Las Galeras sommersa dal sargazo: a Playa Rincón il mare sembra scomparso

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Una gigantesca massa di alghe ricopre la costa di Samaná. Le immagini dei bambini che sembrano camminare sull’acqua fanno il giro dei social.

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A prima vista sembra quasi un’immagine irreale.

Il mare non si vede più e al suo posto compare una gigantesca distesa di sargazo, così compatta da dare l’impressione che alcune persone possano camminarci sopra.

È quello che sta accadendo in questi giorni a Playa Rincón, nella zona di Las Galeras, provincia di Samaná, dove una quantità impressionante di alghe marine ha ricoperto una parte della costa.

Le immagini e i video diffusi sui social mostrano alcuni bambini muoversi nelle acque basse, mentre sotto i loro piedi la superficie del mare è completamente nascosta dal sargazo.

L’effetto visivo è sorprendente.

Ma dietro quelle immagini curiose c’è un problema che per la comunità locale è tutt’altro che divertente.

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Una vera “alfombra” sul mare

La quantità di sargazo accumulata è tale da aver formato quella che alcuni media dominicani hanno definito una vera e propria “alfombra”, una sorta di tappeto galleggiante sul mare.

In alcuni punti la massa di alghe arriva fino alla zona rocciosa della costa, modificando completamente l’aspetto della spiaggia.

I video mostrano persone che si muovono sopra o attraverso l’enorme accumulo e, in alcuni casi, persino giocano a palla.

Una scena spettacolare da vedere.

Ma anche un segnale evidente della dimensione raggiunta dal fenomeno.

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Il problema sono soprattutto gli effetti della decomposizione

Il sargazo, quando arriva sulla spiaggia, non costituisce necessariamente un problema.

La difficoltà nasce quando rimane accumulato per giorni e comincia a decomporsi.

A quel punto produce il caratteristico cattivo odore che molti residenti e visitatori hanno già segnalato a Playa Rincón.

La decomposizione può inoltre liberare sostanze come solfuro di idrogeno e ammoniaca, che possono provocare irritazioni, nausea e mal di testa in caso di esposizione prolungata.

Per questo la questione non riguarda soltanto l’estetica della spiaggia.

Una minaccia per il turismo

Playa Rincón è uno dei luoghi più conosciuti e apprezzati della provincia di Samaná.

La sua bellezza naturale è una delle principali attrazioni della zona di Las Galeras.

Una distesa di alghe che copre la costa può quindi avere conseguenze dirette sull’attività turistica.

Visitatori che arrivano alla ricerca di acqua limpida e spiagge incontaminate possono trovare invece una costa quasi completamente coperta dal sargazo.

E questo può tradursi in meno escursioni, meno visitatori e minori entrate per le attività locali.

Il problema non è nuovo: già negli anni precedenti Playa Rincón e altre zone di Las Galeras avevano registrato importanti accumuli di sargazo.

Un fenomeno che non riguarda soltanto Samaná

Il sargazo è diventato negli ultimi anni una presenza sempre più importante sulle coste caraibiche.

La Repubblica Dominicana è particolarmente esposta, soprattutto lungo le coste orientali e meridionali, ma gli arrivi possono interessare anche il nord e il nord-est del Paese.

Il fenomeno dipende dalle correnti oceaniche, dai venti e dalle condizioni dell’Atlantico.

Quando enormi masse di queste alghe si spostano verso le coste, diventa estremamente difficile prevedere con precisione dove e in quale quantità arriveranno.

A Las Galeras il problema si ripete

La comunità conosce già questo problema.

Anche nell’agosto del 2025 erano state segnalate grandi quantità di sargazo proprio a Playa Rincón, con preoccupazioni per il turismo e per l’economia locale.

La nuova invasione riporta quindi alla ribalta una domanda che a Samaná si ripete da tempo:

come affrontare in maniera permanente il sargazo, invece di intervenire soltanto quando la spiaggia è già invasa?

Quanto ce n’è?

Al momento non è stato comunicato ufficialmente il volume di sargazo presente né l’estensione precisa dell’area interessata.

Le immagini, però, parlano da sole.

La massa è talmente compatta e vasta da nascondere completamente ampie porzioni del mare.

Ed è proprio questa la caratteristica che ha fatto diventare virali le immagini dei bambini che sembrano “camminare sull’acqua”.

Naturalmente non stanno camminando sull’acqua.

Stanno attraversando una gigantesca massa di alghe che galleggia e si accumula nell’acqua bassa.

Una fotografia che vale più di molte parole

C’è anche un aspetto quasi paradossale in questa storia.

Le immagini sono spettacolari.

Un bambino che sembra camminare sul mare è una scena che attira immediatamente l’attenzione.

Ma dietro quella fotografia c’è un problema ambientale che può avere conseguenze concrete sull’ecosistema e sull’economia della zona.

Il sargazo in decomposizione può infatti ridurre l’ossigeno disponibile nell’acqua e creare condizioni sfavorevoli per pesci, coralli e altri organismi marini.

Samaná non può ignorare il problema

Per una provincia nella quale il turismo rappresenta una componente fondamentale dell’economia, la questione non può essere considerata soltanto un inconveniente stagionale.

Las Galeras, Playa Rincón e le altre spiagge della zona sono una delle grandi ricchezze naturali di Samaná.

Proteggerle significa anche proteggere l’economia delle comunità che vivono di turismo, pesca, escursioni e servizi.

E quando il fenomeno si ripete, diventa necessario pensare a soluzioni più strutturate: monitoraggio, raccolta, barriere e sistemi di gestione che permettano di intervenire prima che il sargazo raggiunga quantità difficili da controllare.

Il mare tornerà a vedersi?

La risposta è sì.

Il sargazo arriva, si accumula e poi può essere spostato nuovamente dalle correnti e dalle condizioni del mare.

Ma la questione è quanto tempo rimarrà sulla costa e cosa verrà fatto nel frattempo.

Perché più a lungo resta accumulato, maggiore diventa il problema legato alla decomposizione e agli odori.

Per ora Playa Rincón offre uno spettacolo sorprendente: bambini che sembrano camminare sul mare.

Ma dietro quella scena curiosa c’è il volto di un problema ambientale che Samaná conosce ormai da anni.

E per una delle più belle coste della Repubblica Dominicana, non può essere soltanto una curiosità da social network.

Deve essere un problema da affrontare.




Frane e alluvioni tra Nepal e Tibet: la Farnesina segue 90 italiani presenti nella zona

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Una vasta frana e violente inondazioni hanno devastato le vallate himalayane. Due turisti italiani sono rimasti bloccati, ma sono in buone condizioni.

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È una situazione di grave emergenza quella che si è verificata nelle ultime ore al confine tra Nepal e Tibet, dove frane e improvvise inondazioni hanno devastato diverse aree montane.

Le autorità locali stanno facendo i conti con un bilancio ancora provvisorio di vittime e dispersi, mentre le comunicazioni con alcune zone sono difficili a causa delle strade interrotte e dei ponti danneggiati.

L’emergenza ha fatto scattare anche l’intervento della Farnesina, che sta verificando la situazione dei cittadini italiani presenti nell’area.

Circa 90 italiani registrati nella zona

Secondo i dati disponibili attraverso il portale “Dove siamo nel mondo”, sono circa 90 i cittadini italiani registrati tra Nepal e Tibet.

L’Unità di Crisi della Farnesina è in contatto con il Consolato Generale d’Italia a Calcutta, il Consolato onorario italiano a Kathmandu e l’Ambasciata italiana a Pechino per verificare le condizioni dei connazionali e fornire assistenza dove necessario.

Il dato dei 90 italiani non significa naturalmente che tutti si trovino nelle aree direttamente colpite dalla calamità.

La Farnesina sta proprio effettuando le verifiche per stabilire dove si trovino e quali siano le loro condizioni.

Due italiani bloccati, ma stanno bene

Al momento la notizia più importante per i nostri connazionali è positiva.

Due turisti italiani, insieme alla loro guida, sono rimasti bloccati a monte di una frana che ha interrotto una strada.

I due sono riusciti a mettersi in contatto con il Ministero degli Esteri e, secondo le informazioni diffuse dalla Farnesina, sono in buone condizioni.

Le autorità italiane stanno seguendo direttamente la loro situazione e predisponendo l’assistenza necessaria.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che i due connazionali stanno bene e che saranno aiutati a rientrare in Italia quando sarà possibile e quando lo riterranno opportuno.

Una catastrofe nelle vallate himalayane

Le immagini provenienti dalla zona mostrano una situazione impressionante.

Acqua e fango hanno invaso le vallate, trascinando automobili, camion, abitazioni e infrastrutture.

Tra le zone maggiormente colpite figurano Rasuwagadhi-Timure, Syabrubesi, Rasuwa e la valle del Bhote Koshi, sul versante nepalese.

La situazione è resa ancora più difficile dalla conformazione geografica.

Si tratta di una regione montuosa, con strade strette e difficili da raggiungere, dove una frana può isolare rapidamente intere comunità.

Un’ondata improvvisa e devastante

Secondo le prime ricostruzioni, una grande massa di roccia e ghiaccio avrebbe bloccato un corso d’acqua sul versante tibetano, provocando successivamente un’improvvisa ondata di piena verso il Nepal.

Le autorità e gli esperti stanno ancora cercando di ricostruire con precisione la sequenza degli eventi.

Il risultato è stato comunque devastante.

Il fiume ha trascinato con sé enormi quantità di acqua e detriti, trasformandosi in una forza distruttiva lungo le vallate.

Decine di vittime e centinaia di dispersi

Il bilancio è ancora in evoluzione.

Le fonti disponibili parlano di decine di vittime e centinaia di persone disperse, comprese numerose persone di nazionalità straniera.

Tra gli stranieri risultano cittadini indiani, britannici, statunitensi, malesi, sudafricani, australiani e olandesi.

Molti si trovavano nella regione per turismo o pellegrinaggi.

La difficoltà maggiore, in questa fase, è raggiungere le zone più isolate e stabilire con certezza quante persone siano effettivamente coinvolte.

Strade e ponti distrutti

Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda proprio le infrastrutture.

La piena ha danneggiato o distrutto strade e ponti, rendendo difficili i collegamenti tra le diverse località.

In alcune zone i soccorritori devono quindi lavorare in condizioni particolarmente complesse.

E il rischio non è ancora completamente cessato.

Le autorità nepalesi hanno invitato le persone che vivono nelle vicinanze dei fiumi a spostarsi verso zone più sicure.

La Farnesina invita gli italiani alla massima prudenza

In questa situazione il Ministero degli Esteri invita gli italiani presenti nell’area a seguire attentamente le indicazioni delle autorità locali.

La Farnesina raccomanda inoltre di utilizzare l’applicazione “Viaggiare Sicuri” e di registrare la propria presenza sul portale “Dove siamo nel mondo”, proprio per consentire alle autorità italiane di intervenire più rapidamente in caso di emergenza.

Per eventuali emergenze è attiva anche l’Unità di Crisi della Farnesina.

Una regione difficile da raggiungere

Il Nepal è uno dei Paesi più esposti ai rischi naturali della regione himalayana.

Montagne molto alte, forti precipitazioni, ghiaccio, frane e corsi d’acqua rendono alcune aree particolarmente vulnerabili.

Quando si verifica un evento improvviso, la difficoltà non è soltanto soccorrere le persone.

È anche riuscire ad arrivare dove si trovano.

E proprio questo rende ancora più importante il lavoro delle squadre di soccorso e delle autorità locali.

Per gli italiani, una situazione ancora sotto osservazione

La notizia più rassicurante riguarda dunque i due turisti italiani coinvolti direttamente, che sono in buone condizioni e in contatto con la Farnesina.

Ma le verifiche sugli altri connazionali registrati nella regione non sono ancora terminate.

Il numero di 90 italiani comprende persone distribuite tra Nepal e Tibet e non significa che siano tutte nelle zone interessate dall’emergenza.

Le autorità italiane stanno quindi procedendo a controlli individuali per avere un quadro completo.

La priorità ora è raggiungere le persone isolate

La situazione rimane in evoluzione.

Le squadre di soccorso devono ancora raggiungere diverse aree colpite e il bilancio potrebbe quindi cambiare nelle prossime ore.

Per noi, il dato più importante rimane quello dei connazionali:

due italiani sono stati coinvolti e sono in buone condizioni; la Farnesina sta verificando la situazione degli altri cittadini italiani presenti nell’area.

Non è ancora il momento di trarre conclusioni definitive.

Ma è certamente il momento di seguire con attenzione quanto sta accadendo in una delle zone più impervie e spettacolari del pianeta, dove in poche ore acqua, fango e frane hanno trasformato le vallate himalayane in una zona di emergenza.




Dolly Parton, l’America si ferma: l’Empire State Building si veste di rosa

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New York rende omaggio alla grande artista scomparsa a 80 anni. Trump ordina le bandiere a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti fino al 1° settembre

La morte di Dolly Parton continua a suscitare emozione negli Stati Uniti.

A poche ore dalla scomparsa della grande cantante, attrice, autrice e imprenditrice del Tennessee, New York ha voluto renderle un omaggio spettacolare: nella notte tra il 25 e il 26 agosto, l’Empire State Building si è illuminato di rosa, uno dei colori più legati all’immagine della star americana.

Non è stato un semplice cambio di illuminazione.

Il rosa è stato acceso alle 21.25, un riferimento diretto a uno dei brani più celebri di Dolly, “9 to 5”.

Per un’ora, dalle 21.25 alle 22.25, uno dei simboli più riconoscibili di New York ha quindi brillato in rosa per salutare una donna che, con la sua musica, era diventata un simbolo dell’America.

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Un omaggio da New York

La scelta dell’Empire State Building ha un significato particolare.

Dolly Parton era profondamente legata alla cultura americana, ma la sua popolarità aveva ormai raggiunto dimensioni mondiali.

New York, capitale dello spettacolo e della musica, ha scelto quindi uno dei suoi simboli per salutare una delle artiste più amate di sempre.

E il colore rosa non è casuale.

Era parte integrante dell’immagine pubblica di Dolly: brillante, ironica, femminile, immediatamente riconoscibile.

Come lei.

Trump ordina le bandiere a mezz’asta

L’omaggio di New York è stato accompagnato da una decisione senza precedenti per un’artista di questo tipo.

Il presidente Donald Trump ha ordinato che le bandiere americane siano esposte a mezz’asta fino al tramonto del 1° settembre 2026.

L’ordine riguarda la Casa Bianca, gli edifici e i terreni pubblici federali, le installazioni militari e navali e le rappresentanze diplomatiche statunitensi all’estero.

È un gesto riservato normalmente a figure di particolare rilievo nazionale.

E dimostra quanto Dolly Parton fosse riuscita a entrare nel patrimonio collettivo americano, andando molto oltre il mondo della musica country.

Un’artista amata da tutti

Dolly Parton aveva una caratteristica rara.

Era riuscita a essere popolare senza appartenere veramente a una sola categoria.

Era amata dal pubblico country, ma anche da quello pop.

Era cantante, ma anche autrice.

Attrice, ma anche imprenditrice.

E soprattutto era diventata una figura riconoscibile anche da chi non aveva mai comprato un suo disco.

La sua immagine, la sua voce e il suo umorismo erano diventati parte della cultura popolare americana.

Il rosa dell’Empire State Building

La fotografia del grattacielo illuminato di rosa racconta forse meglio di qualsiasi discorso quello che Dolly Parton ha rappresentato.

Non c’è bisogno di una lunga spiegazione.

New York ha acceso una luce per lei.

E quella luce, per una sera, ha trasformato lo skyline più famoso del mondo in un enorme tributo alla cantante del Tennessee.

Un’eredità che va oltre le canzoni

La commozione americana non riguarda soltanto “Jolene”, “9 to 5” o “I Will Always Love You”.

Dolly Parton ha lasciato un’eredità molto più ampia.

Attraverso la sua attività filantropica ha sostenuto per decenni l’istruzione e la lettura dei bambini, mentre la sua Imagination Library ha distribuito centinaia di milioni di libri.

È stata inoltre una delle personalità dello spettacolo più impegnate nel sostenere iniziative benefiche.

E proprio questa capacità di unire successo personale e generosità ha contribuito a renderla così amata.

Il tributo di un Paese intero

Dalla musica al cinema, dalla televisione ai social network, il ricordo di Dolly Parton è esploso in tutto il Paese.

Colleghi, attori, musicisti e milioni di semplici ammiratori hanno pubblicato messaggi, fotografie e ricordi.

La sua morte ha creato quella rara situazione nella quale persone di generazioni e orientamenti completamente diversi si ritrovano unite nel ricordo della stessa persona.

Ed è forse questo il segno più evidente della sua grandezza.

Una luce che non si spegne

Dolly Parton era una donna profondamente legata alle proprie origini.

Era nata poverissima nelle montagne del Tennessee ed era riuscita a trasformare il talento e il lavoro in una carriera straordinaria.

Ma non aveva mai dimenticato da dove veniva.

Forse è proprio questo che spiega la forza della reazione americana.

Dolly non sembrava appartenere soltanto al mondo delle celebrità.

Sembrava appartenere alle famiglie americane.

Era entrata nelle case attraverso la radio, la televisione, il cinema e le canzoni.

E ora, mentre le sue luci si accendono sull’Empire State Building, l’America sembra voler dire una cosa molto semplice: grazie, Dolly.

La tua voce non c’è più.

Ma per una sera, almeno, New York ha cantato con la luce.




L’Atlantico si risveglia: la nuova perturbazione avanza verso i Caraibi

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Invest 96L continua la sua marcia verso ovest. Il National Hurricane Center mantiene al 70% la possibilità che diventi una depressione tropicale. Per ora nessuna allerta, ma i Caraibi devono guardare verso est

L’Atlantico comincia a cambiare volto.

La grande perturbazione tropicale che nei giorni scorsi abbiamo seguito al largo dell’Africa continua il suo movimento verso ovest e questa mattina, 26 agosto, rimane sotto stretta osservazione da parte del National Hurricane Center di Miami.

Il sistema, identificato come Invest 96L, si trova ancora nell’Atlantico orientale, a sud-sud-ovest delle isole di Capo Verde. Ma la sua direzione di marcia è quella che interessa maggiormente i Caraibi: verso ovest e ovest-nordovest.

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Il 70% rimane sul tavolo

Il dato più significativo dell’ultimo bollettino è che il National Hurricane Center mantiene al 70% la probabilità che Invest 96L diventi una depressione tropicale entro le prossime 48 ore.

La stessa probabilità, 70%, viene mantenuta anche considerando l’intera prossima settimana.

Gli esperti ritengono inoltre probabile la formazione di una depressione tropicale nei prossimi uno-due giorni, mentre il sistema attraverserà l’Atlantico tropicale.

Non siamo ancora davanti a una tempesta tropicale.

E non siamo ancora davanti a un uragano.

Ma il processo di organizzazione è abbastanza concreto da meritare attenzione.

La perturbazione è ancora lontana

Questo è il punto che bisogna sottolineare per evitare allarmismi.

Invest 96L è ancora a grande distanza dalle Antille.

La carta mostra bene la situazione: tra il sistema e i Caraibi ci sono ancora migliaia di chilometri di oceano.

Quindi, oggi, non esiste alcuna previsione attendibile che permetta di dire che la Repubblica Dominicana sarà colpita.

La traiettoria può cambiare sensibilmente nei prossimi giorni.

Può inoltre succedere che il sistema si organizzi e poi perda forza.

Il National Hurricane Center avverte infatti che le condizioni atmosferiche potrebbero diventare meno favorevoli a partire dal fine settimana, limitandone lo sviluppo.

Ma la direzione è quella che preoccupa

Perché allora tanta attenzione?

Perché la perturbazione si trova proprio nella fascia dell’Atlantico dalla quale, durante la stagione degli uragani, possono partire i sistemi destinati a raggiungere le Antille.

Africa, Capo Verde, Atlantico tropicale, Caraibi.

È una delle principali rotte degli uragani atlantici.

E Invest 96L sta seguendo, almeno per ora, una traiettoria occidentale.

Questo non significa che arriverà sulle nostre coste.

Significa però che non possiamo ancora smettere di guardarlo.

Il sistema sta già producendo temporali

L’area di bassa pressione associata alla perturbazione continua a produrre rovesci e temporali.

Secondo l’analisi del National Hurricane Center, il sistema presenta venti intorno ai 25 nodi, circa 46 chilometri orari, e mari fino a circa 7 piedi nell’area della depressione.

La struttura non è ancora perfettamente organizzata: l’attività temporalesca è concentrata soprattutto a sud-ovest del centro.

Ma le condizioni attuali sono ancora sufficientemente favorevoli per consentire un ulteriore sviluppo nei prossimi giorni.

Potrebbe diventare Dolly

C’è anche una curiosità.

Se Invest 96L riuscisse a raggiungere i requisiti per essere classificato come tempesta tropicale, il suo nome sarebbe Dolly.

Non c’è naturalmente alcun rapporto con la morte della cantante americana Dolly Parton: i nomi delle tempeste vengono stabiliti in anticipo secondo le liste dell’Organizzazione meteorologica mondiale.

Ma sarebbe comunque una coincidenza particolare.

E l’altra perturbazione?

La seconda area che nei giorni scorsi compariva sulle carte, quella a nord-est delle Bermuda, è praticamente uscita dalla scena.

Il National Hurricane Center questa mattina ha portato la sua probabilità di sviluppo a quasi zero, spiegando che le condizioni atmosferiche sono diventate troppo sfavorevoli.

Quindi, dei due sistemi che stavamo seguendo, uno si sta spegnendo e l’altro è quello da osservare.

Non c’è ancora un allarme per i Caraibi

È importante dirlo chiaramente.

Nessuna allerta è stata emessa per la Repubblica Dominicana.

Non c’è una previsione di impatto imminente sulle Antille e non ci sono indicazioni che permettano oggi di parlare di un uragano diretto verso Hispaniola.

La situazione è ancora troppo lontana nel tempo e nello spazio.

Ma la parola giusta, in questo momento, non è “allarme”.

È attenzione.

I prossimi giorni saranno decisivi

Invest 96L dovrà attraversare una grande porzione dell’Atlantico.

Durante questo percorso troverà condizioni che potrebbero favorire o impedire il suo sviluppo.

Se riuscirà a organizzarsi ulteriormente, potrebbe diventare una depressione tropicale e successivamente una tempesta.

Se invece incontrerà aria secca, maggiore wind shear o altre condizioni sfavorevoli, potrebbe indebolirsi prima di arrivare vicino alle Antille.

Anche i modelli meteorologici mostrano scenari differenti: alcuni prevedono un sistema più forte che potrebbe curvare verso nord sull’Atlantico aperto, mentre altri mantengono una traiettoria più meridionale e occidentale, potenzialmente più vicina alle Piccole Antille.

È ancora troppo presto per sapere quale scenario prevarrà.

La stagione entra nella sua fase più delicata

Non è un caso che questa situazione si presenti proprio adesso.

Siamo alla fine di agosto e ci avviciniamo al periodo climatologicamente più attivo della stagione degli uragani atlantici, che raggiunge normalmente il suo massimo intorno al 10 settembre.

Dopo un inizio relativamente tranquillo, l’Atlantico sta quindi tornando sotto osservazione.

Per chi vive nella Repubblica Dominicana

Il consiglio, per ora, è molto semplice:

nessun panico e nessuna corsa ai supermercati.

Ma è il momento giusto per ricominciare a seguire quotidianamente i bollettini ufficiali.

Perché una perturbazione che oggi è ancora lontanissima può diventare molto più interessante tra tre o quattro giorni.

E soprattutto perché, quando si vive nei Caraibi, la prevenzione comincia molto prima che arrivi un’allerta.

La nostra attenzione si sposta verso est

La carta di questa mattina racconta bene la situazione.

L’Atlantico è enorme.

La perturbazione è ancora lontana.

Ma quella macchia rossa che procede verso ovest rappresenta oggi l’unico sistema dell’Atlantico che il National Hurricane Center considera realmente candidato a svilupparsi.

Per questo Fatti Nostri continuerà a seguirlo.

Per ora non c’è un uragano diretto verso i Caraibi.

Ma c’è una perturbazione che si muove nella nostra direzione generale, ha il 70% di probabilità di diventare una depressione tropicale e sta entrando proprio nei giorni più delicati della stagione.

E questa, per chi vive nella Repubblica Dominicana, è una ragione più che sufficiente per tenere gli occhi puntati sull’Atlantico.




Alla ricerca delle navi di Colombo: l’UNESCO esplora i fondali della Repubblica Dominicana

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Oltre 40 anomalie individuate nella baia di La Isabela. Potrebbero nascondere relitti legati ai viaggi di Colombo.

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C’è qualcosa di affascinante nei fondali della costa settentrionale della Repubblica Dominicana.

Qualcosa che potrebbe riportare gli archeologi indietro di più di cinque secoli, fino agli anni in cui Cristoforo Colombo e i suoi uomini stavano dando inizio alla storia europea nel continente americano.

Una missione internazionale dell’UNESCO, alla quale partecipano anche Spagna e Repubblica Dominicana, ha individuato oltre 40 anomalie nel fondale della baia di La Isabela.

Non significa che siano state trovate le navi di Colombo.

Ma alcune di quelle anomalie potrebbero corrispondere a resti di imbarcazioni o ad altro patrimonio archeologico sommerso.

Ed è proprio questo che rende la ricerca particolarmente interessante.

La Isabela, un luogo fondamentale della storia

Per capire l’importanza della ricerca bisogna tornare al 1493.

Dopo il primo viaggio, Colombo tornò nei Caraibi con una spedizione molto più grande e fondò sulla costa settentrionale dell’isola Hispaniola La Isabela, considerata il primo insediamento permanente spagnolo nelle Americhe.

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La baia si trova nell’attuale Repubblica Dominicana, affacciata sull’Atlantico.

Per gli archeologi rappresenta quindi un’area di enorme interesse.

In quelle acque passarono navi, uomini e merci durante una delle fasi più importanti e controverse della storia mondiale.

E oggi il mare potrebbe conservare ancora alcune tracce di quella vicenda.

Quaranta anomalie sotto il mare

Le esplorazioni sono state condotte nel 2024 e nel 2026.

Le tecnologie utilizzate hanno permesso di individuare più di 40 anomalie nel fondale.

Ma gli esperti invitano alla prudenza.

Un’anomalia non è necessariamente un relitto.

Può trattarsi di una formazione naturale, di materiale sedimentato o di qualcosa che non ha alcun rapporto con l’attività umana.

Come ha spiegato Alejandro Gumá Ruiz, funzionario dell’ufficio regionale UNESCO all’Avana, solo la fase di scavo potrà stabilire se alcune di queste anomalie corrispondano effettivamente a patrimonio culturale sommerso.

Ed è proprio questa la prossima fase della ricerca.

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Potrebbero esserci navi del secondo viaggio?

L’ipotesi più suggestiva riguarda la possibilità che alcuni dei reperti siano collegati alle spedizioni di Colombo.

Le indagini potrebbero infatti portare alla scoperta di antichi galeoni legati al secondo viaggio di Colombo, oppure di relitti appartenenti a epoche successive, tra il XVI e il XVIII secolo.

Quindi non necessariamente si tratta delle navi utilizzate direttamente da Colombo.

Ed è importante sottolinearlo.

La ricerca è ancora in una fase preliminare.

Ma anche un relitto di qualche decennio successivo avrebbe comunque un enorme valore storico, perché permetterebbe di comprendere meglio la navigazione e i traffici nei primi secoli della presenza europea nei Caraibi.

La domanda che tutti si fanno

Naturalmente, davanti a una notizia del genere, la domanda nasce spontanea:

e se sotto quelle acque ci fosse davvero una delle navi di Colombo?

Sarebbe una scoperta archeologica di straordinaria importanza.

Ma bisognerà avere pazienza.

Il mare può conservare per secoli oggetti e strutture che sulla terraferma sarebbero scomparsi.

Allo stesso tempo, però, correnti, sedimenti, organismi marini e fenomeni naturali possono modificare profondamente ciò che resta di un’antica imbarcazione.

Per questo gli archeologi non possono basarsi soltanto sulle immagini del fondale.

Il patrimonio deve rimanere sott’acqua

C’è un altro elemento interessante del progetto.

Gli eventuali reperti saranno sottoposti ai principi della Convenzione UNESCO del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo.

L’obiettivo è privilegiare, quando possibile, la conservazione dei reperti nel loro ambiente originario, invece di recuperarli e portarli necessariamente sulla terraferma.

È una filosofia diversa da quella delle vecchie spedizioni alla ricerca di tesori.

Non si tratta di andare sul fondo del mare per recuperare oggetti preziosi.

Si tratta di studiare, documentare e proteggere un patrimonio che appartiene alla storia dell’umanità.

La Repubblica Dominicana protagonista della ricerca

Per la Repubblica Dominicana questa iniziativa ha un significato particolare.

La storia della prima presenza europea in America è profondamente legata al territorio dominicano.

La Isabela è uno dei luoghi nei quali questa storia può essere studiata direttamente attraverso l’archeologia.

Il progetto UNESCO ha inoltre un obiettivo che va oltre la singola scoperta.

Secondo Anne Lemaistre, direttrice della sede regionale dell’UNESCO e rappresentante per Cuba, Repubblica Dominicana e Venezuela, l’iniziativa sta contribuendo a rafforzare le capacità scientifiche dominicane nella ricerca, conservazione e gestione sostenibile del patrimonio subacqueo.

È un investimento nella conoscenza, non soltanto nella ricerca di un relitto.

La Isabela potrebbe diventare Patrimonio Mondiale

Gli eventuali ritrovamenti potrebbero inoltre rafforzare la candidatura di La Isabela a Patrimonio Mondiale UNESCO.

Questo potrebbe dare ulteriore valore a un sito che già oggi rappresenta una testimonianza fondamentale della storia caraibica.

E potrebbe contribuire a sviluppare un turismo culturale diverso da quello tradizionale.

Non soltanto spiagge, mare e resort.

Ma anche storia, archeologia e patrimonio.

Anche il cambiamento climatico è una minaccia

La ricerca ha però anche un’altra finalità.

Il patrimonio archeologico sommerso è sottoposto a rischi che possono aumentare con il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani.

Studiare ciò che si trova sotto il mare significa quindi anche capire come proteggerlo.

Il tempo non è necessariamente dalla parte degli archeologi.

Quello che oggi può essere individuato e studiato potrebbe diventare molto più difficile da conservare tra qualche decennio.

Il 2027 potrebbe essere l’anno decisivo

Per il momento bisognerà attendere.

All’inizio del 2027 è prevista una commissione mista ispano-dominicana che dovrà definire i finanziamenti necessari per proseguire le operazioni archeologiche.

Sarà allora possibile capire quali delle oltre 40 anomalie meritino ulteriori indagini e quali possano effettivamente essere collegate alla presenza di antichi relitti.

E soltanto dopo gli scavi si potrà sapere se sotto quelle acque si nasconde qualcosa di veramente straordinario.

Una storia che riemerge dal mare

C’è qualcosa di poeticamente affascinante in questa ricerca.

Più di cinquecento anni fa le navi arrivavano dall’Europa attraverso l’Atlantico.

Oggi sono gli archeologi ad arrivare sullo stesso mare, ma con strumenti completamente diversi, cercando di ricostruire ciò che è rimasto di quella storia.

Forse sotto i sedimenti della baia di La Isabela non c’è la nave che tutti sperano di trovare.

Forse ci sono relitti di epoche successive.

Forse ci sono soltanto formazioni naturali.

Ma per saperlo bisognerà andare a cercare.

E se davvero il mare restituisse una delle navi legate ai primi viaggi di Colombo, la Repubblica Dominicana potrebbe trovarsi improvvisamente al centro di una delle più importanti scoperte archeologiche subacquee degli ultimi decenni.

Per ora, dunque, niente tesoro.

Solo più di quaranta misteri sul fondo del mare.

E forse, tra quei misteri, si nasconde una parte della storia che credevamo ormai perduta.




Atlantico, cresce la minaccia tropicale: una perturbazione punta verso ovest

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Il sistema vicino alle Bermuda perde forza, mentre quello uscito dall’Africa sale al 70% di probabilità di sviluppo. Per i Caraibi non c’è ancora un’allerta, ma la situazione merita attenzione.

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L’Atlantico tropicale continua a movimentarsi e, con l’avvicinarsi della parte più attiva della stagione degli uragani, una delle due perturbazioni seguite dal National Hurricane Center sta diventando progressivamente più interessante.

La nuova carta del Centro Uragani mostra infatti ancora due sistemi distinti: uno nell’Atlantico centrale, a nord-est delle Bermuda, e uno molto più a sud e a est, al largo delle isole di Capo Verde.

È quest’ultimo che dobbiamo seguire con maggiore attenzione.

Il sistema indicato come Invest 95L, quello più settentrionale nella carta, si trova a est-nord-est delle Bermuda e si sta muovendo verso nord a una velocità di circa 15-20 miglia orarie.

La circolazione rimane ampia e allungata e l’attività temporalesca non è particolarmente organizzata.

Il National Hurricane Center ritiene ancora possibile una breve evoluzione in depressione tropicale o tempesta tropicale, ma le probabilità sono scese al 40% sia nelle prossime 48 ore sia nei prossimi sette giorni.

Il sistema sta infatti andando incontro a condizioni sempre meno favorevoli e dovrebbe entrare su acque più fredde, perdendo così la possibilità di svilupparsi ulteriormente.

Per i Caraibi, dunque, 95L non rappresenta al momento una minaccia.

Ben diversa è la situazione dell’area indicata nella parte inferiore della carta.

Si tratta di Invest 96L, una perturbazione tropicale accompagnata da un’area di bassa pressione che si trova alcune centinaia di chilometri a sud-est delle isole di Capo Verde.

Il sistema sta producendo rovesci e temporali ancora disorganizzati, ma le condizioni atmosferiche sono considerate sufficientemente favorevoli per una graduale organizzazione.

E soprattutto, il sistema si sta muovendo verso ovest-nordovest, attraversando l’Atlantico tropicale.

La probabilità di sviluppo è salita al 70%

È questo il dato nuovo e più importante dell’aggiornamento.

Il National Hurricane Center assegna ora a 96L una probabilità del 60% di sviluppo nelle prossime 48 ore e del 70% nei prossimi sette giorni.

Non significa che abbiamo già una tempesta tropicale.

E soprattutto non significa che un uragano sia diretto verso la Repubblica Dominicana.

Significa però che una perturbazione tropicale sta acquisendo caratteristiche che meritano di essere seguite con attenzione.

Osservando la carta, la differenza tra i due sistemi è evidente.

Il primo, quello vicino alle Bermuda, si sta dirigendo verso nord.

Il secondo percorre invece la grande autostrada tropicale dell’Atlantico, da est verso ovest.

Davanti a lui ci sono migliaia di chilometri di oceano prima di raggiungere l’area delle Antille.

È quindi troppo presto per parlare di una traiettoria verso Hispaniola.

Ma proprio per questo è importante seguirlo fin d’ora: nei prossimi giorni si capirà se continuerà a organizzarsi, se cambierà direzione oppure se incontrerà condizioni che ne provocheranno l’indebolimento.

Per il momento il messaggio per la popolazione dominicana deve essere chiaro:

non c’è alcun allarme per la Repubblica Dominicana.

Non sono state emesse allerte per Hispaniola legate a questo sistema e non esiste una traiettoria affidabile che possa indicare oggi un impatto sulle Antille.

La distanza è ancora enorme.

In questa fase, parlare di un possibile arrivo sulle isole sarebbe quindi prematuro.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il sistema.

Siamo ormai alla fine di agosto, proprio quando la stagione degli uragani atlantici tende ad aumentare rapidamente di attività.

Il picco climatologico della stagione si colloca intorno al 10 settembre.

Non sorprende quindi che l’Atlantico cominci a produrre sistemi più organizzati.

Per i Caraibi questo è il periodo nel quale la sorveglianza meteorologica deve diventare quotidiana.

La perturbazione 96L è ancora lontana.

Prima di arrivare eventualmente nei pressi delle Antille dovrà attraversare una grande parte dell’Atlantico tropicale.

Durante il viaggio troverà condizioni diverse: temperature dell’acqua, aria secca, venti in quota e altri fattori potranno determinarne il destino.

Potrebbe diventare una depressione tropicale.

Potrebbe trasformarsi in una tempesta.

Potrebbe anche indebolirsi e scomparire.

Oggi nessuno può ancora dirlo con certezza.

Ed è proprio questa l’importanza dei prossimi aggiornamenti.

Per chi vive nella Repubblica Dominicana, nelle Piccole Antille, a Porto Rico e nelle altre isole caraibiche, la direzione da osservare è quindi quella indicata nella parte destra della carta.

Africa → Atlantico tropicale → Antille.

È la rotta lungo la quale, nella stagione degli uragani, possono svilupparsi i sistemi più importanti.

Questa volta abbiamo soltanto una perturbazione.

Ma la sua probabilità di organizzarsi è aumentata sensibilmente.

La situazione può essere riassunta in tre punti:

1. 95L, vicino alle Bermuda: probabilità di sviluppo in diminuzione e nessuna minaccia per i Caraibi.

2. 96L, nell’Atlantico orientale: probabilità di sviluppo aumentata al 70% nei prossimi sette giorni.

3. Repubblica Dominicana e Antille: nessuna allerta al momento, ma la perturbazione 96L deve essere seguita perché si muove verso ovest.

L’Atlantico sta cambiando volto

Fino a pochi giorni fa la situazione appariva relativamente tranquilla.

Ora il quadro è diverso.

Una delle due perturbazioni si sta spegnendo, ma l’altra sta prendendo il suo posto e aumenta la possibilità che diventi un sistema tropicale organizzato.

Per ora non c’è motivo di allarmarsi.

Ma per noi che viviamo nei Caraibi è il momento giusto per tornare a quella sana abitudine che durante la stagione degli uragani non dovrebbe mai mancare:

guardare verso est e controllare cosa arriva dall’Atlantico.

Fatti Nostri continuerà a seguire l’evoluzione di 96L e gli eventuali cambiamenti della traiettoria nei prossimi giorni.




Venezuela, due mesi dopo il terremoto: 6.509 morti e famiglie ancora alla ricerca dei loro cari

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Sono trascorsi due mesi da quella che è stata una delle più gravi catastrofi naturali della storia recente del Venezuela.

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Il 24 giugno, due fortissimi terremoti colpirono il Paese, provocando devastazioni soprattutto nello Stato di La Guaira e in altre zone del territorio nazionale.

Oggi, a due mesi di distanza, il bilancio ufficiale continua a essere drammatico: 6.509 persone hanno perso la vita. Ma dietro quel numero ci sono ancora famiglie che non hanno ricevuto una risposta definitiva sulla sorte dei propri cari.

Le immagini delle prime ore dopo il terremoto appartengono ormai alla cronaca.

Squadre di soccorritori, militari, volontari e semplici cittadini si sono messi al lavoro per cercare superstiti e recuperare le vittime.

file photo: aftermath of earthquakes in la guaira

Ma in alcune delle zone maggiormente colpite la situazione rimane drammatica.

Ci sono ancora famiglie che continuano a cercare persone scomparse e che sperano di poter recuperare i corpi dei propri cari rimasti sotto le macerie.

È una situazione particolarmente dolorosa perché, per molte persone, il lutto non può ancora trasformarsi in una certezza.

Il terremoto ha provocato enormi danni agli edifici e alle infrastrutture. Ma la tragedia non si misura soltanto in case crollate. Ci sono famiglie che hanno perso tutto, persone che non possono tornare nelle proprie abitazioni e migliaia di cittadini costretti a vivere in condizioni provvisorie. A questo si aggiunge il trauma psicologico di chi ha visto improvvisamente scomparire la propria casa, il proprio quartiere o una persona cara.

La Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha segnalato proprio la situazione delle famiglie che continuano a vivere nei pressi delle abitazioni distrutte o gravemente danneggiate, spesso nella speranza di recuperare ancora qualcosa o di ottenere notizie sui propri familiari.

L’emergenza non è quindi terminata con la fine delle operazioni di soccorso. Molte persone hanno ancora bisogno di un alloggio, di alimenti, di assistenza sanitaria e soprattutto di sostegno psicologico.

Secondo l’OIM, sono migliaia le persone che hanno ricevuto assistenza nei rifugi temporanei, mentre le organizzazioni umanitarie continuano a lavorare insieme alle agenzie delle Nazioni Unite.

La situazione è particolarmente delicata per bambini, anziani e persone che hanno perso improvvisamente i propri punti di riferimento.

Dopo l’emergenza arriva la fase più difficile: ricostruire. E in Venezuela il problema assume dimensioni enormi. Non bisogna soltanto ricostruire abitazioni, scuole, ospedali e infrastrutture. Bisogna anche ricostruire comunità.

Restituire alle persone un luogo sicuro nel quale vivere significa permettere loro di tornare a lavorare, mandare i figli a scuola e riprendere una vita normale. Ma questo richiederà tempo e risorse.

6.509 morti. È una cifra difficile persino da immaginare. Ma ogni numero rappresenta una persona, una famiglia, una storia. E proprio per questo, a due mesi dal terremoto, il problema delle persone ancora disperse assume un significato particolare. Per chi aspetta notizie, il terremoto non è ancora finito. La terra può avere smesso di tremare. L’attesa, invece, continua.

Il Venezuela affrontava già una situazione economica e sociale complessa prima del terremoto. La catastrofe ha quindi colpito una popolazione che in molti casi disponeva già di risorse limitate per affrontare un’emergenza di queste dimensioni.

Le conseguenze rischiano di essere ancora più pesanti per le famiglie che hanno perso contemporaneamente casa, lavoro e beni personali.

Per questo gli interventi umanitari non possono limitarsi all’emergenza immediata.

Servirà un programma di ricostruzione lungo e strutturato.

Nei mesi successivi al terremoto sono arrivati aiuti da diversi Paesi e organizzazioni internazionali.

Anche gli Stati Uniti hanno fornito attrezzature pesanti per aiutare nella rimozione delle macerie, mentre le agenzie delle Nazioni Unite hanno continuato a coordinare gli interventi umanitari.

Ma le dimensioni della tragedia rendono evidente che la fase della ricostruzione richiederà uno sforzo molto più lungo.

Il tempo passa. Le macerie lentamente vengono rimosse. Le strade vengono riaperte. I soccorritori lasciano progressivamente le zone dell’emergenza. Ma per migliaia di venezuelani la vita rimane sospesa. C’è chi aspetta una casa. Chi aspetta di poter tornare al proprio quartiere. Chi cerca ancora un familiare. E chi deve semplicemente imparare a vivere con una perdita che non potrà mai essere colmata.

Sarà necessario ricostruire edifici, certamente. Ma sarà altrettanto necessario ricostruire la fiducia, la sicurezza e la speranza di una popolazione profondamente segnata.

A due mesi dal terremoto, il Venezuela conta i suoi morti. Ma deve anche cominciare a contare le persone da aiutare a tornare alla vita. Perché una catastrofe naturale finisce quando cessano le scosse.

La tragedia umana, invece, può durare molto più a lungo.




Due nuove minacce nell’Atlantico: i Caraibi tornano sotto osservazione

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L’Atlantico si risveglia alla fine di agosto. Due perturbazioni vengono monitorate dal Centro Uragani: una vicino alle Bermuda, l’altra in arrivo dall’Africa verso i Caraibi.

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Dopo una lunga fase relativamente tranquilla, l’Atlantico torna a dare segnali di attività tropicale.

Il National Hurricane Center sta monitorando in queste ore due distinte perturbazioni che potrebbero evolvere nei prossimi giorni. Entrambe hanno, al momento, una probabilità del 50% di diventare un sistema tropicale nell’arco dei prossimi sette giorni.

La situazione non significa che ci siano già due tempeste tropicali, né che un uragano sia diretto verso le isole caraibiche.

Ma la stagione degli uragani entra proprio ora nella fase nella quale è necessario tenere gli occhi aperti.

La prima perturbazione: vicino alle Bermuda

Il sistema più settentrionale, indicato come Invest 95L, si trova nell’Atlantico centrale, a diverse centinaia di chilometri a sud-est delle Bermuda.

Secondo il National Hurricane Center ha una probabilità del 50% di svilupparsi nelle prossime 48 ore e nei prossimi sette giorni. Potrebbe diventare per breve tempo una depressione tropicale o una tempesta, ma le previsioni indicano che dovrebbe muoversi verso nord e poi nord-est, rimanendo lontano dalle principali terre emerse.

In altre parole, non è questo, al momento, il sistema che deve preoccupare maggiormente i Caraibi.

I venti in quota dovrebbero infatti contribuire a limitarne lo sviluppo e a spingerne i resti verso l’Atlantico settentrionale e il Canada.

La seconda onda arriva dall’Africa

Molto più interessante per noi è invece il secondo sistema, quello che compare nella parte meridionale della carta.

Si tratta di una forte onda tropicale uscita dalla costa occidentale dell’Africa, attualmente ancora lontana dalle Piccole Antille.

Il National Hurricane Center le attribuisce una probabilità di sviluppo del 50% nei prossimi sette giorni, mentre nell’immediato le possibilità sono molto più basse.

Ma c’è un particolare che merita attenzione:

questa perturbazione si sta muovendo verso ovest.

Ed è quindi inserita nella principale fascia di sviluppo tropicale dell’Atlantico, quella compresa tra le coste africane e l’area caraibica.

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Non è ancora una minaccia per la Repubblica Dominicana

È importante non creare allarmismi.

Al momento non esiste alcun ciclone diretto verso la Repubblica Dominicana, e le informazioni disponibili indicano che nessuno dei due sistemi rappresenta attualmente una minaccia immediata per il territorio dominicano.

La distanza è ancora enorme e una perturbazione tropicale può cambiare radicalmente caratteristiche e traiettoria durante il suo percorso.

Per questo oggi sarebbe prematuro parlare di un nuovo uragano diretto verso Hispaniola.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorarla.

La traiettoria sarà la cosa più importante

Per la seconda onda tropicale, i prossimi giorni saranno decisivi.

Il sistema dovrà attraversare l’Atlantico tropicale e affrontare diverse condizioni atmosferiche che possono favorirne o ostacolarne lo sviluppo.

Una parte dei modelli meteorologici vede la possibilità di una progressiva organizzazione durante il viaggio verso ovest.

Altri sono meno ottimisti.

E soprattutto, non è ancora possibile stabilire quale sarà la traiettoria finale.

Una perturbazione che oggi sembra destinata a passare a nord delle Antille può cambiare direzione.

Oppure può indebolirsi prima ancora di arrivare nella zona.

Il momento della stagione è significativo

La situazione merita attenzione anche perché ci stiamo avvicinando al periodo tradizionalmente più attivo della stagione degli uragani atlantici.

Il picco climatologico arriva generalmente intorno al 10 settembre.

Quindi l’aumento dell’attività alla fine di agosto non rappresenta una sorpresa.

Anzi, è proprio in questo periodo che le onde tropicali provenienti dall’Africa possono diventare particolarmente importanti.

Un Atlantico che fino ad ora ha dormito

La stagione 2026 ha avuto finora un andamento insolitamente tranquillo.

Ma gli esperti ricordano che una partenza lenta non significa necessariamente una stagione tranquilla fino alla fine.

E ora l’Atlantico sembra provare a recuperare.

Il National Hurricane Center sta infatti seguendo contemporaneamente i due sistemi, mentre i meteorologi sottolineano che l’attività potrebbe aumentare nei prossimi giorni.

Perché la seconda perturbazione interessa i Caraibi

La differenza tra i due sistemi è evidente anche osservando la carta.

Il primo è già molto a nord.

Il secondo, invece, è ancora a est dell’area caraibica e procede lungo una traiettoria occidentale.

Questo non significa che arriverà necessariamente sulle Antille.

Ma significa che la sua evoluzione deve essere seguita giorno dopo giorno.

Ed è esattamente quello che stanno facendo i meteorologi.

Per chi vive nei Caraibi, nessun allarme ma attenzione

Per noi che viviamo nella Repubblica Dominicana questo è il momento giusto per una posizione equilibrata.

Niente panico.

Ma nemmeno sottovalutazione.

Non ci sono evacuazioni, non ci sono allerte e non c’è attualmente alcun ciclone diretto verso il Paese.

C’è però una perturbazione che sta attraversando l’Atlantico e che potrebbe organizzarsi nei prossimi giorni.

E siamo entrati nella parte più delicata della stagione.

Le prossime 48-72 ore saranno importanti

La prima perturbazione dovrebbe rapidamente perdere importanza allontanandosi verso nord.

La seconda, invece, sarà quella da seguire.

Il suo sviluppo, la velocità di spostamento e soprattutto la traiettoria determineranno se resterà una semplice onda tropicale oppure diventerà una depressione o una tempesta.

Per ora il messaggio è semplice:

nessuna emergenza, ma occhi puntati sull’Atlantico.

Perché nella stagione degli uragani le situazioni possono cambiare rapidamente.

E quando una nuova onda tropicale parte dall’Africa, attraversa l’Atlantico e comincia a dirigersi verso i Caraibi, conviene seguirla fin dal principio.

Fatti Nostri continuerà a seguire l’evoluzione dei due sistemi e, soprattutto, della perturbazione diretta verso ovest.




Amatrice, dieci anni dopo: la memoria delle vittime e una ricostruzione ancora da completare

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Sono passati dieci anni.

Dieci anni da quella notte del 24 agosto 2016, quando alle 3.36 una violentissima scossa colpì il cuore dell’Appennino centrale, devastando Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto e provocando danni gravissimi in numerosi comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo.

Il bilancio fu drammatico: 299 morti, 365 feriti e più di 40.000 persone costrette a lasciare le proprie case.

Amatrice è diventata il simbolo di quella tragedia.

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E oggi, nel decimo anniversario, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato le vittime sottolineando anche una questione che, a dieci anni di distanza, rimane aperta: la ricostruzione deve essere portata a termine nel più breve tempo possibile.

Una notte che l’Italia non ha dimenticato

Alle 3.36 la terra cominciò a tremare.

In pochi secondi interi edifici crollarono.

Amatrice, uno dei centri più conosciuti del Lazio, venne colpita in maniera devastante. Ma il terremoto non riguardò soltanto quella cittadina.

La prima scossa e le successive sequenze sismiche interessarono una vasta area dell’Italia centrale e continuarono fino ai primi mesi del 2017.

Quella notte l’Italia scoprì ancora una volta quanto possa essere fragile il proprio territorio.

E scoprì anche quanto possa essere forte la solidarietà.

I volontari arrivati da tutta Italia

Nel suo messaggio, Mattarella ha voluto ricordare in particolare i volontari accorsi da ogni parte d’Italia e il lavoro delle autorità impegnate nei soccorsi.

Fu una mobilitazione straordinaria.

Vigili del fuoco, Protezione civile, forze dell’ordine, personale sanitario, volontari e semplici cittadini si misero immediatamente al lavoro.

Tra le macerie non c’erano soltanto persone da salvare.

C’erano famiglie, ricordi, case, attività commerciali e intere comunità da sostenere.

Quella solidarietà rappresentò, come ha ricordato il Presidente, un primo segnale di speranza e di ripartenza.

Dieci anni dopo, però, la storia non è ancora finita

Ed è forse questo il punto più importante del messaggio presidenziale.

L’emergenza dura giorni.

La ricostruzione può durare anni.

Ma quando arrivano a passare dieci anni, inevitabilmente una domanda diventa sempre più forte:

quanto tempo deve ancora passare prima che le comunità colpite possano tornare davvero alla normalità?

Mattarella ha definito il risanamento un percorso complesso, ma ha contemporaneamente richiamato alla necessità di ultimare la ricostruzione nel più breve tempo possibile.

Non è soltanto una questione di ricostruire edifici.

Ricostruire significa restituire ai cittadini una scuola, una piazza, una chiesa, un negozio, un’abitazione.

Significa permettere alle persone di tornare a vivere nel proprio paese.

Ricostruire i muri non basta

Un terremoto distrugge molto più delle case.

Può spezzare il tessuto sociale di una comunità.

Una famiglia trasferita altrove può decidere di non tornare.

Un negozio che rimane chiuso per anni può non riaprire.

Un giovane può scegliere di costruire il proprio futuro in un’altra città.

E così un territorio può perdere lentamente abitanti anche dopo che le macerie sono state rimosse.

Per questo la ricostruzione dovrebbe essere considerata anche una ricostruzione sociale ed economica.

Amatrice deve tornare a essere non soltanto un luogo ricostruito, ma un luogo nel quale sia possibile vivere, lavorare e progettare il futuro.

La memoria delle 299 vittime

Oggi, naturalmente, il primo pensiero va alle vittime.

Dietro il numero 299 ci sono 299 storie.

Persone che quella notte sono andate a dormire senza sapere che non avrebbero visto l’alba.

Ci sono famiglie che dieci anni dopo continuano a convivere con un’assenza che il tempo non può cancellare.

Mattarella ha espresso la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti e a tutte le persone che si sono ritrovate improvvisamente in una condizione di enorme difficoltà.

La memoria, in questo caso, non è soltanto un atto dovuto.

È anche un impegno.

La prevenzione resta fondamentale

Il terremoto di Amatrice ha riproposto, ancora una volta, una domanda che riguarda l’intera Italia:

quanto siamo preparati a convivere con il rischio sismico?

Il nostro Paese è attraversato da numerose aree ad alta pericolosità sismica.

Non possiamo impedire che la terra tremi.

Possiamo però ridurre le conseguenze di un terremoto attraverso prevenzione, edifici sicuri, adeguamento antisismico, piani di emergenza e una cultura della protezione civile diffusa tra la popolazione.

Anche questo è uno degli insegnamenti che Mattarella ha richiamato nel suo messaggio: la necessità continua di potenziare i sistemi di prevenzione e intervento.

Una lezione che riguarda anche chi vive all’estero

Per Fatti Nostri, che guarda spesso all’Italia attraverso gli occhi degli italiani nel mondo, c’è anche un altro aspetto.

Le tragedie italiane non rimangono confinate dentro i confini nazionali.

La comunità italiana all’estero ha seguito quei giorni con apprensione.

Molti italiani residenti nelle Americhe hanno origini proprio nelle regioni colpite dal terremoto.

E per loro Amatrice, Accumoli, Arquata, Norcia e gli altri comuni dell’Appennino non sono soltanto nomi sulle mappe.

Possono essere il paese dei nonni, il luogo di nascita dei genitori, la terra dalla quale partì una famiglia emigrata decenni fa.

La memoria del terremoto, quindi, può attraversare anche l’oceano.

Dieci anni dopo

Dieci anni sono tanti.

Ma per chi ha perso una persona cara, possono sembrare pochissimi.

E per chi aspetta ancora che la propria comunità torni completamente alla normalità, possono sembrare ancora più lunghi.

Per questo il decimo anniversario non dovrebbe essere soltanto una giornata di commemorazione.

Dovrebbe essere anche un momento per guardare avanti.

La memoria delle vittime e il completamento della ricostruzione sono due facce dello stesso impegno.

Ricordare chi non c’è più significa anche fare in modo che chi è rimasto possa tornare a vivere pienamente nei luoghi che ama.

Amatrice è diventata il simbolo di una delle pagine più dolorose della storia recente italiana.

Ora deve poter diventare anche il simbolo di una ricostruzione finalmente compiuta.

Perché dieci anni dopo quella notte, la terra può aver smesso di tremare.

Ma per molte persone la vita non è ancora tornata completamente al suo posto.




Fortaleza protagonista in Europa: successo al femminile per il PAPE

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Ideato da Karuh Ferreira, l’evento Portas Abertas para a Europa al SEBRAE Ceará celebra il protagonismo delle donne imprenditrici e il ponte tra Italia e Brasile(Ceará).

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FORTALEZA, CEARÁ Grande successo per il PAPE – Portas Abertas para a Europa, svoltosi nei giorni 20 e 21 agosto presso il SEBRAE Ceará a Fortaleza. Un evento che ha messo in luce il Ceará come porta d’ingresso strategica per le relazioni tra il Brasile e l’Europa.

Ideato e coordinato con brillante visione imprenditoriale da Karuh Ferreira, il PAPE ha riunito imprenditori, istituzioni, professionisti e società civile in due giorni di networking, cultura e opportunità di internazionalizzazione.

Protagonista indiscussa di questa edizione è stata la brillante partecipazione delle donne cearensi. Il PAPE ha celebrato la forza, l’eleganza e la competenza dell’imprenditoria femminile del Ceará, con la presenza di donne illustri della città di Fortaleza, leader nei settori dell’innovazione, della cultura, del diritto e del business, che hanno portato la loro testimonianza di successo e di ispirazione.

In questo contesto si è distinta la Connessione Italia-Brasile(Ceará), rappresentata da Sandra Bandeira Nolli, Vice-Segretaria Nazionale dell’AIM – Associazione Italia nel Mondo e Assessora di Stampa del PAPE, insieme a Katia Sousa, Presidente dell’Istituto Montese.

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Lo stand dedicato all’Italia ha presentato al pubblico cearense i volumi Montese Brasile 1995-2025 – Trent’anni per non dimenticare, Admmirabile Itália di Eloah Westphalen,Brixia Brasile in Versi ricerca storica e poetica orientata dal ricercatore italiano Silvio Ferraglio ,gli observatori -La Rivelazione del scrittore Freitas Longato,la bandiera storica di Brescia, simbolo di amicizia e di radici comuni.

“Il PAPE ideato da Karuh Ferreira è la dimostrazione di quanto le donne possano guidare l’internazionalizzazione con sensibilità e competenza”, ha affermato Sandra Bandeira Nolli. “Vedere così tante donne illustri di Fortaleza riunite al SEBRAE, pronte a guardare all’Europa e all’Italia, è stato emozionante. È nato un nuovo protagonismo femminile che parla italiano”.

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Soddisfazione espressa anche da Katia Sousa: “Essere qui a Fortaleza, a rappresentare Montese, in un evento creato da una donna per valorizzare altre donne, dà un significato ancora più profondo ai nostri 30 anni di amicizia tra Italia e Brasile”.

Con l’organizzazione impeccabile di Karuh Ferreira e la partnership del SEBRAE, il PAPE si conferma come uno degli appuntamenti più innovativi del Nordest brasiliano e apre la strada a future missioni e gemellaggi tra città italiane e Fortaleza.

Immagini e testo: Sandra Bandeira Nolli / PAPE
Ufficio Stampa PAPE – Connessione Italia-Brasile(Ceará)