Arrestato a Santo Domingo un italiano ricercato per narcotraffico

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interpol arresta a italiano por narcotrafico internacional 029e2e98 focus 0 0 896 504Le autorità della Repubblica Dominicana, in collaborazione con l’Interpol, hanno arrestato nel Distretto Nazionale (la capitale Santo Domingo) un uomo di nazionalità italiana, identificato come Loris Di Castri, di 53 anni.

Di Castri era destinatario di una “notifica rossa” dell’Interpol (il massimo livello di allerta internazionale) fin dall’ottobre del 2019. L’accusa a suo carico è di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, reato per il quale è ricercato dalla giustizia italiana.

L’operazione è stata il risultato di un efficace scambio di informazioni tra gli uffici dell’Interpol in Italia e quelli in Repubblica Dominicana. L’arresto è avvenuto in esecuzione di una risoluzione della Suprema Corte di Giustizia dominicana, che ha disposto la detenzione del soggetto ai fini dell’estradizione.

Attualmente, l’uomo si trova sotto custodia e sarà consegnato al Pubblico Ministero per avviare le procedure legali necessarie al suo trasferimento in Italia.




Sinner vince a Miami il “Sunshine Double”: batte Lehecka e la pioggia

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foto singola sito 2026 03 30t072840.848 1024x576Su Jannik Sinner non tramonta il sole. Miami dopo Indian Wells, il ‘Sunshine double’ (la doppietta nello stesso anno) è cosa fatta. L’ultimo a riuscirci era stato Roger Federer nel 2017. Ma nessuno mai come l’azzurro, primo in assoluto a centrarlo senza perdere nemmeno un set. Già, perché anche la finale di Miami è andata in bacheca in due set: 6-4, 6-4 al ceco Jiri Lehecka.

Sinner è stato più forte anche della pioggia, che ha prima ritardato e poi interrotto l’incontro per circa un’ora e mezza alla fine del primo set. Ma lui non si è lasciato distrarre dal traguardo da raggiungere all’Hard Rock Stadium, con anche la striscia record ora da aggiornare: siamo a 17 partite di fila e 34 set consecutivi vinti nei Masters 1000.

Per l’azzurro è il settimo torneo conquistato in questa categoria, complessivamente il 26esimo titolo Atp. Sinner, numero 2 al mondo, si avvicina così a 1.190 punti dallo spagnolo Carlos Alcaraz, leader della classifica: un altro passo verso l’obiettivo di tornare in testa al ranking.

SINNER: ‘SUNSHINE DOUBLE’ UN GRANDE TRAGUARDO

“Grazie al mio team per spingermi sempre oltre, stiamo facendo un lavoro fantastico. Cerco sempre di dare il meglio, ed è bello vedere che il lavoro svolto abbia dato i suoi frutti. Il ‘Sunshine double’ è qualcosa di difficile da immaginare, un grande traguardo”. Le parole di Jannik Sinner dopo la vittoria nella finale contro il ceco Jiri Lehecka che gli ha permesso di conquistare una storica ‘doppietta’: prima Indian Wells, poi Miami.

“Questo è uno splendido torneo, e i tifosi qui sono sempre al mio fianco, anche quando le cose magari vanno meno bene- ha aggiunto l’azzurro- Stavolta ho provato a restare solido viste anche le condizioni psicologiche non facili, con i ritardi e la lunga interruzione per la pioggia“. In generale, “la trasferta negli Stati Uniti è stata incredibile, abbiamo lavorato duro per arrivare qui in ottime condizioni e sono felice perché abbiamo vinto due trofei importanti” ha concluso Sinner.

(Foto da X)

agenzia Dire – dire.it




Il valore degli italiani all’estero deve farsi sentire: uno sguardo su Messico, Centro America e Caraibi

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imagesGli italiani all’estero sono molti, ma spesso costituiscono una comunità disunita. È evidente che sia necessario partecipare attivamente alla vita associativa e agli strumenti di rappresentanza istituzionale dedicati agli italiani oltreconfine.

Essere italiani all’estero non significa solo vivere lontano dall’Italia. Significa portare con sé una cultura, una lingua, un modo di vedere il mondo. Significa costruire ogni giorno un equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che diventiamo.

Il mondo degli italiani all’estero è ampio e profondamente variegato. Le esperienze di chi vive negli Stati Uniti o in Canada, ad esempio, si sviluppano in contesti molto diversi rispetto a quelle di chi vive in Messico, Centro America o nei Caraibi.

Proprio per questo è importante partire da realtà concrete

Questo articolo nasce con l’idea di concentrarsi su una parte ben definita della nostra presenza all’estero: quella a cui appartengo, nel contesto della suddivisione stabilita dallo Stato italiano a livello di rappresentanza politica: Messico, Centro America e Caraibi. Non per escludere altre aree, ma per focalizzarsi su un contesto che, pur facendo parte della stessa circoscrizione elettorale del Nord America, presenta caratteristiche proprie e, spesso, meno visibili.

Si tratta di una regione in cui la presenza italiana è ampia, dinamica e, in molti casi, in crescita, ma che raramente viene considerata come un insieme. Le comunità italiane nei diversi Paesi tendono a svilupparsi in modo autonomo, senza un reale coordinamento a livello regionale.

E tuttavia, c’è una domanda che vale la pena porsi: quanto di questa presenza si traduce realmente in partecipazione? Nel contesto degli italiani all’estero, partecipare significa fare un passo in più: interessarsi, informarsi ed essere parte attiva nella vita della nostra comunità.

Ed è per questo che, a tutti i cittadini italiani con cui condivido idee e riflessioni sui temi che ci uniscono, quando percepisco passione per l’italianità, attenzione ai diritti e senso del dovere, ripeto sempre la stessa cosa: PARTECIPA!

Questo è un tema che conosco anche a livello personale. Il mio avvicinamento alla comunità italiana all’estero è iniziato anni fa, in un momento molto concreto: la necessità di far sentire la nostra voce per la riapertura di una sede consolare, dopo una chiusura che molti hanno vissuto come ingiusta. Da lì è iniziato un percorso che mi ha portato, nel tempo, a impegnarmi sia a livello associativo sia istituzionale, entrando in contatto diretto con le dinamiche, le difficoltà e anche le opportunità che caratterizzano la nostra presenza fuori dall’Italia.

In questa regione, come in molte altre, esistono strumenti concreti per partecipare. I Com.It.Es. (Comitati degli Italiani all’Estero), le associazioni, le Camere di Commercio e le iniziative culturali e sociali rappresentano spazi reali in cui la voce degli italiani può trovare ascolto e forma. Spazi imperfetti, senza dubbio, ma fondamentali. Se utilizzati con consapevolezza, possono generare risultati concreti per le comunità di riferimento.

Tuttavia, questi strumenti sono spesso poco conosciuti o percepiti come lontani dalla vita quotidiana. E così, una comunità ricca di energie e competenze rischia di rimanere in silenzio proprio nei momenti in cui potrebbe avere maggiore impatto.

Eppure, i temi che ci riguardano sono concreti e incidono sulla vita di tutti:

  • l’accesso ai servizi consolari,

  • la diffusione della lingua italiana,

  • la tutela della salute, anche all’estero,

  • le difficoltà dei pensionati residenti fuori dall’Italia,

  • l’esercizio del diritto di voto,

  • il mantenimento dei legami con l’Italia,

  • il sostegno alle imprese e al Made in Italy.

    Non sono questioni astratte. Fanno parte della nostra vita quotidiana. Ed è proprio su questi temi che la partecipazione può fare la differenza.

In una realtà come quella del Messico, del Centro America e dei Caraibi, ampia, diversificata ma unita da molte sfide comuni, anche il semplice fatto di sentirsi parte di qualcosa può rappresentare un primo passo importante. Proprio perché si tratta di un’area in cui il coordinamento è ancora limitato, esiste uno spazio reale per costruire relazioni più dirette, condividere esperienze e rafforzare una presenza che oggi appare spesso frammentata.

Non si tratta di creare nuove strutture né di sostituire quelle esistenti, ma di valorizzare ciò che già esiste.

Perché una comunità non si misura solo dal numero di persone che la compongono, ma dalla capacità di queste persone di riconoscersi, dialogare e, quando necessario, far sentire la propria voce.

Forse il punto non è cambiare tutto, ma iniziare a partecipare un po’ di più.

Giovani, imprenditori, commercianti, pensionati, italiani di prima generazione e italo-discendenti: PARTECIPATE! Il vostro contributo è fondamentale per mantenere alto il nome dell’Italia all’estero e affrontare le sfide comuni.

Perché è proprio da lì che nasce ogni forma di rappresentanza autentica.




Dalle immagini di Hollywood alle macerie di Minab: la guerra reale che Trump non può nascondere

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2560“La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco. La guerra non è un fottuto videogioco”, ha ripetuto 3 volte in un tweet la senatrice democratica dell’Illinois Tammy Duckworth. “Sette americani sono morti”. Oggi il numero è più alto. Almeno 13 militari americani hanno già perso la vita nell’escalation della guerra con l’Iran, con molti altri feriti e il conflitto ancora in espansione. La Duckworth sa qualcosa in maniera diretta degli effetti della guerra. Nel 2004 un proiettile a propulsione (RPG) ha colpito l’elicottero che lei pilotava durante il suo servizio in Iraq. La cabina di pilotaggio fu colpita provocando gravi ferite che le fecero perdere entrambe le gambe, causandole anche gravi danni al braccio destro. Quando è stata diffusa la notizia del montaggio rilasciato dalla Casa Bianca che utilizzava scene tratte da Top Gun, Braveheart e Breaking Bad, mescolate con bombardamenti americani in Iran, la Duckworth era ovviamente e giustamente arrabbiata.

Le parole dure e dirette di Duckworth contrastano nettamente con il tono proveniente dalla Casa Bianca. Mentre soldati americani muoiono e civili in tutto il Medio Oriente vengono sepolti, l’amministrazione Trump invia messaggi suggerendo che la guerra è un montaggio cinematografico senza conseguenze in cui gli americani ne escono vincenti. La guerra è però reale. Si pensi al bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città iraniana di Minab. Indagini giornalistiche hanno trovato forti prove che un missile Tomahawk statunitense ha colpito nei pressi dell’edificio durante attacchi contro una base navale vicina. L’attacco ha ucciso circa 170 persone, in gran parte bambine, rendendolo uno degli episodi civili più mortali del conflitto. Le immagini sono devastanti: aule crollate, bambini sepolti sotto il cemento, genitori che cercano tra le macerie gli zaini e le scarpe delle figlie.

Rispondendo alle domande dei giornalisti Trump ha respinto ogni responsabilità, affermando che “sono stati gli iraniani”. Nel frattempo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che il Pentagono sta ancora indagando. Questo divario tra negazione e indagine mostra una realtà inquietante. La guerra produce fatti sul terreno più velocemente di quanto i leader possano spiegarli — o accettarli. I civili muoiono, le responsabilità si confondono e la verità diventa un altro campo di battaglia.

E la tragedia di Minab è solo una parte di un bilancio umano molto più ampio. In Iran parecchie migliaia di persone sono state uccise nei bombardamenti, con vittime distribuite in diverse città colpite da attacchi contro basi militari e infrastrutture. I vertici del regime iraniano sono anche stati uccisi e persino l’attuale leader Mojtaba Khamenei è stato ferito. In Israele, i missili iraniani hanno provocato almeno una ventina di morti e centinaia di feriti tra i civili, colpendo città e obiettivi strategici. In Libano il bilancio è ancora più pesante, con oltre mille morti nel contesto delle operazioni israeliane contro Hezbollah e dell’allargamento del conflitto regionale.

La guerra è reale. Eppure Trump continua a descrivere il conflitto in termini di vittoria: vincere rapidamente, vincere decisamente, vincere in modo schiacciante. La sua retorica riduce spesso una complessa realtà geopolitica a una narrazione semplice di vittoria e sconfitta, eroi e nemici, dominio e trionfo. I nemici vengono demonizzati, i risultati semplificati, le conseguenze minimizzate.

Questo linguaggio trasforma la guerra in qualcosa che assomiglia a un videogioco: premere un pulsante, lanciare un attacco, eliminare il nemico, dichiarare vittoria. La guerra non finisce quando un leader dice “abbiamo già vinto” e non si ferma quando cambia la comunicazione politica. La guerra non si riavvolge quando muoiono civili o gli alleati esitano. La guerra è caotica, imprevedibile e difficilmente controllabile.

La crisi dello Stretto di Hormuz lo dimostra chiaramente. Dopo aver minacciato un’azione militare decisiva e aver parlato di vittoria, l’amministrazione ora parla di negoziati e possibili colloqui, riconoscendo implicitamente che il conflitto non può essere acceso e spento come una console. Trump però continua a mandare messaggi contraddittori, a volte asserendo che gli iraniani vogliono negoziare e allo stesso tempo di avere già la vittoria in tasca, esigendo una resa incondizionata.

La storia dimostra che le guerre iniziano con sicurezza e finiscono con conseguenze imprevedibili. I leader promettono vittorie rapide, stabilità ma spesso trovano conflitti lunghi caratterizzati dal caos. Promettono sicurezza e producono più violenza. Le parole di Duckworth tagliano il rumore perché ricordano una verità fondamentale: la guerra si misura in bare, non in titoli. Ogni soldato americano ucciso, ogni bambina iraniana sepolta, ogni civile israeliano ferito, ogni famiglia libanese sfollata è la prova che la guerra non è intrattenimento, non è propaganda e certamente non è un videogioco. È realtà — dura, irreversibile e spietata. E la realtà non si cura di montaggi cinematografici o slogan trionfalistici. Conta solo i morti.

Secondo informazioni del Wall Street Journal, Trump si sarebbe stancato della guerra e starebbe cercando una rampa per ripetere che avrebbe vinto e quindi tutto è tornato normale. Ciò spiegherebbe le frequenti dichiarazioni di Trump che gli iraniani sono ansiosi per negoziare, essendo, secondo lui, stremati e desiderosi di finire gli attacchi. In realtà il problema risiede nell’inaffidabilità di Trump. Da non dimenticare che fu proprio il 47esimo residente che durante il suo primo mandato stracciò l’accordo siglato da Barack Obama e l’Iran. Chi garantisce agli iraniani che anche se un nuovo accordo venga firmato sarà rispettato? Che garanzie chiederebbero gli iraniani considerando l’inaffidabilità di Trump?




Stanotte in Italia tornerà l’ora legale: lancette avanti di un’ora

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foto singola sito20 1024x576Più ore di sole e quel senso di ‘vivere più a lungo’ la giornata. Dopo il buio dei mesi invernali ecco finalmente tornare l’ora legale. Questa notte alle 2:00 le lancette andranno spostate avanti di un’ora, passando direttamente alle 3:00. Questa operazione, che avviene solitamente in maniera automatica sui dispositivi elettronici, permetterà di guadagnare un’ora in più di luce solare e di diminuire il consumo di energia elettrica.

GLI EFFETTI DEL CAMBIO D’ORA SUL CORPO

Il passaggio dall’ora solare a quella legale può avere effetti sul nostro organismo. Alcune persone avvertono stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione e leggeri disturbi del sonno, poiché il nostro orologio biologico impiega qualche giorno ad adattarsi al nuovo ritmo.

Ad accusare maggiormente il cambio sono i cosiddetti “gufi”, ovvero chi è abituato a dormire e svegliarsi tardi. Anche bambini, anziani e animali domestici possono risentire della variazione, soprattutto per la modifica delle loro abitudini giornaliere.

PERCHÉ ESISTE L’ORA LEGALE?

L’idea di spostare le lancette per sfruttare meglio la luce naturale viene spesso attribuita a Benjamin Franklin, che nel 1784 scrisse un articolo satirico sul “Journal de Paris” riguardante il risparmio energetico. Tuttavia, il primo a proporre seriamente questa misura fu il biologo George Vernon Hudson nel 1895.

L’ora legale venne poi introdotta in Europa nel 1916, durante la Prima guerra mondiale, per risparmiare energia. In Italia fu adottata per la prima volta nello stesso anno, poi abolita e ripristinata più volte fino al 1966, quando divenne stabile. Dal 2001, tutti i Paesi dell’Unione Europea seguono la stessa regola: l’ora legale inizia l’ultima domenica di marzo e termina l’ultima domenica di ottobre.

ag Dire – www.dire.it




RD. Nuova “cédula” al via: tempi stretti e troppe incognite per gli stranieri

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900900p1461ednmainimg whatsapp image 2024 05 18 at 1.50.40 pm 1100 1100 p l 97Mancano ormai pochi giorni all’avvio ufficiale della nuova cédula in Repubblica Dominicana, uno dei progetti istituzionali più ambiziosi degli ultimi anni. Ma, mentre il calendario si avvicina, crescono dubbi, ritardi percepiti e soprattutto una domanda che riguarda migliaia di persone: che fine faranno gli stranieri residenti?

Secondo il cronogramma ufficiale, la sostituzione della cédula dovrebbe partire ad aprile 2026 per la popolazione generale, dopo una fase iniziale già avviata con categorie selezionate.

Un piano ambizioso, che punta a rinnovare milioni di documenti in tempi relativamente brevi. Tuttavia, sul terreno, molti cittadini parlano già di difficoltà logistiche, incertezza sulle modalità operative, informazioni poco chiare.

E soprattutto, resta un interrogativo centrale: il sistema sarà davvero pronto per una cedulación di massa?

Va anche ricordato che la cédula attuale resterà valida fino al 31 marzo 2027, creando una lunga fase di transizione.

Tradotto: anche se il processo parte, non è detto che proceda senza rallentamenti.

Il grande punto interrogativo: gli stranieri residenti

È qui che il tema diventa ancora più delicato.

Formalmente, il progetto della nuova cédula riguarda non solo i cittadini dominicani, ma anche i residenti legali stranieri, che da sempre possiedono una versione specifica del documento.

Eppure, nella comunicazione recente, l’attenzione sembra concentrarsi esclusivamente sui dominicani.

Negli ultimi giorni si registrano segnali che aumentano l’incertezza: sospensione temporanea dei servizi di cedulación per stranieri, assenza di un calendario per i residenti non cittadini, mancanza di informazioni operative dedicate.

Un contrasto evidente con le dichiarazioni iniziali, quando si parlava di un processo inclusivo e generalizzato.

Per migliaia di stranieri residenti — tra cui molti italiani — la situazione è tutt’altro che secondaria.

La cédula, infatti, è indispensabile per:

  • lavorare
  • aprire conti bancari
  • firmare contratti
  • accedere a servizi pubblici e privati

L’incertezza rischia quindi di trasformarsi in un problema concreto, soprattutto se:

  • i tempi si allungano
  • le regole cambiano in corsa
  • non vengono fornite indicazioni precise

Il vero nodo, più ancora della tecnologia o dell’organizzazione, è la comunicazione.

Da un lato, il progetto viene presentato come una modernizzazione fondamentale dello Stato, con una nuova cédula dotata anche di elementi digitali avanzati.

Dall’altro, però, manca chiarezza su chi, quando e come dovrà realmente accedere al nuovo sistema.

E in questa zona grigia, gli stranieri residenti sembrano essere i grandi dimenticati — almeno per ora.

Dalla Repubblica Dominicana, la percezione è chiara: non è tanto il “se” quanto il “come” a preoccupare.

I tempi saranno rispettati?

Gli stranieri verranno inclusi davvero o rimandati?

Ci sarà un sistema ordinato o file e improvvisazione?

Sono domande aperte, che meritano risposte rapide.

Perché una riforma così importante non può permettersi zone d’ombra. E soprattutto non può lasciare indietro chi, pur non essendo cittadino, vive, lavora e contribuisce ogni giorno al Paese.




Il mito canadese si incrina: nuovi immigrati sempre più in difficoltà

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C’è un #Canada che accoglie. E un Canada che seleziona. Ma soprattutto, oggi, c’è un Canada che si sta spaccando economicamente tra chi è arrivato ieri e chi è arrivato vent’anni fa.

Secondo un recente studio ripreso dal Corriere Canadese, i nuovi immigrati nel Paese risultano sensibilmente più poveri rispetto sia ai cittadini canadesi sia agli immigrati di lunga data. Un dato che rompe una narrazione storica: quella del Canada come terra di opportunità immediate.

Nel 2023, le famiglie di immigrati recenti (25-44 anni) hanno una ricchezza mediana di circa 132.300 dollari, meno della metà rispetto ai 293.900 dollari delle famiglie canadesi coetanee. Il divario ha raggiunto i 161.600 dollari, quasi raddoppiato rispetto al 2016.

Un segnale chiaro: entrare oggi nel sistema economico canadese è molto più difficile rispetto al passato.

All’opposto, gli immigrati “veterani” (35-64 anni) mostrano una situazione completamente diversa. Nel 2023 la loro ricchezza mediana supera quella dei canadesi nativi: 751.500 dollari contro 608.400.

Non solo integrazione, dunque. Ma addirittura successo economico, spesso superiore a quello della popolazione locale.

Questo scenario racconta una trasformazione profonda:

  • Prima ondata: immigrati arrivati in anni di crescita, con accesso più facile al lavoro e alla casa
  • Nuova ondata: immigrati che entrano in un sistema più competitivo, con costi della vita elevati e salari spesso insufficienti

Il risultato è una vera e propria frattura generazionale all’interno dello stesso mondo migrante.

Uno dei fattori principali di questo divario è il mercato immobiliare.

Chi è arrivato anni fa ha potuto acquistare casa a prezzi molto più bassi, accumulando patrimonio nel tempo. I nuovi arrivati, invece, si trovano di fronte a:

  • affitti altissimi
  • difficoltà di accesso al credito
  • stipendi iniziali spesso bassi

E senza proprietà immobiliare, costruire ricchezza diventa molto più lento.

Un altro dato sorprendente riguarda l’istruzione: anche tra gli immigrati con titolo universitario, il gap rispetto ai canadesi resta significativo.

Segno che il problema non è solo la formazione, ma l’accesso reale alle opportunità.

Il Canada continua ad avere bisogno di immigrati: è il principale motore della crescita demografica del Paese.

Ma questo nuovo squilibrio apre interrogativi importanti:

  • il sistema di integrazione funziona ancora?
  • si stanno creando nuove disuguaglianze strutturali?
  • il “sogno canadese” è ancora valido per chi arriva oggi?

Per la comunità italiana — storicamente ben integrata e oggi spesso economicamente stabile — questo dato è particolarmente significativo.

Racconta una verità scomoda: il successo degli immigrati non è automatico, ma dipende dal momento storico in cui si arriva.

Chi è partito ieri, oggi deve correre molto di più per ottenere ciò che, una volta, sembrava quasi naturale.




Biesse scommette sul Messico: nuova sede per crescere in America Latina

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biesse 835 u1030991347yuf 835x437@ilsole24ore webL’industria italiana continua a guardare con decisione oltreoceano. Il gruppo Biesse, eccellenza marchigiana nel settore delle tecnologie per la lavorazione dei materiali, ha inaugurato una nuova sede commerciale in Messico, rafforzando così la propria presenza nel continente americano.

L’operazione rappresenta un passo strategico per l’azienda con sede a Pesaro, già attiva in America Latina attraverso il Brasile e ora determinata a consolidarsi anche nel mercato nordamericano e centroamericano, considerato in forte espansione.

La nuova struttura sorge a Guadalajara, uno dei principali poli industriali del Paese, e nasce anche grazie all’integrazione di Bavelloni, realtà recentemente acquisita dal gruppo e specializzata nelle tecnologie per la lavorazione del vetro e della pietra. Questo permetterà a Biesse di offrire in loco un portafoglio completo di soluzioni, accompagnato da servizi sempre più efficienti.

Fondamentale sarà il collegamento con la sede statunitense del gruppo, che garantirà supporto tecnico rapido e una gestione più efficace dei ricambi, migliorando tempi e qualità dell’assistenza per i clienti dell’intera area.

Il Messico e l’America Centrale, infatti, stanno vivendo una fase di crescita significativa nella domanda di automazione e tecnologie industriali. Ed è proprio su questa dinamica che punta Biesse: maggiore vicinanza ai clienti, presenza diretta sul territorio e una visione di sviluppo a lungo termine.

Una scelta che conferma, ancora una volta, la capacità delle imprese italiane di competere e investire nei mercati globali, portando innovazione e know-how ben oltre i confini nazionali.




Gli avvisi di viaggio della Farnesina per la regione del Golfo

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La Farnesina, tramite l’Unità di Crisi, ha aggiornato l’avviso di viaggio per l’intera area del Golfo in considerazione della perdurante instabilità.

In particolare, si consiglia ai connazionali che abbiano previsto una destinazione o un transito nell’area di riconsiderare i viaggi se non strettamente necessari e di tenere conto delle possibili variazioni nella programmazione. A chi fosse già presente nell’area e decidesse di restare si raccomanda di osservare le raccomandazioni delle autorità locali e di valutare la partenza di persone fragili o in stato di difficoltà.

Sono stati inoltre aggiornati gli avvisi di viaggio per Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Oman, e Qatar.

Nel caso di Emirati Arabi Uniti e Qatar si suggerisce di posticipare viaggi non essenziali, compresi eventuali scali aerei verso altre destinazioni.
Per Arabia Saudita, Giordania e Oman si raccomanda di valutare con attenzione la necessità di intraprendere un viaggio in o attraverso questi Paesi in base alla situazione in atto.
In Bahrein e Kuwait lo spazio aereo risulta tuttora chiuso.
In Iraq restano sconsigliati tutti i viaggi a qualunque titolo.

Si ricorda a tutti i connazionali in viaggio di registrarsi sul sito Dove Siamo nel Mondo e di scaricare l’App Viaggiare Sicuri per aggiornamenti in tempo reale.




Italia, notte da dentro o fuori: contro l’Irlanda del Nord per sognare il Mondiale

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qualificazioni mondiali 2026 italia irlanda del nord 300x197La Nazionale italiana di calcio è chiamata a vivere una delle sfide più delicate degli ultimi anni. Stasera, gli Azzurri affronteranno l’Irlanda del Nord nazionale di calcio nei playoff per l’accesso ai Mondiali, in una gara che vale un’intera stagione — e forse molto di più.

Dopo un percorso di qualificazione segnato da alti e bassi, gli azzurri si trovano ancora una volta a dover passare dagli spareggi, un terreno che negli ultimi anni ha lasciato ricordi amari ai tifosi. Ma questa volta il gruppo sembra avere una determinazione diversa: concentrazione, spirito di squadra e la consapevolezza che non ci sono più margini di errore.

Una sfida da affrontare con attenzione

L’Irlanda del Nord non è un avversario da sottovalutare. Squadra fisica, compatta e abituata a giocare partite di sacrificio, rappresenta un ostacolo insidioso soprattutto nelle gare secche. Gli Azzurri dovranno imporre il proprio gioco sin dai primi minuti, evitando cali di tensione che potrebbero risultare fatali.

Il commissario tecnico ha lavorato molto sull’equilibrio tra fase difensiva e capacità offensiva, puntando su un mix di esperienza e giovani talenti. Fondamentale sarà la gestione dei momenti chiave della partita: mantenere la lucidità, sfruttare le occasioni e non concedere spazi.

Il peso della storia e il sogno Mondiale

Per l’Italia, la qualificazione al Mondiale non è solo un obiettivo sportivo, ma una questione di identità calcistica. Restare fuori dalla competizione più importante per la terza volta consecutiva sarebbe un colpo durissimo per tutto il movimento.

I tifosi, in patria e all’estero — inclusa la grande comunità italiana nei Caraibi — guardano a questa partita con speranza e apprensione. È il momento di dimostrare che l’Italia è pronta a tornare tra le grandi del calcio mondiale.

Appuntamento con la storia

Stasera (in Italia) non sarà una partita qualunque. Sarà una prova di carattere, un esame di maturità, una sfida che può cambiare il destino di un’intera generazione calcistica.

Gli Azzurri sono chiamati a rispondere sul campo. E questa volta, davvero, non si può sbagliare.