Dolly si è indebolita, ma la Repubblica Dominicana si prepara alle piogge: attivato il Piano di Contingenza

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Il fenomeno ha perso le caratteristiche di tormenta tropicale, ma la sua onda tropicale potrebbe portare tra 50 e 75 millimetri di pioggia. Il COE prepara il Paese agli effetti previsti da domenica.

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La tormenta tropicale Dolly non esiste più come ciclone tropicale, ma la sua storia non è ancora finita.

I suoi resti si sono trasformati in una onda tropicale attiva che continua a muoversi rapidamente verso ovest e che potrebbe provocare un sensibile aumento delle precipitazioni nella Repubblica Dominicana a partire dalla domenica pomeriggio e soprattutto durante la notte.

Di fronte a questa previsione, il Centro de Operaciones de Emergencias (COE) ha deciso di attivare il proprio Piano di Contingenza.

Non significa che sia in arrivo un uragano.

Significa invece che le autorità si stanno preparando a un episodio di piogge potenzialmente importanti, che potrebbe protrarsi per diversi giorni.

Dolly è diventata un’onda tropicale

La direttrice dell’Instituto Dominicano de Meteorología (Indomet), Gloria Ceballos, ha spiegato che Dolly ha perso le caratteristiche di tormenta tropicale a causa delle condizioni atmosferiche sfavorevoli.

Tra i fattori che hanno contribuito all’indebolimento ci sono aria secca, polvere del Sahara e forte wind shear negli strati medi e alti dell’atmosfera.

Il sistema non possiede più un centro di circolazione ben definito.

Ma questo non significa che abbia smesso di produrre effetti.

Tra 50 e 75 millimetri di pioggia

È questo il dato che maggiormente interessa la Repubblica Dominicana.

Secondo Indomet, l’onda tropicale potrebbe produrre accumuli di pioggia compresi tra 50 e 75 millimetri, equivalenti a circa 2-3 pollici, in diverse zone del Paese.

Le precipitazioni più significative sono previste a partire dalla tarde e dalla notte di domenica, ma potrebbero continuare durante il lunedì e, in alcune zone, anche fino a martedì.

Non è un uragano, ma non va sottovalutato

Questa distinzione è importante.

Dolly non si sta rafforzando.

Anzi, ha perso la propria struttura tropicale.

Non sono quindi previsti i venti e la pressione atmosferica tipici di una tormenta tropicale organizzata.

Il problema è un altro: una grande massa di umidità tropicale può produrre precipitazioni molto intense anche quando il sistema non è più classificato come ciclone tropicale.

Ed è proprio questo che stanno preparando le autorità dominicane.

Il COE attiva il Piano di Contingenza

L’attivazione del Piano di Contingenza significa che il sistema di emergenza nazionale si prepara a coordinare le eventuali operazioni necessarie.

Il COE sta monitorando l’evoluzione dell’onda tropicale e le previsioni di Indomet, in vista dell’aumento delle precipitazioni previsto da domenica.

L’obiettivo è soprattutto quello di essere pronti nel caso in cui le piogge provochino inondazioni urbane, allagamenti, aumento del livello dei fiumi o smottamenti.

Le zone più vulnerabili

Particolare attenzione dovrà essere prestata alle zone dove il terreno è più esposto alle precipitazioni intense.

Le aree montuose sono quelle nelle quali una quantità significativa di pioggia concentrata in poche ore può provocare più rapidamente ruscellamenti, frane e improvvisi aumenti della portata dei corsi d’acqua.

Anche le aree urbane non sono naturalmente esenti da problemi, soprattutto dove il sistema di drenaggio non riesce ad assorbire rapidamente grandi quantità d’acqua.

Domenica sarà la giornata da seguire con maggiore attenzione

Le previsioni attuali indicano una sequenza abbastanza chiara.

Sabato: l’onda tropicale continua ad avvicinarsi alla regione caraibica.

Domenica pomeriggio: iniziano a farsi sentire gli effetti più significativi sulla Repubblica Dominicana.

Domenica notte: possibile intensificazione delle precipitazioni.

Lunedì: il sistema continua a produrre piogge e raffiche di vento.

Martedì: gli effetti residui potrebbero ancora interessare alcune zone del Paese.

Naturalmente, intensità e distribuzione delle precipitazioni potranno cambiare con l’avvicinarsi del sistema.

Le raffiche di vento

Oltre alla pioggia, Indomet prevede anche raffiche di vento associate al passaggio dell’onda tropicale.

Non si tratta però della minaccia di vento di un uragano.

Il rischio principale rimane quello delle precipitazioni e delle conseguenze che possono derivarne.

La lezione di Dolly

La vicenda di Dolly è interessante anche dal punto di vista meteorologico.

In poche ore siamo passati da una possibile tormenta tropicale che sembrava dirigersi verso le Antille a un sistema che ha perso il proprio centro e si è trasformato in un’onda tropicale.

Ma l’indebolimento del ciclone non significa necessariamente la scomparsa del maltempo.

È una distinzione che, soprattutto durante la stagione degli uragani, è importante capire.

Il nome cambia, il rischio di pioggia può rimanere.

Nessun allarmismo, ma preparazione

L’attivazione del Piano di Contingenza non deve essere interpretata come un invito al panico.

Al contrario.

È proprio il compito delle autorità prepararsi prima che arrivino le precipitazioni.

Per la popolazione, il consiglio è semplice: seguire gli aggiornamenti di Indomet e COE, evitare di attraversare strade allagate e prestare particolare attenzione nelle zone vicine a fiumi, torrenti e pendii durante le fasi di pioggia intensa.

Dolly è finita. La sua acqua no

La tempesta tropicale che due giorni fa attraversava l’Atlantico centrale non è più una tormenta.

Ma la grande quantità di umidità che ha contribuito a trasportare verso i Caraibi potrebbe essere sufficiente a provocare diverse giornate di pioggia sulla Repubblica Dominicana.

Ed è per questo che il COE ha deciso di prepararsi in anticipo.

Dolly non arriverà come tormenta tropicale.

Arriveranno però i suoi resti, e con essi la possibilità di piogge importanti.

Da domenica pomeriggio inizieremo quindi a capire quanto sarà concreto l’impatto sull’isola.




Nepal, arrivata a Kathmandu la task force italiana: si cercano i tre connazionali dispersi

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La Farnesina rafforza la presenza sul posto dopo la devastante frana al confine con il Tibet. Il personale italiano lavorerà con le autorità nepalesi per assistere i connazionali.

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La macchina dell’assistenza italiana è arrivata a Kathmandu.

La task force dell’Unità di Crisi della Farnesina, insieme al personale dell’Ambasciata d’Italia a New Delhi, è ora nella capitale nepalese per rafforzare l’azione diplomatica e l’assistenza agli italiani coinvolti nella drammatica emergenza al confine tra Nepal e Tibet.

Il personale è stato inviato su indicazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani e avrà tra i compiti prioritari quello di cercare informazioni sui tre cittadini italiani che risultano ancora dispersi.

La priorità sono i tre italiani

La situazione dei tre connazionali rimane al centro dell’attenzione della Farnesina.

Il personale arrivato a Kathmandu dovrà acquisire informazioni aggiornate sulla loro sorte e contribuire alle verifiche nelle aree interessate dalla frana.

Non si tratta soltanto di un’attività diplomatica.

La task force dovrà infatti lavorare direttamente con le autorità locali e con il Consolato Onorario d’Italia a Kathmandu, coordinando le attività di assistenza ai connazionali presenti nella regione.

Il lavoro continua sul terreno

La delegazione italiana opererà in stretto raccordo con le autorità nepalesi.

L’obiettivo è duplice: da una parte verificare la situazione dei tre dispersi, dall’altra garantire assistenza agli altri cittadini italiani che si trovano nella zona colpita.

Le condizioni sul terreno rendono tuttavia particolarmente complicate le operazioni.

La frana ha interessato un’area di confine caratterizzata da montagne, vallate e collegamenti difficili, mentre permane anche il rischio di nuove inondazioni.

Ancora rischio di nuove inondazioni

La Farnesina invita infatti alla massima prudenza.

Permane il rischio di ulteriori fenomeni alluvionali nelle aree al confine tra Nepal e Cina.

In particolare, il Ministero raccomanda ai connazionali di evitare le zone interessate e soprattutto il valico di Gyirong, nella contea di Gyirong, nella prefettura di Shigatse.

L’invito è rivolto sia agli italiani che già si trovano nella regione sia a quelli che stanno viaggiando nell’area.

L’appello della Farnesina agli italiani

Il Ministero degli Esteri invita i connazionali a mantenersi costantemente informati e a seguire scrupolosamente le indicazioni delle autorità locali.

Viene inoltre raccomandata la registrazione della propria presenza sul portale “Dove siamo nel mondo”, così da permettere alle autorità italiane di avere un quadro il più possibile aggiornato degli italiani presenti nell’area.

La Farnesina invita inoltre a consultare “Viaggiare Sicuri” e a scaricare la relativa applicazione dell’Unità di Crisi per ricevere comunicazioni e aggiornamenti.

Una situazione ancora molto difficile

L’arrivo della task force italiana rappresenta un passo importante, ma non significa che l’emergenza sia terminata.

Al contrario, le autorità nepalesi continuano ad affrontare una situazione estremamente complessa.

Alle conseguenze della frana si aggiunge infatti il rischio di nuovi fenomeni alluvionali, che possono rendere ancora più difficili gli spostamenti e le operazioni di ricerca.

Per questo la Farnesina ha deciso di rafforzare direttamente la propria presenza sul posto.

Ore di attesa per le famiglie

Per le famiglie dei tre italiani dispersi, intanto, continua l’attesa.

Ogni nuova informazione proveniente da Kathmandu viene seguita con attenzione.

La speranza è naturalmente quella di riuscire a stabilire un contatto e ottenere notizie sulle loro condizioni.

È importante ricordare che “disperso” non significa “deceduto”: significa che al momento non è stato possibile stabilire dove si trovi la persona o mettersi in contatto con essa.

Le ricerche e le verifiche sono dunque ancora in corso.

La task force italiana è arrivata a Kathmandu.

Ora comincia sul terreno una fase ancora più delicata: cercare i tre connazionali dispersi, assistere gli altri italiani e seguire l’evoluzione di un’emergenza che non è ancora terminata.




Nepal, tre italiani tra i dispersi: la Farnesina intensifica le ricerche

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La tragedia al confine con il Tibet si aggrava. Il bilancio sale a 353 vittime, mentre un nuovo lago minaccia di tracimare.

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La situazione al confine tra Nepal e Tibet continua a peggiorare e assume dimensioni sempre più drammatiche.

Tra le persone che risultano ancora disperse ci sono ora anche tre cittadini italiani. La Farnesina sta lavorando per verificarne la situazione e per cercare di ristabilire il contatto con i connazionali che non sono ancora stati rintracciati.

Il dato è particolarmente importante perché nei primi momenti dell’emergenza erano stati segnalati circa 90 italiani presenti nell’intera area del Nepal e del Tibet. Successivamente la Farnesina è riuscita a contattarne circa 130, mentre sono proseguite le verifiche sugli altri connazionali.

Chi sono i tre italiani dispersi

Secondo le informazioni riportate dalla DIRE, tra i dispersi ci sarebbe una coppia italo-svizzera, che si trovava in viaggio dal Tibet verso il Nepal.

Il terzo italiano è Marco Ratto, cinquantenne di Rapallo, gioielliere e appassionato di trekking e montagna.

L’uomo era partito da solo con un tour operator internazionale pochi giorni dopo Ferragosto. I familiari, non avendo più sue notizie, hanno segnalato la sua scomparsa alle autorità.

La sindaca di Rapallo, Elisabetta Ricci, ha dichiarato di essere in contatto con il Ministero degli Esteri e con l’Unità di Crisi della Farnesina.

La Farnesina rafforza la propria presenza

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha attivato una Task Force Nepal, con l’invio da Roma di una delegazione dell’Unità di Crisi che dovrà creare a Kathmandu un punto di assistenza per i connazionali.

È stato inoltre disposto l’invio nella capitale nepalese di personale dell’Ambasciata italiana a New Delhi, proprio per rafforzare l’assistenza agli italiani presenti nella zona.

«La Farnesina è al lavoro per rintracciare i connazionali con i quali non si è ancora riusciti a stabilire un contatto», ha fatto sapere Tajani.

Per le emergenze è attiva anche la linea dell’Unità di Crisi della Farnesina.

Il bilancio continua a salire

Nel frattempo il Nepal continua a contare le vittime.

Secondo l’ultimo aggiornamento riportato dalla DIRE, i morti sono saliti a 353.

Ma il numero delle persone ancora irreperibili è molto più alto.

Le autorità nepalesi parlano di quasi 1.500 dispersi, tra i quali numerosi turisti stranieri.

La tragedia ha colpito una delle aree più remote dell’Himalaya, frequentata da escursionisti, alpinisti e pellegrini diretti verso il Tibet e il monte Kailash.

Prima il crollo del ghiaccio, poi la devastante inondazione

Le prime ricostruzioni avevano ipotizzato che fosse stato un terremoto a provocare il distacco del ghiacciaio.

Gli accertamenti dell’United States Geological Survey indicano invece una dinamica diversa: sarebbe stato il crollo di rocce glaciali e ghiaccio a provocare un sisma di magnitudo 5,2.

In pochi istanti una gigantesca massa composta da acqua, fango, rocce e ghiaccio si è riversata verso valle, travolgendo i fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli e numerose località.

Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano una devastazione impressionante.

E adesso c’è un nuovo pericolo

Come se la tragedia non fosse già abbastanza grave, le autorità nepalesi hanno lanciato un nuovo allarme.

Nella zona colpita si è formato un lago naturale, creato dall’accumulo di acqua e detriti.

Il livello dell’acqua sta aumentando rapidamente e c’è il rischio che il lago tracimi, provocando una nuova ondata di piena.

Le autorità hanno invitato residenti e soccorritori a mantenersi lontani dalle rive del fiume.

Questo rende ancora più difficili le operazioni di soccorso.

Ore di angoscia per le famiglie

Per le famiglie dei tre italiani dispersi cominciano ora ore particolarmente difficili.

La speranza rimane quella di riuscire a stabilire un contatto e ritrovare le persone ancora irreperibili.

È importante, tuttavia, non confondere la parola “disperso” con “morto”.

Al momento, per i tre italiani, non esiste una conferma della morte.

Sono persone delle quali non si hanno notizie e che le autorità stanno cercando.

La situazione degli altri italiani

La Farnesina continua parallelamente a verificare le condizioni degli altri italiani presenti nella regione.

Il primo dato ufficiale parlava di circa 90 connazionali registrati tra Nepal e Tibet.

La situazione è particolarmente complessa perché non tutti coloro che si trovano nella regione sono necessariamente registrati nei sistemi consolari e perché le comunicazioni in alcune zone sono state interrotte.

Per questo il Ministero invita gli italiani presenti nell’area a registrarsi attraverso “Dove siamo nel mondo” e a utilizzare l’app “Viaggiare Sicuri”.

Una tragedia ancora in corso

Quella che sembrava inizialmente una devastante frana si è trasformata in una delle più gravi emergenze naturali recenti nella regione himalayana.

Il bilancio delle vittime continua a crescere.

I dispersi sono ancora moltissimi.

E ora anche il rischio di una nuova piena incombe sulle zone già devastate.

Per l’Italia, la priorità è diventata naturalmente quella di ritrovare i tre connazionali dei quali non si hanno notizie e verificare le condizioni di tutti gli altri italiani presenti nella regione.

Tre famiglie italiane aspettano una risposta.

E mentre in Nepal i soccorritori continuano a cercare superstiti tra fango, ghiaccio e detriti, le autorità devono fare i conti anche con il rischio che la natura possa provocare una nuova ondata di acqua e distruzione.




Dolly perde forza: la tormenta si avvicina ai Caraibi, ma il pericolo principale sarà la pioggia

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Il National Hurricane Center esclude un’intensificazione significativa. Dolly dovrebbe degenerare in una perturbazione prima di raggiungere le Antille, ma i suoi resti potrebbero provocare forti precipitazioni su Puerto Rico e Hispaniola domenica e lunedì.

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La tormenta tropicale Dolly continua la sua rapida corsa verso ovest nell’Atlantico, ma le notizie sul suo sviluppo sono oggi decisamente meno preoccupanti rispetto alle prime ore dopo la sua formazione.

Il nuovo bollettino del National Hurricane Center (NHC) di Miami, emesso alle 5:00 del mattino di venerdì 28 agosto, indica infatti che Dolly sta incontrando condizioni sempre meno favorevoli alla sua organizzazione.

La tempesta mantiene venti massimi sostenuti di circa 65 km/h (35 nodi) e si trova a 14,5°N e 44,8°W.

Ma il dato più importante è un altro:

Dolly non dovrebbe diventare più forte.

Aria secca e forte wind shear la stanno indebolendo

Durante la notte sono stati osservati pochi cambiamenti nella struttura della tempesta.

Una piccola zona di forte attività convettiva si trova vicino e a nord-est del centro, ma aria secca sta entrando nella parte meridionale della circolazione.

Le immagini satellitari suggeriscono inoltre che la circolazione a bassa quota stia iniziando a perdere definizione.

A questo si aggiunge l’aumento del wind shear, cioè della variazione della direzione e della velocità del vento con la quota.

Sono tutti fattori che rendono difficile per Dolly organizzarsi e rafforzarsi.

Dolly corre verso ovest

La tempesta continua a muoversi molto rapidamente.

La velocità di avanzamento è di circa 21 nodi, pari a quasi 39 km/h.

Il movimento verso ovest dovrebbe continuare nelle prossime ore, sotto l’influenza di una forte area di alta pressione subtropicale che si trova a nord della tempesta.

Ed è proprio questa elevata velocità di spostamento uno degli elementi che impediscono a Dolly di avere il tempo necessario per intensificarsi.

La previsione è ormai abbastanza netta

Il National Hurricane Center afferma che tutti i modelli affidabili indicano un graduale indebolimento di Dolly.

La previsione ufficiale è che la tempesta diventi post-tropicale entro sabato, prima di raggiungere le Piccole Antille.

Successivamente dovrebbe trasformarsi in un’area di bassa pressione residua e dissiparsi entro domenica.

In altre parole: Dolly non dovrebbe arrivare sulle Antille come una tormenta tropicale organizzata.

Questo riduce sensibilmente il rischio di venti distruttivi. Ma non significa che la situazione sia priva di conseguenze.

Il vero rischio: l’acqua

È questo il punto sul quale il National Hurricane Center insiste maggiormente.

Anche se Dolly perderà la propria struttura tropicale, i suoi resti continueranno a trasportare una notevole quantità di umidità.

Le precipitazioni associate alla tempesta o ai suoi resti potrebbero interessare:

  • Isole Sottovento: dalla notte di sabato a domenica;
  • Isole Vergini: domenica;
  • Puerto Rico: domenica e lunedì;
  • Hispaniola: domenica e lunedì.

E in alcune zone le piogge potrebbero essere intense.

Il rischio maggiore è quello delle inondazioni improvvise, soprattutto nelle aree montuose.

E qui entra in gioco la Repubblica Dominicana

La situazione va osservata con attenzione.

La traiettoria prevista dal NHC mostra Dolly dirigersi verso le Piccole Antille, per poi proseguire verso l’area di Puerto Rico e Hispaniola.

Ma la linea della traiettoria non significa che il centro di una tempesta tropicale attraverserà la Repubblica Dominicana.

Anzi, secondo le previsioni attuali, quando il sistema arriverà nella nostra area non dovrebbe più avere una circolazione tropicale ben definita.

Il problema potrebbe essere soprattutto l’umidità residua.

Domenica e lunedì da tenere sotto osservazione

Il calendario indicato dal NHC è abbastanza preciso.

Nelle prossime 24 ore Dolly dovrebbe continuare verso ovest mantenendo circa 35 nodi.

Sabato è prevista la transizione a sistema post-tropicale.

Tra domenica e lunedì, invece, i suoi resti potrebbero contribuire a portare piogge significative su Puerto Rico e Hispaniola.

Per la Repubblica Dominicana sarà quindi soprattutto necessario seguire l’evoluzione delle precipitazioni.

Non è il momento dell’allarme

È importante sottolinearlo.

Dolly non è attualmente una minaccia di uragano per la Repubblica Dominicana.

Non è previsto un rafforzamento significativo e il NHC ritiene probabile che perda le caratteristiche di tempesta tropicale prima di raggiungere le Antille.

Quindi non c’è motivo per creare allarmismo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il sistema.

Una tempesta può indebolirsi e continuare comunque a produrre molta pioggia.

Ed è esattamente questo lo scenario che i meteorologi stanno prendendo in considerazione.

La nuova previsione

Il percorso previsto dal NHC indica:

Venerdì: Dolly continua rapidamente verso ovest, con venti intorno ai 65 km/h.

Sabato: il sistema perde progressivamente organizzazione e diventa post-tropicale.

Domenica: i resti di Dolly si avvicinano alle Antille e alla regione di Puerto Rico.

Domenica-lunedì: possibile passaggio di una fascia di forte umidità e precipitazioni su Hispaniola.

Entro domenica: il sistema dovrebbe essere ormai una bassa pressione residua e successivamente dissiparsi.

La carta del NHC racconta bene la situazione

La nuova carta mostra chiaramente come la previsione sia cambiata.

Il cono si restringe verso le Antille, ma i simboli lungo la traiettoria passano rapidamente dalla S di tempesta tropicale alla D di depressione, fino alla fase post-tropicale.

La nostra attenzione resta quindi sulla pioggia

Per la Repubblica Dominicana, oggi il messaggio è molto diverso da quello che avremmo dato se Dolly avesse continuato a rafforzarsi.

Non stiamo aspettando un uragano.

Stiamo osservando una perturbazione tropicale in rapido indebolimento che potrebbe comunque portare molta umidità e precipitazioni.

E in un territorio come quello dominicano, dove le zone montuose possono reagire rapidamente alle precipitazioni intense, questo è un elemento che non va sottovalutato.

Dolly perde forza, ma non è ancora da archiviare.

Domenica e lunedì saranno le giornate da seguire con maggiore attenzione per Hispaniola.

Fatti Nostri continuerà a seguire l’evoluzione di Dolly sulla base dei bollettini ufficiali del National Hurricane Center e degli eventuali aggiornamenti per la Repubblica Dominicana.




Enzo Odoguardi “Uomo dell’Anno 2026”: a New York il riconoscimento dell’Associazione Culturale Italiana

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Il Comm. Enzo Odoguardi sarà premiato per il suo impegno a favore degli italiani nel mondo durante la XV Cena di Gala dell’Associazione Culturale Italiana di New York.

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Un riconoscimento dedicato all’impegno per gli italiani nel mondo arriva da New York.

Il Comm. Enzo Odoguardi è stato scelto come “Man of the Year Award 2026”, il riconoscimento che l’Associazione Culturale Italiana di New York (ACINY) assegna ogni anno a una personalità che si è distinta per il proprio impegno a favore dell’Italia, della sua cultura e delle comunità italiane all’estero.

La consegna del premio avverrà durante la XV Cena di Gala, in programma lunedì 12 ottobre 2026, a partire dalle ore 17.30, presso il Russo’s On The Bay, a Howard Beach, nel Queens.

La motivazione del premio, come annunciato dall’Associazione Culturale Italiana di New York, è legata al suo impegno a favore degli italiani nel mondo.

È un riconoscimento che assume un significato particolare in una città come New York, dove la presenza italiana ha radici profonde e dove le nuove generazioni continuano a mantenere un rapporto con la cultura e con il Paese d’origine.

La Cena di Gala dell’ACINY nasce proprio con questo spirito: celebrare l’Italia, la sua cultura, lo sport e le personalità che portano nel mondo il valore e l’orgoglio italiano.

Il Comm. Vincenzo Odoguardi è Consigliere del Sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Massimo Dell’Utri, per i rapporti economici e di raccordo con le comunità, le associazioni e le istituzioni dell’area Nord e Centro America e Caraibi.

Il suo lavoro si colloca quindi in un contesto nel quale i rapporti tra l’Italia e le comunità italiane all’estero assumono un’importanza particolare.

Non si tratta soltanto di mantenere un legame con chi vive fuori dall’Italia.

Si tratta anche di rafforzare i rapporti tra le comunità italiane e le istituzioni, valorizzando il contributo degli italiani che vivono e lavorano in altri Paesi.

La scelta di New York per questo riconoscimento ha un valore particolare.

La città è stata per oltre un secolo una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

Milioni di italiani sono arrivati negli Stati Uniti attraverso Ellis Island e molti di loro hanno costruito la propria vita proprio a New York e nei suoi quartieri.

Oggi la realtà è naturalmente cambiata.

Gli italiani e gli italoamericani sono presenti in tutti i settori della società americana: dall’imprenditoria alla cultura, dalla medicina alla ricerca, dalla finanza allo spettacolo.

Ma il rapporto con le proprie origini continua a essere molto forte.

La XV Cena di Gala dell’ACINY sarà una serata dedicata alla celebrazione dell’Italia e delle sue eccellenze.

L’iniziativa dell’Associazione Culturale Italiana di New York si propone infatti di riunire esponenti della comunità italiana, personalità del mondo istituzionale, professionisti e amici dell’Italia.

Il premio a Enzo Odoguardi sarà quindi uno dei momenti centrali della serata.

Iniziative come questa hanno un significato che va oltre la semplice cerimonia.

Le associazioni culturali italiane all’estero svolgono da sempre un ruolo importante nel mantenimento dei rapporti con l’Italia.

Organizzano incontri, eventi, manifestazioni culturali e momenti di aggregazione.

Sono luoghi nei quali l’identità italiana può essere trasmessa anche a chi è nato lontano dall’Italia.

E proprio questo lavoro assume oggi una dimensione nuova.

Non si tratta più soltanto di conservare la memoria dell’emigrazione.

Si tratta di costruire un rapporto tra l’Italia e le nuove generazioni di italiani e italoamericani.

Il premio a Odoguardi può essere letto proprio in questa prospettiva.

Riconoscere chi lavora per gli italiani all’estero significa riconoscere anche l’importanza delle comunità italiane nel mondo.

Una rete che non rappresenta soltanto una parte della nostra storia, ma una realtà contemporanea fatta di professionisti, imprenditori, studenti, ricercatori e famiglie.

Italiani che vivono lontano, ma che continuano a mantenere rapporti con il nostro Paese.

L’area alla quale è legato l’incarico di Odoguardi comprende un territorio vastissimo: Nord America, America Centrale e Caraibi.

Sono comunità molto diverse tra loro, ma unite da un elemento comune: il rapporto con l’Italia.

Da New York a Toronto, da Miami a Santo Domingo, da Montréal alle numerose comunità dell’America Centrale e dei Caraibi, gli italiani hanno creato nel tempo una rete di associazioni e relazioni che costituisce una parte importante della presenza italiana nel continente americano.

Il 12 ottobre, dunque, sarà soprattutto una serata di incontro.

Una di quelle occasioni nelle quali la comunità italiana si ritrova, celebra le proprie eccellenze e riconosce il lavoro di chi si impegna per mantenere vivo il rapporto tra gli italiani e il loro Paese.

Il premio a Enzo Odoguardi si inserisce proprio in questa tradizione.

Un riconoscimento che arriva da New York, ma che guarda a tutti gli italiani nel mondo. Perché oggi essere italiani all’estero non significa soltanto avere lasciato l’Italia.

Significa spesso continuare a rappresentarla, raccontarla e sostenerne la cultura e i valori nel Paese nel quale si è scelto di vivere.

E il “Man of the Year Award 2026” vuole essere, in questo senso, anche un omaggio a tutti coloro che ogni giorno lavorano per mantenere quel ponte.

Il 12 ottobre, a New York, quel ponte sarà celebrato insieme a Enzo Odoguardi.




Trump cambia il nome al Lago Ontario: negli Stati Uniti diventa “Lago America”

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Il presidente firma il decreto nel pieno della guerra commerciale con il Canada. “Abbiamo un golfo e un lago, ci manca solo un oceano”.

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Donald Trump lo aveva annunciato nei giorni scorsi e oggi ha mantenuto la promessa.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato alla Casa Bianca un ordine esecutivo che dispone il cambio di denominazione del Lago Ontario in “Lake America”, cioè “Lago America”, per gli usi ufficiali del governo statunitense.

La decisione arriva mentre i rapporti tra Washington e Ottawa attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi anni, con una nuova escalation della guerra commerciale e lo scontro sui dazi.

E il gesto, pur essendo principalmente simbolico, ha inevitabilmente anche un forte significato politico.

“Ci manca solo un oceano”

Trump ha firmato il decreto nello Studio Ovale e ha commentato la decisione con una battuta destinata a fare discutere.

“Abbiamo un golfo e abbiamo un lago. Ci manca solo un oceano”, ha detto, riferendosi anche al precedente cambio di denominazione del Golfo del Messico, che la sua amministrazione ha deciso di chiamare “Golfo d’America”.

Il presidente ha poi lasciato intendere che anche l’Atlantico o il Pacifico potrebbero, scherzosamente, diventare oggetto di future modifiche.

Il lago appartiene a due Paesi

Il problema è che il Lago Ontario non è un lago esclusivamente americano.

È uno dei cinque Grandi Laghi nordamericani e si trova tra lo Stato di New York e la provincia canadese dell’Ontario.

Circa il 52% della superficie del lago si trova in territorio canadese, mentre il resto appartiene agli Stati Uniti.

Ed è proprio questo elemento a rendere la decisione particolarmente provocatoria.

Washington può stabilire come il proprio governo debba chiamare ufficialmente il lago.

Non può però decidere come lo chiamerà il Canada.

Il Canada continuerà a chiamarlo Lago Ontario

L’ordine presidenziale impone al Dipartimento degli Interni americano di aggiornare entro 30 giorni il Geographic Names Information System (GNIS) e di sostituire nei documenti federali statunitensi i riferimenti al Lago Ontario con “Lake America”.

Questo significa che il nuovo nome avrà valore nell’amministrazione federale americana.

Ma il Canada non è tenuto ad adottarlo.

E neppure la comunità internazionale.

La questione è già emersa con il precedente cambio del nome del Golfo del Messico: la nuova denominazione può essere utilizzata dagli Stati Uniti, ma non diventa automaticamente il nome geografico riconosciuto dal resto del mondo.

Un gesto arrivato durante la guerra dei dazi

La tempistica non lascia molti dubbi sul contesto politico.

I negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada sono falliti e Washington ha imposto dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi.

Ottawa ha annunciato a sua volta misure di ritorsione, con tariffe che arriveranno fino al 50% su diversi prodotti americani e che entreranno in vigore dall’8 settembre.

La disputa riguarda settori importanti: acciaio, prodotti lattiero-caseari, elettrodomestici, elettronica e altri beni.

Il cambio del nome del lago arriva quindi in un momento nel quale i rapporti tra i due Paesi sono già fortemente deteriorati.

“I canadesi ci hanno trattato molto male”

Trump ha collegato ancora una volta la sua posizione alle relazioni commerciali con il vicino settentrionale.

Secondo quanto riportato da Diario Libre, il presidente ha accusato i funzionari canadesi di aver trattato male gli Stati Uniti e ha sostenuto che il Paese avrebbe approfittato per troppo tempo dei rapporti commerciali con Washington.

È lo stesso argomento che Trump aveva utilizzato nei giorni scorsi quando aveva annunciato di stare valutando il cambio di nome.

Una nuova provocazione?

Formalmente, Trump sostiene che il provvedimento riguarda la nomenclatura geografica americana.

Politicamente, però, il messaggio appare molto più ampio.

Il Lago Ontario porta infatti il nome della provincia canadese dell’Ontario, che rappresenta il cuore economico e industriale del Canada.

Cambiarne il nome proprio durante uno scontro commerciale con Ottawa può quindi essere interpretato come un gesto simbolico di pressione e provocazione.

Trump, del resto, ha già utilizzato la modifica dei nomi geografici come uno degli strumenti della propria agenda politica.

Dal Golfo del Messico al Lago America

Non è la prima volta.

Nel gennaio 2025 Trump aveva firmato un ordine esecutivo per cambiare negli Stati Uniti il nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America”.

Anche in quel caso il provvedimento aveva generato polemiche internazionali e differenze nell’uso del nome tra Stati Uniti, Messico e altri Paesi.

Ora arriva il Lago Ontario.

E Trump stesso ha suggerito che potrebbe non essere finita qui.

Una battaglia che non cambia la geografia

C’è però un elemento che vale la pena ricordare.

Cambiare il nome su una carta ufficiale non cambia la geografia.

Il lago continua a essere condiviso da Stati Uniti e Canada.

Continua a separare lo Stato di New York dalla provincia dell’Ontario.

E continuerà a essere chiamato “Lake Ontario” dalle autorità canadesi, salvo una loro eventuale decisione futura.

Il decreto di Trump modifica dunque soprattutto il modo in cui il governo federale americano lo denominerà nei propri documenti.

La reazione canadese

Per il momento il governo del primo ministro Mark Carney non ha annunciato l’intenzione di adottare il nuovo nome.

E proprio questa potrebbe essere la risposta più semplice.

Washington lo chiama “Lake America”.

Ottawa continuerà a chiamarlo Lake Ontario.

Due nomi per lo stesso grande specchio d’acqua.

Un’altra curiosa conseguenza di una relazione bilaterale che negli ultimi mesi è diventata sempre più difficile.

Un lago condiviso, due nomi e una guerra commerciale sullo sfondo

Il cambio di denominazione non modifica certamente gli equilibri economici tra le due nazioni.

Non riduce i dazi.

Non riapre i negoziati.

Non risolve le controversie commerciali.

Ma dice molto sul clima politico attuale.

Il Lago Ontario è diventato così l’ultimo capitolo della crescente tensione tra Stati Uniti e Canada.

E mentre Washington lo ribattezza “Lake America”, dall’altra parte del confine è assai probabile che per i canadesi continui a essere semplicemente quello che è sempre stato:

il Lago Ontario.




Dolly è nata nell’Atlantico: la nuova tempesta tropicale punta verso i Caraibi

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È la quarta tempesta con nome della stagione 2026. Per ora è lontana dalle Antille, ma il NHC prevede forti piogge su Hispaniola tra domenica e lunedì.

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È ufficiale: Invest 96L è diventata la tormenta tropicale Dolly.

Il National Hurricane Center di Miami ha emesso questa mattina, giovedì 27 agosto, il primo bollettino sulla nuova tempesta, che si è formata nel tropicale Atlantico centrale, molto lontano dalle Antille.

Dolly è la quarta tempesta tropicale con nome della stagione degli uragani 2026, dopo Arthur, Bertha e Cristobal.

Dove si trova Dolly

Alle 11 del mattino AST di oggi, il centro di Dolly si trovava a circa 13,6° di latitudine nord e 38,7° di longitudine ovest, circa 2.500 chilometri a est delle Isole Sottovento.

La tempesta si sta muovendo rapidamente verso ovest, a circa 39 km/h.

I venti massimi sostenuti raggiungono i 65 km/h, con raffiche più forti, mentre la pressione centrale è stimata in 1007 millibar.

Dunque, per il momento, Dolly è ancora molto lontana dalla Repubblica Dominicana.

Ma la sua traiettoria la porta verso il bacino caraibico.

Il percorso indicato dalla previsione

La carta del National Hurricane Center mostra una traiettoria inizialmente abbastanza lineare verso ovest.

Dolly dovrebbe avvicinarsi alle Isole Sottovento durante il fine settimana.

Successivamente il sistema potrebbe interessare l’area delle Antille, con la sua componente di umidità e precipitazioni diretta verso Puerto Rico e Hispaniola.

Ed è proprio questo l’aspetto che interessa maggiormente la Repubblica Dominicana.

Non sembra destinata a diventare un uragano

La notizia importante è che, almeno secondo le previsioni attuali, Dolly non dovrebbe rafforzarsi significativamente.

Il National Hurricane Center prevede pochi cambiamenti di intensità nelle prossime 48 ore e indica la possibilità che la tempesta perda la sua organizzazione e degeneri in un’onda tropicale prima di raggiungere le Isole Sottovento.

Ci sono infatti condizioni atmosferiche poco favorevoli alla sua intensificazione, in particolare forte wind shear e aria secca.

Quindi, allo stato attuale, non stiamo parlando di un nuovo uragano diretto verso Hispaniola.

Ma questo non significa che Dolly possa essere ignorata.

La pioggia potrebbe essere il vero problema

Il National Hurricane Center sottolinea infatti un elemento molto importante.

Anche se Dolly dovesse indebolirsi rapidamente, la grande quantità di umidità tropicale associata al sistema potrebbe produrre forti precipitazioni.

Le Isole Sottovento potrebbero iniziare a ricevere piogge intense tra sabato sera e domenica.

Successivamente, Isole Vergini, Puerto Rico e Hispaniola potrebbero essere interessate da forti piogge tra domenica e lunedì.

E le precipitazioni potrebbero provocare inondazioni improvvise, soprattutto nelle zone montuose.

Per la Repubblica Dominicana, quindi, attenzione alla pioggia

Questo è il messaggio più importante per i nostri lettori.

Dolly non rappresenta al momento una minaccia diretta di vento forte per la Repubblica Dominicana.

Il rischio principale potrebbe invece essere rappresentato dalle piogge, soprattutto se il sistema dovesse arrivare sull’area ancora sufficientemente organizzato o se la sua onda tropicale mantenesse una notevole quantità di umidità.

Per questo le prossime 48-72 ore saranno importanti.

Nessuna allerta al momento

Il National Hurricane Center specifica che non sono in vigore al momento allerte o avvisi costieri.

Anche il servizio meteorologico di San Juan, Puerto Rico, conferma che non ci sono attualmente avvisi o vigilanza per cicloni tropicali a Puerto Rico o nelle Isole Vergini statunitensi.

Quindi non c’è motivo per creare allarmismo.

Ma c’è motivo per seguire attentamente l’evoluzione.

Una coincidenza curiosa: il nome Dolly

Il nome della nuova tempesta ha inevitabilmente attirato l’attenzione perché arriva pochi giorni dopo la morte della cantante americana Dolly Parton.

Ma non c’è alcun collegamento.

I nomi delle tempeste atlantiche vengono stabiliti in anticipo secondo una lista dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e vengono riutilizzati secondo una rotazione prestabilita.

La coincidenza temporale è quindi del tutto casuale.

La situazione in questo momento

🌀 Nome: Dolly
📍 Posizione: 13,6°N – 38,7°W
🌊 Distanza dalle Isole Sottovento: circa 2.500 km
💨 Venti massimi: 65 km/h
➡️ Movimento: verso ovest, circa 39 km/h
📉 Pressione: 1007 mb
🇩🇴 Repubblica Dominicana: nessuna allerta e nessuna minaccia diretta al momento
🌧️ Rischio principale: forti piogge e possibili inondazioni tra domenica e lunedì
📉 Evoluzione prevista: possibile indebolimento fino a diventare un’onda tropicale prima di raggiungere le Antille.

Dolly è appena nata, ma per i Caraibi è già tempo di guardare verso est.

La distanza è ancora enorme e le previsioni indicano un sistema destinato a indebolirsi.

Ma la tempesta si muove rapidamente e Hispaniola è già compresa nell’area che potrebbe ricevere le sue piogge.

Per questo, da oggi, Fatti Nostri seguirà Dolly giorno per giorno, verificando posizione, traiettoria, intensità e soprattutto l’eventuale evoluzione della situazione per la Repubblica Dominicana.

Per ora: niente allarme. Ma occhi puntati sull’Atlantico.




Champions League, sorteggio da brividi per le italiane: Inter e Roma sfidano il Real, Napoli con City e Arsenal

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Quattro squadre italiane nella nuova Champions: nerazzurri e giallorossi affronteranno il Real Madrid, il Napoli trova Manchester City e Arsenal. Esordio da sogno per il Como contro Barcellona e PSG.

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La nuova Champions League comincia subito con alcune sfide che promettono spettacolo.

Il sorteggio della fase campionato della Champions League 2026-27, effettuato a Montecarlo, ha riservato alle quattro squadre italiane avversarie di grandissimo prestigio.

Inter e Roma affronteranno entrambe il Real Madrid, mentre il Napoli dovrà vedersela con Manchester City e Arsenal. Per il Como, alla sua prima storica partecipazione alla Champions, arrivano invece Barcellona e Paris Saint-Germain.

Non ci saranno più i vecchi gironi.

Come nelle ultime due edizioni, le 36 squadre sono inserite in un’unica classifica e ogni formazione giocherà otto partite contro otto avversarie diverse, quattro in casa e quattro in trasferta.

Inter, subito Real Madrid e Liverpool

L’Inter, inserita nella prima fascia, ha pescato alcuni degli avversari più prestigiosi disponibili.

La squadra nerazzurra affronterà in trasferta Real Madrid, Borussia Dortmund, Feyenoord e Slovan Bratislava, mentre a San Siro arriveranno Liverpool, Club Brugge, Stoccarda e Shakhtar Donetsk.

La sfida più attesa sarà naturalmente quella del Bernabéu contro il Real Madrid.

Ma anche Liverpool e Borussia Dortmund rappresentano due appuntamenti di grande richiamo.

Per l’Inter sarà quindi un percorso europeo tutt’altro che semplice.

Roma, il ritorno di Mourinho

Anche la Roma trova il Real Madrid.

La squadra giallorossa giocherà all’Olimpico contro Real Madrid, Sporting Lisbona, Lille e Slovan Bratislava.

In trasferta dovrà invece affrontare Paris Saint-Germain, Manchester United, Fenerbahce e AEK Atene.

Ma c’è un dettaglio che rende ancora più particolare il sorteggio.

A Roma arriverà il Real Madrid guidato da José Mourinho, in una sfida che riporterà inevitabilmente alla memoria la sua lunga storia nel calcio italiano.

E i giallorossi dovranno anche andare a Parigi per affrontare i campioni d’Europa in carica del PSG.

Napoli, Manchester City e Arsenal

Per il Napoli il sorteggio ha messo sulla strada due autentiche potenze del calcio inglese.

I partenopei affronteranno in casa Arsenal, Club Brugge, Bodø/Glimt e Viking, mentre saranno impegnati in trasferta contro Manchester City, Porto, Villarreal e Sabah.

La partita più attesa sarà certamente quella all’Etihad Stadium contro il Manchester City.

Ma anche l’Arsenal rappresenta un avversario di altissimo livello.

Il Napoli avrà però dalla sua il vantaggio di giocare entrambe le sfide più prestigiose in un contesto nel quale ogni punto può diventare fondamentale per la classifica finale.

Como, dalla Serie D al Camp Nou

La storia più affascinante è forse quella del Como.

Soltanto pochi anni fa il club giocava in Serie D.

Ora si prepara ad affrontare la Champions League.

E il sorteggio ha deciso di regalargli immediatamente una notte da sogno: trasferta al Camp Nou contro il Barcellona.

Ma non sarà l’unica grande sfida.

A Como arriverà infatti anche il Paris Saint-Germain, campione d’Europa in carica.

Le altre avversarie saranno Manchester United, Lipsia, AEK Atene, Real Betis, Feyenoord e Lens.

Per una società alla prima partecipazione assoluta nella competizione, è un programma semplicemente straordinario.

Quattro italiane, quattro percorsi completamente diversi

Il sorteggio ha quindi prodotto quattro situazioni molto differenti.

Inter: Real Madrid, Liverpool e Borussia Dortmund tra le sfide più importanti.

Roma: Real Madrid, PSG e Manchester United.

Napoli: Manchester City e Arsenal, oltre a Porto e Villarreal.

Como: Barcellona, PSG, Manchester United e Lipsia.

Una cosa è certa: sarà difficile annoiarsi.

La nuova Champions non permette distrazioni

Il nuovo formato rende particolarmente importante ogni partita.

Le 36 squadre vengono inserite in un’unica graduatoria.

Le prime otto al termine delle otto giornate accederanno direttamente agli ottavi di finale.

Le squadre classificate dal nono al 24º posto dovranno invece passare attraverso i playoff.

Le altre saranno eliminate.

Per questo anche le partite contro avversari considerati meno forti possono diventare decisive.

Una sconfitta inattesa può costare molto più di quanto sarebbe accaduto nei vecchi gironi.

Si comincia a settembre

La prima giornata della League Phase è prevista tra l’8 e il 10 settembre 2026.

L’ottava e ultima giornata si giocherà il 27 gennaio 2027, mentre la finale è in programma il 5 giugno 2027 a Madrid.

Il calendario dettagliato delle partite sarà comunicato dall’UEFA entro sabato 29 agosto.

Una Champions tutta da vivere

Per il calcio italiano è una stagione particolarmente importante.

Quattro squadre nella fase principale significano quattro possibilità di arrivare lontano.

Ma il sorteggio ha già fatto capire che nessuno avrà vita facile.

L’Inter dovrà misurarsi con il Real e il Liverpool.

La Roma con Real, PSG e Manchester United.

Il Napoli con City e Arsenal.

E il Como avrà l’opportunità di scrivere una delle pagine più incredibili della propria storia affrontando il Barcellona al Camp Nou.

Quattro italiane, quattro grandi sfide e una Champions che promette spettacolo fin dalla prima giornata.

E per gli appassionati italiani ci sarà soltanto da aspettare il calendario.

Poi, finalmente, si comincia a giocare.




Nepal, due italiani tra i dispersi: la Farnesina verifica. E incombe il rischio di una nuova piena

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La tragedia al confine con il Tibet si aggrava. Centinaia di persone ancora irreperibili e un lago naturale minaccia di provocare una nuova ondata di piena.

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La tragedia che ha colpito il Nepal e il Tibet assume di ora in ora proporzioni sempre più drammatiche.

E questa mattina arriva una notizia che riguarda direttamente l’Italia: le autorità nepalesi hanno inserito due cittadini italiani tra le persone disperse nell’alluvione che ha devastato l’area di confine.

La notizia è stata diffusa dall’Ente nazionale del turismo del Nepal. La Farnesina sta effettuando verifiche attraverso le autorità locali, il Consolato italiano a Calcutta, il Consolato onorario a Kathmandu e i tour operator.

Per il momento, quindi, non si può ancora dire che i due italiani siano morti. Sono considerati dispersi e le autorità stanno cercando di stabilire dove si trovino e quali siano le loro condizioni.

La Farnesina ha già contattato circa 130 italiani

Il quadro è cambiato anche rispetto alle informazioni diffuse ieri.

In un primo momento la Farnesina aveva indicato circa 90 italiani registrati nell’area tra Nepal e Tibet.

Ora l’Unità di Crisi riferisce di aver contattato circa 130 connazionali segnalati nella zona, mentre proseguono le verifiche per individuare tutti gli italiani presenti e accertarne le condizioni.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha inoltre disposto l’invio a Kathmandu di personale dell’ambasciata italiana a New Delhi, con l’obiettivo di rafforzare sul posto l’assistenza ai connazionali.

I due italiani erano già stati dati per dispersi?

La situazione è particolarmente delicata perché ieri la Farnesina aveva comunicato che due turisti italiani, insieme alla loro guida, erano rimasti bloccati a monte di una frana, ma risultavano in buone condizioni e in contatto con il Ministero.

Oggi, invece, le autorità nepalesi hanno diffuso un elenco nel quale compaiono due italiani tra i dispersi.

Non è ancora possibile stabilire se si tratti delle stesse persone.

È proprio uno dei punti che la Farnesina sta cercando di chiarire.

Per questo è importante non trasformare l’indicazione “due italiani dispersi” in una notizia di morte o di certezza sulla loro sorte.

Una catastrofe di dimensioni enormi

Nel frattempo il bilancio complessivo continua a crescere.

Secondo l’ultimo aggiornamento riportato da ANSA, la polizia nepalese parla di 332 vittime. Ma il numero delle persone ancora irreperibili rimane enorme e i dati provenienti dal Nepal e dalla Cina non sono direttamente sommabili, perché potrebbero comprendere persone già conteggiate in entrambi i bilanci.

Soltanto sul versante nepalese, il Nepal Tourism Board ha indicato 644 persone ancora disperse, delle quali 517 turisti stranieri.

Tra gli stranieri figurano cittadini di numerosi Paesi: Stati Uniti, Ucraina, Malesia, Australia, Regno Unito, Canada e molte altre nazionalità.

Il dramma dei turisti

La regione colpita è frequentata da molti turisti e pellegrini diretti verso il monte Kailash e il lago Mansarovar, luoghi di enorme importanza religiosa per induisti, buddisti e giainisti.

Molti di loro si trovavano quindi in una delle zone più remote e difficili da raggiungere dell’Himalaya.

Quando l’acqua e il fango hanno travolto strade e infrastrutture, interi gruppi sono rimasti isolati.

E ora i soccorritori devono cercare persone disperse in un territorio nel quale anche i normali collegamenti sono stati gravemente danneggiati.

Il pericolo non è ancora finito

C’è un altro elemento che rende la situazione ancora più preoccupante.

In Tibet, a monte del porto di Gyirong, la frana ha creato un lago naturale di sbarramento.

L’acqua si è accumulata dietro la massa di detriti e ora le autorità cinesi stanno monitorando attentamente la situazione.

Il rischio è che lo sbarramento naturale possa cedere oppure che l’acqua lo superi, provocando una nuova piena nelle zone a valle.

Il ministero cinese delle Risorse idriche ha quindi rafforzato il monitoraggio idrologico e le previsioni nella zona.

Un disastro provocato dal crollo di un ghiacciaio

Secondo l’USGS, l’Istituto geologico statunitense, l’alluvione sarebbe stata provocata dal crollo di un ghiacciaio e dalla successiva colata di detriti.

L’enorme massa di acqua, ghiaccio, fango e materiale roccioso ha poi prodotto conseguenze catastrofiche a valle.

È una dinamica che spiega la rapidità e la violenza dell’evento.

Non una normale piena del fiume, ma una gigantesca massa d’acqua e detriti capace di travolgere in pochi minuti tutto ciò che incontrava lungo il percorso.

I soccorsi continuano

Le squadre nepalesi stanno continuando le ricerche.

Sono stati mobilitati migliaia di uomini tra esercito, polizia e altri corpi di soccorso.

Molte persone sono state recuperate vive grazie anche agli elicotteri, ma le condizioni meteorologiche e le infrastrutture distrutte rendono le operazioni estremamente difficili.

E il rischio di una nuova piena rende ancora più complicato il lavoro dei soccorritori.

Per l’Italia, ore di attesa

La situazione dei due connazionali rimane dunque da verificare.

Questo è il punto più importante da sottolineare.

La Farnesina non ha confermato che i due italiani siano effettivamente dispersi: sta verificando l’informazione fornita dalle autorità nepalesi.

Nel frattempo è stata rafforzata la presenza diplomatica italiana a Kathmandu.

E per le famiglie, naturalmente, queste sono ore di enorme apprensione.

Due nomi, due persone, due famiglie che aspettano una risposta.

Mentre in Nepal continua la ricerca di centinaia di persone, anche l’Italia guarda verso l’Himalaya.

La speranza è che i due connazionali possano essere ritrovati vivi e che le verifiche della Farnesina permettano presto di chiarire la loro situazione.

Ma intanto la tragedia continua ad aggravarsi.

332 vittime, centinaia di dispersi e un nuovo possibile pericolo all’orizzonte.

E in Tibet, dietro una diga naturale di fango e ghiaccio, un’altra massa d’acqua aspetta di trovare una via verso valle.




Atlantico, nuova giornata di osservazione: AL96 si organizza ma resta ancora lontana dai Caraibi

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La perturbazione tropicale ha raggiunto il 70% di probabilità di diventare una depressione o una tempesta. Per ora nessuna minaccia diretta per le Antille.

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L’Atlantico continua a essere sotto osservazione.

Questa mattina, giovedì 27 agosto, la perturbazione identificata come Invest AL96 mostra segnali di una migliore organizzazione. Il National Hurricane Center di Miami ha infatti riportato al 70% la probabilità che il sistema possa svilupparsi in un ciclone tropicale entro le prossime 48 ore. La stessa probabilità, 70%, viene mantenuta considerando i prossimi sette giorni.

È quindi un sistema da seguire con attenzione, ma non siamo ancora di fronte a una tempesta tropicale ufficialmente classificata.

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La perturbazione si è organizzata meglio

Secondo il bollettino delle ore 2 EDT del National Hurricane Center, i temporali associati alla zona di bassa pressione, che si trova diverse centinaia di miglia a sud-ovest delle isole di Capo Verde, sono diventati più organizzati durante la notte.

Il sistema presenta una pressione centrale intorno ai 1007 millibar e venti stimati intorno ai 30 nodi, circa 56 km/h.

Sono numeri che spiegano perché gli esperti lo stiano seguendo con attenzione.

Potrebbe nascere una depressione già oggi

Il National Hurricane Center non esclude che, se l’attuale organizzazione continuerà, un sistema tropicale ufficiale possa essere dichiarato già nelle prossime ore.

Potrebbe trattarsi inizialmente di una depressione tropicale oppure, se la struttura dovesse rafforzarsi rapidamente, di una tempesta tropicale di breve durata.

C’è però un elemento importante che ridimensiona, almeno per il momento, la preoccupazione.

Da venerdì le condizioni dovrebbero peggiorare

Gli esperti prevedono infatti che a partire da venerdì le condizioni atmosferiche diventino meno favorevoli allo sviluppo.

Questo potrebbe interrompere o limitare la crescita del sistema proprio dopo l’eventuale formazione di una depressione o di una tempesta.

In altre parole, le prossime 24-48 ore saranno particolarmente interessanti, perché AL96 potrebbe raggiungere la classificazione di ciclone tropicale, ma potrebbe poi incontrare condizioni capaci di indebolirla.

La posizione è ancora molto lontana

Ed è questo il punto fondamentale per chi vive nei Caraibi.

La perturbazione si trova ancora nell’Atlantico tropicale orientale, a oltre 1.200 chilometri a ovest di Capo Verde e a migliaia di chilometri dalle Antille.

La carta che pubblichiamo oggi mostra chiaramente la distanza.

Tra AL96 e le Piccole Antille c’è ancora un’enorme distesa oceanica.

Per questo non esiste al momento alcuna previsione di impatto diretto sulla Repubblica Dominicana.

La traiettoria resta comunque da seguire

Il sistema si muove generalmente verso ovest, con una componente verso nord-ovest.

È proprio questa la ragione per cui continueremo a seguirlo giorno dopo giorno.

Non perché oggi rappresenti una minaccia per Hispaniola, ma perché un sistema tropicale che attraversa l’Atlantico deve essere seguito fin dall’inizio del suo percorso.

La sua traiettoria e la sua intensità possono cambiare.

Non è ancora il momento dell’allarme

Per chi vive nella Repubblica Dominicana, il messaggio di oggi è quindi abbastanza chiaro:

attenzione sì, allarme no.

Non ci sono allerte per il nostro territorio e non c’è alcuna previsione di un passaggio vicino alla Repubblica Dominicana nei prossimi giorni.

Anche il servizio meteorologico di Porto Rico, pur invitando a seguire l’evoluzione di AL96, sottolinea l’incertezza ancora presente sul suo sviluppo e sui suoi eventuali effetti futuri.

Domani potrebbe esserci già un nome

Se AL96 dovesse diventare una tempesta tropicale, entrerà ufficialmente nella lista dei sistemi denominati della stagione atlantica.

Il prossimo nome disponibile è Dolly.

Ma prima di parlare di una nuova tempesta è necessario aspettare la classificazione ufficiale del National Hurricane Center.

Per ora rimane Invest AL96.

La situazione di oggi

🌀 Invest AL96: in fase di organizzazione
📍 Posizione: Atlantico tropicale orientale, a ovest-sud-ovest di Capo Verde
💨 Venti: circa 56 km/h
📉 Pressione: circa 1007 mb
📈 Probabilità di sviluppo: 70% nelle prossime 48 ore e 70% nei prossimi 7 giorni
🇩🇴 Repubblica Dominicana: nessuna minaccia diretta al momento
⚠️ Evoluzione: possibile formazione di una depressione o tempesta nelle prossime ore, ma condizioni più sfavorevoli attese da venerdì.

Fatti Nostri continuerà a seguire AL96 ogni giorno, aggiornando posizione, intensità, traiettoria e soprattutto l’eventuale avvicinamento ai Caraibi.

Perché in questa fase della stagione degli uragani guardare il mare un giorno prima può fare una grande differenza rispetto a guardarlo quando è già troppo tardi.