Via libera alla revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero

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palazzo madama2 615x223La Commissione Esteri Difesa del Senato ha dato mandato al relatore Menia a riferire favorevolmente all’Assemblea sul disegno di legge n.1683, Disposizioni per la revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero, con il testo approvato dalla Camera dei deputati e con richiesta di autorizzazione a svolgere una relazione orale.

L’approvazione della III Commissione disegno di legge n.1683 è giunta dopo che nella seduta precedente erano stati respinti tutti gli emendamenti presentati, sia quelli che dalla Commissione Bilancio che avevano ricevuto parere non ostativo,  sia quelli che avevano ottenuto dalla medesima Commissione parere contrario. La III Commissione ha respinto anche gli Ordini del Giorno presentati. Il testo base adottato ha ricevuto anche il parere non ostativo della Commissione Affari costituzionali.

Nel suo intervento il Sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli ha sottolineato come l’attuale Governo, conformemente agli orientamenti dei vari Governi che lo hanno preceduto, abbia sempre dimostrato di assicurare la massima protezione e supporto agli oltre 7 milioni di concittadini che vivono nel resto del mondo. Un impegno, che per il Sottosegretario, non può essere disconosciuto e che non trova eguale riscontro presso altri paesi importanti come l’Italia. Per Silli si tratterà semmai “di trovare un giusto equilibrio tra le indiscutibili esigenze di tutela dei connazionali con i corrispettivi costi che tale tutela richiede, onde evitare, inter alia, possibili attriti tra le esigenze degli italiani che vivono fuori dal paese, e che non sono soggetti a imposizione fiscale, e le aspettative ed il punto di vista degli italiani che invece vivono in Italia”. Il sottosegretario ha infine rilevato come nei confronti degli oriundi la Farnesina abbia sempre rivolto massima attenzione e tutte le energie e le risorse umane di cui dispone. (Inform)




Addio a Sandro Giacobbe, il cantante di “Signora mia”

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sandro giacobbe 300x225Addio a Sandro Giacobbe. Il cantautore si è spento oggi nella sua abitazione di Cogorno, nel Levante genovese. Lo ha confermato una fonte vicina alla famiglia.

Giacobbe aveva 75 anni e da oltre dieci anni era in lotta con un tumore. Cantautore di grande livello, tra i suoi brani più celebri Signora mia, 45 giri di successo del 1974 che partecipa al Festivalbar e rimane per mesi nelle hit parade nazionali ed estere negli anni ’70 e ’80, oltre a far parte della colonna sonora del film di Lina Wertmuller “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (le musiche originali del film sono di Piero Piccioni ndr). Un’altra canzone dell’album, Signora addio, viene interpretata da Gianni Nazzaro.

Dopo aver vissuto per decenni a Moneglia, ultimamente Giacobbe si era trasferito a San Salvatore di Cogorno. Nel comune rivierasco aveva giocato al calcio nella squadra locale prima di arrivare alla Nazionale cantanti di cui era stato anche allenatore. Lascia la moglie Marina Peroni, di 27 anni più giovane e i figli Andrea e Alessandro nati da una precedente relazione.

Sandro Giacobbe nasce a Genova il 14 dicembre 1949 da padre di origini siciliane e madre lucana. La sua famiglia si compone anche di altri due fratelli. A soli 16 anni, Sandro decide di mettere da parte gli studi in ragioneria per formare il gruppo musicale Giacobbe & le Allucinazioni con alcuni amici, iniziando ad esibirsi in diversi locali della regione.

Nel 1971, ottiene il suo primo contratto con la Dischi Ricordi pubblicando il singolo Per tre minuti e poi. Successivamente cambia casa discografica passando alla Cbs e nel 1974 pubblica il primo 45 giri, Signora mia, ottenendo grande successo.

La vera notorietà arriva però nel 1976, quando Sandro partecipa a Sanremo classificandosi terzo con il brano Gli occhi di tua madre. A seguire partecipa come autore allo Zecchino d’Oro con la canzone Sette note per una favoletta e continua a pubblicare brani di grande successo come Mi va che ci sei, Notte senza di te e Sarà la nostalgia.

Nel 1983 torna di nuovo al Festival di Sanremo con Primavera e inizia a dedicarsi soprattutto a concerti e a iniziative di solidarietà, partecipando alla squadra della Nazionale cantanti come difensore centrale e, successivamente, allenatore.

Nel 1990 torna ancora in gara al Sanremo con Io vorrei, e nel 2003 partecipa al Festival di Viña del Mar, in Cile. Nel 2005 partecipa al programma Premiata Teleditta 3 – Non sono repliche e continua a fare musica con nuovi singoli e album. Dal 2014 al 2016 diventa l’allenatore in Prima Categoria del neonato Rupinaro Sport, squadra di Chiavari, e continua a fare parte della Nazionale Cantanti.

Nel 2020 collabora con Don Backy al brano Genova e nel 2023 esce il singolo Lettera al gigante, scritto dal figlio Andrea.

Nella vita, Giacobbe ha dovuto affrontare anche il tumore che ha colpito il figlio maggiore quando aveva solo 12 anni, che è fortunatamente guarito. Negli anni, il cantautore si è anche ritrovato a dover affrontare altri momenti molto duri: il primo quando è stato colpito da meningioma, un tumore delle meningi, per il quale ha subito una delicata operazione, mentre da circa 10 anni si trovava a combattere contro il cancro alla prostata.

Qualche mese fa, a marzo, era stato ospite di Mara Venier a Domenica In e aveva raccontato la sua malattia: “I medici mi hanno assolutamente prescritto di non stare più in piedi, di non forzare sul bacino, sul femore, perché c’è un rischio di rottura se dovessi stare in piedi”. Con lui in studio c’era la moglie Marina. Il cantante in quella toccante intervista aveva raccontato: “Dal giorno della Befana non sono più uscito, perché se vado in giro e mi vedono su una carrozzina, c’è il rischio che mi fotografino. Volevo invece fare una dichiarazione pubblica in modo non ci fossero dubbi su quello che sto vivendo e che voglio consigliare soprattutto altri altri”. La moglie aveva aggiunto: “Stiamo insieme dal 2010, si è ammalato nel 2015”. In quell’occasione il cantante aveva rivelato di avere un progetto nei teatri: “Lo spettacolo si chiamerà Voglia di Hit Parade, sarà uno scontro tra i miei successi e quelli di quegli anni, magari a settembre lo faremo”.

ansa.it




Trump: “L’Europa rischia la cancellazione della sua civiltà entro 20 anni”

incontro trump orban

incontro trump orban

La narrativa del “declino europeo” – un’Europa travolta dall’immigrazione, smarrita nella propria identità e sull’orlo di dissolversi come faro culturale dell’Occidente – è uno dei cardini dell’immaginario MAGA e della seconda presidenza di Donald Trump. Questa visione ha preso forma ufficiale in un documento di 33 pagine firmato dallo stesso presidente degli Stati Uniti: la nuova Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’allarme, che regala il titolo a tutti i giornali del mondo è: “L’Europa rischia di veder cancellata la sua intera civiltà entro 20 anni”.

Il testo definisce le priorità di politica estera dell’amministrazione e, nel capitolo europeo, traccia una diagnosi drastica: oltre ai problemi economici, l’Europa sarebbe esposta al “rischio reale” di vedere tramontare la propria civiltà “entro vent’anni o meno”. In quel contesto, avverte il documento, non è affatto scontato che alcuni Paesi dispongano ancora di economie e forze armate tali da garantirsi lo status di alleati affidabili di Washington. Da qui l’obiettivo dichiarato: aiutare il continente a “correggere la sua traiettoria”.

A comporre il quadro del presunto declino europeo, la Casa Bianca elenca una serie di fattori: dall’Unione Europea considerata un freno alla sovranità, alle politiche migratorie definite destabilizzanti; dalla censura e dalla repressione del dissenso alla crisi demografica e alla perdita di fiducia nazionale. È una lettura che riprende in larga parte gli argomenti dei partiti della destra radicale europea, già sostenuti da Trump e dal movimento MAGA in diversi appuntamenti elettorali, dalla Germania al Regno Unito. Non a caso, molte di queste idee erano già emerse durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, quando il vicepresidente J.D. Vance aveva descritto un’Europa in bilico sul baratro.

Il documento fissa anche le priorità dei rapporti con il Vecchio Continente, legati – si legge – da “affinità sentimentali”. Washington punta a un’apertura maggiore dei mercati europei ai prodotti statunitensi, al recupero di una “stabilità interna” e a una gestione “difficile” ma pragmatica delle relazioni con la Russia.

Sul fronte della difesa, gli USA invitano l’Europa ad assumersi “la responsabilità primaria” della propria sicurezza, un passaggio che richiama la pressione americana sui contributi NATO, con la soglia del 5% come nuovo riferimento ufficioso. Quanto all’Ucraina, il testo parla apertamente di divergenze con i governi europei, accusati di nutrire “aspettative irrealistiche” sull’esito della guerra.

Tra le righe, il documento strizza l’occhio anche ai movimenti nazionalisti del continente, ai quali riconosce un ruolo nel “resistere” all’attuale direzione politica dell’Europa. La crescita delle formazioni “patriottiche” viene anzi indicata come un segnale incoraggiante per il futuro occidentale.

Il preambolo firmato da Trump presenta la strategia come una tabella di marcia per preservare la superiorità americana: un’America “più sicura, più ricca, più libera, più grande e più potente”. Gli obiettivi includono la fine dell’“era delle migrazioni di massa”, la tutela dei diritti “conferiti da Dio ai cittadini americani” e una rigida condivisione degli oneri geopolitici: l’epoca in cui Washington reggeva l’ordine mondiale “come Atlante” sarebbe ormai conclusa.

La linea economica ruota attorno al principio della “pace attraverso la forza”, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e a un commercio “equilibrato” basato sulle tariffe. Viene citato anche Alexander Hamilton: gli Stati Uniti, ricorda il testo, non devono dipendere da potenze straniere per i beni essenziali.

Sul Medio Oriente, la Casa Bianca sostiene che la regione non sia più il perno dell’agenda estera americana, non perché irrilevante, ma perché non rappresenta più la fonte di crisi permanente del passato. Per l’Africa, l’approccio annunciato abbandona la promozione dell’“ideologia liberale” in favore di una relazione improntata a investimenti, scambi e sfruttamento delle risorse naturali.

La stessa impostazione assertiva emerge nella parte dedicata all’emisfero occidentale, dove l’amministrazione promette di “riaffermare” la Dottrina Monroe in versione aggiornata: un “Corollario Trump” pensato per ristabilire la preminenza americana nella regione. Una rottura netta con le consuete formule diplomatiche e una ridefinizione dell’architettura globale secondo i dettami dell’America First, oggi riproposta in versione ancora più ideologica e muscolare.

ag. Dire – www.dire.it




Natale a New York, sull’albero ‘italiano’ da record svetta la stella Swarovsky

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albero ny 1024x576Si sono accese ieri sera le luci del grande albero di Natale del Rockfeller Center e, come ogni anno, migliaia di persone hanno assistito all’evento che sancisce ufficialmente l’inizio delle festività nella Grande Mela.
Il Christmas Tree del Rockfeller Center è senz’altro uno dei simboli del Natale americano, forse il più amato, senz’altro il più conosciuto nel mondo: alto oltre 20 metri, ricoperto da più di 50mila luci multicolori e con una stella Swarovski da record sulla cima. Quasi nessuno, però, sa che alle origini di questa tradizione c’è la storia di un ragazzo italiano, un emigrante diciassettenne partito da un piccolo paese di montagna del Lazio, San Donato Val di Comino.

CHI FU “L’INVENTORE” DEL PRIMO ALBERO DI NATALE AL ROCKFELLER CENTER

Il giovane si chiamava Cesidio Perruzza ed era uno come tanti: famiglia umile, pochi soldi in tasca ma tanta voglia di lavorare. All’inizio del Novecento lascia San Donato, attraversa l’oceano e sbarca a New York. Qui trova lavoro dove servono braccia forti: nei cantieri, tra roccia, polvere ed esplosivi. Diventa “Joe Blaster”, uno specialista negli scavi, e si occupa di radere al suolo con la dinamite le vecchie costruzioni, per far spazio ai nuovi grattacieli. Cesidio, infatti, è uno di quei lavoratori italiani che hanno letteralmente costruito la città, così come la vediamo adesso.

UN CHRISTMAS TREE DA RICICLO, SIMBOLO DI RESILIENZA

Nel 1931 l’America è piegata dalla Grande Depressione. Mentre in tanti perdono il lavoro, Cesidio e altri operai – molti italiani e alcuni anche suoi compaesani – sono impegnati nel cantiere del nuovo Rockfeller Center. Fa freddo e il lavoro è duro ma ciò che conta è avere una paga da portare a casa, a fine mese.
E’ la vigilia di Natale quando Cesidio ha un’idea: prende un abete che cresce su uno spuntone di roccia nei paraggi del cantiere, lo trascina al centro dell’area di lavoro aiutato dai suoi compagni e, insieme a loro, inizia a decorarlo con quello che si trova in giro. Si tratta, naturalmente, di materiale di risulta: carta colorata, fili metallici, alluminio recuperato dai detonatori, piccoli oggetti trasformati in decorazioni con un tocco di fantasia. E’ un albero semplice, ma l’intento di Cesidio e degli altri operai è quello di esprimere la loro riconoscenza per il fatto che possono lavorare, in tempi così difficili, e di dare un qualche segno di speranza alle soglie del Natale. E’ la prima volta che un abete viene addobbato nel luogo dove sorgerà il celebre Rockfeller Center, nel cuore di Manhattan. Lì, proprio accanto all’attuale pista di ghiaccio e agli angioletti a grandezza d’uomo, con le loro mille luci e ghirlande, nel dicembre del 1931 svetterà solitario un albero di Natale addobbato miseramente e tuttavia simbolo di speranza e resilienza tra il fango del cantiere. Un invito ad andare avanti, forse anche in ricordo dei tanti alberelli decorati con noci e carta colorata dalle donne della Val Comino durante le feste natalizie, laggiù in Italia. E una spinta a non mollare per chi, come Cesidio e i tanti immigrati italiani, si aggrappava ostinatamente al “Sogno americano”.

DAL 1933 AL ROCKFELLER CENTER L’ALBERO-PONTE TRA AMERICA E ITALIA

Una foto rovinata dal tempo e ormai diventata famosa immortala gli operai in fila per ricevere la paga, proprio con quell’umile alberello alle loro spalle. Anni dopo, il governatore di New York Mario Cuomo vi scriverà una dedica nel retro, donandola alla famiglia Perruzza, per ringraziare la gente di San Donato che aveva contribuito a costruire la città.
E’ il 1933 quando al Rockfeller Center viene organizzata ufficialmente la prima accensione ufficiale dell’albero di Natale e, da allora, ogni anno un enorme abete viene innalzato e illuminato davanti agli occhi delle telecamere e dei tanti turisti che accorrono per assistere all’evento. Un evento che ha origini lontane e dietro il quale si cela la storia di un paesino dell’Italia centrale, arroccato sui monti, e di un giovane emigrante italiano che, inconsapevolmente, ha legato per sempre il Natale di New York alle sue radici italiane. Ecco perché, per chi vive negli Stati Uniti oggi – magari nipote o pronipote di emigranti italiani – la storia delle origini del Christmas Tree del Rockfeller Center è un invito a guardare l’albero con occhi diversi. Non soltanto come attrazione turistica, ma come un ponte tra due mondi, Italia e America, uniti dal sogno di un ragazzo partito senza un soldo da San Donato Val Comino.

agenzia Dire – www.dire.it



USA. Oggi a Miami l’incontro Usa-Ucraina. Trump positivo

putin incontra l'inviato speciale del presidente usa stephen witkoff

putin incontra l'inviato speciale del presidente usa stephen witkoff
PUTIN INCONTRA L’INVIATO SPECIALE DEL PRESIDENTE USA STEPHEN WITKOFF

È stato un incontro “molto positivo” quello tra la delegazione americana e quella russa, alla presenza di Vladimir Putin. A dirlo è il presidente Donald Trump, commentando il meeting al Cremlino durato 5 ore e volto alla ricerca di una soluzione per negoziare la pace con l’Ucraina. Non è, però, ancora arrivata la svolta che tutti aspettano.

“Il presidente Putin ha avuto un incontro molto positivo con Jared Kushner e Steve Witkoff. Cosa uscirà da quell’incontro? Non posso dirlo, perché per ballare il tango servono due persone“, ha affermato il tycoon come riportano i media americani.

Condividendo ancora le sue considerazioni positive, Trump ha dichiarato che Putin “vorrebbe porre fine alla guerra”. “Questa era la loro impressione”, ha aggiunto riferendo quanto carpito dall’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente e per le missioni di pace e da suo genero. “Penso che gli piacerebbe tornare a condurre una vita più normale– ha detto ancora di Putin-. Francamente, credo che gli piacerebbe commerciare con gli Stati Uniti d’America, invece di perdere migliaia di soldati a settimana. Ma la loro impressione era molto forte: che gli piacerebbe raggiungere un accordo”.

Un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha fatto sapere che Witkoff e Kushner hanno inviato oggi a Miami il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa ucraino, Rustem Umerov, per ulteriori negoziati. “Con l’Ucraina penso che abbiamo definito qualcosa abbastanza bene. Molto soddisfacente, considerando la situazione”, ha dichiarato Trump.

IL CONSIGLIERE DI PUTIN: “NON È STATO TROVATO UN COMPROMESSO”. PUTIN: “ARDUO TROVARE UNA SOLUZIONE”

“Finora non è stata trovata alcuna soluzione di compromesso, ma alcune proposte americane sembrano più o meno accettabili”, ha affermato il principale consigliere di Putin per la politica estera, Yuri Ushakov, presente all’incontro, come riporta Abc. “Il presidente non ha nascosto la nostra opinione critica o negativa su alcune proposte”, ha aggiunto.

“Ci siamo trovati d’accordo su alcune cose… mentre altre hanno suscitato critiche, e il presidente non ha nascosto il nostro atteggiamento critico, persino negativo, nei confronti di diverse proposte. Ma la cosa principale è che abbiamo avuto una discussione molto utile”, ha detto Ushakov.

Putin, nel frattempo, si è recato in India per una visita di Stato che lo vedrà impegnato oggi e domani. Tra gli appuntamenti un incontro con il premier Modi. Parlando a India Today, come scrive Ria Novosti, il presidente ha commentato le discussioni per la pace: “È un compito arduo far sì che le parti in conflitto raggiungano una sorta di consenso”. Putin ha, però, definito, quella con Witkoff e Kushner “una conversazione molto importante”.

L’incontro non è stato breve per discutere approfonditamente i 27 punti del piano di Washington, divisi in quattro pacchetti: “Ciò che i nostri colleghi americani ci hanno portato si basava, in un modo o nell’altro, sugli accordi presi prima di questo incontro con il presidente Trump in Alaska“, ha detto ancora Putin.

Parlando di quanto fatto finora, il presidente ha aggiunto che si è “tentato di costruire relazioni tra le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk e l’Ucraina, ma Kiev non le ha riconosciute”. Secondo Putin, l’Ucraina “si è rifiutata di ritirare le sue truppe da Donetsk e Luhansk dopo il referendum, preferendo combattere”. Nel corso della sua chiacchierata a India Today, Putin ha fatto sapere di non voler tornare al G8 e ha ribadito la volontà di prendere il controllo del Dombass: “O liberiamo questi territori con la forza delle armi, oppure le truppe ucraine si dovranno ritirarsi e smetteranno di uccidere la gente”.

agenzia DIRE – www.dire.it




Putin: “Se l’Europa vuole la guerra, noi siamo pronti anche ora”

putin incontra wang yi

putin incontra wang yi
VLADIMIR PUTIN

Putin attacca l’Europa, in una prevedibile mossa che serve al leader russo per prendere tempo mentre le truppe russe avanzano in Ucraina (Pokrovsk è ormai caduta). E lo fa con toni durissimi. Secondo la Reuters Putin ha dichiarato di aver respinto le proposte europee contenute nel piano di pace, ritenendole “inaccettabili per la Russia”.

E ha poi accusato i leader europei di “ostacolare” le proposte degli Stati Uniti: “Non hanno un programma pacifico. Se l’Europa vuole combattere la guerra, siamo pronti anche adesso”.

Putin ha parlato ai giornalisti pochi istanti prima del suo incontro programmato con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, al Cremlino. “L’Europa sta impedendo all’amministrazione statunitense di raggiungere la pace in Ucraina” , ha detto senza specificare quali richieste europee ritenga inaccettabili.

Intanto Zelensky ha tenuto un discorso al parlamento irlandese, e in un passaggio ha richiamato l’attenzione di tutti alla memoria: “Vi prego di ricordare al mondo ogni volta che è necessario che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è un atto di aggressione criminale e immotivato…
Ciò è accaduto per un solo motivo: perché la Russia vuole trattare l’Ucraina come se fosse sua proprietà e gli ucraini come se appartenessero al suo cortile, come bestiame.

“Nessuno può distruggere il mondo da solo, nemmeno la Russia”. E sui negoziati di pace: “L’Ucraina è più vicina alla pace che mai. C’è una possibilità reale, ma dobbiamo coglierla”.

ag. Dire – www.dire.it




Cisgiordania, gli attivisti italiani aggrediti dagli israeliani: “I coloni sono già tornati”

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cisgiordania 1024x461“Noi ora siamo al sicuro, quindi la nostra preoccupazione è per i palestinesi residenti al villaggio: sappiamo che dopo averci aggredito la notte, i coloni israeliani mascherati sono già tornati nel pomeriggio a bordo di quad per terrorizzare i residenti e temiamo nuovi assalti“. Ne parlano con l’agenzia Dire due dei tre attivisti italiani della campagna palestinese Faz3a, che nella notte tra sabato e domenica sono stati aggrediti nel sonno da una banda di dieci coloni armati di pistole e spranghe, riportando ferite ed ematomi, e subendo il furto di smartphone, passaporti, carte di credito e altri effetti personali.

I due attivisti chiedono che non sia reso noto il loro nome per ragioni di sicurezza e continuano spiegando che la loro preoccupazione dipende dal fatto che “quando sono i palestinesi a subire attacchi, le aggressioni sono molto più violente“. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che nei momenti concitati dell’aggressione, “i coloni abbiano caricato i fucili quando hanno visto i palestinesi giungere in nostro soccorso. Non gli hanno sparato ma gli hanno anche lanciato delle pietre contro”.
I tre italiani, insieme a un cittadino canadese, erano da alcuni giorni nel villaggio di Ein El-Duyuk, nei pressi di Gerico, nell’ambito della campagna palestinese Faz3a, che promuove viaggi di cittadini stranieri per convivere per un periodo nei villaggi. L’obiettivo, da un lato, è di proteggere i residenti dagli attacchi dei coloni e, dall’altro, quello di documentare abusi e assalti. “Da due mesi sappiamo che gli attacchi ad El-Duyuk sono aumentati- proseguono i due attivisti di Faz3a- dopo che è stato costruito un nuovo avamposto vicino a una base militare. Sono pressoché quotidiani”.

Stando agli attivisti, si va dai coloni che attraversano le strade del villaggio a bordo di moto e quad, per intimidire e spaventare la popolazione, ad aggressioni che comportano la distruzione di porte, finestre o pannelli solari. Una casa in costruzione è stata vandalizzata due volte. C’è poi il furto di proprietà privata, “duecento le capre rubate in tutto”. “Da quando siamo qui- proseguono gli attivisti- la gente ha perlomeno potuto dormire delle notti intere, perché non hanno dovuto fare le ronde. Immaginate bene che tante famiglie, anche con bambini piccoli, non riescano a vivere serene in questo clima“.

Ein Al-Duyuk è un villaggio situato nell’Area A della Cisgiordania, quella delle tre che stando agli Accordi di Oslo del 1994 è sottoposta al controllo pieno dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Tuttavia, “la polizia palestinese non ha molto potere perché, se interviene, l’Anp stessa rischia rappresaglie, oltre alla popolazione palestinese”. Non resterebbe quindi che chiedere l’intervento dell’esercito israeliano che tuttavia “ogni volta si rifiuta, o peggio”. E’ cosa nota che nelle aree B e C, dove invece è presente, “l’esercito intervenga dopo gli attacchi dei coloni per arrestare i residenti palestinesi o compiere violenze anche peggiori”.

Ora i tre connazionali sono al sicuro ma sono incerti se denunciare l’aggressione subita anche alle autorità israeliane, oltre a quelle palestinesi, nonostante Israele abbia annunciato l’avvio di un’inchiesta. Entrare in una stazione di polizia “significa rischiare l’arresto, anche per gli attivisti internazionali, e spesso l’epilogo è il rimpatrio forzato”, concludono.

ag. Dire – www.dire.it




Addio a Pietrangeli re della Davis, unico italiano nella ‘Hall of Fame’

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imagoeconomica 18554731 fileminimizerAddio a Nicola Pietrangeli. Il tennis azzurro piange la scomparsa, a 92 anni, dell’unico italiano inserito nella Hall of Fame del tennis mondiale.

Nato a Tunisi l’11 settembre del 1933, Pietrangeli è ancora oggi il primatista, a livello internazionale, in Coppa Davis per partite giocate (164), incontri vinti in singolare (78-32) e in doppio (42-12). Ha formato con Orlando Sirola la coppia più vincente di sempre nella manifestazione (34 successi in 42 partite) ma l’ha vinta solo da capitano, nel 1976.

Ha trionfato due volte al Roland Garros, nel 1959 e 1960, due volte agli Internazionali d’Italia e vinto complessivamente 48 titoli, a cui si aggiungono la medaglia d’oro ai IV Giochi del Mediterraneo di Napoli nel 1963 e quella di bronzo nel doppio insieme a Sirola. Ha conquistato anche la medaglia di bronzo nel singolare maschile al torneo di esibizione di tennis ai Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968.

 

Al Foro Italico di Roma, Pietrangeli ha celebrato il suo primo trionfo agli Internazionali d’Italia nel 1957, sul campo che oggi porta il suo nome.

“Ho fatto dei miei anni di tennis, poco più di una ventina, una splendida parentesi della mia vita”, ha scritto Nicola Pietrangeli nel libro ‘Se piove rimandiamo’, spiegando che non ha “mai voluto essere schiavo del tennis”.

Una grande passione sono state le donne: sposò Susanna Artero, madre dei suoi figli Marco, Giorgio (scomparso il 4 luglio 2025) e Filippo; glamour fu la ‘love story’, durata sette anni, con la conduttrice Licia Colò; un grande feeling ebbe con Lea Pericoli, con la quale creò un’amicizia speciale.

agenzia Dire – www.dire.it




Giornata storica per gli Italiani in Costa Rica: il Congresso del MAIE accende San Antonio de Belén

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pubblico 1Una giornata che entrerà nella storia dell’italianità nel mondo. Oltre 300 connazionali si sono riuniti presso il DoubleTree Center per partecipare al Congresso del MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero), un evento carico di emozione, identità e visione per il futuro.

L’inizio solenne con le autorità locali

Ad aprire la giornata è stata la Sindaca di Belén, Zeneida Chavez, che con un discorso sentito ha sottolineato l’importanza della presenza italiana nella comunità locale:

“Gli italiani sono parte integrante della nostra storia. La loro cultura, la loro laboriosità e il loro spirito di comunità hanno arricchito il Costa Rica. Questo congresso è un momento per onorare le radici e costruire insieme il futuro.”

Subito dopo, la parola è passata a Cristina Guerrini, Presidente della Camera di Commercio Italo-Costaricense, che ha presentato una panoramica chiara e appassionata del Sistema Italia in Costa Rica, evidenziando le opportunità economiche, culturali e imprenditoriali per gli italiani nel Paese.

odoguardiOspiti illustri e cuore MAIE

Una platea ricca di ospiti speciali ha animato il congresso:

  • Sen. Ricardo Merlo, Presidente MAIE
  • Comm. Vincenzo Odoguardi, Vicepresidente MAIE e Coordinatore Nord e Centro America (nella foto a sinistra)
  • Paola Ceccon, Coordinatrice MAIE in Costa Rica e vera anima dell’evento
  • Giuseppe Cacace, Coordinatore MAIE Centro America

Presenti anche i coordinatori arrivati da tutto il Centro e Nord America, a testimoniare la forza e la capillarità del movimento:

  • Dennis Casco (Miami)
  • Antonio Mariniello (Messico)
  • Giuseppe Vijil e Eduardo Brocato (Honduras)
  • Sebastian Marcucci (Guatemala)
  • Enrico Bombarda (Cuba)
  • Andrea Cecchi (Bahamas)
  • E tutto il coordinamento nazionale del Costa Rica

Il Costa Rica si conferma fortezza MAIE in Centro America, esempio di coesione, entusiasmo e impegno civile.

I momenti più toccanti

Grande commozione ha suscitato la premiazione dei pionieri MAIE in Costa Rica:

  • Emma Covioli, per oltre 40 anni impiegata in Ambasciata, da sempre vicina agli italiani nel Paese
  • Matteo Brancacci, recentemente scomparso, ricordato per il suo instancabile aiuto ai più bisognosi, sempre con umiltà e senza clamore

Un momento profondamente umano, che ha commosso l’intera platea, simbolo dei valori più autentici del MAIE.

Il MAIE unisce, non divide

Durante gli interventi, il Vicepresidente Odoguardi ha ribadito con forza:

“Nel MAIE non esistono primi, secondi o terzi. Esistono solo gli italiani all’estero, troppo spesso dimenticati, ma che per noi sono il centro dell’azione politica.”

merloA seguire, il Sen. Merlo ha illustrato la nuova proposta di legge firmata dal MAIE, volta a correggere un impianto normativo giudicato discriminatorio per gli italiani all’estero, definendolo un atto di giustizia e di dignità.

Uniti dagli inni e dalla cultura

L’evento si è aperto con un momento solenne: l’esecuzione degli inni nazionali del Costa Rica e dell’Italia, un gesto che ha sottolineato l’amicizia tra i popoli e il valore dell’identità italiana nel mondo.

Il congresso si è concluso con uno spazio aperto alle domande del pubblico e un brindisi tricolore, accompagnato da un aperitivo all’italiana, in un clima di festa e comunità.

Il Congresso MAIE del 23 novembre è stato più di un evento: è stato un abbraccio collettivo tra italiani, un inno all’unità, alla memoria e alla speranza. Il MAIE dimostra ancora una volta di essere movimento vivo, vicino, presente. Un faro per chi vive lontano dalla patria, ma non per questo meno italiano.

 




Venezuela allo stremo: stipendi da fame, comunità italiana in crisi e le nuove pressioni USA su Maduro

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691426In Venezuela vivono ancora decine di migliaia di cittadini italiani e centinaia di migliaia di italodiscendenti, eredi delle grandi ondate migratorie del dopoguerra. In totale, si calcola che milioni di venezuelani abbiano origini italiane, una presenza che ha segnato profondamente la società, l’economia e perfino l’accento spagnolo locale.

Oggi però questa comunità vive in un Paese dove la crisi economica ha spazzato via quasi tutto: produzione in caduta libera, servizi pubblici al collasso, emigrazione di massa, insicurezza quotidiana. Molte famiglie italo-venezuelane sopravvivono grazie alle rimesse dei parenti all’estero o a piccoli lavoretti in dollari.

Il dato più simbolico è quello dei “stipendi da fame”: il salario minimo legale è rimasto bloccato a 130 bolívar dal 2022, e con il cambio attuale vale circa 1 dollaro al mese, secondo la stampa locale e i dati ufficiali.

Il resto del reddito, per chi lavora nel settore pubblico, arriva sotto forma di bonus discrezionali pagati dal governo, spesso intorno ai 100–150 dollari, ma senza incidere su pensioni e indennità. Intanto il bolívar continua a svalutarsi e l’inflazione è di nuovo tra le più alte al mondo, con stime che parlano di oltre 270% nel 2025 e un tasso di povertà che sfiora l’86%.

In pratica, gran parte della popolazione – inclusi molti italo-venezuelani rimasti – vive in condizioni di estrema precarietà, con il carrello della spesa in dollari e gli stipendi in una moneta che non vale quasi più nulla.

Sul fronte politico, Nicolás Maduro è reduce da una rielezione fortemente contestata nel 2024, in cui l’opposizione e numerosi osservatori internazionali considerano vincitore l’oppositore Edmundo González, mentre il Consiglio Elettorale e la Corte Suprema – controllati dal governo – hanno convalidato la vittoria di Maduro per un terzo mandato.

Gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità del risultato e hanno intensificato la pressione: nuove sanzioni, designazione del presunto “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica, accuse di narco-terrorismo contro Maduro e i suoi alleati, e una crescente presenza militare USA nei Caraibi con operazioni contro presunte barche del narcotraffico.

Negli ultimi giorni Donald Trump è arrivato a evocare “l’opzione militare” e a minacciare Maduro “con la via facile o quella difficile”, alimentando i timori di un’escalation regionale.

Quanto può resistere Maduro a queste pressioni?

Se guardiamo agli ultimi dieci anni, il chavismo ha dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza, grazie a tre pilastri: controllo stretto delle forze armate e degli apparati di sicurezza; sostegno (politico, economico e in parte militare) di alleati esterni come Russia, Cina, Iran e Cuba; frammentazione e persecuzione sistematica dell’opposizione interna.

Allo stesso tempo, però, la combinazione di crisi economica permanente, isolamento internazionale e minaccia militare esterna rende il sistema sempre più fragile. A breve termine, è probabile che Maduro resista: il costo di un intervento USA diretto sarebbe altissimo e il potere interno è ancora saldamente nelle sue mani. Nel medio periodo, però, la vera domanda non è solo cosa farà Washington, ma quanto a lungo la società venezuelana – inclusa la comunità italo-venezuelana – potrà continuare a vivere con salari da 1 dollaro al mese, inflazione alle stelle e nessuno sbocco politico credibile.

La storia recente di Venezuela insegna che i regimi autoritari possono restare a lungo, ma che ogni nuova crisi economica e ogni passo in più verso il confronto militare aumentano il rischio di rotture improvvise e difficili da controllare.