Referendum Giustizia: perché all’estero ha votato solo il 28% degli italiani

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imagesIl dato colpisce più del risultato stesso.
Mentre in Italia il referendum sulla giustizia ha mobilitato quasi il 60% degli elettori, tra gli italiani residenti all’estero si è fermato a circa il 28%.

Una distanza enorme, che non può essere liquidata come semplice disinteresse. Dietro questa bassa partecipazione si nasconde un problema strutturale, che riguarda il modo in cui l’Italia coinvolge – o non coinvolge – i suoi cittadini nel mondo.

Il primo ostacolo è concreto: il voto all’estero avviene per corrispondenza.

Sulla carta è una comodità. Nella realtà, spesso diventa un problema.

Molti elettori raccontano di plichi elettorali mai arrivati, consegne in ritardo, difficoltà nel rispettare i tempi per la restituzione.

A questo si aggiungono indirizzi non aggiornati nei registri AIRE e inefficienze postali, soprattutto in alcune aree dell’America Latina e dei Caraibi.

Il risultato è semplice: una parte degli italiani all’estero non vota perché non può farlo, non perché non vuole.

C’è poi una distanza più profonda: quella emotiva e politica.

Chi vive fuori dall’Italia da anni segue meno il dibattito politico, si sente meno coinvolto nelle dinamiche interne, percepisce referendum e riforme come lontani dalla propria vita quotidiana

Non è disinteresse, ma una forma di disconnessione progressiva.

L’Italia resta nel cuore, ma non sempre nella partecipazione civica.

In Italia, il referendum è stato ovunque: televisioni, giornali, social, dibattiti.

All’estero, invece, molto meno. Pochi eventi informativi, scarsa presenza istituzionale, dibattito limitato alle comunità più attive.

Molti italiani nel mondo hanno ricevuto il plico senza aver realmente capito cosa si votava, perché era importante, quali erano le conseguenze.

E quando l’informazione manca, cresce l’astensione.

La giustizia non è un argomento semplice.

Separazione delle carriere, Consiglio Superiore della Magistratura, equilibri costituzionali: temi tecnici, complessi, lontani dal linguaggio quotidiano.

In assenza di una comunicazione chiara, molti elettori scelgono la strada più prudente:
non votare piuttosto che votare senza capire.

Il 28% può sembrare un dato eccezionale, ma in realtà non lo è.

Storicamente, la partecipazione degli italiani all’estero ai referendum è sempre stata più bassa rispetto a quella interna.

Questo significa che il problema non riguarda questo referendum, ma il sistema nel suo complesso.

Il voto estero esiste, ma funziona a metà.

Si crea così una frattura evidente:

in Italia: alta partecipazione, forte dibattito. All’estero: partecipazione ridotta, informazione limitata

Eppure, il voto degli italiani nel mondo conta. Eccome se conta.

Nei referendum senza quorum, ogni voto pesa allo stesso modo, ovunque sia espresso.

Questo porta a un paradosso:
una minoranza attiva all’estero può influenzare il risultato, mentre la maggioranza resta silenziosa.

Il dato del 28% non è solo una statistica. È una domanda.

L’Italia vuole davvero coinvolgere i suoi cittadini all’estero?
O si limita a riconoscere loro un diritto, senza garantire le condizioni per esercitarlo?

Finché il voto resterà complicato, poco informato, logisticamente fragile la partecipazione continuerà a essere bassa.

E con essa, anche il peso reale di milioni di italiani che, pur vivendo lontano, restano parte del Paese.




Referendum giustizia: vince il No, ma dall’estero arriva un segnale diverso

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referendum1Il risultato è chiaro: in Italia il referendum sulla giustizia si chiude con la vittoria del No.
Una scelta netta, che conferma prudenza, timori e forse anche una certa sfiducia verso cambiamenti percepiti come complessi o poco comprensibili.

Ma c’è un dato che merita attenzione — e che racconta un’altra Italia.
Quella all’estero

Se nel territorio nazionale ha prevalso il No, tra gli italiani residenti all’estero il voto ha mostrato una tendenza diversa: in molte circoscrizioni estere ha prevalso il Sì, con risultati particolarmente evidenti nelle Americhe.

Non è un dettaglio statistico. È un segnale politico.

Gli italiani all’estero non sono solo elettori “lontani”.
Sono una parte viva del Paese, spesso con una visione diversa: più abituati a sistemi giuridici differenti, più sensibili ai temi di efficienza e funzionamento della giustizia, meno legati alle dinamiche interne della politica italiana.

Questo può aver inciso su un voto più favorevole al cambiamento.

In questo scenario, un elemento è difficile da ignorare: il lavoro del MAIE

Nelle Americhe, il movimento ha svolto una campagna capillare: informazione diretta nelle comunità, presenza nei media locali italiani, mobilitazione degli elettori.

Un impegno che, secondo molti osservatori, ha contribuito in modo significativo al risultato favorevole al Sì in quelle aree.

Le ragioni possono essere diverse:

  1. Maggiore apertura al cambiamento
    Vivere fuori dall’Italia spesso significa confrontarsi con sistemi più snelli.
  2. Minor peso delle polemiche interne
    Il dibattito politico italiano arriva all’estero in forma più filtrata.
  3. Fiducia nella riforma come opportunità
    Più che paura del cambiamento, prevale l’idea di miglioramento.

Il voto estero non cambia il risultato finale, ma manda un segnale chiaro: esiste una parte di italiani che chiede riforme, che guarda alla giustizia con occhi diversi, e che si sente spesso poco ascoltata.

E forse una domanda resta aperta: l’Italia che vive fuori dal Paese sta vedendo prima degli altri la necessità di cambiare?




Referendum, affluenza boom: alle 23 di ieri affluenza al 46,07%. I sondaggi

preparazione e allestimento dei seggi elettorali

preparazione e allestimento dei seggi elettorali

Alla chiusura dei seggi di domenica sera alle 23, ha votato il 46,07% degli aventi diritto secondo il portale Eligendo del Viminale — dato in netta crescita rispetto al referendum costituzionale del 2020, quando alla stessa ora si era fermato al 39,38%.

Secondo la proiezione di YouTrend, l’affluenza definitiva a chiusura dei seggi oggi (ore 15) sarà tra il 56% e il 60%.

Le regioni più attive (alle 23 di domenica): L’Emilia-Romagna guida con il 53,67%, seguita dalla Toscana al 52,49% e dalla Lombardia al 51,69%. La Sicilia è ultima con il 34,96%.

Orientamento del voto

Nell’ultimo sondaggio SWG per TG La7 del 6 marzo, il fronte del No era in vantaggio al 52% contro il Sì al 48%. Ma i seggi sono chiusi da poco e gli exit poll e le proiezioni sono appena disponibili — per i risultati definitivi bisognerà attendere lo spoglio nel corso del pomeriggio/sera.




RD. Abinader avverte: “Sacrifici inevitabili” per la crisi del petrolio

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img 6261Il presidente Luis Abinader si è rivolto alla nazione domenica tramite un messaggio in catena radiofonica, televisiva e sulle piattaforme digitali, preparando i dominicani a uno scenario economico avverso.

La causa: la guerra in Iran

Abinader ha spiegato che la crisi internazionale ha generato tensioni nei mercati energetici a causa dell’interruzione parziale delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, da dove transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale consumato a livello globale. Il Bilancio Nazionale 2026 era stato formulato con un barile di petrolio a 65 dollari, ma l’attuale escalation verso i 100 dollari obbliga a effettuare aggiustamenti.

I sacrifici annunciati

Il presidente è stato diretto: ci saranno pressioni sulle tariffe elettriche, sui costi del trasporto e, in una certa misura, sui prezzi degli alimenti di base. Non perché l’economia abbia debolezze, ma perché si affronta uno shock esterno di grande portata.

Le misure del Governo

Il mandatario ha dettagliato che nel 2025 lo Stato ha destinato 11.500 milioni di pesos in sussidi ai combustibili e oltre 105.000 milioni al settore elettrico, mentre nei primi mesi del 2026 il sussidio ai carburanti ha già raggiunto circa 4.000 milioni di pesos.

Il prezzo del Gas Liquefatto di Petrolio (GLP), fondamentale per le famiglie dominicane, verrà mantenuto invariato per proteggere i settori più vulnerabili della società. Per gli altri combustibili, invece, sono stati applicati aggiustamenti graduali tra il 5,2% e il 6,7%, una misura che permetterà di ridurre il sussidio di 12.000 milioni di pesos nel resto dell’anno.

Sono stati inoltre identificati 10.000 milioni di pesos attraverso la riassegnazione di voci di bilancio non prioritarie per rafforzare i programmi sociali senza aumentare la spesa totale, e verrà implementato un sussidio ai fertilizzanti da 1.000 milioni di pesos per evitare che i costi di produzione si trasferiscano al consumatore finale.

Settore elettrico

Il settore energetico, storicamente vulnerabile, mostra tuttavia condizioni migliori rispetto al passato: la diversificazione della matrice, il maggiore peso delle rinnovabili e i contratti di gas già garantiti aiutano ad attutire l’impatto, così come la stabilità nel costo del carbone utilizzato a Punta Catalina.

Il messaggio finale

Con riserve internazionali che superano i 16.000 milioni di dollari e un’economia che rimane tra le più dinamiche della regione, il paese affronta questa congiuntura da una posizione di solidità, non di debolezza.  Il presidente ha chiesto una responsabilità condivisa: le imprese possono adottare schemi di lavoro remoto e i cittadini ottimizzare l’uso del combustibile.




El Salvador, il “modello Bukele”: sicurezza ritrovata o libertà sacrificata?

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04int elsalvador termlimits 01 kqvz videosixteenbyninejumbo1600El Salvador è diventato, nel giro di pochi anni, uno dei Paesi più discussi del Centro America. Il presidente Nayib Bukele viene celebrato da molti come l’uomo che ha fatto ciò che sembrava impossibile: piegare le gang e restituire sicurezza a un Paese per anni ostaggio della violenza.

Ma dietro i numeri record di arresti e il crollo degli omicidi, si nasconde una realtà molto più complessa. E, per certi versi, inquietante.

Il governo ha dichiarato uno stato di emergenza prolungato, che ha portato all’arresto di decine di migliaia di persone sospettate di legami con le gang. Il risultato? Quartieri un tempo considerati inaccessibili sono oggi relativamente sicuri. I cittadini possono tornare a uscire la sera. Le attività commerciali respirano.

Ma a quale prezzo?

Organizzazioni internazionali denunciano arresti arbitrari, diritti sospesi e un sistema giudiziario sotto pressione. In nome della sicurezza, El Salvador sta sacrificando parte delle sue garanzie democratiche. E il rischio, secondo molti osservatori, è che questo “modello” possa diventare un precedente pericoloso nella regione.

Sul piano economico, il Paese continua a cercare una propria strada. L’introduzione del Bitcoin come moneta legale — una scelta fortemente voluta da Bukele — non ha portato i risultati sperati. Gli investimenti promessi non sono arrivati nella misura prevista, e la fiducia internazionale resta altalenante.

Eppure, qualcosa sta cambiando davvero.

Per gli italiani che vivono o guardano a El Salvador, il Paese oggi offre un paradosso: più sicurezza rispetto al passato, ma meno certezze sul piano istituzionale. Alcuni imprenditori iniziano a considerarlo una nuova frontiera, soprattutto nei settori turistico e immobiliare. Ma resta fondamentale muoversi con cautela, informarsi bene e non lasciarsi trascinare solo dall’entusiasmo mediatico.

El Salvador è oggi un laboratorio. Un esperimento politico e sociale osservato da tutto il mondo.

Funzionerà davvero nel lungo periodo?
O si tratta solo di una stabilità apparente, costruita su fondamenta fragili?




Messico, il gigante fragile: tra cartelli, pressioni USA e promesse che non bastano

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imagesIl Messico è oggi uno dei Paesi più importanti dell’America Latina. Ma è anche uno dei più contraddittori. Un gigante economico che però continua a camminare su un terreno instabile, dove sicurezza, politica e pressioni internazionali si intrecciano in modo sempre più pericoloso.

La verità è scomoda: lo Stato, in molte zone del Paese, non ha il pieno controllo del territorio. I cartelli della droga non sono solo organizzazioni criminali, ma veri e propri poteri paralleli. Gestiscono traffici, impongono regole, influenzano economie locali. E mentre il governo annuncia operazioni e successi, la percezione diffusa tra la popolazione è che la violenza non sia mai davvero sotto controllo.

A complicare il quadro c’è la pressione costante degli Stati Uniti. Con le nuove politiche migratorie sempre più dure, Washington scarica sul Messico gran parte del peso dei flussi migratori. Il risultato? Migliaia di persone bloccate nel Paese, tensioni sociali in aumento e un governo costretto a fare da “filtro” senza avere strumenti sufficienti.

E poi c’è l’economia, che sulla carta dovrebbe essere il punto di forza. Il fenomeno del nearshoring sta portando investimenti e nuove opportunità. Ma la domanda è inevitabile: quanto può crescere un Paese dove intere regioni sono sotto l’influenza della criminalità? Quanto può essere davvero sicuro investire?

Per gli italiani che vivono e lavorano in Messico, la realtà è fatta di opportunità e rischi. Città come Città del Messico, Monterrey o Cancún continuano ad attrarre imprenditori e professionisti. Ma basta spostarsi di qualche chilometro per entrare in un’altra dimensione, dove le regole cambiano e la sicurezza non è garantita.

Il Messico, oggi, sembra vivere in equilibrio precario tra due anime: quella moderna, globale, dinamica… e quella fragile, segnata da problemi strutturali che nessun governo è riuscito davvero a risolvere.

E la domanda resta aperta: il Paese riuscirà a trasformare le sue enormi potenzialità in stabilità reale, o continuerà a convivere con le sue contraddizioni?




Canada, il sogno è finito? Emigrare oggi è più rischio che opportunità

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freddoPer anni ci hanno raccontato il Canada come la terra delle possibilità.

Lavoro, ordine, stipendi migliori, qualità della vita. Una promessa semplice: parti e costruisci il tuo futuro.

Ma oggi quella promessa scricchiola.

E sempre più italiani all’estero iniziano a chiederselo senza giri di parole: il sogno canadese è finito?

Il governo di Justin Trudeau ha cambiato rotta.

Meno ingressi, più selezione, controlli più rigidi. Ufficialmente per proteggere il sistema. In realtà, anche perché il sistema è sotto pressione.

Il messaggio è chiaro: il Canada non può più permettersi tutti.

Sulla carta, i salari sono più alti.

Ma nella vita reale?

Affitti fuori controllo, costo della spesa in aumento, servizi sempre più saturi. Vivere in città come Toronto o Vancouver significa spesso lavorare molto… per restare a galla.

Il risultato è una verità scomoda: non basta guadagnare di più per vivere meglio.

Sempre più nuovi arrivati raccontano la stessa storia:

  • lavori lontani dalle proprie qualifiche
  • difficoltà a trovare casa
  • risparmi che si consumano rapidamente

Il Canada non è diventato un incubo. Ma per molti, non è più nemmeno il sogno che era.

Oggi il sistema premia solo chi arriva “già pronto”:

  • professionisti qualificati
  • profili richiesti dal mercato
  • persone con risorse economiche solide

Gli altri rischiano di restare ai margini.

E questo cambia tutto.

Conviene ancora partire? La risposta, oggi, è più dura di ieri.

✔ Conviene, se sei già competitivo.
✖ Non conviene, se speri che il Paese faccia il lavoro al posto tuo.

Perché il Canada non costruisce più il tuo futuro. Ti chiede di arrivare con il futuro già in tasca.




USA, “caput mundi” come l’antica Roma? Il ritorno di una logica imperiale

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il fullxfull.5004112715 o07dC’è una visione del mondo che sta tornando con forza nel dibattito internazionale.

Non è nuova. È antica. Antichissima.

È l’idea che una grande potenza non debba limitarsi a esistere, ma debba dominare.
Espandersi. Controllare. Garantirsi le risorse necessarie, ovunque si trovino.

È la logica dell’Impero.

E oggi, nelle politiche e nella narrativa del presidente Donald Trump, questa visione sembra riaffiorare con chiarezza.

Nel mondo contemporaneo, il controllo territoriale non si misura più solo in confini, ma in risorse strategiche.

Petrolio, gas, materie prime: chi controlla l’energia, controlla il futuro.

Non è un caso che la politica estera americana stia diventando sempre più esplicita nel difendere — e, quando necessario, imporre — i propri interessi nelle aree chiave del pianeta.

Non si tratta solo di sicurezza.
Si tratta di egemonia economica e geopolitica.

L’analogia con l’Impero Romano non è forzata.

Roma non conquistava territori per ideologia, ma per necessità strategica:

  • rotte commerciali
  • risorse
  • stabilità dei confini

Ogni espansione era giustificata come difesa preventiva.
Ogni dominio come garanzia di ordine.

Oggi il linguaggio è diverso, ma la logica è sorprendentemente simile.

Per anni gli Stati Uniti hanno promosso la globalizzazione: mercati aperti, interdipendenza, libero commercio.

Ora il paradigma sembra cambiare.

Dazi, protezionismo, pressione sui partner, ridefinizione delle alleanze: tutto indica un passaggio da un mondo “aperto” a un mondo controllato.

Un mondo in cui gli interessi nazionali prevalgono su ogni equilibrio multilaterale.

Questa strategia non avviene nel vuoto.

Altre potenze osservano e reagiscono:

  • la China rafforza la sua presenza globale
  • la Russia continua a sfidare l’ordine occidentale

Se tutti iniziano a ragionare come imperi, il risultato non è stabilità.

È competizione permanente.

E la storia insegna che quando più “Rome” si confrontano, il rischio di conflitto aumenta.

La vera domanda non è se gli Stati Uniti possano essere ancora il centro del mondo.

La domanda è: che tipo di centro vogliono essere?

Un leader globale basato su cooperazione e regole condivise?
O una potenza che impone la propria volontà, come gli imperi del passato?




Repubblica Dominicana: prezzi in salita, salari fermi. Verso una nuova tensione sociale?

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67787c7894b91Fare la spesa oggi nella Repubblica Dominicana è diventato, per molti, un esercizio di resistenza quotidiana. Non servono statistiche per capirlo: basta entrare in un supermercato o in un colmado di quartiere. I prezzi salgono, settimana dopo settimana. I salari, invece, restano fermi.

E il divario tra ciò che si guadagna e ciò che si spende si allarga.

Ufficialmente, l’inflazione nel Paese è sotto controllo: nel 2025 si è mantenuta intorno al 4,9%, dentro i parametri considerati “normali” dal Banco Central .

Ma la realtà quotidiana racconta un’altra storia.

I prodotti che pesano di più sul bilancio familiare — alimenti, trasporti, servizi — sono proprio quelli che sono aumentati di più . E non si tratta di beni occasionali, ma di quelli che si comprano ogni settimana: pollo, verdure, prodotti di base.

Non a caso, il costo della canasta básica ha superato ormai i 48.000 pesos mensili , mentre il salario medio formale si aggira attorno ai 34.000 pesos .

Il risultato è evidente: lavorare non basta più per vivere con tranquillità.

Di fronte a questa pressione, i consumatori stanno cambiando abitudini. Cresce il ricorso alle cosiddette “marche bianche”, più economiche, nei supermercati .

Si compra meno, si sceglie il prezzo più basso, si rinuncia alla qualità.

È un segnale chiaro: quando una società passa dalla scelta al risparmio forzato, significa che qualcosa si sta incrinando.

La domanda inevitabile è: può questa situazione sfociare in un’esplosione sociale?

Nel breve termine, probabilmente no. La Repubblica Dominicana mantiene ancora una certa stabilità economica e politica, con crescita sostenuta e turismo forte.

Ma nel medio periodo, i segnali di tensione ci sono tutti:

  • aumento del costo della vita percepito come ingiusto
  • stagnazione salariale
  • crescente disuguaglianza
  • frustrazione soprattutto nelle classi più basse

La storia latinoamericana insegna che le crisi sociali non esplodono per un singolo evento, ma per accumulo.

E quando la popolazione sente che “non ce la fa più”, il punto di rottura arriva improvvisamente.

Oggi il Paese vive in una sorta di equilibrio fragile:
l’economia cresce, ma non tutti ne beneficiano allo stesso modo.

Finché il turismo regge e l’occupazione tiene, la tensione resta latente. Ma se uno di questi pilastri dovesse vacillare, il malcontento potrebbe emergere con forza.




Addio al Senatùr: è morto Umberto Bossi, il padre della Lega Nord e del sogno padano

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umberto bossi 1200x630 1Ieri si è spento Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, movimento politico nato nel 1984 per rappresentare le istanze del Settentrione contro “Roma ladrona”. Aveva 84 anni. Era ricoverato da mercoledì nell’ospedale di Circolo di Varese, dove è deceduto nella serata di giovedì.

Figura complessa e contraddittoria, capace di grandi successi ma anche di profonde cadute, ha lasciato un segno indelebile nella storia della Repubblica italiana. Come lo definì Pierluigi Bersani, ex leader del Pd, in occasione degli 80 anni: “uno strano personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer”.

Il sogno della Padania

Nato nel 1941 a Cassano Magnago, Bossi fondò negli anni Ottanta la Lega Autonomista Lombarda, che nel 1989 si trasformò nella Lega Nord, federazione dei movimenti autonomisti del Nord Italia. Con lui il partito entrò con forza nella politica nazionale, diventando una delle principali forze della Seconda Repubblica.

Il suo progetto politico era radicale: non la semplice autonomia del Nord, ma la sua indipendenza. Nel 2007 dichiarò: “Il federalismo non basta più, la Padania un giorno sarà uno Stato libero, indipendente e sovrano; saremo liberi con le buone o con le meno buone!” L’apice di questa stagione fu nel 1996, quando raccolse la famosa ampolla di acqua del Po, rafforzando la componente mitica della sua leadership politica.

Il linguaggio che ha cambiato la politica italiana

Con il Senatùr nacque “Roma ladrona”, che divenne una formula magica per conquistare l’elettorato dell’Italia settentrionale. A essa accompagnava spesso “La Lega non perdona”: poche parole per restituire l’idea di un Nord produttivo e industriale in contrapposizione a un Centro-Sud rappresentato come parassitario.

Bossi costruì gran parte del suo successo politico attraverso un linguaggio volutamente lontano dal tradizionale “politichese”. Preferiva un modo di parlare semplice, immediato e diretto, capace di arrivare subito alla gente, anche a costo di essere provocatorio o ruvido. Non si risparmiava provocazioni: del presidente del Consiglio Mario Monti disse in pubblico “Monti vaffan…”, e nel 1997 fu condannato definitivamente a un anno e quattro mesi per vilipendio alla bandiera italiana.

Si allontanava dalla televisione come mezzo principale per raccogliere proseliti, privilegiando la piazza e il contatto diretto, specie sul pratone di Pontida, dove ancora oggi una volta all’anno si riunisce quella che è diventata la nuova Lega.

La caduta e gli ultimi anni

Nel 2004 fu colpito da un grave ictus che ne compromesse la salute, costringendolo a rallentare l’attività politica. Nel 2012 Bossi si dimise da segretario della Lega, in seguito allo scandalo sull’uso improprio dei fondi del partito. Gli succedettero Roberto Maroni e poi Matteo Salvini, che abbandonò via via le questioni care all’elettorato padano in favore di una svolta nazionalistica, una scelta che Bossi non perdonò mai.

Il cordoglio della politica

La premier Giorgia Meloni ha scritto: “Con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra.”

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio, definendolo “un leader politico appassionato e un sincero democratico”.

La frase che Bossi amava ripetere ai suoi, e che i compagni di una vita gli hanno ricordato nell’ultimo saluto, era in dialetto lombardo: “Mai mulàr”. Non mollare mai.