Haiti rimanda le elezioni a tempo indeterminato: perché la crisi può costare cara alla Repubblica Dominicana

crisi al confine tra haiti e repubblica dominicana

Il voto previsto per dicembre salta e non c’è ancora una nuova data. Haiti resta senza elezioni dal 2016, mentre le bande controllano vaste zone del Paese. Per Santo Domingo aumentano i rischi sulla frontiera, la pressione migratoria, la sicurezza e l’economia

crisi al confine tra haiti e repubblica dominicana

Haiti avrebbe dovuto finalmente tornare alle urne. Dopo anni di crisi politica, violenza delle bande armate e istituzioni sempre più fragili, il calendario elettorale prevedeva per il 13 dicembre 2026 il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative, seguito dal secondo turno il 21 febbraio 2027.

Ma anche questa volta il voto è saltato.

Il Consiglio elettorale provvisorio haitiano (CEP) ha annunciato il rinvio delle prime fasi del processo elettorale senza indicare una nuova data. Il calendario sarà modificato, ha fatto sapere il CEP, tenendo conto delle condizioni necessarie per poter organizzare regolarmente le diverse fasi del processo.

È una decisione che racconta meglio di molti discorsi la situazione in cui si trova Haiti: lo Stato non riesce ancora a garantire le condizioni minime per organizzare elezioni nazionali.

E questa situazione non riguarda soltanto Haiti.

Per la Repubblica Dominicana, che condivide con Haiti l’isola di Hispaniola, una crisi haitiana sempre più lunga significa anche nuovi problemi e nuovi costi.

Haiti senza elezioni dal 2016

Per comprendere la gravità della situazione bisogna ricordare un dato: Haiti non celebra elezioni nazionali dal 2016.

L’ultimo presidente, Jovenel Moïse, è stato assassinato nel 2021 e da allora il Paese non è riuscito a ricostruire un sistema politico stabile attraverso il voto. Nel frattempo le bande armate hanno esteso il loro controllo su vaste aree, soprattutto nell’area di Port-au-Prince.

Secondo dati citati recentemente dall’Organizzazione degli Stati Americani, le bande arriverebbero a controllare tra l’80 e il 90% di Port-au-Prince, mentre circa 1,47 milioni di haitiani sono stati costretti ad abbandonare le proprie case a causa della violenza.

In queste condizioni organizzare elezioni diventa estremamente complicato: ci sono zone nelle quali lo Stato non esercita un controllo effettivo, mancano strutture per registrare gli elettori e milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza o sono state costrette a spostarsi.

Il rinvio, quindi, non arriva come una sorpresa.

Ma è comunque un altro duro colpo per la possibilità di riportare Haiti verso una normalità istituzionale.

E cosa c’entra la Repubblica Dominicana?

C’entra moltissimo.

La Repubblica Dominicana non può decidere ciò che accade dall’altra parte della frontiera, ma subisce inevitabilmente le conseguenze dell’instabilità haitiana.

Il primo problema è quello della migrazione.

Quando aumenta la violenza e lo Stato haitiano perde capacità di controllo, cresce naturalmente la pressione delle persone che cercano sicurezza e condizioni di vita migliori fuori dal Paese.

Per Santo Domingo questo significa maggiori controlli, maggiori operazioni di frontiera, maggiori costi per le forze di sicurezza e un problema migratorio ancora più difficile da gestire.

La Direzione Generale della Migrazione dominicana ha comunicato, per esempio, che soltanto domenica 4 ottobre sono stati deportati attraverso il posto di frontiera di Dajabón 302 cittadini haitiani, mentre le operazioni effettuate in tutto il territorio nazionale avevano portato al fermo di 1.171 stranieri in situazione migratoria irregolare e alla deportazione di 1.139 persone.

Questi numeri non dimostrano che il rinvio delle elezioni provocherà automaticamente un nuovo esodo. Ma mostrano quanto il tema migratorio sia già importante per la Repubblica Dominicana.

Il problema della sicurezza

C’è poi una questione ancora più delicata: la sicurezza della frontiera.

Più il territorio haitiano rimane fuori dal controllo delle istituzioni, maggiore diventa il rischio che criminalità organizzata, traffici illegali e gruppi armati operino in prossimità della frontiera.

La Repubblica Dominicana ha quindi interesse diretto a che dall’altra parte dell’isola esista uno Stato capace di controllare il proprio territorio.

Non significa che la crisi haitiana debba essere considerata automaticamente una minaccia militare per la Repubblica Dominicana. Significa piuttosto che una frontiera internazionale è molto più difficile da gestire quando uno dei due Paesi attraversa una crisi istituzionale e di sicurezza prolungata.

È un problema che Santo Domingo conosce bene e che richiede risorse.

Anche l’economia può risentirne

C’è poi un aspetto che interessa direttamente il mondo imprenditoriale dominicano.

Haiti è un importante mercato per la Repubblica Dominicana. Commercio, trasporti, attività delle zone di frontiera e rapporti economici dipendono anche dalla possibilità di mantenere aperti canali relativamente normali tra i due Paesi.

Se la crisi politica e la violenza continuano, gli operatori economici devono affrontare maggiori rischi, costi di sicurezza, difficoltà logistiche e incertezza.

Non significa che l’economia dominicana sia destinata a fermarsi. Sarebbe un’esagerazione.

Ma una Haiti sempre più instabile significa necessariamente un vicino con il quale diventa più difficile commerciare, investire e programmare attività economiche.

Non a caso, nelle discussioni bilaterali tra i due Paesi del 3 settembre sono comparsi proprio temi come sicurezza della frontiera, migrazione, commercio e investimenti, cooperazione economica e collegamenti aerei.

La questione umanitaria

Esiste poi un problema che non può essere ignorato.

La crisi haitiana è prima di tutto una tragedia per gli haitiani.

Secondo i dati riportati da Acento sulla base delle informazioni delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’anno circa 5.700 persone sono state uccise o ferite in Haiti e quasi 1,5 milioni sono state sfollate.

Quando un Paese precipita in una crisi di queste dimensioni, i Paesi vicini non possono rimanere completamente estranei.

Per la Repubblica Dominicana questo significa affrontare contemporaneamente la difesa dei propri interessi nazionali e la necessità di gestire una situazione umanitaria che si sviluppa a poche decine di chilometri dalla propria frontiera.

È un equilibrio estremamente difficile.

La soluzione non può essere soltanto dominicana

Ed è forse questo il punto più importante.

La Repubblica Dominicana può rafforzare la propria frontiera, controllare l’immigrazione irregolare e difendere la propria sicurezza. Può inoltre mantenere il dialogo diplomatico con Haiti, come sta facendo.

Ma non può risolvere da sola la crisi haitiana.

La stabilizzazione di Haiti richiede istituzioni haitiane funzionanti, sicurezza, elezioni credibili e un sostegno internazionale capace di accompagnare il Paese verso una nuova fase politica.

La comunità internazionale sta già sostenendo una forza internazionale contro le bande, il cui mandato è stato prorogato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma la forza non ha ancora raggiunto l’obiettivo numerico previsto di 5.500 effettivi.

E senza un miglioramento concreto della sicurezza sarà molto difficile organizzare elezioni realmente nazionali.

Hispaniola non può vivere con una frontiera permanentemente in crisi

Per la Repubblica Dominicana la questione, alla fine, è molto semplice.

Due Stati condividono la stessa isola.

Possono avere storie, lingue, culture e sistemi politici completamente differenti, ma non possono ignorarsi.

Una Haiti senza elezioni, con una parte consistente del territorio controllata da gruppi armati e con milioni di persone sfollate, rappresenta una situazione che inevitabilmente produce conseguenze anche sul lato dominicano.

La Repubblica Dominicana ha tutto il diritto di difendere la propria frontiera e di stabilire autonomamente la propria politica migratoria.

Ma ha anche un interesse evidente a vedere nascere, dall’altra parte della frontiera, un Haiti stabile, istituzionalmente legittimo e capace di controllare il proprio territorio.

Il rinvio delle elezioni non significa che Haiti sia destinata necessariamente a un ulteriore deterioramento.

Ma significa che la strada verso una soluzione politica si allunga ancora.

E ogni mese di instabilità in più non pesa soltanto su Port-au-Prince.

Può pesare anche su Santo Domingo.

 




USA. I 13 aviatori italiani uccisi a Kindu saranno ricordati all’ONU: una targa nel cuore di New York

homenaje italiano ante las naciones unidas

Il 19 novembre al Palazzo di Vetro sarà scoperta una targa dedicata ai militari della 46ª Brigata Aerea uccisi in Congo nel 1961. A 65 anni dalla tragedia, le Nazioni Unite rinnovano il ricordo dei primi italiani caduti in una missione di pace ONU.

homenaje italiano ante las naciones unidas

Ci sono tragedie che il tempo non cancella. Cambiano le generazioni, cambiano i luoghi e cambiano le missioni internazionali, ma il nome di chi ha perso la vita cercando di portare aiuto e sicurezza rimane nella memoria.

È con questo spirito che il prossimo 19 novembre 2026, al Palazzo di Vetro di New York, le Nazioni Unite renderanno omaggio ai 13 aviatori italiani uccisi a Kindu, nell’allora Repubblica del Congo, l’11 novembre 1961.

La cerimonia si svolgerà presso la Place of Prayer, il Luogo di Preghiera del Quartier Generale dell’ONU, e prevede lo svelamento di una targa commemorativa dedicata ai militari italiani. L’iniziativa è organizzata dalla Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York, in occasione del 65° anniversario dell’eccidio.

Una missione di pace finita in tragedia

I tredici militari appartenevano alla 46ª Brigata Aerea di Pisa e si trovavano in Congo nell’ambito dell’operazione delle Nazioni Unite ONUC, impegnata nella difficile situazione creatasi nel Paese dopo l’indipendenza e lo scoppio della crisi congolese.

Gli aviatori italiani erano arrivati a Kindu a bordo di due velivoli da trasporto C-119, impegnati nel trasporto di rifornimenti destinati alle forze ONU. Secondo la ricostruzione della Difesa, i militari furono catturati da gruppi ribelli e successivamente uccisi.

Quella tragedia rappresentò uno dei momenti più drammatici della partecipazione italiana alle prime missioni internazionali sotto l’egida delle Nazioni Unite.

La stessa Aeronautica Militare ricorda Kindu come la prima missione internazionale della Forza Armata dopo la Seconda guerra mondiale e sottolinea come, nel 1961, tredici militari della 46ª Aerobrigata di Pisa persero la vita durante una missione di trasporto umanitario per conto dell’ONU.

Tredici nomi, una memoria che continua

I tredici caduti furono successivamente insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Il loro sacrificio è ancora oggi ricordato dalla 46ª Brigata Aerea e dalle istituzioni italiane.

La Difesa italiana, nel commemorare l’eccidio, continua a collegare quella vicenda storica all’impegno dei militari italiani impegnati nelle missioni internazionali contemporanee.

Non è soltanto una pagina della storia dell’Aeronautica Militare. Kindu è diventato anche un simbolo delle difficoltà e dei rischi affrontati dal personale impegnato nelle operazioni internazionali di pace.

Il ricordo al Palazzo di Vetro

La cerimonia di New York avrà quindi un significato particolare. La targa non ricorderà soltanto i tredici italiani, ma sarà anche dedicata alla memoria di tutti i caschi blu e del personale di pace che hanno perso la vita in Congo nel quadro delle missioni delle Nazioni Unite.

L’appuntamento del 19 novembre vuole così collegare una tragedia avvenuta 65 anni fa con il significato più ampio delle operazioni di peacekeeping: la presenza internazionale in territori segnati da conflitti, instabilità e violenza e il prezzo pagato da uomini e donne chiamati a svolgere il proprio compito lontano da casa.

È significativo che il ricordo venga collocato proprio nella sede delle Nazioni Unite. Fu infatti sotto la bandiera dell’ONU che quei tredici aviatori erano partiti per il Congo.

A distanza di decenni, il loro sacrificio torna dunque nel luogo simbolo dell’organizzazione internazionale per la quale stavano prestando servizio.

Una memoria che appartiene all’Italia e alle Nazioni Unite

Il 19 novembre, al Palazzo di Vetro, non verrà ricordato soltanto ciò che accadde a Kindu. Sarà ricordato anche il principio per cui una missione di pace comporta responsabilità e rischi reali, spesso sostenuti da uomini e donne il cui nome rischia, con il passare degli anni, di perdersi nella memoria collettiva.

La targa servirà proprio a questo: a mantenere visibili quei tredici nomi e il significato della loro missione.

Per l’Italia sarà anche un momento di memoria nazionale all’interno della casa delle Nazioni Unite, dove il sacrificio dei tredici aviatori di Kindu potrà essere ricordato insieme a quello di tanti altri peacekeeper caduti nel mondo.

 




Peste in Siberia: dobbiamo preoccuparci?

siberia peste 1024x576

Una ricercatrice di 28 anni muore dopo aver lavorato in un istituto che studia la peste. Quasi 200 persone finiscono sotto osservazione e si parla di un possibile incidente di laboratorio. Ma ora le autorità russe escludono nuovi casi e l’OMS considera basso il rischio per la popolazione generale.

siberia peste 1024x576

Una morte misteriosa, un laboratorio di ricerca, quasi 200 persone messe sotto osservazione e una malattia che appartiene all’immaginario collettivo come una delle più terribili epidemie della storia.

La vicenda scoppiata nella regione russa di Irkutsk, in Siberia, ha inevitabilmente fatto scattare l’allarme internazionale. Ma a distanza di alcuni giorni la situazione appare molto meno drammatica di quanto le prime notizie avessero fatto temere.

Al momento, infatti, non è stato confermato alcun focolaio di peste a Irkutsk e non risultano casi di peste tra le persone entrate in contatto con la lavoratrice deceduta. L’Organizzazione mondiale della sanità ha riferito che i contatti sono stati individuati e sottoposti a monitoraggio e che il rischio per la popolazione generale resta basso.

La morte della giovane ricercatrice

La vicenda è iniziata con la morte di una tecnica di laboratorio di 28 anni, identificata dai media locali come Darya Shipilova, dipendente dell’Istituto antipeste di Irkutsk.

La donna è stata ricoverata con una grave forma di polmonite ed è morta dopo un rapido peggioramento delle sue condizioni.

Le prime ricostruzioni diffuse dai media russi hanno collegato la sua morte a un possibile incidente avvenuto il 25 settembre, quando sarebbe stata rotta accidentalmente una provetta contenente batteri vivi di Yersinia pestis, l’agente responsabile della peste.

Ma questo elemento non è stato confermato dalle autorità sanitarie russe. Le autorità hanno parlato di una polmonite di origine non chiarita e hanno negato di aver trovato prove di un incidente di laboratorio collegato alla morte della donna.

Ed è proprio questa distinzione che diventa fondamentale: nelle prime ore si è parlato di possibile peste polmonare e di una contaminazione avvenuta in laboratorio; oggi, invece, non esiste una conferma ufficiale che la donna sia morta di peste.

Quasi 200 persone sotto osservazione

La prudenza delle autorità ha comunque portato a una risposta sanitaria importante.

Circa 200 persone che potrebbero essere entrate in contatto con la donna sono state sottoposte a osservazione. Alcune sono state ricoverate e altre sono state monitorate secondo i protocolli previsti per le malattie infettive.

Il fatto che tante persone siano state controllate non significa però che siano state contagiate.

Al contrario, gli ultimi aggiornamenti indicano che non sono stati individuati casi di peste tra i contatti della ricercatrice. Il monitoraggio continua proprio per evitare che un eventuale contagio possa sfuggire ai controlli.

Perché la peste fa ancora paura?

La peste non è soltanto una malattia del Medioevo.

Il batterio Yersinia pestis continua a circolare in alcune aree del mondo, soprattutto attraverso popolazioni di roditori selvatici e le pulci che li infestano. La Siberia e altre zone dell’Asia centrale rappresentano ancora aree nelle quali il batterio è presente in natura.

La forma che desta maggiore preoccupazione dal punto di vista della trasmissione è la peste polmonare, perché può diffondersi attraverso le goccioline respiratorie di una persona infetta.

Ma esiste una differenza fondamentale rispetto alle grandi epidemie del passato: oggi la peste può essere trattata con antibiotici, soprattutto quando la diagnosi viene effettuata rapidamente.

Questo significa che la presenza del batterio non equivale automaticamente alla nascita di una nuova pandemia.

Il vero interrogativo: cosa è successo nel laboratorio?

È questo forse l’aspetto più delicato dell’intera vicenda.

La possibilità che una persona possa essere entrata in contatto accidentalmente con un agente patogeno pericoloso all’interno di un laboratorio ad alta sicurezza ha naturalmente suscitato preoccupazione.

L’istituto di Irkutsk è una struttura destinata proprio allo studio della peste e di altri agenti infettivi. Secondo le informazioni diffuse sulla struttura, il laboratorio opera con un livello di biosicurezza 3, utilizzato per la manipolazione di microrganismi che possono provocare malattie gravi e trasmissibili.

Ma anche in questo caso occorre distinguere i fatti dalle ipotesi.

L’incidente con la provetta è stato raccontato da fonti locali, ma non è stato confermato ufficialmente come causa del decesso.

Ed è quindi prematuro parlare di una “fuga” di peste dal laboratorio.

Dobbiamo preoccuparci nel resto del mondo?

Per il momento, non ci sono elementi che facciano pensare a una minaccia pandemica internazionale.

L’ultimo aggiornamento delle autorità russe, comunicato anche all’OMS, indica che non sono stati rilevati casi di peste nella città di Irkutsk e che le persone entrate in contatto con la donna sono state individuate e sottoposte a controlli. L’OMS ha definito basso il rischio per la popolazione generale.

Questo non significa che la vicenda possa essere considerata definitivamente chiusa.

La causa della morte della ricercatrice rimane un elemento importante da chiarire e il monitoraggio dei contatti continua. Inoltre, la comunità internazionale ha interesse a ricevere informazioni complete quando è coinvolto un agente patogeno potenzialmente pericoloso.

Gli Stati Uniti stanno seguendo la situazione e il segretario di Stato Marco Rubio ha chiesto maggiore trasparenza a Mosca sugli sviluppi del caso.

Tra prudenza e allarmismo

La vicenda di Irkutsk mostra ancora una volta quanto sia facile, nell’epoca dei social network e dell’informazione istantanea, passare rapidamente da un caso sanitario circoscritto alla paura di una nuova pandemia.

Una giovane ricercatrice muore in un istituto che studia la peste: la notizia è certamente grave.

Quasi 200 persone vengono messe sotto osservazione: l’allarme cresce.

Si parla di una provetta contenente batteri vivi: l’ipotesi di un incidente di laboratorio diventa immediatamente la notizia principale.

Poi arrivano i dati: nessun contagio confermato tra i contatti, nessun focolaio accertato e rischio generale considerato basso.

La prudenza è quindi necessaria, ma anche la prudenza nel raccontare la notizia.

Al momento non siamo davanti a una nuova pandemia. Siamo davanti a un caso sanitario ancora da chiarire, che ha richiesto misure preventive importanti e che viene seguito dalle autorità russe e dagli organismi sanitari internazionali.

E forse la lezione più importante è proprio questa: quando compare una malattia potenzialmente pericolosa, la prima difesa non è il panico, ma l’informazione verificata.




Italiani nel mondo, a novembre il CGIE torna al confronto: voto, cittadinanza e servizi sotto esame

cgie italia en el mundo

La plenaria di novembre affronterà alcuni dei temi più importanti per le comunità italiane all’estero, dalle elezioni dei Com.It.Es. alla riforma della Circoscrizione Estero, fino alla cittadinanza e ai servizi consolari.

cgie italia en el mundo

Saranno mesi importanti per la rappresentanza degli italiani nel mondo. Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) si prepara infatti alla prossima Assemblea plenaria, in programma a Roma dal 23 al 27 novembre 2026, con un’agenda che comprende alcuni dei temi più delicati per le comunità italiane fuori dai confini nazionali.

Il Comitato di Presidenza del CGIE si è riunito alla Farnesina dal 28 al 30 settembre per fare il punto sulle principali questioni aperte. Al centro del confronto sono finiti il rinnovo dei Com.It.Es., la riforma della legge elettorale e della Circoscrizione Estero, la cittadinanza italiana, la digitalizzazione dei servizi consolari e la diffusione della lingua e cultura italiana all’estero.

Com.It.Es., si avvicina il momento del voto

Uno dei dossier più importanti riguarda le prossime elezioni per il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero, previste per il 4 dicembre 2026.

La Farnesina ricorda che il voto avviene per corrispondenza, ma che gli elettori devono prima chiedere espressamente di essere inseriti nell’elenco degli aventi diritto. Per le elezioni del 2026, la richiesta di iscrizione deve essere presentata entro il 4 novembre.

Il CGIE ha sottolineato l’importanza di una forte campagna informativa per favorire la partecipazione degli italiani residenti all’estero. L’obiettivo è evitare che le difficoltà burocratiche o la scarsa conoscenza delle procedure finiscano per ridurre ulteriormente il numero degli elettori.

Il tema è particolarmente importante perché i Com.It.Es. rappresentano i connazionali nei rapporti con ambasciate e consolati e svolgono un ruolo di collegamento con le comunità presenti nei diversi Paesi.

La Circoscrizione Estero e la riforma elettorale

Altro tema destinato a suscitare discussioni è la riforma della legge elettorale attualmente all’esame del Parlamento.

Il CGIE ha espresso la propria contrarietà alle modifiche previste per la Circoscrizione Estero, ritenendo che la nuova organizzazione delle ripartizioni possa rendere più difficile rappresentare le caratteristiche e le esigenze delle diverse comunità italiane nel mondo.

Secondo il CGIE, la rappresentanza degli italiani all’estero non dovrebbe essere valutata soltanto sulla base del numero degli elettori, ma dovrebbe tenere conto anche della dimensione geografica e delle peculiarità delle diverse realtà migratorie.

Allo stesso tempo, il Consiglio ha espresso apprezzamento per le misure destinate a rendere più sicuro il voto degli italiani residenti fuori dall’Italia.

Cittadinanza italiana, una questione ancora aperta

Sul tavolo del CGIE resta anche la riforma della cittadinanza italiana, un tema particolarmente sentito dalle comunità all’estero e dalle nuove generazioni.

Il Consiglio Generale ha ribadito la necessità di valutare gli effetti delle norme recentemente introdotte e di mantenere aperto il confronto con il Parlamento sulle conseguenze che le nuove disposizioni possono avere sulle famiglie e sui discendenti degli italiani residenti fuori dal Paese.

La questione interessa soprattutto quei Paesi nei quali la presenza italiana è particolarmente numerosa e dove intere generazioni hanno mantenuto un rapporto con l’Italia pur essendo nate e cresciute all’estero.

Servizi consolari e digitalizzazione

Un altro capitolo centrale riguarda il funzionamento della rete consolare.

La digitalizzazione dei servizi viene considerata uno degli strumenti attraverso i quali migliorare il rapporto tra lo Stato e gli italiani iscritti all’AIRE, rendendo più semplici e veloci molte procedure.

Rimangono tuttavia difficoltà concrete, soprattutto per quanto riguarda i tempi di lavorazione di alcune pratiche. Tra i problemi segnalati dal CGIE figura anche quello dei ritardi nella trascrizione degli atti di stato civile da parte dei Comuni italiani, che possono creare conseguenze per i cittadini residenti all’estero.

Anche lingua e cultura italiana all’estero

Nell’agenda del CGIE trova spazio anche la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, uno dei settori fondamentali per mantenere il rapporto tra l’Italia e le comunità italiane all’estero.

Non si tratta soltanto di conservare una tradizione. Per milioni di italiani e discendenti di italiani, la lingua e la cultura rappresentano uno dei principali strumenti attraverso i quali mantenere un legame con il Paese d’origine.

È un tema che riguarda da vicino anche associazioni, scuole, istituti di cultura, media italiani all’estero e realtà culturali nate direttamente all’interno delle comunità.

Verso la plenaria di novembre

La riunione del Comitato di Presidenza alla Farnesina è servita anche a definire l’impostazione dei lavori della prossima Assemblea plenaria, che dovrà fare sintesi dell’attività svolta durante la consiliatura e indicare le priorità per il futuro.

Il CGIE, istituito nel 1989, è l’organo di consulenza del Governo e del Parlamento sui principali temi che riguardano gli italiani all’estero e rappresenta un collegamento istituzionale permanente tra le comunità italiane nel mondo e l’Italia.

Per gli italiani che vivono fuori dal Paese, dunque, i prossimi mesi saranno particolarmente importanti. Dal voto per i Com.It.Es. alla riforma della rappresentanza, dalla cittadinanza ai servizi consolari, molte delle decisioni che verranno discusse a Roma avranno conseguenze concrete sulla vita quotidiana delle comunità italiane nel mondo.

E proprio la partecipazione degli italiani all’estero sarà uno dei nodi centrali: perché gli organismi di rappresentanza possano realmente dare voce alle comunità, occorre innanzitutto che quelle comunità partecipino e facciano sentire la propria voce.

 




Hispaniola è Haiti?

rivalidad en el estadio de la española

La vittoria di Haiti per 4-1 nella Nations League lascia il posto alle tensioni fuori dal campo. Ingressi forzati allo stadio, la frase controversa del bomber Wilson Isidor e la decisione del Governo dominicano di vietare alla nazionale haitiana di giocare negli impianti del Paese. Port-au-Prince invita però a non trasformare la rivalità sportiva in un problema tra i due Stati.

rivalidad en el estadio de la española

Doveva essere una partita di calcio, una sfida attesa da entrambe le comunità dell’isola. È diventata invece, nel giro di poche ore, un nuovo capitolo delle tensioni tra Repubblica Dominicana e Haiti.

Il 1° ottobre, allo stadio Olimpico Félix Sánchez di Santo Domingo, Haiti ha battuto nettamente la Repubblica Dominicana per 4-1 nella Concacaf Nations League. Una vittoria importante per la nazionale haitiana, che ha visto protagonista l’attaccante Wilson Isidor, autore di una doppietta. Ma il risultato sportivo è passato rapidamente in secondo piano davanti a ciò che è accaduto prima e dopo la partita.

La tensione prima del fischio d’inizio

Lo stadio era gremito e l’attesa per quella che veniva considerata una sfida particolarmente sentita era altissima. I biglietti erano esauriti già nei giorni precedenti e oltre 20.000 spettatori hanno assistito all’incontro.

Poco prima dell’inizio, però, si sono verificati disordini agli ingressi. Una parte dei tifosi ha cercato di entrare quando i cancelli erano già stati chiusi e, in uno degli accessi, una folla ha esercitato una forte pressione sulle porte, riuscendo in alcuni casi a superare le misure di sicurezza. Una delle porte è stata danneggiata.

Le immagini degli ingressi forzati hanno provocato la reazione immediata delle autorità dominicane.

Il ministro dello Sport, Kelvin Cruz, ha definito quanto accaduto «inaccettabile», sottolineando che il Félix Sánchez è un impianto sul quale lo Stato dominicano ha investito ingenti somme. Cruz ha quindi annunciato che la nazionale haitiana di calcio non potrà più disputare partite negli impianti sportivi dominicani.

Una decisione che, poche ore dopo, ha ricevuto anche il sostegno del presidente Luis Abinader, il quale ha dichiarato che la posizione espressa dal ministro dello Sport è quella del Governo.

Poi è arrivato il 4-1

Sul terreno di gioco, tuttavia, la serata è stata dominata da Haiti.

La nazionale haitiana è andata in vantaggio nel primo tempo. La Repubblica Dominicana ha avuto le sue occasioni e il portiere dominicano ha anche parato un rigore a Isidor, ma nella ripresa l’attaccante haitiano ha trovato altre due volte la via della rete.

Dorny Romero ha segnato il gol dominicano del momentaneo 1-2, ma Haiti ha allungato nuovamente e ha chiuso la partita sul 4-1, con la quarta rete firmata da Yassin Fortune. Il successo ha permesso ad Haiti di portarsi in una posizione favorevole nel Gruppo A della Nations League.

Una vittoria netta, dunque, che avrebbe potuto rappresentare semplicemente una importante pagina sportiva per il calcio haitiano.

Invece la polemica era appena cominciata.

La frase di Wilson Isidor

Dopo la partita, Wilson Isidor è finito al centro di una seconda controversia.

Il giocatore è stato ripreso mentre pronunciava la frase «Hispaniola è Haiti», riferendosi all’isola condivisa dalle due nazioni.

Le parole hanno provocato la reazione del presidente della Federazione dominicana di calcio, José Deschamps, che le ha considerate una mancanza di rispetto nei confronti della sovranità dominicana e ha annunciato l’intenzione di presentare una denuncia alla FIFA e alla Concacaf.

La questione potrebbe quindi avere anche uno sviluppo nell’ambito degli organismi calcistici internazionali.

La risposta haitiana: lo sport non deve diventare politica

Da Haiti è arrivato però un messaggio di tono differente.

La Federazione haitiana di calcio, dopo la vittoria, ha celebrato quella che ha definito una serata importante per Haiti e per l’isola condivisa, aggiungendo un messaggio che invitava a separare la competizione sportiva dal rispetto reciproco.

Ancora più esplicita è stata l’Ambasciata di Haiti a Santo Domingo. In una dichiarazione, ha sostenuto che le affermazioni pronunciate nel clima acceso della competizione non rappresentano la posizione del Governo haitiano.

L’Ambasciata ha inoltre ringraziato le autorità dominicane per lo svolgimento dell’evento e ha sottolineato che la rivalità sportiva non dovrebbe mettere in discussione i rapporti di buon vicinato e di rispetto reciproco tra i due Paesi.

Il problema del divieto

La decisione del Governo dominicano apre ora un problema che va oltre la singola partita.

La nazionale haitiana e quella dominicana partecipano alle stesse competizioni regionali e, quando il calendario prevede una partita in casa e una in trasferta, entrambe le squadre devono poter disporre di una sede autorizzata.

Il divieto annunciato da Santo Domingo significa quindi che, qualora Haiti dovesse essere nuovamente chiamata a giocare in territorio dominicano, sarà necessario trovare una soluzione.

Potrebbe trattarsi di una sede alternativa, se prevista e autorizzata dalle competenti organizzazioni sportive, oppure di altre modalità compatibili con i regolamenti.

Ed è proprio qui che la questione diventa delicata anche per la Repubblica Dominicana: la sicurezza degli impianti è una responsabilità dello Stato, ma le conseguenze sportive di una mancata disponibilità dello stadio vengono stabilite dagli organismi calcistici competenti.

Per questo non si può affermare automaticamente che una partita non disputata in territorio dominicano comporterebbe una sconfitta a tavolino. Dipenderebbe dalle circostanze, dal regolamento della competizione e dalle decisioni della Concacaf o degli altri organismi coinvolti.

Una partita che riflette una tensione più grande

La vicenda sportiva arriva in un momento nel quale i rapporti tra Santo Domingo e Port-au-Prince sono già particolarmente delicati.

Immigrazione, sicurezza della frontiera, espulsioni, commercio e la crisi istituzionale e sociale haitiana sono da tempo al centro delle relazioni tra i due Paesi.

Lo sport, inevitabilmente, finisce per riflettere parte di queste tensioni.

Ma proprio per questo diventa importante evitare che un episodio avvenuto dentro o intorno a uno stadio venga trasformato in un ulteriore elemento di contrapposizione tra le due popolazioni.

Gli incidenti agli ingressi devono essere valutati e, se necessario, sanzionati. Anche eventuali dichiarazioni che possano essere considerate offensive della sovranità di uno dei due Paesi possono essere sottoposte agli organismi sportivi competenti.

Ma la rivalità calcistica dovrebbe rimanere, per quanto possibile, una rivalità calcistica.

E adesso?

Il 4-1 resterà negli archivi della Concacaf come una vittoria importante per Haiti. Ma ciò che è accaduto intorno alla partita rischia di avere una vita molto più lunga del risultato.

Da una parte il Governo dominicano ha scelto una linea di tolleranza zero nei confronti degli episodi di disordine negli impianti sportivi. Dall’altra, l’Ambasciata haitiana ha cercato di separare la rivalità sportiva dalle relazioni tra i due Stati.

Ora toccherà anche agli organismi del calcio stabilire quali saranno le conseguenze concrete.

La domanda che resta sul tavolo è semplice ma tutt’altro che banale: come garantire la sicurezza negli stadi senza trasformare una partita di calcio in un nuovo fronte della già complessa relazione tra Repubblica Dominicana e Haiti?

Perché, alla fine, una cosa dovrebbe essere possibile: competere duramente sul campo e rispettarsi fuori dal campo.




RD-Haiti, la tensione entra negli stadi: e se a perdere a tavolino fosse proprio la Repubblica Dominicana?

14ca9d79 b30d 4899 8bd1 e480cd3c908a

Il presidente Abinader sostiene il ministro dello Sport dopo gli incidenti allo stadio Félix Sánchez. Ma se il problema è la sicurezza, perché non valutare le partite a porte chiuse? Il divieto di ospitare la nazionale haitiana potrebbe aprire un caso sportivo e diplomatico, con possibili conseguenze anche per le selezioni dominicane.

14ca9d79 b30d 4899 8bd1 e480cd3c908a

La tensione tra Repubblica Dominicana e Haiti torna a farsi sentire anche sui campi di calcio. Dopo gli incidenti verificatisi agli ingressi dello stadio Félix Sánchez, a Santo Domingo, prima della partita tra le due nazionali del 1° ottobre, il Governo dominicano ha annunciato che la selezione haitiana non potrà più disputare incontri negli impianti sportivi del Paese.

La partita, conclusasi con la vittoria di Haiti per 4-1, è stata accompagnata da disordini che hanno riacceso le preoccupazioni sulla sicurezza degli eventi sportivi tra le due nazioni. Il ministro dello Sport, Kelvin Cruz, ha dichiarato che la nazionale haitiana non potrà giocare altre partite negli stadi dominicani. Una posizione successivamente sostenuta dal presidente Luis Abinader, che ha confermato come quella del ministro rappresenti la linea del Governo.

Ma la decisione apre una questione che va oltre il risultato di una singola partita: quali conseguenze potrebbe avere questo divieto per lo sport dominicano, soprattutto se in futuro fosse proprio la Repubblica Dominicana a dover ancora ospitare una gara ufficiale contro Haiti?

Se il problema è la sicurezza, perché non giocare a porte chiuse?

La domanda è inevitabile. Se il motivo del divieto è evitare nuovi incidenti tra le tifoserie, una soluzione da valutare potrebbe essere quella di disputare gli incontri più delicati a porte chiuse.

Senza pubblico sugli spalti verrebbero meno i rischi legati agli scontri tra i sostenitori all’interno dello stadio e si ridurrebbero i problemi connessi all’afflusso degli spettatori agli ingressi. Resterebbe naturalmente necessario garantire la sicurezza delle squadre, degli arbitri, dei dirigenti e degli addetti ai lavori, oltre a controllare le aree esterne all’impianto.

Le partite senza spettatori non eliminerebbero ogni possibile rischio, ma potrebbero rappresentare un’alternativa da esaminare prima di arrivare all’esclusione completa della nazionale haitiana dagli stadi dominicani.

La possibilità concreta di adottare questa misura dipenderebbe dal regolamento della competizione e dalle decisioni degli organismi sportivi competenti. Non è quindi una soluzione che il Governo possa necessariamente imporre in ogni circostanza. Tuttavia, proprio per questo sarebbe opportuno verificare quali strumenti siano disponibili, coinvolgendo le federazioni interessate e gli organismi internazionali.

Il rischio di complicazioni per la stessa Repubblica Dominicana

Il punto più delicato riguarda l’organizzazione delle future partite internazionali.

Se la Repubblica Dominicana fosse designata come squadra ospitante in una competizione ufficiale contro Haiti, ma non potesse mettere a disposizione uno stadio sul proprio territorio, la federazione dominicana dovrebbe cercare una soluzione compatibile con le regole della competizione.

Una possibilità potrebbe essere il trasferimento dell’incontro in un Paese terzo, qualora gli organismi competenti lo autorizzassero. In alternativa, potrebbero essere valutate altre misure previste dal regolamento, compresa, ove consentita, la disputa a porte chiuse.

Se non fosse possibile trovare una soluzione approvata e la squadra ospitante non adempisse agli obblighi previsti, potrebbero esserci conseguenze disciplinari e sportive, che in determinate circostanze potrebbero arrivare anche alla sconfitta a tavolino.

È importante precisare che la Repubblica Dominicana non perderebbe automaticamente a tavolino per il solo fatto di non voler ospitare Haiti. L’esito dipenderebbe dalle norme applicabili, dalle decisioni degli organismi sportivi e dalle eventuali possibilità di trasferire la partita.

Resta però il fatto che un divieto generale potrebbe complicare l’organizzazione degli incontri e costringere la federazione dominicana a confrontarsi con problemi che una soluzione concordata avrebbe forse permesso di evitare.

Una misura limitata al calcio o estesa ad altri sport?

Un altro aspetto da chiarire riguarda la portata del provvedimento.

L’annuncio del ministro Kelvin Cruz riguarda esplicitamente la nazionale haitiana di calcio e la possibilità di disputare incontri negli impianti dominicani. Per il momento, non è opportuno considerare automaticamente confermata un’estensione del divieto a tutte le selezioni sportive haitiane senza un provvedimento ufficiale che lo stabilisca.

Se una misura analoga venisse applicata anche ad altre discipline, le conseguenze potrebbero diventare più ampie. Pallacanestro, pallavolo e altre competizioni internazionali hanno calendari, regolamenti e procedure specifiche, che potrebbero richiedere soluzioni differenti.

Ogni eventuale decisione dovrebbe quindi essere esaminata alla luce delle norme della federazione internazionale competente, senza dare per scontato che quanto vale per una partita di calcio si applichi automaticamente a tutte le altre discipline.

Le tensioni tra i due Paesi vanno oltre il campo da gioco

La vicenda sportiva si inserisce in un rapporto bilaterale complesso, segnato da questioni migratorie, controlli alla frontiera, sicurezza, commercio e controversie sulle risorse idriche.

La Repubblica Dominicana deve affrontare le conseguenze della grave crisi di sicurezza e istituzionale che interessa Haiti, oltre alle difficoltà legate alla gestione della frontiera e ai flussi migratori. Tra i temi che hanno alimentato le tensioni negli ultimi anni figura anche la controversia relativa al canale d’irrigazione sul fiume Massacre, condiviso dai due Paesi.

Questo quadro, tuttavia, non significa che ogni forma di dialogo diplomatico sia venuta meno. Il 3 settembre 2026, rappresentanti dei due governi hanno sviluppato a Dajabón un’agenda di lavoro su questioni di interesse comune, tra cui migrazione, cooperazione giuridica, sicurezza di frontiera, commercio, investimenti e collegamenti aerei.

Le relazioni tra Santo Domingo e Port-au-Prince restano dunque caratterizzate da contrasti importanti, ma anche dalla necessità di mantenere canali di comunicazione su problemi che nessuno dei due Paesi può affrontare completamente da solo.

Sicurezza sì, ma con quali conseguenze?

La tutela dell’ordine pubblico negli stadi è una responsabilità legittima delle autorità. Gli incidenti del 1° ottobre impongono di valutare le misure necessarie per evitare che situazioni simili si ripetano.

Resta però da capire se l’esclusione della nazionale haitiana dagli impianti dominicani sia l’unica soluzione praticabile oppure se esistano alternative capaci di garantire la sicurezza senza creare ulteriori complicazioni sportive e diplomatiche.

Le partite a porte chiuse, il rafforzamento dei controlli e l’eventuale individuazione di sedi alternative autorizzate sono ipotesi che potrebbero essere esaminate dagli organismi competenti, in base alle caratteristiche delle singole competizioni.

Per la Repubblica Dominicana, la questione non è soltanto impedire nuovi disordini, ma anche evitare che una decisione adottata per ragioni di sicurezza finisca per creare difficoltà alle proprie selezioni nazionali.

La domanda, quindi, rimane aperta: il divieto totale è davvero necessario, oppure una gestione più mirata del rischio potrebbe proteggere il pubblico senza esporre lo sport dominicano a possibili conseguenze regolamentari? La risposta dipenderà dalle decisioni ufficiali del Governo e delle federazioni sportive coinvolte.




Venezuela, cento giorni dopo il terremoto: migliaia di persone ancora in difficoltà

32cafe87 7673 447e b8f9 3b28d1cccc06

Medici Senza Frontiere assiste la popolazione di La Guaira e Caracas. Oltre agli aiuti sanitari e all’acqua potabile, cresce la necessità di sostegno psicologico per le comunità colpite.

32cafe87 7673 447e b8f9 3b28d1cccc06

A cento giorni dal terremoto che il 24 giugno ha colpito il Venezuela, la popolazione continua a fare i conti con le conseguenze del disastro. L’emergenza non riguarda più soltanto i soccorsi immediati e la cura dei feriti, ma anche la necessità di ricostruire le condizioni di vita delle famiglie, restituendo loro sicurezza e prospettive per il futuro.

Tra le aree maggiormente interessate dagli interventi umanitari figurano La Guaira e Caracas, dove Medici Senza Frontiere (MSF) continua a fornire assistenza sanitaria e sostegno alle persone colpite dal sisma.

Le ferite invisibili del terremoto

Con il passare dei mesi, alle conseguenze materiali della catastrofe si sono aggiunti problemi psicologici sempre più evidenti. L’incertezza, la perdita della casa e l’allontanamento dai propri ambienti di vita hanno lasciato segni profondi in molte persone.

Secondo Medici Senza Frontiere, il protrarsi di questa situazione ha favorito l’insorgenza di ansia, disturbi del sonno, sintomi fisici legati allo stress, stanchezza persistente e perdita di fiducia nel futuro. Un disagio che coinvolge non soltanto i singoli individui, ma anche intere famiglie e comunità, costrette a convivere a lungo con le conseguenze del disastro.

Per questo motivo, accanto alle cure mediche, il sostegno psicologico rappresenta ormai una componente fondamentale dell’intervento umanitario.

Il bilancio degli aiuti

Nei cento giorni successivi al terremoto, i team di MSF hanno fornito assistenza psicologica a 8.147 persone e svolto oltre 7.000 consultazioni mediche. L’organizzazione ha inoltre distribuito quasi 860.000 litri di acqua potabile e circa 8,5 tonnellate di materiali medici e forniture di emergenza.

Nelle prime cinque giornate successive al sisma, gli operatori hanno anche sostenuto gli ospedali impegnati ad affrontare l’afflusso di feriti e le necessità sanitarie più urgenti.

Numeri che testimoniano l’ampiezza dell’intervento, ma anche la persistenza dei bisogni di una popolazione che, a distanza di oltre tre mesi, non ha ancora superato le conseguenze della catastrofe.

Dall’emergenza alla ricostruzione

La sfida, adesso, consiste nel passare gradualmente dalla gestione dell’emergenza a un percorso di ripresa duraturo. Non basta garantire cure e beni essenziali: occorre aiutare le persone a recuperare stabilità, ricostruire le proprie relazioni e ritrovare condizioni di vita dignitose.

Per molte famiglie, infatti, il terremoto continua a rappresentare una realtà quotidiana, segnata dall’incertezza e dalla difficoltà di tornare alla normalità.

A cento giorni dal sisma, il Venezuela resta quindi alle prese con una crisi umanitaria che richiede interventi continuativi. La ricostruzione non riguarda soltanto gli edifici e le infrastrutture danneggiate, ma anche la possibilità, per chi ha vissuto questa tragedia, di guardare nuovamente al futuro con fiducia.

Fonte: Medici Senza Frontiere, dati ripresi dall’ANSA.




Addio a Peppino Mazzullo, la voce di Topo Gigio che ha fatto sognare generazioni di italiani

peppino mazzullo topo gigio 1024x558

È morto il 30 settembre, all’età di 100 anni, Giuseppe “Peppino” Mazzullo, l’attore messinese che per 45 anni ha dato voce a Topo Gigio, uno dei personaggi più amati della storia della televisione italiana. Si è spento nella sua casa di Santo Stefano di Briga, la frazione di Messina dove era nato il 6 giugno 1926 e dove aveva scelto di tornare dopo il ritiro dalle scene.

Per milioni di italiani il suo nome potrebbe non essere immediatamente riconoscibile, ma la sua voce è rimasta nella memoria collettiva. Era quella del piccolo topo dalle grandi orecchie, capace di parlare ai bambini con tenerezza e ironia, di conquistare il pubblico televisivo e di entrare nelle case delle famiglie italiane per decenni.

peppino mazzullo topo gigio 1024x558

Quarantacinque anni insieme a Topo Gigio

Il sodalizio con il pupazzo creato da Maria Perego e Federico Caldura cominciò nel 1961 e proseguì fino al 2006. Mazzullo non si limitò a prestare la voce al personaggio: ne costruì il modo di parlare, le espressioni e una personalità che sarebbe diventata inconfondibile.

A lui si deve anche una delle battute più celebri della televisione italiana: «Ma cosa mi dici mai?», una frase entrata nel linguaggio popolare e ancora oggi immediatamente associata a Topo Gigio. Mazzullo raccontava di improvvisare spesso le battute durante le registrazioni, contribuendo direttamente alla creazione del personaggio.

Il successo non rimase confinato all’Italia. Topo Gigio arrivò anche negli Stati Uniti, dove partecipò al celebre Ed Sullivan Show, uno dei programmi televisivi più seguiti dell’epoca. Mazzullo raccontò di essere apparso nella trasmissione numerose volte e di aver imparato, grazie al personaggio, a interpretare le sue battute anche in altre lingue.

Non soltanto Topo Gigio

La carriera di Mazzullo fu legata anche allo Zecchino d’Oro, dove interpretò Richetto, lo scolaro distratto e irriverente che affiancava il Mago Zurlì, contribuendo al successo di uno dei programmi per bambini più popolari della televisione italiana.

Dopo una lunga esperienza tra teatro e televisione, nel 2004 tornò a vivere nella sua Sicilia. A Santo Stefano di Briga fondò il Piccolissimo Teatro di Messina, dedicato alla formazione di giovani attori e al teatro comico e drammatico. Un modo per continuare a trasmettere la propria esperienza anche alle nuove generazioni.

Il centesimo compleanno festeggiato in paese

Lo scorso 6 giugno Mazzullo aveva festeggiato i suoi cento anni proprio a Santo Stefano di Briga, circondato dagli abitanti del paese. Una celebrazione che aveva riportato l’attenzione su un artista che, pur essendo rimasto lontano dalle scene negli ultimi anni, continuava a essere ricordato da un pubblico vastissimo.

La sua scomparsa chiude una lunga stagione della televisione italiana, quella in cui personaggi come Topo Gigio diventavano presenze familiari e attraversavano le generazioni, ben prima dell’avvento di internet e delle piattaforme digitali.

Per tanti italiani emigrati, anche lontano dal proprio Paese, quella voce può rappresentare un ricordo d’infanzia e un legame con la televisione, la lingua e la cultura lasciate in Italia. Perché alcuni personaggi non appartengono soltanto allo spettacolo: fanno parte della memoria di una comunità.

I funerali sono previsti per giovedì 1° ottobre, alle 15.30, nella chiesa di San Giovanni Battista a Santo Stefano di Briga.




“Non sai l’italiano? Niente cittadinanza!”. Il caso di Cadoneghe

atreju la via italiana

Il conferimento della cittadinanza italiana a una donna marocchina residente da 15 anni in Italia è stato sospeso dal Comune di Cadoneghe, in provincia di Padova, dopo che durante la cerimonia la donna avrebbe mostrato difficoltà nel comunicare in italiano e nel leggere la formula prevista per il giuramento.

atreju la via italiana
MATTEO PIANTEDOSI, MINISTRO INTERNI

La vicenda è arrivata all’attenzione del Ministero dell’Interno. Il ministro Matteo Piantedosi ha definito corretta la decisione del Comune, ricordando che la legislazione italiana prevede, per la concessione della cittadinanza nei casi interessati dal requisito linguistico, un’adeguata conoscenza della lingua italiana. Secondo il ministro, si tratta di un elemento considerato fondamentale anche ai fini dell’integrazione sociale, culturale e civile.

A fermare la cerimonia è stato il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro. La pratica dovrà ora tornare in Prefettura per una nuova verifica sulla conoscenza della lingua italiana da parte della richiedente.

Il caso pone però l’attenzione anche sulla procedura. Per le domande di cittadinanza per matrimonio e per alcune ipotesi di concessione della cittadinanza per residenza, la normativa italiana richiede una conoscenza della lingua italiana almeno di livello B1. La verifica linguistica, quindi, rientra normalmente nella fase della procedura che precede il conferimento della cittadinanza.

La questione diventa particolarmente delicata quando le difficoltà linguistiche emergono invece nel momento della cerimonia pubblica del giuramento, che rappresenta l’ultimo passaggio formale previsto dalla procedura.

Il Ministero dell’Interno ha comunque ritenuto opportuno un nuovo accertamento nel caso di Cadoneghe. La donna dovrà quindi attendere la conclusione delle ulteriori verifiche prima di sapere come procederà la sua pratica.

 

 

 




Terremoti nella Repubblica Dominicana: cosa dicono gli esperti sulle scosse degli ultimi giorni

3bt7r7dxtkgxrx266jfz6gztacqbsxzrbdezadi12ua01fjw2ye4n1gtqw13zuoi s5ufixwje8a3pg41dffs1n50e1qqe cb0oo cua7zvdwfbksogizss3bk4fa9 vlxua5nb40uycqv3w gcxzw0chvmbqsaagth qkde6mu9ivjjlepwsvhkjfdxqis

Le scosse registrate negli ultimi giorni nella Repubblica Dominicana hanno riacceso la preoccupazione della popolazione, soprattutto dopo il terremoto di magnitudo 5,6 avvertito domenica 27 settembre in diverse zone del Paese. Ma l’attività sismica osservata in questi giorni significa che sta per arrivare un terremoto più forte?

Secondo il Centro Nazionale di Sismologia della Universidad Autónoma de Santo Domingo, la risposta non è così semplice. La Repubblica Dominicana è infatti un territorio sismicamente attivo e registra normalmente circa 15 terremoti al giorno, anche se la maggior parte ha una magnitudo così bassa da non essere percepita dalla popolazione.

3bt7r7dxtkgxrx266jfz6gztacqbsxzrbdezadi12ua01fjw2ye4n1gtqw13zuoi s5ufixwje8a3pg41dffs1n50e1qqe cb0oo cua7zvdwfbksogizss3bk4fa9 vlxua5nb40uycqv3w gcxzw0chvmbqsaagth qkde6mu9ivjjlepwsvhkjfdxqis

 

Le scosse del 27 settembre

Domenica scorsa sono stati avvertiti due terremoti particolarmente significativi. Il primo, registrato alle 6:06 del mattino, ha avuto una magnitudo di 4,1 secondo i dati riportati da Diario Libre. Il secondo, molto più forte, ha raggiunto magnitudo 5,6 alle 17:49 e ha provocato l’evacuazione preventiva di persone da edifici e strutture pubbliche e commerciali a Santo Domingo.

Il Centro de Operaciones de Emergencias (COE) ha comunicato che, nelle prime ore successive alla scossa, non erano stati segnalati danni significativi. L’epicentro del terremoto di magnitudo 5,6 è stato localizzato nella provincia di El Seibo, a una profondità di circa 108 chilometri.

È un’attività sismica anomala?

È questa la domanda che molti dominicani si stanno ponendo. Gli esperti intervistati da Diario Libre spiegano che il semplice aumento delle scosse percepite dalla popolazione non permette di prevedere l’arrivo di un terremoto di maggiore intensità.

Il Centro Nazionale di Sismologia sottolinea che episodi di questo tipo sono già stati registrati in passato e che le scosse recenti non costituiscono, da sole, un’indicazione che sia imminente un terremoto più forte. Allo stesso tempo, gli esperti ricordano che un terremoto può verificarsi in qualsiasi momento e che l’unica risposta possibile è mantenere adeguati livelli di preparazione e prevenzione.

La Repubblica Dominicana è una zona sismica

La posizione geografica dell’isola di Hispaniola spiega perché terremoti e scosse siano relativamente frequenti. Tra le principali strutture tettoniche indicate dagli esperti ci sono la faglia Septentrional, che attraversa il nord dell’isola, e il sistema di faglie Enriquillo-Plantain Garden, nella parte meridionale.

Sono proprio queste strutture a rendere la regione esposta al rischio sismico. La storia della Repubblica Dominicana comprende infatti terremoti molto più forti di quelli registrati negli ultimi giorni, tra cui quello del 1946, considerato il più potente terremoto strumentalmente documentato nella storia della Hispaniola.

Quindi bisogna preoccuparsi?

La risposta degli esperti invita a evitare sia il panico sia una falsa sensazione di sicurezza.

Le scosse degli ultimi giorni non permettono di prevedere che stia per arrivare un grande terremoto, ma questo non significa che il rischio sismico non esista. La raccomandazione è quindi quella di conoscere le procedure di sicurezza, sapere dove ripararsi durante una scossa e prestare attenzione alle indicazioni delle autorità.

In altre parole, non è il numero di terremoti percepiti in una determinata settimana a permettere di prevedere il prossimo grande evento. La prevenzione rimane invece importante proprio perché, come ricordano gli esperti, un terremoto può verificarsi senza un preavviso affidabile.