Buon Ferragosto!





Cinque cittadini italiani, quattro donne e un uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, sono stati coinvolti nelle tensioni che da giorni interessano il villaggio palestinese di Qusra, a sud di Nablus, in Cisgiordania.

I cinque italiani si trovavano nel villaggio per portare solidarietà ad alcune famiglie palestinesi coinvolte nell’assedio delle loro abitazioni da parte di coloni israeliani. La vicenda è ora seguita direttamente dalla Farnesina, attraverso l’Unità di crisi, in collegamento con il consolato italiano a Gerusalemme e l’ambasciata italiana a Tel Aviv.
La situazione è evoluta nella mattinata di oggi.
Secondo quanto riferito da fonti della Farnesina, i cinque italiani hanno lasciato l’abitazione nella quale si trovavano e sono stati trasferiti in una casa palestinese non sottoposta all’assedio, senza che vi fosse uso di forza o violenza.
Una delle attiviste italiane, intervistata dall’ANSA con il nome di fantasia di Magda per ragioni di sicurezza, ha raccontato che il gruppo era arrivato a Qusra domenica per verificare direttamente la situazione e portare solidarietà alla famiglia palestinese coinvolta.
«Stamattina la polizia di frontiera israeliana ci ha evacuati», ha raccontato l’attivista, spiegando che ora i cinque sono ospiti di amici palestinesi nel villaggio.
Qusra si trova a sud di Nablus ed è al centro da giorni di una situazione particolarmente tesa.
Alcune abitazioni palestinesi sono state circondate da coloni israeliani. Secondo le testimonianze raccolte, le persone presenti nelle case hanno avuto difficoltà a entrare e uscire liberamente.
La vicenda ha attirato l’attenzione anche oltre i confini della Cisgiordania.
Nelle ultime ore un piccolo gruppo di attivisti israeliani ha cercato di portare cibo alle famiglie coinvolte, ma la polizia di frontiera avrebbe impedito loro di raggiungere direttamente le abitazioni.
Secondo il racconto dell’attivista italiana, nelle abitazioni coinvolte nell’assedio si trovavano anche bambini.
Due bambine sono state evacuate nei giorni scorsi attraverso un’ambulanza, che avrebbe portato contemporaneamente acqua e cibo.
La situazione rimane quindi delicata per le famiglie palestinesi rimaste nelle abitazioni circondate.
La vicenda ha provocato anche una reazione diplomatica internazionale.
La Francia ha dichiarato di condannare con la massima fermezza l’occupazione di abitazioni palestinesi da parte di coloni israeliani nel villaggio e le violenze contro i civili.
Parigi ha chiesto alle autorità israeliane di intervenire per proteggere la popolazione civile e di perseguire gli autori delle violenze.
La presenza di cinque cittadini italiani porta inevitabilmente la vicenda anche sul piano diplomatico italiano.
Non si tratta, infatti, di turisti casualmente presenti nella zona.
Secondo quanto riferito dalle fonti e dalla stessa attivista, i cinque erano arrivati a Qusra con l’intenzione di portare solidarietà alla popolazione palestinese e alcuni di loro avevano già esperienza di attività nella regione.
Ora la priorità per le autorità italiane è naturalmente garantire la loro sicurezza.
La Farnesina sta seguendo direttamente gli sviluppi e mantiene i contatti con le autorità diplomatiche e consolari presenti nell’area.
Il trasferimento dei cinque italiani in una casa non assediata rappresenta un elemento positivo, ma non significa che la situazione a Qusra sia risolta.
Le tensioni rimangono elevate e l’area della Cisgiordania continua a essere caratterizzata da episodi di violenza e forti contrapposizioni tra comunità palestinesi e coloni israeliani.
Per questo sarà importante seguire gli aggiornamenti delle prossime ore.
Per i cinque italiani, intanto, l’obiettivo è uno solo: rimanere al sicuro e poter lasciare la zona senza ulteriori rischi.
Una vicenda che ancora una volta dimostra quanto sia delicata la situazione in Cisgiordania e quanto anche cittadini stranieri, compresi gli italiani, possano trovarsi direttamente coinvolti nelle tensioni quotidiane del conflitto.

L’Atlantico continua a mostrare segnali di crescente attività e la situazione merita di essere seguita con attenzione, soprattutto da chi vive nei Caraibi e nella Repubblica Dominicana.
La carta meteorologica di questa mattina, venerdì 14 agosto, mostra infatti due aree di perturbazione tropicale che stanno attraversando l’Atlantico in direzione generale ovest, lungo una traiettoria che le porta progressivamente verso l’area caraibica.

Non siamo ancora di fronte a un uragano e non ci sono, al momento, elementi per lanciare un allarme.
Ma rispetto ai giorni scorsi l’attenzione è aumentata.
La perturbazione più occidentale, indicata sulla carta con il simbolo giallo, è quella che si trova più vicina alle Antille.
Il sistema presenta una certa attività temporalesca e sta mostrando segnali di organizzazione. La sua posizione e il movimento verso ovest la rendono particolarmente interessante per chi vive nelle isole caraibiche.
Più a est si trova una seconda area, molto più estesa, evidenziata in arancione.
È ancora lontana, ma anche questa perturbazione viene monitorata perché le condizioni atmosferiche potrebbero permetterle di organizzarsi ulteriormente durante il suo attraversamento dell’Atlantico.
Il National Hurricane Center continua a seguire entrambe le aree e aggiorna le probabilità di sviluppo nei propri bollettini.
Il dato che più interessa chi vive nella regione è naturalmente la direzione di movimento.
Entrambi i sistemi si trovano nell’Atlantico tropicale e si spostano generalmente verso ovest.
Questo non significa che siano diretti verso la Repubblica Dominicana.
A questa distanza, infatti, non è possibile stabilire una traiettoria precisa e sarebbe irresponsabile indicare oggi quale isola potrebbe essere interessata.
Un sistema tropicale può rallentare, accelerare, cambiare direzione oppure perdere rapidamente organizzazione.
Ma proprio perché le perturbazioni sono ancora lontane, questo è il momento migliore per seguirne l’evoluzione senza creare allarmismi.
Per il momento non c’è un’allerta per la Repubblica Dominicana.
E questa distinzione è importante.
Monitorare una perturbazione non significa prevedere un uragano.
Le mappe meteorologiche mostrano possibilità di sviluppo e aree nelle quali potrebbe formarsi un sistema tropicale, non la certezza che ciò avverrà.
Il National Hurricane Center utilizza infatti probabilità di formazione proprio per rappresentare l’incertezza legata all’evoluzione di questi sistemi.
Per chi vive nei Caraibi, quindi, il consiglio è semplicemente quello di informarsi e seguire gli aggiornamenti ufficiali.
Siamo ormai nel periodo dell’anno nel quale l’attività tropicale dell’Atlantico tende progressivamente ad aumentare.
Le onde tropicali provenienti dall’Africa possono attraversare l’oceano per migliaia di chilometri e, se incontrano condizioni favorevoli, trasformarsi in depressioni tropicali, tempeste e successivamente uragani.
Ma il percorso è tutt’altro che automatico.
Molte perturbazioni si indeboliscono e scompaiono senza provocare alcun problema.
Altre, invece, possono rapidamente acquistare organizzazione.
È proprio questa imprevedibilità che rende necessario il monitoraggio.
Per gli abitanti delle isole caraibiche il messaggio di oggi dovrebbe quindi essere molto semplice:
nessun panico, ma attenzione.
Chi vive in una zona costiera o in una località particolarmente esposta farebbe bene a sapere dove trovare le informazioni ufficiali, controllare che i telefoni siano funzionanti e avere già a disposizione gli elementi essenziali di un eventuale kit di emergenza.
Non perché sia previsto un uragano.
Ma perché la preparazione va fatta quando il cielo è ancora tranquillo, non quando un sistema tropicale è già alle porte.
La carta di oggi racconta comunque una situazione diversa rispetto a quella di pochi giorni fa.
Allora osservavamo soprattutto la possibilità che una perturbazione potesse organizzarsi.
Oggi abbiamo due sistemi che meritano attenzione contemporaneamente.
Uno è già più vicino all’area caraibica.
L’altro è ancora lontano, ma segue una traiettoria che lo porta verso ovest.
La loro evoluzione nei prossimi giorni sarà quindi particolarmente importante.
Per la Repubblica Dominicana, Puerto Rico, Haiti, Cuba e le Piccole Antille non è ancora il momento di parlare di emergenza.
È però il momento di guardare con maggiore attenzione alle mappe dell’Atlantico.
Perché la stagione degli uragani sta entrando nella sua fase più delicata e, questa volta, l’oceano ci sta mandando due segnali contemporaneamente.

La situazione meteorologica sull’Atlantico comincia a cambiare rapidamente.
La nuova carta del 13 agosto 2026 mostra infatti due aree di perturbazione che si stanno muovendo verso ovest attraverso l’Atlantico tropicale. Una è già ben organizzata e si trova più vicina all’area caraibica; l’altra, ancora più a est, sta iniziando il suo lungo percorso verso le Antille.

Per chi vive nei Caraibi, nella Repubblica Dominicana, a Puerto Rico e nelle Piccole Antille, è quindi il momento di cominciare a seguire con particolare attenzione l’evoluzione della situazione.
Non ci sono ancora elementi per parlare di un uragano diretto verso una specifica isola.
Ma rispetto a pochi giorni fa, il livello di attenzione è certamente aumentato.
La zona evidenziata in rosso sulla carta è quella che attualmente desta maggiore interesse.
Si trova nel settore centrale dell’Atlantico tropicale e continua a presentare temporali e una circolazione che sta progressivamente organizzandosi.
Il National Hurricane Center indica una probabilità dell’80% di sviluppo entro sette giorni e dell’80% anche nell’arco delle prossime 48 ore. Secondo le previsioni, il sistema dovrebbe continuare a spostarsi verso ovest o ovest-nordovest, attraversando l’Atlantico centrale.
È proprio questo movimento a renderlo pericoloso per i Caraibi.
Il sistema non è ancora una depressione tropicale e non rappresenta al momento una minaccia diretta per nessuna isola.
Ma sta andando nella direzione generale delle Antille.
La novità della giornata è rappresentata dalla seconda perturbazione, quella più orientale evidenziata in arancione.
Si tratta di una nuova onda tropicale che si trova ancora molto lontana dai Caraibi, ma che presenta condizioni ambientali abbastanza favorevoli per un possibile sviluppo.
La probabilità di formazione è attualmente valutata al 50% entro sette giorni.
Questo significa che, mentre si segue l’evoluzione del primo sistema, un secondo sistema sta entrando nella stessa partita meteorologica.
È ancora troppo presto per parlare di una possibile traiettoria verso una determinata isola.
Ma la presenza contemporanea di due perturbazioni tropicali merita attenzione.
Nella parte settentrionale della carta compare anche Cristobal, già diventato tempesta tropicale.
La sua posizione, tuttavia, è molto più a nord e lontana dall’area caraibica mostrata nella parte inferiore della mappa.
Per il momento, quindi, non è Cristobal il sistema che deve preoccupare maggiormente le popolazioni caraibiche.
L’attenzione è concentrata soprattutto sulle due perturbazioni che stanno attraversando l’Atlantico tropicale da est verso ovest.
Questo è il punto sul quale occorre essere molto prudenti.
A distanza di diversi giorni non è possibile stabilire se e dove una perturbazione tropicale potrebbe raggiungere la terraferma.
Un sistema che oggi sembra dirigersi verso le Antille può modificare la propria traiettoria anche sensibilmente nei giorni successivi.
Inoltre, la forza dei venti in quota può aumentare e disgregare completamente una perturbazione, impedendole di trasformarsi in un ciclone.
È proprio questa la ragione per cui il National Hurricane Center continua a parlare di possibilità di sviluppo e non di una minaccia già definita.
Per chi vive nella Repubblica Dominicana, la situazione non richiede al momento alcun allarme.
Non ci sono allerte per un impatto diretto.
Ma è importante distinguere tra allarme e prevenzione.
L’esperienza insegna che aspettare che una perturbazione diventi un uragano prima di interessarsene può significare arrivare troppo tardi per organizzarsi.
Per questo, soprattutto nelle zone costiere e nelle località turistiche, è utile cominciare a seguire le informazioni ufficiali e non soltanto le mappe diffuse sui social network.
Siamo ormai nel cuore della stagione degli uragani dell’Atlantico.
È normale che in questo periodo aumenti il numero delle onde tropicali che si staccano dall’Africa e attraversano l’oceano.
Alcune scompaiono dopo pochi giorni.
Altre diventano depressioni tropicali.
Solo una parte riesce a trasformarsi in tempeste tropicali o uragani.
Per questo non bisogna trasformare ogni macchia colorata sulle mappe in una minaccia imminente.
Ma nemmeno ignorarla.
La carta del 13 agosto racconta bene la situazione.
I sistemi tropicali stanno aumentando e l’Atlantico comincia a diventare più dinamico.
Una perturbazione, quella più occidentale, ha già un’elevata probabilità di svilupparsi.
Una seconda, più orientale, comincia a essere monitorata con maggiore attenzione.
Entrambe si muovono verso ovest.
Per ora sono ancora lontane.
Ma il loro percorso attraversa proprio quella parte dell’Atlantico dalla quale, nei prossimi giorni, potrebbe dipendere il tempo nei Caraibi.
Per chi vive nella Repubblica Dominicana e nelle altre isole, dunque, il messaggio è semplice: nessun allarme, ma occhi aperti.
Perché quando l’Atlantico comincia a muoversi, la situazione meteorologica può cambiare rapidamente.
E questa volta, sulla carta, le sorvegliate speciali sono diventate due.

C’è un nuovo nome italiano nella storia del nuoto mondiale.
È quello di Sara Curtis, che agli Europei di Parigi ha realizzato un’impresa straordinaria: nella semifinale dei 50 metri dorso ha fermato il cronometro a 26″63, stabilendo il nuovo record del mondo della specialità.

Un tempo che vale molto più di una semplice qualificazione alla finale.
La ventenne piemontese ha infatti demolito il precedente primato mondiale di 23 centesimi, un margine enorme quando si parla di una gara che dura poco più di 26 secondi.
Curtis era già entrata in acqua con grandi ambizioni.
Nelle batterie aveva nuotato in 27″31, controllando la gara e risparmiando energie in vista della semifinale. Ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo poche ore dopo.
Nella semifinale l’azzurra ha trovato la gara perfetta.
Partenza, subacquea, frequenza di bracciata e arrivo hanno funzionato alla perfezione.
Il risultato è stato un incredibile 26″63.
E sul tabellone sono comparse quelle due lettere che ogni atleta sogna di vedere accanto al proprio nome:
WR – World Record.
Il risultato di Curtis non arriva per caso.
La giovane piemontese aveva già dimostrato di essere una delle grandi promesse del nuoto italiano e internazionale.
Prima degli Europei aveva già stabilito il record europeo dei 50 dorso in 27″07, ottenuto nella finale del Settecolli.
A Parigi ha fatto un altro salto in avanti.
E che salto.
In pochi mesi è passata dall’essere una giovane promessa a diventare la donna più veloce al mondo nella storia dei 50 dorso.
La cosa più interessante è che Curtis non ha ancora concluso il suo Europeo.
Il record mondiale le ha infatti garantito l’accesso alla finale dei 50 dorso con il miglior tempo.
Quindi la domanda adesso è inevitabile:
quanto può ancora migliorare?
Dopo aver battuto il record mondiale in semifinale, la finale diventa un appuntamento ancora più atteso.
Curtis avrà la possibilità di trasformare una prestazione già storica in una medaglia d’oro europea.
Quello dei 50 dorso non è stato comunque il suo primo risultato importante a Parigi.
Curtis aveva già conquistato la medaglia di bronzo nei 100 metri stile libero in questa edizione dei campionati europei.
Questo rende ancora più significativo il suo exploit nel dorso.
La piemontese non è quindi una specialista che si è improvvisamente affacciata sulla scena internazionale.
È un’atleta capace di competere ai massimi livelli in più discipline.
C’è poi un dato che rende l’impresa ancora più impressionante.
Sara Curtis ha appena 20 anni.
È nata a Savigliano, in Piemonte, ed è tesserata per l’Esercito e per il CS Roero. Si allena negli Stati Uniti alla Virginia University sotto la guida di Todd DeSorbo e in Italia con Thomas Maggiora.
Il suo percorso rappresenta anche un esempio della nuova dimensione internazionale dello sport italiano.
Allenamenti e competenze possono ormai attraversare l’oceano, mentre l’atleta continua a rappresentare l’Italia nelle grandi competizioni internazionali.
Il record di Curtis arriva inoltre in una giornata particolarmente positiva per la squadra azzurra.
Gli Europei di Parigi hanno già regalato all’Italia altre medaglie importanti: Thomas Ceccon e Benedetta Pilato hanno conquistato il bronzo rispettivamente nei 200 dorso e nei 100 rana. Ceccon ha anche stabilito il nuovo record italiano nella sua gara.
E adesso è arrivato il colpo più clamoroso:
un record del mondo.
È la conferma di un movimento che negli ultimi anni ha raggiunto una dimensione internazionale sempre più importante.
Ci sono gare che si vincono.
E poi ci sono gare che rimangono nella memoria.
La semifinale di Sara Curtis appartiene sicuramente alla seconda categoria.
Perché un record europeo può essere migliorato.
Un record italiano può essere superato.
Ma quando un’atleta italiana diventa la più veloce di sempre al mondo in una specialità, siamo davanti a qualcosa di diverso.
A Parigi, Sara Curtis non ha soltanto conquistato un posto in finale.
Ha conquistato un posto nella storia del nuoto italiano.
E adesso resta da vedere se, nella finale dei 50 dorso, riuscirà a mettere la ciliegina sulla torta.
L’Italia, intanto, può già festeggiare.
Il record del mondo parla italiano.

Dopo settimane relativamente tranquille, l’Atlantico tropicale comincia purtroppo a dare segnali di maggiore attività.
La carta meteorologica di questa mattina mostra tre aree sotto osservazione, ma è soprattutto una di esse a meritare attenzione: quella evidenziata nella parte centrale dell’Atlantico, diretta verso ovest-nordovest e potenzialmente destinata ad avvicinarsi alle Antille nei prossimi giorni.
Per il momento non c’è ancora un uragano e nemmeno una tempesta tropicale.
Ma la situazione sta cambiando.

Il sistema che i meteorologi stanno osservando con maggiore attenzione è stato identificato come Invest 92L.
Si trova ancora molto lontano dai Caraibi, ma sta mostrando segnali di una progressiva organizzazione.
Secondo il National Hurricane Center, la probabilità che questa perturbazione si trasformi in una depressione tropicale è salita al 70% nelle prossime 48 ore e all’80% entro sette giorni. Le condizioni atmosferiche previste nei prossimi giorni potrebbero infatti favorire un ulteriore sviluppo.
Il sistema dovrebbe continuare a muoversi generalmente verso ovest o ovest-nordovest attraverso l’Atlantico tropicale.
Ed è proprio la direzione del movimento che interessa maggiormente chi vive nei Caraibi.
Alcuni modelli meteorologici mostrano un possibile successivo avvicinamento del sistema all’area caraibica.
Ma attenzione: non esiste ancora una traiettoria affidabile verso una specifica isola.
A questa distanza temporale, piccoli cambiamenti nelle condizioni atmosferiche possono modificare sensibilmente il percorso di una perturbazione.
Per questo sarebbe prematuro parlare oggi di un possibile impatto sulla Repubblica Dominicana, Puerto Rico, Haiti, Cuba o sulle Piccole Antille.
La cosa corretta da dire è un’altra: il sistema deve essere seguito.
E nei prossimi giorni la sua evoluzione sarà molto più chiara.
La carta mostra anche un’altra area interessante, molto più a est.
Una nuova onda tropicale è appena uscita dalla costa occidentale dell’Africa e presenta temporali ancora disorganizzati.
Il National Hurricane Center le attribuisce attualmente soltanto una probabilità del 10% di svilupparsi entro 48 ore e del 20% entro sette giorni.
È quindi decisamente meno preoccupante rispetto a Invest 92L.
Ma la sua presenza è significativa perché siamo ormai entrati nella parte della stagione nella quale le onde tropicali provenienti dall’Africa possono diventare una delle principali fonti di sviluppo dei sistemi tropicali dell’Atlantico.
A nord, nell’Atlantico subtropicale, viene osservata un’altra zona di bassa pressione, indicata sulla carta con il colore arancione.
Anche questa potrebbe acquisire temporaneamente caratteristiche tropicali, ma le condizioni non sembrano favorevoli a una lunga evoluzione.
Il NHC le attribuisce una probabilità del 50% di sviluppo, ma il sistema dovrebbe raggiungere acque più fredde già nei prossimi giorni, riducendo rapidamente le possibilità di rafforzamento.
Insomma, tre sistemi sotto osservazione, ma uno solo è attualmente quello che richiede maggiore attenzione per la sua possibile evoluzione futura.
Per ora, no allarmismo.
Non ci sono allerte per la Repubblica Dominicana né per gli altri Paesi caraibici direttamente interessati.
La distanza è ancora notevole e Invest 92L non è ancora una tempesta tropicale.
Ma siamo nel periodo dell’anno nel quale la situazione può cambiare rapidamente.
E proprio per questo è importante cominciare a seguire l’evoluzione adesso, quando c’è ancora tutto il tempo per osservare e prepararsi.
L’Atlantico arriva a questo appuntamento dopo una prima parte della stagione relativamente calma.
La NOAA ha recentemente abbassato le proprie previsioni per il 2026, indicando una probabilità del 75% di una stagione al di sotto della media, anche per l’influenza di El Niño, che tende ad aumentare la presenza di vento in quota e quindi a rendere più difficile lo sviluppo dei cicloni tropicali.
Ma una stagione prevista come meno attiva non significa una stagione senza pericoli.
Anche un solo ciclone può provocare danni enormi se attraversa una zona densamente popolata.
La carta di questa mattina ci mostra quindi qualcosa di importante.
L’Atlantico si sta svegliando.
Una perturbazione sta acquistando organizzazione nel cuore dell’oceano e potrebbe diventare una depressione tropicale nei prossimi giorni.
Un’altra onda tropicale arriva dall’Africa.
Una terza area viene osservata più a nord.
Per ora nessun ciclone minaccia direttamente i Caraibi.
Ma per chi vive nella Repubblica Dominicana e nelle altre isole caraibiche è il momento giusto per tornare a guardare con regolarità le mappe meteorologiche.
Non per avere paura.
Per essere informati prima che sia necessario preoccuparsi.
E nei prossimi giorni capiremo se quella macchia sulla carta resterà soltanto una perturbazione dell’Atlantico oppure diventerà il prossimo sistema tropicale della stagione.

Anche a Washington DC il Ferragosto conserva il suo significato di festa italiana, diventando un’occasione per ritrovarsi, conoscere nuove persone e mantenere vivo il legame con le tradizioni del nostro Paese.

Venerdì 14 agosto, la comunità italiana della capitale statunitense si riunirà per un aperitivo organizzato dal Com.It.Es. di Washington DC insieme all’associazione Italians in DC.
L’appuntamento è fissato alle 18:00 da Rosetta Bakery, all’815 di Connecticut Avenue NW, per una serata dedicata alla convivialità e ai sapori italiani.
L’iniziativa è aperta non soltanto agli italiani residenti nella capitale americana, ma anche agli italofili e a tutti coloro che desiderano conoscere meglio la comunità italiana di Washington.
L’obiettivo è semplice: trascorrere insieme una serata estiva, incontrare vecchi amici e crearne di nuovi, mantenendo quel senso di familiarità che il Ferragosto porta con sé.
Per chi vive lontano dall’Italia, infatti, le feste tradizionali possono assumere un significato ancora più forte.
Non è soltanto una ricorrenza sul calendario.
È un modo per ritrovare, anche a migliaia di chilometri da casa, lingua, cucina, amicizia e cultura italiana.
Iniziative di questo genere mostrano anche uno degli aspetti meno conosciuti dell’attività dei Comitati degli Italiani all’Estero, i Com.It.Es.
Accanto alle questioni amministrative e alle problematiche che riguardano concretamente gli italiani residenti all’estero, esiste infatti anche una dimensione comunitaria.
Creare occasioni di incontro significa contribuire a mantenere i rapporti tra connazionali e favorire il dialogo tra le diverse generazioni della comunità.
A Washington questa attività viene svolta anche attraverso la collaborazione con associazioni come Italians in DC, che si propone di mettere in contatto gli italiani presenti nella capitale e di promuovere la conoscenza della cultura italiana contemporanea.
Il Ferragosto di Washington si inserisce in una serie di iniziative organizzate durante l’anno dalla comunità italiana locale.
Il Com.It.Es. ha recentemente promosso anche un Picnic Italiano, mentre sono state organizzate iniziative dedicate al design, alla cultura e all’informazione per gli italiani all’estero.
Sono appuntamenti che raccontano una realtà importante: essere italiani all’estero non significa necessariamente vivere lontani dalle proprie radici.
Le tradizioni possono viaggiare.
E il Ferragosto è forse una delle tradizioni più facili da portare con sé: basta un tavolo, qualcosa di buono da mangiare, un bicchiere da condividere e soprattutto la voglia di stare insieme.
La serata del 14 agosto non sarà quindi soltanto un aperitivo.
Sarà un piccolo momento nel quale una comunità si riconosce e si ritrova.
E forse è proprio questo uno dei valori più importanti delle comunità italiane all’estero: riuscire a conservare un senso di appartenenza senza chiudersi nel passato, facendo della cultura italiana un elemento di incontro anche con chi italiano non è.
Il Ferragosto, nato come festa profondamente legata alla tradizione italiana, attraversa così l’Atlantico e arriva nel cuore della capitale degli Stati Uniti.
A Washington, per una sera, l’Italia sarà anche un po’ di casa.

È salito a 134 morti e oltre 600 feriti il bilancio del devastante terremoto che lunedì 10 agosto ha colpito la Colombia occidentale.

La scossa, inizialmente indicata con una magnitudo inferiore e successivamente stimata in 7,4, ha avuto epicentro nel dipartimento del Chocó, nei pressi di San José del Palmar, ma è stata avvertita in una vasta parte del Paese, arrivando fino a Bogotá.
A oltre 24 ore dal sisma, la Colombia continua a fare i conti con una situazione drammatica. I soccorritori stanno ancora controllando edifici danneggiati e aree nelle quali potrebbero esserci persone intrappolate.
Una delle zone maggiormente colpite è stata Pereira, dove numerosi edifici sono crollati o hanno subito gravi danni.
Anche Cali, Manizales, Armenia e Quibdó hanno registrato conseguenze pesanti. A Cali sono stati segnalati numerosi feriti e vittime, mentre a Pereira decine di strutture sono risultate danneggiate o completamente distrutte.
Gli ospedali delle aree maggiormente colpite sono stati messi a dura prova dall’afflusso dei feriti.
Il terremoto ha inoltre danneggiato abitazioni, scuole, strutture sanitarie, strade e infrastrutture aeroportuali, complicando ulteriormente le operazioni di soccorso. Secondo i dati disponibili, oltre 1.500 abitazioni sono state danneggiate e decine di edifici sono crollati.
Dopo il terremoto principale sono state registrate numerose repliche.
È una delle principali preoccupazioni dei soccorritori, perché entrare in un edificio già danneggiato può essere estremamente pericoloso.
Le autorità hanno quindi invitato la popolazione a non rientrare negli edifici che presentano lesioni o altri segnali di instabilità e a seguire le indicazioni della protezione civile.
Di fronte alla gravità della situazione, il presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha dichiarato l’emergenza nazionale e ha attivato il coordinamento degli interventi di soccorso.
Il governo sta concentrando le risorse nelle zone maggiormente colpite, mentre squadre di emergenza e volontari continuano a lavorare per cercare eventuali superstiti.
Anche la comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi con aiuti e squadre specializzate.
La violenza del terremoto è stata avvertita anche al di fuori della Colombia, in particolare in Ecuador e Panama.
La sua profondità ha fatto sì che le onde sismiche raggiungessero un’area molto vasta. La Colombia, del resto, si trova in una delle zone geologicamente più attive del continente sudamericano.
Il terremoto di lunedì è stato descritto come uno dei più forti registrati nel Paese negli ultimi decenni.
Superata la prima fase dei soccorsi, arriverà quella altrettanto complicata dell’assistenza alle persone rimaste senza casa.
Migliaia di famiglie dovranno fare i conti con abitazioni danneggiate, attività commerciali ferme e infrastrutture da riparare.
E il numero delle vittime potrebbe non essere ancora definitivo.
In una tragedia di queste proporzioni, infatti, le statistiche raccontano soltanto una parte della realtà.
Dietro quei 134 morti ci sono 134 famiglie che hanno perso una persona cara. Dietro gli oltre 600 feriti ci sono persone che dovranno affrontare un percorso di cura e, in molti casi, di riabilitazione.
E dietro le migliaia di edifici danneggiati ci sono altrettante storie di persone che oggi non sanno ancora quando potranno tornare alla loro vita normale.
La terra ha smesso di tremare. Per la Colombia, però, l’emergenza è appena cominciata.

La Repubblica Dominicana sta attraversando un periodo di forte deficit di piogge e quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare soltanto una stagione particolarmente secca comincia a trasformarsi in un problema concreto per l’agricoltura e, in alcune zone, anche per l’approvvigionamento di acqua potabile.

Il dato più preoccupante riguarda la durata del fenomeno: secondo il Ministero dell’Agricoltura, il Paese accumula ormai tre mesi di siccità, mentre il periodo maggio-luglio 2026 è risultato il più secco degli ultimi 17 anni.
E le previsioni per i prossimi mesi non sembrano offrire, almeno per ora, motivi per stare tranquilli.
Il quadro meteorologico è particolarmente significativo.
Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Agricoltura attraverso 30 stazioni meteorologiche, nel mese di maggio 28 stazioni su 30 hanno registrato precipitazioni molto inferiori alla norma. A giugno il numero è salito a 29, mentre a luglio erano ancora 23 le stazioni con valori molto al di sotto della media.

Il dato relativo a giugno è ancora più impressionante.
Le 24 stazioni analizzate dall’Indomet hanno registrato complessivamente soltanto il 44,72% delle precipitazioni considerate normali, con un deficit del 55,28%.
In alcune località la situazione è stata ancora più estrema: a Jimaní il deficit ha raggiunto il 93,92%, a Rancho Arriba l’86,30%, a Puerto Plata l’82,66% e a Monte Cristi il 72,30%.
La siccità non colpisce allo stesso modo tutto il territorio.
I primi a risentirne sono gli agricoltori che praticano agricoltura di secano, cioè senza sistemi di irrigazione e quindi completamente dipendente dalle precipitazioni.
Per questi produttori, poche settimane senza pioggia possono significare coltivazioni compromesse, raccolti inferiori e perdite economiche.

Le aree indicate come maggiormente vulnerabili per il periodo agosto-ottobre sono il Cibao Noroeste, El Valle e la regione di Enriquillo.
Al momento, il Ministero dell’Agricoltura non dispone ancora di una valutazione complessiva delle perdite economiche provocate dalla siccità nel 2026.
Ma il problema potrebbe diventare più serio se il deficit delle precipitazioni dovesse prolungarsi.
È forse questo l’aspetto che interessa maggiormente la popolazione.
La diminuzione della portata dei fiumi sta già producendo conseguenze sul servizio idrico in alcune zone.
La CAASD, l’ente che gestisce il servizio di acqua potabile nell’area di Santo Domingo, ha segnalato riduzioni della pressione e interruzioni in alcuni settori, soprattutto a causa della diminuzione delle portate dei fiumi Duey e Isa-Mana.
Nel mese di luglio sono stati interessati, tra gli altri, Los Alcarrizos, Pedro Brand, Pantoja e Los Girasoles, oltre ad alcune zone residenziali dell’avenida República de Colombia.
Per chi apre un rubinetto e trova poca pressione o addirittura nessuna acqua, la parola “siccità” smette naturalmente di essere un concetto meteorologico e diventa un problema quotidiano.
C’è però una buona notizia.
L’INDRHI assicura che le principali dighe del Paese mantengono livelli di riserva considerati favorevoli.
La maggior parte degli invasi presenta livelli compresi tra il 60% e l’80%, mentre alcune dighe hanno percentuali ancora più elevate. Monción, per esempio, è indicata al 92,6%, mentre Rincón è al 67,8%.
Secondo l’istituto, le riserve attuali sarebbero sufficienti a garantire per quattro o cinque mesi la domanda di acqua potabile, irrigazione e produzione di energia elettrica.
È una notizia rassicurante.
Ma non significa che il problema possa essere ignorato.
Se le piogge dovessero tornare regolari, le riserve degli invasi permetterebbero probabilmente di superare senza conseguenze gravi questa fase.
Se invece il deficit dovesse continuare per molti altri mesi, la situazione diventerebbe inevitabilmente più complicata.
Ed è proprio qui che le previsioni per agosto, settembre e ottobre meritano attenzione: il Ministero dell’Agricoltura prevede precipitazioni inferiori alla norma in diverse aree del Paese.
La Repubblica Dominicana entra inoltre proprio nel periodo dell’anno nel quale normalmente si presta grande attenzione alle precipitazioni tropicali e ai sistemi atmosferici.
La situazione attuale dimostra ancora una volta quanto sia particolare il clima dominicano.
Siamo abituati a pensare alla Repubblica Dominicana come a un Paese tropicale dove la pioggia non manca.
Ma avere un clima tropicale non significa avere precipitazioni distribuite regolarmente.
Si può passare rapidamente da periodi di siccità a piogge torrenziali, con conseguenze opposte: prima la mancanza d’acqua, poi alluvioni e inondazioni.
Ed è proprio per questo che la gestione delle risorse idriche diventa sempre più importante.
Per il momento non siamo davanti a una situazione di emergenza nazionale per l’acqua potabile.
Le dighe hanno ancora riserve importanti e le autorità assicurano che il sistema è in grado di garantire il servizio nei prossimi mesi.
Ma sarebbe un errore aspettare che le riserve scendano a livelli critici prima di cominciare a parlare seriamente di risparmio dell’acqua, manutenzione delle reti, protezione delle sorgenti e gestione delle risorse idriche.
La siccità è un fenomeno naturale.
La scarsità d’acqua, invece, può essere aggravata da sprechi, perdite nelle reti e cattiva gestione.
E su questo possiamo intervenire.
Perché oggi le dighe dominicane sono ancora in grado di offrire una certa tranquillità.
Ma la domanda è semplice: continuerà a piovere abbastanza prima che quelle riserve comincino a scendere davvero?
È una domanda alla quale, nei prossimi mesi, la Repubblica Dominicana dovrà dare una risposta.

El Salvador sta vivendo una stagione turistica particolarmente intensa.
In occasione delle Fiestas Agostinas, le celebrazioni dedicate al Divino Salvador del Mundo che si svolgono ogni anno nella capitale San Salvador, il Paese si prepara ad accogliere circa 91.000 visitatori internazionali.

Un numero significativo per un Paese che fino a pochi anni fa non figurava tra le principali destinazioni turistiche dell’America Centrale e che oggi sta cercando di costruire una nuova immagine internazionale.
Per molti anni, quando si parlava di El Salvador, le prime parole che venivano in mente non erano turismo, spiagge o cultura.
Erano soprattutto violenza, bande criminali e insicurezza.
La situazione è profondamente cambiata negli ultimi anni e questo cambiamento ha avuto conseguenze anche sull’immagine internazionale del Paese.
Il governo di Nayib Bukele ha costruito gran parte della propria politica sulla lotta alle organizzazioni criminali e sulla sicurezza. Una strategia fortemente contestata da organizzazioni per i diritti umani, ma che ha prodotto anche una drastica riduzione degli omicidi.
Il risultato è che oggi El Salvador può presentarsi al turista internazionale con un messaggio molto diverso rispetto al passato:
venire a visitare il Paese è più sicuro di quanto molti stranieri immaginino.
Le celebrazioni di agosto rappresentano uno degli appuntamenti più importanti del calendario salvadoregno.
San Salvador si riempie di eventi religiosi, spettacoli, manifestazioni culturali, gastronomia e iniziative dedicate alle famiglie.
La festa religiosa dedicata al Divino Salvador del Mundo è il cuore della celebrazione, ma attorno all’evento si è sviluppata una vera e propria stagione turistica.
Per il 2026 le autorità prevedono circa 91.000 arrivi internazionali durante il periodo delle vacanze.
È un dato che mostra quanto il turismo sia diventato importante per l’economia salvadoregna.
Il vero obiettivo è molto più ambizioso.
Il Paese vuole convincere i visitatori a fermarsi più a lungo e a scoprire un territorio che offre molto più della capitale.
Ci sono le spiagge del Pacifico, diventate particolarmente conosciute tra gli appassionati di surf, i vulcani, i parchi naturali, i siti archeologici e le cittadine coloniali.
Una delle destinazioni più conosciute è Suchitoto, città storica caratterizzata da edifici coloniali e da una forte attività culturale.
Poi ci sono i vulcani, i laghi e le numerose località costiere.
In un Paese relativamente piccolo è possibile passare in poche ore dalla città alla montagna e dalla montagna all’oceano.
Uno dei settori sui quali El Salvador sta puntando maggiormente è il turismo legato al surf.
Le coste del Pacifico offrono condizioni particolarmente favorevoli e alcune località sono diventate conosciute a livello internazionale.
Il surf ha inoltre un vantaggio importante: porta nel Paese una clientela giovane e internazionale che tende a soggiornare più a lungo rispetto al turista che visita una destinazione soltanto per pochi giorni.
Intorno al surf stanno crescendo alberghi, ristoranti, scuole, servizi turistici e attività legate al tempo libero.
Per il turista italiano El Salvador potrebbe rappresentare una destinazione ancora poco conosciuta.
Ed è proprio questo uno dei suoi punti di forza.
Chi cerca una vacanza nell’America Centrale normalmente pensa prima a Costa Rica, Messico, Guatemala o Panama.
El Salvador rimane spesso fuori dai circuiti tradizionali.
Ma per chi è disposto a scoprire una destinazione meno frequentata, il Paese offre una combinazione interessante di natura, cultura, mare e gastronomia.
Naturalmente prima di partire è necessario informarsi sulle condizioni di sicurezza, sulle zone consigliate e sulle indicazioni ufficiali di viaggio.
Il problema è che costruire una nuova immagine turistica non significa soltanto abbassare il numero degli omicidi.
Significa creare infrastrutture, migliorare i trasporti, formare operatori turistici, proteggere il patrimonio naturale e culturale e soprattutto mantenere nel tempo gli standard di sicurezza.
Significa anche convincere il turista straniero che la sicurezza non è soltanto una campagna pubblicitaria.
È una condizione reale.
Perché il turismo è estremamente sensibile alla reputazione di un Paese.
Un visitatore può essere disposto a spendere denaro per una vacanza, ma difficilmente sceglierà una destinazione nella quale teme per la propria sicurezza.
La trasformazione dell’immagine di El Salvador è quindi uno degli aspetti più interessanti dell’America Centrale contemporanea.
Il Paese non è ancora diventato una grande potenza turistica regionale.
Ma i segnali ci sono.
Le 91.000 presenze internazionali attese per le Fiestas Agostinas rappresentano soltanto uno degli indicatori di una strategia più ampia.
Adesso la sfida sarà trasformare la curiosità in turismo stabile.
Fare in modo che chi arriva per le feste torni per le spiagge.
Chi arriva per il surf scopra i vulcani.
Chi visita San Salvador decida di conoscere anche l’interno del Paese.
E soprattutto convincere sempre più stranieri, compresi gli italiani, che El Salvador non è più soltanto il Paese che ricordavano dalle cronache del passato.
È un Paese che sta cercando di raccontarsi in modo nuovo. E il turismo potrebbe essere uno dei capitoli più importanti di questa nuova storia.