Repubblica Dominicana: quando tramonta il sole, torna il problema degli apagones

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C’è un paradosso che in questi giorni molti dominicani stanno vivendo sulla propria pelle.

Il Paese dispone, sulla carta, di una capacità elettrica superiore ai 7.600 megawatt, quasi il doppio rispetto alla domanda massima registrata.

Eppure, quando arriva la sera, in molte zone della Repubblica Dominicana la luce comincia a mancare.

Non è una contraddizione soltanto apparente.

Il problema è che avere una grande capacità installata non significa necessariamente avere tutta quell’energia disponibile nel momento esatto in cui serve.

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Il momento critico arriva al tramonto

Durante il giorno il sistema elettrico dominicano riesce a disporre di circa 6.600-6.700 MW.

Una parte importante arriva dall’energia solare.

Ma quando il sole tramonta, circa 1.780 MW di produzione solare escono contemporaneamente dal sistema.

Ed è proprio in quel momento che succede qualcosa di apparentemente illogico: la produzione disponibile diminuisce mentre la domanda aumenta.

È l’ora in cui le persone tornano dal lavoro, accendono l’aria condizionata, i televisori, le pompe, gli elettrodomestici.

Il risultato è che l’offerta notturna può scendere a circa 4.400-4.700 MW, proprio mentre il consumo raggiunge il suo massimo.

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Un sistema che ha energia, ma non quando serve

È questa la vera questione.

Non sembra essere semplicemente un problema di quantità complessiva di energia prodotta.

È un problema di disponibilità nel tempo.

Il 31 luglio, alle 21:03, la domanda istantanea ha raggiunto 4.330,80 MW, il terzo massimo storico consecutivo e il sesto record del solo mese di luglio.

E agosto, con il caldo ancora più intenso, non promette certo una diminuzione dei consumi.

In altre parole, il sistema sta incontrando il proprio limite proprio nelle ore serali.

Il clima ha naturalmente un ruolo importante.

Quando le temperature salgono, cresce il ricorso all’aria condizionata.

E in un Paese tropicale come la Repubblica Dominicana questo significa un aumento molto rapido della domanda elettrica.

Ma il caldo non può essere considerato una sorpresa.

L’estate arriva ogni anno.

E quindi la domanda inevitabile è: perché un sistema elettrico che conosce perfettamente il comportamento dei consumi estivi continua a trovarsi in difficoltà proprio durante i mesi più caldi?

Per chi vive nella capitale o nelle altre città dominicane, la questione non è fatta soltanto di numeri.

È fatta di vita quotidiana.

Ci sono residenti che raccontano interruzioni molto lunghe, anche di diverse ore, e continui passaggi tra luce e buio.

In alcuni quartieri del Gran Santo Domingo vengono segnalate situazioni nelle quali l’elettricità arriva e scompare ripetutamente.

Per chi lavora da casa significa interrompere il lavoro.

Per chi ha bambini significa affrontare il caldo senza ventilazione.

Per chi utilizza apparecchiature elettriche significa anche il rischio di danneggiamenti.

E naturalmente c’è il problema del costo.

Alcuni utenti denunciano aumenti molto significativi delle bollette nonostante cerchino di limitare i consumi.

Di fronte alla situazione, il Consiglio Unificato delle Imprese Distribuidoras (CUED) ha invitato i cittadini a ridurre i consumi nelle ore di maggiore domanda.

Tra i consigli: utilizzare meno l’aria condizionata, preferire i ventilatori, non lasciare televisori e apparecchi elettronici in stand-by, scollegare i caricabatterie inutilizzati e limitare l’uso di lavatrici e ferri da stiro tra le 18 e le 21.

Per chi utilizza l’aria condizionata viene consigliata una temperatura di 24-25 gradi.

Sono consigli sensati.

Ma possono anche lasciare una domanda nell’aria.

Quanto può essere chiesto ancora al cittadino di consumare meno quando il problema è soprattutto quello di produrre e distribuire energia nel momento necessario?

Le società di distribuzione sottolineano che non tutti gli apagones hanno la stessa origine.

Edesur, per esempio, ha segnalato problemi tecnici alla sottostazione Baní Matadero, mentre Edeeste sostiene di mantenere livelli di approvvigionamento molto elevati e attribuisce parte delle interruzioni a guasti provocati dall’elevata domanda e agli interventi di manutenzione.

Quindi sarebbe sbagliato attribuire ogni interruzione esclusivamente alla mancanza di generazione.

Il sistema è complesso e comprende produzione, trasmissione e distribuzione.

Quando una di queste componenti presenta problemi, il cittadino vede una sola cosa:

la luce se ne va.

Ed è qui che emerge uno dei problemi più interessanti del futuro energetico dominicano.

La Repubblica Dominicana sta aumentando rapidamente la propria produzione solare.

È una buona notizia.

Ma il sole produce soprattutto durante il giorno.

La domanda, invece, raggiunge il massimo quando il sole è già tramontato.

La soluzione potrebbe quindi essere rappresentata, almeno in parte, dall’accumulo su larga scala.

Batterie capaci di immagazzinare durante il giorno una parte dell’energia solare e restituirla alla rete nelle ore serali potrebbero ridurre questa differenza tra produzione e domanda.

Non sarebbe l’unica soluzione.

Servono anche generazione disponibile nelle ore notturne, reti più efficienti, manutenzione e investimenti nella distribuzione.

Ma il problema della “curva del tramonto” è ormai evidente.

Per noi che viviamo nella Repubblica Dominicana, questa non è una discussione soltanto tecnica.

L’elettricità è una delle infrastrutture fondamentali di un Paese moderno.

Da essa dipendono imprese, alberghi, ristoranti, negozi, ospedali, scuole e naturalmente le famiglie.

E riguarda direttamente anche la qualità della vita degli stranieri che hanno scelto di vivere qui.

Gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana conoscono bene il problema.

Molti hanno investito in inverter, batterie, generatori e altri sistemi di emergenza.

Ma non dovrebbe essere questa la soluzione strutturale.

La Repubblica Dominicana ha compiuto enormi progressi nella crescita economica e nella modernizzazione del proprio sistema energetico.

Ma il problema degli apagones dimostra che avere più capacità installata non basta.

Bisogna avere energia disponibile quando serve, trasportarla senza perdite e distribuirla in modo affidabile.

Altrimenti si può arrivare al paradosso di un Paese con migliaia di megawatt installati che, alle nove di sera, continua a lasciare interi quartieri al buio.

Ed è forse questa la domanda che dovrebbe accompagnare il dibattito energetico dominicano:

non quanta energia abbiamo, ma quanta energia abbiamo quando ne abbiamo bisogno.

Perché il sole, ogni sera, fa esattamente ciò che ha sempre fatto.

Tramonta.

La vera sfida è fare in modo che, quando tramonta, non tramonti anche la luce nelle case dei dominicani.




Alofoke presidente della Repubblica Dominicana? La candidatura che divide il Paese

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Fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata una provocazione, una delle tante discussioni nate sui social.

Oggi, invece, Santiago Matías, conosciuto da tutti come Alofoke, sembra intenzionato a fare sul serio.

L’imprenditore della comunicazione e personaggio di enorme popolarità nel mondo digitale dominicano ha annunciato di voler costruire una propria organizzazione politica e di voler concorrere alle elezioni presidenziali del 2028. Ha anche iniziato a parlare pubblicamente ai giovani chiedendo il loro sostegno.

La notizia sta provocando un acceso dibattito nella Repubblica Dominicana.

E la domanda è inevitabile:

Alofoke può davvero diventare presidente?

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Santiago Matías non proviene dalla politica tradizionale.

È diventato famoso attraverso la radio, la musica urbana, YouTube e soprattutto attraverso la sua enorme capacità di costruire un pubblico sulle piattaforme digitali.

Il suo Alofoke Media Group è diventato una delle realtà più influenti dell’informazione e dell’intrattenimento digitale dominicano.

Ora Matías vuole trasformare quella popolarità in consenso politico.

Ed è proprio questo il punto che rende la sua candidatura così particolare.

Non è il politico che cerca di conquistare i social.

È il personaggio dei social che cerca di conquistare la politica.

A luglio Matías ha annunciato di voler creare una propria formazione politica, iniziando il percorso per ottenere il riconoscimento della Junta Central Electoral (JCE).

Ha spiegato di aver ricevuto proposte da più di 15 organizzazioni politiche, ma di aver scelto una strada autonoma perché vuole costruire un progetto con idee e principi propri.

Il passaggio è tutt’altro che simbolico.

Per presentarsi alle elezioni non basta dichiarare una candidatura sui social. Occorre costruire una struttura politica e rispettare i requisiti previsti dalla legislazione dominicana.

Matías ha quindi davanti a sé un percorso molto più difficile di quello che può sembrare guardando il numero dei suoi follower.

Questa è probabilmente la domanda più interessante.

Alofoke possiede qualcosa che molti politici tradizionali vorrebbero avere: un rapporto diretto e quotidiano con milioni di persone, soprattutto giovani.

Una recente rilevazione lo ha collocato al 6,3% in uno scenario di preferenze presidenziali per il 2028.

È una percentuale ancora lontana da quella necessaria per pensare concretamente alla Presidenza.

Ma è sufficiente per dimostrare che il fenomeno non può essere semplicemente ignorato.

E soprattutto bisogna ricordare che siamo ancora a quasi due anni dalle elezioni.

Alofoke potrebbe intercettare una parte dell’elettorato che non si riconosce nei partiti tradizionali.

È un fenomeno che non riguarda soltanto la Repubblica Dominicana.

In molti Paesi del mondo personaggi provenienti dalla televisione, dall’imprenditoria, dai social network o dall’intrattenimento hanno trasformato la propria popolarità in consenso politico.

La forza di Matías potrebbe essere proprio questa: presentarsi come qualcuno che non appartiene alla classe politica tradizionale.

Il suo messaggio insiste sull’origine umile e sulla possibilità, per una persona comune, di raggiungere posizioni che sembravano riservate ad altri.

Per una parte della popolazione questo può rappresentare una storia di riscatto. Per altri, invece, non è sufficiente per governare un Paese.

È qui che comincia la vera discussione. Un conto è costruire un’enorme piattaforma mediatica. Un altro è governare una Repubblica.

Un presidente deve occuparsi di economia, sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture, agricoltura, energia, politica estera, rapporti con Haiti, turismo, investimenti e debito pubblico. Deve inoltre confrontarsi con il Congresso, con la magistratura, con le istituzioni internazionali e con una macchina amministrativa enorme.

La popolarità può aiutare a vincere un’elezione. Non basta, da sola, per governare.

Ed è proprio questo il principale interrogativo che la candidatura di Alofoke pone.

Matías ha cominciato anche a presentare alcune idee.

Tra quelle che hanno provocato maggiore discussione ci sono la possibilità di concedere il voto ai membri attivi delle forze armate e della Polizia, una maggiore liberalizzazione dell’importazione legale di armi e la possibilità di estendere a 24 ore l’attività dei locali notturni e la vendita di bevande alcoliche.

Sono proposte controverse.

In particolare, il voto di militari e poliziotti richiederebbe una modifica della Costituzione, perché oggi la Carta costituzionale dominicana esclude dal voto i membri attivi delle Forze Armate e della Polizia Nazionale.

Questo dimostra anche che il progetto di Alofoke dovrà inevitabilmente trasformarsi da una serie di dichiarazioni in un programma politico completo.

E noi italiani che viviamo nella Repubblica Dominicana?

La questione ci riguarda direttamente. Non perché gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana debbano prendere posizione per un candidato dominicano.  Ma perché chi vive qui vive anche le conseguenze delle scelte politiche del Paese.

Sicurezza, economia, tasse, turismo, cambio del peso, investimenti stranieri, rapporti con l’Italia e con l’Europa, servizi pubblici e condizioni per gli stranieri residenti sono questioni che interessano anche noi.

Per questo una candidatura come quella di Alofoke merita di essere osservata con attenzione. Non attraverso il tifo. Attraverso i fatti.

Forse la domanda più importante non è nemmeno se Alofoke riuscirà a diventare presidente.

È un’altra: perché un personaggio proveniente dai media riesce oggi a immaginare di poter competere per la Presidenza della Repubblica?

La risposta potrebbe trovarsi nel rapporto sempre più debole tra una parte della popolazione e la politica tradizionale.

Se un comunicatore riesce a parlare ogni giorno direttamente a milioni di persone, senza passare dai tradizionali canali politici, dispone di uno strumento di consenso che fino a pochi anni fa non esisteva. E questo cambia le regole del gioco.

È troppo presto per dirlo.

Il 2028 è ancora lontano e il percorso per trasformare un’enorme popolarità mediatica in una vera macchina elettorale è lungo.

Dovrà dimostrare di poter andare oltre il pubblico che lo segue per l’intrattenimento. Dovrà convincere persone che magari non hanno mai guardato un suo programma. Dovrà costruire una classe dirigente. Dovrà presentare un programma credibile. E soprattutto dovrà dimostrare di poter parlare a tutta la Repubblica Dominicana, non soltanto alla parte giovane e digitale del Paese.

Ma una cosa è già evidente. Alofoke non è più soltanto un personaggio dello spettacolo. È diventato un protagonista del dibattito politico dominicano. E da oggi, quando si parlerà delle elezioni del 2028, sarà difficile non parlare anche di lui.

Una domanda che lasciamo ai nostri lettori: Alofoke presidente?

Per alcuni è una possibilità concreta. Per altri è una follia. Per altri ancora potrebbe essere semplicemente il sintomo di una politica dominicana che sta cercando nuovi protagonisti.

Noi, come italiani che viviamo nella Repubblica Dominicana, possiamo permetterci di guardare questa vicenda soltanto come spettatori? Probabilmente no.

Perché qualunque sarà il risultato del 2028, il presidente che uscirà dalle urne governerà anche il Paese nel quale abbiamo scelto di vivere.




RD. Nuovo terremoto nella baia di Samaná: scossa di magnitudo 3,3 vicino a Sánchez

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Un nuovo movimento sismico è stato registrato nella serata di lunedì 17 agosto nella zona nord-orientale della Repubblica Dominicana.

La scossa, di magnitudo 3,3, è stata localizzata nella baia di Samaná, nei pressi di Sánchez, intorno alle 8:41 della sera, secondo le prime rilevazioni disponibili. Le coordinate dell’epicentro sono circa 19,11° di latitudine nord e 69,61° di longitudine ovest.

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Si tratta di un terremoto di energia relativamente contenuta, ma la sua posizione merita attenzione perché interessa una delle zone della Repubblica Dominicana caratterizzate da una significativa attività sismica.

Un’altra scossa nella stessa area

Il dato diventa particolarmente interessante se si considera quanto accaduto nelle scorse settimane.

Il 3 agosto, sempre nella zona di Sánchez, era stato registrato un terremoto di magnitudo 4,8 secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti, con epicentro circa 10 chilometri a sud del comune e una profondità di 6,7 chilometri. Anche in quel caso non furono segnalati danni né vittime.

La nuova scossa di ieri è stata quindi molto più debole, ma si è verificata nella stessa area geografica.

Questo non significa, tuttavia, che esista necessariamente un collegamento diretto tra i due eventi.

Samaná, una delle zone da tenere sotto osservazione

La penisola e la baia di Samaná si trovano in una regione geologicamente attiva.

La presenza di importanti strutture tettoniche rende normali i terremoti di piccola e media magnitudo, molti dei quali vengono avvertiti soltanto localmente o non vengono percepiti dalla popolazione.

Il problema nasce quando si verificano eventi più forti.

Ed è proprio per questo che, negli ultimi giorni, Fatti Nostri ha dedicato attenzione alla vulnerabilità sismica della Repubblica Dominicana.

Gli esperti ricordano infatti che il rischio non dipende soltanto dalla possibilità che si verifichi un terremoto, ma anche dalla qualità delle costruzioni, dal terreno e dalla preparazione della popolazione.

Nessun allarme, ma è bene non ignorare questi segnali

La scossa di magnitudo 3,3 non costituisce di per sé un motivo di allarme.

Non risultano al momento notizie di danni a persone o cose legati al movimento di ieri sera.

Ma ogni terremoto rappresenta anche un’occasione per ricordare una cosa importante: la Repubblica Dominicana è un Paese sismicamente attivo e la prevenzione non dovrebbe cominciare dopo una grande scossa.

Sapere cosa fare durante un terremoto, avere a disposizione una torcia, acqua, farmaci essenziali e un piccolo kit di emergenza e soprattutto conoscere i punti più sicuri della propria abitazione sono accorgimenti semplici.

La terra continua a muoversi

Il terremoto di ieri sera è stato piccolo.

Ma arriva dopo il 4,8 del 3 agosto nella stessa area e in un momento nel quale l’attenzione sulla vulnerabilità sismica del Paese è particolarmente alta.

Non è il caso di creare paura.

È però il caso di non dimenticare che viviamo su un’isola attraversata da importanti strutture tettoniche.

La terra si muove continuamente, spesso senza che ce ne accorgiamo.

La vera sfida non è prevedere il prossimo terremoto — cosa che la scienza oggi non è in grado di fare — ma essere preparati quando arriverà una scossa importante.

E quella preparazione, come ricordano gli esperti, si costruisce molto prima che inizi a tremare tutto.




Repubblica Dominicana, la siccità preoccupa: piove sempre meno e l’acqua comincia a scarseggiare

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La Repubblica Dominicana sta attraversando un periodo di forte deficit di piogge e quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare soltanto una stagione particolarmente secca comincia a trasformarsi in un problema concreto per l’agricoltura e, in alcune zone, anche per l’approvvigionamento di acqua potabile.

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Il dato più preoccupante riguarda la durata del fenomeno: secondo il Ministero dell’Agricoltura, il Paese accumula ormai tre mesi di siccità, mentre il periodo maggio-luglio 2026 è risultato il più secco degli ultimi 17 anni.

E le previsioni per i prossimi mesi non sembrano offrire, almeno per ora, motivi per stare tranquilli.

Tre mesi con precipitazioni inferiori alla norma

Il quadro meteorologico è particolarmente significativo.

Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Agricoltura attraverso 30 stazioni meteorologiche, nel mese di maggio 28 stazioni su 30 hanno registrato precipitazioni molto inferiori alla norma. A giugno il numero è salito a 29, mentre a luglio erano ancora 23 le stazioni con valori molto al di sotto della media.

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Il dato relativo a giugno è ancora più impressionante.

Le 24 stazioni analizzate dall’Indomet hanno registrato complessivamente soltanto il 44,72% delle precipitazioni considerate normali, con un deficit del 55,28%.

In alcune località la situazione è stata ancora più estrema: a Jimaní il deficit ha raggiunto il 93,92%, a Rancho Arriba l’86,30%, a Puerto Plata l’82,66% e a Monte Cristi il 72,30%.

Le zone agricole sono le prime a pagare il prezzo

La siccità non colpisce allo stesso modo tutto il territorio.

I primi a risentirne sono gli agricoltori che praticano agricoltura di secano, cioè senza sistemi di irrigazione e quindi completamente dipendente dalle precipitazioni.

Per questi produttori, poche settimane senza pioggia possono significare coltivazioni compromesse, raccolti inferiori e perdite economiche.

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Le aree indicate come maggiormente vulnerabili per il periodo agosto-ottobre sono il Cibao Noroeste, El Valle e la regione di Enriquillo.

Al momento, il Ministero dell’Agricoltura non dispone ancora di una valutazione complessiva delle perdite economiche provocate dalla siccità nel 2026.

Ma il problema potrebbe diventare più serio se il deficit delle precipitazioni dovesse prolungarsi.

E l’acqua potabile?

È forse questo l’aspetto che interessa maggiormente la popolazione.

La diminuzione della portata dei fiumi sta già producendo conseguenze sul servizio idrico in alcune zone.

La CAASD, l’ente che gestisce il servizio di acqua potabile nell’area di Santo Domingo, ha segnalato riduzioni della pressione e interruzioni in alcuni settori, soprattutto a causa della diminuzione delle portate dei fiumi Duey e Isa-Mana.

Nel mese di luglio sono stati interessati, tra gli altri, Los Alcarrizos, Pedro Brand, Pantoja e Los Girasoles, oltre ad alcune zone residenziali dell’avenida República de Colombia.

Per chi apre un rubinetto e trova poca pressione o addirittura nessuna acqua, la parola “siccità” smette naturalmente di essere un concetto meteorologico e diventa un problema quotidiano.

Per ora le dighe resistono

C’è però una buona notizia.

L’INDRHI assicura che le principali dighe del Paese mantengono livelli di riserva considerati favorevoli.

La maggior parte degli invasi presenta livelli compresi tra il 60% e l’80%, mentre alcune dighe hanno percentuali ancora più elevate. Monción, per esempio, è indicata al 92,6%, mentre Rincón è al 67,8%.

Secondo l’istituto, le riserve attuali sarebbero sufficienti a garantire per quattro o cinque mesi la domanda di acqua potabile, irrigazione e produzione di energia elettrica.

È una notizia rassicurante.

Ma non significa che il problema possa essere ignorato.

Il vero problema è quanto durerà la siccità

Se le piogge dovessero tornare regolari, le riserve degli invasi permetterebbero probabilmente di superare senza conseguenze gravi questa fase.

Se invece il deficit dovesse continuare per molti altri mesi, la situazione diventerebbe inevitabilmente più complicata.

Ed è proprio qui che le previsioni per agosto, settembre e ottobre meritano attenzione: il Ministero dell’Agricoltura prevede precipitazioni inferiori alla norma in diverse aree del Paese.

La Repubblica Dominicana entra inoltre proprio nel periodo dell’anno nel quale normalmente si presta grande attenzione alle precipitazioni tropicali e ai sistemi atmosferici.

Una contraddizione del clima caraibico

La situazione attuale dimostra ancora una volta quanto sia particolare il clima dominicano.

Siamo abituati a pensare alla Repubblica Dominicana come a un Paese tropicale dove la pioggia non manca.

Ma avere un clima tropicale non significa avere precipitazioni distribuite regolarmente.

Si può passare rapidamente da periodi di siccità a piogge torrenziali, con conseguenze opposte: prima la mancanza d’acqua, poi alluvioni e inondazioni.

Ed è proprio per questo che la gestione delle risorse idriche diventa sempre più importante.

Risparmiare acqua non significa aspettare l’emergenza

Per il momento non siamo davanti a una situazione di emergenza nazionale per l’acqua potabile.

Le dighe hanno ancora riserve importanti e le autorità assicurano che il sistema è in grado di garantire il servizio nei prossimi mesi.

Ma sarebbe un errore aspettare che le riserve scendano a livelli critici prima di cominciare a parlare seriamente di risparmio dell’acqua, manutenzione delle reti, protezione delle sorgenti e gestione delle risorse idriche.

La siccità è un fenomeno naturale.

La scarsità d’acqua, invece, può essere aggravata da sprechi, perdite nelle reti e cattiva gestione.

E su questo possiamo intervenire.

Perché oggi le dighe dominicane sono ancora in grado di offrire una certa tranquillità.

Ma la domanda è semplice: continuerà a piovere abbastanza prima che quelle riserve comincino a scendere davvero?

È una domanda alla quale, nei prossimi mesi, la Repubblica Dominicana dovrà dare una risposta.




I figli di italiani nella Repubblica Dominicana possono ricevere una buona educazione nelle scuole dominicane?

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Quando una famiglia italiana decide di trasferirsi nella Repubblica Dominicana, ci sono molte domande da affrontare: la casa, il lavoro, la sanità, i documenti, il costo della vita.

Ma per chi ha figli, prima o poi arriva una domanda ancora più importante: dove studieranno i nostri figli?

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È una domanda che merita una risposta seria, perché scegliere una scuola non significa soltanto decidere dove trascorreranno una parte della giornata. Significa scegliere, almeno in parte, la preparazione culturale e professionale che avranno domani.

E allora possiamo chiederci: le scuole dominicane sono in grado di garantire ai figli degli italiani che vivono qui una buona educazione?

La risposta non può essere semplicemente sì o no.

Una scuola dominicana non è necessariamente una cattiva scuola

La Repubblica Dominicana ha fatto negli ultimi anni importanti investimenti nel settore dell’istruzione e dispone di scuole pubbliche e private con livelli molto differenti.

Esistono istituti privati bilingui e internazionali con programmi accademici molto strutturati, insegnamento delle lingue straniere, attività culturali e sportive e collegamenti con sistemi educativi internazionali.

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Alcune scuole private offrono inoltre programmi bilingui spagnolo-inglese e percorsi destinati a studenti di diverse nazionalità. Esistono quindi opportunità educative di buon livello, soprattutto per le famiglie che possono permettersi le rette delle scuole private più qualificate.

Ma questa è soltanto una parte della storia.

I dati internazionali fanno riflettere

Se guardiamo al sistema educativo dominicano nel suo complesso, emergono alcune difficoltà importanti.

I risultati PISA 2022 dell’OCSE mostrano che gli studenti dominicani di 15 anni hanno ottenuto risultati inferiori alla media OCSE in matematica, lettura e scienze.

In lettura, la Repubblica Dominicana ha registrato una media di 351 punti, contro i 476 della media OCSE. In matematica il punteggio medio è stato di 339 punti, contro 472 della media OCSE.

Sono dati che non possono essere ignorati.

Ma c’è anche un elemento positivo: rispetto al 2018, i risultati medi della Repubblica Dominicana sono migliorati in matematica, lettura e scienze. L’OCSE segnala quindi un progresso, anche se il divario con i Paesi più performanti rimane significativo.

Il problema della comprensione

Una delle questioni più importanti riguarda la capacità di comprendere ciò che si legge.

Il Ministero dell’Educazione dominicano dispone di valutazioni diagnostiche nazionali per gli studenti della terza e della sesta primaria e della terza secondaria, proprio per misurare competenze come lettura e matematica.

La questione è fondamentale.

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Un ragazzo può imparare a leggere correttamente le parole, ma avere difficoltà a comprendere un testo, individuare l’idea principale, fare collegamenti, interpretare informazioni implicite o distinguere un fatto da un’opinione.

E queste competenze diventano decisive quando si passa dalla scuola all’università e, successivamente, al mondo del lavoro.

Per una famiglia italiana c’è un problema in più

Per una famiglia dominicana la scelta della scuola è già importante.

Per una famiglia italiana che vive nella Repubblica Dominicana può esserlo ancora di più.

I figli degli italiani crescono infatti in un ambiente potenzialmente multilingue e multiculturale. A casa possono parlare italiano, fuori casa spagnolo e, se frequentano una scuola bilingue, anche inglese.

Questa può essere una straordinaria opportunità.

Ma soltanto se le lingue vengono realmente insegnate bene.

Un bambino italiano che frequenta una scuola dominicana dovrebbe poter uscire dal percorso scolastico con una buona conoscenza dello spagnolo, mantenere un rapporto solido con la lingua italiana e, possibilmente, acquisire una buona conoscenza dell’inglese.

Non è poco.

Pubblica o privata?

Qui entra in gioco una questione molto concreta.

Per una famiglia italiana che vive nella Repubblica Dominicana, la scelta spesso si presenta tra scuola pubblica, scuola privata dominicana, scuola bilingue o scuola internazionale.

Non esiste una risposta valida per tutti.

Una buona scuola privata può offrire strutture, classi meno numerose, programmi linguistici più articolati e maggiori possibilità di seguire individualmente lo studente.

Ma non bisogna confondere automaticamente il prezzo con la qualità.

Una retta elevata non garantisce necessariamente una preparazione eccellente. Prima di iscrivere un figlio sarebbe opportuno verificare il curriculum, la preparazione degli insegnanti, i risultati degli studenti, le lingue effettivamente utilizzate nelle diverse materie e soprattutto quale percorso viene offerto dopo la scuola.

E l’italiano?

C’è poi una domanda che riguarda direttamente la nostra comunità.

Che cosa succede alla lingua italiana?

Un bambino italiano che cresce nella Repubblica Dominicana rischia naturalmente di perdere progressivamente l’italiano se a casa non viene mantenuto un uso costante della lingua.

Non dovrebbe essere considerato un problema secondario.

Conoscere bene la lingua dei genitori significa mantenere un legame con la propria famiglia, con la propria cultura e con le proprie origini.

Per questo sarebbe interessante sviluppare maggiormente, anche attraverso le associazioni italiane presenti nel Paese, iniziative di sostegno alla lingua italiana rivolte ai bambini e ai ragazzi.

Una domanda che dovremmo porci

Alla fine, dunque, la domanda iniziale non ha una risposta semplice.

I figli degli italiani possono ricevere una buona educazione nella Repubblica Dominicana?

Sì, certamente possono.

Ma molto dipende dalla scuola scelta, dalla zona in cui si vive, dalle possibilità economiche della famiglia e soprattutto dalla qualità dell’istituto.

Il sistema dominicano presenta realtà molto diverse tra loro: accanto a scuole con difficoltà importanti esistono istituti privati e bilingui capaci di offrire percorsi educativi di buon livello.

Il vero problema è che non tutte le famiglie hanno le stesse possibilità di scelta.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Perché una buona educazione non dovrebbe essere un privilegio riservato soltanto a chi può permettersi una scuola costosa.

Per una famiglia italiana che ha scelto di vivere nella Repubblica Dominicana, mandare i propri figli a scuola significa anche costruire il loro futuro.

E forse vale la pena ricordare una cosa semplice: si può cambiare casa, cambiare città, cambiare Paese. Ma gli anni di scuola di un bambino non tornano indietro.

Per questo la scelta della scuola merita molta più attenzione di quanto spesso siamo disposti a dedicarle.




Jet Set, un anno e quattro mesi dopo: 236 vite spezzate e ferite che non si sono ancora rimarginate

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È passato un anno e quattro mesi dalla tragedia del Jet Set, ma per le famiglie delle vittime quella notte del 8 aprile 2025 non è mai veramente finita.

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Il crollo del tetto della celebre discoteca di Santo Domingo provocò 236 morti e più di 180 feriti, trasformando una serata di musica e merengue in una delle più gravi tragedie della storia recente della Repubblica Dominicana. Quella sera sul palco c’era Rubby Pérez, anche lui tra le vittime.

Oggi, a distanza di oltre un anno, restano il dolore delle famiglie, le conseguenze fisiche e psicologiche per i sopravvissuti e soprattutto una domanda ancora aperta: che cosa è stato fatto perché una tragedia simile non possa ripetersi?

Anche due vittime legate all’Italia

La tragedia del Jet Set toccò direttamente anche la comunità italiana.

Tra le vittime furono infatti identificati due cittadini italiani: Luca Massimo Iemolo, chef catanese trasferitosi nella Repubblica Dominicana, e una donna dominicana in possesso della doppia cittadinanza italiana e dominicana. La notizia fu confermata dalle fonti italiane nei giorni immediatamente successivi al crollo.

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Iemolo, 48 anni, lavorava come chef a Santo Domingo. Era arrivato nella Repubblica Dominicana per costruire una nuova esperienza professionale e aveva una famiglia. La sua morte ricordò ancora una volta quanto siano intrecciate le storie degli italiani con quelle dei Paesi nei quali hanno scelto di vivere.

Per la comunità italiana nella Repubblica Dominicana, dunque, il Jet Set non è soltanto una tragedia nazionale dominicana. È anche una tragedia che ha colpito direttamente nostri connazionali.

Il dolore non finisce con i funerali

Come raccontano oggi le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti, le conseguenze della tragedia vanno molto oltre il bilancio delle vittime.

Ci sono persone che continuano a convivere con ricordi traumatici, paura, problemi di sonno e difficoltà a tornare alla normalità. Per chi ha perso un familiare, invece, il dolore si è trasformato in un’assenza permanente.

A distanza di mesi, una fotografia, un compleanno, una stanza rimasta vuota o una ricorrenza possono riportare improvvisamente alla notte del crollo.

Particolarmente drammatico è il dato relativo ai 174 minori rimasti colpiti dalla perdita di uno o entrambi i genitori. Sono loro, insieme ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti, a rappresentare la parte della tragedia che le statistiche non riescono a raccontare.

E ora resta la domanda sulla responsabilità

La tragedia non è stata soltanto un evento drammatico. È diventata anche un caso giudiziario.

L’inchiesta ha portato all’arresto del proprietario del locale, Antonio Espaillat, e della sorella Maribel Espaillat. Nel frattempo sono state presentate numerose azioni giudiziarie da parte delle famiglie delle vittime.

L’indagine ha inoltre fatto emergere elementi relativi alle condizioni dell’edificio e alle presunte segnalazioni ricevute prima della tragedia. Sarà naturalmente la magistratura a stabilire eventuali responsabilità penali e civili.

Ma proprio per questo, dopo un anno e quattro mesi, la domanda delle famiglie rimane comprensibile: quando arriveranno risposte definitive?

La memoria deve servire a cambiare le cose

Il Jet Set era un luogo conosciuto da generazioni di dominicani. I suoi celebri “Lunes de Jet Set” facevano parte della vita musicale e sociale di Santo Domingo.

Oggi quel nome è diventato sinonimo di tragedia.

Ma il modo migliore per ricordare le 236 persone morte quella notte non è soltanto commemorare i loro nomi. È fare in modo che la loro morte serva a rafforzare i controlli, la sicurezza degli edifici aperti al pubblico e la responsabilità di chi gestisce luoghi nei quali ogni giorno si riuniscono centinaia di persone.

Perché una discoteca può essere un luogo di musica, di divertimento e di festa. Non può mai diventare una trappola mortale.

E per noi italiani della Repubblica Dominicana c’è anche un motivo in più per non dimenticare.

Tra quelle 236 persone c’erano anche due persone che appartenevano, in modo diverso, alla nostra comunità.

Due vite italiane spezzate insieme a quelle di centinaia di dominicani e cittadini di altri Paesi.

Il tempo passa. Il dolore delle famiglie, però, non segue il calendario.




Voli per la Repubblica Dominicana, aumenteranno i prezzi? Le rassicurazioni dell’Aviazione Civile

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L’uscita di Spirit Airlines dal mercato dominicano, la sospensione di alcune rotte operate da JetBlue e Wingo e il continuo aumento del costo del carburante hanno alimentato una domanda che interessa residenti, turisti e comunità straniere: i biglietti aerei per la Repubblica Dominicana diventeranno più cari?

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Secondo Héctor Porcella, presidente della Junta de Aviación Civil (JAC), un aumento temporaneo delle tariffe è possibile, soprattutto sulle rotte verso Newark, negli Stati Uniti, dove la riduzione della concorrenza potrebbe farsi sentire nei prossimi mesi. Tuttavia, il responsabile dell’Aviazione Civile ritiene che il mercato sia in grado di riequilibrarsi rapidamente grazie all’ingresso o al rafforzamento di altre compagnie aeree.

Più pressione sulle rotte con gli Stati Uniti

La sospensione dei collegamenti diretti da Newark operati da JetBlue e la riduzione di alcune rotte di Wingo arrivano dopo l’uscita definitiva di Spirit Airlines dalla Repubblica Dominicana. Una situazione che ha inevitabilmente ridotto l’offerta, almeno nel breve periodo, in particolare nel segmento dei voli a basso costo.

Nonostante ciò, la JAC sottolinea che vettori come United Airlines e la compagnia dominicana Arajet dispongono della capacità necessaria per assorbire buona parte della domanda lasciata libera da JetBlue, contribuendo a mantenere stabile la connettività del Paese con il mercato nordamericano.

Il peso del carburante

A incidere sui prezzi non è soltanto la concorrenza tra compagnie. Un fattore determinante continua a essere il costo del carburante per l’aviazione.

Secondo la JAC, il Jet Fuel rappresenta normalmente tra il 25% e il 30% dei costi operativi di una compagnia aerea, ma nei periodi di tensione internazionale può arrivare a superare il 35%. L’aumento del prezzo del petrolio, favorito dalle crisi geopolitiche degli ultimi mesi, rischia quindi di riflettersi anche sulle tariffe pagate dai passeggeri.

Il turismo resta una priorità

La Repubblica Dominicana continua comunque a puntare con decisione sulla crescita del turismo internazionale. Nel primo semestre del 2026 il traffico aereo tra gli Stati Uniti e il Paese ha registrato un incremento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, confermando l’importanza del mercato nordamericano per il settore turistico dominicano.

Per questo motivo le autorità ritengono fondamentale mantenere elevata la connettività aerea e favorire l’ingresso di nuovi operatori, anche grazie all’accordo di Cieli Aperti con gli Stati Uniti, che facilita l’accesso di nuove compagnie sulle rotte internazionali.

Un tema che riguarda anche gli italiani

La questione interessa da vicino anche la comunità italiana residente nella Repubblica Dominicana e quanti raggiungono il Paese per turismo o per far visita ai familiari.

Un eventuale aumento delle tariffe potrebbe incidere sul costo dei viaggi, ma secondo le autorità dominicane il mercato dovrebbe trovare un nuovo equilibrio nel giro di pochi mesi, grazie alla capacità delle altre compagnie di coprire le rotte lasciate libere dai vettori che hanno ridotto o cessato le proprie operazioni.




Nuova scossa di terremoto nella baia di Samaná: magnitudo 4,8, nessun danno segnalato

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La terra continua a tremare nella penisola di Samaná. Alle 1:01 della notte di lunedì 3 agosto, un terremoto di magnitudo 4,8 è stato registrato nella Baia di Samaná, con epicentro nella zona di El Grillo, circa 10 chilometri a sud di Sánchez.

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Secondo i dati preliminari degli organismi di monitoraggio sismico, il sisma si è verificato a una profondità di 6,7 chilometri, una caratteristica che ne ha favorito la percezione in numerose località della provincia di Samaná e in altre aree del nord-est della Repubblica Dominicana.

Al momento non risultano vittime né danni a edifici o infrastrutture. Le autorità continuano comunque a monitorare la situazione, anche in considerazione della possibilità che nelle prossime ore possano verificarsi ulteriori scosse di assestamento.

Si tratta dell’ennesimo episodio sismico registrato nelle ultime settimane nella zona di Samaná. Solo pochi giorni fa un’altra scossa, di magnitudo superiore a 4, aveva interessato l’area di Las Terrenas, alimentando l’attenzione degli esperti su una regione che, per la sua posizione geologica, è tra le più attive dal punto di vista sismico dell’intera Repubblica Dominicana.

 

 

 




Repubblica Dominicana, allarme chirurgia estetica: tre morti in quattro mesi riaprono il dibattito sui controlli

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La Repubblica Dominicana è da anni una delle principali destinazioni del cosiddetto turismo estetico, attirando migliaia di pazienti provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, dai Caraibi e dall’America Latina. Tuttavia, una serie di recenti decessi ha riacceso il dibattito sulla sicurezza degli interventi chirurgici e sulla necessità di rafforzare i controlli nelle cliniche private.

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Negli ultimi quattro mesi, tre donne sono morte dopo essersi sottoposte a interventi di chirurgia estetica in diverse strutture sanitarie del Paese. Le vicende, attualmente al vaglio delle autorità, hanno riportato al centro dell’attenzione il problema delle irregolarità nel settore, dell’esercizio abusivo della professione medica e dei controlli sulle cliniche autorizzate.

Un settore in forte crescita

Negli ultimi anni la chirurgia estetica è diventata uno dei comparti più redditizi della sanità privata dominicana. Costi inferiori rispetto a Stati Uniti ed Europa, uniti alla possibilità di trascorrere il periodo post-operatorio in una località turistica, hanno favorito lo sviluppo del cosiddetto turismo medico.

Accanto a numerosi professionisti altamente qualificati e a centri che operano nel rispetto degli standard internazionali, continuano però a emergere casi di strutture prive delle necessarie autorizzazioni o di interventi eseguiti senza adeguati protocolli di sicurezza.

Il nodo dei controlli

Le recenti tragedie hanno rilanciato le richieste di un rafforzamento delle verifiche da parte del Ministero della Salute Pubblica. Associazioni mediche e organizzazioni della società civile chiedono controlli più severi sulle cliniche, una vigilanza costante sulle autorizzazioni e sanzioni più incisive nei confronti di chi esercita senza i requisiti previsti dalla legge.

Secondo i dati diffusi negli ultimi anni, il fenomeno non riguarda soltanto i cittadini dominicani. Numerosi pazienti stranieri scelgono infatti la Repubblica Dominicana per interventi estetici, e in passato anche le autorità sanitarie statunitensi hanno invitato i propri cittadini a informarsi con attenzione sulle credenziali dei chirurghi e delle strutture prima di sottoporsi a operazioni all’estero.

La sicurezza prima di tutto

Gli specialisti ricordano che ogni intervento chirurgico, anche quando considerato di routine, comporta rischi che aumentano se non vengono rispettati rigorosi protocolli medici. Per questo motivo è fondamentale verificare che il chirurgo sia regolarmente abilitato, che la struttura disponga delle autorizzazioni necessarie e che siano garantiti adeguati servizi di anestesia, terapia intensiva e assistenza post-operatoria.

Le ultime vicende hanno riaperto un dibattito destinato a proseguire. Da una parte la volontà di tutelare un settore che rappresenta una risorsa economica importante per il Paese; dall’altra l’esigenza di assicurare standard sempre più elevati di sicurezza e trasparenza, affinché la ricerca della bellezza non si trasformi in una tragedia evitabile.




Repubblica Dominicana, il 3 agosto entra in vigore la contestata “Ley Mordaza”: tutela della reputazione o rischio per la libertà di stampa?

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Il prossimo 3 agosto entrerà in vigore nella Repubblica Dominicana il nuovo Codice Penale (Legge 74-25). Tra le disposizioni che stanno suscitando il maggiore dibattito vi sono quelle riguardanti i reati contro l’onore, la reputazione e la diffusione di contenuti attraverso i mezzi di comunicazione e i social network, norme che molti giornalisti e attivisti hanno già ribattezzato “Ley Mordaza”, ovvero “legge bavaglio”.

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L’espressione non è ufficiale, ma riflette le preoccupazioni di una parte della società civile, secondo cui alcune disposizioni potrebbero limitare la libertà di espressione e scoraggiare il giornalismo d’inchiesta. Organizzazioni della stampa, avvocati e difensori dei diritti civili temono infatti che il rischio di sanzioni penali possa indurre molti professionisti dell’informazione e semplici cittadini a evitare denunce pubbliche o inchieste su temi delicati.

Secondo i critici, il nuovo quadro normativo potrebbe favorire un clima di autocensura, soprattutto nell’era dei social media, dove la diffusione di immagini, video e dichiarazioni avviene in tempo reale. A loro avviso, la tutela dell’onore e della reputazione è certamente un obiettivo legittimo, ma dovrebbe essere bilanciata con il diritto dei cittadini a informare e a essere informati.

Di diverso avviso il Governo e i sostenitori della riforma. Il presidente Luis Abinader ha respinto con decisione l’etichetta di “legge bavaglio”, sostenendo che le modifiche puntano esclusivamente a modernizzare un Codice Penale ormai vecchio di oltre 140 anni e a proteggere le persone dalla diffamazione, dalle campagne di odio, dalla divulgazione non autorizzata di contenuti privati e da altri reati digitali che fino a oggi erano disciplinati in modo incompleto. Lo stesso Governo ha presentato ulteriori modifiche al Congresso per chiarire alcuni articoli contestati prima dell’entrata in vigore della legge.

Il nuovo Codice introduce infatti numerose fattispecie legate ai reati informatici, alla violazione della privacy, al cyberstalking e alla diffusione illecita di immagini intime, cercando di adeguare la legislazione dominicana alle sfide dell’era digitale. Per molti giuristi si tratta di un aggiornamento necessario; il dibattito riguarda soprattutto il modo in cui tali norme saranno applicate dai tribunali.

La discussione rimane quindi aperta. Da una parte vi è l’esigenza di proteggere i cittadini dagli abusi che possono verificarsi sul web; dall’altra la necessità di garantire che il diritto di cronaca, la libertà di opinione e il lavoro dei mezzi di informazione non vengano limitati da interpretazioni troppo estensive della legge.

Per la Repubblica Dominicana il 3 agosto rappresenterà una data importante. Sarà infatti l’inizio di una nuova fase del sistema penale nazionale e, probabilmente, anche di un intenso confronto tra magistratura, istituzioni, giornalisti e società civile sul delicato equilibrio tra tutela della persona e libertà di espressione. Solo l’applicazione concreta della legge nei prossimi mesi permetterà di capire se i timori di una “Ley Mordaza” fossero fondati oppure se il nuovo Codice riuscirà a conciliare efficacemente i due diritti.