Venezuela, nuova scossa di magnitudo 5.1: i Vigili del Fuoco italiani costretti a fermarsi

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Per quasi venti ore hanno scavato senza fermarsi, alimentati da una speranza che sembrava possibile.

Poi è arrivata la decisione più difficile.

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I Vigili del Fuoco italiani, impegnati nelle operazioni di soccorso a Macuto, nello Stato venezuelano di La Guaira, hanno dovuto interrompere le ricerche della donna rimasta intrappolata sotto le macerie insieme a due dei suoi figli.

Nelle prime ore della giornata sembrava ancora possibile un miracolo. I soccorritori avevano individuato la presenza della donna all’interno dell’edificio crollato e avevano lavorato senza sosta, insieme alle squadre dell’Ecuador e dei Paesi Bassi, per raggiungerla.

Ma nel pomeriggio tutto è cambiato.

Una violenta scossa di assestamento di magnitudo 5.1 ha provocato nuovi movimenti della struttura già gravemente compromessa, aumentando enormemente il rischio di un ulteriore crollo. Contemporaneamente sono cessati i segnali di vita che avevano alimentato la speranza durante tutta la notte.

«Sapevamo di lavorare su una struttura instabile, ma adesso le condizioni sono troppo pericolose», hanno spiegato i tecnici dei Vigili del Fuoco italiani, costretti a prendere una decisione dolorosa ma necessaria per salvaguardare la vita degli stessi soccorritori.

Il terremoto continua intanto a mietere vittime. Proprio oggi è stato recuperato anche il corpo di Enzo Cuomo, il cittadino italiano originario della provincia di Salerno disperso dopo il crollo della propria abitazione. Restano ancora senza notizie la moglie Trini Adrian e la figlia Isabella.

Il Venezuela continua a piangere i suoi morti. E insieme alle vittime cresce il numero delle speranze spezzate.

Per ore il mondo aveva seguito con il fiato sospeso il tentativo di salvare quella madre e i suoi bambini. Oggi resta soltanto il silenzio delle macerie e il coraggio di uomini che hanno fatto tutto ciò che era umanamente possibile.

In certe tragedie non esistono vincitori. Esistono soltanto uomini che non si arrendono fino all’ultimo, anche quando sanno che il tempo sta per finire.




Caldo record negli Stati Uniti: fino a 46 gradi durante la settimana del 4 luglio

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Gli Stati Uniti si preparano a celebrare il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza, sotto una delle ondate di calore più intense degli ultimi anni.

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Secondo il Servizio Meteorologico Nazionale (NWS), una vasta area di alta pressione sta interessando gran parte del Paese, provocando temperature eccezionalmente elevate che, in alcune zone del Sud-Ovest, potrebbero raggiungere i 46 gradi centigradi.

L’allerta riguarda milioni di persone, con particolare attenzione agli anziani, ai bambini, ai lavoratori all’aperto e a chi soffre di malattie cardiovascolari o respiratorie.

Le autorità sanitarie invitano la popolazione a limitare le attività fisiche nelle ore più calde della giornata, bere molta acqua, evitare l’esposizione diretta al sole e non lasciare mai bambini o animali all’interno delle automobili, dove la temperatura può raggiungere livelli mortali in pochi minuti.

Anche la Florida sarà interessata da temperature molto elevate, aggravate dall’elevata umidità che farà percepire un caldo ancora più intenso. A Miami, come in molte altre città dello Stato, il cosiddetto heat index, cioè la temperatura percepita, potrà superare abbondantemente i 40 gradi.

L’ondata di calore coincide con uno dei periodi di maggiore movimento dell’anno. Milioni di americani si metteranno in viaggio per raggiungere località di vacanza o partecipare ai tradizionali festeggiamenti del 4 luglio, aumentando il rischio di malori legati alle alte temperature.

Gli esperti raccomandano di programmare le attività all’aperto nelle prime ore del mattino o in serata, utilizzare abiti leggeri e chiari e prestare particolare attenzione alle persone più vulnerabili.

Anche molti italiani residenti in Florida o in visita negli Stati Uniti sono invitati a seguire le indicazioni delle autorità locali. Un’ondata di calore di questa intensità non deve essere sottovalutata: pochi minuti di disidratazione possono provocare gravi conseguenze per la salute.

Il consiglio è semplice ma fondamentale: bere spesso, cercare ambienti climatizzati e non esporsi inutilmente al sole nelle ore centrali della giornata.




Piano fiscale 2026: cosa cambia per chi vive e lavora nella Repubblica Dominicana

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La Repubblica Dominicana si prepara a una nuova stagione di cambiamenti fiscali. Il Governo ha approvato il Piano Fiscale 2026, presentandolo come una risposta alle difficoltà dell’economia internazionale e come uno strumento per garantire entrate sufficienti a sostenere i servizi pubblici e la stabilità dei conti dello Stato.

Per molti italiani che vivono stabilmente nel Paese, la domanda è semplice: cosa cambierà nella vita di tutti i giorni?

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Il dibattito non è nuovo. Già nel 2011 e nel 2012 la Repubblica Dominicana aveva adottato importanti riforme fiscali per aumentare le entrate dello Stato. Anche allora il Governo parlò della necessità di finanziare servizi essenziali e garantire la stabilità economica, ma molti cittadini ebbero la sensazione che il peso maggiore fosse ricaduto sulle famiglie e sulla classe media.

Anche questa volta l’Esecutivo assicura che l’obiettivo è proteggere i redditi più bassi, migliorare la qualità della spesa pubblica e reperire nuove risorse senza modificare l’ITBIS, l’equivalente dell’IVA dominicana. Il piano comprende però una serie di misure fiscali destinate ad aumentare le entrate dello Stato, mentre vengono rivisti alcuni sussidi e agevolazioni.

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Per la comunità italiana residente nella Repubblica Dominicana, soprattutto per pensionati, imprenditori e lavoratori autonomi, il tema merita attenzione. Ogni intervento fiscale può avere effetti indiretti sul costo della vita, sui consumi, sui servizi e sull’attività economica.

Chi vive qui da molti anni sa bene che ogni riforma fiscale viene accolta con una certa diffidenza. Non tanto perché si rifiuti l’idea di contribuire alle finanze pubbliche, quanto perché molti cittadini chiedono che ogni nuovo sacrificio sia accompagnato da un reale miglioramento dei servizi.

Le domande sono sempre le stesse: le strade saranno migliori? Gli ospedali più efficienti? L’approvvigionamento idrico più affidabile? Si ridurranno i blackout elettrici? Il traffico diventerà più gestibile?

Sono interrogativi che riguardano anche migliaia di italiani che hanno scelto la Repubblica Dominicana come seconda patria e che ogni giorno condividono gli stessi problemi dei cittadini dominicani.

La storia insegna che una riforma fiscale non viene giudicata soltanto dall’importo delle tasse, ma soprattutto da ciò che lo Stato riesce a restituire ai contribuenti in termini di servizi, infrastrutture e qualità della vita.

È su questo terreno che sarà misurato il successo del Piano Fiscale 2026. Perché i cittadini sono generalmente disposti a fare sacrifici quando vedono risultati concreti. Molto meno quando hanno l’impressione di pagare di più senza ricevere nulla in cambio.




Venezuela, la tragedia della famiglia Cuomo: recuperati i corpi di Enzo, Trini e Isabella

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Il terremoto che ha devastato il Venezuela continua a colpire anche la comunità italiana.

Si è conclusa nel modo più doloroso la vicenda della famiglia italiana dispersa dopo il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela.

I soccorritori hanno recuperato tra le macerie della Torre Petunia, a Caracas, i corpi di Enzo Cuomo, 63 anni, della moglie Trini Adrian, 53 anni, e della figlia Isabella, di 22 anni. La famiglia viveva all’ultimo piano del palazzo di quattordici piani, completamente collassato durante le violente scosse di magnitudo 7.2 e 7.5 che hanno devastato la capitale venezuelana.

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Originari di Laviano, in provincia di Salerno, i Cuomo rappresentano uno dei simboli del dramma vissuto dalla comunità italiana in Venezuela. A rendere ancora più straziante questa storia è una tragica coincidenza: i nonni di Enzo morirono nel terremoto dell’Irpinia del 1980, sempre sotto le macerie della loro abitazione. A distanza di quarantasei anni, la stessa sorte ha colpito una nuova generazione della famiglia, questa volta dall’altra parte dell’oceano.

L’unico superstite della famiglia è Carlo Francesco Cuomo, figlio di Enzo, che si trova in Italia, a Milano, dove era arrivato per motivi di studio e per cure mediche. Anche il fratello di Enzo, Gerardo Cuomo, residente nel capoluogo lombardo, aveva lanciato nei giorni scorsi numerosi appelli nella speranza di ottenere notizie dei propri familiari.

La Torre Petunia, situata nel quartiere di Los Palos Grandes, è diventata uno dei simboli della catastrofe. L’edificio, considerato tra i più solidi della zona e sottoposto negli anni a interventi di consolidamento antisismico dopo il terremoto del 1967, è crollato completamente in pochi secondi, intrappolando decine di residenti.

Le operazioni di soccorso proseguono in tutta l’area colpita. Mentre il bilancio delle vittime continua ad aumentare, squadre provenienti da diversi Paesi, tra cui i Vigili del Fuoco italiani, continuano a scavare tra le macerie nella speranza di trovare altri superstiti.

La storia della famiglia Cuomo unisce idealmente due tragedie, quella dell’Irpinia e quella del Venezuela, ricordando come il dolore provocato dai terremoti possa attraversare generazioni e continenti. Oggi Laviano e Caracas condividono lo stesso lutto, mentre l’intera comunità italiana si stringe attorno ai familiari delle vittime.




Gli italiani nell’inferno di La Guaira: “Qui è un’apocalisse”

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La prima cosa che colpisce è il silenzio. Poi l’odore della polvere, del cemento frantumato e della morte. Davanti ai soccorritori italiani, arrivati a La Guaira, la città venezuelana più devastata dal terremoto, si è presentato uno scenario che molti hanno definito con una sola parola: apocalisse.

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I Vigili del Fuoco, gli operatori della Protezione Civile e il personale sanitario italiano sono entrati subito in azione. Dopo aver allestito il campo base, hanno iniziato a scavare tra le macerie dei grandi edifici crollati, utilizzando telecamere, geofoni, demolitori e attrezzature specializzate nella speranza di individuare altri superstiti.

Accanto ai soccorritori lavorano anche medici e infermieri italiani, chiamati a dare supporto a ospedali già messi a dura prova dall’emergenza. Intanto funzionari dell’Unità di crisi della Farnesina assistono i connazionali coinvolti nella tragedia e mantengono i contatti con le famiglie in Italia.

Tra le storie che tengono con il fiato sospeso c’è quella della famiglia di Enzo Cuomo, il cinquantottenne originario della provincia di Salerno trovato senza vita sotto le macerie. Le ricerche continuano invece per la moglie Trini Adrian, 53 anni, e per la figlia Isabella, di 22 anni, ancora disperse.

Nel frattempo, da sotto le macerie arrivano anche piccoli segnali di speranza. Un ragazzo di undici anni è stato estratto vivo tre giorni dopo il terremoto, mentre altri sopravvissuti sono stati salvati grazie all’instancabile lavoro delle squadre internazionali. Ogni vita recuperata alimenta la speranza di chi continua ad aspettare notizie dei propri cari.

L’Italia ha già stanziato i primi aiuti economici e ha inviato due voli con uomini, mezzi, tende e materiali di emergenza. Un contributo concreto che si aggiunge a quello di molte altre nazioni accorse in soccorso del Venezuela.

A La Guaira il tempo sembra essersi fermato. Ma finché ci sarà anche una sola possibilità di trovare qualcuno ancora vivo, i soccorritori continueranno a scavare. Perché, tra quelle montagne di cemento, ogni rumore può ancora trasformarsi in una speranza.

 

foto ANSA




Vacanza in barca a vela finisce in tragedia: muore in Grecia la parmense Eleonora Guareschi

barca a vela grecia

Doveva essere una vacanza tra il mare cristallino delle isole Ionie e la passione per la vela. Si è trasformata invece in una tragedia che ha sconvolto familiari e amici.

Eleonora Guareschi, 52 anni, originaria di Parma, ha perso la vita durante un’escursione in barca a vela nelle acque dell’isola di Kalamos, vicino a Lefkada, in Grecia. La donna era a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana insieme al compagno e a una coppia di amici, quando si è verificato il drammatico incidente.

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Secondo le prime ricostruzioni delle autorità greche, Eleonora avrebbe riportato un gravissimo trauma cranico. La dinamica è ancora al vaglio degli investigatori: non è stato ancora chiarito se sia scivolata battendo violentemente la testa oppure se sia stata colpita dal boma, l’asta orizzontale fissata all’albero della barca, perdendo poi l’equilibrio.

L’allarme è stato lanciato immediatamente. Una motovedetta della Guardia Costiera greca ha raggiunto l’imbarcazione e l’ha scortata fino al porto turistico di Lefkada, dove un’ambulanza ha trasportato la donna all’ospedale. Purtroppo i medici non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

Le autorità portuali di Lefkada hanno aperto un’inchiesta per ricostruire con precisione quanto accaduto. Dopo aver ascoltato il compagno e i due amici presenti a bordo, gli investigatori ritengono che si sia trattato di un tragico incidente e non emergono elementi che facciano pensare a responsabilità di terzi. Sarà comunque l’autopsia, già disposta dalle autorità greche, a fornire ulteriori chiarimenti.

Eleonora Guareschi era molto conosciuta a Parma. Chi la conosceva la descrive come una persona solare, generosa e profondamente innamorata del mare. Aveva conseguito anche la patente nautica e condivideva con il compagno la passione per la navigazione a vela.

La Farnesina, attraverso l’Ambasciata italiana ad Atene, sta seguendo il caso e fornendo assistenza ai familiari in vista del rimpatrio della salma. Una vacanza sognata da tempo si è trasformata così in un dramma che lascia nel dolore una famiglia e un’intera comunità.




Si scavava a mani nude: questa è la vera tragedia del Venezuela

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Quando la terra smette di tremare, comincia il momento della verità.

Il violento terremoto che ha colpito il Venezuela è stato una tragedia naturale. Ma il numero delle vittime e le sofferenze che ne sono seguite non possono essere attribuiti soltanto alla forza della natura.

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Le immagini arrivate dalle zone colpite parlano da sole: uomini e donne che scavano tra le macerie con le mani nude, ospedali privi di medicinali e di attrezzature sufficienti, soccorritori costretti a lavorare con mezzi inadeguati mentre, ora dopo ora, le possibilità di trovare superstiti diminuiscono.

È in questi momenti che si misura la capacità di uno Stato.

Per anni il Venezuela è stato uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo. Le immense ricchezze del sottosuolo avrebbero potuto finanziare infrastrutture moderne, ospedali efficienti, una protezione civile preparata e un sistema di emergenza capace di affrontare una catastrofe.

Invece, davanti al terremoto, il Paese si è trovato costretto ad attendere l’arrivo delle squadre internazionali di soccorso, dei medici stranieri, degli ospedali da campo e degli aiuti umanitari provenienti da decine di nazioni.

È inevitabile porsi una domanda: com’è possibile che un Paese ricco di risorse naturali non sia stato in grado di organizzare una risposta adeguata a una tragedia annunciata?

Le responsabilità politiche saranno oggetto di dibattito ancora a lungo. Di certo, anni di crisi economica, cattiva gestione delle risorse pubbliche e indebolimento delle istituzioni hanno lasciato il Venezuela più fragile proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di essere più forte.

La solidarietà internazionale è un valore straordinario e va riconosciuta. Ma non dovrebbe mai sostituire ciò che ogni Stato dovrebbe garantire ai propri cittadini: ospedali funzionanti, squadre di emergenza addestrate, attrezzature moderne e una protezione civile pronta a intervenire.

Perché un terremoto è un evento naturale.

L’impreparazione, invece, è una responsabilità umana.

E quando migliaia di persone perdono la vita non solo sotto il peso del cemento, ma anche sotto quello dell’inefficienza, delle occasioni perdute e delle istituzioni incapaci di reagire, allora la tragedia diventa ancora più dolorosa.

La natura non può essere controllata.

Ma la capacità di uno Stato di proteggere i propri cittadini dipende dalle scelte compiute negli anni. Ed è su quelle scelte che, una volta spenti i riflettori dell’emergenza, la storia finirà per giudicare.




Dal Venezuela al Centro America: dove la terra non smette mai di tremare

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Il violento terremoto che nei giorni scorsi ha colpito il Venezuela ha riportato l’attenzione su uno dei fenomeni naturali più devastanti del pianeta. Ma se il Venezuela rappresenta una delle aree sismiche più attive del Sud America, il Centro America non è certo da meno. Anzi, geologi e sismologi lo considerano una delle regioni più pericolose del mondo.

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L’istmo centroamericano si trova infatti nel punto d’incontro di diverse placche tettoniche: quella dei Caraibi, quella di Cocos, quella Nordamericana e quella Sudamericana. La placca di Cocos scivola lentamente sotto quella caraibica, accumulando enormi quantità di energia che, quando vengono rilasciate, provocano terremoti spesso devastanti.

Lo stesso fenomeno ha dato origine anche alla spettacolare catena di vulcani che attraversa il Centro America dal Guatemala fino a Panama. Molti di questi vulcani sono ancora oggi attivi.

Tra i Paesi maggiormente esposti figurano il Guatemala, El Salvador e il Nicaragua. Il Guatemala convive con il celebre vulcano Fuego, uno dei più attivi del continente, mentre El Salvador è talmente colpito dai terremoti da essere stato soprannominato “la terra dei vulcani e dei terremoti”. Managua, capitale del Nicaragua, è stata quasi completamente distrutta da due violenti terremoti nel 1931 e nel 1972.

La Costa Rica registra frequenti eventi sismici, ma grazie a rigorose norme edilizie antisismiche riesce generalmente a limitare i danni. Panama presenta un rischio inferiore, anche se la parte occidentale del Paese resta soggetta a terremoti.

Anche la Repubblica Dominicana vive sotto la costante minaccia dei terremoti. Il territorio è attraversato da importanti faglie, come la Septentrional e la Enriquillo, la stessa struttura geologica responsabile del devastante sisma che nel 2010 distrusse Haiti. Sebbene i terremoti distruttivi siano meno frequenti rispetto al Centro America, gli esperti ricordano che il rischio rimane elevato.

In tutta questa vasta area esiste inoltre il pericolo degli tsunami, soprattutto lungo la costa del Pacifico, dove i terremoti di subduzione possono sollevare enormi masse d’acqua in pochi minuti.

La buona notizia è che oggi la scienza conosce molto meglio il comportamento delle faglie rispetto al passato. La cattiva è che, almeno per ora, nessuno è in grado di prevedere con precisione quando avverrà un terremoto. L’unica vera difesa resta la prevenzione: edifici costruiti secondo criteri antisismici, efficaci sistemi di allerta e una popolazione preparata possono fare la differenza tra una tragedia e una catastrofe.

Il terremoto che ha colpito il Venezuela rappresenta dunque un nuovo richiamo all’importanza della prevenzione in tutta l’area caraibica e centroamericana, dove la forza della natura continua a ricordare quanto sia fragile l’equilibrio su cui vivono milioni di persone.




Se New York congela gli affitti, perché a Las Terrenas nessuno parla del problema della casa?

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La decisione del sindaco di New York, Zohran Mamdani, di congelare per due anni gli affitti di circa un milione di appartamenti ha fatto discutere mezzo mondo. C’è chi la considera una misura di giustizia sociale e chi, invece, teme che possa scoraggiare gli investimenti immobiliari.

Ma quella notizia porta inevitabilmente a riflettere anche sulla realtà di Las Terrenas.

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Da anni questa località è una delle mete turistiche più ricercate della Repubblica Dominicana. Nuovi residence, alberghi e complessi turistici continuano a sorgere, attirando investitori e nuovi residenti. Il successo della città è sotto gli occhi di tutti.

Esiste però un’altra faccia della medaglia.

Gli stipendi di gran parte dei lavoratori del turismo oscillano mediamente tra i 300 e i 400 dollari al mese. Eppure trovare una casa in affitto a prezzi compatibili con questi redditi è diventato quasi impossibile.

Per un piccolo appartamento o una modesta abitazione in un barrio vengono richiesti spesso circa 300 dollari mensili. Nei residence i prezzi salgono facilmente a 600 dollari e oltre, cifre che possono superare l’intero stipendio di un lavoratore.

Il problema appare ancora più evidente se si considerano i servizi che la città offre. Molti residenti convivono con frequenti interruzioni dell’energia elettrica dovute ai lavori di manutenzione, che talvolta durano anche dieci ore. In alcune zone basta una pioggia intensa perché le abitazioni si allaghino. L’acquedotto presenta ancora numerose criticità, il traffico è sempre più congestionato e l’ospedale pubblico continua a soffrire di carenze strutturali e organizzative.

Nel frattempo sono in costruzione nuovi complessi turistici che, secondo le previsioni, potrebbero creare circa ottomila nuovi posti di lavoro.

È una prospettiva positiva per l’economia locale. Ma pone anche una domanda inevitabile: dove andranno ad abitare questi nuovi lavoratori?

Se già oggi chi guadagna 300 o 400 dollari al mese fatica a trovare una casa a prezzi sostenibili, cosa accadrà quando migliaia di persone arriveranno a Las Terrenas in cerca di occupazione?

Naturalmente nessuno propone di copiare automaticamente quanto deciso a New York. Le realtà economiche sono profondamente diverse e anche un eventuale blocco degli affitti avrebbe vantaggi e svantaggi che meritano un’attenta valutazione.

Tuttavia il tema della casa è destinato a diventare uno dei principali problemi sociali della città. Lo sviluppo turistico rappresenta una grande opportunità, ma rischia di perdere parte dei suoi benefici se chi lavora negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi e nei servizi non riuscirà più a permettersi di vivere proprio nella località che contribuisce a far crescere ogni giorno.

Forse è arrivato il momento di aprire un dibattito serio sull’edilizia popolare, sugli alloggi a prezzi accessibili e su strumenti che permettano di conciliare lo sviluppo turistico con il diritto dei residenti a trovare una casa dignitosa. Perché una città può continuare a crescere soltanto se cresce insieme a chi la fa vivere ogni giorno.




New York congela gli affitti: stop agli aumenti per un milione di appartamenti

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Una decisione destinata a far discutere ben oltre i confini degli Stati Uniti. La città di New York ha approvato il congelamento degli affitti per circa un milione di appartamenti a canone regolato, mantenendo invariati per due anni i contratti di locazione di uno e due anni. Si tratta di una misura senza precedenti, che rappresenta una delle principali promesse elettorali del sindaco Zohran Mamdani e che interessa oltre due milioni di residenti.

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La decisione è stata adottata dal Rent Guidelines Board con un voto di 7 favorevoli e 1 contrario. Il blocco entrerà in vigore dal prossimo 1° ottobre e riguarderà gli appartamenti soggetti al regime di “rent stabilization”, che rappresentano oltre il 40% delle abitazioni in affitto della città.

Per il sindaco Mamdani si tratta di una vittoria storica nella lotta contro il caro vita. Negli ultimi anni gli affitti a New York sono aumentati a ritmi tali da rendere sempre più difficile per molte famiglie riuscire a vivere in città. Il congelamento vuole offrire un po’ di respiro agli inquilini, soprattutto a quelli con redditi medio-bassi.

La misura, tuttavia, divide profondamente l’opinione pubblica. Le associazioni degli inquilini l’hanno salutata come una conquista sociale, mentre i proprietari immobiliari sostengono che il blocco degli aumenti renderà più difficile sostenere le spese di manutenzione degli edifici, già gravate dall’aumento dei costi energetici, delle assicurazioni e delle imposte. Alcuni gruppi hanno già annunciato possibili ricorsi giudiziari.

Secondo l’amministrazione comunale, il congelamento degli affitti rappresenta solo il primo passo di una più ampia strategia che punta a costruire nuove abitazioni a prezzi accessibili e a preservare il patrimonio immobiliare esistente, cercando di rendere New York una città nuovamente sostenibile anche per lavoratori, pensionati e giovani famiglie.

La decisione potrebbe diventare un punto di riferimento anche per altre grandi metropoli alle prese con la crisi abitativa. Resta però da vedere se il blocco degli affitti riuscirà a conciliare il diritto alla casa con la sostenibilità economica dei proprietari, un equilibrio che da anni alimenta il dibattito in molte città del mondo.