Elezioni Comites 2026: si vota il 4 dicembre, ecco le scadenze per gli italiani all’estero

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Sono state ufficialmente indette le elezioni per il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero. Gli iscritti all’AIRE dovranno registrarsi nell’elenco degli elettori entro il 4 novembre per poter ricevere il materiale elettorale.

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È ufficiale: il 4 dicembre 2026 si voterà per il rinnovo dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero che rappresentano le comunità italiane presso le rispettive circoscrizioni consolari.

I Consolati hanno infatti emanato il decreto che indice le elezioni, facendo scattare anche il calendario delle principali scadenze elettorali.

Per gli italiani residenti all’estero si tratta di un appuntamento importante, ma occorre prestare attenzione a una differenza fondamentale rispetto alle elezioni politiche: per votare per i Comites non è sufficiente essere iscritti all’AIRE.

Chi può votare

Possono partecipare alle elezioni i cittadini italiani residenti e iscritti all’AIRE nella circoscrizione consolare da almeno sei mesi rispetto alla data delle votazioni.

Per ricevere il plico elettorale è però necessario iscriversi nell’elenco degli elettori entro il 4 novembre 2026.

L’iscrizione può essere effettuata secondo le modalità stabilite dal proprio Consolato: direttamente presso la sede consolare oppure inviando l’apposito modulo per posta o per posta elettronica, anche certificata, accompagnato dalla copia di un documento d’identità.

Le principali scadenze delle elezioni Comites

Il calendario fissato dal decreto consolare prevede diverse date da ricordare.

23 settembre – 3 ottobre: presentazione delle liste

Le liste dei candidati potranno essere presentate dal 23 settembre al 3 ottobre 2026.

È questa la finestra prevista per la presentazione delle candidature al rinnovo dei Comites.

4 novembre: termine per iscriversi al voto

Questa è probabilmente la data più importante per gli elettori.

Chi vuole partecipare alle elezioni dovrà risultare iscritto nell’apposito registro degli elettori entro il 4 novembre 2026.

Essere semplicemente iscritti all’AIRE, quindi, non è sufficiente per ricevere automaticamente il materiale elettorale.

Il voto sarà per corrispondenza

Come già avvenuto nelle precedenti elezioni, gli italiani residenti all’estero voteranno per corrispondenza.

Gli elettori regolarmente iscritti riceveranno il plico contenente il materiale necessario per votare entro il 15 novembre 2026.

Se il plico non dovesse arrivare, sarà possibile richiederne un duplicato a partire dal 21 novembre.

Le schede votate dovranno essere rispedite al Consolato. Per essere considerate valide, le buste dovranno comunque arrivare agli uffici consolari entro le ore 24 del 4 dicembre, giorno delle elezioni.

Che cosa sono i Comites

I Comites, cioè i Comitati degli Italiani all’Estero, sono organismi rappresentativi delle comunità italiane residenti fuori dall’Italia.

Vengono istituiti nelle circoscrizioni consolari nelle quali risiedono almeno 3.000 cittadini italiani.

A seconda del numero di italiani residenti nella circoscrizione, i Comites sono composti da 12 oppure 18 consiglieri.

Ogni Consolato provvede a indire le elezioni nella propria circoscrizione e, dove previsto, possono essere presenti anche più Comites.

Un appuntamento importante per gli italiani all’estero

Le elezioni del 4 dicembre rappresentano quindi un momento importante per la partecipazione degli italiani alla vita delle proprie comunità all’estero.

Per chi desidera votare, il consiglio più semplice è quello di non aspettare l’ultimo momento e verificare per tempo presso il proprio Consolato le modalità di iscrizione nell’elenco degli elettori.

La prima data da segnare sul calendario è il 23 settembre, quando si aprirà la finestra per la presentazione delle liste. Ma per gli elettori la scadenza fondamentale sarà il 4 novembre 2026, ultimo giorno utile per iscriversi al registro elettorale.

Il voto si terrà infine il 4 dicembre 2026.

Calendario essenziale

  • 23 settembre – 3 ottobre 2026: presentazione delle liste
  • 4 novembre 2026: termine per iscriversi nell’elenco degli elettori
  • 15 novembre 2026: termine previsto per la ricezione del materiale elettorale
  • 21 novembre 2026: possibilità di richiedere il duplicato del plico in caso di mancata ricezione
  • 25 novembre 2026: termine indicato per la spedizione delle schede votate
  • 4 dicembre 2026: elezioni per il rinnovo dei Comites

Fonte: AISE




El Niño torna a fare paura: l’OMM lancia l’allarme per i prossimi mesi

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Il fenomeno climatico legato al riscaldamento delle acque del Pacifico si sta rafforzando e potrebbe raggiungere una fase particolarmente intensa entro la fine del 2026. L’Organizzazione meteorologica mondiale prevede conseguenze sul clima globale almeno fino all’inizio del 2027.

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El Niño si sta rafforzando e questa volta le previsioni degli esperti lasciano poco spazio ai dubbi. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), il fenomeno climatico è ormai chiaramente presente e continuerà a intensificarsi nei prossimi mesi.

La conseguenza potrebbe essere un aumento della probabilità di eventi meteorologici estremi, dalle precipitazioni eccezionali alle siccità, passando per ondate di calore particolarmente intense.

Il fenomeno potrebbe durare fino al 2027

Le proiezioni dell’OMM indicano una probabilità prossima al 100% che El Niño continui almeno fino a febbraio 2027. Gli esperti prevedono inoltre che raggiunga una fase di particolare intensità verso la fine di quest’anno, prima di cominciare gradualmente ad attenuarsi.

Il fenomeno nasce dal forte riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico equatoriale e può influenzare il clima anche a migliaia di chilometri di distanza dalla sua zona d’origine.

I dati raccolti negli ultimi mesi confermano una situazione in rapido sviluppo. Nell’area del Pacifico centrale e orientale interessata da El Niño, le temperature superficiali del mare sono ormai decisamente superiori alla media.

L’indice Niño 3.4, utilizzato dagli scienziati per monitorare proprio queste anomalie, è passato da circa 1,5 gradi sopra la media tra maggio e luglio a 2 gradi sopra la media nel mese di luglio. Nelle settimane successive i valori sono ulteriormente aumentati, arrivando tra circa 2,2 e 2,6 gradi sopra la norma.

Ancora più impressionante la situazione registrata sotto la superficie dell’oceano: in alcune zone, durante luglio e all’inizio di agosto, l’acqua ha raggiunto temperature superiori alla media di oltre 8 gradi.

Temperature più alte e piogge fuori dalla norma

L’arrivo di un El Niño particolarmente intenso non significa che tutte le regioni del mondo subiranno gli stessi effetti. Il fenomeno può infatti manifestarsi in modo diverso a seconda delle aree geografiche e della stagione, interagendo anche con altri fattori climatici.

L’OMM prevede comunque, per il periodo settembre-novembre 2026, una maggiore probabilità di temperature superiori alla media in gran parte delle aree terrestri.

Anche le precipitazioni potrebbero subire importanti variazioni, con alcune regioni esposte a un maggiore rischio di piogge intense e alluvioni e altre, al contrario, a condizioni di siccità.

A rendere il quadro ancora più complesso contribuiscono le temperature elevate registrate anche nell’Atlantico tropicale e l’attesa evoluzione del Dipolo dell’Oceano Indiano, altri elementi che possono modificare gli effetti normalmente associati a El Niño.

L’allarme delle Nazioni Unite

Il Segretario generale dell’ONU António Guterres ha definito particolarmente preoccupante l’attuale evoluzione del fenomeno, sottolineando come l’aumento delle temperature marine e terrestri stia portando il pianeta verso una fase di crescente esposizione agli eventi meteorologici estremi.

Anche la segretaria generale dell’OMM, Celeste Saulo, ha invitato governi e istituzioni a prepararsi. Un El Niño molto intenso, ha spiegato, può avere conseguenze importanti non soltanto sull’ambiente, ma anche sulle comunità e sulle economie che dipendono dalle condizioni meteorologiche.

Che cos’è El Niño?

El Niño è una delle due fasi dell’ENSO (El Niño-Southern Oscillation), un grande fenomeno naturale che modifica periodicamente la circolazione atmosferica e le temperature degli oceani.

La sua caratteristica principale è il riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale. Normalmente compare a intervalli di alcuni anni e può durare diversi mesi.

La sua influenza, però, non rimane confinata al Pacifico. Le alterazioni della circolazione atmosferica possono modificare temperature e precipitazioni in molte parti del pianeta.

Per questo motivo le previsioni dell’OMM rappresentano uno strumento importante per consentire a governi, servizi meteorologici, agricoltori, imprese e comunità di prepararsi con anticipo alle possibili conseguenze.

L’OMM continuerà a seguire l’evoluzione di El Niño e ad aggiornare le proprie previsioni. Gli esperti ricordano inoltre che El Niño è un fenomeno climatico naturale e non è causato direttamente dai cambiamenti climatici, anche se il riscaldamento globale può influenzare il contesto nel quale il fenomeno si manifesta.




Italia, l’emigrazione non si ferma: nel 2030 partiranno 176 mila italiani

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Le nuove previsioni Istat fotografano un Paese destinato a perdere oltre 13 milioni di residenti entro il 2080. Aumenteranno anche gli italiani che sceglieranno di trasferirsi all’estero: 176 mila nel 2030 contro i 144 mila del 2025. Il Mezzogiorno sarà l’area più colpita.

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L’Italia continuerà a perdere popolazione e, parallelamente, continuerà a esportare una parte della propria popolazione verso l’estero.

È uno degli elementi che emergono dalle nuove previsioni demografiche dell’Istat, elaborate sulla base del 1° gennaio 2025 e riferite all’orizzonte 2025-2080. Il quadro delineato dall’Istituto è quello di un Paese sempre più anziano, con meno nascite, una forza lavoro destinata a ridursi e una popolazione residente che potrebbe scendere dagli attuali 58,9 milioni a 45,8 milioni nel 2080.

Ma c’è un dato che riguarda in modo particolare gli italiani all’estero: le emigrazioni continueranno ad aumentare nel prossimo futuro.

Secondo lo scenario mediano dell’Istat, nel 2025 gli emigrati dall’Italia sono circa 144 mila. Nel 2030 potrebbero diventare 176 mila, per poi attestarsi a 169 mila nel 2050 e risalire a 183 mila nel 2080.

Non significa naturalmente che tutti questi emigrati siano necessariamente giovani italiani che lasciano il Paese. Il dato comprende i movimenti migratori verso l’estero e va quindi letto all’interno di un fenomeno più complesso. Ma conferma una tendenza ormai strutturale: l’Italia continuerà ad avere un flusso significativo di persone che trasferiscono la propria residenza oltre confine.

Un Paese che perderà oltre 13 milioni di abitanti

Il dato complessivo è ancora più impressionante.

Nello scenario mediano, la popolazione italiana passerà dai 58,9 milioni di residenti del 2025 a 58,7 milioni nel 2030, scenderà a 55 milioni nel 2050 e arriverà a 45,8 milioni nel 2080.

In poco più di mezzo secolo l’Italia perderebbe quindi oltre 13 milioni di residenti. E il fenomeno non sarebbe limitato a una particolare area geografica: riguarderebbe tutto il territorio nazionale, anche se con intensità molto diversa.

Il Nord mostra una maggiore capacità di tenuta. Tra il 2025 e il 2030 potrebbe addirittura registrare una lieve crescita, passando da 27,5 a 27,7 milioni di abitanti. Successivamente, però, anche il Nord inizierebbe a perdere popolazione.

Il Centro scenderebbe progressivamente fino a 9,3 milioni nel 2080.

La situazione più difficile riguarda invece il Mezzogiorno: dai 19,7 milioni di residenti del 2025 si passerebbe a 19,4 milioni nel 2030, a 16,7 milioni nel 2050 e appena 12,3 milioni nel 2080.

Non è soltanto emigrazione: è il saldo naturale a preoccupare

C’è però un aspetto importante da chiarire.

L’Italia continuerà ad avere un saldo migratorio con l’estero positivo. Nel 2025, secondo l’Istat, il saldo tra immigrati ed emigrati è di circa 296 mila persone. Nel 2030 scenderà a 247 mila e nel 2050 a 204 mila, per poi risalire a 221 mila nel 2080.

Il problema è che questo saldo positivo non basta a compensare la differenza tra nascite e decessi.

Le nascite, nello scenario mediano, resteranno intorno alle 355 mila all’anno fino al 2030, per scendere a 335 mila nel 2050 e a 281 mila nel 2080.

I decessi, al contrario, cresceranno: dai 652 mila del 2025 arriveranno a 708 mila nel 2030, raggiungendo un picco di circa 869 mila nel 2058.

È quindi questo squilibrio strutturale, più ancora dei singoli flussi migratori, a determinare il progressivo ridimensionamento della popolazione italiana.

Sempre meno persone in età lavorativa

Le conseguenze non saranno soltanto demografiche.

La popolazione tra i 15 e i 64 anni, oggi pari al 63,4% dei residenti, scenderebbe al 55,3% nel 2050. In termini assoluti, significherebbe quasi 7 milioni di persone in meno appartenenti a questa fascia d’età.

La conseguenza sarà una crescente difficoltà nel garantire il ricambio della forza lavoro e nel sostenere un sistema pensionistico e assistenziale chiamato contemporaneamente a gestire una popolazione sempre più anziana.

Nel frattempo aumenterà anche il numero degli anziani che vivono soli.

Secondo le proiezioni Istat, le persone che vivono sole passeranno dai 10 milioni del 2025 agli 11,6 milioni nel 2050. Tra queste, gli over 65 passeranno da 4,6 a 6,6 milioni.

E gli italiani all’estero?

È proprio qui che il fenomeno dell’emigrazione assume un significato più ampio.

Per decenni l’Italia ha considerato l’emigrazione soprattutto come un fenomeno del passato, legato alle grandi partenze del Novecento. Oggi, invece, l’Italia deve confrontarsi con una nuova mobilità internazionale e con una popolazione residente all’estero che continua a rappresentare una componente importante della società italiana.

Le nuove previsioni dell’Istat indicano che il flusso di emigrati non è destinato a esaurirsi. Al contrario, dopo i circa 144 mila trasferimenti del 2025, le partenze potrebbero raggiungere quota 176 mila già nel 2030.

Per un Paese che nello stesso periodo avrà sempre meno giovani, meno lavoratori e sempre più anziani, il dato dovrebbe rappresentare un elemento di riflessione politica.

Non si tratta semplicemente di chiedersi quanti italiani partiranno.

La domanda più importante è perché continueranno a partire e cosa farà l’Italia per rendere il Paese più capace di trattenere le nuove generazioni, senza trasformare l’emigrazione in una perdita permanente di capitale umano.

E, allo stesso tempo, sarà necessario capire come valorizzare il rapporto con quei milioni di italiani che vivono già fuori dai confini nazionali.

Perché l’Italia del futuro potrebbe essere un Paese con meno abitanti, ma con una comunità italiana nel mondo sempre più importante.




Edouard perde forza dopo aver colpito Texas e Louisiana: ora è una depressione tropicale, ma resta l’allarme per le piogge

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La tempesta ha toccato terra ieri con venti fino a 60 mph. Ora si sposta nell’entroterra del Texas, dove sono ancora possibili forti piogge, alluvioni improvvise e innalzamento dei fiumi.

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La tempesta tropicale Edouard ha ormai lasciato il Golfo del Messico.

Il sistema ha raggiunto la costa nel pomeriggio di martedì 1° settembre, nei pressi di Johnson Bayou, in Louisiana, vicino al confine con il Texas, con venti massimi sostenuti di circa 60 mph, pari a 97 km/h.

Nelle ore successive, entrando sulla terraferma, Edouard ha rapidamente perso energia.

Questa mattina il National Hurricane Center ha emesso l’ultimo bollettino dedicato alla tempesta, ormai classificata come depressione tropicale.

Ma sarebbe sbagliato considerare conclusa l’emergenza.

Il vento diminuisce, aumenta il problema dell’acqua

Alle prime ore di oggi Edouard si trovava nell’entroterra del Texas, circa 115 chilometri a nord-ovest di Beaumont, con venti sostenuti di circa 55 km/h.

La depressione si muove verso nord-nordovest e continuerà ad attraversare il Texas orientale nelle prossime ore.

Il NHC prevede un ulteriore indebolimento, fino alla trasformazione in un sistema post-tropicale e alla dissipazione entro giovedì.

Ma nel frattempo rimane una grande quantità di umidità associata al sistema.

Ed è questa, oggi, la principale preoccupazione.

Piogge ancora molto intense

Le previsioni indicano nuove precipitazioni importanti sul Texas sud-orientale e orientale.

Il sistema potrebbe scaricare ancora diversi pollici di pioggia, con il rischio di accumuli localmente molto elevati. Il Weather Prediction Center avverte che le inondazioni improvvise sono probabili, soprattutto nelle aree urbane, mentre non è escluso il rischio di esondazioni dei fiumi.

In alcune zone già colpite dalla pioggia nelle ultime ore, il terreno è saturo.

Questo significa che anche ulteriori precipitazioni relativamente brevi possono provocare rapidamente allagamenti.

La minaccia si sposta verso l’interno

È questo l’aspetto più importante dell’aggiornamento.

Ieri l’attenzione era concentrata sulle coste di Texas e Louisiana, sul vento, sulla mareggiata e sull’impatto della tempesta.

Oggi il centro di Edouard si trova già nell’entroterra.

La minaccia si è quindi spostata:

dalla costa → alle aree interne del Texas.

Le bande di pioggia continueranno a spostarsi verso nord e nord-ovest mentre la depressione attraversa lo Stato.

Migliaia di persone sono rimaste senza elettricità

Il passaggio di Edouard ha provocato anche numerosi problemi alle infrastrutture.

Nella fase più intensa della tempesta, decine di migliaia di utenze sono rimaste senza energia elettrica nel sud-est del Texas.

Sono stati segnalati inoltre alberi abbattuti, strade allagate e interruzioni alla circolazione.

Il bilancio definitivo dei danni sarà possibile soltanto nelle prossime ore, quando le condizioni meteorologiche permetteranno alle squadre di emergenza di operare più facilmente.

Il passaggio sulla costa è stato più forte del previsto

Edouard aveva iniziato la giornata di ieri come una tempesta relativamente compatta.

Ma prima dell’arrivo sulla terraferma si era rafforzata, raggiungendo 60 mph di vento sostenuto.

Nell’area di Port Arthur sono state registrate anche raffiche con forza da uragano, a dimostrazione della notevole intensità raggiunta localmente dal sistema.

Nonostante ciò, la struttura di Edouard ha iniziato a deteriorarsi rapidamente una volta entrata sulla terraferma.

Il mare torna lentamente alla normalità

Con il centro ormai lontano dalla costa, anche le condizioni marine stanno gradualmente migliorando.

Il NHC segnala che i venti e il moto ondoso lungo la costa del Texas e della Louisiana sono diminuiti.

Ma per chi si trova nell’entroterra il problema rimane invece l’acqua che cade dal cielo.

Edouard non è più una tempesta tropicale

Questa distinzione è importante.

Ieri:

Tempesta tropicale Edouard

Oggi:

Depressione tropicale Edouard

Prossime 24-36 ore:

ulteriore indebolimento

Entro giovedì:

dissipazione prevista

Quindi non c’è più una minaccia significativa di rafforzamento.

Ma il rischio di alluvioni rimane concreto, ed è proprio per questo che il Weather Prediction Center continuerà a emettere aggiornamenti anche dopo la fine dei bollettini del National Hurricane Center.

E la stagione degli uragani continua

Edouard è stata la quinta tempesta nominata della stagione atlantica 2026.

Il suo passaggio arriva proprio all’inizio di settembre, quando la stagione degli uragani entra nella fase climatologicamente più attiva.

Per questo gli occhi dei meteorologi restano puntati sull’Atlantico e sui Caraibi.

Edouard si sta spegnendo.

Ma la stagione non si ferma.

E nelle prossime settimane sarà necessario continuare a seguire con attenzione ogni nuova perturbazione che dovesse organizzarsi nell’Atlantico tropicale.

Per Edouard, dunque, il capitolo del vento è praticamente chiuso.

Resta quello dell’acqua.

Il sistema continuerà a scaricare piogge sul Texas orientale nelle prossime ore, con la possibilità di alluvioni improvvise e piene dei fiumi.

La dissipazione è prevista entro giovedì, ma fino ad allora la prudenza resta necessaria nelle aree già colpite dalle precipitazioni.




Edouard si rafforza nel Golfo del Messico: allerta sulle coste di Texas e Louisiana

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La quinta tempesta tropicale della stagione si dirige verso la costa nord-occidentale del Golfo. Il National Hurricane Center prevede un significativo rafforzamento prima dell’arrivo sulla terraferma.

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La stagione degli uragani entra in una nuova fase di attenzione con la formazione di Edouard, la quinta tempesta tropicale nominata dell’Atlantico nel 2026.

Nelle prime ore di martedì 1° settembre, Edouard si trovava nel Golfo del Messico, a circa 100 chilometri a sud-sud-est di Cameron, in Louisiana, e a circa 145 chilometri a sud-est di Port Arthur, in Texas.

La tempesta si muove verso ovest-nordovest a circa 13 km/h, con venti sostenuti di circa 65 km/h e una pressione centrale di 1005 millibar.

Ma il dato più importante è un altro: il National Hurricane Center prevede un significativo rafforzamento di Edouard prima dell’arrivo sulla costa.

Possibile intensificazione fino alla categoria di uragano

Le acque molto calde del Golfo possono fornire alla tempesta energia sufficiente per rafforzarsi rapidamente.

Secondo l’ultimo bollettino del National Hurricane Center, Edouard potrebbe avvicinarsi alla forza di un uragano prima di raggiungere la costa nord-occidentale del Golfo più tardi oggi.

Il sistema dovrebbe poi spostarsi sulla terraferma nel sud-est del Texas e perdere rapidamente energia.

Questo rende le prossime ore particolarmente importanti per le comunità costiere.

Venti, mareggiate e soprattutto piogge

Edouard non rappresenta soltanto una minaccia per il vento.

Il National Hurricane Center prevede 3-6 pollici di pioggia, cioè circa 75-150 millimetri, su parti della costa superiore del Texas e nell’entroterra del Texas centro-orientale.

In alcune località gli accumuli potrebbero arrivare fino a 9 pollici, oltre 225 millimetri.

Una quantità d’acqua che può provocare allagamenti improvvisi, soprattutto nelle aree urbane e pianeggianti.

Possibili anche esondazioni dei corsi d’acqua.

Il rischio di mareggiata

Un’altra preoccupazione riguarda la costa.

Il NHC prevede una possibile mareggiata di 3-5 piedi, circa 90-150 centimetri, nell’area compresa tra High Island, in Texas, e la linea di Vermilion/Cameron Parish, in Louisiana.

L’acqua potrebbe penetrare nelle zone normalmente asciutte, soprattutto se la mareggiata coinciderà con l’alta marea.

Il rischio maggiore sarà nelle immediate vicinanze del centro della tempesta.

Le autorità si preparano

La vicinanza della tempesta ha già fatto scattare avvisi e misure preventive lungo la costa.

Il National Hurricane Center segnala condizioni da tempesta tropicale attese sulla costa nella mattinata di oggi e la possibilità di condizioni da uragano nelle aree sottoposte a Hurricane Watch.

Le autorità locali stanno quindi preparando le comunità al possibile peggioramento delle condizioni meteorologiche.

Edouard arriva all’inizio di settembre

La formazione di Edouard arriva proprio all’inizio di settembre, periodo nel quale la stagione degli uragani atlantici entra tradizionalmente nella sua fase più attiva.

La tempesta è inoltre particolarmente interessante perché si è sviluppata molto rapidamente nell’area settentrionale del Golfo.

Solo pochi giorni fa quella zona era una semplice perturbazione.

Ora il sistema ha acquisito una circolazione sufficientemente organizzata da diventare una tempesta tropicale.

Non riguarda direttamente i Caraibi

Per gli abitanti della Repubblica Dominicana è importante chiarire un punto.

Edouard non è diretto verso i Caraibi.

La sua traiettoria è completamente diversa da quella dei sistemi tropicali che abbiamo seguito nei giorni scorsi.

Edouard si trova nel Golfo del Messico e punta verso Texas e Louisiana.

La Repubblica Dominicana non è quindi minacciata direttamente da questa tempesta.

Restano invece da seguire gli effetti dei resti di Dolly, che stanno ancora producendo piogge e temporali nell’area caraibica.

La stagione non concede pause

La formazione di Edouard è comunque un nuovo segnale dell’attività del bacino atlantico.

Dolly si è dissolta.

Pochi giorni dopo è comparso un nuovo sistema nel Golfo del Messico.

E questa volta la perturbazione si è trasformata rapidamente in una tempesta tropicale.

Edouard potrebbe avere ancora poche ore per rafforzarsi prima di raggiungere la costa.

Per questo il National Hurricane Center sta chiedendo particolare attenzione nelle zone di Texas e Louisiana interessate dagli avvisi.

Il rischio maggiore, oltre al vento, sarà rappresentato da piogge torrenziali, allagamenti improvvisi e mareggiate.

Edouard dovrebbe raggiungere la costa più tardi oggi e, una volta entrato sulla terraferma, indebolirsi rapidamente.




Repubblica Dominicana, resta alta l’attenzione per le piogge: diverse province in allerta

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Una vaguada e un’onda tropicale continuano a provocare acquazzoni, temporali e raffiche di vento. Il COE invita alla prudenza soprattutto nelle zone a rischio di inondazioni.

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La Repubblica Dominicana continua a vivere una fase di instabilità atmosferica, con piogge che nelle prossime ore potrebbero interessare numerose zone del Paese.

Il Centro de Operaciones de Emergencias (COE) mantiene infatti quattro province in allerta gialla e altre quattordici province, oltre al Distrito Nacional, in allerta verde, a causa delle precipitazioni associate alla presenza di una vaguada e di un’onda tropicale.

La situazione è il proseguimento del quadro meteorologico che si è sviluppato negli ultimi giorni con l’arrivo dell’umidità associata ai resti di Dolly.

Le province in allerta gialla

Il livello di attenzione più elevato riguarda:

  • El Seibo
  • Hato Mayor
  • María Trinidad Sánchez
  • Samaná

Queste aree potrebbero essere maggiormente interessate dalle precipitazioni e dalle conseguenze del loro accumulo.

Le zone in allerta verde

Il COE mantiene invece l’allerta verde per:

  • Distrito Nacional
  • Bahoruco
  • Duarte
  • Elías Piña
  • Independencia
  • La Romana
  • La Altagracia
  • La Vega
  • Monseñor Nouel
  • Monte Plata
  • San Juan
  • San Pedro de Macorís
  • Sánchez Ramírez
  • Santiago
  • Santo Domingo

L’elenco mostra come il fenomeno possa interessare ampie aree del territorio nazionale, anche se con livelli di rischio differenti.

Pioggia, temporali e raffiche

Secondo le previsioni meteorologiche, la combinazione della vaguada e dell’onda tropicale favorisce la formazione di acquazzoni di diversa intensità, temporali e raffiche di vento isolate.

Le precipitazioni tendono a diventare più importanti soprattutto nel pomeriggio e nelle prime ore della notte.

Il problema non è quindi soltanto la quantità complessiva di pioggia.

Acquazzoni molto intensi concentrati in un periodo relativamente breve possono provocare rapidamente allagamenti urbani e rurali e far aumentare il livello di fiumi, torrenti e canali.

Il rischio maggiore: le inondazioni improvvise

È proprio questo il motivo per cui il COE sta chiedendo particolare prudenza.

L’organismo raccomanda alla popolazione di non attraversare fiumi, torrenti e cañadas quando presentano un’elevata quantità d’acqua.

Una strada apparentemente transitabile può diventare pericolosa in pochi minuti.

Il COE raccomanda inoltre di non utilizzare i balneari nelle province sottoposte ad allerta.

Attenzione anche al mare

La situazione non riguarda soltanto le zone interne.

Per la costa atlantica, il COE raccomanda alle imbarcazioni fragili e alle piccole imbarcazioni di navigare con particolare prudenza, rimanendo vicino alla costa e evitando di allontanarsi in mare aperto.

Sono infatti possibili venti e condizioni del moto ondoso anomale.

Dolly non è più una tormenta, ma la sua eredità continua

È importante fare chiarezza su questo punto.

Dolly non è più una tormenta tropicale.

Il fenomeno che stiamo osservando sulla Repubblica Dominicana non deve quindi essere interpretato come il ritorno della tempesta.

Il problema è che l’umidità associata ai suoi resti si è combinata con altri elementi atmosferici, in particolare un’onda tropicale e una vaguada.

Il risultato è un ambiente ancora molto favorevole allo sviluppo di temporali e forti acquazzoni.

La situazione può cambiare rapidamente

Le autorità invitano quindi la popolazione delle zone interessate a non sottovalutare i bollettini.

Durante la stagione delle piogge tropicali, infatti, le condizioni possono cambiare rapidamente anche nell’arco di poche ore.

Una giornata inizialmente tranquilla può trasformarsi in una situazione di forte pioggia, soprattutto nel pomeriggio.

Per questo è importante seguire gli aggiornamenti del COE e dell’Instituto Dominicano de Meteorología (INDOMET) e prestare attenzione agli eventuali cambiamenti dei livelli di allerta.

Non è un allarme per tutto il Paese

È importante anche evitare allarmismi.

Il fatto che alcune province siano in allerta non significa che tutta la Repubblica Dominicana si trovi nella stessa situazione di rischio.

Il sistema di allerta del COE serve proprio a distinguere le zone nelle quali le probabilità di precipitazioni e conseguenze sono maggiori.

La situazione più delicata riguarda attualmente le quattro province in allerta gialla.

Le altre zone indicate in verde devono invece mantenere attenzione e seguire gli aggiornamenti.

La raccomandazione più semplice resta anche la più importante: non attraversare corsi d’acqua durante le piogge intense.

Un’automobile, una motocicletta o una persona a piedi possono essere trascinate da una corrente molto più rapidamente di quanto si possa immaginare.

La situazione in sintesi

🟡 ALLERTA GIALLA: El Seibo, Hato Mayor, María Trinidad Sánchez, Samaná.

🟢 ALLERTA VERDE: Distrito Nacional, Bahoruco, Duarte, Elías Piña, Independencia, La Romana, La Altagracia, La Vega, Monseñor Nouel, Monte Plata, San Juan, San Pedro de Macorís, Sánchez Ramírez, Santiago e Santo Domingo.

Fenomeni previsti: acquazzoni, temporali, raffiche di vento e possibili inondazioni.

Rischi principali: crescita improvvisa di fiumi, torrenti e cañadas, allagamenti urbani e rurali e condizioni marine difficili.




Dolly arriva su Hispaniola, mentre una nuova minaccia cresce nel Golfo del Messico

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I resti della tormenta tropicale stanno portando piogge e forti raffiche nei Caraibi. Il NHC avverte: possibile sviluppo nel Golfo del Messico.

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L’Atlantico tropicale si presenta questa mattina con due situazioni da seguire attentamente.

La prima riguarda direttamente noi: i resti di Dolly hanno raggiunto l’area di Puerto Rico e si stanno dirigendo verso Hispaniola.

La seconda è molto più lontana dalla Repubblica Dominicana, nel Golfo del Messico, dove una nuova area di bassa pressione si è organizzata meglio e potrebbe trasformarsi nelle prossime ore in una depressione tropicale o persino in una nuova tempesta tropicale.

Per ora il National Hurricane Center precisa che non esiste alcun ciclone tropicale attivo nell’Atlantico. Ma la situazione è tutt’altro che tranquilla.

I resti di Dolly sono arrivati ai Caraibi

Dolly non è più una tormenta tropicale.

Ma sarebbe un errore considerare conclusa la vicenda.

Il National Hurricane Center segnala infatti una forte onda tropicale, costituita dai resti di Dolly, che si estende dall’Atlantico attraverso il Passaggio della Mona e interessa l’area di Puerto Rico e Hispaniola.

Le immagini satellitari e le osservazioni al suolo non mostrano una circolazione chiusa.

Questo significa che non c’è, al momento, un nuovo ciclone tropicale.

E il NHC ritiene improbabile una nuova organizzazione nelle prossime 24-48 ore.

Ma c’è un problema diverso.

Piogge forti e raffiche stanno già interessando la regione

L’onda tropicale sta producendo rovesci e temporali, accompagnati da forti raffiche di vento.

Il fenomeno interessa le Isole Sottovento, le Isole Vergini e Puerto Rico e si sta spostando verso Hispaniola.

Il National Hurricane Center prevede quindi piogge localmente intense e forti raffiche nei prossimi due giorni, con particolare attenzione alle zone montuose, dove l’orografia può accentuare le precipitazioni.

Per la Repubblica Dominicana questo è il punto più importante dell’aggiornamento odierno.

Non sta arrivando un uragano. Sta arrivando una grande massa di umidità accompagnata da temporali e vento.

E gli effetti possono essere comunque significativi.

La traiettoria passa sopra Hispaniola

La carta che abbiamo davanti è molto eloquente.

L’area gialla associata ai resti di Dolly si estende verso Hispaniola, mentre la freccia indica il movimento verso ovest.

Il sistema dovrebbe attraversare l’isola tra oggi e le prossime ore per poi dirigersi verso Cuba.

Il bollettino del NHC indica infatti che l’onda tropicale interesserà Hispaniola oggi e stanotte, per poi raggiungere l’est di Cuba martedì.

Questo significa che la Repubblica Dominicana è già dentro l’area da monitorare.

Il mare è tutt’altro che tranquillo

Non bisogna guardare soltanto alla terraferma.

Il NHC segnala venti di 20-30 nodi, cioè circa 37-56 km/h, associati all’onda tropicale.

Nei mari dell’area sono inoltre presenti onde che possono raggiungere 8-11 piedi nell’Atlantico vicino alle Antille e 6-9 piedi nei passaggi caraibici.

Per chi vive sulle coste o deve navigare, quindi, la situazione è decisamente meno tranquilla di quanto potrebbe far pensare il fatto che Dolly non sia più una tempesta tropicale.

Ma la vera novità è nel Golfo del Messico

Mentre i resti di Dolly attraversano i Caraibi, un’altra situazione sta evolvendo dall’altra parte.

Nel Golfo del Messico, a sud della foce del Mississippi, si trova un’area di bassa pressione denominata AL97.

E questa volta il National Hurricane Center è più preoccupato.

Il sistema è diventato meglio organizzato rispetto a ieri, presenta una zona concentrata di temporali e venti di circa 30-35 mph.

Il NHC ritiene probabile un ulteriore sviluppo mentre la perturbazione si sposta lentamente verso ovest-nordovest.

Potrebbe nascere una nuova tempesta

Secondo la previsione ufficiale, AL97 potrebbe trasformarsi in una depressione tropicale o in una tempesta tropicale di breve durata prima di raggiungere le coste dell’alto Texas o della Louisiana sud-occidentale, probabilmente tra oggi e martedì.

Il National Hurricane Center ha già emesso una Gale Warning per l’area marina interessata.

La probabilità di formazione di un ciclone tropicale è considerata alta nei prossimi sette giorni.

Questa è quindi, al momento, la zona dell’Atlantico che presenta il maggiore potenziale di sviluppo ciclonico.

Due sistemi, due situazioni completamente diverse

È importante non confondere le due aree evidenziate sulla carta.

🟡 Caraibi – resti di Dolly

  • Nessuna circolazione chiusa.
  • Nessun ciclone tropicale.
  • Improbabile nuova intensificazione nelle prossime 24-48 ore.
  • Piogge forti e temporali su Hispaniola.
  • Forti raffiche di vento.
  • Mare agitato.
  • Il sistema proseguirà verso Cuba.

🔴 Golfo del Messico – AL97

  • Area di bassa pressione meglio organizzata.
  • Possibile ulteriore sviluppo.
  • Possibile formazione di una depressione tropicale o tempesta tropicale.
  • Direzione verso Louisiana/Texas.
  • Nessuna minaccia diretta per la Repubblica Dominicana.

E l’Atlantico orientale?

Per ora non c’è motivo di preoccuparsi.

Il NHC sta seguendo anche alcune onde tropicali nell’Atlantico, ma nessuna di queste rappresenta attualmente una minaccia immediata.

Una perturbazione si trova lungo la costa africana e si muove verso ovest.

Un’altra onda si trova intorno ai 42-43° ovest, a sud di 21° nord, e presenta alcune aree temporalesche.

Sono sistemi che continueranno a essere monitorati, soprattutto considerando che siamo ormai entrati nella fase più attiva della stagione degli uragani.

Per la Repubblica Dominicana: oggi e domani attenzione alle piogge

La situazione per noi può essere riassunta in modo molto semplice.

Dolly non è tornata a essere una tempesta.

Ma i suoi resti sono sopra la nostra regione e possono provocare precipitazioni intense.

Il rischio principale riguarda quindi:

  • inondazioni improvvise;
  • allagamenti urbani;
  • aumento della portata di fiumi e torrenti;
  • smottamenti nelle zone montuose;
  • forti raffiche di vento;
  • condizioni marine difficili.

Il NHC sottolinea proprio che la conformazione montuosa delle isole può accentuare le precipitazioni.

Non è il caso di creare allarme

Anche questo va detto con chiarezza.

Non c’è oggi un uragano diretto sulla Repubblica Dominicana.

Non c’è neppure una depressione tropicale in formazione vicino all’isola.

Quello che abbiamo è una forte onda tropicale, già prevista nei giorni scorsi, che sta attraversando la regione.

La differenza è importante.

Ma altrettanto importante è non sottovalutare la quantità di acqua che può cadere quando una massa di aria tropicale attraversa Hispaniola.

La situazione potrebbe cambiare dopo il passaggio

C’è poi un elemento interessante indicato dal NHC.

Sebbene i resti di Dolly abbiano poche possibilità di riorganizzarsi immediatamente, le condizioni potrebbero diventare più favorevoli a metà settimana, quando il sistema raggiungerà il sud-est del Golfo del Messico.

Questo significa che la storia potrebbe non essere completamente chiusa.

Prima però bisognerà vedere cosa resterà del sistema dopo il suo passaggio attraverso Hispaniola e Cuba.

Dolly non è più una tormenta, ma non è ancora scomparsa.

E contemporaneamente, dall’altra parte del Golfo del Messico, una nuova perturbazione sta cercando di organizzarsi.

Per la Repubblica Dominicana la priorità è oggi molto concreta: seguire le piogge e le raffiche provocate dai resti di Dolly nelle prossime 24-48 ore.

Poi guarderemo nuovamente verso il Golfo.

Perché la stagione degli uragani continua.

E l’Atlantico, anche quando sembra liberarsi di una minaccia, ne presenta già un’altra all’orizzonte.

Fatti Nostri continuerà a seguire quotidianamente l’evoluzione dei sistemi tropicali, con particolare attenzione alle conseguenze per la Repubblica Dominicana.

Aggiornamento basato sui bollettini ufficiali del National Hurricane Center/NOAA del 31 agosto 2026.




Haiti, allarme UNICEF: quasi un bambino su 13 sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta

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Il dato è salito dal 5,1% al 7,4% in tre anni. Insicurezza, povertà e difficoltà di accesso al cibo e alle cure mettono a rischio migliaia di bambini.

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La crisi umanitaria ad Haiti continua ad aggravarsi e a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta i bambini.

Secondo i risultati preliminari della National Nutrition SMART Survey 2026, pubblicati dall’UNICEF, quasi un bambino su tredici tra i 6 mesi e i cinque anni di età soffre di malnutrizione acuta.

Il dato è particolarmente preoccupante perché mostra un peggioramento rispetto agli anni precedenti: la prevalenza della malnutrizione acuta tra i bambini haitiani di età compresa tra 6 e 59 mesi è passata dal 5,1% del 2023 al 7,4% del 2026.

Una crisi che non riguarda soltanto il cibo

La malnutrizione infantile ad Haiti è il risultato di una situazione molto più ampia.

L’insicurezza, le difficoltà economiche e la crisi umanitaria stanno impedendo a molte famiglie di avere accesso regolare a cibo nutriente, assistenza sanitaria e servizi di prevenzione e cura della malnutrizione.

«Prevenire e curare la malnutrizione ad Haiti richiede un intervento urgente», ha sottolineato Yannig Dussart, vice rappresentante dell’UNICEF nel Paese.

Il problema è particolarmente grave perché nei bambini piccoli la malnutrizione acuta può evolvere rapidamente.

Quando è grave, soprattutto se associata a malattie e all’impossibilità di raggiungere un centro sanitario, può aumentare considerevolmente il rischio di morte.

Violenza e crisi umanitaria aggravano la situazione

A rendere ancora più difficile la situazione è il contesto nel quale vivono milioni di haitiani.

La violenza armata e l’insicurezza hanno compromesso l’accesso a servizi essenziali e hanno reso sempre più difficile raggiungere alcune comunità.

Secondo l’UNICEF, tra il 2023 e il 2025 le gravi violazioni contro i bambini sono triplicate. Tra queste figurano anche il mancato accesso agli aiuti umanitari e gli attacchi contro scuole e strutture sanitarie dove i bambini possono ricevere assistenza nutrizionale.

In altre parole, proprio quando un bambino avrebbe bisogno di cure, può accadere che la famiglia non riesca nemmeno a raggiungere il luogo dove quelle cure vengono offerte.

Quasi 5,7 milioni di persone a rischio alimentare

La malnutrizione infantile deve essere inserita in un quadro ancora più ampio.

L’UNICEF stima che quasi 5,7 milioni di persone ad Haiti, più della metà della popolazione, stessero vivendo o fossero previste vivere, all’inizio di giugno 2026, livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

Sono inoltre circa 2,8 milioni i bambini che hanno bisogno di assistenza umanitaria.

È quindi difficile affrontare la malnutrizione infantile senza intervenire contemporaneamente sulle condizioni economiche, sulla sicurezza e sull’accesso ai servizi fondamentali.

Non tutto è peggiorato

L’indagine dell’UNICEF contiene però anche alcuni dati positivi.

La malnutrizione cronica, quella che provoca un ritardo nella crescita, è diminuita dal 22,8% nel 2023 al 17,3% nel 2026.

Sono migliorati anche alcuni indicatori relativi all’allattamento.

L’avvio precoce dell’allattamento al seno è passato dal 48% al 68%, mentre l’allattamento esclusivo al seno è aumentato dal 17,5% al 33%.

Sono risultati importanti, perché dimostrano che anche in una situazione estremamente difficile alcuni interventi di prevenzione possono produrre effetti concreti.

Ma il peggioramento della malnutrizione acuta indica che la crisi alimentare continua a rappresentare una minaccia immediata.

L’UNICEF porta le cure anche nelle zone più difficili

Per raggiungere i bambini che non possono facilmente arrivare alle strutture sanitarie, l’UNICEF e i suoi partner stanno collaborando con il Ministero della Salute Pubblica e della Popolazione haitiano.

Sono stati potenziati lo screening e il trattamento dei bambini malnutriti attraverso operatori sanitari comunitari e squadre mobili, che operano anche nelle aree più isolate e insicure.

Queste squadre svolgono un lavoro fondamentale: individuare precocemente i bambini malnutriti significa poter intervenire prima che le loro condizioni diventino critiche.

Ma mancano i finanziamenti

Ed è qui che arriva un altro allarme.

L’UNICEF segnala un deficit di finanziamento superiore al 64% per gli interventi nutrizionali previsti dal suo appello umanitario del 2026.

Significa che una parte molto consistente delle risorse necessarie non è ancora disponibile.

Senza finanziamenti adeguati diventa difficile garantire la disponibilità degli alimenti terapeutici, mantenere i programmi di screening e assicurare l’accesso alle cure.

Gli alimenti terapeutici possono salvare vite

Tra gli strumenti utilizzati contro la malnutrizione acuta ci sono gli alimenti terapeutici pronti all’uso, conosciuti con la sigla RUTF.

Si tratta di alimenti ad alta densità nutritiva destinati soprattutto ai bambini colpiti da malnutrizione acuta grave.

Garantirne la disponibilità nei centri sanitari e nelle zone dove operano le squadre mobili è fondamentale per evitare che bambini già estremamente vulnerabili arrivino a condizioni irreversibili.

Una fotografia di Haiti che non può essere ignorata

I numeri dell’UNICEF raccontano quindi una realtà drammatica.

Un bambino piccolo su tredici colpito dalla malnutrizione acuta significa che intere comunità stanno pagando le conseguenze della crisi.

Non è soltanto un problema sanitario.

È il risultato di una combinazione di povertà, insicurezza, difficoltà nell’accesso al cibo, violenza e debolezza dei servizi essenziali.

E quando queste condizioni si combinano, sono proprio i bambini più piccoli a essere maggiormente esposti.

Haiti non ha bisogno soltanto di cibo: ha bisogno di sicurezza, cure e accesso ai servizi essenziali.

L’UNICEF avverte che la situazione richiede interventi urgenti e maggiori risorse.

La prossima analisi dei dati, che comprenderà anche una valutazione della sicurezza alimentare per la malnutrizione acuta, dovrebbe essere pubblicata nei prossimi mesi e servirà a orientare la risposta umanitaria.

Nel frattempo, per migliaia di bambini haitiani, ogni giorno senza cure e alimentazione adeguata può fare la differenza.




Cremona in ginocchio dopo la tromba d’aria: “I danni sono pesanti”

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Una violenta tromba d’aria con grandine ha devastato la città in pochi minuti. Danneggiati il Duomo e la torre civica, decine di abitazioni scoperchiate e migliaia di auto colpite.

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Cremona si è svegliata questa mattina contando i danni dopo una delle più violente ondate di maltempo degli ultimi anni.

Una tromba d’aria accompagnata da grandine e fortissime raffiche di vento ha investito la città nel pomeriggio di venerdì, lasciando dietro di sé una lunga scia di distruzione. I vigili del fuoco hanno effettuato centinaia di interventi in Lombardia, con le maggiori criticità concentrate proprio nel Cremonese.

Il sindaco di Cremona, Andrea Virgilio, ha definito pesante il bilancio della devastazione.

“Vedere la città in queste condizioni lascia sgomenti.”

Il primo cittadino ha spiegato che i danni sono ancora in fase di valutazione e che diverse famiglie hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni.

Il centro storico colpito al cuore

Tra le immagini più impressionanti ci sono quelle del Duomo e del Palazzo comunale.

La violenza del vento ha provocato il crollo della copertura di una guglia della Cattedrale e della parte superiore della torre civica del municipio, uno dei simboli della città.

La torre civica rappresenta inoltre una testimonianza storica particolarmente importante: è ciò che rimane dell’antico palazzo comunale, precedente all’edificio costruito nel 1206.

Per Cremona, dunque, il maltempo non ha danneggiato soltanto abitazioni e automobili.

Ha colpito anche una parte importante del patrimonio storico e artistico della città.

43 persone ferite

Il bilancio delle persone coinvolte è fortunatamente meno grave di quanto avrebbe potuto essere.

Sono 43 i feriti soccorsi al Pronto Soccorso di Cremona. Nessuno è in condizioni gravi, anche se quattro persone hanno riportato fratture del femore e necessitano di ricovero.

La maggior parte dei traumi è stata provocata da cadute o dal tentativo di cercare riparo durante la grandinata.

L’ospedale ha dovuto potenziare temporaneamente i turni medici e infermieristici per far fronte all’afflusso improvviso di persone ferite.

Dodici famiglie evacuate

I danni agli edifici sono particolarmente pesanti.

I vigili del fuoco hanno dovuto evacuare 12 famiglie, le cui abitazioni sono state dichiarate inagibili a causa dei gravi danni provocati dalla tempesta.

Decine di case e palazzi hanno riportato danni ai tetti e alle strutture.

Per alcune famiglie la giornata di ieri si è trasformata così, nel giro di pochi minuti, nella perdita temporanea della propria casa.

Diecimila automobili danneggiate

La grandine ha fatto il resto.

Secondo il bilancio diffuso questa mattina, sarebbero almeno 10.000 le automobili danneggiate.

I chicchi di grandine, accompagnati dalle raffiche di vento, hanno colpito parabrezza e carrozzerie, provocando danni ingenti.

A questo si aggiunge la caduta di migliaia di alberi, molti dei quali hanno invaso strade e danneggiato veicoli e strutture.

Almeno dieci chiese danneggiate

La devastazione ha interessato anche numerosi edifici religiosi.

Sono almeno dieci le chiese danneggiate, a partire proprio dalla Cattedrale.

Il patrimonio storico di Cremona è quindi uno degli aspetti che preoccupano maggiormente le autorità.

Saranno necessari sopralluoghi tecnici per stabilire la stabilità degli edifici e valutare l’entità dei danni.

Danneggiata anche la Fiera

Pesanti conseguenze anche per le attività economiche.

La Fiera di Cremona ha riportato danni in tre dei suoi quattro padiglioni.

Anche numerose imprese e aziende agricole della zona hanno segnalato strutture danneggiate dalla violenta perturbazione.

Il maltempo rischia quindi di avere conseguenze economiche che andranno ben oltre i costi immediati della ricostruzione.

Una notte di lavoro per i soccorritori

I vigili del fuoco hanno lavorato per tutta la notte.

In Lombardia gli interventi sono stati oltre 500, mentre nella sola Cremona le squadre hanno dovuto affrontare alberi caduti, tetti divelti, dissesti statici, allagamenti e altri ostacoli sulle strade.

Anche la Protezione Civile e le forze dell’ordine sono state impegnate nelle operazioni.

In alcuni casi i soccorritori hanno dovuto liberare persone rimaste intrappolate nelle automobili a causa degli alberi caduti.

Ora comincia la conta dei danni

Questa mattina il Comune ha convocato il Centro Operativo Comunale della Protezione Civile per fare il punto sulla situazione e stabilire le priorità degli interventi.

La prima necessità è mettere in sicurezza gli edifici e le strade.

Poi arriverà la fase della valutazione economica dei danni e degli interventi di ripristino.

Il sindaco ha già avvertito che sarà necessario tempo.

“Ci vorrà tempo, servirà pazienza, ma non ci fermiamo.”

Un’altra faccia del maltempo estremo

La devastazione di Cremona arriva in una giornata nella quale l’Italia sta vivendo condizioni meteorologiche estremamente diverse.

Mentre al Nord violenti temporali, grandinate e trombe d’aria provocano danni, in altre zone del Paese continuano temperature eccezionalmente elevate, con valori che hanno raggiunto livelli record.

È un contrasto sempre più evidente: caldo estremo da una parte, fenomeni temporaleschi violentissimi dall’altra.

Cremona dovrà rialzarsi

Adesso la città deve cominciare a ripulire le strade, mettere in sicurezza gli edifici e aiutare le famiglie rimaste senza casa.

Ma la ricostruzione riguarderà anche luoghi che fanno parte della memoria collettiva dei cremonesi.

Il Duomo, la torre civica, le chiese, gli edifici storici.

La tromba d’aria è durata pochi minuti. I danni resteranno molto più a lungo.

Cremona ora deve rialzarsi.

E la prima giornata dopo la tempesta è già cominciata con centinaia di uomini al lavoro per restituire alla città almeno una parte della normalità perduta.




L’Atlantico resta sotto osservazione: due nuove aree da seguire

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La tempesta Dolly è ormai in fase di dissoluzione, mentre il National Hurricane Center segnala una nuova perturbazione nell’Atlantico e un’altra area di maltempo nel Golfo del Messico.

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La situazione nell’Atlantico tropicale cambia rapidamente.

La tormenta tropicale Dolly, che nei giorni scorsi aveva attirato l’attenzione per la sua possibile traiettoria verso le Antille, è ormai in fase di forte indebolimento. Il sistema sta perdendo le caratteristiche di un ciclone tropicale e il rischio principale per i Caraibi resta quello delle piogge associate alla sua massa di umidità, più che quello dei venti.

Ma mentre Dolly esce progressivamente di scena, l’Atlantico non si svuota.

La nuova carta del National Hurricane Center (NHC) di Miami, aggiornata nelle prime ore di sabato 29 agosto, evidenzia infatti due aree di interesse.

La prima area: l’Atlantico centrale

La zona che merita maggiore attenzione per i Caraibi è quella indicata dalla X gialla nell’Atlantico centrale, intorno ai 17° nord e 52° ovest.

Si tratta di una perturbazione che si sta muovendo verso ovest-nordovest, lungo una traiettoria che nei prossimi giorni la porterà verso l’area delle Antille.

La carta mostra chiaramente la direzione del movimento: verso Porto Rico e Hispaniola.

Ma attenzione: questo non significa che stia nascendo un nuovo uragano diretto verso la Repubblica Dominicana.

Al momento l’NHC considera limitate le possibilità di sviluppo organizzato del sistema.

È davvero una nuova minaccia?

Non ancora.

La perturbazione presenta caratteristiche che possono produrre nuvolosità e precipitazioni, ma non ci sono al momento elementi sufficienti per parlare di una nuova tempesta tropicale.

È però una situazione da seguire perché il sistema si sta muovendo verso una zona del bacino caraibico nella quale le condizioni atmosferiche possono cambiare rapidamente.

Ed è proprio questo il motivo per cui il National Hurricane Center continua a evidenziarlo nella propria carta.

Per la Repubblica Dominicana, oggi il rischio è soprattutto quello delle piogge, non quello di un uragano.

Dolly ormai perde la sua identità

La vicenda di Dolly, intanto, sta arrivando alla sua conclusione.

La tempesta, che aveva raggiunto venti massimi di circa 65 km/h, ha incontrato aria secca, wind shear e condizioni sfavorevoli alla sua organizzazione.

Il sistema è quindi destinato a trasformarsi in una perturbazione non tropicale, lasciando però dietro di sé una grande quantità di umidità.

Ed è proprio questa umidità che può continuare a produrre precipitazioni sulle Antille.

La zona evidenziata vicino ai Caraibi

La carta di questa mattina è interessante anche per un altro motivo.

L’area colorata in giallo si estende dalle vicinanze delle Bahamas e di Cuba verso le Antille.

Non bisogna interpretarla come il “cono” di un ciclone.

È una zona di possibile sviluppo o di interesse meteorologico, e il suo colore indica che l’NHC sta semplicemente segnalando una possibilità ancora relativamente bassa.

Nel frattempo, il sistema principale continua a spostarsi verso ovest.

E c’è una seconda area nel Golfo del Messico

La situazione non riguarda soltanto i Caraibi.

Sulla carta compare infatti una seconda X gialla nel Golfo del Messico, vicino alla costa meridionale degli Stati Uniti.

Anche in questo caso non c’è, al momento, una tempesta tropicale.

Si tratta di un’area di maltempo che viene tenuta sotto osservazione per la possibile evoluzione nei prossimi giorni.

La sua posizione è però molto diversa da quella della perturbazione atlantica e, soprattutto, non rappresenta una minaccia per la Repubblica Dominicana.

La stagione continua a essere molto dinamica

Il quadro di oggi mostra bene una caratteristica della stagione degli uragani.

Un sistema si indebolisce e quasi contemporaneamente ne compaiono altri.

Non significa necessariamente che arriveranno nuovi uragani.

Significa però che, durante la stagione atlantica, il monitoraggio deve essere continuo.

Il National Hurricane Center aggiorna normalmente il Tropical Weather Outlook quattro volte al giorno: intorno alle 2, 8, 14 e 20 ora locale della costa orientale degli Stati Uniti, con aggiornamenti straordinari quando necessario.

Cosa significa per la Repubblica Dominicana

Per chi vive nella Repubblica Dominicana, la situazione di questa mattina può essere riassunta così:

🌀 Dolly: ormai in forte indebolimento e senza prospettive di diventare un uragano.

🌧️ Resti di Dolly: possono ancora contribuire a piogge sulle Antille e su Hispaniola.

🟡 Nuova area nell’Atlantico: da seguire perché si muove verso le Antille, ma al momento non presenta una minaccia ciclónica importante.

🟡 Area nel Golfo del Messico: sotto osservazione, ma lontana dalla Repubblica Dominicana.

🇩🇴 Hispaniola: nessuna minaccia diretta di un ciclone organizzato al momento.

Il punto più importante

La carta può impressionare perché mostra due grandi zone gialle.

Ma il giallo non significa “uragano in arrivo”.

Significa che i meteorologi hanno individuato una perturbazione che merita di essere osservata.

E in questo momento è proprio questo che sta facendo l’NHC.

La situazione può cambiare nei prossimi giorni, ma oggi non ci sono elementi per lanciare un allarme alla popolazione dominicana.

La nostra attenzione resta puntata verso est

Per Fatti Nostri, la zona più interessante resta quella dell’Atlantico centrale.

È quella che si muove nella direzione delle Antille.

Dovremo capire se, avvicinandosi alle isole, riuscirà a organizzarsi oppure se seguirà lo stesso destino di Dolly e perderà rapidamente consistenza.

La distanza è ancora notevole.

E proprio per questo non è possibile oggi prevedere con precisione quale sarà l’effetto sulla Repubblica Dominicana.

Dolly esce di scena, ma l’Atlantico non dorme.

Due nuove aree sono già sotto osservazione.

Per ora nessun allarme.

Ma, come abbiamo imparato in questa stagione, nel bacino atlantico bastano pochi giorni perché una semplice perturbazione cambi completamente aspetto.