Dollaro ed euro nella Repubblica Dominicana: il peso si rafforza, ma cosa succederà nei prossimi mesi?

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Il mercato valutario dominicano sta vivendo una fase particolare. Nel corso del 2026 il peso dominicano si è rafforzato sensibilmente nei confronti del dollaro, scendendo sotto la soglia dei 60 pesos per un dollaro. Anche il valore dell’euro rispetto alla moneta dominicana è cambiato, seguendo in parte l’andamento della valuta europea sui mercati internazionali.

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Al 15 settembre, il Banco Central de la República Dominicana indicava per il dollaro un cambio di riferimento di RD$58,7567 per l’acquisto e RD$59,0804 per la vendita.

Per l’euro, le quotazioni al pubblico rilevate attraverso il sistema bancario erano invece intorno a RD$66,43 per l’acquisto e RD$70,52 per la vendita il 15 settembre. È importante ricordare che il cambio effettivamente applicato da banche, case di cambio e remesadoras può differire leggermente da quello di riferimento.

Il peso ha recuperato terreno

Il dato più significativo riguarda il dollaro. Tra gennaio e agosto il peso dominicano si è apprezzato di circa 7,8%, con il cambio medio di vendita passato da circa RD$63,64 per dollaro a RD$58,67.

La forza della moneta dominicana è legata soprattutto alla quantità di valuta straniera che continua a entrare nel Paese.

Il Banco Central ha comunicato che nel primo semestre del 2026 le esportazioni hanno raggiunto 8,75 miliardi di dollari, con un aumento del 16,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Particolarmente forte è stato l’oro, le cui esportazioni sono aumentate del 68,8%.

Anche il turismo continua a generare valuta: nei primi sei mesi dell’anno gli introiti turistici hanno raggiunto 6,72 miliardi di dollari, il 15,3% in più rispetto al primo semestre 2025. Complessivamente, tra investimenti esteri, rimesse, turismo, esportazioni e altri servizi sono entrati nel Paese più di 26,5 miliardi di dollari nel primo semestre.

Sono proprio questi flussi a contribuire alla relativa stabilità del mercato valutario e all’accumulo di riserve internazionali, che ad agosto hanno superato i 15,4 miliardi di dollari.

Anche JPMorgan vede un peso forte

La situazione ha attirato l’attenzione dei grandi operatori internazionali.

In un rapporto del 20 agosto, JPMorgan ha indicato un obiettivo di RD$57 per dollaro, partendo da un livello di circa RD$58,47. La banca ha collegato la forza del peso soprattutto alle esportazioni, al turismo, alle rimesse e agli investimenti esteri.

La previsione non significa però che il dollaro debba necessariamente arrivare a 57 pesos. Si tratta di una proiezione finanziaria soggetta a condizioni economiche che possono cambiare rapidamente.

E il dollaro dove potrebbe andare?

Qui emerge una differenza interessante tra le previsioni.

Il Ministero dell’Hacienda e il Banco Central, nelle proiezioni ufficiali elaborate nel corso dell’anno, hanno indicato per il 2026 un cambio medio intorno a RD$63,95 per dollaro, mentre per il 2027 la previsione sale a RD$68,15.

Questi numeri sono però medie annuali previste, non il valore che necessariamente si vedrà a dicembre. Il fatto che oggi il dollaro sia vicino a RD$59 significa che il valore effettivo è nettamente inferiore alla media prevista per l’intero 2026.

Anche le aspettative degli analisti raccolte dal Banco Central erano inizialmente più alte: a marzo la mediana indicava RD$65 per dollaro alla fine del 2026.

Nel frattempo, però, il peso ha mostrato una forza superiore a quella prevista da molte proiezioni.

E l’euro?

La situazione dell’euro è più complessa perché il suo valore in Repubblica Dominicana dipende da due movimenti contemporaneamente: il rapporto euro-dollaro internazionale e il rapporto dollaro-peso dominicano.

Il 16 settembre il cambio internazionale dell’euro era intorno a 1,155 dollari. Secondo ING, l’euro potrebbe rimanere sotto pressione nel breve periodo, con una previsione di circa 1,15 dollari a un mese e 1,16 a tre mesi, prima di un possibile rafforzamento verso 1,18 nei mesi successivi.

Anche il sondaggio della Banca centrale europea tra gli analisti professionali indica una progressiva rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro nel medio periodo, partendo da circa 1,16 nella seconda metà del 2026.

Per chi vive nella Repubblica Dominicana e riceve pensioni, stipendi o altri redditi dall’Italia, questo significa che il valore ricevuto in pesos può cambiare anche quando il cambio euro-peso locale sembra relativamente stabile.

Cosa può succedere nei prossimi mesi?

Il quadro attuale suggerisce tre elementi da seguire attentamente.

Il primo è l’afflusso di dollari nella Repubblica Dominicana. Turismo, rimesse, oro, esportazioni e investimenti esteri stanno fornendo al mercato una quantità importante di valuta.

Il secondo è la politica monetaria. Il Banco Central mantiene a settembre una tassa di politica monetaria del 5,25%, mentre l’inflazione interannuale ad agosto è salita al 5,13%, sopra il centro del target del 4% ma ancora all’interno della fascia prevista di ±1 punto percentuale.

Il terzo è ciò che accade negli Stati Uniti e in Europa. I tassi della Federal Reserve e della Banca centrale europea possono modificare rapidamente i flussi internazionali di capitali e, di conseguenza, la domanda di dollari ed euro.

Per chi vive in RD

Per i residenti nella Repubblica Dominicana la situazione ha effetti concreti.

Un peso forte rende meno costose, in termini di valuta locale, le importazioni e gli acquisti denominati in dollari. È invece meno favorevole per chi riceve redditi dall’estero, perché ogni dollaro o euro convertito produce meno pesos.

Per esempio, la differenza tra un dollaro a RD$64 e uno a RD$59 è di 5 pesos per ogni dollaro. Su 1.000 dollari ricevuti dall’estero significa una differenza di RD$5.000.

Per chi riceve 1.000 euro, invece, bisogna considerare anche l’andamento dell’euro sul dollaro: per questo il cambio euro-peso può muoversi in modo diverso rispetto a quello dollaro-peso.

Le prospettive

Al momento non esiste una previsione unica e certa. Gli elementi disponibili indicano però che il peso arriva all’autunno 2026 in una posizione molto più forte rispetto all’inizio dell’anno.

Nel breve termine il dollaro potrebbe continuare a muoversi intorno ai livelli attuali, soprattutto se continueranno ad affluire valuta, turismo, rimesse e investimenti. Nel medio periodo, invece, le proiezioni ufficiali prevedono un graduale aumento del cambio del dollaro rispetto al peso.

Per l’euro, il quadro dipenderà anche dal rapporto euro-dollaro internazionale: le principali previsioni consultate vedono una possibile fase di debolezza dell’euro nel brevissimo periodo, seguita da un possibile recupero.

Per chi vive in Repubblica Dominicana e ha entrate o spese in euro e dollari, quindi, più che cercare di indovinare il cambio di una singola giornata, sarà importante seguire l’evoluzione dei prossimi mesi.




Salvatore A. Melilli nuovo presidente della Italy-America Chamber of Commerce

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La Italy-America Chamber of Commerce (IACC), una delle principali realtà che favoriscono i rapporti economici tra Italia e Stati Uniti, ha un nuovo presidente.

È Salvatore A. Melilli, managing partner dell’ufficio KPMG di New York, eletto alla guida della Camera italo-americana. Succede a Cristiano Villani, amministratore delegato di Pomì USA, che aveva assunto l’incarico di presidente ad interim nell’aprile scorso durante la fase di transizione.

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La nomina arriva in un momento nel quale i rapporti commerciali tra Italia e Stati Uniti stanno attraversando una fase particolarmente importante, tra nuovi scenari tariffari, investimenti e crescente attenzione delle imprese italiane al mercato americano.

Oltre trent’anni nel mondo delle imprese

Melilli porta alla presidenza della IACC una lunga esperienza professionale.

Lavora in KPMG da oltre 30 anni e ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità sia a livello locale sia nazionale. Tra questi anche quello di U.S. Audit Lead Partner per l’Italian Corridor, ruolo che lo ha portato a seguire da vicino le relazioni tra imprese italiane e sistema economico statunitense.

È un’esperienza particolarmente legata alla funzione della Camera: aiutare le aziende che operano tra i due Paesi a costruire relazioni commerciali e professionali.

La IACC, fondata a New York nel 1887, è un’organizzazione privata senza scopo di lucro che rappresenta imprese interessate agli scambi economici tra Italia e Stati Uniti. È riconosciuta dal Governo italiano e fa parte di Assocamerestero.

Una squadra con nomi importanti del Made in Italy

Con Melilli è stato eletto anche il nuovo Comitato Esecutivo.

Ne fanno parte Diego Rodinò di Miglione di Luxottica, come vice presidente esecutivo; Eugenio Perrier del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, vice presidente; Alberto Paderi di Bindi North America, segretario corporate; e Giovanni Quaratesi di Certified Origins, tesoriere.

È una composizione che riunisce realtà molto diverse del sistema italiano negli Stati Uniti: dalla moda e dagli occhiali all’agroalimentare, fino alla distribuzione e ai servizi.

Un ponte tra Italia e Stati Uniti

La funzione della IACC va infatti oltre la rappresentanza formale delle imprese.

La Camera organizza incontri, iniziative di networking e programmi destinati a favorire l’ingresso e lo sviluppo delle aziende italiane sul mercato americano. Dispone inoltre di una sede a New York e di un ufficio a Milano, mantenendo così un collegamento diretto tra i due mercati.

Negli ultimi mesi la Camera ha inoltre dedicato particolare attenzione alle politiche commerciali e tariffarie tra Stati Uniti e Italia, con un comitato congiunto IACC-AmCham Italy e un rapporto dedicato alle conseguenze del nuovo scenario commerciale.

Una presidenza in una fase delicata

Il nuovo incarico di Melilli arriva quindi in una fase nella quale per le imprese italiane presenti o interessate agli Stati Uniti diventa sempre più importante comprendere le regole del mercato americano e i cambiamenti della politica commerciale.

La IACC dovrà continuare a svolgere proprio questa funzione di collegamento: mettere in relazione aziende, professionisti e istituzioni dei due Paesi.

Per la comunità imprenditoriale italiana negli Stati Uniti, la nomina rappresenta anche la conferma di un modello costruito ormai da quasi 140 anni.

La Camera nata a New York nel 1887 continua infatti a svolgere la stessa missione di fondo: fare dell’Atlantico non una barriera, ma un collegamento tra imprese italiane e mercato americano.




Cinema italiano, a Toronto l’Italia cerca nuovi partner per le produzioni internazionali

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Il cinema italiano è arrivato al Toronto International Film Festival (TIFF) non soltanto per presentare i propri film, ma anche per cercare nuove opportunità di collaborazione con l’industria audiovisiva nordamericana.

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Durante la giornata dedicata all’Italia del TIFF, l’ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo ha partecipato al seminario organizzato da ICE Toronto per presentare l’Italia come possibile partner per produzioni cinematografiche e audiovisive internazionali.

L’iniziativa assume particolare rilievo perché il TIFF, in programma fino al 20 settembre, rappresenta uno degli appuntamenti internazionali più importanti per il cinema e l’industria audiovisiva.

L’Italia non porta soltanto film

Il messaggio lanciato a Toronto è stato molto chiaro: l’Italia vuole proporsi come luogo dove realizzare produzioni internazionali.

Nel workshop intitolato “Spotlight: Italy Offers Everything You Need” sono stati illustrati agli operatori nordamericani gli strumenti disponibili in Italia: incentivi fiscali, finanziamenti, opportunità di coproduzione e professionalità specializzate.

Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione dei Produttori Esecutivi e un film commissioner regionale, a testimonianza del tentativo di presentare un’offerta che non riguarda soltanto Roma o Cinecittà, ma diverse realtà produttive italiane.

Sei produttori e sette distributori italiani

La presenza italiana al TIFF non è stata soltanto istituzionale.

La delegazione promossa da ICE e Cinecittà comprende sei produttori e sette distributori italiani, mentre nella programmazione del festival sono presenti cinque film italiani e nove coproduzioni.

L’ambizione è quindi duplice: far conoscere il cinema prodotto in Italia e, contemporaneamente, convincere produttori stranieri a guardare all’Italia come possibile sede per le loro prossime opere.

Il cinema come industria

Per l’ambasciatore Cattaneo, il settore audiovisivo non rappresenta soltanto una componente della cultura italiana.

È anche un settore economico capace di generare lavoro, esportare competenze e promuovere nel mondo l’immagine dell’Italia.

Ed è proprio questo il punto centrale dell’iniziativa di Toronto: il cinema diventa anche uno strumento per promuovere il Made in Italy, attraverso le competenze tecniche, le professionalità creative e le possibilità produttive offerte dal Paese.

Una vetrina importante anche per la comunità italiana

Per la numerosa comunità italiana di Toronto, il TIFF rappresenta inoltre una delle occasioni nelle quali la cultura italiana torna a essere protagonista della vita pubblica della città.

L’Istituto Italiano di Cultura di Toronto sostiene infatti la presenza delle produzioni italiane al festival, mentre il sistema diplomatico e commerciale italiano accompagna le imprese del settore.

È una presenza che va oltre la nostalgia per il cinema del passato.

L’obiettivo è portare in Canada il cinema italiano contemporaneo e, insieme, l’intera filiera produttiva italiana.

Da Toronto a nuovi film internazionali

La vera scommessa, adesso, è capire quanti dei contatti avviati durante il TIFF si trasformeranno in progetti concreti.

Perché un festival non è soltanto una vetrina. È anche un luogo dove produttori, distributori e professionisti possono incontrarsi e costruire accordi.

E l’Italia, a Toronto, ha cercato proprio questo: non soltanto spettatori per i suoi film, ma nuovi partner internazionali per realizzarne altri.




Voto degli italiani all’estero, cambiano le regole: cosa prevede la riforma approvata dal Senato

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La riforma della legge elettorale approvata oggi dal Senato contiene una parte che riguarda direttamente milioni di italiani residenti fuori dal Paese.

È quella relativa alla circoscrizione Estero e alle modalità di voto degli italiani all’estero, un tema particolarmente delicato dopo le discussioni degli ultimi anni sulla sicurezza e sull’affidabilità del voto per corrispondenza.

Il testo è stato approvato a Palazzo Madama con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. Non è però ancora definitivo: essendo stato modificato rispetto al testo precedente, dovrà tornare alla Camera dei deputati per la terza lettura, prevista dal calendario per il 28 settembre.

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La prima novità: cambiano le ripartizioni della circoscrizione Estero

Una delle modifiche più importanti riguarda la struttura della circoscrizione Estero.

Attualmente gli italiani residenti fuori dall’Italia sono organizzati in quattro ripartizioni elettorali sia per la Camera sia per il Senato.

Il nuovo testo prevede invece una riduzione delle ripartizioni: da quattro a due per la Camera e da quattro a una per il Senato.

È una modifica che potrebbe avere conseguenze anche sulla competizione elettorale e sulla rappresentanza delle diverse comunità italiane nel mondo.

Più controlli sul voto per corrispondenza

È però soprattutto sulla sicurezza del voto che interviene la riforma.

Il provvedimento prevede un nuovo sistema per la formazione degli elenchi degli elettori residenti all’estero.

Presso ciascun consolato sarà istituito un ufficio elettorale, incaricato di aggiornare l’elenco dei cittadini italiani residenti nella propria circoscrizione. Gli elenchi saranno poi trasmessi al Ministero degli Esteri, che predisporrà un elenco generale degli elettori residenti all’estero. Il Ministero dell’Interno lo integrerà quindi con i dati dell’AIRE per preparare le liste elettorali della circoscrizione Estero.

L’obiettivo è avere un sistema più aggiornato e strutturato per stabilire chi ha effettivamente diritto al voto.

Arriva anche la tecnologia blockchain

Questa è probabilmente la novità più curiosa.

Per aumentare sicurezza e trasparenza del voto per corrispondenza, il testo prevede l’introduzione di strumenti tecnologici basati sulla blockchain.

Le modalità concrete dovranno essere definite da un successivo regolamento del Governo, da adottare entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge.

Non significa quindi che gli italiani all’estero voteranno attraverso una blockchain direttamente alle prossime elezioni.

La blockchain viene prevista come strumento tecnologico di sicurezza e verifica all’interno del sistema del voto per corrispondenza, mentre i dettagli operativi dovranno ancora essere stabiliti.

Un codice QR sulle buste

Il nuovo sistema prevede inoltre un ulteriore elemento di controllo.

Durante le operazioni elettorali sarà verificata la corrispondenza tra gli elementi identificativi contenuti nel codice QR presente nelle buste e i dati dell’elenco degli elettori gestito dagli uffici consolari.

È un passaggio pensato per rafforzare i controlli sulla provenienza e sulla corretta gestione del materiale elettorale.

E chi vuole votare in Italia?

La riforma interviene anche su questo aspetto.

I cittadini italiani residenti all’estero potranno votare in Italia solo se avranno esercitato l’apposita opzione prevista dalla normativa.

Questo significa che per chi è iscritto all’AIRE e si trova temporaneamente in Italia non sarà sufficiente presentarsi semplicemente al seggio: sarà necessario aver scelto preventivamente di votare in Italia secondo le modalità previste.

Anche i candidati all’estero avranno nuovi requisiti

Il provvedimento introduce modifiche anche per chi vuole candidarsi nella circoscrizione Estero.

Tra i requisiti previsti c’è la necessità di presentare una certificazione che dimostri una residenza continuativa all’estero di almeno tre anni precedenti la data delle elezioni. Il candidato dovrà inoltre essere residente ed elettore nella relativa ripartizione.

Le liste dovranno inoltre rispettare l’alternanza di genere nella successione interna dei candidati.

Una riforma che riguarda direttamente la diaspora italiana

Per gli italiani che vivono all’estero, dunque, la riforma non è soltanto una modifica tecnica della legge elettorale italiana.

Tocca questioni molto concrete: come vengono costruiti gli elenchi degli elettori, come viene controllato il voto per corrispondenza, quali saranno le ripartizioni elettorali e quali condizioni dovranno rispettare i candidati.

Ed è proprio il voto per corrispondenza il punto sul quale si concentra la parte più innovativa del provvedimento.

La strada, però, non è ancora conclusa.

Il Senato ha approvato il testo, ma la riforma dovrà ora tornare alla Camera. Solo dopo l’approvazione definitiva e la successiva entrata in vigore sarà possibile sapere quando e come le nuove procedure verranno effettivamente applicate alle elezioni.

Per i milioni di italiani che vivono fuori dall’Italia, sarà quindi importante seguire il prossimo passaggio parlamentare: questa volta, infatti, non si sta discutendo soltanto di come si voterà in Italia, ma anche di come voteranno gli italiani nel mondo.




Papa Leone XIV concede un Anno Giubilare Guadalupano: un anno speciale in Messico

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Il Messico si prepara a vivere un anno particolarmente importante per la sua tradizione religiosa e culturale.

Papa Leone XIV ha concesso un Anno Giubilare Guadalupano, in occasione del 50° anniversario della dedicazione della nuova Basilica di Nostra Signora di Guadalupe e del trasferimento della sacra immagine nel nuovo santuario, avvenuto il 12 ottobre 1976.

Il Giubileo inizierà il 12 ottobre 2026 e si concluderà il 12 ottobre 2027.

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Un anno dedicato alla Virgen de Guadalupe

L’annuncio è stato dato dal cardinale Carlos Aguiar Retes, arcivescovo primate del Messico, dopo la concessione arrivata dalla Penitenzieria Apostolica.

La data di apertura non è casuale. Il 12 ottobre ricorda infatti il trasferimento dell’immagine della Vergine nella nuova Basilica nel 1976 e coincide anche con il 131° anniversario della sua incoronazione pontificia.

La cerimonia inaugurale si svolgerà nella Basilica di Guadalupe e comprenderà la tradizionale Misa de las Rosas, la celebrazione presieduta dal cardinale Aguiar Retes e l’apertura della Porta Santa. Sono previsti anche momenti di preghiera, il Rosario e un concerto per ricordare il 50° anniversario della nuova Basilica.

Anche l’indulgenza plenaria

Uno degli aspetti più significativi del Giubileo riguarda la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria.

Durante l’Anno Giubilare, i fedeli che visiteranno con devozione il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe e parteciperanno a una celebrazione liturgica oppure dedicheranno un periodo alla preghiera nella Basilica potranno ottenere l’indulgenza per sé stessi o applicarla alle anime del Purgatorio.

Restano naturalmente necessarie le condizioni previste dalla Chiesa: confessione sacramentale, comunione eucaristica, recita del Credo e preghiera secondo le intenzioni del Pontefice.

Un appuntamento che guarda già al 2031

Il Giubileo non rappresenta soltanto la celebrazione di un anniversario.

Il Messico si sta infatti avvicinando a un’altra ricorrenza di enorme importanza: nel 2031 cadranno i 500 anni delle apparizioni della Vergine di Guadalupe a Juan Diego.

Il periodo che si aprirà il prossimo ottobre diventa quindi anche una tappa di preparazione verso quell’appuntamento, destinato ad avere una forte risonanza religiosa e internazionale.

Guadalupe, molto più di un santuario

La Basilica di Guadalupe è uno dei principali luoghi di pellegrinaggio del mondo cattolico e rappresenta un elemento centrale dell’identità religiosa e culturale messicana.

L’Anno Giubilare potrebbe quindi avere anche un’importante dimensione turistica. Per un anno intero, il santuario sarà al centro di celebrazioni e iniziative destinate ad attirare fedeli dal Messico e dall’estero.

Per gli italiani che vivono in Messico e per quelli che visiteranno il Paese nei prossimi mesi, sarà dunque un appuntamento particolare da conoscere, soprattutto per chi desidera partecipare alle celebrazioni o visitare la Basilica durante il periodo giubilare.

Il conto alla rovescia comincerà il 12 ottobre, quando il Messico entrerà ufficialmente in questo speciale Anno Guadalupano.

Un anno che unirà fede, storia e identità nazionale e che accompagnerà il Paese verso il grande appuntamento del 2031.




Dov’è finita la stagione degli uragani? L’Atlantico è stranamente tranquillo

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Chi vive nei Caraibi lo ha probabilmente notato già da qualche settimana.

Negli anni scorsi, arrivati a settembre, bastava guardare una mappa meteorologica per trovare una successione di onde tropicali, depressioni e tempeste che attraversavano l’Atlantico. Era il periodo in cui gli occhi erano puntati continuamente verso le coste dell’Africa e verso quella grande autostrada atmosferica che porta spesso i sistemi tropicali verso i Caraibi.

Quest’anno, invece, la situazione è sorprendentemente diversa.

L’Atlantico è quasi vuoto.

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E non si tratta soltanto di una sensazione. Al 13 settembre 2026 il bacino atlantico non ha prodotto ancora nessun uragano. Le tempeste tropicali sono state appena cinque e l’attività complessiva è eccezionalmente bassa. Secondo i dati del National Hurricane Center, l’ACE, l’indice che misura l’energia complessiva sviluppata dai cicloni, è circa il 93% sotto la media del periodo di riferimento 1991-2020.

E siamo proprio nel periodo degli uragani

La cosa sorprendente è il momento in cui sta accadendo.

Il picco climatologico della stagione atlantica cade intorno al 10 settembre. È normalmente il periodo nel quale le condizioni atmosferiche diventano più favorevoli alla formazione dei sistemi tropicali.

Invece il 2026 sta facendo registrare un record.

È diventato infatti l’anno dell’era satellitare nel quale si è dovuto aspettare più a lungo per vedere comparire il primo uragano atlantico. Un record che racconta quanto sia insolita la situazione di quest’anno.

E oggi la mappa è ancora praticamente libera.

Il National Hurricane Center non segnala alcun ciclone tropicale nell’Atlantico, nei Caraibi o nel Golfo. L’unico elemento sotto osservazione è una vasta area di temporali disorganizzati nel centro dell’Atlantico, che al momento ha una probabilità vicina allo zero di svilupparsi nelle prossime 48 ore e soltanto del 20% nell’arco di sette giorni.

Anche Dolly non è riuscita a decollare

L’unico momento nel quale sembrava che la stagione potesse finalmente accelerare è arrivato alla fine di agosto con Dolly.

La tempesta tropicale si è formata nell’Atlantico e sembrava destinata ad attraversare la regione caraibica. Ma è durata pochissimo.

Le condizioni atmosferiche l’hanno rapidamente indebolita fino a trasformarla nuovamente in un’onda tropicale aperta. I suoi resti hanno poi portato piogge in alcune isole dei Caraibi, compresa la Repubblica Dominicana, ma Dolly non è mai diventata un uragano.

Ed è proprio qui che si trova una delle spiegazioni della stagione anomala.

La parola chiave è El Niño

Il principale protagonista di questa stagione è El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento delle acque del Pacifico equatoriale.

Normalmente El Niño tende a rendere più difficile la formazione degli uragani nell’Atlantico. Il motivo principale è il cosiddetto wind shear verticale, cioè una forte differenza nella direzione e nella velocità dei venti tra gli strati bassi e quelli alti dell’atmosfera.

Per un ciclone in formazione è una pessima notizia.

Una tempesta tropicale ha bisogno di una struttura relativamente ordinata per poter crescere. Se i venti in quota diventano troppo forti e cambiano direzione rispetto a quelli vicini alla superficie, la struttura della perturbazione viene letteralmente deformata e il sistema può non riuscire a organizzarsi.

Quest’anno questo effetto è particolarmente marcato.

Secondo gli esperti citati dall’Associated Press, il wind shear nella principale zona di sviluppo dei cicloni, tra l’Africa e i Caraibi, è a livelli eccezionalmente elevati. A questo si aggiungono aria secca e movimenti discendenti dell’atmosfera, altri due elementi che ostacolano la nascita dei cicloni.

Eppure gli oceani sono caldi

Qui arriva la parte apparentemente contraddittoria.

Si potrebbe pensare che un oceano molto caldo debba necessariamente significare una stagione piena di uragani. Ma non funziona così.

La temperatura dell’acqua è importante, ma non è l’unico ingrediente.

Servono anche condizioni atmosferiche favorevoli. E quest’anno l’atmosfera sta impedendo a molte perturbazioni di trasformarsi in sistemi organizzati.

È uno dei motivi per cui il 2026 sta offrendo uno spettacolo quasi opposto tra i due oceani.

Mentre l’Atlantico è insolitamente tranquillo, il Pacifico orientale e centrale stanno vivendo una stagione molto più attiva. È un comportamento coerente con quello che normalmente si osserva durante El Niño.

Possiamo quindi stare tranquilli?

No. Ed è importante dirlo.

Una stagione tranquilla non significa una stagione senza pericoli.

Il fatto che finora non ci siano stati uragani non impedisce che un sistema possa svilupparsi nelle prossime settimane. Inoltre, i sistemi che si formano vicino alle coste, nel Golfo del Messico, nei Caraibi occidentali o nell’area delle Bahamas possono avere dinamiche diverse rispetto alle grandi onde tropicali che partono dall’Africa.

Gli stessi meteorologi invitano quindi a non abbassare completamente la guardia.

Anche la Repubblica Dominicana, pur trovandosi in una situazione insolitamente tranquilla, non può considerare conclusa la stagione.

La stagione ufficiale degli uragani nell’Atlantico termina infatti soltanto il 30 novembre.

Una stagione che potrebbe entrare nella storia

Per chi vive nei Caraibi, il 2026 potrebbe dunque essere ricordato come l’anno nel quale, proprio quando normalmente iniziava il periodo più preoccupante, le mappe sono rimaste stranamente vuote.

Non è ancora possibile sapere come finirà la stagione.

Ma una cosa è già certa: un Atlantico così tranquillo a metà settembre non si vedeva da quando i satelliti hanno iniziato a osservare sistematicamente i cicloni.

E forse è proprio questo il dato più sorprendente.

Non siamo davanti alla normalità.

Siamo davanti a una stagione che, almeno per ora, sta andando esattamente nella direzione opposta rispetto a quella che siamo abituati ad aspettarci.




La JCE dominicana rischia l’asta dei beni della sede di New York: debito da quasi un milione di dollari

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Una situazione decisamente insolita coinvolge la Junta Central Electoral (JCE) della Repubblica Dominicana a New York.

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Un City Marshal della città ha autorizzato il sequestro e la successiva vendita all’asta dei beni mobili presenti negli uffici della JCE a Manhattan, nell’ambito dell’esecuzione di una sentenza emessa a favore della società Latin Events LLC.

La somma inizialmente stabilita dal tribunale era di 838.337,50 dollari, ma tra interessi, spese e altri oneri il conto è arrivato a 982.261,88 dollari, con ulteriori interessi che continuano a maturare.

L’asta è fissata per il 1° ottobre

Il provvedimento riguarda i beni presenti nell’ufficio della JCE al 1501 Broadway, suite 410, a Manhattan.

L’elenco comprende computer, stampanti, apparecchiature elettroniche, scrivanie, sedie, televisori, altri mobili e perfino opere d’arte.

La vendita è stata fissata per il 1° ottobre 2026 alle ore 9, ma potrebbe essere annullata se la somma dovuta venisse saldata almeno 72 ore prima della data stabilita.

In altre parole, non è la sede della JCE ad essere messa all’asta, ma i beni mobili che si trovano all’interno dell’ufficio.

Ed è proprio questo particolare a rendere la vicenda piuttosto singolare.

Come si è arrivati a quasi un milione di dollari?

La storia nasce da un accordo stipulato nel 2023.

La JCE aveva sottoscritto con Latin Events un contratto da un milione di dollari collegato a una campagna per la registrazione degli elettori dominicani residenti a New York e negli Stati vicini.

Nel progetto rientrava anche la grande serie di baseball tra Águilas Cibaeñas e Tigres del Licey disputata al Citi Field di New York nel novembre 2023.

Secondo Latin Events, l’accordo prevedeva tra l’altro 600 mila dollari per 15 mila biglietti, 200 mila per 20 mila pasti e altri 200 mila per attività pubblicitarie.

La società sostiene di aver ricevuto soltanto 230 mila dollari, lasciando una parte consistente del contratto non pagata.

Da qui è nato il contenzioso giudiziario.

La JCE però contesta la ricostruzione

La vicenda non è però così semplice come potrebbe sembrare.

La JCE sostiene infatti di non aver autorizzato alcuni dei servizi per i quali Latin Events chiede il pagamento.

L’organismo elettorale ha affermato di aver effettivamente pagato 230 mila dollari per servizi di pubblicità e logistica, ma contesta le ulteriori richieste, compresi i 600 mila dollari relativi ai biglietti della partita.

Secondo la JCE, non esisterebbe un documento che dimostri l’approvazione di quei servizi da parte del Pleno o del presidente dell’organismo. Ha inoltre sostenuto di non essere stata correttamente notificata del procedimento giudiziario e ha annunciato l’intenzione di difendersi attraverso tutti gli strumenti legali disponibili.

Una sentenza americana già esiste

Il problema per la JCE è che negli Stati Uniti esiste già una sentenza favorevole a Latin Events.

Il tribunale federale del Distretto Sud di New York ha condannato la JCE al pagamento di 838.337,50 dollari. La sentenza, secondo le informazioni disponibili, è stata successivamente registrata presso la contea di New York e la procedura di esecuzione è ora arrivata al pignoramento dei beni dell’ufficio.

Parallelamente, il caso ha avuto sviluppi anche nella Repubblica Dominicana.

La sentenza americana è stata sottoposta a un procedimento di riconoscimento davanti ai tribunali dominicani e la JCE ha presentato ricorso contro tale decisione. È stato inoltre tentato un embargo sui fondi dell’organismo presso il Banco de Reservas, ma la banca ha respinto la richiesta sulla base delle norme che proteggono determinati fondi pubblici.

E ora cosa succederà?

Il prossimo appuntamento è quindi fissato a New York, il 1° ottobre.

Se la controversia non verrà risolta prima, i beni presenti nell’ufficio della JCE potrebbero essere venduti per contribuire all’esecuzione della sentenza.

La vicenda è particolarmente delicata perché coinvolge un organismo pubblico dominicano, una società privata e un contratto nato da un’iniziativa destinata proprio alla comunità dominicana residente negli Stati Uniti.

E dietro una cifra ormai vicina al milione di dollari c’è una storia che parte da una partita di baseball e da un progetto per coinvolgere gli elettori dominicani all’estero.

Una storia che, tre anni dopo quell’evento al Citi Field, è finita nei tribunali e ora rischia di arrivare addirittura all’asta dei computer, dei mobili e delle attrezzature dell’ufficio elettorale dominicano a Manhattan.




Colombia, un mese dopo il terremoto: migliaia ancora senza un rifugio

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È passato un mese dal terremoto che il 10 agosto ha colpito violentemente l’ovest della Colombia, ma per migliaia di persone l’emergenza è ancora una realtà quotidiana.

Il sisma, di magnitudo 7,4, ha provocato 331 morti, oltre 4.500 feriti e 122 persone ancora disperse, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Panamericana della Sanità. Complessivamente, più di 466 mila persone sono state colpite in 498 comuni distribuiti in 16 dipartimenti.

In alcune delle zone maggiormente devastate, soprattutto nel Chocó e nelle aree occidentali del Paese, molte famiglie continuano a vivere in tende, strutture provvisorie o all’aperto perché tornare nelle proprie abitazioni è ancora impossibile.

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Una casa che non c’è più

A Pereira, una delle città colpite, alcune famiglie hanno trasformato parchi e spazi pubblici in accampamenti temporanei.

Per chi ha perso la propria abitazione, trovare una sistemazione alternativa non è semplice. Gli affitti sono aumentati e molti sfollati non dispongono delle risorse economiche necessarie per affrontarli.

Una situazione che rischia di trasformare una catastrofe naturale in una crisi sociale di lunga durata.

Il problema non riguarda soltanto le abitazioni. Sono stati danneggiati ospedali, scuole, infrastrutture comunitarie e servizi essenziali.

L’UNICEF segnala che, a un mese dal terremoto, più di 4.200 strutture educative presentano danni di diversa entità e che per migliaia di bambini la scuola non rappresenta ancora un luogo sicuro e regolare.

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Una ricostruzione gigantesca

Le prime valutazioni internazionali mostrano dimensioni impressionanti.

Secondo una valutazione RAPIDA realizzata dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo insieme alle autorità colombiane, i danni fisici alle strutture ammontano provvisoriamente a circa 13,28 miliardi di dollari, pari al 2,3% del PIL colombiano.

Sono state interessate oltre 217 mila abitazioni e circa 225 mila strutture complessivamente. Il terremoto avrebbe inoltre prodotto circa 16,9 milioni di metri cubi di macerie.

È una quantità enorme: l’equivalente, secondo




Veneto, l’emigrazione non è finita: migliaia di giovani continuano a partire per l’estero

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Il Veneto ha una lunga storia di emigrazione. Intere generazioni partirono tra Ottocento e Novecento verso il Brasile, l’Argentina e altri Paesi dell’America Latina. Poi, nel secondo dopoguerra, le destinazioni cambiarono: Germania, Svizzera, Belgio e Francia divennero le nuove mete di migliaia di veneti.

Ma quella storia non appartiene soltanto al passato.

I nuovi dati sulla presenza degli italiani all’estero mostrano infatti che il Veneto continua a essere una delle regioni italiane con il maggior numero di cittadini residenti fuori dai confini nazionali. Al 1° gennaio 2025 gli iscritti AIRE di origine veneta erano 616.684, pari al 9,6% del totale italiano. Il Veneto è così la terza regione per numero di iscritti, dopo Sicilia e Lombardia.

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Una presenza fortissima in America Latina

La particolarità della comunità veneta all’estero è soprattutto geografica.

Quasi la metà degli iscritti AIRE di origine veneta, il 49,5%, vive infatti nell’America centro-meridionale. È una percentuale che racconta ancora oggi gli effetti delle grandi migrazioni del passato, quando migliaia di famiglie lasciarono le campagne e i piccoli centri del Veneto per cercare una nuova vita oltreoceano.

Brasile e Argentina continuano a rappresentare due dei principali punti di riferimento di questa presenza veneta nel mondo.

Ma accanto a queste comunità storiche esiste ormai un’altra emigrazione, molto diversa da quella dei nostri nonni.

Oggi partono soprattutto i giovani

Nel 2025 dal Veneto sono partiti circa 11 mila cittadini italiani, il 10,1% di tutti gli espatri italiani. Soltanto la Lombardia ha registrato un numero superiore di partenze.

E non si tratta soltanto di persone che lasciano l’Italia per necessità economiche immediate.

I dati regionali mostrano un elemento ancora più significativo: tra il 2015 e il 2024, 54.606 giovani italiani tra i 18 e i 39 anni hanno lasciato il Veneto per l’estero, mentre i rientri sono stati appena 17.756. Il saldo negativo supera quindi le 36.800 persone.

E tra coloro che partono ci sono molti giovani con un alto livello di istruzione.

Nel 2023, tra gli italiani tra i 25 e i 39 anni che hanno lasciato il Veneto per trasferirsi all’estero, il 57,7% aveva una laurea o un titolo superiore. I giovani laureati espatriati sono stati 2.529.

È questo forse l’aspetto più importante della nuova emigrazione.

Non è più l’emigrazione dei nostri nonni

La fotografia dell’Istat racconta infatti due fenomeni contemporaneamente.

Da una parte ci sono le grandi comunità nate dalle migrazioni del passato. In America centro-meridionale molti degli italiani oggi iscritti all’AIRE sono discendenti di emigrati e sono nati direttamente nel Paese in cui vivono.

Dall’altra c’è una mobilità molto più recente, composta soprattutto da giovani che partono dall’Italia per studiare, lavorare o costruire una carriera.

A livello nazionale, nel 2025 gli espatri dei cittadini italiani sono stati 109 mila, in diminuzione rispetto al picco eccezionale del 2024. L’Istat sottolinea però che una parte della forte variazione è legata proprio all’effetto delle nuove norme sull’iscrizione all’AIRE, che avevano prodotto un numero particolarmente elevato di registrazioni nel 2024.

L’età media di chi è partito nel 2025 era di 34 anni. Più di un terzo degli espatriati apparteneva alla fascia tra 25 e 34 anni.

Una regione che continua a guardare verso il mondo

Il Veneto, dunque, continua a essere una terra di partenze.

È cambiato il modo di partire, sono cambiate le destinazioni e soprattutto sono cambiate le ragioni. Un tempo si lasciava il Veneto per sopravvivere o per cercare semplicemente un lavoro. Oggi spesso si parte con una laurea, una professione e competenze che possono essere utilizzate in molti Paesi.

Ma il risultato demografico può essere simile: una parte delle energie più giovani lascia il territorio.

Per una regione che ha costruito una parte importante della propria crescita economica sulle generazioni nate nei suoi comuni e poi emigrate nel mondo, il dato merita una riflessione che va oltre la semplice statistica.

Perché l’emigrazione veneta non è soltanto una storia del passato. È ancora una realtà del presente. E, soprattutto, è una storia che continua a scrivere il futuro.




Sciopero degli aerei domenica 13 settembre: quali voli sono a rischio e come difendersi

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Domenica 13 settembre sarà una giornata complicata per chi deve viaggiare in aereo da, verso o all’interno dell’Italia. Sono infatti previste diverse agitazioni nel settore aeroportuale, con modalità e orari differenti a seconda degli scali e del personale coinvolto.

Non si tratta quindi di uno sciopero identico in tutti gli aeroporti: alcuni lavoratori si fermeranno per l’intera giornata, altri soltanto per quattro ore. Per chi ha un volo, la prima regola è dunque controllare direttamente lo stato della propria partenza con la compagnia aerea.

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Gli aeroporti coinvolti

Tra gli scali interessati figurano Roma Fiumicino e Ciampino, Pisa, Firenze, Cagliari, Alghero e Olbia.

A Roma il personale di ADR Security è chiamato a uno sciopero di 24 ore, dalle 00 alle 24. Negli stessi aeroporti è previsto anche uno stop di quattro ore, dalle 11 alle 15, per il personale di Aviation Services.

Negli aeroporti toscani di Pisa e Firenze sono previste quattro ore di sciopero, dalle 11 alle 15.

In Sardegna le mobilitazioni interessano Cagliari, Alghero e Olbia, con durate differenti. A Cagliari sono previste diverse agitazioni, mentre ad Alghero e Olbia sono programmati anche stop di 24 ore.

Anche il personale di easyJet è interessato dalla mobilitazione per 24 ore, con una disciplina specifica per i collegamenti da e per Cagliari.

Le fasce protette

La buona notizia per i passeggeri è che, anche durante gli scioperi, esistono fasce nelle quali i voli devono essere garantiti.

L’ENAC indica come fasce di tutela le ore dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21. Sono previste inoltre specifiche liste di voli indispensabili che le compagnie devono garantire.

Questo non significa però che chi ha un volo in una fascia protetta possa ignorare lo sciopero.

Le programmazioni possono cambiare e un volo può essere modificato o cancellato per ragioni organizzative legate all’agitazione. Per questo è fondamentale verificare la situazione prima di partire per l’aeroporto.

Cosa deve fare chi ha un volo

La prima cosa da fare è controllare il sito o l’app della compagnia aerea, utilizzando il numero della prenotazione o del volo.

È consigliabile farlo:

  • il giorno prima della partenza;
  • la mattina stessa del volo;
  • prima di raggiungere l’aeroporto.

Se il volo viene cancellato, la compagnia deve informare il passeggero sulle possibilità previste dalla normativa europea, tra cui rimborso del biglietto oppure un volo alternativo verso la destinazione finale, secondo le condizioni applicabili.

Il Regolamento europeo 261/2004 disciplina infatti i diritti dei passeggeri in caso di cancellazione, ritardo significativo e negato imbarco.

Attenzione alla compensazione economica

C’è però una distinzione importante.

Non ogni cancellazione provocata da uno sciopero dà automaticamente diritto alla compensazione pecuniaria.

Quando lo sciopero riguarda personale della compagnia aerea, la situazione può essere valutata diversamente rispetto a uno sciopero del personale aeroportuale o di soggetti esterni al vettore.

Nel caso di uno sciopero del personale di terra, può infatti entrare in gioco il concetto di “circostanza eccezionale”, che in determinate situazioni può escludere la compensazione prevista dal regolamento europeo, pur lasciando inalterati altri diritti del passeggero.

Per questo è importante non confondere rimborso o riprotezione con il diritto automatico a un ulteriore indennizzo.

E se il volo parte comunque?

Anche in questo caso conviene arrivare preparati.

Se la compagnia conferma che il volo è operativo, è prudente presentarsi in aeroporto con un certo anticipo. Uno sciopero del personale aeroportuale può infatti provocare code più lunghe ai controlli, problemi nella gestione dei bagagli e ritardi nelle operazioni a terra.

In altre parole, “il volo non è cancellato” non significa necessariamente “il viaggio sarà normale”.

La regola più importante

Chi deve volare domenica 13 settembre non dovrebbe basarsi soltanto sugli elenc