Stati Uniti-Canada, torna la guerra dei dazi: Trump alza la barriera al 50%

mark carney primo ministro del canada, donald trump presidente usa

Era sembrato che Washington e Ottawa fossero finalmente vicine a un accordo.

Invece, nel giro di poche ore, il negoziato è naufragato e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada è tornata a inasprirsi.

Da oggi gli Stati Uniti applicano dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi, dopo il fallimento delle ultime trattative tra i due governi. Il Canada ha annunciato una risposta equivalente, promettendo di reagire “dollaro per dollaro”.

È un nuovo colpo ai rapporti tra quelli che, per decenni, sono stati due dei più stretti alleati economici e politici del Nord America.

mark carney primo ministro del canada, donald trump presidente usa

Dal possibile accordo alla rottura

La vicenda è particolarmente significativa perché soltanto pochi giorni fa sembrava possibile evitare l’escalation.

Washington aveva infatti rinviato per tre giorni l’entrata in vigore dei nuovi dazi, dando ai negoziatori un’ultima possibilità di trovare un’intesa.

Ma le trattative sono fallite.

Il governo canadese sostiene che gli Stati Uniti abbiano modificato le proprie richieste all’ultimo momento, rendendo impossibile raggiungere un accordo.

Washington, invece, accusa Ottawa di non aver accettato condizioni che gli americani consideravano necessarie per chiudere la disputa.

E così è arrivato il nuovo aumento dei dazi.

Cosa significa quel 50%

Un dazio del 50% significa che determinati prodotti canadesi importati negli Stati Uniti vengono gravati da un’imposta pari alla metà del loro valore.

Non significa però che tutte le merci canadesi siano improvvisamente soggette al 50%.

Le nuove misure riguardano specifiche categorie di prodotti e interessano circa il 5% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti.

Tra i prodotti interessati figurano anche articoli apparentemente curiosi, come le mazze da hockey in legno, oltre a materiali da costruzione, alcuni prodotti tessili e altri beni.

Ma dietro gli esempi più curiosi c’è una questione economica molto seria.

Il Canada non vuole cedere

Il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato che Ottawa risponderà con misure equivalenti.

Il messaggio è chiaro: il Canada non intende accettare passivamente le nuove tariffe americane.

È una posizione politicamente importante perché il rapporto economico con gli Stati Uniti è fondamentale per l’economia canadese.

Ma proprio questa dipendenza rende la situazione particolarmente delicata.

Una guerra commerciale prolungata può danneggiare entrambi i Paesi.

Due economie profondamente intrecciate

Stati Uniti e Canada condividono una delle frontiere più lunghe del mondo e hanno costruito nel tempo una rete commerciale estremamente integrata.

Materie prime, componenti industriali, automobili, prodotti alimentari e beni di consumo attraversano continuamente il confine.

Un prodotto può essere progettato negli Stati Uniti, avere componenti canadesi, essere assemblato nuovamente negli USA e poi venduto sul mercato nordamericano.

Quando vengono introdotti dazi elevati, la catena si complica e i costi aumentano.

Ed è proprio questo il rischio maggiore.

Chi pagherà alla fine?

Questa è la domanda che interessa maggiormente i cittadini.

Perché il dazio viene formalmente pagato dall’importatore, ma il costo può successivamente essere trasferito lungo la catena commerciale.

Alla fine una parte del peso può arrivare al consumatore attraverso prezzi più elevati.

E se il Canada risponde con dazi sui prodotti americani, anche negli Stati Uniti alcuni beni possono diventare più costosi.

È il meccanismo classico di una guerra commerciale:

ognuno cerca di proteggere la propria economia, ma entrambi rischiano di pagare il prezzo dello scontro.

Il problema non è soltanto economico

La nuova crisi ha anche un’importante dimensione politica.

Washington e Ottawa sono tradizionalmente alleati e collaborano in settori fondamentali come la difesa, la sicurezza e la gestione del Nord America.

Per questo il deterioramento dei rapporti commerciali assume un significato che va oltre i miliardi di dollari di merci coinvolte.

Il Canada, inoltre, sta vivendo una fase nella quale il rapporto con gli Stati Uniti è diventato un tema particolarmente sensibile anche sul piano dell’identità nazionale.

Le tensioni commerciali hanno alimentato una maggiore attenzione verso l’autonomia economica canadese e, in alcune aree, persino verso il rapporto tra Canada e Stati Uniti.

E il vecchio accordo nordamericano?

La situazione mette inoltre sotto pressione il sistema commerciale costruito attraverso l’accordo USMCA/CUSMA, che regola gran parte degli scambi tra Stati Uniti, Canada e Messico.

L’obiettivo originario era proprio facilitare il commercio tra i tre Paesi e creare un grande spazio economico nordamericano.

Oggi, invece, nuove barriere tariffarie rischiano di complicare quella stessa integrazione.

Ed è un problema che non riguarda soltanto Washington e Ottawa.

Anche il Messico guarda con attenzione a ciò che sta accadendo.

Perché interessa anche a noi italiani

A prima vista potrebbe sembrare una questione esclusivamente nordamericana.

Non lo è.

Gli Stati Uniti e il Canada sono due importanti mercati per le imprese italiane.

Una fase prolungata di tensione commerciale può modificare prezzi, investimenti, trasporti e catene di approvvigionamento.

E per gli italiani che vivono in Canada la questione è ancora più concreta.

Un’economia che esporta una parte significativa della propria produzione verso gli Stati Uniti può risentire direttamente delle nuove barriere.

E questo può significare conseguenze sul lavoro, sugli investimenti e sui prezzi.

La vera domanda: quanto durerà?

La grande incognita è ora la durata dello scontro.

Una guerra dei dazi può essere utilizzata come strumento di pressione durante una trattativa.

Ma se le misure rimangono in vigore per mesi, il problema cambia natura.

Le imprese cominciano a modificare i propri fornitori.

I consumatori cambiano abitudini.

Gli investimenti vengono rinviati.

E le aziende possono decidere di spostare la produzione per evitare le tariffe.

A quel punto, anche quando i governi tornano a parlarsi, ricostruire i rapporti economici precedenti può diventare molto più difficile.

La pace commerciale è ancora possibile?

Probabilmente sì.

Washington e Ottawa hanno troppo da perdere da una rottura definitiva.

Ma la strada per tornare a un accordo appare ora più complicata.

Il Canada ha scelto di rispondere.

Gli Stati Uniti hanno deciso di applicare i nuovi dazi.

E il negoziato, almeno per il momento, è fallito.

Quella che sembrava una tregua si è quindi trasformata in una nuova escalation.

Non è una guerra tra popoli. È una guerra commerciale.

Ma le guerre commerciali possono avere conseguenze molto concrete.

Possono entrare nei bilanci delle aziende, nei supermercati, nelle fabbriche e nelle tasche dei cittadini.

E possono cambiare gli equilibri tra Paesi che fino a poco tempo fa sembravano avere interessi quasi inseparabili.

Per questo la nuova crisi tra Stati Uniti e Canada merita di essere seguita con attenzione.

Perché il confine tra i due Paesi può essere attraversato in pochi minuti. Ma quando arrivano i dazi, quel confine può diventare improvvisamente molto più difficile da attraversare.




La Spagna riconsegna all’Italia Paviglianiti: dopo la latitanza dovrà scontare oltre 19 anni

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Dopo anni di latitanza, Domenico Paviglianiti, ritenuto un elemento di vertice dell’omonima cosca della ’ndrangheta, è tornato in Italia.

L’autorità giudiziaria spagnola ha disposto la sua consegna alle autorità italiane in esecuzione di un Mandato di Arresto Europeo. Paviglianiti era stato catturato lo scorso 26 giugno a Soria, nell’entroterra spagnolo, circa 200 chilometri da Madrid, dopo essere stato ricercato dal 2022.

Ora dovrà scontare un cumulo di pene superiore ai 19 anni di carcere, per condanne definitive relative, tra gli altri, a associazione mafiosa, omicidio e reati connessi alle armi.

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Una cattura arrivata dopo due anni

La latitanza di Paviglianiti si è conclusa in maniera quasi cinematografica.

Gli investigatori della Policía Nacional spagnola, lavorando insieme agli investigatori italiani, erano riusciti a ricostruire i suoi movimenti e quelli delle persone della sua cerchia.

Il 26 giugno è stato individuato all’uscita di un ristorante a Soria, dove è stato arrestato.

Da quel momento è iniziata la procedura per la sua consegna all’Italia.

A Madrid è stato preso in consegna dall’Unità I-CAN, la struttura internazionale dedicata al contrasto della ’ndrangheta, insieme alla Guardia di Finanza di Reggio Calabria. Successivamente è stato trasferito a Roma Fiumicino e quindi condotto in carcere.

Una storia criminale che viene da lontano

Paviglianiti, conosciuto anche come “Don Mico”, è considerato uno dei protagonisti della storia della ’ndrangheta reggina.

La sua vicenda criminale affonda le radici nella cosiddetta seconda guerra di ’ndrangheta, combattuta tra il 1985 e il 1991, quando le cosche si affrontarono in una sanguinosa guerra per il controllo del territorio e per la ridefinizione degli equilibri criminali.

Secondo le ricostruzioni giudiziarie e investigative, Paviglianiti era vicino alla cosca De Stefano e la sua organizzazione aveva sviluppato collegamenti anche fuori dalla Calabria, nel Nord Italia e all’estero.

Ed è proprio questo elemento a rendere significativa la sua cattura in Spagna.

La ’ndrangheta non conosce confini

La vicenda di Paviglianiti ricorda una realtà ormai conosciuta dagli investigatori: le organizzazioni mafiose italiane hanno da tempo una dimensione internazionale.

I confini nazionali non rappresentano necessariamente un ostacolo.

Un latitante può spostarsi, costruirsi una nuova identità, vivere all’estero e mantenere rapporti con il proprio ambiente criminale.

Per questo anche la risposta dello Stato deve essere internazionale.

La collaborazione tra Polizia spagnola, investigatori italiani, Guardia di Finanza e strutture specializzate come I-CAN dimostra proprio quanto sia importante lo scambio di informazioni tra Paesi.

La Spagna e i latitanti italiani

Non è la prima volta che la Spagna diventa teatro della cattura di importanti latitanti italiani.

La posizione geografica del Paese, i collegamenti con il resto dell’Europa e il suo ruolo nel traffico internazionale hanno reso nel tempo la penisola iberica un territorio seguito con particolare attenzione dagli investigatori italiani.

Ma la collaborazione funziona anche in senso inverso: quando un latitante viene individuato, il mandato di arresto europeo permette di accelerare la procedura per riportarlo davanti alla giustizia italiana.

È quello che è accaduto in questo caso.

Ora comincia la pena

La cattura e l’estradizione chiudono soltanto una fase della vicenda.

Per Paviglianiti comincia ora la detenzione in Italia, dove dovrà scontare il cumulo delle pene definitive.

Il suo rientro rappresenta quindi un altro tassello nella lunga attività dello Stato contro la ’ndrangheta.

Una battaglia che non riguarda soltanto Reggio Calabria.

Perché la ’ndrangheta, nel corso degli anni, ha esteso la propria presenza molto oltre la Calabria, raggiungendo altre regioni italiane e diversi Paesi stranieri.

E proprio per questo non può essere combattuta soltanto a livello locale.

Una lezione che arriva dalla Spagna

La storia di Domenico Paviglianiti è, in fondo, anche la dimostrazione di quanto sia cambiato il modo di combattere la criminalità organizzata.

Un tempo un latitante che riusciva a superare la frontiera poteva sperare di rendersi molto più difficile da raggiungere.

Oggi le banche dati, la cooperazione giudiziaria, lo scambio di informazioni e il lavoro congiunto delle forze di polizia rendono molto più difficile scomparire definitivamente.

La fuga può durare anni.

Ma non necessariamente finisce con la libertà.

Paviglianiti è stato catturato in Spagna, riconsegnato all’Italia e ora dovrà affrontare oltre 19 anni di carcere.

Una vicenda che dimostra, ancora una volta, che nella lotta alla criminalità organizzata anche le frontiere europee possono diventare un punto di collaborazione, non un rifugio.




Repubblica Dominicana: quando tramonta il sole, torna il problema degli apagones

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C’è un paradosso che in questi giorni molti dominicani stanno vivendo sulla propria pelle.

Il Paese dispone, sulla carta, di una capacità elettrica superiore ai 7.600 megawatt, quasi il doppio rispetto alla domanda massima registrata.

Eppure, quando arriva la sera, in molte zone della Repubblica Dominicana la luce comincia a mancare.

Non è una contraddizione soltanto apparente.

Il problema è che avere una grande capacità installata non significa necessariamente avere tutta quell’energia disponibile nel momento esatto in cui serve.

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Il momento critico arriva al tramonto

Durante il giorno il sistema elettrico dominicano riesce a disporre di circa 6.600-6.700 MW.

Una parte importante arriva dall’energia solare.

Ma quando il sole tramonta, circa 1.780 MW di produzione solare escono contemporaneamente dal sistema.

Ed è proprio in quel momento che succede qualcosa di apparentemente illogico: la produzione disponibile diminuisce mentre la domanda aumenta.

È l’ora in cui le persone tornano dal lavoro, accendono l’aria condizionata, i televisori, le pompe, gli elettrodomestici.

Il risultato è che l’offerta notturna può scendere a circa 4.400-4.700 MW, proprio mentre il consumo raggiunge il suo massimo.

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Un sistema che ha energia, ma non quando serve

È questa la vera questione.

Non sembra essere semplicemente un problema di quantità complessiva di energia prodotta.

È un problema di disponibilità nel tempo.

Il 31 luglio, alle 21:03, la domanda istantanea ha raggiunto 4.330,80 MW, il terzo massimo storico consecutivo e il sesto record del solo mese di luglio.

E agosto, con il caldo ancora più intenso, non promette certo una diminuzione dei consumi.

In altre parole, il sistema sta incontrando il proprio limite proprio nelle ore serali.

Il clima ha naturalmente un ruolo importante.

Quando le temperature salgono, cresce il ricorso all’aria condizionata.

E in un Paese tropicale come la Repubblica Dominicana questo significa un aumento molto rapido della domanda elettrica.

Ma il caldo non può essere considerato una sorpresa.

L’estate arriva ogni anno.

E quindi la domanda inevitabile è: perché un sistema elettrico che conosce perfettamente il comportamento dei consumi estivi continua a trovarsi in difficoltà proprio durante i mesi più caldi?

Per chi vive nella capitale o nelle altre città dominicane, la questione non è fatta soltanto di numeri.

È fatta di vita quotidiana.

Ci sono residenti che raccontano interruzioni molto lunghe, anche di diverse ore, e continui passaggi tra luce e buio.

In alcuni quartieri del Gran Santo Domingo vengono segnalate situazioni nelle quali l’elettricità arriva e scompare ripetutamente.

Per chi lavora da casa significa interrompere il lavoro.

Per chi ha bambini significa affrontare il caldo senza ventilazione.

Per chi utilizza apparecchiature elettriche significa anche il rischio di danneggiamenti.

E naturalmente c’è il problema del costo.

Alcuni utenti denunciano aumenti molto significativi delle bollette nonostante cerchino di limitare i consumi.

Di fronte alla situazione, il Consiglio Unificato delle Imprese Distribuidoras (CUED) ha invitato i cittadini a ridurre i consumi nelle ore di maggiore domanda.

Tra i consigli: utilizzare meno l’aria condizionata, preferire i ventilatori, non lasciare televisori e apparecchi elettronici in stand-by, scollegare i caricabatterie inutilizzati e limitare l’uso di lavatrici e ferri da stiro tra le 18 e le 21.

Per chi utilizza l’aria condizionata viene consigliata una temperatura di 24-25 gradi.

Sono consigli sensati.

Ma possono anche lasciare una domanda nell’aria.

Quanto può essere chiesto ancora al cittadino di consumare meno quando il problema è soprattutto quello di produrre e distribuire energia nel momento necessario?

Le società di distribuzione sottolineano che non tutti gli apagones hanno la stessa origine.

Edesur, per esempio, ha segnalato problemi tecnici alla sottostazione Baní Matadero, mentre Edeeste sostiene di mantenere livelli di approvvigionamento molto elevati e attribuisce parte delle interruzioni a guasti provocati dall’elevata domanda e agli interventi di manutenzione.

Quindi sarebbe sbagliato attribuire ogni interruzione esclusivamente alla mancanza di generazione.

Il sistema è complesso e comprende produzione, trasmissione e distribuzione.

Quando una di queste componenti presenta problemi, il cittadino vede una sola cosa:

la luce se ne va.

Ed è qui che emerge uno dei problemi più interessanti del futuro energetico dominicano.

La Repubblica Dominicana sta aumentando rapidamente la propria produzione solare.

È una buona notizia.

Ma il sole produce soprattutto durante il giorno.

La domanda, invece, raggiunge il massimo quando il sole è già tramontato.

La soluzione potrebbe quindi essere rappresentata, almeno in parte, dall’accumulo su larga scala.

Batterie capaci di immagazzinare durante il giorno una parte dell’energia solare e restituirla alla rete nelle ore serali potrebbero ridurre questa differenza tra produzione e domanda.

Non sarebbe l’unica soluzione.

Servono anche generazione disponibile nelle ore notturne, reti più efficienti, manutenzione e investimenti nella distribuzione.

Ma il problema della “curva del tramonto” è ormai evidente.

Per noi che viviamo nella Repubblica Dominicana, questa non è una discussione soltanto tecnica.

L’elettricità è una delle infrastrutture fondamentali di un Paese moderno.

Da essa dipendono imprese, alberghi, ristoranti, negozi, ospedali, scuole e naturalmente le famiglie.

E riguarda direttamente anche la qualità della vita degli stranieri che hanno scelto di vivere qui.

Gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana conoscono bene il problema.

Molti hanno investito in inverter, batterie, generatori e altri sistemi di emergenza.

Ma non dovrebbe essere questa la soluzione strutturale.

La Repubblica Dominicana ha compiuto enormi progressi nella crescita economica e nella modernizzazione del proprio sistema energetico.

Ma il problema degli apagones dimostra che avere più capacità installata non basta.

Bisogna avere energia disponibile quando serve, trasportarla senza perdite e distribuirla in modo affidabile.

Altrimenti si può arrivare al paradosso di un Paese con migliaia di megawatt installati che, alle nove di sera, continua a lasciare interi quartieri al buio.

Ed è forse questa la domanda che dovrebbe accompagnare il dibattito energetico dominicano:

non quanta energia abbiamo, ma quanta energia abbiamo quando ne abbiamo bisogno.

Perché il sole, ogni sera, fa esattamente ciò che ha sempre fatto.

Tramonta.

La vera sfida è fare in modo che, quando tramonta, non tramonti anche la luce nelle case dei dominicani.




Bolivia, un centinaio di italiani bloccati sulle Ande: il maltempo chiude i passi verso il Cile

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Un viaggio attraverso le Ande si è trasformato in un’esperienza difficile per circa cento cittadini italiani, rimasti bloccati in alta montagna a causa delle condizioni meteorologiche che stanno interessando la Bolivia.

La vicenda è stata confermata dalla Farnesina, che attraverso l’Unità di Crisi e in stretto collegamento con l’Ambasciata d’Italia a La Paz ha assistito i connazionali nella giornata di ieri.

Pioggia, neve e condizioni difficili hanno provocato la chiusura o la riduzione degli orari di apertura di alcuni passi di frontiera tra Bolivia e Cile, creando notevoli problemi a chi si trovava lungo questi itinerari.

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Le Ande non perdonano

Per chi visita la Bolivia, attraversare le Ande può rappresentare una delle esperienze più affascinanti del viaggio.

Ma è anche un ambiente nel quale le condizioni possono cambiare rapidamente.

Le grandi altitudini, il freddo, la neve e le difficoltà di collegamento rendono particolarmente complicati gli spostamenti quando il maltempo arriva con intensità.

In questi giorni le precipitazioni hanno interessato diverse zone del Paese e, secondo le informazioni disponibili, si è verificata anche una nevicata insolita nell’area di La Cumbre, uno dei passi montani situati non lontano da La Paz.

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La Farnesina interviene

Il fatto che siano stati coinvolti così tanti italiani ha fatto scattare l’intervento dell’Unità di Crisi.

Non si tratta necessariamente di un’emergenza individuale per ciascun viaggiatore: il problema principale è stato quello della viabilità e dell’impossibilità di attraversare alcuni passi di montagna.

Ma in alta quota anche una situazione apparentemente temporanea può diventare rapidamente più complicata.

Per questo l’intervento delle autorità consolari assume particolare importanza.

L’avvertimento ai connazionali

La Farnesina ha invitato gli italiani che intendono viaggiare nei prossimi giorni nella zona a valutare possibili variazioni del proprio itinerario.

A chi decidesse comunque di procedere viene raccomandato di essere adeguatamente preparato ad affrontare eventuali situazioni di emergenza in alta montagna, considerando che i soccorsi potrebbero non essere immediati.

È un consiglio che vale soprattutto per chi organizza autonomamente il proprio viaggio.

In montagna, infatti, una strada chiusa può significare rimanere isolati per ore o anche più a lungo.

Un avvertimento importante anche per i turisti italiani

La Bolivia è una destinazione sempre più apprezzata dai viaggiatori internazionali.

La Paz, il lago Titicaca, il Salar de Uyuni e le grandi distese andine attirano ogni anno turisti da tutto il mondo.

Ma proprio la straordinaria bellezza di questi luoghi può nascondere un rischio che il turista europeo tende a sottovalutare: l’altitudine.

Non si tratta soltanto di affrontare temperature basse.

A migliaia di metri di quota anche lo stesso organismo umano deve adattarsi alla rarefazione dell’ossigeno.

Se poi alle condizioni normali si aggiungono neve, vento, pioggia e strade impraticabili, la situazione può diventare molto più difficile.

Prima di partire, informarsi

La Farnesina ricorda ai viaggiatori italiani l’importanza di utilizzare i servizi ufficiali di informazione e assistenza.

In particolare viene consigliato di consultare Viaggiare Sicuri e di registrare i dati del proprio viaggio su Dove siamo nel mondo o sull’app Viaggiare Sicuri.

Sono strumenti che possono sembrare burocratici quando tutto va bene.

Ma quando qualcosa va storto, possono diventare estremamente importanti.

Un viaggio che per molti continuerà

La buona notizia è che l’intervento della Farnesina ha consentito di assistere i circa cento italiani coinvolti.

La vicenda rappresenta comunque un promemoria per chiunque programmi un viaggio attraverso le Ande.

La natura non conosce itinerari turistici.

Una strada che il giorno prima era percorribile può essere chiusa il giorno dopo dalla neve o dalle piogge.

E in alta montagna non sempre esiste una strada alternativa.

Per questo, prima di affrontare un viaggio in Bolivia, soprattutto nelle zone più elevate e lungo i collegamenti con il Cile, è fondamentale controllare le condizioni meteorologiche e la situazione dei passi di frontiera.

La lezione per chi viaggia

Quello che è successo ai cento italiani non deve necessariamente essere letto come un motivo per rinunciare alla Bolivia.

Al contrario.

Le Ande rimangono una delle grandi meraviglie del Sud America.

Ma sono un ambiente che deve essere affrontato con rispetto e preparazione.

Perché il viaggio più bello è quello che permette di tornare a casa con i ricordi delle montagne, dei paesaggi e delle persone incontrate.

E non quello nel quale si scopre troppo tardi quanto possa essere difficile affrontare un’emergenza a migliaia di metri di altitudine.




Kenya, tragedia in elicottero: muore anche un italiano, era il capo dell’intelligence dell’Ecuador

michele sensi contugi foto malindikenya net

Una vacanza in Kenya si è trasformata in una tragedia. Un elicottero turistico è precipitato nella zona di Samburu, nel nord del Paese, provocando la morte di tutte le sette persone a bordo.

Tra le vittime c’è anche un cittadino italiano, Michele Sensi Contugi, 44 anni, nato a Milano e titolare anche della cittadinanza ecuadoriana. Con lui ha perso la vita la moglie, Stephany Hollihan.

La notizia è stata confermata anche dall’Ambasciata d’Italia in Ecuador. L’ambasciatore Giovanni Davoli ha espresso il cordoglio dell’Italia alla famiglia e agli amici della coppia, ricordando la loro umanità e cordialità.

michele sensi contugi foto malindikenya net

Una figura importante dell’Ecuador

La morte di Sensi Contugi assume un rilievo particolare anche per il ruolo che ricopriva.

Era infatti direttore del Centro Nazionale d’Intelligence Strategica dell’Ecuador, incarico di grande responsabilità nell’apparato dello Stato. Prima di entrare stabilmente ai vertici dell’intelligence, aveva avuto anche un’esperienza come ministro del Governo e una lunga attività nel settore imprenditoriale.

La sua scomparsa rappresenta quindi una perdita importante non soltanto per la famiglia, ma anche per le istituzioni ecuadoriane.

Il presidente dell’Ecuador Daniel Noboa ha espresso il proprio cordoglio e, nelle ore successive alla tragedia, è stato nominato un nuovo responsabile ad interim del Centro Nazionale d’Intelligence.

L’incidente durante un’escursione

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità keniane, l’elicottero era impegnato in un’escursione turistica nella regione di Samburu.

Il velivolo, un Eurocopter EC130 B4, è precipitato nei pressi del monte Ololokwe, una zona caratterizzata da terreno particolarmente impervio.

A bordo viaggiavano sette persone, compreso il pilota. Nessuno è sopravvissuto.

Le autorità del Kenya hanno avviato un’indagine per stabilire le cause dell’incidente.

Al momento, quindi, non è possibile attribuire con certezza la responsabilità dello schianto a un problema tecnico, alle condizioni meteorologiche o ad altri fattori.

Una tragedia che coinvolge più Paesi

Le vittime erano di diverse nazionalità.

Oltre a Sensi Contugi e alla moglie, sull’elicottero si trovavano anche cinque cittadini statunitensi. L’incidente ha quindi coinvolto contemporaneamente cittadini di Italia, Ecuador e Stati Uniti.

Un’altra dimostrazione di quanto il turismo internazionale abbia ormai reso il mondo straordinariamente interconnesso.

Una persona nata in Italia, diventata anche cittadina di un Paese sudamericano e impegnata ai massimi livelli istituzionali dell’Ecuador, si trovava in vacanza in Africa.

Il cordoglio dell’Italia

Per la comunità italiana all’estero, la notizia assume un significato particolare.

Sensi Contugi era infatti un italiano all’estero, con una vita professionale costruita soprattutto in Ecuador.

L’intervento dell’Ambasciata italiana dimostra ancora una volta il ruolo della rete diplomatica quando un cittadino italiano viene coinvolto in una tragedia fuori dai confini nazionali.

L’ambasciatore Davoli ha voluto ricordare non soltanto l’uomo impegnato nelle istituzioni, ma anche la sua dimensione personale e quella della moglie.

Ancora da chiarire le cause

L’incidente è avvenuto in una zona remota e difficile da raggiungere.

I soccorritori hanno dovuto operare in condizioni complicate e le autorità stanno ora ricostruendo gli ultimi momenti del volo.

Per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, sarà quindi importante attendere gli esiti dell’inchiesta prima di formulare qualsiasi ipotesi sulle cause.

Rimane, per ora, una tragedia improvvisa che ha spezzato sette vite.

Una vacanza diventata tragedia

Il Kenya è una delle grandi destinazioni del turismo naturalistico mondiale.

I safari, le riserve e i paesaggi spettacolari attirano ogni anno visitatori da ogni parte del mondo.

L’escursione in elicottero rappresenta per molti turisti un modo per ammirare dall’alto territori difficilmente accessibili.

Ma proprio la natura selvaggia che rende queste esperienze affascinanti può anche rendere estremamente difficili i soccorsi quando qualcosa va storto.

Questa volta il viaggio si è trasformato in una tragedia.

Tra le sette vittime c’era un italiano che aveva scelto l’Ecuador come seconda patria e che occupava uno degli incarichi più delicati dello Stato sudamericano.




Trump vuole fare di Hormuz un territorio americano: il Golfo torna sull’orlo dell’escalation

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Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, è diventato il nuovo terreno dello scontro tra Stati Uniti e Iran.

Donald Trump ha pubblicato sui social una cartina nella quale lo stretto appare come “nuovo territorio degli Stati Uniti”, rilanciando una dichiarazione già fatta nei giorni scorsi. Il presidente americano sostiene che gli Stati Uniti ne avrebbero ormai il controllo grazie al blocco navale.

Una dichiarazione che, oltre al suo evidente valore provocatorio, apre interrogativi enormi sul piano politico e giuridico.

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Hormuz non è territorio americano

Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo internazionale situato tra Iran e Oman.

Non appartiene agli Stati Uniti.

La pubblicazione di Trump non modifica quindi lo status giuridico dello stretto: si tratta di una dichiarazione politica, accompagnata da una mappa pubblicata sui social, non dell’acquisizione formale di un nuovo territorio americano.

Ed è proprio questo che rende ancora più pesante la provocazione.

Per Teheran la risposta è stata immediata: il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha affermato che l’Iran avrebbe presto corretto quelle che considera le “illusioni” del presidente americano.

Uno stretto piccolo, ma fondamentale per il mondo

Hormuz è lungo circa 160 chilometri e nel punto più stretto misura poco più di 30 chilometri.

Ma attraverso questo corridoio passa una quantità enorme di petrolio e gas destinata ai mercati mondiali.

Per questo qualsiasi interruzione prolungata del traffico può avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.

E infatti i mercati stanno già guardando con preoccupazione alla situazione: il prezzo del petrolio è tornato vicino ai 92 dollari al barile, mentre l’incertezza sulle esportazioni energetiche aumenta.

L’Iran dice: lo stretto resta chiuso

Un altro elemento particolarmente preoccupante riguarda proprio la navigazione.

Teheran sostiene che lo stretto resterà chiuso fino a quando gli Stati Uniti non rispetteranno i termini dell’accordo e non verranno affrontate le questioni legate alle sanzioni.

Trump sostiene invece che il passaggio sia sotto controllo americano e che il blocco navale abbia impedito all’Iran di fermare il traffico. Le due versioni sono quindi profondamente divergenti.

Nel frattempo, la navigazione commerciale continua a essere fortemente condizionata dalla situazione militare.

Una nave è stata inoltre colpita da un proiettile mentre transitava nell’area dello stretto, secondo le informazioni riportate da fonti internazionali.

La tensione arriva negli Emirati

E mentre lo scontro diplomatico si concentra su Hormuz, la tensione militare si è estesa ancora una volta ai Paesi del Golfo.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver rilevato e intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino. I missili sarebbero finiti in mare.

A Dubai è scattato un allarme alla popolazione dopo la segnalazione di una minaccia missilistica e sono state attivate le difese aeree. Sono state inoltre riferite esplosioni nell’area.

È un ulteriore segnale di quanto il conflitto rischi di coinvolgere direttamente un’area molto più vasta rispetto al solo confronto tra Washington e Teheran.

Anche l’Oman finisce nel mirino

Particolarmente delicata è la posizione dell’Oman.

Il Paese ha cercato di svolgere un ruolo di mediazione e di favorire un’intesa sulla gestione e sulla riapertura dello stretto.

Trump ha però minacciato di colpire l’Oman se dovesse ostacolare un accordo americano con l’Iran. Una minaccia particolarmente grave perché l’Oman è anche un partner degli Stati Uniti.

In altre parole, proprio il Paese che potrebbe contribuire a trovare una via diplomatica rischia di diventare parte del problema.

E i negoziati?

Per il momento le prospettive non sono incoraggianti.

Trump ha dichiarato che non sono in corso né sono previsti colloqui con l’Iran.

Teheran, dal canto suo, insiste sulle proprie condizioni per la riapertura dello stretto.

La diplomazia sembra quindi nuovamente bloccata, proprio mentre la situazione militare torna a farsi più pericolosa.

Perché Hormuz interessa anche a noi

Può sembrare una crisi lontanissima dall’Italia e dall’America Latina.

Non lo è.

Quando una parte importante del petrolio mondiale deve attraversare un unico corridoio marittimo e quel corridoio viene minacciato dalla guerra, le conseguenze possono arrivare rapidamente anche nelle nostre economie.

Carburanti più costosi significano trasporti più costosi.

E trasporti più costosi possono significare aumenti dei prezzi di molti prodotti.

La crisi di Hormuz, dunque, non è soltanto una questione militare.

È anche una questione economica globale.

Una provocazione che può diventare qualcosa di molto serio

Definire Hormuz “nuovo territorio degli Stati Uniti” può sembrare, a prima vista, soltanto l’ennesima dichiarazione provocatoria di Donald Trump.

Ma stavolta la frase arriva in un contesto estremamente pericoloso: guerra, traffico marittimo fortemente limitato, minacce tra Stati, missili lanciati verso i Paesi del Golfo e negoziati praticamente fermi.

Ecco perché sarebbe un errore considerarla soltanto una battuta politica.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati del sistema economico mondiale.

Se la tensione dovesse aumentare ancora, il problema non rimarrebbe confinato al Golfo Persico.

Potremmo accorgercene tutti.

Alla pompa di benzina, nelle bollette e nei prezzi dei prodotti che arrivano da migliaia di chilometri di distanza.

Per questo, mentre a Washington e Teheran si alzano i toni, il resto del mondo guarda a Hormuz con crescente preoccupazione.




Alofoke presidente della Repubblica Dominicana? La candidatura che divide il Paese

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Fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata una provocazione, una delle tante discussioni nate sui social.

Oggi, invece, Santiago Matías, conosciuto da tutti come Alofoke, sembra intenzionato a fare sul serio.

L’imprenditore della comunicazione e personaggio di enorme popolarità nel mondo digitale dominicano ha annunciato di voler costruire una propria organizzazione politica e di voler concorrere alle elezioni presidenziali del 2028. Ha anche iniziato a parlare pubblicamente ai giovani chiedendo il loro sostegno.

La notizia sta provocando un acceso dibattito nella Repubblica Dominicana.

E la domanda è inevitabile:

Alofoke può davvero diventare presidente?

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Santiago Matías non proviene dalla politica tradizionale.

È diventato famoso attraverso la radio, la musica urbana, YouTube e soprattutto attraverso la sua enorme capacità di costruire un pubblico sulle piattaforme digitali.

Il suo Alofoke Media Group è diventato una delle realtà più influenti dell’informazione e dell’intrattenimento digitale dominicano.

Ora Matías vuole trasformare quella popolarità in consenso politico.

Ed è proprio questo il punto che rende la sua candidatura così particolare.

Non è il politico che cerca di conquistare i social.

È il personaggio dei social che cerca di conquistare la politica.

A luglio Matías ha annunciato di voler creare una propria formazione politica, iniziando il percorso per ottenere il riconoscimento della Junta Central Electoral (JCE).

Ha spiegato di aver ricevuto proposte da più di 15 organizzazioni politiche, ma di aver scelto una strada autonoma perché vuole costruire un progetto con idee e principi propri.

Il passaggio è tutt’altro che simbolico.

Per presentarsi alle elezioni non basta dichiarare una candidatura sui social. Occorre costruire una struttura politica e rispettare i requisiti previsti dalla legislazione dominicana.

Matías ha quindi davanti a sé un percorso molto più difficile di quello che può sembrare guardando il numero dei suoi follower.

Questa è probabilmente la domanda più interessante.

Alofoke possiede qualcosa che molti politici tradizionali vorrebbero avere: un rapporto diretto e quotidiano con milioni di persone, soprattutto giovani.

Una recente rilevazione lo ha collocato al 6,3% in uno scenario di preferenze presidenziali per il 2028.

È una percentuale ancora lontana da quella necessaria per pensare concretamente alla Presidenza.

Ma è sufficiente per dimostrare che il fenomeno non può essere semplicemente ignorato.

E soprattutto bisogna ricordare che siamo ancora a quasi due anni dalle elezioni.

Alofoke potrebbe intercettare una parte dell’elettorato che non si riconosce nei partiti tradizionali.

È un fenomeno che non riguarda soltanto la Repubblica Dominicana.

In molti Paesi del mondo personaggi provenienti dalla televisione, dall’imprenditoria, dai social network o dall’intrattenimento hanno trasformato la propria popolarità in consenso politico.

La forza di Matías potrebbe essere proprio questa: presentarsi come qualcuno che non appartiene alla classe politica tradizionale.

Il suo messaggio insiste sull’origine umile e sulla possibilità, per una persona comune, di raggiungere posizioni che sembravano riservate ad altri.

Per una parte della popolazione questo può rappresentare una storia di riscatto. Per altri, invece, non è sufficiente per governare un Paese.

È qui che comincia la vera discussione. Un conto è costruire un’enorme piattaforma mediatica. Un altro è governare una Repubblica.

Un presidente deve occuparsi di economia, sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, agricoltura, energia, politica estera, rapporti con Haiti, turismo, investimenti e debito pubblico. Deve inoltre confrontarsi con il Congresso, con la magistratura, con le istituzioni internazionali e con una macchina amministrativa enorme.

La popolarità può aiutare a vincere un’elezione. Non basta, da sola, per governare.

Ed è proprio questo il principale interrogativo che la candidatura di Alofoke pone.

Matías ha cominciato anche a presentare alcune idee.

Tra quelle che hanno provocato maggiore discussione ci sono la possibilità di concedere il voto ai membri attivi delle forze armate e della Polizia, una maggiore liberalizzazione dell’importazione legale di armi e la possibilità di estendere a 24 ore l’attività dei locali notturni e la vendita di bevande alcoliche.

Sono proposte controverse.

In particolare, il voto di militari e poliziotti richiederebbe una modifica della Costituzione, perché oggi la Carta costituzionale dominicana esclude dal voto i membri attivi delle Forze Armate e della Polizia Nazionale.

Questo dimostra anche che il progetto di Alofoke dovrà inevitabilmente trasformarsi da una serie di dichiarazioni in un programma politico completo.

E noi italiani che viviamo nella Repubblica Dominicana?

La questione ci riguarda direttamente. Non perché gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana debbano prendere posizione per un candidato dominicano.  Ma perché chi vive qui vive anche le conseguenze delle scelte politiche del Paese.

Sicurezza, economia, tasse, turismo, cambio del peso, investimenti stranieri, rapporti con l’Italia e con l’Europa, servizi pubblici e condizioni per gli stranieri residenti sono questioni che interessano anche noi.

Per questo una candidatura come quella di Alofoke merita di essere osservata con attenzione. Non attraverso il tifo. Attraverso i fatti.

Forse la domanda più importante non è nemmeno se Alofoke riuscirà a diventare presidente.

È un’altra: perché un personaggio proveniente dai media riesce oggi a immaginare di poter competere per la Presidenza della Repubblica?

La risposta potrebbe trovarsi nel rapporto sempre più debole tra una parte della popolazione e la politica tradizionale.

Se un comunicatore riesce a parlare ogni giorno direttamente a milioni di persone, senza passare dai tradizionali canali politici, dispone di uno strumento di consenso che fino a pochi anni fa non esisteva. E questo cambia le regole del gioco.

È troppo presto per dirlo.

Il 2028 è ancora lontano e il percorso per trasformare un’enorme popolarità mediatica in una vera macchina elettorale è lungo.

Dovrà dimostrare di poter andare oltre il pubblico che lo segue per l’intrattenimento. Dovrà convincere persone che magari non hanno mai guardato un suo programma. Dovrà costruire una classe dirigente. Dovrà presentare un programma credibile. E soprattutto dovrà dimostrare di poter parlare a tutta la Repubblica Dominicana, non soltanto alla parte giovane e digitale del Paese.

Ma una cosa è già evidente. Alofoke non è più soltanto un personaggio dello spettacolo. È diventato un protagonista del dibattito politico dominicano. E da oggi, quando si parlerà delle elezioni del 2028, sarà difficile non parlare anche di lui.

Una domanda che lasciamo ai nostri lettori: Alofoke presidente?

Per alcuni è una possibilità concreta. Per altri è una follia. Per altri ancora potrebbe essere semplicemente il sintomo di una politica dominicana che sta cercando nuovi protagonisti.

Noi, come italiani che viviamo nella Repubblica Dominicana, possiamo permetterci di guardare questa vicenda soltanto come spettatori? Probabilmente no.

Perché qualunque sarà il risultato del 2028, il presidente che uscirà dalle urne governerà anche il Paese nel quale abbiamo scelto di vivere.




RD. Nuovo terremoto nella baia di Samaná: scossa di magnitudo 3,3 vicino a Sánchez

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Un nuovo movimento sismico è stato registrato nella serata di lunedì 17 agosto nella zona nord-orientale della Repubblica Dominicana.

La scossa, di magnitudo 3,3, è stata localizzata nella baia di Samaná, nei pressi di Sánchez, intorno alle 8:41 della sera, secondo le prime rilevazioni disponibili. Le coordinate dell’epicentro sono circa 19,11° di latitudine nord e 69,61° di longitudine ovest.

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Si tratta di un terremoto di energia relativamente contenuta, ma la sua posizione merita attenzione perché interessa una delle zone della Repubblica Dominicana caratterizzate da una significativa attività sismica.

Un’altra scossa nella stessa area

Il dato diventa particolarmente interessante se si considera quanto accaduto nelle scorse settimane.

Il 3 agosto, sempre nella zona di Sánchez, era stato registrato un terremoto di magnitudo 4,8 secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti, con epicentro circa 10 chilometri a sud del comune e una profondità di 6,7 chilometri. Anche in quel caso non furono segnalati danni né vittime.

La nuova scossa di ieri è stata quindi molto più debole, ma si è verificata nella stessa area geografica.

Questo non significa, tuttavia, che esista necessariamente un collegamento diretto tra i due eventi.

Samaná, una delle zone da tenere sotto osservazione

La penisola e la baia di Samaná si trovano in una regione geologicamente attiva.

La presenza di importanti strutture tettoniche rende normali i terremoti di piccola e media magnitudo, molti dei quali vengono avvertiti soltanto localmente o non vengono percepiti dalla popolazione.

Il problema nasce quando si verificano eventi più forti.

Ed è proprio per questo che, negli ultimi giorni, Fatti Nostri ha dedicato attenzione alla vulnerabilità sismica della Repubblica Dominicana.

Gli esperti ricordano infatti che il rischio non dipende soltanto dalla possibilità che si verifichi un terremoto, ma anche dalla qualità delle costruzioni, dal terreno e dalla preparazione della popolazione.

Nessun allarme, ma è bene non ignorare questi segnali

La scossa di magnitudo 3,3 non costituisce di per sé un motivo di allarme.

Non risultano al momento notizie di danni a persone o cose legati al movimento di ieri sera.

Ma ogni terremoto rappresenta anche un’occasione per ricordare una cosa importante: la Repubblica Dominicana è un Paese sismicamente attivo e la prevenzione non dovrebbe cominciare dopo una grande scossa.

Sapere cosa fare durante un terremoto, avere a disposizione una torcia, acqua, farmaci essenziali e un piccolo kit di emergenza e soprattutto conoscere i punti più sicuri della propria abitazione sono accorgimenti semplici.

La terra continua a muoversi

Il terremoto di ieri sera è stato piccolo.

Ma arriva dopo il 4,8 del 3 agosto nella stessa area e in un momento nel quale l’attenzione sulla vulnerabilità sismica del Paese è particolarmente alta.

Non è il caso di creare paura.

È però il caso di non dimenticare che viviamo su un’isola attraversata da importanti strutture tettoniche.

La terra si muove continuamente, spesso senza che ce ne accorgiamo.

La vera sfida non è prevedere il prossimo terremoto — cosa che la scienza oggi non è in grado di fare — ma essere preparati quando arriverà una scossa importante.

E quella preparazione, come ricordano gli esperti, si costruisce molto prima che inizi a tremare tutto.




Dal Messico a Milano senza scalo: Aeroméxico prepara il nuovo volo diretto

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Una nuova rotta aerea potrebbe rendere ancora più stretto il collegamento tra Messico e Italia.

Aeroméxico ha annunciato l’intenzione di inaugurare, a partire da marzo 2027, un collegamento diretto tra Città del Messico e Milano Malpensa. Il progetto è ancora subordinato alle necessarie autorizzazioni governative, ma se verrà confermato rappresenterà una novità importante per i viaggiatori tra i due Paesi.

La nuova rotta sarebbe operata con i Boeing 787 Dreamliner, gli aeromobili a lungo raggio della compagnia messicana.

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Milano diventa la seconda porta italiana di Aeroméxico

Attualmente Aeroméxico collega direttamente Città del Messico con Roma Fiumicino.

L’apertura del collegamento con Milano permetterebbe quindi alla compagnia messicana di servire direttamente due delle principali destinazioni italiane, diventando l’unico vettore messicano a collegare senza scalo la capitale del Paese con Roma e Milano.

La scelta di Milano non è casuale.

Il capoluogo lombardo rappresenta infatti uno dei principali centri economici, finanziari e industriali d’Italia, oltre a essere una delle più importanti destinazioni turistiche europee.

Una rotta che interessa anche gli italiani in Messico

Il nuovo collegamento potrebbe avere un interesse particolare per la numerosa comunità italiana residente in Messico e per i loro familiari.

Un volo diretto significa infatti eliminare uno dei principali inconvenienti dei viaggi intercontinentali: lo scalo in un altro aeroporto europeo.

Per chi deve raggiungere Milano, ma anche altre città del Nord Italia, poter arrivare direttamente a Malpensa da Città del Messico potrebbe rendere il viaggio più semplice e, soprattutto, ridurre i tempi complessivi.

Ma la nuova rotta potrebbe essere importante anche nella direzione opposta.

Per gli italiani che vogliono visitare il Messico, Città del Messico rappresenta infatti un grande punto di collegamento con il resto del Paese e con numerose destinazioni dell’America Latina.

Non soltanto turismo

Il nuovo volo avrebbe anche una forte valenza economica.

Messico e Italia hanno rapporti commerciali consolidati e numerose imprese italiane operano sul mercato messicano.

Un collegamento diretto tra le due città potrebbe quindi facilitare gli spostamenti di imprenditori, professionisti, manager e lavoratori, oltre a favorire gli scambi commerciali e gli investimenti.

Lo stesso Aeroméxico sottolinea che la nuova rotta punta a rafforzare i legami culturali, commerciali e d’affari tra Messico e Italia.

Il Messico guarda sempre più all’Europa

La nuova rotta rientra nella strategia di espansione internazionale di Aeroméxico.

Con l’aggiunta di Milano, la compagnia arriverebbe a collegare il Messico con sette destinazioni europee attraverso dieci rotte, rafforzando ulteriormente la propria presenza sul mercato europeo.

È un segnale interessante anche per il settore turistico.

I collegamenti aerei diretti sono infatti uno degli elementi che possono favorire l’aumento dei flussi turistici in entrambe le direzioni.

Una nuova autostrada nel cielo tra Messico e Italia

Per chi vive lontano dall’Italia, una nuova rotta aerea può significare molto più di una semplice comodità.

Può rendere più facile tornare a casa, incontrare i familiari, accompagnare i figli alla scoperta del Paese d’origine oppure organizzare un viaggio senza dover affrontare uno o due scali.

E per i messicani che hanno origini italiane può rappresentare una nuova possibilità per conoscere direttamente la terra dei propri antenati.

Milano, inoltre, può diventare una porta d’ingresso non soltanto per la Lombardia, ma per tutto il Nord Italia e per altre destinazioni europee.

Bisogna ancora aspettare

C’è però una precisazione importante.

Il volo non è ancora operativo.

Aeroméxico prevede di inaugurare il collegamento nel marzo 2027, ma l’attivazione resta condizionata alle autorizzazioni previste dalle autorità competenti.

Per il momento, dunque, è una rotta annunciata e progettata, non ancora una tratta sulla quale sia possibile acquistare normalmente un biglietto per partire.

Ma se il progetto verrà approvato, dal prossimo anno Città del Messico e Milano saranno più vicine che mai.

E per gli italiani che vivono in Messico, così come per i messicani che guardano verso l’Italia, potrebbe essere una notizia davvero importante.

Un volo diretto non accorcia soltanto la distanza tra due aeroporti: spesso accorcia anche la distanza tra le persone.




Italia, regina d’Europa: trionfo nell’atletica e 43 medaglie nel nuoto

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Due settimane da ricordare per lo sport italiano. Gli Europei di atletica di Birmingham e quelli di nuoto di Parigi si sono conclusi con un bilancio straordinario per gli azzurri.

Nell’atletica l’Italia ha conquistato il primo posto nel medagliere, con 22 medaglie: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Nel nuoto è arrivato il secondo posto nel medagliere per ori, ma con un dato ancora più impressionante: 43 medaglie complessive, frutto di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi.

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Un doppio risultato che conferma la straordinaria crescita dello sport azzurro.

L’oro che ha fatto esplodere Birmingham

L’ultima serata dell’atletica ha regalato all’Italia due vittorie fondamentali.

La prima porta il nome di Larissa Iapichino, campionessa europea del salto in lungo con un fantastico 7 metri esatti.

Una finale combattutissima, nella quale le prime tre atlete sono state separate da appena due centimetri: 7,00 per l’italiana, 6,99 per la britannica Jazmin Sawyers e 6,98 per la francese Hilary Kpatcha.

Per Iapichino, figlia della grande Fiona May, il successo ha avuto un significato ancora più particolare: è arrivato proprio in Gran Bretagna, il Paese della madre e davanti a una parte della sua famiglia.

Un oro europeo dal valore doppio.

La staffetta che ha gelato Birmingham

Poi è arrivata la grande impresa della 4×400 maschile.

Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno conquistato l’oro davanti alla Gran Bretagna, proprio nella gara che i padroni di casa consideravano una delle più importanti della serata.

Un successo storico: l’Italia non aveva mai vinto la staffetta 4×400 maschile agli Europei.

Ma quella vittoria valeva anche qualcosa in più.

Era l’oro che permetteva agli azzurri di superare proprio la Gran Bretagna e chiudere al primo posto il medagliere dell’atletica.

Una beffa sportiva per i padroni di casa, ma una festa enorme per l’Italia.

Il nuoto azzurro chiude con 43 podi

Se Birmingham ha regalato il primato nel medagliere, Parigi ha mostrato invece la profondità del movimento italiano del nuoto.

Gli azzurri hanno concluso gli Europei con 43 medaglie, un numero impressionante: 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi.

La Gran Bretagna ha conquistato un oro in più e quindi il primo posto nel medagliere, ma l’Italia è stata nettamente davanti per numero complessivo di podi.

E tra le protagoniste assolute c’è stata naturalmente Sara Curtis, capace di stabilire per due volte il record del mondo nei 50 dorso e di conquistare l’oro europeo.

Ma non è stata l’unica grande protagonista.

La tripletta di Simona Quadarella

L’ultima giornata di Parigi ha avuto come protagonista Simona Quadarella.

La romana ha conquistato il suo terzo oro europeo nella manifestazione, questa volta nei 400 metri stile libero, dopo i successi negli 800 e nei 1500.

Un’autentica tripletta.

Per Quadarella si tratta dell’undicesimo titolo europeo individuale e del terzo tris di ori consecutivi agli Europei, dopo quelli del 2018 e del 2021.

Numeri che raccontano meglio di qualsiasi aggettivo la longevità e la continuità di una delle più grandi nuotatrici italiane.

Una squadra tra esperienza e giovani talenti

Il dato forse più incoraggiante di questi Europei è proprio questo.

L’Italia non dipende più da una sola generazione di campioni.

Accanto ad atleti ormai affermati stanno crescendo giovani capaci di conquistare medaglie e record mondiali.

Curtis ne è l’esempio più evidente.

Iapichino rappresenta un’altra generazione destinata a essere protagonista ancora a lungo.

E dietro di loro c’è un movimento sempre più competitivo.

È questa combinazione tra esperienza e gioventù che permette all’Italia di guardare con fiducia ai prossimi grandi appuntamenti internazionali.

Un’Italia che ha imparato a vincere

C’è un elemento che colpisce particolarmente.

Gli azzurri non hanno semplicemente raccolto qualche medaglia.

Hanno vinto quando era necessario vincere.

La 4×400 ha conquistato l’oro nell’ultima gara decisiva per il medagliere.

Iapichino ha resistito alla pressione in una finale del lungo decisa da centimetri.

Quadarella ha completato una tripletta europea.

Curtis ha battuto due volte il record del mondo in appena due giorni.

Sono prestazioni diverse, in discipline diverse, ma hanno qualcosa in comune:

la capacità di reggere la pressione nei momenti decisivi.

L’Italia dello sport guarda avanti

Gli Europei di Birmingham e Parigi si chiudono dunque con un’immagine molto positiva dello sport italiano.

Primi in Europa nell’atletica.

Secondi nel nuoto per medaglie d’oro, ma primi per numero complessivo di podi.

E soprattutto una squadra che continua a produrre campioni.

Per gli italiani che vivono all’estero è anche un motivo in più per guardare con orgoglio alla bandiera azzurra.

Perché dietro ogni medaglia non ci sono soltanto un atleta e una gara.

Ci sono anni di sacrifici, allenamenti, famiglie, società sportive, allenatori e una macchina sportiva che spesso lavora lontano dai riflettori.

Questa volta, però, i riflettori sono tutti sull’Italia.

Da Birmingham a Parigi, gli azzurri hanno fatto vedere all’Europa che l’Italia sa ancora essere protagonista.

E forse la notizia più bella è che non sembra affatto un punto di arrivo.