Chi dimentica la lingua, dimentica se stesso

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imagesMi scrivono amici dal Canada, dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dal Brasile. Mi raccontano di figli e nipoti di immigrati italiani che non parlano più italiano. Alcuni lo capiscono a malapena, altri non lo parlano affatto. Parlano inglese, francese, spagnolo — a seconda dei luoghi. È normale, mi dicono, è l’integrazione. Ma a me, scusatemi, questa parola — “integrazione” — comincia a suonare come un alibi.

Perché integrarsi non dovrebbe mai significare dimenticare chi siamo.

Mi è stato proposto più volte — per Fatti Nostri — di tradurre i nostri articoli in inglese o in spagnolo, per raggiungere anche quei discendenti di italiani che ormai parlano solo la lingua del paese in cui sono nati. Una proposta comprensibile. Ma io ho sempre detto di no.

Lo dico con chiarezza: chi vuole essere italiano, chi desidera il passaporto italiano, chi si sente parte della nostra storia — deve conoscere la nostra lingua.

La lingua non è un dettaglio burocratico. Non è un optional. È l’anima di un popolo. È lo strumento con cui pensiamo, ricordiamo, raccontiamo. È ciò che ci unisce — attraverso le generazioni e le distanze.

Senza la lingua, la “italianità” rischia di ridursi a una manciata di ricette, qualche canzone di Sanremo, la maglia azzurra della nazionale e un viaggio a Roma ogni dieci anni.

Ma non è solo colpa loro, dei giovani. È anche nostra. Noi adulti — nonni, zii, associazioni, comitati, media — abbiamo fatto abbastanza per trasmettere la lingua? Abbiamo creato spazi, occasioni, contenuti, scuole, giochi, libri, canali YouTube per far sì che un bambino di Montréal, di Rosario, di New York potesse sentire l’italiano come una lingua viva, sua?

Forse no.

Allora la domanda vera non è: “Traduciamo in inglese?”.
La domanda è: “Come facciamo a far rinascere il desiderio di parlare italiano tra i nostri figli e nipoti?”

La risposta non sarà una sola. Ma qualche idea possiamo cominciare a metterla in fila: corsi online gratuiti per bambini e ragazzi; contenuti divertenti e moderni in italiano, pensati per chi vive all’estero; gruppi di conversazione in famiglia, anche via Zoom; valorizzazione del passaporto italiano non come documento, ma come appartenenza culturale.

In un mondo dove tutto si mischia e si perde, difendere la lingua non è nostalgia: è resistenza.