Nuova cedula, stranieri penalizzati: in Repubblica Dominicana due pesi e due misure?

fila ante la junta central electoral

Ai dominicani quasi un anno per rinnovare il documento e centinaia di centri a disposizione. Agli stranieri residenti legali, invece, soltanto tre sedi in tutto il Paese e meno di sei mesi per mettersi in regola. Perché questa disparità?

fila ante la junta central electoral

La Junta Central Electoral ha avviato il rinnovo della cedula, il documento d’identità dominicano, introducendo un nuovo formato destinato a sostituire quello attualmente in circolazione. Un’operazione importante, necessaria per aggiornare il sistema di identificazione del Paese. Fin qui, nulla da obiettare.

Il problema nasce quando si guarda a come è stato organizzato il servizio per le due categorie interessate: i cittadini dominicani e gli stranieri residenti legalmente nella Repubblica Dominicana.

Per i dominicani il processo è iniziato il 12 aprile 2026 e si concluderà il 31 marzo 2027. La rete di assistenza è estesa a tutto il territorio nazionale, con numerosi centri di cedulazione distribuiti nelle diverse province e località. In pratica, la possibilità di rinnovare il documento è stata portata vicino alla popolazione.

Per gli stranieri residenti legali, invece, la situazione è ben diversa. La procedura è stata organizzata attraverso appena tre centri specializzati: Santo Domingo, Santiago de los Caballeros e Verón, nella zona turistica di Bávaro-Punta Cana. E anche per loro la scadenza indicata è il 31 marzo 2027, ma il tempo utile per completare il rinnovo è molto più breve.

Tre centri per un intero Paese

Proviamo a immaginare la situazione di un residente straniero che vive lontano da queste tre località. Per rinnovare un documento indispensabile nella vita quotidiana potrebbe essere costretto a organizzare un viaggio, sostenere spese di trasporto, affrontare ore di spostamenti e perdere una giornata di lavoro. E tutto questo senza contare eventuali attese, ritardi o la necessità di tornare una seconda volta per completare la procedura.

Non tutti hanno la possibilità di lasciare il lavoro, pagare un viaggio o affrontare lunghi tragitti con la stessa facilità. Per un pensionato, un lavoratore autonomo, un piccolo imprenditore o una persona con difficoltà di mobilità, il problema può diventare ancora più pesante.

E allora la domanda è inevitabile: perché un cittadino dominicano può trovare un centro vicino a casa, mentre un residente straniero deve spesso attraversare mezza Repubblica Dominicana per ottenere lo stesso documento?

La JCE avrà certamente le sue ragioni organizzative e tecniche. Ma proprio per questo sarebbe opportuno che le spiegasse chiaramente, indicando perché non sia possibile ampliare la rete dei centri anche per gli stranieri o almeno predisporre punti temporanei nelle principali province.

La scadenza non conta più?

C’è un aspetto ancora più difficile da comprendere: devono cambiare la cedula anche coloro che ne possiedono una con scadenza fissata molto più avanti nel tempo. In altre parole, anche chi aveva pagato per un documento valido ancora per diversi anni deve ora adeguarsi al nuovo calendario.

Molti stranieri avevano scelto una validità più lunga proprio per evitare di dover tornare periodicamente alla JCE di Santo Domingo, affrontando viaggi, spese e perdite di giornate lavorative. Una scelta ragionevole, fatta sulla base delle condizioni allora previste.

Adesso, però, quelle scadenze sembrano non contare più. E viene spontaneo chiedersi: perché non consentire a chi possiede una cedula ancora valida di utilizzarla fino alla scadenza originaria, programmando la sostituzione in quel momento?

Immaginate una partita di calcio: le squadre iniziano a giocare secondo un regolamento preciso, ma all’inizio del secondo tempo l’arbitro comunica che da quel momento le regole sono cambiate. Che cosa succederebbe? Proteste, contestazioni e inevitabili polemiche.

La situazione non è identica, naturalmente, ma il principio è chiaro: cambiare le regole in corsa può avere conseguenze concrete su chi ha organizzato la propria vita facendo affidamento su quelle regole.

La JCE potrà avere le sue ragioni tecniche per introdurre un nuovo documento. Ma sarebbe stato ragionevole prevedere una transizione rispettosa delle scadenze già assegnate, oppure offrire modalità di rinnovo accessibili anche a chi vive lontano dai tre centri autorizzati.

Perché la modernizzazione è necessaria, ma non dovrebbe trasformarsi in un conto imprevisto da far pagare a chi ha già rispettato le procedure e sostenuto i costi richiesti.

Gli stranieri contribuiscono all’economia dominicana

C’è poi un altro aspetto che non dovrebbe essere sottovalutato. Gli stranieri residenti legalmente non sono una presenza marginale nella società dominicana. Molti lavorano, gestiscono attività commerciali, acquistano immobili, investono capitali, pagano imposte e contribuiscono allo sviluppo economico del Paese.

Nel settore turistico, in particolare, gli investimenti stranieri e la presenza di residenti provenienti da altri Paesi rappresentano una componente importante dell’economia. Alberghi, ristoranti, servizi, attività immobiliari e imprese di ogni dimensione beneficiano anche del contributo di chi ha scelto la Repubblica Dominicana come luogo in cui vivere e lavorare.

Non si tratta di chiedere privilegi, né di pretendere che gli stranieri siano trattati meglio dei dominicani. Si chiede semplicemente che siano messi nelle condizioni di adempiere agli obblighi amministrativi senza ostacoli sproporzionati.

Se il documento è obbligatorio e la sua sostituzione è richiesta entro una data precisa, l’amministrazione dovrebbe organizzare un servizio concretamente accessibile anche a chi non vive nelle tre città individuate.

Perché tempi diversi?

Il calendario solleva un’altra questione. Per i cittadini dominicani il processo si sviluppa su quasi dodici mesi; per gli stranieri, secondo il calendario previsto, la finestra disponibile è inferiore a sei mesi.

Perché questa differenza? Si tratta di una necessità tecnica legata alla gestione dei documenti degli stranieri, di una questione di personale, di procedure biometriche differenti oppure di una scelta organizzativa mai spiegata in modo sufficientemente chiaro?

Sono domande legittime. Non è necessario parlare subito di discriminazione intenzionale per riconoscere che una misura può produrre effetti discriminatori nella pratica, soprattutto quando impone costi e difficoltà molto diversi a persone che devono comunque rispettare la stessa scadenza.

La JCE dovrebbe chiarire anche un altro punto fondamentale: cosa accadrà agli stranieri che, pur volendo rinnovare la cedula entro i termini, non riusciranno a ottenere un appuntamento o non potranno raggiungere una delle tre sedi? Sarebbe ingiusto che eventuali difficoltà generate dall’organizzazione del servizio ricadessero proprio sugli utenti.

E chi, per motivi di salute, non può affrontare un viaggio di diverse ore? Anche queste persone devono poter rinnovare il documento senza essere costrette a mettere a rischio il proprio benessere o a sostenere ulteriori spese per assistenza e trasporto. La JCE ha previsto una procedura alternativa per gli stranieri con gravi problemi di salute o impossibilitati a spostarsi? Anche su questo punto sarebbe necessaria una risposta chiara.

La JCE ascolti anche i residenti stranieri

La Repubblica Dominicana ha tutto l’interesse a modernizzare i propri documenti d’identità e a rendere più efficiente la pubblica amministrazione. Ma modernizzare significa anche rendere i servizi più accessibili, non creare ostacoli aggiuntivi a chi deve utilizzarli.

Per questo rivolgiamo un appello alla Junta Central Electoral: spieghi le ragioni di questa differenza di trattamento e valuti la possibilità di ampliare i centri per la cedulazione degli stranieri, organizzare giornate straordinarie nelle province più lontane o introdurre altre soluzioni che evitino viaggi onerosi e perdite di giornate lavorative.

Chi vive legalmente in questo Paese, contribuisce alla sua economia e rispetta le sue leggi merita un servizio efficiente e ragionevolmente accessibile.

La domanda, in fondo, è semplice: se ai dominicani viene offerta una rete di centri vicini e quasi un anno di tempo, perché agli stranieri non può essere garantita un’organizzazione altrettanto ragionevole?

Non chiediamo corsie preferenziali. Chiediamo buon senso, trasparenza e rispetto per tutti i residenti legali. Perché l’efficienza dello Stato si misura anche dalla capacità di non trasformare il rinnovo di un documento in un viaggio costoso, faticoso e complicato.




Stipendi dei magistrati, scoppia la polemica: fino a 100.000 euro tra aumenti e arretrati

giustizia tra toghe, documenti e martello ghiacciato

La partita vale circa un miliardo di euro per le casse pubbliche. Giorgia Meloni frena sul provvedimento, mentre l’Associazione nazionale magistrati valuta il ricorso. Al centro della controversia gli adeguamenti retributivi retroattivi riconosciuti dai giudici amministrativi.

giustizia tra toghe, documenti e martello ghiacciato

Una cifra che fa discutere, soprattutto in un Paese dove milioni di famiglie devono fare i conti con il costo della vita, le bollette e stipendi che faticano a tenere il passo con l’inflazione. In Italia è polemica sugli aumenti retributivi dei magistrati: tra arretrati e maggiori compensi annuali, la somma potenziale indicata nelle ricostruzioni giornalistiche arriva a circa 100.000 euro per magistrato, con un costo complessivo stimato attorno al miliardo di euro.

La vicenda è tornata al centro del dibattito dopo che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha manifestato l’intenzione di non firmare il decreto necessario a dare attuazione agli aumenti. Una scelta che ha aperto un nuovo fronte di tensione tra Palazzo Chigi e la magistratura.

Da dove nasce la controversia

La questione riguarda il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni dei magistrati, una categoria che non segue il normale sistema dei contratti collettivi del pubblico impiego. Gli stipendi vengono aggiornati sulla base di parametri collegati agli incrementi riconosciuti ad altre categorie di dipendenti pubblici.

L’Associazione nazionale magistrati ha contestato i criteri utilizzati dal governo per calcolare gli adeguamenti relativi agli anni precedenti. I ricorsi hanno portato a decisioni favorevoli alla categoria da parte del Consiglio di Stato e del Tar del Lazio, che hanno chiesto di rivedere i calcoli e riconoscere le differenze retributive dovute.

La controversia riguarda diversi periodi di riferimento, compresi quelli dal 2018 in avanti. Da qui la possibilità che, oltre agli incrementi futuri, debbano essere liquidati arretrati per gli anni passati.

Un miliardo a carico dello Stato?

Secondo le stime riportate da La Verità, la somma potrebbe tradursi in circa 70.000 euro di arretrati e in un incremento retributivo annuo nell’ordine dei 20.000 euro per magistrato. Sono cifre indicative, oggetto di contestazione e da verificare sulla base dei conteggi definitivi: non significa che ogni magistrato riceverà necessariamente la stessa somma.

Il costo complessivo per le finanze pubbliche è stato stimato intorno a un miliardo di euro. Una cifra considerevole, che alimenta le polemiche in una fase in cui il governo deve trovare risorse per sostenere famiglie, imprese, sanità e servizi pubblici.

La questione non riguarda, tuttavia, un aumento deciso semplicemente per scelta politica: alla base ci sono provvedimenti giudiziari che hanno contestato il metodo con cui erano stati determinati gli adeguamenti. È proprio questo il nodo istituzionale del confronto: come conciliare l’esecuzione delle decisioni giudiziarie con le valutazioni del governo sulle disponibilità di bilancio?

Meloni frena, l’Anm valuta le contromosse

La decisione della premier di bloccare la firma del decreto ha provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati. L’Anm ha fatto sapere che potrebbe ricorrere agli strumenti previsti dall’ordinamento per tutelare quelli che considera diritti retributivi della categoria.

Si profila così un confronto delicato: da una parte, il governo sostiene di dover tenere conto delle priorità economiche del Paese; dall’altra, i magistrati rivendicano il riconoscimento degli adeguamenti stabiliti attraverso le decisioni dei giudici amministrativi.

La vicenda assume un significato ancora più sensibile perché coinvolge una categoria chiamata a esercitare il potere giudiziario e, al tempo stesso, destinataria di decisioni che incidono direttamente sulle proprie retribuzioni. Un elemento che alimenta il dibattito pubblico, pur senza dimostrare di per sé alcuna irregolarità.

Il problema della disparità percepita

La polemica si concentra soprattutto sul confronto con il resto del mondo del lavoro. Molti dipendenti pubblici attendono rinnovi contrattuali e aumenti che, una volta rapportati al costo della vita, possono risultare insufficienti. Pensionati e famiglie con redditi modesti chiedono interventi concreti contro il caro energia e la perdita del potere d’acquisto.

È in questo contesto che una possibile operazione da un miliardo di euro suscita interrogativi e malumori. Il punto politico è inevitabile: quali risorse sono disponibili per le diverse categorie e secondo quali criteri vengono stabilite le priorità?

La risposta, però, non può prescindere dal quadro giuridico. Se le decisioni dei giudici amministrativi riconoscono differenze retributive dovute, il governo deve affrontare il problema nelle forme consentite dalla legge, senza trasformare la questione in un semplice scontro tra categorie.

Per ora restano da chiarire l’entità definitiva degli importi, le modalità di attuazione delle decisioni e gli eventuali sviluppi del contenzioso. Una cosa è certa: la vicenda ha riaperto il dibattito su stipendi pubblici, equità e uso delle risorse dello Stato. E, mentre i conti vengono esaminati nelle sedi istituzionali, la domanda che molti contribuenti si pongono è semplice: chi paga, e quali altre priorità rischiano di restare senza risorse?




Honduras, la guerra alla siccità: aerei seminano le nuvole per far piovere

avión sembrador sobre valle y embalse

L’acqua arriva ormai a intermittenza in alcune zone della capitale, mentre migliaia di famiglie rurali hanno perso i raccolti. Il governo ha finanziato voli con ioduro d’argento per stimolare le precipitazioni, ma gli esperti avvertono: la tecnologia non può risolvere da sola una crisi idrica di queste dimensioni.

avión sembrador sobre valle y embalse

In Honduras la speranza di vedere arrivare la pioggia viaggia anche a bordo di un aereo. Di fronte a una grave emergenza idrica, aggravata dalla siccità e dal fenomeno climatico El Niño, il governo ha avviato un programma di stimolazione artificiale delle nuvole: velivoli sorvolano le aree più colpite e disperdono ioduro d’argento per favorire la formazione delle gocce d’acqua e aumentare le precipitazioni.

L’iniziativa, affidata alla società messicana Startup Renaissance, punta soprattutto a sostenere le zone agricole del cosiddetto Corredor Seco, la fascia dell’America centrale particolarmente vulnerabile alla mancanza di piogge. Secondo la Secretaría de Agricultura y Ganadería honduregna, il programma prevede circa venti voli e mira a intervenire su aree agricole e bacini idrici strategici. A metà ottobre le autorità avevano comunicato di averne già effettuati diciotto.

Quando l’acqua arriva ogni nove giorni

La crisi si misura soprattutto nella vita quotidiana. A Tegucigalpa e nella vicina Comayagüela, la distribuzione dell’acqua è stata sottoposta a forti razionamenti: in alcuni quartieri, secondo le testimonianze raccolte da El País, i residenti possono attendere anche nove giorni, e in precedenza fino a quattordici, per ricevere acqua dai rubinetti per poche ore.

Le famiglie si organizzano come possono. Secchi, bottiglie e recipienti vengono sistemati nei cortili e sulle terrazze per raccogliere ogni goccia di pioggia. Per chi non dispone di cisterne o non può permettersi di acquistare acqua da fornitori privati, anche le attività più semplici diventano difficili: lavare i piatti, fare il bucato, garantire l’igiene dei bambini.

Nelle campagne la situazione è altrettanto preoccupante. Nel Corredor Seco, migliaia di famiglie contadine devono fare i conti con raccolti perduti e redditi compromessi. Quando la terra non produce, la crisi alimentare si trasforma rapidamente in una crisi economica e sociale. E per alcune famiglie l’idea di emigrare torna a sembrare l’unica possibilità.

Come funziona la «semina delle nuvole»

La tecnica non crea nuvole dal nulla e non può far piovere in un cielo completamente sereno. Gli aerei devono individuare formazioni nuvolose con condizioni adeguate di umidità e temperatura. In queste nubi viene disperso ioduro d’argento, una sostanza che può favorire i processi di formazione dei cristalli di ghiaccio e delle gocce, aumentando in determinate circostanze la probabilità di precipitazioni.

Il governo honduregno considera il programma una misura d’emergenza per sostenere agricoltura, allevamento e riserve idriche. Ma sull’efficacia reale della tecnica gli esperti invitano alla prudenza.

Le stime sui possibili incrementi delle precipitazioni variano sensibilmente e dipendono dalle condizioni meteorologiche. La stessa Organizzazione meteorologica mondiale sottolinea che la modifica artificiale delle precipitazioni resta un campo di ricerca complesso, nel quale è difficile attribuire con certezza a un intervento le piogge effettivamente cadute. La tecnica, inoltre, non può sostituire le politiche di gestione dell’acqua e non è sufficiente a cancellare una siccità prolungata.

Una soluzione d’emergenza, non una risposta definitiva

L’iniziativa ha suscitato speranze, ma anche dubbi. Gli agricoltori hanno bisogno di pioggia per salvare le coltivazioni; le città devono ricostituire le riserve dei bacini; le famiglie chiedono un servizio idrico affidabile. In una situazione simile, ogni possibilità di aumentare le precipitazioni merita di essere valutata, purché i risultati vengano misurati con criteri scientifici e indipendenti.

Il rischio è però affidarsi troppo a una soluzione spettacolare, trascurando interventi meno visibili ma indispensabili: ridurre le perdite nelle reti idriche, migliorare la capacità di raccolta e conservazione dell’acqua piovana, proteggere i bacini e sostenere le comunità agricole nelle stagioni difficili.

La crisi honduregna racconta una realtà che riguarda l’intera America centrale: quando le piogge diventano imprevedibili, a pagare il prezzo più alto sono spesso le famiglie con meno risorse per adattarsi.

Un aereo può tentare di stimolare una nube. Ma per garantire acqua a milioni di persone servono anche infrastrutture, pianificazione e investimenti duraturi. Perché la pioggia può offrire una tregua; non può, da sola, risolvere un’emergenza che si accumula da anni.




L’Amerigo Vespucci compie 95 anni e riceve il Columbus International Award

velero majestuoso frente a venecia

A Venezia il prestigioso veliero della Marina Militare è stato premiato per il suo ruolo di ambasciatore del Made in Italy nel mondo. Riconoscimento anche al comandante Nicasio Falica, alla guida della nave scuola.

velero majestuoso frente a venecia

Novantacinque anni di storia, navigazione e tradizione marinara, portando nel mondo l’immagine e l’eccellenza dell’Italia. L’Amerigo Vespucci, il celebre veliero della Marina Militare considerato uno dei simboli più riconoscibili del Paese, ha ricevuto il Columbus International Award, giunto quest’anno alla sua decima edizione.

La cerimonia si è svolta a Venezia, a bordo della nave scuola, nell’ambito delle celebrazioni per il 95° anniversario della sua attività. La delegazione della Fondazione ITALY, guidata dal presidente Massimiliano Ferrara, ideatore e fondatore del premio, è stata accolta dal comandante Nicasio Falica insieme a una rappresentanza di ufficiali, sottufficiali, allievi e marinai.

Il riconoscimento è stato assegnato in due categorie. La sezione Excellence è andata all’Amerigo Vespucci, per il suo ruolo di ambasciatrice itinerante del Made in Italy e della tradizione marittima nazionale. La sezione Amazing è stata invece conferita al comandante Nicasio Falica, per la capacità di guidare il veliero e rappresentare le istituzioni italiane nei contesti internazionali.

Un simbolo dell’Italia nel mondo

Varata il 22 febbraio 1931 nei cantieri di Castellammare di Stabia, l’Amerigo Vespucci è la più antica nave ancora in servizio nella Marina Militare italiana. Da quasi un secolo svolge un ruolo fondamentale nella formazione degli allievi ufficiali dell’Accademia Navale di Livorno, coniugando addestramento, disciplina marinaresca e valorizzazione delle tradizioni nazionali.

La sua fama ha superato da tempo i confini italiani. Il soprannome di «nave più bella del mondo», associato al celebre incontro del 1962 con la portaerei statunitense USS Independence, ha contribuito a renderla un’icona internazionale.

Il suo motto, «Non chi comincia ma quel che persevera», esprime una filosofia che accompagna generazioni di marinai e che continua a caratterizzare le missioni del veliero.

Nel 2026 la nave è stata nuovamente protagonista di una lunga campagna internazionale, attraversando l’Atlantico e facendo tappa in importanti porti del Nord America, tra cui Baltimora, New York, Boston, Québec City e Montréal. Un itinerario che ha rafforzato il suo ruolo di ambasciatrice dell’Italia, della cultura e delle capacità produttive nazionali.

Il premio e la promozione del Made in Italy

Il Columbus International Award intende valorizzare personalità, istituzioni e realtà che contribuiscono a promuovere l’eccellenza italiana, le sue radici culturali e la sua presenza internazionale. L’edizione veneziana, patrocinata dalla Commissione europea, ha trovato nell’Amerigo Vespucci un destinatario particolarmente significativo.

Alla nave è stato riconosciuto il valore di una tradizione che unisce maestria artigianale, professionalità, rigore marinaresco e spirito di esplorazione. Al comandante Falica è stato attribuito il merito di custodire questi valori e di rappresentare con autorevolezza l’Italia durante le missioni internazionali.

Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, il vicepresidente della Fondazione ITALY Pasqualino Buonfiglio, Cristian Lochis in rappresentanza di General Fruit e Polot 1882, il presidente del Gruppo Netweek Gianfranco Sciscione e il professor Leopoldo Rizzi.

Nel corso dell’incontro sono stati consegnati premi in ceramica artigianale realizzati dalla Bottega Branca di Agostino Branca, certificati commemorativi e il primo esemplare del cofanetto «Columbus Collection», una linea di preparati analcolici sviluppata da General Fruit in collaborazione con la Fondazione ITALY.

Una storia che continua a navigare

Il riconoscimento all’Amerigo Vespucci celebra molto più di una nave: racconta la continuità di un patrimonio fatto di competenza, formazione, tradizione e capacità di dialogare con il mondo. In un’epoca in cui la promozione internazionale del Made in Italy assume un valore strategico, il veliero continua a rappresentare un’immagine dell’Italia capace di coniugare storia e futuro.

La decima edizione del Columbus International Award conferma così la propria vocazione internazionale, dopo le precedenti tappe a Genova, Miami, Roma, Rio de Janeiro, Amelia e New York.

A 95 anni dal varo, l’Amerigo Vespucci prosegue il suo viaggio: non soltanto come nave scuola della Marina Militare, ma come ambasciatrice di un’Italia che trova nel mare, nella cultura e nel lavoro una parte essenziale della propria identità.




Italia e Repubblica Dominicana rafforzano i rapporti: firmata a Roma una nuova intesa strategica

encuentro diplomático entre italia y república dominicana(1)

Tajani e Abinader sottoscrivono il Partenariato Rafforzato per ampliare commercio, investimenti e cooperazione. Ma per gli italiani residenti nei Caraibi resta aperta una questione importante: l’assenza di una convenzione bilaterale contro le doppie imposizioni fiscali.

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Italia e Repubblica Dominicana puntano a rafforzare ulteriormente i loro rapporti politici ed economici. Il 14 ottobre, a Roma, il ministro degli Affari Esteri italiano Antonio Tajani e il presidente dominicano Luis Abinader hanno firmato la Dichiarazione di Partenariato Rafforzato, un documento che definisce le priorità della collaborazione tra i due Paesi e apre la strada a nuove iniziative congiunte.

L’intesa nasce in una fase di crescita delle relazioni commerciali. Nel 2025 l’interscambio tra Italia e Repubblica Dominicana ha raggiunto 595 milioni di euro, con esportazioni italiane pari a 518 milioni e importazioni dominicane per 78 milioni. Rispetto al 2019, il valore complessivo degli scambi è aumentato del 46,2%. L’Italia è oggi il secondo partner commerciale europeo della Repubblica Dominicana, dopo la Spagna.

Dalle imprese alla sicurezza: i settori della cooperazione

La dichiarazione individua diversi ambiti prioritari, a partire dal commercio e dagli investimenti produttivi. L’obiettivo è favorire i contatti tra le imprese, promuovere nuove opportunità per le piccole e medie aziende e valorizzare la complementarità tra la capacità industriale e tecnologica italiana e le esigenze di sviluppo dell’economia dominicana.

Tra i settori indicati figurano turismo e ospitalità, infrastrutture e porti, trasporti aerei civili, costruzioni, agroindustria, macchinari, energia, biomedicina e industria della difesa. La cooperazione riguarderà inoltre la giustizia, la sicurezza e il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, al riciclaggio e ai traffici illeciti.

Un capitolo significativo è dedicato anche alla ricerca scientifica, alle università, agli scambi culturali, allo sport e all’innovazione. Sono previste prospettive di collaborazione in materia di clima, tecnologie spaziali, osservazione della Terra, biotecnologie e cybersicurezza, oltre alla promozione della lingua e della cultura italiana nella Repubblica Dominicana e di quella dominicana in Italia.

Il documento incoraggia inoltre iniziative per favorire nuovi collegamenti e collaborazioni nel trasporto aereo civile, un settore di particolare interesse per due Paesi legati anche da consistenti comunità di residenti e da intensi flussi turistici e familiari.

Un’intesa politica, non un trattato vincolante

La dichiarazione rappresenta un indirizzo politico condiviso, ma non è un accordo internazionale giuridicamente vincolante. Non crea quindi, da sola, obblighi legali internazionali per i due governi.

Il coordinamento delle iniziative sarà affidato alla Farnesina e al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Dominicana, con verifiche periodiche attraverso i meccanismi bilaterali già esistenti. Il risultato concreto dell’intesa dipenderà pertanto dai progetti che verranno sviluppati, dalle risorse messe a disposizione e dalla capacità di trasformare gli impegni politici in opportunità effettive per imprese e cittadini.

Il nodo fiscale per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana

Accanto alle prospettive di crescita economica, resta un tema di grande interesse per la comunità italiana residente nella Repubblica Dominicana: l’assenza di una convenzione bilaterale generale contro le doppie imposizioni fiscali tra i due Paesi.

La questione è particolarmente rilevante per chi percepisce una pensione italiana, possiede investimenti o ricava redditi dall’Italia dopo essersi trasferito nei Caraibi. In assenza di una convenzione, non esiste un accordo bilaterale che stabilisca in modo specifico quale dei due Stati abbia il diritto di tassare le diverse categorie di reddito e quali agevolazioni siano applicabili.

È tuttavia importante evitare semplificazioni: il trattamento fiscale dipende dalla residenza fiscale effettiva, dalla natura del reddito e dalle norme applicabili nei due Paesi. Non è quindi corretto affermare in assoluto che tutti i redditi esteri siano esenti nella Repubblica Dominicana o che ogni pensionato residente all’estero debba necessariamente essere tassato in Italia allo stesso modo.

Per le pensioni italiane, in particolare, le regole possono variare anche in base alla natura pubblica o privata della prestazione e alla situazione individuale. L’assenza di una convenzione bilaterale rende più difficile ottenere i benefici previsti dagli accordi fiscali internazionali e può richiedere una verifica professionale caso per caso.

Dalla diplomazia ai risultati concreti

La firma del Partenariato Rafforzato conferma la volontà di Roma e Santo Domingo di consolidare una relazione che coinvolge non soltanto governi e imprese, ma anche cittadini, professionisti e comunità residenti nei due Paesi.

La sfida sarà ora passare dalle dichiarazioni ai risultati: più investimenti, nuovi progetti industriali, maggiori scambi culturali e una cooperazione più efficace. Per la comunità italiana nella Repubblica Dominicana, il rafforzamento dei rapporti bilaterali potrebbe rappresentare anche l’occasione per portare all’attenzione delle autorità questioni pratiche che incidono sulla vita quotidiana, compresa quella fiscale.

L’intesa del 14 ottobre costituisce dunque un nuovo punto di partenza. La sua importanza si misurerà nei prossimi mesi, quando sarà possibile verificare quali iniziative saranno effettivamente avviate e quali benefici concreti arriveranno ai due Paesi.




Papa Leone XIV lascia il Gemelli: i medici danno il via libera alle dimissioni

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Dopo l’intervento al polmone destro, il Pontefice rientra oggi in Vaticano. Domenica 18 ottobre reciterà l’Angelus dalla finestra dell’appartamento pontificio.

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Buone notizie per Papa Leone XIV: i medici del Policlinico Gemelli hanno dato il via libera alle sue dimissioni, dopo l’intervento chirurgico al polmone destro eseguito martedì 13 ottobre. Il Pontefice lascerà l’ospedale nel primo pomeriggio di oggi per fare ritorno in Vaticano.

La decisione è stata presa sulla base degli esami del sangue, del controllo radiologico del torace e della valutazione complessiva delle condizioni cliniche. «Il Santo Padre è stato giudicato idoneo alla dimissione», hanno comunicato il dottor Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora, responsabili del monitoraggio postoperatorio.

L’intervento aveva comportato l’asportazione del lobo inferiore del polmone destro. L’esame istologico aveva confermato la presenza di un adenocarcinoma polmonare. L’operazione si era conclusa senza complicazioni e, nei giorni successivi, il Papa aveva mostrato un progressivo miglioramento, riprendendo le normali attività quotidiane, la fisioterapia respiratoria e anche alcuni impegni di lavoro.

Domenica l’Angelus dal Vaticano

Il primo appuntamento pubblico dopo il rientro sarà domenica 18 ottobre, quando Leone XIV reciterà l’Angelus dalla finestra dell’appartamento pontificio. Un segnale importante del recupero del Pontefice, che ha continuato a seguire le questioni della Chiesa anche durante il ricovero.

La dimissione, tuttavia, non significa che il percorso di recupero sia concluso. Il Papa dovrà continuare a rispettare le indicazioni dei medici e seguire l’evoluzione delle proprie condizioni di salute. Restano inoltre da valutare gli eventuali sviluppi clinici alla luce degli accertamenti successivi all’intervento.

Resta l’incognita del viaggio in America Latina

L’attenzione si concentra anche sul viaggio apostolico previsto dal 6 al 17 novembre, con tappe in Uruguay, Argentina e Perù. Il programma, particolarmente impegnativo per numero di spostamenti e appuntamenti, richiederà una valutazione attenta dei tempi di recupero, soprattutto dopo un intervento chirurgico al polmone.

Per ora, il rientro in Vaticano rappresenta una tappa positiva. I fedeli attendono di rivedere il Pontefice affacciarsi domenica per la preghiera dell’Angelus, mentre la Santa Sede continuerà a seguire l’evoluzione delle sue condizioni.

Fonte: comunicazioni della Sala Stampa della Santa Sede e aggiornamenti medici del Policlinico Gemelli.




Il Canada rischia di perdere l’Alberta? Carney scende in campo per fermare i separatisti

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La provincia del petrolio vota lunedì su un possibile percorso verso la separazione. Il referendum non proclamerà l’indipendenza, ma potrebbe aprire una crisi politica nazionale proprio mentre Ottawa affronta le tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

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Il Canada si prepara a una consultazione che potrebbe aprire una delle pagine più delicate della sua storia recente. Lunedì 19 ottobre gli elettori dell’Alberta saranno chiamati a esprimersi anche sul futuro della provincia all’interno della federazione canadese. Il primo ministro Mark Carney è sceso direttamente in campo per difendere l’unità nazionale e convincere gli abitanti a respingere l’ipotesi separatista.

Il voto, però, non è un referendum definitivo sull’indipendenza. La domanda sottoposta agli elettori chiede se l’Alberta debba rimanere una provincia canadese oppure avviare il percorso legale necessario per organizzare, in un secondo momento, una consultazione vincolante sulla separazione. Un eventuale risultato favorevole ai separatisti aprirebbe dunque una fase politica e costituzionale complessa, senza comportare un’immediata uscita dal Canada.

Il malcontento della provincia del petrolio

L’Alberta è una delle regioni economicamente più importanti del Paese, grazie alle sue immense risorse energetiche. Una parte del movimento separatista sostiene che la ricchezza prodotta dalla provincia contribuisca in misura eccessiva al sostegno delle altre regioni e che le politiche federali, soprattutto in materia energetica, limitino lo sviluppo dell’economia locale.

Il malcontento si è consolidato negli ultimi anni, alimentato dalle divergenze con Ottawa su regolamentazione, fiscalità e gestione delle risorse naturali. I separatisti ritengono che una maggiore autonomia, fino all’indipendenza, permetterebbe all’Alberta di decidere direttamente come utilizzare le proprie entrate e definire le proprie priorità.

La premier provinciale Danielle Smith, tuttavia, sostiene che l’Alberta debba rimanere in Canada. La consultazione comprende anche altre nove domande su immigrazione, accesso ai servizi pubblici e rapporti tra poteri provinciali e federali, temi sui quali il governo provinciale vuole ottenere un mandato più forte.

L’appello di Mark Carney: «Restiamo uniti»

A Calgary, Carney ha partecipato a un grande raduno a favore dell’unità canadese, invitando gli elettori a non trasformare la protesta contro il governo federale in un processo capace di dividere il Paese. Il premier ha riconosciuto che le rimostranze dell’Alberta meritano attenzione, ma ha avvertito che la separazione rischierebbe di provocare anni di incertezza e di compromettere progetti economici e infrastrutturali.

Il contesto internazionale rende la questione ancora più delicata. Il Canada è impegnato in una difficile fase di rapporti commerciali con gli Stati Uniti, tra tariffe e tensioni politiche. Carney ha sostenuto che, in un momento così complesso, le divisioni interne potrebbero indebolire la capacità del Paese di difendere i propri interessi.

L’indipendenza non sarebbe automatica

Anche se prevalesse l’opzione che chiede di avviare il percorso verso un referendum vincolante, la strada per la separazione resterebbe lunga. Il diritto costituzionale canadese non consente a una provincia di dichiararsi unilateralmente indipendente: un’eventuale secessione richiederebbe negoziati e modifiche costituzionali.

Ci sono inoltre questioni cruciali legate ai confini, ai debiti, alle risorse e ai servizi oggi gestiti dal governo federale. Le comunità indigene hanno sollevato ulteriori obiezioni, ricordando che i loro trattati territoriali precedono l’ingresso dell’Alberta nella Confederazione.

Il voto di lunedì sarà quindi soprattutto un test politico: misurerà la forza del separatismo e il livello di fiducia degli abitanti nella federazione canadese. Per Carney, la sfida è dimostrare che le aspirazioni dell’Alberta possono trovare risposta senza spezzare il Paese.

Il Canada non rischia necessariamente di perdere una delle sue province da un giorno all’altro. Ma il risultato potrebbe aprire una stagione di negoziati e tensioni destinata a pesare a lungo sul futuro della federazione.




Nella Repubblica Dominicana è già aria di Natale: tra addobbi, musica e la «brisa navideña»

mercado navideño tropical en ciudad colonial

Nei negozi sono comparsi alberi, ghirlande, presepi e decorazioni colorate. Per le strade risuonano le prime canzoni natalizie e, con l’arrivo della brezza più fresca della sera, si respira già l’atmosfera delle feste.

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In Repubblica Dominicana il Natale comincia ad arrivare molto prima che il calendario segni dicembre. Non servono ancora le feste ufficiali, né tantomeno il tradizionale conto alla rovescia: basta entrare in un centro commerciale, passeggiare davanti alle vetrine o fare un giro nei negozi per accorgersi che la stagione più attesa dell’anno sta già facendo capolino.

Sugli scaffali sono comparsi alberi di Natale di ogni dimensione, palline colorate, ghirlande, luci intermittenti, fiocchi rossi, presepi e statuine di Babbo Natale. Le vetrine si vestono di rosso, verde e oro, mentre i commercianti preparano le proprie esposizioni per attirare clienti e dare il via agli acquisti natalizi. C’è chi comincia a pensare all’albero da sistemare in casa e chi, ogni anno, non resiste alla tentazione di aggiungere qualche nuova decorazione alla propria collezione.

Anche la musica contribuisce a creare l’atmosfera. Nei negozi e nei centri commerciali si sentono già le prime melodie natalizie, destinate a diventare sempre più frequenti nelle prossime settimane. E in un Paese dove la musica accompagna praticamente ogni momento della vita quotidiana, il Natale non poteva certo fare eccezione.

Quando arriva la «brisa navideña»

Ma il Natale dominicano ha anche un altro segnale caratteristico, che non si trova nelle vetrine e non si ascolta dagli altoparlanti: è la «brisa navideña», la brezza natalizia.

Con l’avvicinarsi della stagione più fresca, soprattutto nelle ore serali e al mattino, una piacevole ventilazione può rendere le temperature più gradevoli. Non bisogna immaginare il freddo delle città europee, i cappotti pesanti o la nebbia che avvolge le strade: qui il Natale arriva tra le palme, con il clima tropicale e quella brezza che invita a trascorrere più tempo all’aperto.

Per molti dominicani, la «brisa navideña» è quasi un annuncio ufficiale delle feste. Quando si comincia a sentirla, il pensiero corre alle riunioni familiari, ai pranzi in compagnia, alle serate con gli amici e alle tradizioni che, ogni anno, tornano puntuali.

Un Natale tra tradizione e allegria caraibica

Il Natale nella Repubblica Dominicana ha un carattere tutto suo. Accanto agli addobbi e agli alberi illuminati, ci sono i piatti della tradizione, le visite ai parenti, le feste e la musica che accompagna le celebrazioni. Merengue e bachata si mescolano alle canzoni natalizie, mentre nelle case si comincia a parlare di menù, regali e appuntamenti da non perdere.

Per i commercianti, l’arrivo anticipato dell’atmosfera natalizia rappresenta anche l’inizio di uno dei periodi più importanti dell’anno. Per le famiglie, invece, è il momento in cui si comincia lentamente a entrare nello spirito delle feste, tra piccoli acquisti, preparativi e il piacere di ritrovare consuetudini che si ripetono di generazione in generazione.

E così, mentre in altri Paesi si aspetta ancora che arrivi il freddo per sentirsi davvero vicini al Natale, nella Repubblica Dominicana bastano una vetrina illuminata, una canzone conosciuta e una leggera brezza serale per cambiare atmosfera.

Perché qui il Natale non porta con sé la neve, ma le palme illuminate, i ritmi caraibici e la «brisa navideña». E, a quanto pare, la voglia di festeggiare è già nell’aria.




Primo «tribunale islamico» in Italia: a Padova la sharia sfida il diritto italiano?

diritto, fede e giustizia a padova

Una Camera arbitrale privata propone di risolvere controversie civili e commerciali secondo i principi della legge islamica. La Procura ha aperto un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato. Il nodo è uno: fino a che punto può spingersi la giustizia religiosa in uno Stato laico?

diritto, fede e giustizia a padova

Un «tribunale islamico» nel cuore del Veneto: è questa la vicenda che sta alimentando il dibattito politico e giuridico sulla possibilità di applicare in Italia regole ispirate alla sharia, la legge religiosa islamica. A Padova è nata la Camera arbitrale islamica italiana, un organismo privato che dichiara di voler risolvere controversie civili e commerciali facendo riferimento ai principi islamici.

Non si tratta di un tribunale statale, ma la sua denominazione e le modalità con cui presenta i propri servizi hanno sollevato interrogativi. Il caso è arrivato all’attenzione della Procura dopo gli esposti presentati da esponenti politici e dall’avvocato Francesco Minutillo, vicino a Futuro nazionale.

L’8 ottobre la Procura di Padova ha annunciato l’apertura di un fascicolo per svolgere gli accertamenti necessari, precisando che si tratta di un procedimento senza indagati e senza ipotesi di reato.

Il Corano al posto del Codice civile?

È questo il punto che più preoccupa i critici dell’iniziativa. La Camera arbitrale si propone di affrontare controversie civili e commerciali secondo i principi della sharia e, stando alle regole richiamate nell’esposto, il diritto italiano avrebbe un ruolo residuale per le questioni non disciplinate dalle norme religiose.

Una prospettiva che apre interrogativi soprattutto quando si affrontano questioni familiari, patrimoniali o rapporti tra uomini e donne. Le regole religiose possono infatti differire sensibilmente da quelle previste dalla legislazione italiana, in particolare in materia di uguaglianza e tutela dei diritti individuali.

Il problema, dunque, non è la libertà di professare una fede o di rispettare le proprie tradizioni. La questione è se un organismo privato possa applicare criteri religiosi nella soluzione di controversie senza entrare in conflitto con le garanzie fondamentali previste dall’ordinamento italiano.

Una giustizia parallela? La Procura vuole vederci chiaro

Sul sito dell’organismo l’arbitrato viene presentato come uno strumento riservato e rapido per risolvere le controversie. Ma proprio il rapporto tra le decisioni arbitrali e quelle della magistratura ordinaria è al centro delle contestazioni.

L’avvocato Minutillo ha chiesto alla Procura di verificare la compatibilità dell’iniziativa con le norme italiane. Tra i punti da chiarire figurano il regolamento dell’associazione, i criteri utilizzati per decidere le controversie e gli effetti giuridici attribuiti ai provvedimenti arbitrali.

Occorre però distinguere le contestazioni dalle conclusioni giudiziarie: l’apertura del fascicolo non dimostra che siano stati commessi illeciti. Saranno gli accertamenti a stabilire se l’attività prospettata rispetti i limiti previsti dalla legge.

Anche il mondo islamico prende le distanze

Il caso ha provocato reazioni anche all’interno della comunità musulmana italiana. L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) ha dichiarato di prendere le distanze dalla Camera arbitrale, affermando di non essere stata consultata e di non avere rapporti con i promotori dell’iniziativa.

Una presa di posizione significativa, perché mostra come il progetto non possa essere automaticamente considerato rappresentativo dell’intera comunità islamica presente in Italia.

Sul fronte politico, esponenti del centrodestra hanno chiesto verifiche e chiarimenti, sostenendo che nel nostro Paese non debbano esistere circuiti di giustizia sottratti alle garanzie costituzionali. La vicenda è arrivata anche in Parlamento, con interrogazioni rivolte al Governo.

La domanda che l’Italia non può ignorare

Il caso di Padova pone una questione che va oltre la singola associazione: in uno Stato laico, la libertà religiosa può convivere con forme private di arbitrato, ma quali sono i confini che non possono essere superati?

La risposta non può prescindere da un principio fondamentale: nessuna procedura privata può cancellare le tutele garantite dalla legge italiana. La riservatezza non può trasformarsi in assenza di controlli e il richiamo a una tradizione religiosa non può diventare una giustificazione per comprimere i diritti delle persone.

Per questo gli accertamenti della Procura saranno importanti. Non si tratta di giudicare una religione, ma di stabilire se e in quale misura un organismo che richiama la sharia possa operare nel nostro Paese nel rispetto della Costituzione.

Il dibattito è aperto. E la domanda resta inevitabile: siamo davanti a una forma di arbitrato privato legittima oppure al tentativo di creare una giustizia parallela? Saranno le regole effettive e gli accertamenti delle autorità a fornire le risposte.




Mattarella istituisce la Giornata del Riciclo: ma in Italia già si ricicla tutto, anche il pranzo di ieri!

reciclaje y sobras en la cocina

Mattarella promulga la Giornata nazionale del riciclo della carta e invita a frenare la proliferazione delle giornate celebrative. Ma nelle case italiane c’è un riciclo quotidiano che non ha bisogno di leggi: quello del cibo avanzato, trasformato in una seconda cena per risparmiare sulla spesa.

reciclaje y sobras en la cocina

In Italia ormai c’è una giornata nazionale per celebrare quasi tutto. L’ultima arrivata è la Giornata nazionale del riciclo della carta, istituita per promuovere il risparmio delle risorse e la riduzione degli sprechi. Il presidente Sergio Mattarella ha promulgato la legge il 15 ottobre, ma nella lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato ha anche lanciato un avvertimento: le giornate celebrative sono diventate 51, troppe per pretendere che scuole e istituzioni riescano a dedicarvi tutte la dovuta attenzione.

E mentre la politica discute di carta, celebrazioni e calendari istituzionali, nelle cucine degli italiani si pratica da sempre un’altra forma di riciclo. Non ha bisogno di una legge, di un comitato organizzatore o di una cerimonia ufficiale: basta aprire il frigorifero.

Il riciclo più antico d’Italia? La cucina di casa

Il pollo arrosto della domenica diventa il condimento della pasta del lunedì. Il risotto avanzato si trasforma in polpette o supplì. Le verdure rimaste nel piatto finiscono in una frittata, mentre il pane raffermo diventa bruschetta, pangrattato o ingrediente per una zuppa.

Altro che economia circolare: questa è economia domestica, spesso tramandata da nonne e mamme che sapevano bene quanto costasse riempire la dispensa.

Ma oggi, con il costo della spesa che pesa sui bilanci familiari, viene spontanea una domanda: quante famiglie riutilizzano gli avanzi per necessità, e quante invece lo fanno semplicemente perché buttare il cibo è uno spreco?

Non è la stessa cosa. C’è chi recupera con fantasia ciò che rimane dopo un pranzo abbondante e chi, invece, deve fare i conti con ogni euro, cercando di far bastare una spesa per più giorni.

Dal frigorifero al portafoglio

Il riciclo alimentare può essere una buona abitudine: riduce gli sprechi e permette di risparmiare. Naturalmente, il cibo deve essere conservato correttamente e consumato in sicurezza. Ma trasformare gli avanzi in un nuovo piatto non è certo una scoperta dei nostri tempi.

La vera novità è che una pratica nata dalla saggezza domestica rischia di diventare, per alcune famiglie, una necessità economica. E allora la battuta lascia spazio a una riflessione meno allegra: se il pranzo di ieri deve diventare obbligatoriamente la cena di oggi, forse il problema non è soltanto come ricicliamo, ma quanto costa vivere.

Aspettiamo la Giornata nazionale degli avanzi?

Visto il proliferare delle ricorrenze ufficiali, potremmo proporre anche una Giornata nazionale del riciclo alimentare casalingo. Si potrebbe celebrarla con un concorso: chi riesce a preparare il maggior numero di piatti diversi con gli avanzi della settimana?

La nonna che trasformava tutto in una nuova pietanza partirebbe favorita. E forse vincerebbe anche senza bisogno di un finanziamento pubblico.

Scherzi a parte, ridurre gli sprechi è una buona cosa, sulla carta come in cucina. Ma sarebbe interessante conoscere quanti italiani riescono davvero a risparmiare recuperando il cibo e quanti sono costretti a farlo perché il bilancio familiare non consente alternative.

Perché il riciclo della carta può aspettare una giornata nazionale. Quello del pranzo, invece, in molte case si decide ogni sera davanti al frigorifero.