Canada. Québec indipendente? Il dibattito torna, ma il conto della separazione resta da capire

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La questione dell’indipendenza del Québec dal Canada è tornata al centro del dibattito politico provinciale. A più di trent’anni dal referendum del 1995, nel quale la separazione fu respinta con uno scarto minimo, il tema è nuovamente presente nella campagna elettorale e nei programmi dei partiti.

Il Parti Québécois (PQ) sostiene infatti l’obiettivo dell’indipendenza e prevede un referendum durante un eventuale mandato di governo. Il suo leader, Paul St-Pierre Plamondon, ha però precisato che la consultazione non si svolgerebbe prima della fine della presidenza di Donald Trump, prevista per gennaio 2029.

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Due referendum hanno già detto no

Il Québec ha già votato due volte sulla sovranità.

Il primo referendum si tenne nel 1980 e si concluse con la vittoria del fronte contrario all’indipendenza. Quindici anni più tardi, nel 1995, la questione tornò alle urne e il risultato fu molto più ravvicinato: il “No” prevalse con una differenza di poco superiore a un punto percentuale.

Da allora il tema non è mai completamente scomparso dalla politica québécoise, ma per lunghi periodi è rimasto ai margini del dibattito.

Ora è tornato.

Il problema non è soltanto politico

Dietro la questione dell’identità francofona e dell’autonomia politica c’è anche una domanda molto concreta: quanto costerebbe trasformare il Québec in uno Stato indipendente?

Una separazione non significherebbe semplicemente tracciare una nuova frontiera. Sarebbe necessario negoziare con Ottawa una lunga serie di questioni: debito pubblico, patrimonio e beni federali presenti nella provincia, pensioni, rapporti commerciali, cittadinanza, frontiere, moneta, sistema finanziario e numerosi altri aspetti oggi gestiti nell’ambito della Federazione canadese.

Proprio l’incertezza sulle conseguenze economiche è uno degli argomenti utilizzati nel dibattito politico attuale. Durante il secondo confronto televisivo tra i leader dei principali partiti québécois, la leader della Coalition Avenir Québec, Christine Fréchette, ha contestato al PQ l’idea di organizzare un referendum in una fase di incertezza economica.

Quanto pesa oggi l’idea dell’indipendenza?

I sondaggi disponibili a settembre mostrano che l’indipendenza non rappresenta attualmente la posizione della maggioranza degli elettori québécois.

Una rilevazione Mainstreet del 12 settembre indicava il 26,7% favorevole alla sovranità, il 63,1% contrario e il 10,3% indeciso. Un sondaggio Léger del 5 settembre riportava valori molto simili: 27% favorevole, 62% contrario e 11% indeciso.

Si tratta naturalmente di fotografie dell’opinione pubblica in un determinato momento, non di un risultato elettorale né di una previsione sul futuro.

Il dato interessante è però che la questione continua ad avere un peso politico sufficiente da essere al centro dei confronti tra i leader.

Il fattore Trump ha cambiato il quadro

C’è poi un elemento che nel 1995 non esisteva nelle stesse forme: il rapporto sempre più difficile tra Canada e Stati Uniti.

Le politiche commerciali dell’amministrazione Trump e le ripetute dichiarazioni sulla possibilità che il Canada diventasse il 51° Stato americano hanno contribuito, secondo analisi e reportage recenti, a rafforzare il sentimento nazionale canadese anche in Québec. Reuters ha rilevato ad agosto che il sostegno all’indipendenza nella provincia era sceso intorno al 30%, mentre l’incertezza commerciale con gli Stati Uniti dominava il dibattito economico.

È anche per questo che il leader del PQ ha scelto di rinviare l’eventuale referendum a dopo la conclusione della presidenza Trump.

Un Québec sempre più proiettato verso l’Europa

Parallelamente, il Québec sta cercando di rafforzare i propri rapporti internazionali.

Nei giorni scorsi Christine Fréchette ha chiesto al primo ministro canadese Mark Carney che il Québec abbia un ruolo specifico nel nuovo rapporto che Ottawa sta costruendo con l’Unione Europea. La richiesta nasce anche dalla necessità di diversificare i mercati in un momento di forte tensione commerciale con gli Stati Uniti.

È un passaggio interessante anche per la comunità italiana: il Québec, pur rimanendo parte del Canada, ha da tempo una propria presenza internazionale e una forte proiezione verso l’Europa francofona.

Il vero interrogativo: cosa succederebbe dopo un eventuale “Sì”?

È questa la parte meno semplice della questione.

Un eventuale voto favorevole all’indipendenza non trasformerebbe automaticamente il Québec in uno Stato indipendente il giorno successivo. Seguirebbe una fase di negoziati con il governo federale canadese e, probabilmente, una lunga serie di accordi sulla divisione delle competenze e delle risorse.

Anche la questione monetaria sarebbe complessa. L’esperienza del referendum del 1995 viene ancora studiata proprio perché l’incertezza sulla futura struttura finanziaria del Québec avrebbe potuto avere conseguenze sui mercati e sul costo del finanziamento pubblico.

Per questo parlare semplicemente di un “conto” della separazione è riduttivo. Il costo dipenderebbe dalle condizioni negoziate e dalle scelte che un eventuale Québec indipendente dovrebbe compiere.

Ed è proprio questo il punto che rende il dibattito attuale diverso da una semplice disputa tra federalisti e indipendentisti: dietro la domanda sull’identità nazionale ci sono questioni molto concrete di economia, commercio, moneta, debito e rapporti internazionali.

Per ora il Québec rimane una provincia del Canada. Ma, con le prossime elezioni provinciali e la promessa di un nuovo referendum, la questione dell’indipendenza è tornata sul tavolo.




Italia-Messico, si punta a rafforzare i voli verso il Caribe messicano

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Il Quintana Roo vuole rafforzare i collegamenti aerei con l’Italia e guarda alla prossima stagione invernale, ma anche al 2027, per consolidare uno dei principali mercati europei per il turismo verso il Caribe messicano.

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Il tema è stato al centro di un incontro svoltosi all’Ambasciata del Messico a Roma, al quale hanno partecipato l’ambasciatore messicano Genaro Lozano, il segretario al Turismo di Quintana Roo Bernardo Cueto e rappresentanti della compagnia aerea Neos.

Roma e Milano al centro dei collegamenti

Durante la riunione è stata esaminata la possibilità di ampliare e rafforzare le rotte tra Roma, Milano e Quintana Roo, con particolare attenzione alla stagione invernale ormai alle porte e a una programmazione che possa estendersi al prossimo anno.

L’obiettivo è aumentare la connettività tra l’Italia e il Caribe messicano e favorire una crescita dei flussi turistici italiani verso la regione.

Le autorità di Quintana Roo stanno infatti lavorando per recuperare e ampliare i collegamenti aerei con le due principali città italiane, nell’ambito di una più ampia strategia di promozione del territorio sui mercati europei.

Una destinazione importante per gli italiani

Quintana Roo comprende alcune delle località turistiche più conosciute del Messico, tra cui Cancún, Riviera Maya, Playa del Carmen e Tulum, affacciate sul Mar dei Caraibi.

La regione dispone di dodici poli turistici e rappresenta uno dei principali motori dell’industria turistica messicana. Per questo le autorità locali considerano la connettività aerea con l’Europa un elemento importante per continuare ad attrarre visitatori internazionali.

Per i viaggiatori italiani, il rafforzamento dei collegamenti significherebbe anche avere maggiori possibilità di raggiungere direttamente il Caribe messicano senza dover necessariamente ricorrere a itinerari con scalo.

Un rapporto che va oltre il turismo

La collaborazione tra Italia e Quintana Roo sul fronte dei collegamenti aerei si inserisce in un rapporto più ampio.

Già nell’aprile scorso la governatrice di Quintana Roo, Mara Lezama, aveva incontrato l’ambasciatore italiano in Messico Alessandro Modiano, discutendo anche del rafforzamento della connettività aerea e della promozione del Caribe messicano sul mercato italiano.

Il tema dei collegamenti si intreccia quindi con una crescente attenzione ai rapporti economici e culturali tra Italia e Messico.

Per le comunità italiane presenti in Messico, inoltre, collegamenti più frequenti possono facilitare gli spostamenti tra il Paese e l’Italia, sia per motivi familiari sia professionali.

Si guarda già al 2027

Il confronto con Neos non riguarda soltanto l’immediato. Le autorità di Quintana Roo stanno già ragionando su una prospettiva che arriva al 2027, con l’obiettivo di rendere più stabile la presenza del mercato italiano nel Caribe messicano.

Un progetto che, se tradotto in un rafforzamento effettivo delle rotte, potrebbe rendere ancora più stretto il collegamento tra Italia e una delle principali destinazioni turistiche del Messico.

 

 




Giudici robot nella Repubblica Dominicana? L’IA entra nei tribunali, ma la decisione resta umana

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Potrebbe un giorno un robot emettere una sentenza al posto di un giudice? La domanda, che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata appartenere alla fantascienza, è ormai entrata nel dibattito giuridico anche nella Repubblica Dominicana.

Il tema è stato affrontato durante il VI Congresso Internazionale sul Diritto e la Giustizia Costituzionale, organizzato dal Tribunal Constitucional dominicano dal 21 al 23 settembre. All’incontro partecipano oltre 45 giuristi, magistrati ed esperti provenienti dalla Repubblica Dominicana e da diversi Paesi.

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«Il giudice robot è giuridicamente impossibile»

La conferenza inaugurale è stata affidata al giurista tedesco Luis Greco, dell’Università Humboldt di Berlino, con un titolo che non lascia molto spazio all’interpretazione: “Il potere di giudicare senza l’intervento di un giudice: l’impossibilità giuridica del giudice robot”.

Greco ha riconosciuto che, dal punto di vista tecnico, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale generativa possono essere utilizzati per elaborare informazioni e persino contribuire alla formulazione di decisioni.

Il problema, secondo il giurista, è però di natura etica e giuridica: una sentenza non può essere semplicemente il risultato di un calcolo automatico, perché l’esercizio del potere di giudicare comporta una responsabilità individuale.

In altre parole, una macchina può elaborare dati, confrontare precedenti e individuare elementi contenuti in migliaia di documenti. Ma chi risponde di una decisione che può cambiare la vita di una persona?

L’IA è già nei tribunali dominicani

La questione non è però soltanto teorica.

La Repubblica Dominicana sta già utilizzando l’intelligenza artificiale all’interno del sistema giudiziario. Il Poder Judicial ha infatti introdotto una soluzione tecnologica che combina interoperabilità, automazione e IA per gestire le richieste relative alla prescrizione delle multe stradali.

Il sistema ha consentito di ridurre il tempo medio di gestione da 21 a 3 giorni, con una riduzione dell’86%. La tecnologia prepara e organizza la documentazione e automatizza alcune operazioni, ma la validazione e la decisione rimangono di competenza del giudice.

È probabilmente questo il modello destinato a svilupparsi nel breve periodo: non il robot che sostituisce il magistrato, ma l’intelligenza artificiale che riduce il lavoro amministrativo e rende più rapido quello giudiziario.

Il vero problema è la responsabilità

La discussione diventa particolarmente delicata quando l’IA viene utilizzata non soltanto per ordinare documenti, ma per suggerire interpretazioni, valutare precedenti o contribuire alla determinazione di una decisione.

Un algoritmo può essere estremamente veloce, ma una decisione giudiziaria non riguarda soltanto la velocità.

Il processo penale coinvolge diritti fondamentali, responsabilità individuali, prove, circostanze personali e possibilità di difesa. Per questo, durante il congresso del Tribunal Constitucional, il tema dell’intelligenza artificiale è stato inserito all’interno di una discussione più ampia sul debido proceso, cioè sulle garanzie che devono essere rispettate durante un procedimento penale.

Una macchina può capire la giustizia?

È questa, in fondo, la domanda che si trova dietro il dibattito sul giudice robot.

Un sistema di IA può essere programmato per applicare determinate regole e può analizzare una quantità di informazioni enormemente superiore a quella che un essere umano riesce a esaminare manualmente.

Ma la giustizia non consiste soltanto nell’applicazione automatica di una regola.

Occorre valutare le prove, ascoltare le parti, interpretare le norme e assumere una responsabilità personale sulla decisione. È proprio su questo punto che Greco ha concentrato la sua critica alla possibilità di affidare il potere giudiziario direttamente a una macchina.

La Repubblica Dominicana sperimenta, ma mantiene il giudice al centro

Il caso dominicano mostra quindi una situazione molto concreta: l’intelligenza artificiale è già entrata nei tribunali, ma non ha sostituito i magistrati.

Per ora la tecnologia viene utilizzata per automatizzare procedure, ridurre il lavoro ripetitivo e accelerare la gestione degli atti. La responsabilità della decisione rimane invece umana.

È probabilmente questa la linea sulla quale si svilupperà il confronto nei prossimi anni: capire fino a dove può arrivare l’intelligenza artificiale nella giustizia senza trasformare l’automazione in una sostituzione della responsabilità del giudice.

Il “giudice robot”, dunque, non è ancora una realtà. Ma il tribunale che utilizza l’intelligenza artificiale lo è già.

 

 




San Gennaro, il prodigio si ripete: il sangue si è liquefatto a Napoli

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Si è ripetuto anche quest’anno il prodigio di San Gennaro. Alle 10:04 di sabato 19 settembre, nel Duomo di Napoli, è stato annunciato che il sangue custodito nelle ampolle del santo patrono della città si era liquefatto.

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L’annuncio è stato dato dall’abate della Cappella del Tesoro, monsignor Vincenzo De Gregorio, al termine del rito solenne. L’arcivescovo di Napoli, cardinale Domenico Battaglia, ha quindi mostrato le ampolle ai fedeli, accolto da applausi e dal tradizionale sventolio dei fazzoletti bianchi.

Il rito nel giorno del patrono

Il 19 settembre è la festa liturgica di San Gennaro, vescovo e martire e patrono di Napoli. Come ogni anno, le ampolle sono state prelevate dalla teca che le custodisce nella Cappella del Tesoro e portate sull’altare maggiore della Cattedrale.

Alla celebrazione hanno partecipato numerosi fedeli arrivati fin dalle prime ore del mattino. Presenti anche il sindaco di Napoli e presidente della Deputazione della Reale Cappella del Tesoro, Gaetano Manfredi, e il presidente della Regione Campania, Roberto Fico.

La Chiesa di Napoli ha comunicato che il sangue era stato trovato già liquefatto e ha definito l’evento il “prodigio della liquefazione del Sangue”, ringraziando la città e quanti avevano seguito la celebrazione anche a distanza.

Una tradizione che attraversa i secoli

Il fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro appartiene da secoli alla tradizione religiosa e popolare napoletana. Le ampolle contengono quello che la tradizione identifica come il sangue del santo, martirizzato durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, all’inizio del IV secolo.

La prima testimonianza documentata della liquefazione risale al 1389. Da allora il rito è diventato uno degli appuntamenti religiosi più importanti della città.

La liquefazione viene tradizionalmente attesa in tre occasioni dell’anno, con quella del 19 settembre, festa del patrono, che rappresenta l’appuntamento principale.

Un simbolo anche per i napoletani nel mondo

Il legame con San Gennaro non riguarda soltanto chi vive a Napoli. Il santo è particolarmente venerato dalle comunità di origine napoletana sparse nel mondo, soprattutto nei Paesi dove l’emigrazione campana è stata più consistente.

Per molti emigrati e per i loro discendenti, San Gennaro è rimasto un riferimento identitario capace di mantenere un collegamento con la città d’origine anche a migliaia di chilometri di distanza.

È anche per questo che la celebrazione viene seguita ogni anno da fedeli collegati dall’Italia e dall’estero. La stessa Chiesa di Napoli ha previsto la trasmissione della celebrazione attraverso i propri canali, mentre diverse emittenti hanno seguito il rito in diretta.

Fede, tradizione e mistero

La liquefazione del sangue di San Gennaro continua a essere vissuta dai credenti come un segno legato alla presenza e alla protezione del santo. Dal punto di vista religioso, è questo il significato attribuito al prodigio.

Al di là delle interpretazioni, il rito continua a rappresentare uno dei momenti nei quali fede e tradizione popolare si incontrano più profondamente, coinvolgendo ogni anno migliaia di persone.

A Napoli, anche nel 2026, il fazzoletto bianco sventolato dopo l’annuncio ha così rinnovato un gesto conosciuto da generazioni: quello con cui la città accoglie il suo santo patrono.

 

 




Legge elettorale, la riforma torna alla Camera: cambia anche il voto degli italiani all’estero

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La riforma della legge elettorale torna alla Camera dei deputati per quella che, salvo ulteriori modifiche, dovrebbe essere l’ultima fase dell’iter parlamentare.

Il provvedimento, approvato dalla Camera lo scorso luglio e modificato dal Senato il 15 settembre, è nuovamente all’esame della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Il testo dovrà essere esaminato in terza lettura prima del passaggio in Aula, previsto dal calendario parlamentare a partire dal 28 settembre.

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Un sistema prevalentemente proporzionale

La riforma supera gli attuali collegi uninominali e introduce un sistema a prevalente base proporzionale per Camera e Senato.

Il meccanismo prevede un premio di governabilità: alla lista o coalizione che raggiungerà almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere saranno attribuiti 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato.

Restano inoltre le soglie di sbarramento del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni.

Il testo prevede anche che le forze politiche indichino nel proprio programma il candidato alla Presidenza del Consiglio, nel rispetto delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica.

Niente preferenze nel testo attualmente all’esame

Uno dei punti discussi durante l’iter parlamentare riguarda il sistema delle preferenze.

Nel testo approvato dal Senato e ora tornato alla Camera, il voto è espresso senza preferenze. Il tema potrebbe tuttavia essere nuovamente oggetto di emendamenti durante l’esame a Montecitorio. Il termine per la presentazione delle modifiche è fissato alle 16 di martedì 22 settembre.

La Commissione ha iniziato oggi le audizioni di costituzionalisti ed esperti. Dopo la scadenza per gli emendamenti, l’esame entrerà nella fase delle votazioni, con l’obiettivo di concludere i lavori entro il fine settimana.

Cosa cambia per gli italiani all’estero

Per gli italiani residenti fuori dall’Italia c’è un cambiamento particolarmente significativo.

La riforma interviene infatti sulla circoscrizione Estero, riducendo le ripartizioni territoriali alla Camera da quattro a due e al Senato da quattro a una.

Il provvedimento contiene inoltre modifiche alle disposizioni relative alla sicurezza del voto degli italiani all’estero.

La riduzione delle ripartizioni riguarda quindi direttamente milioni di cittadini italiani iscritti all’AIRE e rappresenta uno degli aspetti della riforma che saranno osservati con maggiore attenzione dalle comunità italiane fuori dai confini nazionali.

Il calendario della riforma

Il percorso parlamentare è ormai entrato nella fase conclusiva.

Dopo le audizioni di questi giorni, martedì 22 settembre alle 16 scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti. Mercoledì 23 sarà esaminata la loro ammissibilità, mentre da giovedì inizierà la discussione delle proposte di modifica.

La Commissione dovrebbe concludere l’esame entro domenica 27 settembre, per consentire l’approdo del provvedimento in Aula alla Camera dalla settimana successiva.

Secondo il calendario parlamentare, il voto finale è atteso nei primi giorni di ottobre. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inoltre anticipato l’intenzione del Governo di porre la questione di fiducia sul provvedimento.

La riforma, dunque, entra nella sua fase decisiva. Per gli italiani all’estero, oltre alle nuove regole generali per l’elezione di Camera e Senato, sarà soprattutto importante capire come cambierà concretamente la rappresentanza della circoscrizione Estero alle prossime elezioni politiche.




Addio a Sandro Mazzola, ci ha lasciati l’icona della Grande Inter e della Nazionale

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L’FC Internazionale Milano, con il Presidente Giuseppe Marotta, il Vicepresidente Javier Zanetti, il Direttore Sportivo Dario Baccin, l’Allenatore della prima squadra Cristian Chivu ed il suo staff, tutti i calciatori e tutto il mondo Inter, piange con profondo dolore la scomparsa di Sandro Mazzola, grande leggenda nerazzurra e del calcio mondiale, e si stringe attorno alla sua famiglia nel ricordo dell’immenso campione appena scomparso.

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Sandro Mazzola è morto a 83 anni, lasciando un vuoto enorme nel calcio italiano e soprattutto nella storia dell’Inter.

Figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, perse ad appena 6 anni il padre nella tragedia di Superga: da quel momento iniziò un percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei simboli più importanti della Grande Inter.

A 18 anni debuttò in Serie A e dal 1962-63 entrò stabilmente nella squadra di Helenio Herrera. II momento più alto arrivò nel 1964, quando fu protagonista della vittoria in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, segnando due gol nella finale di Vienna.

Fu decisivo anche nelle due Coppe Intercontinentali conquistate dall’Inter.

Mazzola chiuse la carriera con 417 presenze e 116 gol in Serie A, mentre con la Nazionale collezionò 70 presenze e 22 reti. Campione d’Europa nel 1968, fu protagonista anche della celebre staffetta con Gianni Rivera nella finale del Mondiale 1970.

Dopo il ritiro continuò a lavorare nel calcio, tornando anche all’Inter come dirigente. Una vita interamente legata al pallone, chiusa con un’eredità ed un ricordo impossibile da cancellare nel cuore di tutti i tifosi, incluso quello di chi vi scrive.




Canada e Unione Europea, Carney: «Un’affinità elettiva che può diventare un faro per le democrazie»

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Il Canada guarda sempre più verso l’Europa. Nel suo intervento davanti al Parlamento europeo a Strasburgo, il primo ministro canadese Mark Carney ha definito i rapporti tra Ottawa e l’Unione Europea come una vera «affinità elettiva», citando il concetto utilizzato da Goethe per indicare la naturale attrazione tra elementi diversi.

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Secondo Carney, Canada ed Europa non sono legati dalla geografia, ma da valori e interessi condivisi. «Scelta, rinnovata e proprio per questo più forte», ha detto il premier canadese, sottolineando il legame con lo Stato di diritto, la libertà individuale e la democrazia.

Una cooperazione che va oltre il commercio

Il messaggio di Carney arriva mentre Canada e Unione Europea stanno discutendo un ulteriore rafforzamento dei rapporti. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto di portare il Canada a un livello di collaborazione ancora più stretto, arrivando a ipotizzare per Ottawa lo status di «membro associato» dell’Ue.

Si tratta però di una formula ancora da definire: lo status di membro associato non è attualmente previsto dai trattati europei. Non significherebbe quindi l’ingresso del Canada nell’Unione Europea.

Carney ha accolto l’idea, precisando che la definizione concreta del nuovo rapporto spetterà all’Europa. Il premier canadese ha indicato come possibili terreni di collaborazione l’energia, i minerali critici, la difesa, l’intelligenza artificiale, lo spazio, i sistemi di pagamento e la ricerca.

Ha inoltre citato la possibilità di una partecipazione canadese a Erasmus+ e alla prossima generazione del programma europeo Horizon, con l’obiettivo di aumentare gli scambi tra studenti, università e centri di ricerca.

Energia, tecnologia e difesa

Uno degli aspetti più concreti del nuovo rapporto riguarda le risorse strategiche. Il Canada dispone di importanti riserve di minerali critici, di risorse energetiche e di competenze nei settori dell’intelligenza artificiale, della tecnologia quantistica e dello spazio.

Carney ha indicato anche la possibilità di aumentare le forniture di gas naturale liquefatto e idrogeno verso l’Europa e di sviluppare nuove infrastrutture portuali sulla costa orientale canadese e nell’Artico.

La cooperazione riguarda inoltre la sicurezza. Nelle stesse ore in cui Carney parlava all’Europarlamento, Ottawa ha formalizzato la richiesta di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), la coalizione militare a guida britannica che riunisce diversi Paesi europei. Si tratta di un ulteriore passo verso una maggiore integrazione del Canada con i partner europei nel settore della difesa.

«Non un terzo blocco contro qualcuno»

Carney ha voluto chiarire che il progetto non dovrebbe trasformarsi nella costruzione di un nuovo blocco contrapposto ad altri.

«Non sto proponendo un terzo blocco», ha detto, spiegando che l’obiettivo non sarebbe quello di creare una nuova potenza rivale, ma di aumentare la capacità di Canada ed Europa di resistere agli shock economici, energetici, tecnologici e geopolitici.

Nel suo discorso ha parlato anche dei rischi legati alla dipendenza da singoli Paesi o aziende per tecnologie strategiche, semiconduttori, energia, sistemi finanziari e infrastrutture digitali.

Per Carney, quindi, la sovranità non significa autosufficienza assoluta, ma capacità di collaborare mantenendo la possibilità di prendere autonomamente le proprie decisioni.

«Un faro per le altre democrazie»

Il primo ministro canadese ha concluso il suo intervento con una metafora già utilizzata durante il discorso: quella della foresta.

Un singolo albero può essere abbattuto, ha osservato, mentre una foresta è più resistente perché gli alberi condividono un ecosistema e rafforzano le proprie radici.

È in questo senso che Carney vede il futuro rapporto tra Canada ed Europa: non una semplice alleanza commerciale, ma una cooperazione più ampia capace di unire risorse, tecnologie, capacità industriali e valori politici.

«Un’alleanza tra Canada e Ue costituirebbe un faro per le altre democrazie», ha affermato.

Per Ottawa, dunque, il rapporto con l’Europa sembra destinato ad assumere un peso crescente. E per l’Unione Europea il Canada rappresenta un partner esterno con risorse energetiche e minerarie, capacità tecnologiche e una posizione strategica particolare nell’Artico e nell’Atlantico.




Italia, riparte l’era Mancini: nove volti nuovi per la Nations League

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La Nazionale italiana prova a voltare pagina. Dopo la mancata qualificazione al Mondiale, l’Italia torna in campo con Roberto Mancini nuovamente alla guida degli Azzurri e lo fa ripartendo dalla Nations League.

Per i primi impegni della stagione il commissario tecnico ha convocato 34 giocatori, con ben nove calciatori alla prima chiamata nella Nazionale maggiore. Una scelta che apre il nuovo corso a diversi giovani e a giocatori che si sono messi in evidenza nei rispettivi club.

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Nove esordienti

I nove nuovi convocati sono il portiere Massimo Pessina, i difensori Daniele Ghilardi, Michael Kayode ed Eddy Kouadio, i centrocampisti Alessandro Romano e Issa Doumbia e gli attaccanti Sebastiano Esposito, Antonio Vergara e Mohamed Alì Zoma.

Per tutti si tratta della prima convocazione con la Nazionale maggiore.

Nel gruppo sono stati confermati anche Honest Ahanor e Samuele Inacio, già chiamati per le amichevoli dello scorso giugno.

Tornano Fagioli e Zaniolo

La nuova lista comprende anche alcuni ritorni.

Nicolò Fagioli e Nicolò Zaniolo tornano in Nazionale dopo un’assenza che durava dall’ottobre 2024, mentre Rolando Mandragora rientra a distanza di oltre cinque anni: l’ultima convocazione risaliva al marzo 2021.

Tra i convocati figura inoltre Daniel Maldini, figlio di Paolo, che torna a far parte del gruppo azzurro.

La lista allargata risponde anche alla particolare concentrazione degli impegni: l’Italia dovrà disputare quattro partite in undici giorni.

Quattro partite in undici giorni

Il debutto è fissato per venerdì 25 settembre, quando gli Azzurri affronteranno il Belgio allo Stadio Olimpico di Roma.

Tre giorni più tardi sarà la volta della trasferta in Turchia, a Bursa. Il 2 ottobre l’Italia volerà in Francia per affrontare i Bleus a Saint-Denis, mentre il 5 ottobre chiuderà questa prima finestra di Nations League con la seconda sfida contro la Turchia, questa volta allo stadio Dall’Ara di Bologna.

Un calendario particolarmente impegnativo, che permetterà a Mancini di lavorare rapidamente su un gruppo molto ampio.

Una nuova Nazionale dopo la delusione mondiale

La Nations League rappresenta così il primo vero banco di prova del nuovo corso azzurro.

La mancata qualificazione al Mondiale ha lasciato l’Italia fuori dalla principale competizione internazionale per la terza edizione consecutiva. Ora Mancini riparte con una squadra che combina giocatori già affermati e numerose novità.

Lo stesso commissario tecnico ha definito le convocazioni come un primo passo, sottolineando che resta ancora molto lavoro da fare.

Il raduno è previsto domenica sera a Coverciano, mentre il primo allenamento è fissato per lunedì 21 settembre. Da quel momento inizierà concretamente la nuova avventura della Nazionale.




Arabia Saudita, colpito un Eurofighter italiano nella base di Ta’if: nessun ferito

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Il caccia F-2000 era fermo in un’area decentrata della base, dove è presente personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve. Crosetto: nessun militare coinvolto.

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Un Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica Militare italiana è stato colpito nella notte nella base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita, durante una serie di attacchi che hanno interessato l’installazione.

La notizia è stata confermata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha seguito la situazione in contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano. Nessun militare italiano è rimasto coinvolto nell’attacco.

Il caccia era a terra

Secondo quanto riferito dal ministro, il velivolo italiano si trovava all’interno della base e in un’area decentrata quando è stato colpito.

Non risultano altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal personale italiano presente nella base. Il Ministero della Difesa ha inoltre comunicato che erano già state predisposte misure di sicurezza per la protezione dei militari italiani.

La base di Ta’if ospita personale italiano impegnato nell’operazione Inherent Resolve, nell’ambito della quale l’Italia mantiene una presenza militare nella regione.

La situazione viene valutata a Roma

Dopo l’attacco, Crosetto ha chiesto ai vertici militari una nuova valutazione dell’evoluzione della situazione, delle condizioni del personale italiano e delle possibili opzioni operative.

Il ministro ha indicato tra i vertici coinvolti nella valutazione il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare.

La situazione viene quindi seguita direttamente dal Ministero della Difesa, mentre proseguono gli accertamenti sulle conseguenze dell’attacco.

Un momento delicato per il personale italiano

L’episodio arriva in una fase di crescente tensione nella regione. La base di Ta’if è stata oggetto di diversi attacchi nella notte, mentre nelle ultime settimane la situazione della sicurezza nell’area si è progressivamente deteriorata.

Per l’Italia, l’elemento più importante resta al momento quello sottolineato dal ministro della Difesa: nessun militare italiano è rimasto ferito e non risultano altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal contingente italiano.

L’attacco al caccia, tuttavia, mostra concretamente i rischi ai quali è esposto il personale delle Forze armate italiane impegnato nelle missioni internazionali in una regione attraversata da una fase di forte instabilità.




Il Canada chiede di entrare nella JEF: sempre più vicino alla difesa europea

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Ottawa ha presentato formalmente la candidatura alla Joint Expeditionary Force, coalizione militare guidata dal Regno Unito. È un altro passo nel rafforzamento dei rapporti del Canada con i partner europei.

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Il Canada compie un nuovo passo verso un maggiore coinvolgimento nella sicurezza europea.

Il primo ministro Mark Carney ha annunciato formalmente la candidatura del Canada alla Joint Expeditionary Force (JEF), una coalizione militare guidata dal Regno Unito alla quale partecipano dieci Paesi del Nord Europa e dell’area baltica.

L’annuncio è arrivato durante la visita di Carney nel Regno Unito, dopo gli incontri avuti nei giorni precedenti in Francia e a Strasburgo con i vertici dell’Unione europea.

Che cos’è la JEF

La Joint Expeditionary Force è una struttura multinazionale nata per consentire ai Paesi partecipanti di cooperare rapidamente in operazioni militari e di sicurezza.

Non è la NATO e non la sostituisce. La sua caratteristica è quella di riunire un gruppo più ristretto di Paesi che possono coordinare le proprie capacità militari e intervenire insieme in caso di crisi.

Per questo alcuni media hanno iniziato a definirla informalmente una sorta di “mini NATO”, ma l’espressione può essere fuorviante: la JEF è una cooperazione militare distinta dall’Alleanza Atlantica.

Il Canada, entrando eventualmente nella struttura, aumenterebbe la propria interoperabilità con le forze armate dei Paesi europei che ne fanno parte.

La candidatura canadese

Carney ha annunciato la richiesta durante la sua visita a Liverpool, dove ha incontrato il primo ministro britannico Andy Burnham.

Secondo il governo canadese, l’adesione alla JEF servirebbe a rafforzare l’interoperabilità militare e la sicurezza collettiva. Londra ha sostenuto la candidatura canadese.

Il Canada sta inoltre partecipando ad altre iniziative di cooperazione militare e industriale con l’Europa. A luglio 2026 Ottawa era entrata come osservatore nel Global Combat Air Programme (GCAP), il programma internazionale per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione promosso da Regno Unito, Italia e Giappone.

Per l’Italia è un particolare interessante: Roma e Ottawa si trovano quindi sempre più spesso all’interno degli stessi progetti di cooperazione nel settore della difesa, anche se attraverso formule e programmi differenti.

Ma il vero cambiamento è più ampio

La candidatura alla JEF arriva mentre il Canada sta contemporaneamente cercando di costruire un rapporto molto più stretto con l’Europa.

A Strasburgo, il 17 settembre, Carney ha parlato al Parlamento europeo e ha proposto una relazione molto più integrata tra Canada e Unione europea.

Il primo ministro canadese ha indicato settori come difesa, energia, minerali critici, intelligenza artificiale, spazio, tecnologia e servizi finanziari come aree nelle quali Ottawa e Bruxelles potrebbero aumentare considerevolmente la cooperazione.

Carney ha inoltre accolto la proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di aprire la strada a una nuova forma di rapporto che potrebbe portare il Canada a diventare il primo “membro associato” dell’Unione europea.

È importante però precisare che questa forma di adesione non esiste attualmente nei trattati dell’UE e che il Canada non sta chiedendo di diventare un normale Stato membro dell’Unione. Si tratta di un’ipotesi nuova, ancora da definire.

Dal commercio alla sicurezza

Il rapporto tra Canada ed Europa non nasce oggi.

Ottawa e Bruxelles hanno già il CETA, l’accordo economico e commerciale globale, e nel giugno scorso hanno rafforzato la loro cooperazione con un nuovo accordo di partenariato strategico.

Ma il contesto internazionale sta spingendo il Canada ad andare oltre il semplice rapporto commerciale.

Nel suo intervento al Parlamento europeo, Carney ha parlato della necessità di una maggiore cooperazione europea e canadese in materia di sicurezza e di autonomia strategica.

Il Canada partecipa inoltre a SAFE, il nuovo strumento europeo destinato a sostenere la cooperazione nel settore della difesa, come primo Paese non europeo.

Un Canada sempre più europeo?

La domanda diventa quindi inevitabile.

Il Canada rimane geograficamente nordamericano e continua a essere membro della NATO e del G7. I suoi rapporti con gli Stati Uniti restano enormemente importanti.

Ma negli ultimi mesi Ottawa ha accelerato la costruzione di rapporti con i Paesi europei.

La candidatura alla JEF, la partecipazione a programmi industriali della difesa, la cooperazione con l’UE sui minerali critici e sull’energia e la proposta di una nuova forma di associazione con Bruxelles fanno parte dello stesso processo.

Non significa che il Canada stia “entrando in Europa”.

Significa piuttosto che Ottawa sta cercando di costruire una rete di relazioni strategiche più ampia, nella quale l’Europa occupi uno spazio molto maggiore rispetto al passato.

E l’Italia?

Per l’Italia questo nuovo scenario è particolarmente interessante.

Roma è già coinvolta direttamente nella cooperazione militare con il Canada attraverso il GCAP, mentre il rafforzamento dei rapporti tra Ottawa e l’Europa potrebbe aprire ulteriori spazi di collaborazione nei settori della difesa, dell’energia, della tecnologia e dei minerali critici.

Il Canada dispone infatti di importanti risorse naturali e competenze nei settori dell’energia, dello spazio, dell’intelligenza artificiale e dei minerali strategici, mentre l’Europa dispone di una grande capacità industriale e di un enorme mercato.

Carney ha presentato proprio questa complementarità come uno dei motivi per cui Canada ed Europa dovrebbero avvicinarsi ulteriormente.

Un nuovo equilibrio internazionale

La candidatura canadese alla JEF, quindi, è molto più di una semplice questione militare.

È un altro tassello di un cambiamento nella politica estera di Ottawa.

Il Canada sta cercando di rafforzare contemporaneamente la propria sicurezza, diversificare i rapporti economici e aumentare la cooperazione con Paesi che considera partner strategici.

E mentre la discussione sull’eventuale “associazione” del Canada all’Unione europea è appena agli inizi, la candidatura alla JEF è già concreta.

Per ora, dunque, il Canada non diventa europeo.

Ma il Canada sta costruendo con l’Europa rapporti sempre più stretti, anche nel campo della sicurezza e della difesa.