Uragano Polo, la Bassa California colpita nella notte: venti a 175 km/h

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L’attesa è finita. L’uragano Polo ha raggiunto la terraferma nella notte sulla Bassa California Sur, colpendo il municipio di Comondú nelle prime ore di martedì 29 settembre.

Secondo le informazioni diffuse dalle autorità messicane, il centro del ciclone è entrato sulla penisola intorno alla mezzanotte locale, nelle vicinanze di Las Barrancas, con venti massimi sostenuti di circa 175 km/h e raffiche fino a 205 km/h. Polo è arrivato sulla costa come uragano di categoria 2, dopo aver raggiunto la categoria 3 nelle ore precedenti.

Il passaggio sulla costa

Prima dell’impatto, Polo aveva raggiunto le coste del municipio di Comondú con condizioni particolarmente difficili. Il vento e il moto ondoso hanno interessato località costiere come Puerto San Carlos e Puerto Adolfo López Mateos, mentre sono state segnalate strutture danneggiate e difficoltà nella circolazione.

Le autorità avevano disposto livelli di allerta elevati per Comondú e Loreto e invitato la popolazione a rimanere nei rifugi o nelle abitazioni durante il passaggio dell’uragano.

Il Governo della Bassa California Sur aveva inoltre predisposto un centro di comando a Comondú per coordinare gli interventi di Protezione Civile.

Il pericolo non è ancora finito

Il fatto che Polo abbia già attraversato la costa non significa che l’emergenza sia conclusa.

Il ciclone sta proseguendo verso il Golfo di California e successivamente verso il Messico continentale. Il National Hurricane Center aveva previsto un secondo impatto, questa volta sul territorio continentale, nella zona di Sonora, nelle prime ore di martedì.

Il principale pericolo nelle prossime ore sarà rappresentato dalle forti precipitazioni, con rischio di inondazioni improvvise e frane, soprattutto nelle aree montuose.

Piogge molto intense

La Commissione nazionale dell’acqua messicana ha previsto precipitazioni particolarmente abbondanti in Bassa California Sur e Sonora.

Le piogge associate a Polo possono provocare allagamenti, esondazioni e frane, anche in zone lontane dal punto esatto dell’impatto.

Il problema è aggravato dal fatto che il terreno della penisola presenta numerose aree montuose e corsi d’acqua a risposta rapida.

Polo perderà rapidamente forza

Dopo il passaggio sulla penisola e il successivo ingresso sul Messico continentale, Polo dovrebbe indebolirsi rapidamente.

Il National Hurricane Center prevede infatti un forte calo dell’intensità mentre il sistema attraverserà il territorio messicano. Il ciclone dovrebbe trasformarsi progressivamente in un sistema post-tropicale e dissiparsi entro mercoledì 30 settembre.

Ma la sua energia non scompare immediatamente: l’umidità trasportata da Polo potrà contribuire a nuove precipitazioni anche a distanza dal centro del ciclone, compreso il sud-ovest degli Stati Uniti.

Una settimana di preparazione, ora la fase dell’emergenza

Polo è stato seguito per diversi giorni mentre attraversava il Pacifico orientale, arrivando a raggiungere intensità molto elevate prima di dirigersi verso la penisola.

Ora la fase più pericolosa si sposta dalla preparazione all’emergenza e alla gestione delle conseguenze.

Per le comunità di Comondú e delle altre aree interessate, nelle prossime ore saranno soprattutto le condizioni delle strade, dei collegamenti, delle infrastrutture e dei corsi d’acqua a determinare la gravità degli effetti del passaggio di Polo.

Il ciclone si indebolirà rapidamente, ma il rischio di piogge torrenziali, alluvioni e frane rimane elevato anche dopo il passaggio dell’occhio dell’uragano.

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Terremoti nella Repubblica Dominicana, cresce la preoccupazione: ma il caldo non li provoca

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Le scosse continuano e nella parte orientale della Repubblica Dominicana cresce la preoccupazione della popolazione. Negli ultimi giorni diversi movimenti sismici sono stati avvertiti in varie zone del Paese, compreso il forte terremoto di magnitudo 5,6 registrato domenica pomeriggio nell’area orientale.

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La sequenza ha alimentato sui social network domande, timori e anche alcune spiegazioni senza fondamento scientifico. Tra queste, l’idea che le temperature particolarmente elevate possano provocare i terremoti.

Gli esperti, però, spiegano che non è così.

Il terremoto di domenica ha fatto paura

Il movimento più forte si è verificato domenica 27 settembre alle 17:49 circa. Il Centro Nacional de Sismología della Universidad Autónoma de Santo Domingo (UASD) ha stimato inizialmente la magnitudo in 5,6 e una profondità di circa 108-113 chilometri.

L’epicentro è stato individuato nell’area compresa tra San Pedro de Macorís e El Seibo, a pochi chilometri da Ramón Santana secondo la successiva localizzazione del Centro Nacional de Sismología. La scossa è stata avvertita in numerose province e ha provocato evacuazioni preventive in alcuni edifici e alla Feria Internacional del Libro di Santo Domingo.

Non sono stati segnalati, secondo il COE, danni strutturali significativi né persone ferite.

Nella stessa giornata era stata registrata anche una scossa di magnitudo superiore a 4. La vicinanza temporale dei due eventi ha contribuito ad aumentare la sensazione di insicurezza nella popolazione.

Perché stanno tremando così spesso?

La Repubblica Dominicana si trova in una zona sismicamente attiva, legata alla complessa interazione tra la placca caraibica e quella nordamericana.

Il direttore del Centro Nacional de Sismología della UASD, Ramón Delanoy, ha spiegato che i recenti movimenti sono collegati a processi tettonici e alla subduzione della placca caraibica nell’area della Cordillera Central.

Questo significa che il terremoto di domenica non deve essere interpretato come un fenomeno improvviso comparso dal nulla. La regione è sottoposta da sempre a tensioni geologiche e registra quotidianamente movimenti sismici, molti dei quali così piccoli da non essere percepiti dalla popolazione.

Secondo il direttore del Centro Nacional de Sismología, in Repubblica Dominicana si registrano mediamente circa 15 eventi sismici al giorno.

Il caldo non provoca i terremoti

È una delle domande che in questi giorni circolano maggiormente: il caldo eccezionale può far tremare la terra? No.

La temperatura dell’aria, anche quando raggiunge livelli molto elevati, non è una causa dei terremoti. I movimenti sismici sono prodotti principalmente dall’accumulo e dalla liberazione di energia nelle strutture geologiche della Terra, in particolare lungo le faglie e nelle zone di interazione tra le placche.

Il calore interno della Terra ha naturalmente un ruolo nei processi geologici che interessano il pianeta, ma è completamente diverso dal caldo atmosferico che avvertiamo durante una giornata particolarmente torrida.

Non esiste quindi una relazione del tipo: più fa caldo, più terremoti si verificano.

E allora perché sembra che le scosse si susseguano?

La sensazione della popolazione è comprensibile.

Quando una scossa relativamente forte viene seguita o preceduta da altri movimenti, l’attenzione verso ogni nuovo tremore aumenta. Inoltre oggi le applicazioni e le reti di monitoraggio permettono di conoscere anche terremoti che in passato sarebbero probabilmente passati inosservati.

Questo può dare l’impressione che ci sia una sequenza eccezionale, quando in realtà una parte dei movimenti appartiene alla normale attività sismica della regione.

Il Centro Nacional de Sismología ha infatti invitato la popolazione a mantenere la calma, sottolineando che l’attività sismica registrata non risulta attualmente fuori dall’ordinario.

Questo significa che non c’è nulla da temere?

Non esattamente.

Dire che l’attività attuale rientra nella normale sismicità della Repubblica Dominicana non significa che il rischio sismico non esista.

La storia del Paese dimostra che terremoti molto più forti sono possibili. Per questo gli esperti insistono soprattutto sulla preparazione: sapere come comportarsi durante una scossa, conoscere i punti sicuri della propria abitazione o del luogo di lavoro e verificare le condizioni degli edifici sono misure molto più utili che cercare di prevedere quando arriverà il prossimo terremoto.

Il Centro Nacional de Sismología ha ricordato inoltre un punto fondamentale: i terremoti non possono essere previsti. Si può monitorare l’attività sismica e studiare le zone a maggiore rischio, ma non stabilire in anticipo il giorno e l’ora di una futura scossa.

Anche il sistema di allerta è ancora incompleto

Gli ultimi terremoti hanno inoltre fatto emergere un’altra questione concreta.

Molti cittadini hanno osservato che durante le scosse di domenica i loro telefoni non hanno ricevuto alcun avviso.

Il COE ha spiegato che il sistema nazionale di allerta sismica attraverso i telefoni cellulari è ancora in fase di implementazione e validazione tecnica e non è quindi attualmente operativo con copertura completa.

È un aspetto importante perché un sistema di questo tipo non può prevedere un terremoto. Può però, quando pienamente operativo, rilevare una scossa appena iniziata e fornire alcuni secondi di preavviso prima che le onde più forti raggiungano determinate zone.

La preoccupazione è comprensibile, ma servono informazioni corrette

Le scosse degli ultimi giorni hanno inevitabilmente riportato il terremoto al centro delle conversazioni nella Repubblica Dominicana.

La cosa più importante, però, è non confondere una maggiore attenzione con una prova di un’attività sismica eccezionale.

Il 5,6 di domenica è stato abbastanza forte da essere sentito in gran parte del Paese e da provocare paura. Ma gli esperti della UASD non considerano, al momento, la sismicità registrata anomala.

E soprattutto, non è il caldo a far tremare la terra.

La vera risposta alla paura non è cercare spiegazioni sui social network, ma conoscere il rischio, seguire le informazioni del Centro Nacional de Sismología e del COE e prepararsi a comportarsi correttamente quando una scossa arriva.

Perché un terremoto non si può prevedere. Ma essere preparati si può.

 




Italiani all’estero, il CGIE si riunisce a Roma: cosa cambia per chi vive fuori dall’Italia

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Da oggi al 30 settembre il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) si riunisce alla Farnesina. Per chi vive fuori dall’Italia non è però una riunione soltanto istituzionale: sul tavolo ci sono alcuni dei problemi che i connazionali incontrano concretamente ogni giorno, dal voto ai Com.It.Es. fino ai servizi consolari, dalla cittadinanza alla tutela degli italiani in difficoltà.

Il momento è particolarmente importante perché il 4 dicembre 2026 si voterà per il rinnovo dei Com.It.Es., gli organismi che rappresentano le comunità italiane nei rapporti con ambasciate e consolati.

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Com.It.Es.: attenzione alla scadenza del 4 novembre

Per molti italiani all’estero la prima questione concreta è proprio il voto.

Alle elezioni dei Com.It.Es. il plico elettorale non arriva automaticamente a tutti gli aventi diritto, come avviene invece per le elezioni politiche e i referendum.

Chi vuole votare deve essere residente e iscritto all’AIRE nella circoscrizione consolare da almeno sei mesi e deve chiedere espressamente di essere inserito nell’elenco degli elettori.

Per le elezioni del 4 dicembre 2026 la richiesta deve arrivare al proprio consolato entro il 4 novembre.

È probabilmente questo il messaggio più importante per i lettori: essere iscritti all’AIRE non basta, se si vuole votare ai Com.It.Es.

Le modalità per presentare la richiesta possono variare da una sede consolare all’altra. L’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo, per esempio, indica la possibilità di consegnare il modulo personalmente oppure inviarlo per posta o per posta elettronica, allegando la documentazione richiesta.

Perché i Com.It.Es. contano nella vita quotidiana

I Com.It.Es. non sono parlamenti locali e non sostituiscono ambasciate e consolati.

Sono però organismi di rappresentanza della collettività italiana e hanno il compito di mantenere il collegamento tra la comunità e la rete diplomatico-consolare, favorendo anche iniziative culturali e sociali e la tutela degli interessi dei connazionali.

Per chi vive all’estero, quindi, possono rappresentare un punto di riferimento per segnalare problemi che riguardano la comunità: servizi consolari, assistenza, lingua italiana, nuove generazioni, anziani, lavoro e rapporti con le istituzioni.

Non possono risolvere direttamente una pratica di passaporto o cittadinanza, ma possono portare le problematiche della comunità al confronto con le istituzioni.

Il problema dei consolati: meno burocrazia e più servizi online

Un altro punto centrale della riunione del CGIE riguarda i servizi consolari e la loro digitalizzazione.

È uno dei temi più sentiti dagli italiani all’estero: ottenere un documento, aggiornare una posizione anagrafica, registrare un atto di stato civile o affrontare una pratica di cittadinanza può richiedere tempi e procedure differenti a seconda della sede.

Il CGIE discuterà con la Direzione generale per i servizi ai cittadini all’estero anche delle modalità per rendere più efficienti questi servizi.

La digitalizzazione è particolarmente importante per chi vive lontano dalla capitale o dalla sede consolare.

Per un italiano che abita a poche ore di distanza da un consolato il problema può essere gestibile. Per chi vive in un’isola caraibica, in una zona rurale o a centinaia di chilometri dalla sede diplomatica, una procedura che può essere completata online significa evitare un viaggio, una giornata di lavoro persa e costi aggiuntivi.

È proprio per questo che il CGIE ha chiesto anche di ampliare l’utilizzo di strumenti digitali come Fast It e di ridurre, quando possibile, l’obbligo della presenza fisica presso gli uffici consolari.

Cittadinanza: un tema che riguarda soprattutto le nuove generazioni

Sul tavolo ci sarà anche la legge sulla cittadinanza.

Il tema interessa in modo particolare le grandi comunità italiane dell’America Latina, dove milioni di persone hanno origini italiane e dove le nuove regole hanno prodotto conseguenze importanti per chi cerca di ottenere o mantenere il riconoscimento della cittadinanza italiana.

Il CGIE discuterà quindi anche dell’impatto della normativa e delle questioni che arrivano dalle comunità attraverso Com.It.Es. e associazioni.

Per molte famiglie non si tratta di una questione astratta: può significare la possibilità per figli e nipoti di mantenere un legame giuridico con l’Italia, oppure la necessità di chiarire quali documenti siano necessari e quali diritti possano essere esercitati.

Non soltanto pratiche: cosa succede agli italiani in difficoltà

C’è poi un aspetto meno conosciuto del lavoro del CGIE: la situazione dei connazionali che si trovano in condizioni particolari.

Durante la riunione verranno affrontate anche le situazioni degli italiani presenti in zone di guerra, aree colpite da calamità naturali o istituti penitenziari.

In questi casi la distanza dall’Italia può diventare un problema concreto. La rete diplomatica e consolare rappresenta infatti il principale punto di riferimento istituzionale per il cittadino che si trova in difficoltà all’estero.

Anche la Repubblica Dominicana è direttamente interessata

Per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana il tema è particolarmente concreto.

L’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo ha già pubblicato le istruzioni per le elezioni dei Com.It.Es. e ricorda che la richiesta di iscrizione nell’elenco elettorale deve essere presentata entro il 4 novembre 2026.

Significa che chi vuole partecipare al voto di dicembre ha ancora tempo, ma non deve aspettare l’arrivo del plico: deve attivarsi personalmente per essere inserito nell’elenco degli elettori.

È uno degli esempi più chiari di come una decisione presa a Roma possa avere una conseguenza molto concreta anche a Santo Domingo.

Il CGIE e le questioni degli italiani nel mondo

Il Comitato di Presidenza del CGIE affronterà inoltre la preparazione della prossima Assemblea plenaria, prevista dal 23 al 27 novembre e destinata a essere l’ultima dell’attuale consiliatura. Il 30 settembre, alla Farnesina, è previsto un punto stampa al termine dei lavori.

Per i cittadini italiani residenti all’estero, però, il valore di questa riunione si misura soprattutto su questioni molto meno istituzionali: quanto sarà facile votare, quanto tempo servirà per ottenere un documento, quanto sarà possibile svolgere una pratica online, come verranno gestite le richieste di cittadinanza e cosa succederà quando un italiano all’estero avrà bisogno di aiuto.

Sono questi, alla fine, i temi che determinano il rapporto quotidiano tra gli italiani nel mondo e lo Stato italiano.

 




Uragano Polo, la Bassa California entra nella fase di massima attenzione

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L’uragano Polo si avvicina alla fase più delicata della sua traiettoria. Dopo aver raggiunto nuovamente la categoria 5, il ciclone sta avanzando nel Pacifico verso nord-ovest e, secondo il National Hurricane Center di Miami, dovrebbe dirigersi verso la Bassa California Sur tra domenica e lunedì.

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Gli ultimi dati disponibili mostrano un sistema ancora estremamente potente. Venerdì sera Polo presentava venti massimi sostenuti di circa 280 chilometri orari, con una pressione centrale di appena 911 millibar. Il centro si trovava a circa 570 chilometri a sud-ovest di Cabo Corrientes e 610 chilometri a sud di Cabo San Lucas.

La traiettoria ora punta verso nord

Polo continua a spostarsi verso ovest-nordovest, ma la sua traiettoria è destinata a cambiare rapidamente.

Il NHC prevede una graduale svolta verso nord nella giornata di domenica, seguita da una virata verso nord-est all’inizio della prossima settimana. Proprio questo cambiamento porterà il ciclone verso la costa occidentale della penisola della Bassa California.

Secondo la previsione ufficiale, il centro di Polo potrebbe trovarsi nelle vicinanze della penisola nella giornata di lunedì, prima di proseguire verso il Messico continentale attraversando successivamente il Golfo di California. Il NHC sottolinea che l’uragano potrebbe raggiungere la penisola ancora come major hurricane, anche se è previsto un progressivo indebolimento.

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Scatta la Hurricane Watch

La novità più importante rispetto ai bollettini precedenti è l’emissione di una Hurricane Watch per un tratto della costa della Bassa California Sur, da Punta Eugenia verso sud fino a Santa Fe.

Una Hurricane Watch significa che sono possibili condizioni di uragano nell’area interessata e che i preparativi devono essere completati prima che i venti rendano difficili o pericolose le attività all’aperto. Il NHC avverte inoltre che condizioni da tempesta tropicale potrebbero raggiungere alcune zone già domenica.

È un passaggio importante perché, fino ai precedenti aggiornamenti, non erano ancora in vigore allerte costiere nella penisola. Il NHC aveva invitato gli abitanti della Bassa California Sur a seguire attentamente l’evoluzione del sistema e aveva anticipato la possibilità di nuove allerte.

Piogge, frane e inondazioni

La minaccia non riguarda soltanto il vento.

Il NHC prevede per alcune zone della Bassa California Sur accumuli di pioggia tra 100 e 200 millimetri, con quantità massime che potrebbero arrivare a circa 250 millimetri. In un territorio caratterizzato da aree montuose e pendii ripidi, precipitazioni di questa intensità possono provocare alluvioni improvvise e frane potenzialmente letali.

Anche il mare rappresenta un rischio importante. Le mareggiate generate da Polo si stanno propagando verso nord lungo la costa occidentale del Messico e raggiungeranno la penisola durante il fine settimana. Sono possibili onde molto alte, forti correnti di risacca e inondazioni costiere.

Polo dovrebbe indebolirsi, ma resta pericoloso

Il NHC prevede un graduale indebolimento nei prossimi giorni, dovuto soprattutto alla diminuzione del contenuto di calore dell’oceano e all’aumento del wind shear. Anche aria più secca negli strati medi dell’atmosfera potrebbe contribuire alla perdita di intensità.

Ma il punto fondamentale è un altro: l’indebolimento non sarà necessariamente abbastanza rapido da rendere Polo innocuo prima del suo arrivo sulla penisola. Il NHC sottolinea infatti che il ciclone dovrebbe rimanere un uragano maggiore mentre si avvicina alla Bassa California.

Le previsioni indicano inoltre un possibile rapido indebolimento una volta che Polo attraverserà la penisola e raggiungerà il Messico continentale, a causa dell’interazione con la terraferma e dell’aumento della cizalladura del vento.

Le prossime 48 ore saranno decisive

La situazione è quindi entrata in una nuova fase. Polo non è più soltanto un potente uragano osservato al largo della costa messicana: la Bassa California Sur è ormai direttamente coinvolta nella previsione e una prima allerta è stata emessa.

Le prossime ore serviranno soprattutto a definire con maggiore precisione il punto della costa più vicino al passaggio del centro e l’intensità che Polo conserverà al momento dell’avvicinamento.

Per chi si trova nella penisola, il messaggio del National Hurricane Center è chiaro: seguire gli aggiornamenti ufficiali e completare per tempo i preparativi, perché le condizioni da tempesta tropicale potrebbero iniziare già domenica e quelle da uragano sono possibili successivamente.

 




La crisi haitiana pesa sempre di più sulla Repubblica Dominicana

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La crisi di Haiti non è più soltanto una questione interna al Paese vicino. Per la Repubblica Dominicana è diventata un problema che coinvolge contemporaneamente sicurezza, migrazione, frontiera, economia, servizi pubblici e politica estera.

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Il tema è tornato con forza nell’agenda internazionale durante la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Il senatore Omar Fernández, intervenendo al Concordia Annual Summit 2026, ha definito la situazione una pressione costante per la Repubblica Dominicana, sottolineando che gli effetti della crisi migratoria haitiana ormai interessano anche altri Paesi dell’America.

Ma è soprattutto sul territorio dominicano che le conseguenze sono più immediate.

Una frontiera diventata una priorità nazionale

Dal 2021 il Governo di Luis Abinader ha progressivamente trasformato la questione haitiana in uno dei principali dossier della propria politica estera e della sicurezza nazionale.

La strategia si è sviluppata su due fronti paralleli: da una parte la richiesta alla comunità internazionale di intervenire per stabilizzare Haiti; dall’altra il rafforzamento della frontiera dominicana.

Negli ultimi anni sono aumentate la presenza militare, la sorveglianza tecnologica e le infrastrutture di controllo. La recinzione perimetrale è stata integrata con telecamere, sensori, radar, droni, sistemi di comunicazione e centri di comando.

A settembre il Governo ha inoltre avviato la costruzione di un nuovo tratto di 14,5 chilometri di recinzione nella zona di Jimaní, nella provincia di Independencia, uno dei punti strategici della frontiera meridionale.

La frontiera, quindi, non viene più considerata soltanto come una linea di separazione tra due Stati, ma come una vera infrastruttura di sicurezza.

Il peso della migrazione irregolare

L’altro effetto evidente è quello migratorio.

La Direzione Generale della Migrazione ha intensificato i controlli e le operazioni di rimpatrio, estendendoli dalla zona frontaliera alle aree urbane, turistiche e produttive. Secondo dati ufficiali riportati recentemente, tra gennaio e luglio 2026 sono stati rimpatriati 250.429 haitiani in situazione irregolare.

Il fenomeno, tuttavia, non può essere letto esclusivamente come una questione di frontiera.

La presenza haitiana è ormai inserita in numerosi settori dell’economia dominicana. Un documento del Consejo Económico y Social rileva che comparti come costruzione e agricoltura dipendono in parte da questa manodopera, mentre nello stesso tempo cresce il dibattito sull’impatto della presenza migratoria sui servizi pubblici e sulla sicurezza.

È una delle contraddizioni più difficili da affrontare: la Repubblica Dominicana cerca di ridurre l’immigrazione irregolare, ma alcuni settori dell’economia utilizzano da anni lavoratori haitiani.

Sicurezza e rischio di contagio della violenza

La preoccupazione dominicana non riguarda soltanto il numero delle persone che attraversano la frontiera.

Il progressivo rafforzamento delle bande armate haitiane ha introdotto un’altra variabile: il rischio che violenza, traffico di armi, contrabbando e criminalità organizzata possano avvicinarsi alla frontiera.

Per questo il Governo ha aumentato la presenza militare e le capacità tecnologiche di sorveglianza. Nel 2025 erano stati portati a circa 11.000 gli effettivi militari dispiegati lungo la frontiera, secondo i dati riportati dalla Presidenza.

La strategia denominata “Frontera Fuerte” punta proprio a combinare uomini, infrastrutture e tecnologia per individuare più rapidamente eventuali minacce.

Un costo anche politico e diplomatico

La crisi haitiana ha modificato anche il ruolo della Repubblica Dominicana sulla scena internazionale.

Da anni Abinader insiste sul fatto che la soluzione alla crisi deve essere trovata in Haiti e non può essere trasferita sulla Repubblica Dominicana. Nel suo intervento del 23 settembre all’Assemblea generale dell’ONU ha chiesto nuovamente che la forza internazionale destinata a contrastare le bande riceva uomini, finanziamenti e mezzi sufficienti per operare.

Santo Domingo, contemporaneamente, fornisce sostegno logistico e umanitario alla missione internazionale in Haiti, senza partecipare direttamente alle operazioni contro le bande. Lo ha ribadito lo stesso Abinader a luglio.

È una posizione che cerca di mantenere un equilibrio: aiutare la stabilizzazione del Paese vicino, ma evitare un coinvolgimento militare diretto.

Anche l’economia della frontiera è coinvolta

La frontiera non è soltanto un problema di sicurezza. È anche un’importante area commerciale.

Jimaní e Dajabón ospitano alcuni dei principali punti di scambio tra i due Paesi e il rafforzamento dei controlli viene presentato dal Governo anche come uno strumento per combattere il contrabbando e rendere più ordinato il commercio transfrontaliero.

Questo crea però una situazione complessa: la Repubblica Dominicana ha interesse a controllare i flussi irregolari e il contrabbando, ma allo stesso tempo l’economia di alcune zone di frontiera dipende fortemente dagli scambi con Haiti.

Un problema che la Repubblica Dominicana non può risolvere da sola

È probabilmente questo il punto centrale della questione.

La Repubblica Dominicana può controllare la propria frontiera, applicare le proprie leggi sull’immigrazione e rafforzare le proprie strutture di sicurezza. Non può però risolvere la crisi politica, istituzionale e di sicurezza che attraversa Haiti.

Per questo, negli ultimi anni, la diplomazia dominicana ha intensificato la pressione sugli Stati Uniti, sull’ONU, sull’OEA e sugli altri Paesi della regione affinché assumano una parte maggiore della responsabilità.

Omar Fernández ha riproposto lo stesso concetto a New York: la stabilizzazione di Haiti non sarebbe soltanto nell’interesse degli haitiani, ma anche dei Paesi che stanno assorbendo le conseguenze della crisi.

Il futuro della Repubblica Dominicana passa anche da quello di Haiti

La vicinanza geografica rende impossibile per Santo Domingo ignorare ciò che accade dall’altra parte della frontiera.

La crisi haitiana sta già influenzando le politiche migratorie, la spesa e la presenza militare, le infrastrutture di frontiera, i rapporti commerciali e la diplomazia dominicana.

Ma esiste anche un’altra dimensione, meno visibile: quella economica e sociale. La Repubblica Dominicana ha bisogno di controllare l’immigrazione irregolare, ma alcuni settori produttivi utilizzano lavoratori haitiani; vuole rafforzare la frontiera, ma deve mantenere gli scambi commerciali; chiede una soluzione internazionale per Haiti, ma deve contemporaneamente gestire le conseguenze quotidiane della crisi.

Per questo Haiti è diventato, per la Repubblica Dominicana, molto più di un problema di politica estera. È una questione che tocca direttamente il presente e il futuro del Paese.

 




Uragano Polo, la traiettoria punta verso la Bassa California

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L’uragano Polo continua a mantenere una forza eccezionale nel Pacifico orientale e la sua traiettoria prevista lo porta ormai verso la penisola della Bassa California. Il National Hurricane Center statunitense, nell’ultimo aggiornamento di giovedì 24 settembre, conferma che Polo è un uragano di categoria 5 e prevede che possa avvicinarsi alla Bassa California Sur all’inizio della prossima settimana.

Alle 3 del mattino, ora locale, il centro di Polo si trovava a circa 16,5 gradi di latitudine nord e 103,5 gradi di longitudine ovest, al largo della costa sud-occidentale del Messico. I venti massimi sostenuti raggiungevano circa 260 chilometri orari, con raffiche fino a circa 315 chilometri orari e una pressione centrale stimata in 923 millibar. Il mare nella zona dell’uragano raggiungeva onde di circa 12,5 metri.

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Per ora il centro resta al largo del Messico

Il nucleo dell’uragano dovrebbe rimanere al largo della costa sud-occidentale messicana nella giornata di oggi, mentre le bande esterne continuano a interessare la costa.

Il problema immediato è soprattutto rappresentato dalle forti precipitazioni, che possono provocare allagamenti potenzialmente pericolosi e frane, soprattutto nelle zone dove il territorio è ripido e montuoso. Per alcune aree della costa messicana è inoltre in vigore un’allerta per condizioni da tempesta tropicale.

Anche il mare sta risentendo della presenza di Polo. Le grandi onde generate dall’uragano si stanno propagando lungo la costa occidentale del Messico e, nelle prossime ore, raggiungeranno progressivamente anche le acque della Bassa California Sur, con il rischio di condizioni marine molto pericolose e forti correnti di risacca.

La svolta verso nord

È però l’evoluzione dei prossimi giorni a rendere Polo particolarmente interessante da seguire.

Secondo il NHC, nelle prossime 48 ore l’uragano dovrebbe continuare a muoversi verso ovest-nordovest, allontanandosi temporaneamente dalla costa messicana. Durante il fine settimana, però, raggiungerà il margine occidentale di una vasta area di alta pressione che si sta consolidando sul Messico settentrionale e sugli Stati Uniti sud-occidentali.

Questa configurazione dovrebbe favorire una svolta verso nord, indirizzando Polo verso la penisola della Bassa California.

Le coordinate previste dal National Hurricane Center indicano il centro del ciclone intorno a 23,5° nord e 113,5° ovest nelle prime ore di lunedì 28 settembre, con un successivo avvicinamento alla penisola. In quella fase Polo dovrebbe essere ancora un uragano, anche se meno intenso rispetto alla categoria 5 attuale.

Un uragano destinato a indebolirsi, ma ancora pericoloso

Il NHC prevede infatti un progressivo indebolimento durante il fine settimana e all’inizio della prossima settimana, principalmente a causa dell’aumento del wind shear, cioè della variazione della velocità e della direzione dei venti con la quota.

Questo non significa però che Polo perderà rapidamente la propria pericolosità. La previsione ufficiale indica che il sistema dovrebbe rimanere un major hurricane, quindi almeno di categoria 3, ancora per diversi giorni.

La distanza dalla costa e l’esatta posizione del centro saranno determinanti per stabilire quali zone della Bassa California potranno essere maggiormente interessate. Per questo il National Hurricane Center invita le popolazioni della penisola a seguire attentamente i prossimi aggiornamenti e a verificare i propri piani di preparazione.

La situazione, dunque, è ancora in evoluzione. Polo non è diretto verso la Bassa California in linea retta: prima si allontanerà dalla costa messicana, poi dovrebbe curvare verso nord e avvicinarsi alla penisola tra domenica e lunedì.

Per la Bassa California saranno quindi fondamentali i prossimi aggiornamenti della traiettoria, perché anche variazioni relativamente piccole del percorso possono modificare sensibilmente gli effetti sulla costa.

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Uragano Polo, il ciclone si avvicina alla Bassa California

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L’uragano Polo continua a essere seguito con particolare attenzione nel Pacifico orientale. Il ciclone, che ha raggiunto una notevole intensità, si sta muovendo al largo della costa occidentale del Messico e nei prossimi giorni dovrebbe spostarsi progressivamente verso nord-ovest, passando a sud della penisola della Bassa California.

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Alle 3 del mattino di mercoledì 23 settembre, secondo il National Hurricane Center statunitense, Polo si trovava a circa 300 chilometri a sud di Zihuatanejo, nello Stato di Guerrero. I venti massimi sostenuti raggiungevano i 250 km/h, con una pressione centrale di 918 millibar: una intensità che colloca il sistema nella categoria 4 della scala Saffir-Simpson.

Il Messico sud-occidentale è l’area più esposta

Il centro di Polo dovrebbe rimanere in mare, ma le bande esterne della perturbazione stanno già interessando la costa sud-occidentale del Messico. Il National Hurricane Center prevede condizioni da tempesta tropicale lungo alcune zone costiere e ha emesso un’allerta tra Tecpan de Galeana e Punta San Telmo, mentre una vigilanza si estende verso ovest fino a Playa Perula.

La principale minaccia nelle prossime ore è rappresentata dalle precipitazioni. Tra Guerrero e Michoacán sono previsti 75-150 millimetri di pioggia, con accumuli isolati che potrebbero raggiungere circa 200 millimetri. Il rischio è quello di alluvioni improvvise e frane, soprattutto nelle aree montuose. Piogge importanti sono previste anche nelle zone costiere di Oaxaca, Colima e Jalisco.

La traiettoria verso la Bassa California

La previsione del NHC indica una svolta verso nord-ovest nelle prossime ore, seguita da un movimento generalmente verso ovest-nordovest. Polo dovrebbe rimanere vicino alla costa sud-occidentale messicana, ma senza che il suo nucleo raggiunga direttamente la terraferma.

Il passaggio più vicino alla Bassa California è previsto tra venerdì e sabato. Secondo la previsione attuale, tuttavia, Polo dovrebbe passare ben a sud della penisola. Successivamente, quando raggiungerà il margine occidentale dell’area di alta pressione che ne condiziona il movimento, il ciclone potrebbe iniziare a curvare verso nord.

Questo significa che, al momento, non si prevede un impatto diretto del centro dell’uragano sulla Bassa California. La situazione, però, resta da seguire perché la traiettoria e soprattutto la distanza dalla costa possono ancora cambiare con i successivi aggiornamenti.

Polo dovrebbe inoltre indebolirsi gradualmente nei prossimi giorni a causa dell’aumento del vento in quota e dell’ingresso di aria più secca. Il NHC prevede comunque che rimanga un uragano molto potente ancora per diversi giorni.

 




Uragano Polo, è allerta in Messico: categoria 5 e rischio di alluvioni e frane

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L’uragano Polo ha raggiunto la categoria 5, la massima prevista dalla scala Saffir-Simpson, mentre si trova al largo della costa pacifica del Messico. Il fenomeno si sta muovendo lentamente e, anche se le previsioni indicano che il nucleo principale dovrebbe rimanere in mare, la costa sud-occidentale messicana è esposta a condizioni molto pericolose.

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È una situazione da seguire con particolare attenzione anche per la numerosa comunità italiana residente in Messico, soprattutto nelle aree occidentali e nelle località costiere.

Venti fino a 260 chilometri orari

Secondo il National Hurricane Center statunitense, Polo ha raggiunto venti massimi sostenuti di circa 260 km/h, con raffiche ancora più forti.

La carta del NHC mostra il centro dell’uragano al largo, mentre la traiettoria prevista lo mantiene prevalentemente sull’oceano. Questo però non significa che il Messico sia fuori pericolo.

Il problema principale, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, sarà infatti rappresentato dalla combinazione di piogge torrenziali, mare molto agitato, forti correnti e possibili alluvioni e frane.

Guerrero e Michoacán tra le zone più esposte

Il National Hurricane Center prevede precipitazioni particolarmente importanti nelle aree costiere degli Stati di Guerrero e Michoacán, dove potrebbero cadere complessivamente diversi centimetri di pioggia, con quantità localmente molto superiori.

Il rischio maggiore riguarda le inondazioni improvvise e le frane, soprattutto nelle zone montuose.

Piogge significative sono previste anche lungo le coste di Oaxaca, Colima e Jalisco.

Il Servizio Meteorologico Nazionale messicano ha sottolineato che il fatto che Polo possa rimanere al largo non elimina il pericolo. Secondo le autorità meteorologiche messicane, gli effetti indiretti sulla costa potrebbero essere molto intensi, con forti piogge, mareggiate e condizioni pericolose anche a distanza dal centro del ciclone.

Anche il mare rappresenta un pericolo

Un altro elemento da non sottovalutare è il mare.

Il passaggio dell’uragano sta generando onde e correnti molto pericolose lungo la costa pacifica messicana. Le autorità hanno invitato la popolazione a mantenersi lontana dalle zone costiere più esposte.

Secondo le previsioni diffuse dal servizio meteorologico messicano, in alcune aree le onde potrebbero raggiungere dimensioni eccezionali, con il rischio di penetrazione del mare nelle zone costiere.

Il centro dovrebbe restare in mare

La traiettoria prevista dal National Hurricane Center indica che il nucleo di Polo dovrebbe rimanere al largo della costa sud-occidentale del Messico.

Ma la distanza dal centro dell’uragano non è sufficiente per valutare il rischio.

La stessa NOAA avverte che le condizioni pericolose possono verificarsi anche al di fuori del cono di previsione. Il cono indica infatti la possibile traiettoria del centro del ciclone, non l’estensione complessiva dei venti, delle piogge o del mare pericoloso.

È una distinzione particolarmente importante nel caso di Polo, perché si tratta di un sistema molto intenso e di grandi dimensioni.

Un’allerta che riguarda anche gli italiani in Messico

Il Messico ospita una comunità italiana numerosa e distribuita in diverse aree del Paese. In una situazione come questa, l’informazione meteorologica assume quindi anche una funzione pratica per chi vive, lavora o si trova temporaneamente nelle zone interessate.

Gli italiani presenti sulla costa pacifica, in particolare negli Stati di Guerrero, Michoacán, Colima e Jalisco, dovrebbero seguire gli aggiornamenti delle autorità messicane e le eventuali indicazioni della Protezione Civile locale.

Particolare prudenza è necessaria per chi si trova vicino a fiumi, torrenti, pendii instabili o direttamente sulla costa.

Non è ancora possibile escludere effetti importanti

La traiettoria potrà ancora subire variazioni e la distanza esatta dell’uragano dalla costa rimane un elemento da monitorare.

Il National Hurricane Center continua a indicare rischio di precipitazioni capaci di provocare alluvioni potenzialmente letali e frane, mentre il sistema prosegue il suo lento movimento nell’Oceano Pacifico.

Per questo, anche senza un previsto landfall del centro dell’uragano, Polo rappresenta una seria minaccia meteorologica per parte del Messico occidentale.

La situazione rimarrà sotto osservazione nelle prossime ore, quando sarà possibile definire con maggiore precisione la distanza dell’uragano dalla costa e l’intensità degli effetti sulle diverse regioni.

Per chi vive in Messico, il messaggio delle autorità è quindi chiaro: non bisogna aspettare che un uragano tocchi terra per considerarlo pericoloso.

 




Italiani nel mondo, la Farnesina punta su servizi consolari e digitalizzazione

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La qualità dei servizi consolari e la digitalizzazione tornano al centro dell’attenzione della Farnesina, in un momento in cui il numero degli italiani residenti all’estero continua a crescere e la rete diplomatico-consolare deve far fronte a una domanda sempre maggiore.

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Il tema è emerso durante la missione in Brasile del sottosegretario agli Affari Esteri Massimo Dell’Utri, ma le considerazioni espresse riguardano una questione molto più ampia: come rendere più efficienti i servizi pubblici destinati agli italiani che vivono fuori dall’Italia.

Il Brasile come esempio di una realtà in crescita

Il Brasile rappresenta uno dei casi più significativi. Al 31 luglio 2026 risultavano 979.650 cittadini italiani iscritti negli schedari consolari, con oltre 400 mila a San Paolo e più di 140 mila a Porto Alegre. A questi si aggiungono circa 32 milioni di italo-discendenti.

Una comunità di queste dimensioni esercita naturalmente una forte pressione sulla rete consolare. Nel solo 2025 i consolati italiani in Brasile hanno rilasciato oltre 93 mila passaporti, mentre è aumentato anche il ricorso ai servizi digitali e alla Carta d’Identità Elettronica.

Ma il problema della crescita della domanda non riguarda soltanto il Brasile.

Più italiani all’estero, più servizi da garantire

Negli ultimi anni la presenza italiana fuori dai confini nazionali è diventata sempre più articolata. Non si tratta soltanto delle comunità storiche dell’emigrazione.

Accanto ai discendenti degli italiani emigrati nelle generazioni precedenti ci sono oggi professionisti, studenti, imprenditori, pensionati, famiglie e giovani che si trasferiscono temporaneamente o stabilmente in altri Paesi.

Per tutti loro il consolato rappresenta il principale punto di riferimento dello Stato italiano all’estero.

Passaporti, carte d’identità, stato civile, cittadinanza, assistenza ai cittadini e numerose altre pratiche fanno parte della vita quotidiana di milioni di italiani residenti fuori dall’Italia.

È per questo che la questione dell’efficienza dei consolati interessa l’intera comunità italiana all’estero.

La digitalizzazione come risposta

Secondo Dell’Utri, l’obiettivo deve essere quello di semplificare le procedure e investire nell’innovazione, utilizzando la digitalizzazione come strumento per avvicinare la pubblica amministrazione ai cittadini.

Il principio è semplice: dove una pratica può essere svolta online, il cittadino dovrebbe poter evitare spostamenti, attese e procedure burocratiche non necessarie.

Ma la digitalizzazione non significa soltanto trasferire su internet un modulo cartaceo.

Per essere realmente efficace deve consentire di ridurre i tempi, rendere più semplice l’accesso ai servizi e diminuire il carico di lavoro degli uffici consolari, lasciando agli operatori più tempo per le pratiche che richiedono necessariamente un intervento umano.

Il Brasile rappresenta in questo senso un laboratorio particolarmente significativo proprio per le dimensioni della sua comunità italiana.

Gli italiani all’estero come risorsa

C’è poi un altro passaggio della missione di Dell’Utri che riguarda direttamente tutti gli italiani nel mondo.

Il sottosegretario ha definito le comunità italiane all’estero “una straordinaria rete di relazioni, competenze, cultura e opportunità”, sottolineando che non devono essere considerate semplicemente come cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

È un’impostazione che va oltre la tradizionale assistenza consolare.

Gli italiani residenti all’estero possono infatti rappresentare un collegamento con i Paesi nei quali vivono, favorendo rapporti economici, culturali, universitari e professionali con l’Italia.

La comunità italiana diventa così anche uno strumento di diplomazia culturale ed economica, oltre che una realtà da assistere attraverso i servizi pubblici.

Anche i Com.It.Es. al centro dell’attenzione

La missione brasiliana ha affrontato inoltre il tema della rappresentanza degli italiani all’estero, in vista delle prossime elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es., i Comitati degli italiani all’estero.

Dell’Utri ha sottolineato il ruolo dei Com.It.Es. come collegamento tra le comunità, la rete diplomatico-consolare e le istituzioni, invitando a una partecipazione consapevole.

In Brasile saranno interessati sette Comitati. Le elezioni sono state formalmente indette il 3 settembre e, per gli elettori brasiliani, è previsto il termine del 4 novembre 2026 per chiedere l’iscrizione nell’elenco elettorale.

Una questione che riguarda tutta la rete consolare

La missione in Brasile offre quindi l’occasione per affrontare una questione che riguarda gli italiani residenti in ogni parte del mondo.

Più cittadini iscritti all’estero significano più richieste di servizi e, di conseguenza, la necessità di una rete consolare capace di adeguarsi.

La strada indicata dalla Farnesina passa soprattutto attraverso digitalizzazione, semplificazione e innovazione, ma anche attraverso una diversa considerazione del ruolo delle comunità italiane.

Il Brasile, con quasi un milione di cittadini italiani iscritti nei registri consolari, rappresenta uno dei casi più evidenti. Ma la sfida è generale: rendere più semplice il rapporto tra lo Stato italiano e chi ha scelto di vivere fuori dall’Italia.

E per milioni di italiani residenti all’estero, questa non è una questione astratta. È qualcosa che si misura ogni giorno davanti a un consolato, davanti a un computer o nell’attesa di una pratica.

 

 




Trump avverte l’America Latina: gli Stati Uniti pronti a usare la forza per i propri interessi

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Un nuovo avvertimento di Donald Trump riaccende le tensioni nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’America Latina. Nel suo discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente americano ha dichiarato che Washington è pronta, se necessario, a ricorrere alla propria forza militare per proteggere quelli che considera gli interessi nazionali degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

La dichiarazione arriva in un momento nel quale l’amministrazione Trump ha intensificato le operazioni militari contro quelli che definisce gruppi di narcotraffico in America Latina e nei Caraibi.

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«Se necessario, useremo la nostra forza militare»

Nel suo intervento all’ONU, Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti non permetteranno più che minacce alla sicurezza americana si consolidino nell’emisfero occidentale.

Il presidente ha indicato come principale obiettivo i cartelli della droga, paragonandoli all’ISIS e sostenendo la necessità di una risposta molto più dura contro il narcotraffico transnazionale.

Trump ha inoltre presentato le recenti azioni americane nella regione come dimostrazione della volontà di Washington di intervenire direttamente quando ritiene minacciati i propri interessi.

Il riferimento al Venezuela

Nel discorso alla Nazioni Unite, Trump ha citato anche il Venezuela e l’operazione americana che, secondo quanto riferito dall’amministrazione statunitense, ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.

Il presidente americano ha utilizzato quell’episodio come esempio della nuova politica di Washington nell’emisfero occidentale. La Casa Bianca sta infatti sostenendo una linea molto più aggressiva nella lotta contro i cartelli e contro quelle che considera minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.

La posizione americana sta però suscitando forti reazioni in America Latina. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, parlando da New York, ha criticato l’intervento statunitense in Venezuela, sostenendo che l’azione di Washington abbia compromesso la sovranità del Paese.

Il Messico guarda con attenzione

Il messaggio di Trump arriva inoltre dopo le recenti tensioni con il Messico.

Nei giorni scorsi il presidente americano aveva affermato di non escludere operazioni contro i cartelli all’interno del territorio messicano. La presidente Claudia Sheinbaum ha ribadito che il Messico non accetta operazioni militari di governi stranieri sul proprio territorio.

Il tema è particolarmente delicato perché la cooperazione tra Washington e Città del Messico nella lotta al narcotraffico è intensa, ma il governo messicano insiste sul principio della sovranità nazionale.

Operazioni già in corso nei Caraibi

La minaccia non arriva quindi in un vuoto politico.

Da mesi gli Stati Uniti conducono operazioni contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico. Secondo l’Associated Press, l’operazione ha provocato almeno 231 morti in 69 attacchi militari nell’ultimo anno, mentre Washington sostiene che si tratti di un conflitto contro organizzazioni di narcotraffico.

Proprio sulle basi giuridiche di queste operazioni è aperto un forte confronto internazionale. Un rapporto presentato alle Nazioni Unite ha contestato la legittimità di diversi attacchi, sostenendo che non sarebbero state dimostrate le condizioni necessarie per considerarli atti di autodifesa.

Una nuova fase nei rapporti tra Washington e America Latina?

La dichiarazione di Trump segna quindi un ulteriore passaggio nella politica americana verso l’emisfero occidentale.

Washington sta cercando di costruire una cooperazione regionale contro i cartelli attraverso la Shield of the Americas, un’iniziativa alla quale hanno aderito diversi governi latinoamericani, mentre altri importanti Paesi, tra cui Messico e Brasile, non ne fanno parte.

Il problema è che la lotta al narcotraffico si sta sovrapponendo sempre più a questioni molto più ampie: sovranità nazionale, presenza militare americana, rapporti con i governi della regione e controllo delle rotte strategiche dei Caraibi.

Per i Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, geograficamente vicini agli Stati Uniti, si tratta di un’evoluzione da seguire con particolare attenzione.

La domanda ora è quanto questa nuova politica americana rimarrà sul piano delle dichiarazioni e quanto invece si tradurrà in nuove operazioni militari nella regione.