio questa la sensazione più inquietante di questi giorni: mentre i leader sorridono davanti alle telecamere, il pianeta appare sempre più nervoso, diviso e imprevedibile.




Venezuela, il “51° Stato” degli USA?

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image 10Trump rilancia la provocazione e Caracas reagisce: “Non siamo una colonia”

Non è più soltanto una teoria circolata sui social o una provocazione da talk show. A rilanciare apertamente l’idea che il Venezuela possa diventare il “51° Stato” degli Stati Uniti è stato direttamente il presidente americano Donald Trump, durante una intervista a Fox News e con successivi messaggi pubblicati su Truth Social.

Trump ha dichiarato di stare “seriamente considerando” questa possibilità, sottolineando soprattutto l’enorme valore strategico del petrolio venezuelano, che secondo lui rappresenterebbe una ricchezza da decine di migliaia di miliardi di dollari.

La frase ha immediatamente provocato reazioni durissime in America Latina. La presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha respinto categoricamente l’idea, dichiarando che “il Venezuela non è una colonia” e ribadendo la sovranità del Paese.

Ad aumentare la tensione è stata anche la pubblicazione, da parte di Trump, di una immagine del Venezuela colorato con la bandiera statunitense e accompagnato dalla scritta “#51st State”. L’immagine è stata poi rilanciata anche da ambienti vicini alla Casa Bianca, alimentando polemiche internazionali.

Dietro quella che molti osservatori definiscono una provocazione politica, si nasconde però una questione molto seria. Il Venezuela possiede infatti una delle maggiori riserve petrolifere del pianeta ed è considerato strategico nella competizione geopolitica tra Stati Uniti, Cina e Russia. Dopo anni di crisi, Washington sembra voler rafforzare la propria influenza nell’area caraibica e sudamericana.

L’ipotesi di una vera annessione resta comunque praticamente impossibile. Una trasformazione del Venezuela in Stato americano richiederebbe non solo l’approvazione del Congresso USA, ma anche il consenso delle istituzioni venezuelane e della popolazione locale. Inoltre provocherebbe uno scontro diplomatico enorme in tutto il continente latinoamericano.

Tuttavia, le parole di Trump mostrano quanto il Venezuela sia tornato al centro delle strategie internazionali americane. E ciò che fino a poco tempo fa sembrava fantapolitica oggi viene discusso apertamente ai massimi livelli politici, tra provocazioni mediatiche, interessi energetici e nuove tensioni globali.




Iran-USA, Trump pessimista: “La tregua ha solo l’1% di possibilità di sopravvivere”

il presidente usa donald j. trump parla con i membri dei media

il presidente usa donald j. trump parla con i membri dei media
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Secondo Donald Trump, la tregua tra Stati Uniti e Iran sarebbe ormai appesa a un filo. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente americano ha descritto il cessate il fuoco come “in terapia intensiva”, sostenendo che avrebbe appena “l’1% di possibilità di sopravvivere”. Le dichiarazioni arrivano dopo il rifiuto da parte di Teheran dell’ultima proposta negoziale avanzata da Washington.

Trump ha accusato la leadership iraniana di voler guadagnare tempo senza rinunciare alle proprie ambizioni nucleari, definendo “inaccettabili” le condizioni poste dalla Repubblica islamica. Nonostante i toni durissimi, il presidente statunitense ha però lasciato aperta la porta alla diplomazia, affermando che una soluzione politica sarebbe ancora “molto possibile”.

La crisi continua intanto a pesare sull’intero Medio Oriente e sui mercati energetici mondiali. Al centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, fondamentale per il traffico petrolifero globale, mentre cresce il timore di una nuova escalation militare dopo settimane di tensioni, sanzioni e minacce reciproche.




Trump-Iran: verso una nuova guerra o verso un compromesso forzato?

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b34261d85215020d8998f073dced7dacIl rifiuto da parte di Donald Trump della risposta iraniana al piano di pace americano apre una fase estremamente delicata per il Medio Oriente e per l’economia mondiale. Il presidente statunitense ha definito la proposta di Teheran “totalmente inaccettabile”, mentre l’Iran ha ribadito di non voler rinunciare né al proprio programma nucleare né al controllo strategico dello #Stretto di Hormuz.

Dietro le dichiarazioni ufficiali si intravede uno scenario molto più complesso: nessuna delle due parti sembra realmente pronta a una pace immediata, ma nemmeno a una guerra totale fuori controllo. Ed è proprio questo equilibrio instabile a rendere la situazione pericolosa.

Il punto centrale della crisi non è soltanto il nucleare iraniano. È soprattutto il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. L’Iran continua a limitarne il traffico marittimo, mentre gli Stati Uniti mantengono pressioni militari e navali nella regione.

Se la tensione dovesse aumentare, le conseguenze economiche potrebbero essere immediate:

  • aumento del prezzo del petrolio;
  • nuova impennata dell’inflazione mondiale;
  • rincari energetici in Europa;
  • crescita dei costi dei trasporti e dei prodotti alimentari;
  • instabilità dei mercati finanziari.

I primi segnali si vedono già: il petrolio è tornato a salire subito dopo le dichiarazioni di Trump.

Una guerra limitata ma continua è lo scenario più probabile nel breve periodo. Gli Stati Uniti e Israele potrebbero continuare attacchi mirati contro obiettivi iraniani, mentre Teheran risponderebbe attraverso droni, milizie alleate e pressioni sul traffico marittimo. In pratica: una guerra “a bassa intensità”, ma costante.

Questo permetterebbe a Trump di mantenere una posizione di forza politica senza entrare in un conflitto totale che potrebbe diventare impopolare anche negli Stati Uniti.

Oppure si potrebbe andare verso un accordo temporaneo. Nonostante i toni aggressivi, entrambe le parti potrebbero arrivare a un compromesso tecnico:

  • riapertura parziale di Hormuz;
  • sospensione limitata dell’arricchimento dell’uranio;
  • alleggerimento di alcune sanzioni;
  • tregua militare indiretta.

Sarebbe una soluzione fragile, ma utile per evitare il collasso economico regionale. Anche Cina e Paesi del Golfo starebbero spingendo in questa direzione.

Il rischio più grave resta però quello di un allargamento del conflitto:

  • Hezbollah dal Libano;
  • milizie sciite in Iraq e Siria;
  • attacchi contro petroliere;
  • coinvolgimento diretto di Arabia Saudita o Emirati.

In quel caso il Medio Oriente potrebbe precipitare nella crisi più grave dai tempi della guerra in Iraq del 2003.

Trump sembra puntare sulla stessa strategia già usata durante il suo primo mandato: pressione economica massima, isolamento diplomatico e minaccia militare costante. Tuttavia molti analisti ricordano che il ritiro americano dall’accordo nucleare del 2018 contribuì proprio a rafforzare la radicalizzazione iraniana.

Oggi il problema è ancora più delicato: l’Iran appare militarmente indebolito, ma politicamente disposto a resistere pur di non apparire sconfitto davanti alla propria popolazione e al mondo islamico.

Mentre Stati Uniti, Russia e Cina giocano la loro partita geopolitica, potrebbe essere l’Europa a subire le conseguenze economiche più pesanti:

  • energia più cara;
  • nuove ondate migratorie;
  • instabilità commerciale;
  • rallentamento della crescita.

Per Paesi già provati da inflazione e crisi energetica, una nuova emergenza in Medio Oriente potrebbe trasformarsi in un duro colpo sociale ed economico.

Al momento la sensazione è che nessuno voglia davvero cedere. Trump vuole mostrare fermezza. L’Iran vuole evitare un’umiliazione politica. Israele continua a considerare il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale.

Per questo motivo il rischio non è tanto una guerra mondiale immediata, quanto un lungo periodo di instabilità permanente, fatto di tregue fragili, crisi improvvise e tensioni capaci di influenzare tutta l’economia globale.




USA-Iran, tregua armata nel Golfo: Trump minimizza, ma Hormuz resta una polveriera

il presidente donald trump pronuncia il suo discorso sullo stato dell'unione

il presidente donald trump pronuncia il suo discorso sullo stato dell'unione

Lo Stretto di Hormuz continua a essere il punto più caldo del pianeta. Nelle ultime ore Stati Uniti e Iran sono tornati a scambiarsi attacchi tra missili, droni e operazioni navali, ma Donald Trump ha liquidato tutto come “semplici buffetti”, insistendo sul fatto che la tregua regge ancora e che i negoziati non sono interrotti.

Secondo il presidente americano, Teheran avrebbe colpito alcuni cacciatorpediniere statunitensi nello Stretto di #Hormuz senza provocare danni seri, mentre la risposta americana avrebbe distrutto diverse postazioni iraniane. Nonostante questo, Washington continua a parlare di cessate il fuoco e di possibile accordo diplomatico.

Dietro le dichiarazioni ufficiali, però, emerge una realtà diversa: nessuna delle due parti sembra davvero pronta a una guerra totale. Gli Stati Uniti hanno mostrato forza militare, ma sanno che un conflitto lungo nel Golfo potrebbe avere costi economici e politici enormi, soprattutto con il petrolio già in tensione e i mercati nervosi. Anche l’Iran, pur continuando a sfidare Washington, appare interessato soprattutto a dimostrare di non essersi piegato senza però arrivare allo scontro definitivo.

L’impressione è che alla fine si arriverà a una sorta di accordo “imperfetto”. Trump avrà bisogno di presentarlo come una vittoria personale, sostenendo di aver costretto Teheran a trattare da una posizione di forza. L’Iran, invece, cercherà di salvare la faccia davanti al proprio popolo e al mondo sciita, continuando a proclamare di aver resistito all’America. In pratica, entrambe le parti potrebbero dichiararsi vincitrici senza che nessuno abbia realmente vinto.

È difficile immaginare una pace stabile e definitiva. Troppi interessi regionali, troppe milizie coinvolte e troppa diffidenza reciproca. Più probabile una lunga fase di tensione controllata: qualche incidente militare, minacce, nuove trattative e tregue fragili. Una specie di guerra fredda nel Golfo Persico, con Hormuz destinato a restare una miccia accesa sotto il mercato mondiale del petrolio.




Shakira torna ai Mondiali: ecco “Dai Dai”, il nuovo inno di FIFA 2026

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immagine 2026 05 07 224301 1024x472La regina dei #Mondiali torna in campo. Dopo il successo planetario di Waka Waka, #Shakira sarà ancora una volta la voce ufficiale della Coppa del Mondo FIFA 2026 con il nuovo brano #Dai Dai, realizzato insieme all’artista nigeriano Burna Boy. La canzone sarà pubblicata il 14 maggio e accompagnerà il torneo che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico.

L’annuncio è arrivato attraverso un video diffuso sui social della cantante, girato nello stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Nel teaser si vedono ballerini con i colori delle nazionali partecipanti e compaiono anche i palloni ufficiali dei Mondiali del 2006, 2010 e 2014, quasi a ricordare il lungo legame di Shakira con il calcio mondiale.

Per molti tifosi e appassionati di musica il richiamo a Waka Waka (This Time for Africa) è inevitabile. Il brano del Mondiale sudafricano del 2010 è considerato ancora oggi uno degli inni calcistici più celebri di sempre, con miliardi di visualizzazioni e ascolti in tutto il mondo.

Secondo le anticipazioni, Dai Dai avrà ritmi caraibici e internazionali, con un messaggio di energia e unità. Il titolo, che ricorda l’espressione italiana “dai!”, vuole trasmettere entusiasmo e incoraggiamento, in perfetto stile mondiale.




Italia e California sempre più vicine: conclusa la missione di Peronaci nella West Coast

stati uniti conclusa la missione dellambasciatore peronaci nella west coast italia e california sempre piu vicine immagine9
stati uniti conclusa la missione dellambasciatore peronaci nella west coast italia e california sempre piu vicine immagine9

L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, ha concluso la sua missione nella West Coast americana, una visita che ha confermato il rafforzamento dei rapporti tra Italia e California. Nel corso degli incontri istituzionali ed economici, è emersa la volontà comune di sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori dell’innovazione tecnologica, della ricerca, della sostenibilità ambientale e degli investimenti.

La missione ha rappresentato anche un’importante occasione per incontrare imprenditori, rappresentanti della comunità italiana e realtà accademiche presenti sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo strategico della California come ponte verso le nuove tecnologie e come partner sempre più rilevante per le imprese italiane interessate al mercato nordamericano.

Secondo quanto emerso durante gli incontri, i legami economici e culturali tra Italia e California stanno vivendo una fase di forte crescita, favorita anche dall’interesse reciproco verso transizione energetica, intelligenza artificiale, industria creativa e sviluppo sostenibile.

L’ambasciatore Peronaci ha sottolineato come la presenza italiana negli Stati Uniti continui a rappresentare un elemento di grande valore, grazie al contributo delle aziende, delle università e delle comunità italiane attive nella West Coast. La missione si inserisce nel quadro delle iniziative diplomatiche volte a consolidare il dialogo tra Roma e Washington e ad ampliare le opportunità di cooperazione economica e culturale tra i due Paesi.




USA e Iran verso un accordo? Washington ha capito di non poter vincere?

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108df5f1 2982 49bb 9f2b c1940bf50e59Dopo mesi di tensioni militari, minacce reciproche, sanzioni e scontri indiretti nel Golfo Persico, Stati Uniti e Iran sembrano avvicinarsi a un possibile accordo. Le trattative, mediate soprattutto dal Pakistan e dall’Oman, avrebbero raggiunto nelle ultime ore un punto molto avanzato, tanto che diverse fonti parlano ormai di una bozza di memorandum tra Washington e Teheran.

La domanda che molti analisti si pongono è inevitabile: gli Stati Uniti hanno capito che una vittoria totale contro l’Iran è impossibile?

La risposta, probabilmente, è più complessa di un semplice sì o no. Militarmente, Washington resta immensamente più forte di Teheran. Tuttavia, il conflitto degli ultimi mesi ha dimostrato che colpire l’Iran non significa necessariamente piegarlo. Nonostante bombardamenti, blocchi navali e pressioni economiche, l’Iran ha continuato a mantenere capacità di risposta, influenza regionale e controllo politico interno.

Anche gli Stati Uniti stanno pagando un prezzo elevato. La crisi nello Stretto di Hormuz ha provocato tensioni sui mercati energetici, aumento dei prezzi del petrolio e forti pressioni internazionali per evitare una guerra regionale su larga scala. Migliaia di navi commerciali sono rimaste bloccate o rallentate, mentre gli alleati occidentali temono conseguenze economiche globali.

Per questo motivo l’amministrazione Trump sembra aver scelto una strategia diversa: ottenere attraverso la diplomazia ciò che non può essere garantito con la sola forza militare. Gli Stati Uniti continuano a chiedere limiti severi al programma nucleare iraniano, la consegna dell’uranio arricchito e restrizioni missilistiche, ma avrebbero mostrato una maggiore flessibilità sui tempi e sulle modalità dell’intesa.

Dal canto suo, anche l’Iran appare interessato a evitare una guerra lunga e devastante. L’economia iraniana soffre da anni per le sanzioni e l’isolamento internazionale, e il rischio di ulteriori distruzioni potrebbe diventare insostenibile persino per il regime degli ayatollah.

Resta però un grande ostacolo: nessuna delle due parti vuole apparire sconfitta. Washington continua a parlare di “successo strategico”, mentre Teheran sostiene di aver resistito alla pressione americana senza cedere. Questo equilibrio fragile rende i negoziati molto delicati.

Più che una resa americana, dunque, sembra emergere una realtà già vista in Medio Oriente negli ultimi decenni: anche la più grande potenza militare del mondo può scoprire che alcune guerre sono troppo costose, troppo instabili e troppo imprevedibili per essere davvero vinte.