11 settembre, 25 anni dopo: il giorno che cambiò il mondo

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Un quarto di secolo dopo gli attentati che sconvolsero gli Stati Uniti e il mondo, New York, il Pentagono e Shanksville tornano oggi a ricordare le 2.977 vittime. Tra loro anche dieci cittadini italiani e centinaia di persone di origine italiana.

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Ci sono date che appartengono alla storia e altre che sembrano appartenere ancora alla memoria di chi le ha vissute.

L’11 settembre 2001 è entrambe le cose.

Sono passati 25 anni da quella mattina in cui quattro aerei di linea furono dirottati da 19 terroristi di Al Qaeda. Due colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, uno il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.

Il bilancio fu di 2.977 vittime, escluse le persone che parteciparono agli attentati, e oltre 6.000 feriti. Oggi le commemorazioni si svolgono nei tre luoghi simbolo di quella tragedia: Ground Zero, il Pentagono e Shanksville.

8.46: il momento in cui tutto cambiò

Alle 8.46 del mattino, ora di New York, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord.

Diciassette minuti dopo, alle 9.03, il secondo aereo centrò la Torre Sud.

A quel punto non c’erano più dubbi: quello che stava accadendo non era un incidente, ma un attacco terroristico senza precedenti.

Alle 9.37 un terzo aereo colpì il Pentagono.

Alle 10.03 il volo United Airlines 93 precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania. I passeggeri avevano tentato di riprendere il controllo dell’aereo dopo avere compreso cosa stava accadendo.

Poco dopo, a New York, crollarono entrambe le Torri Gemelle.

Le immagini entrarono nelle case di tutto il mondo e cambiarono per sempre il modo in cui una generazione avrebbe guardato alla sicurezza, ai viaggi, alle guerre e ai rapporti internazionali.

Anche l’Italia pagò un prezzo

Tra le vittime dell’11 settembre ci furono anche dieci cittadini italiani.

Non furono però soltanto loro a rappresentare il legame con l’Italia.

La comunità italo-americana di New York fu colpita duramente. Tra le vittime c’erano persone nate in Italia, figli e nipoti di immigrati italiani e cittadini americani con forti legami con il nostro Paese.

Un progetto realizzato per il 25° anniversario ha raccolto 411 storie di vittime di origine italiana e italo-americana, ricostruendone nomi, volti e biografie. È un numero che aiuta a capire quanto profondo sia stato l’impatto della tragedia anche sulla comunità italiana negli Stati Uniti.

Tra queste storie c’è quella di Arturo Angelo Sereno, tecnico di sistemi di climatizzazione. Aveva 29 anni e sognava di diventare pompiere. Quando vide il primo aereo colpire la Torre Nord e i soccorritori dirigersi verso l’edificio, decise di seguirli per aiutare. Non tornò più a casa.

Il prezzo pagato dai soccorritori

L’11 settembre non furono colpite soltanto le persone che lavoravano nelle Torri o che si trovavano sugli aerei.

Il bilancio comprende anche 343 vigili del fuoco di New York e 60 agenti di polizia morti durante le operazioni di soccorso.

Molti di quei pompieri avevano origini italiane.

La comunità italo-americana continua ancora oggi a ricordare quel sacrificio, insieme a quello di tutti gli altri soccorritori che entrarono negli edifici mentre migliaia di persone cercavano disperatamente di uscirne.

Un mondo diverso dopo quel giorno

L’11 settembre non cambiò soltanto New York.

Dopo gli attentati gli Stati Uniti lanciarono la cosiddetta “guerra al terrorismo”, con l’intervento militare in Afghanistan e, due anni dopo, la guerra in Iraq.

Cambiarono i controlli negli aeroporti, le procedure di sicurezza, la legislazione antiterrorismo e il modo in cui gli Stati affrontavano la minaccia terroristica.

Per milioni di persone cambiò anche qualcosa di molto più quotidiano: viaggiare in aereo non sarebbe più stato esattamente come prima.

Venticinque anni dopo

Per chi quel giorno c’era, le immagini delle Torri in fiamme sono ancora un ricordo personale.

Per chi è nato dopo il 2001, invece, l’11 settembre appartiene già ai libri di storia.

Ed è forse questo uno dei significati più importanti del venticinquesimo anniversario.

Ricordare non significa soltanto ripetere il numero delle vittime o mostrare ancora una volta le immagini degli aerei contro le Torri.

Significa restituire un nome e una storia alle persone che morirono.

Tra quelle quasi tremila vite c’erano americani e stranieri, uomini e donne, lavoratori, passeggeri, soccorritori. E c’erano anche italiani e persone che portavano nel proprio nome, nella propria famiglia o nella propria storia un pezzo d’Italia.

Venticinque anni dopo, il mondo è molto diverso da quello dell’11 settembre 2001.

Ma una cosa non è cambiata: quelle persone continuano ad avere bisogno di essere ricordate.




New York–Bari, il Sud Italia sempre più vicino agli Stati Uniti con United Airlines

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Il collegamento diretto tra New York e Bari entra nella strategia di promozione internazionale del Mezzogiorno. La rotta stagionale operata da United Airlines, con quattro frequenze settimanali, sta infatti offrendo alla Puglia e alle regioni del Sud un accesso diretto al grande mercato turistico nordamericano.

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Il servizio collega Bari all’aeroporto di Newark, nell’area metropolitana di New York, ed è stato inaugurato lo scorso maggio. Per United si tratta di una novità importante: Bari è diventata la sesta destinazione italiana servita dalla compagnia americana.

La nuova rotta non rappresenta soltanto un collegamento per chi viaggia tra Italia e Stati Uniti. Per ENIT, che ha accompagnato il lancio attraverso la propria sede americana, costituisce anche uno strumento per presentare direttamente al pubblico statunitense un’area del Paese che comprende non soltanto la Puglia, ma anche la Basilicata e altre destinazioni del Mezzogiorno.

La Puglia punta sul mercato americano

L’interesse degli Stati Uniti verso la Puglia è cresciuto negli ultimi anni e il volo diretto elimina uno degli ostacoli principali per chi sceglie di visitare il Sud Italia: la necessità di effettuare uno scalo per raggiungere Bari.

La programmazione prevede quattro voli alla settimana e viene effettuata con Boeing 767-300ER. United ha indicato Bari come l’unico collegamento diretto operato da un vettore statunitense verso il principale aeroporto pugliese.

La rotta permette inoltre ai passeggeri provenienti dalla Puglia di utilizzare Newark come punto di collegamento con la rete statunitense della compagnia, ampliando così le possibilità di raggiungere altre città americane.

Una campagna che ha raggiunto milioni di persone

Il lancio della rotta è stato accompagnato da una campagna digitale realizzata con il coinvolgimento di creator e media.

Secondo i dati diffusi da ENIT, l’iniziativa ha prodotto 63 contenuti, realizzati da due creator, che hanno raggiunto 17,28 milioni di visualizzazioni, con oltre 872 mila interazioni. Sono state inoltre registrate più di 40 mila condivisioni e quasi 35 mila salvataggi.

Numeri che mostrano quanto il collegamento aereo possa diventare anche uno strumento di promozione turistica: non si vende soltanto un biglietto aereo, ma si racconta una destinazione.

Dalla Puglia alla Basilicata

È proprio questa la strategia alla quale stanno lavorando ENIT e le istituzioni territoriali.

La nuova connessione con New York permette infatti di proporre al turista americano un viaggio che non si limiti alle località più conosciute della Puglia, ma comprenda cultura, paesaggio, gastronomia e territori dell’Italia meridionale.

ENIT ha annunciato anche iniziative con Regione Puglia e Regione Basilicata, compresi press trip destinati a far conoscere il patrimonio culturale, i paesaggi e l’offerta turistica delle due regioni.

È un modello che negli ultimi anni sta diventando sempre più importante: collegare direttamente le destinazioni italiane ai grandi mercati internazionali e utilizzare il volo non soltanto come infrastruttura di trasporto, ma come parte della promozione del territorio.

Una porta americana sul Mezzogiorno

Il collegamento Bari-New York si inserisce in una più ampia crescita delle rotte dirette tra gli Stati Uniti e l’Italia. Per la Puglia, però, il significato è particolare.

Bari può diventare una porta d’ingresso al Mezzogiorno per un pubblico che fino a pochi anni fa arrivava soprattutto attraverso Roma, Milano o altri grandi aeroporti europei.

La sfida, adesso, sarà trasformare questa maggiore accessibilità in presenze turistiche, nuovi investimenti e rapporti economici più stretti.

Perché un volo intercontinentale non trasporta soltanto turisti.

Trasporta anche imprese, professionisti, studenti, famiglie e nuove opportunità di collaborazione tra territori.

E per il Sud Italia, avere una connessione diretta con New York significa soprattutto questo: essere un po’ meno lontano dal resto del mondo.




Creolo haitiano nelle scuole dominicane? La proposta di un deputato scatena il dibattito

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E se nelle scuole della Repubblica Dominicana, accanto allo spagnolo, all’inglese e al francese, si studiasse anche il creolo haitiano?

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Non è un’ipotesi accademica. È una proposta di legge depositata alla Camera dei Deputati dal parlamentare del Partido Revolucionario Moderno (PRM) Julio César Beltré Méndez, rappresentante della provincia di Azua. L’iniziativa prevede l’insegnamento obbligatorio di creolo, inglese e francese nel sistema educativo dominicano, dalla scuola primaria fino alla conclusione della secondaria.

Il progetto ha già aperto una discussione politica che va ben oltre la scuola. Perché il creolo, in Repubblica Dominicana, non è soltanto una lingua straniera: inevitabilmente porta con sé il tema dei rapporti con Haiti, dell’immigrazione, della frontiera e dell’identità nazionale.

Perché il deputato vuole insegnare il creolo

Beltré sostiene che la posizione geografica della Repubblica Dominicana e la condivisione dell’isola con Haiti rendano utile una maggiore conoscenza della lingua parlata dalla popolazione haitiana.

Secondo il parlamentare, i due Paesi mantengono rapporti storici, commerciali, culturali e migratori che rendono necessario migliorare gli strumenti di comunicazione. L’obiettivo dichiarato sarebbe favorire la convivenza, la cooperazione e soprattutto le relazioni nelle zone di frontiera.

Ma il progetto non si ferma al creolo.

L’idea è quella di trasformare progressivamente il sistema educativo dominicano in un sistema plurilingue, nel quale gli studenti arrivino alla fine della scuola secondaria con competenze in tre lingue straniere.

Non soltanto creolo: anche inglese e francese

L’inglese viene considerato dal progetto uno strumento fondamentale per turismo, commercio, tecnologia, servizi e competitività internazionale.

Il francese avrebbe invece un ruolo legato alla dimensione internazionale, diplomatica e culturale.

Il creolo risponderebbe soprattutto alla particolare realtà geografica e sociale della Hispaniola.

Alla fine della scuola secondaria, gli studenti dovrebbero dimostrare il livello raggiunto nelle diverse lingue attraverso il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue, o un altro standard che venga individuato dal Ministero dell’Educazione.

Cinque anni per cambiare la scuola

Il progetto riconosce che introdurre tre lingue straniere obbligatorie in tutto il sistema scolastico non sarebbe semplice.

Per questo prevede un’applicazione progressiva, nell’arco massimo di cinque anni.

Il Ministero dell’Educazione avrebbe dodici mesi, dopo l’eventuale promulgazione della legge, per preparare il nuovo curriculum, stabilire ore di insegnamento, contenuti e livelli di competenza.

Un altro problema sarebbe quello degli insegnanti. La proposta prevede programmi di formazione e certificazione dei docenti attraverso la collaborazione tra il Ministero dell’Educazione, il Ministero dell’Istruzione superiore e le università.

E qui arriva la parte più delicata

La proposta non prevede che il creolo venga insegnato soltanto nelle province di frontiera.

Se diventasse legge, l’obbligo riguarderebbe l’intero territorio nazionale, dalle scuole di Santo Domingo a quelle di Santiago, Puerto Plata, Azua o San Juan, e coinvolgerebbe sia le scuole pubbliche sia quelle private autorizzate dal Ministero dell’Educazione.

È proprio questo uno degli aspetti che ha acceso maggiormente il dibattito.

Per i sostenitori, conoscere la lingua del Paese vicino può essere uno strumento pratico in una realtà nella quale dominicani e haitiani entrano quotidianamente in contatto nel lavoro, nel commercio, nell’agricoltura, nella sanità e nelle zone di frontiera.

Per i critici, invece, imporre il creolo a tutti gli studenti significa sottrarre spazio ad altre materie e introduce nella scuola un tema strettamente legato alla complessa questione migratoria.

Il presidente Abinader non sarebbe d’accordo

Lo stesso Beltré ha dichiarato pubblicamente che il presidente Luis Abinader gli avrebbe espresso la propria contrarietà alla proposta.

Il deputato ha comunque difeso il diritto del Co




Legge elettorale, il 42% resta. Cosa cambia per gli italiani all’estero

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La maggioranza conferma l’impianto della riforma: niente ballottaggio e premio di 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42%. Ma per gli italiani all’estero c’è una questione importante: i loro voti non entrano nel calcolo della soglia.

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La nuova legge elettorale italiana prende forma attorno a un numero destinato a diventare centrale nella prossima competizione politica: 42%.

La maggioranza ha confermato che questa sarà la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, respingendo per ora l’ipotesi di abbassarla al 41%. Il meccanismo prevede un sistema proporzionale al quale si aggiunge un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Il testo è però ancora all’esame del Parlamento. Il Senato dovrebbe completare il proprio lavoro entro metà settembre, mentre la terza lettura alla Camera è programmata a partire dal 28 settembre. Restano inoltre aperte alcune questioni, tra cui la cosiddetta norma anti-cespugli e alcuni aspetti delle preferenze.

Come funzionerebbe il premio

Il principio è relativamente semplice.

La lista o coalizione che ottiene più voti può ricevere il premio di maggioranza soltanto se raggiunge almeno il 42%. Se nessuno arriva a quella percentuale, il premio non scatta e i seggi vengono distribuiti con il sistema proporzionale.

Non ci sarà invece il ballottaggio previsto nelle precedenti ipotesi della riforma.

Il premio è fisso: 70 deputati e 35 senatori. Il testo stabilisce inoltre un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori per la componente nazionale.

L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è quello di garantire maggiore stabilità al governo evitando, allo stesso tempo, un sistema nel quale una coalizione possa ottenere il premio con una percentuale relativamente bassa di consensi.

E gli italiani che vivono all’estero?

Qui c’è un elemento che interessa direttamente milioni di cittadini italiani residenti fuori dal Paese.

Gli iscritti all’AIRE votano per la Camera e il Senato attraverso la Circoscrizione Estero, che elegge propri rappresentanti. Il voto viene normalmente espresso per corrispondenza secondo le regole previste dalla legge 459 del 2001.

Ma nel nuovo meccanismo elettorale i voti della Circoscrizione Estero non vengono conteggiati per determinare quale lista o coalizione abbia superato la soglia del 42%.

Lo stesso vale per i voti delle circoscrizioni di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige ai fini del calcolo nazionale.

Questo significa che un voto espresso da un italiano residente a Santo Domingo, Buenos Aires, New York, Londra o Melbourne continua ad avere valore per l’elezione dei parlamentari della Circoscrizione Estero, ma non contribuisce al raggiungimento della soglia che consente di ottenere il premio di maggioranza nazionale.

È una distinzione tecnica, ma politicamente importante.

Un voto che vale, ma in modo diverso

Per gli italiani residenti all’estero si crea quindi una situazione particolare.

Il loro voto contribuisce all’elezione dei rappresentanti della Circoscrizione Estero, ma rimane fuori dal calcolo utilizzato per stabilire se una lista o coalizione ha diritto al premio di maggioranza.

Non significa che il voto all’estero sia un voto di serie B. Significa che la legge utilizza criteri diversi per due funzioni differenti: assegnare i seggi della Circoscrizione Estero e determinare il vincitore nazionale al quale attribuire il premio.

È un aspetto che sarà particolarmente interessante per le comunità italiane sparse nel mondo, perché riguarda direttamente il modo in cui il loro voto si inserisce nel futuro equilibrio parlamentare.

Le preferenze tornano al centro

Un’altra novità riguarda le modalità con cui gli elettori scelgono i propri parlamentari.

Nel testo attualmente all’esame del Senato si va verso l’introduzione delle preferenze, in sostituzione delle liste completamente bloccate previste dalla prima versione della riforma. Proprio su questo punto, però, rimane un confronto politico acceso anche all’interno della maggioranza.

Restano inoltre da definire alcuni aspetti tecnici della norma anti-cespugli, che riguarda il peso dei piccoli partiti nel calcolo necessario per l’attribuzione del premio.

La partita non è ancora chiusa

Per ora, dunque, il dato politico più chiaro è questo: il 42% resta.

Ma prima che il nuovo sistema diventi legge dovranno ancora essere superati diversi passaggi parlamentari. E alcuni emendamenti potrebbero modificare il testo prima dell’approvazione definitiva.

Per gli italiani all’estero sarà importante seguire soprattutto un aspetto: come verranno disciplinati definitivamente il voto nella Circoscrizione Estero, le preferenze e le modalità di garanzia del voto per corrispondenza.

La riforma non riguarda quindi soltanto chi vive in Italia.

Riguarda anche quella parte crescente della comunità italiana che vive, lavora e vota da fuori dei confini nazionali.




Golfo, nuova escalation tra Stati Uniti e Iran: colpite cinque petroliere iraniane

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Washington distrugge cinque petroliere dopo gli attacchi contro una nave della US Navy. Teheran risponde con missili verso una base americana in Giordania e minaccia il traffico nello Stretto di Hormuz.

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Il confronto tra Stati Uniti e Iran entra in una nuova fase di forte tensione. Nelle ultime ore lo scontro si è spostato anche sul traffico marittimo e rischia di avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.

Le forze armate statunitensi hanno annunciato di aver distrutto cinque petroliere iraniane, dopo che i Guardiani della Rivoluzione avevano tentato per due volte di colpire con missili balistici una nave da guerra americana. Secondo Washington, nessun militare statunitense è rimasto ferito.

Quattro delle petroliere sono state colpite nel Golfo di Oman, mentre una è stata attaccata nei pressi dell’isola iraniana di Kharg, uno dei principali punti di esportazione del petrolio del Paese. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha affermato che gli equipaggi erano stati avvertiti e invitati ad abbandonare le navi prima degli attacchi.

La risposta di Teheran

La reazione iraniana è arrivata rapidamente.

I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver lanciato 20 missili balistici contro una base utilizzata dalle forze americane vicino ad Al Azraq, in Giordania. Amman ha riferito che 18 missili sono stati intercettati e che gli altri due sono caduti in aree non abitate. Secondo le autorità giordane, non ci sono state vittime.

Teheran ha inoltre sostenuto di aver attaccato navi americane e altre petroliere nella zona dello Stretto di Hormuz. Al momento, alcune di queste affermazioni non risultano indipendentemente confermate.

Il passaggio è particolarmente delicato perché la Giordania è un alleato degli Stati Uniti e ospita forze militari americane. Un attacco contro una base nel territorio giordano aumenta quindi il rischio che il conflitto coinvolga ulteriormente altri Paesi della regione.

Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi

La principale preoccupazione internazionale riguarda però il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici per il commercio mondiale di energia.

L’Iran ha minacciato di ampliare le restrizioni alla navigazione, mentre gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere aperto un corridoio per le navi commerciali. Secondo Reuters, il traffico attraverso lo stretto, che prima della guerra trasportava circa un quinto del petrolio mondiale, è stato fortemente ridotto.

È qui che una crisi militare regionale può trasformarsi rapidamente in un problema economico globale.

Il prezzo del Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre i mercati stanno valutando il rischio di nuove interruzioni nelle forniture energetiche.

Washington e Teheran alzano il livello dello scontro

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha difeso l’operazione contro le petroliere, affermando che gli Stati Uniti continueranno a reagire agli attacchi contro le proprie navi.

Dall’altra parte, l’Iran considera gli attacchi americani contro le proprie navi una nuova aggressione e ha minacciato ulteriori azioni contro il traffico marittimo nella regione.

Lo scambio di colpi arriva dopo settimane nelle quali il confronto sembrava essersi relativamente stabilizzato. Ora, invece, sono coinvolti contemporaneamente navi militari, petroliere, basi americane e infrastrutture energetiche.

E mentre il conflitto si allarga geograficamente, cresce anche il rischio economico: petrolio più caro, trasporti marittimi più difficili e nuove pressioni sui prezzi dell’energia.

Il Golfo torna così a essere uno dei principali punti di attenzione per l’economia mondiale.




Il delivery dominicano prova a volare: a Santo Domingo il primo corridoio per le consegne con droni

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Un drone ha trasportato un ordine dalla Winston Churchill alla Torre WC senza utilizzare la strada. È la prima dimostrazione pubblica di consegna autonoma con droni nella Repubblica Dominicana.

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Il delivery nella Repubblica Dominicana potrebbe avere presto una nuova strada. O meglio, potrebbe non averne più bisogno.

A Santo Domingo è stata realizzata la prima dimostrazione pubblica di una consegna autonoma con drone, con un volo partito da una sede di fast food sull’Avenida Winston Churchill e arrivato alla Torre WC.

Il progetto è stato sviluppato da Crecer LAB, azienda dominicana che lavora nei settori della robotica, dell’intelligenza artificiale e dei droni. Dopo circa due anni di ricerca e con l’autorizzazione dell’Instituto Dominicano de Aviación Civil (IDAC), l’iniziativa ha aperto un primo corridoio aereo destinato alle consegne in aree autorizzate.

Dal ristorante al palazzo senza passare dal traffico

La dimostrazione è avvenuta alle 8:30 del mattino.

Il drone è decollato dal tetto del locale, ha seguito una rotta programmata, ha raggiunto la Torre WC e ha lasciato il pacco a destinazione. Poi è tornato autonomamente al punto di partenza.

L’intero processo è stato automatizzato: decollo, navigazione, arrivo, consegna e ritorno.

È proprio questo l’aspetto che rende interessante l’esperimento. Un ordine destinato a un edificio situato a poca distanza può essere trasportato in linea diretta, senza incontrare semafori, ingorghi o rallentamenti.

Secondo Crecer LAB, le consegne lungo questo tipo di percorso possono essere effettuate in meno di due minuti.

Perché proprio la Winston Churchill

La scelta della Winston Churchill non è casuale.

È una delle principali arterie commerciali del Distretto Nazionale e concentra uffici, attività commerciali e abitazioni. È anche una strada dove il traffico può incidere pesantemente sui tempi delle consegne.

Per un’attività di ristorazione, pochi minuti possono fare la differenza tra un ordine consegnato rapidamente e un cliente costretto ad aspettare.

Il drone prova quindi a risolvere un problema molto concreto: trasformare una parte del percorso urbano da terrestre ad aereo.

I motoristi non spariranno

Questo non significa, almeno per ora, che i droni siano destinati a sostituire i motociclisti che ogni giorno effettuano migliaia di consegne.

Il modello presentato a Santo Domingo è pensato inizialmente per tragitti brevi e predefiniti tra punti specifici. Un ordine destinato a un edificio facilmente raggiungibile dal corridoio autorizzato può essere affidato al drone; per percorsi più lunghi, complessi o verso zone non coperte, la moto continuerà a essere indispensabile.

L’idea, secondo i promotori, è quindi piuttosto quella di utilizzare la tecnologia per alleggerire alcune tratte e lasciare ai repartidores quelle che richiedono maggiore flessibilità.

Sicurezza e regole

Naturalmente, portare un drone autonomo sopra una città è molto diverso dal farlo volare in un’area isolata.

Il progetto opera all’interno dei parametri stabiliti dall’IDAC e, secondo Crecer LAB, ogni volo prevede due piloti certificati e sistemi di sicurezza ridondanti.

La fase attuale è quindi soprattutto una sperimentazione: prima di immaginare centinaia di droni sopra Santo Domingo, occorre verificare come funzionano le rotte, quali sono le procedure di sicurezza e come può essere integrato questo nuovo tipo di traffico nello spazio aereo urbano.

Una possibile nuova fase del delivery

La tecnologia dei droni per le consegne non è una novità assoluta a livello internazionale. In Brasile, per esempio, nel 2026 sono già stati sperimentati corridoi dedicati al trasporto di ordini.

La novità per la Repubblica Dominicana è invece l’adattamento di questo modello alle caratteristiche di una grande città caraibica, dove traffico, densità urbana e tempi di consegna rappresentano problemi quotidiani.

Per ora si tratta di un solo corridoio e di un progetto pilota.

Ma il volo dalla Winston Churchill alla Torre WC potrebbe essere ricordato come il momento in cui il delivery dominicano ha cominciato a guardare verso l’alto.

Se l’esperimento funzionerà, il prossimo passo potrebbe essere quello di collegare altri punti della città e trasformare gradualmente i droni da curiosità tecnologica a nuovo strumento della logistica urbana.




Centro America, il mais è in ginocchio: oltre 55 mila famiglie hanno perso il raccolto

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Siccità ed El Niño mettono in crisi il Corredor Seco. A rischio il principale alimento della regione e migliaia di piccoli agricoltori. Anche imprese italiane sono impegnate nello sviluppo di tecnologie per un’agricoltura più resiliente.

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Il mais è molto più di una coltivazione in America Centrale. È il pane quotidiano di milioni di persone, la base delle tortillas, dei tamales e di gran parte dell’alimentazione delle famiglie rurali. Per questo la crisi che sta colpendo il Corredor Seco centroamericano rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi alimentare.

Secondo una valutazione realizzata da Oxfam insieme ad altre organizzazioni umanitarie, oltre 70 mila famiglie hanno subito danni ai raccolti di mais durante il primo ciclo agricolo del 2026. Di queste, 55.322 famiglie hanno perso tra il 75% e il 100% della produzione. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search5”]}/>

La situazione riguarda soprattutto Guatemala, Honduras ed El Salvador, le tre nazioni più colpite dalla siccità provocata dal fenomeno di El Niño.

Il Corredor Seco senza pioggia

L’indagine è stata condotta in 354 comunità rurali di 58 municipi. I risultati descrivono un quadro preoccupante.

L’80,8% delle comunità ha attraversato almeno due lunghi periodi senza pioggia durante la stagione della semina, mentre in quasi quattro comunità su dieci si sono registrati addirittura tre periodi di siccità consecutivi. In molte aree del Pacifico centroamericano le precipitazioni da luglio sono rimaste sotto il 60% della media storica. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Per migliaia di piccoli agricoltori significa una sola cosa: il mais è germogliato, ha iniziato a crescere e poi si è seccato nei campi.

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Non manca solo il mais

La crisi non riguarda soltanto questa coltura.

Anche i fagioli, altro alimento fondamentale della dieta centroamericana, hanno subito perdite gravissime. Oxfam segnala che migliaia di famiglie hanno perso oltre tre quarti del raccolto di frijol, mentre oltre 23 mila famiglie denunciano una riduzione dell’accesso all’acqua potabile. <Cite refs={[“turn0search2″,”turn0search5”]}/>

L’impatto si estende anche agli allevamenti familiari: il caldo e la scarsità d’acqua stanno causando perdite di pollame e riducendo la disponibilità di foraggio.

A rischio anche il secondo raccolto

La preoccupazione maggiore riguarda i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco ogni anno si coltivano normalmente due raccolti di mais. Dopo il ciclo di primera arriva quello di postrera.

Quest’anno, però, solo circa 27.500 famiglie prevedono di seminare nel secondo ciclo, con una riduzione di oltre il 60% rispetto a chi aveva coltivato durante la prima stagione. Molti agricoltori non hanno più semi, denaro o fiducia nelle piogge. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Se anche la postrera dovesse fallire, la disponibilità di mais potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi mesi.

Crescono i prezzi e aumenta la vulnerabilità

Le conseguenze sono già visibili nei mercati.

In Honduras il prezzo del mais bianco ha continuato a salire negli ultimi mesi a causa della riduzione delle scorte, mentre in Guatemala e in El Salvador i prezzi restano superiori a quelli dello scorso anno. La FAO aveva già segnalato un progressivo irrigidimento del mercato regionale dei cereali. <Cite refs={[“turn0search6″,”turn0search2”]}/>

Per le famiglie che vivono di agricoltura di sussistenza questo significa un doppio colpo: meno raccolto e cibo più caro da acquistare.

Anche l’Italia è presente nel settore agricolo centroamericano

La crisi interessa un’area nella quale operano anche diverse imprese italiane specializzate in agricoltura.

L’azienda siciliana Irritec è presente in America Centrale con sistemi di irrigazione a goccia, utilizzati per ridurre il consumo d’acqua e aumentare l’efficienza delle coltivazioni.

Il gruppo Maschio Gaspardo fornisce macchine agricole e seminatrici in numerosi Paesi latinoamericani, mentre Cifo opera nella nutrizione delle colture attraverso fertilizzanti e biostimolanti.

Sono tecnologie che stanno assumendo un’importanza crescente proprio nelle aree colpite dalla siccità, dove l’obiettivo non è soltanto produrre di più, ma produrre utilizzando meno acqua.

Una crisi climatica che può diventare sociale

Oxfam avverte che questa non è soltanto una crisi agricola.

La perdita dei raccolti riduce il reddito delle famiglie, aumenta il rischio di migrazione, mette sotto pressione le riserve alimentari e rende più difficile affrontare i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco vivono circa 10,5 milioni di persone, molte delle quali dipendono quasi esclusivamente da mais e fagioli coltivati per il consumo familiare. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search11”]}/>

Se le piogge non torneranno con regolarità, il 2026 potrebbe diventare uno degli anni più difficili dell’ultimo decennio per l’agricoltura dell’America Centrale.




Repubblica Dominicana. Alle 10 scatta il simulacro nazionale per terremoto: niente panico, è una prova

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Martedì 8 settembre alle 10:00 la Repubblica Dominicana metterà alla prova il sistema nazionale di risposta a un terremoto. Potranno suonare sirene e altoparlanti e arrivare un messaggio di allerta sui cellulari.

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Alle 10:00 di questa mattina la Repubblica Dominicana si fermerà per alcuni minuti per simulare uno degli eventi naturali più difficili da prevedere: un terremoto.

Non sarà un terremoto reale e non ci sarà quindi motivo di allarmarsi se contemporaneamente suoneranno sirene, fischietti e altoparlanti oppure se sui telefoni cellulari comparirà un messaggio di allerta.

Si tratta del Simulacro Nacional de Evacuación por Terremoto 2026, organizzato dal Centro de Operaciones de Emergencias (COE) con la partecipazione degli organismi che fanno parte del sistema nazionale di emergenza. L’esercitazione coinvolgerà l’intero Paese.

Una prova che coinvolge tutti

L’obiettivo non è soltanto provare a far uscire le persone dagli edifici.

Il simulacro servirà a verificare se funzionano correttamente i piani di emergenza, le vie di evacuazione, le comunicazioni e il coordinamento tra le diverse istituzioni.

Scuole, uffici, aziende, istituzioni pubbliche e private, comunità e famiglie sono chiamati a partecipare. Anche il Ministero dell’Educazione ha confermato l’adesione di tutti i centri educativi pubblici, delle 18 Regionali e dei 122 Distretti educativi.

Per l’ONesvie, che ha invitato la popolazione a partecipare, il valore dell’esercitazione sta proprio nella possibilità di scoprire prima di un’emergenza reale ciò che non funziona: una via di fuga bloccata, un punto di raccolta sbagliato o una comunicazione che non arriva in tempo possono diventare problemi molto seri durante un terremoto.

Attenzione al cellulare

Una delle novità più importanti di questa esercitazione sarà la prova del sistema di allerta direttamente sui telefoni cellulari.

Alle 10 potrebbe quindi arrivare una notifica o un messaggio di prova. Il COE ha precisato che non sarà necessario scaricare alcuna applicazione.

Il consiglio è semplice: se arriva l’allerta, leggere il messaggio e seguire le istruzioni previste dal simulacro, senza confonderlo con una situazione di emergenza reale.

È un passaggio importante perché, in caso di terremoto, la rapidità delle comunicazioni può fare la differenza. Il sistema di allerta deve infatti riuscire a raggiungere contemporaneamente un numero molto elevato di persone.

Perché è importante partecipare

Un terremoto non può essere programmato e, soprattutto, non avvisa prima di arrivare.

Per questo la preparazione deve avvenire quando tutto è tranquillo. Sapere dove uscire, quale percorso utilizzare, dove riunirsi e come comportarsi nei primi momenti può ridurre il rischio di panico e di incidenti.

Il simulacro serve proprio a trasformare le indicazioni teoriche in comportamenti concreti.

Le autorità invitano quindi la popolazione a prendere sul serio l’esercitazione, pur ricordando che si tratta soltanto di una prova.

Alle 10, dunque, niente panico

Se questa mattina alle 10:00 sentirete una sirena, vedrete persone uscire dagli edifici o riceverete un messaggio sul telefono, non significa che sia appena avvenuto un terremoto.

È il Paese che prova a immaginare quello che potrebbe accadere e, soprattutto, a verificare se sarebbe davvero pronto a reagire.

Perché un simulacro può sembrare una perdita di tempo quando non succede nulla.

Ma se un giorno dovesse succedere davvero, quel tempo potrebbe essere stato investito per salvare vite.




Cuba, l’embargo americano raggiunge un nuovo record: L’Avana stima danni per oltre 8 miliardi di dollari

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Secondo il governo cubano, le perdite provocate dalle sanzioni statunitensi hanno superato gli 8 miliardi di dollari in un solo anno. La cifra non comprende gli effetti delle nuove misure sull’energia.

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L’embargo statunitense contro Cuba torna al centro del confronto internazionale con una nuova stima record fornita dal governo dell’Avana.

Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha dichiarato che, tra marzo 2025 e febbraio 2026, le misure economiche statunitensi hanno provocato danni per 8,083 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata secondo le autorità cubane. Si tratta di un aumento del 7% rispetto al periodo precedente.

La stima, presentata lunedì all’Avana, non comprende però gli effetti delle successive misure adottate da Washington sul settore energetico, né quelli delle sanzioni secondarie introdotte nei mesi successivi.

Un embargo che dura da oltre sessant’anni

Le restrizioni economiche statunitensi nei confronti di Cuba risalgono agli anni Sessanta. Il quadro delle sanzioni è rimasto in vigore anche nel 2026: ad agosto Washington ha inoltre prorogato per un altro anno alcune delle autorità previste dal Trading With the Enemy Act e applicate al regime sanzionatorio nei confronti dell’isola.

Negli ultimi mesi la pressione americana è però aumentata.

L’amministrazione Trump ha introdotto nuove misure nei confronti di persone e imprese legate all’economia cubana. Un ordine esecutivo del maggio 2026 ha ampliato la possibilità di imporre sanzioni a soggetti stranieri coinvolti in determinati settori dell’economia cubana, compresi energia, finanza, estrazione mineraria e sicurezza.

L’energia è diventata il nuovo fronte

È proprio sul fronte energetico che la situazione cubana si è ulteriormente aggravata.

Secondo Rodríguez, i danni provocati dalle nuove misure energetiche non sono ancora compresi negli 8,083 miliardi di dollari appena comunicati. Il ministro ha collegato la crescente difficoltà nell’approvvigionamento di carburante ai prolungati blackout che stanno interessando l’isola.

La crisi energetica ha conseguenze che vanno ben oltre la disponibilità di elettricità. La mancanza di carburante e le interruzioni della rete incidono sulla conservazione degli alimenti, sui trasporti e sui servizi essenziali.

Nei giorni scorsi anche l’ambasciata statunitense all’Avana ha diffuso un’allerta sanitaria, segnalando un aumento di problemi intestinali collegato alle difficoltà delle infrastrutture idriche ed elettriche.

Washington: pressione sul governo, non sul popolo

La lettura americana della situazione è naturalmente diversa da quella dell’Avana.

Gli Stati Uniti sostengono che le sanzioni siano uno strumento di pressione nei confronti del governo cubano, accusato di violazioni dei diritti umani, repressione politica e cattiva gestione dell’economia. Washington considera inoltre il governo cubano una questione di sicurezza nazionale.

Il governo cubano sostiene invece che il costo delle sanzioni ricada direttamente sulla popolazione.

Il contrasto tra le due posizioni rimane dunque irrisolto. E al momento non sembra esserci un nuovo negoziato in grado di modificare sostanzialmente il quadro: Rodríguez ha dichiarato che non sono in corso colloqui formali con gli Stati Uniti, pur lasciando aperta la possibilità di mantenere i contatti.

Una crisi che si somma alle difficoltà interne

Attribuire l’intera crisi economica cubana all’embargo sarebbe però una semplificazione. L’economia dell’isola attraversa da anni gravi difficoltà strutturali, mentre il governo ha recentemente avviato nuove riforme per attirare investimenti stranieri, facilitare il commercio e rilanciare il turismo.

Le sanzioni americane rappresentano quindi uno dei fattori della crisi, ma si inseriscono in un quadro economico già estremamente fragile.

La nuova cifra di oltre 8 miliardi di dollari fotografa soprattutto la dimensione del confronto economico tra Washington e L’Avana, mentre le conseguenze concrete della crisi continuano a essere visibili nella vita quotidiana dei cubani.




Città del Messico e Milano più vicine: dal 2027 arriva il volo diretto per Malpensa

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Dal 28 marzo 2027 Aeroméxico collegherà direttamente Città del Messico e Milano Malpensa. Quattro voli alla settimana rafforzeranno i collegamenti tra Messico e Italia.

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Per chi vive in Messico e deve raggiungere il Nord Italia, dal prossimo anno il viaggio sarà più semplice. Aeroméxico introdurrà infatti un collegamento diretto tra Città del Messico e Milano Malpensa, una nuova rotta che amplia i legami aerei tra i due Paesi.

Il primo volo è previsto per 28 marzo 2027 e, secondo l’operativo attualmente annunciato, saranno quattro le frequenze settimanali. La rotta sarà operata con Boeing 787 Dreamliner.

Quattro collegamenti alla settimana

I voli da Città del Messico a Milano sono programmati il martedì, giovedì, sabato e domenica, mentre nella direzione opposta, da Malpensa verso la capitale messicana, le partenze sono previste il lunedì, mercoledì, venerdì e domenica.

Il volo AM76 partirà da Città del Messico alle 22:30, con arrivo a Milano Malpensa alle 18:20 del giorno successivo. In senso inverso, il volo AM77 partirà da Malpensa alle 23:05, arrivando a Città del Messico alle 4:30. Gli orari sono naturalmente soggetti alle variazioni previste dall’operativo della compagnia.

La durata del collegamento diretto è di circa 12 ore, senza necessità di scalo.

Un nuovo ponte tra Italia e Messico

La nuova rotta ha un significato che va oltre il turismo.

Milano rappresenta uno dei principali centri italiani per economia, moda, design, industria e fiere internazionali. Città del Messico è invece il principale polo economico e politico del Paese e un importante punto di collegamento con il resto dell’America Latina.

Il nuovo volo potrà quindi interessare tanto i viaggiatori quanto imprese, professionisti, studenti e comunità italiane che si spostano tra i due Paesi.

L’Italia è già un mercato importante per il Messico sul fronte turistico: nel 2025 gli arrivi di visitatori italiani hanno superato le 118 mila unità, con una crescita del 13,7% rispetto all’anno precedente.

Due destinazioni italiane per Aeroméxico

Con Milano, Aeroméxico rafforza ulteriormente la propria presenza in Italia. La compagnia opera già sulla rotta Città del Messico–Roma Fiumicino, mentre tra Italia e Messico è attiva anche Neos con il collegamento Milano–Cancún.

Per gli italiani residenti in Messico e per i messicani che viaggiano verso l’Italia, l’apertura della nuova rotta significa dunque una possibilità in più per raggiungere direttamente il nostro Paese.

E per Milano, l’arrivo di un collegamento diretto con una delle più grandi metropoli dell’America Latina rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento della propria rete internazionale.