Vancouver celebra la cucina italiana: la Settimana nel Mondo porta in Canada i sapori e le tradizioni della Puglia

5vancouver

Dal 9 al 13 novembre cinque giorni di appuntamenti nella città canadese. Cene, una serata di gala, un seminario sul rapporto tra alimentazione e salute e una masterclass con due chef pugliesi. Al centro dell’iniziativa il patrimonio gastronomico e culturale della regione.

5vancouver

La cucina italiana torna protagonista in Canada con l’undicesima edizione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. A Vancouver, il Consolato Generale d’Italia ha organizzato un programma di iniziative dal 9 al 13 novembre, dedicato quest’anno alla valorizzazione della cucina regionale pugliese, delle sue tradizioni gastronomiche e del suo patrimonio culturale.

Cinque giorni di appuntamenti pensati non soltanto per far conoscere i piatti della tradizione italiana, ma anche per promuovere la qualità delle materie prime, la cultura alimentare e il legame tra gastronomia, territorio e benessere.

Si comincia con i sapori della Puglia

Il programma si aprirà lunedì 9 novembre al ristorante Tutto di Vancouver, con una serata inaugurale e un menu ispirato alla cucina pugliese. Particolare attenzione sarà riservata alla qualità degli ingredienti, alla stagionalità e all’autenticità delle preparazioni.

Martedì 10 novembre sarà invece il ristorante Capo & Spritz a ospitare una cena dedicata alla convivialità italiana. Il percorso gastronomico proporrà specialità regionali, ricette tradizionali e prodotti tipici, offrendo agli ospiti un’occasione per conoscere più da vicino la cultura culinaria della Puglia.

La cena di gala al Centro di Cultura Italiana

Uno degli appuntamenti centrali sarà giovedì 12 novembre, con la cena di gala presso il Centro di Cultura Italiana di Vancouver.

La serata riunirà rappresentanti istituzionali, esponenti della comunità italiana, operatori economici, professionisti del settore gastronomico, sponsor e ospiti selezionati.

Il menu sarà dedicato alle tradizioni regionali pugliesi e accompagnerà una presentazione dei prodotti tipici e dei territori dai quali provengono. Un’occasione nella quale la cucina diventa anche strumento di promozione turistica e culturale.

Alimentazione, salute e longevità

Venerdì 13 novembre il programma si sposterà presso Bosa Foods, dove il Consolato Generale d’Italia e l’Italian Trade Agency di Vancouver, in collaborazione con Bosa Foods e l’Associazione Culturale Pugliese della British Columbia, organizzeranno un seminario sul ruolo della cucina tradizionale italiana come modello internazionale per la salute, la longevità e la prevenzione.

L’incontro approfondirà il rapporto tra cultura gastronomica, alimentazione equilibrata, qualità delle materie prime e benessere, mettendo in evidenza il valore di una tradizione culinaria che rappresenta uno degli elementi più riconoscibili dell’identità italiana.

Due chef pugliesi protagonisti della masterclass

Sempre venerdì, al termine del seminario, spazio alla formazione professionale con una masterclass condotta dagli chef pugliesi Chiara Mangini e Daniel Caldarulo.

L’iniziativa, rivolta agli operatori del settore gastronomico, sarà dedicata alle tecniche di preparazione, alla conoscenza delle materie prime e alla valorizzazione degli ingredienti tipici della regione.

Sono previste dimostrazioni culinarie, presentazioni dei prodotti, approfondimenti sulle caratteristiche degli ingredienti e momenti di confronto con i partecipanti.

La cucina come ambasciatrice dell’Italia nel mondo

La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, è diventata negli anni uno degli strumenti più importanti della diplomazia culturale italiana.

L’iniziativa, nata nel 2016 come eredità di Expo Milano 2015, coinvolge ambasciate, consolati, istituti italiani di cultura, Italian Trade Agency e comunità italiane all’estero.

La scelta di dedicare l’edizione di Vancouver alla Puglia conferma l’importanza della dimensione regionale nella promozione del patrimonio gastronomico nazionale. Ogni territorio italiano possiede infatti prodotti, ricette e tradizioni che raccontano una storia fatta di paesaggi, agricoltura, cultura e identità.

Per gli italiani residenti in Canada, questi appuntamenti rappresentano anche un’occasione per ritrovare sapori e tradizioni delle proprie origini e condividerli con le nuove generazioni e con il pubblico canadese.

La cucina italiana, ancora una volta, diventa un ponte tra il Paese d’origine e le comunità che lo rappresentano all’estero.




Gli strascinati “cu ‘ndruppeche”, il piatto più iconico di Potenza

impresso 1793336220453

Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

impresso 1793336220453

Gli strascinati cu ‘ndruppeche (o ‘ntruppc) sono il piatto simbolo della cucina di Potenza e della Basilicata che, in dialetto lucano significa letteralmente “intoppo” o “inciampo”, riferito al fatto che si “inciampa” continuamente nei pezzetti di carne che compongono il ricco ragù potentino.

Ma veniamo agli ingredienti per 4 persone; per la pasta fresca: 400 gr. di semola di grano duro rimacinata, 200-220 ml. di acqua tiepida, 1 pizzico di sale; per il ragù: 200 gr. di salame pezzente, 150 gr. di spezzatino di vitello o manzo, 150 gr. di carne di agnello (oppure costine di maiale), 1 litro di passata di pomodoro (o pelati), 1 bicchiere di vino rosso (ideale l’Aglianico del Vulture), 1 spicchio d’aglio, 1 foglia di alloro, olio extravergine di oliva q.b., sale e peperoncino q.b., rafano fresco da grattugiare.

La preparazione: in una casseruola di terracotta o dal fondo spesso, scaldate dell’olio extravergine d’oliva. Aggiungete lo spicchio d’aglio, un pezzetto di peperoncino ed il salame pezzente tagliato a tocchetti. Aggiungete anche gli altri pezzi di carne mista (manzo e agnello/maiale), quindi sigillate e rosolate bene la carne su tutti i lati a fuoco vivo, dopodiché sfumate con il bicchiere di vino rosso. Lasciate evaporare completamente l’alcol e rimuovete l’aglio se preferite, quindi aggiungete la foglia di alloro e versate la passata di pomodoro. Regolate leggermente di sale e coprite con il coperchio, abbassando la fiamma al minimo e facendo “pippiare” (sobbollire doIcemente) il ragù per circa 3 ore, finché la carne non sarà tenerissima ed il sugo denso e ristretto; per gli strascinati: versate la semola a fontana sulla spianatoia, aggiungete un pizzico di sale e l’acqua tiepida un po’ alla volta, quindi impastate energicamente a mano per circa 10 minuti fino a ottenere un panetto liscio, sodo e compatto. Copritelo con un canovaccio e lasciatelo riposare per circa 30 minuti. Tagliate un pezzo di impasto e stendetelo con i palmi fino a formare un filoncino lungo e spesso circa 1 cm., quindi tagliatelo a tocchetti di circa 3-4 cm., dopodiché appoggiate tre dita della mano (indice, medio e anulare) sul tocchetto di pasta ed esercitate una pressione decisa, trascinando la pasta verso di voi,  sempre sulla spianatoia di legno: la pasta si tenderà, si aprirà ed assumerà la tipica forma allungata, liscia sotto e rugosa sopra, perfetta per trattenere il ragù. Lasciateli asciugare all’aria per 30 minuti, quindi cuoceteli in abbondante acqua bollente salata per circa 6 minuti. Scolate la pasta e tuffatela direttamente nella casseruola con il ragù caldissimo, mescolando bene in modo che il ragù si distribuisca ovunque. Servite aggiungendo una grattugiata di rafano fresco (“il tartufo dei poveri” in Basilicata), che darà una nota pungente e fresca indimenticabile oppure del pecorino di Filiano. E buon appetito.

impresso 1793563821455

*La cucina tipica di Potenza e della sua provincia è fatta di sapori intensi, ingredienti poveri e abbinamenti unici. Tra i primi, gli strascinati mollicati con peperoni cruschi di Senise; gli strascinati al sugo di pezzente; le lagane e ceci, simili alle tagliatelle, cotte insieme ai ceci; i cavatelli ed i fagioli locali, come quelli di Sarconi.

Tra i secondi e piatti unici, il baccalà alla potentina, cucinato con pomodoro, olive nere, uvetta e pinoli, o nella variante aviglianese con i peperoni cruschi; l’agnello e il capretto, alla brace o al forno; la ciambotta lucana, uno stufato di verdure che può tranquillamente diventare un piatto unico; il calzone di verdura: una torta salata rustica con bietole o scarola, olive nere e acciughe; il “cutturidd”, uno stufato di agnello cotto lentamente con pomodori, cipolle, patate ed erbe aromatiche; “tumact me tulez”, in dialetto arbëreshë tagliatelle e mollica, un primo piatto originario delle comunità albanesi lucane, con anche alici, noci e peperoncino; la rafanata, una sorta di frittata altissima, a base di uova, pecorino e rafano grattugiato; la strazzata, una focaccia rustica farcita con frittata, pepe, pecorino o salumi.

Tra i formaggi, il Pecorino di Filiano; il Canestrato di Moliterno IGP, di latte misto pressato nei canestri di vimini; il Caciocavallo podolico, solo da latte di mucca podolica; il Casieddu, un cacioricotta di latte caprino e erbe locali; la scamorza e le trecce, le burrate, i bocconcini freschi e la ricottina lucana.

Tra i salumi, la Lucanica di Picerno IGP; la soppressata lucana; il Salame pezzente della montagna, esaltato da un condimento con aglio, finocchietto selvatico e polvere di peperone; il Capocollo Lucano, speziato e legato con lo spago; la Pancetta (spesso arrotolata); i salumi da suino nero lucano.

Tra i vini, l’Aglianico del Vulture (DOC e DOCG), il re indiscusso dei rossi locali; il Matera DOC e il Grottino di Roccanova DOC. Tra i bianchi e i rosati, i vini locali profumati a base di Malvasia Bianca di Basilicata, Moscato e Verdeca.

Tra i dolci, le strazzate, biscotti fatti con mandorle tritate e cacao; i taralli glassati di Avigliano; i calzoncelli (cauzunziedd’), a forma di raviolo con crema di castagne o di ceci lessati, cacao, cioccolato fondente, spezie e liquore, fritti e spolverati di zucchero o passati nel miele/zucchero a velo; il pan minisc’ / pane di mosto, fatto con farina, mosto cotto, olio extravergine d’oliva, spezie, uvetta e noci; i sospiri (o dolci della sposa), soffici semisfere di pan di Spagna ricoperte da una glassa di zucchero fondente; i biscotti alle noci di Trecchina e Maratea, a base di uova, noci e zucchero e ricoperti da una glassa al limone.




La Grande Guerra negli occhi dei bambini

bettero 9788842571056 1024x

“I bambini della Grande Guerra” di Alessandro Bettero unica raccolta al mondo di testimonianze infantili del Primo conflitto mondiale

bettero 9788842571056 1024x

In un’Italia affetta da smemoratezza cronica per il proprio passato, il verbo ricordare diventa sinonimo di resistenza. E nell’ultimo libro di Alessandro Bettero,   I bambini della Grande Guerra   pubblicato da Mursia nella collana Testimonianze fra cronaca e storia, il ricordo e la resistenza rappresentano il filo conduttore di un percorso narrativo che ci riconduce ai tragici anni di un conflitto mondiale  intriso di sangue.

Oggi 4 novembre, giorno dell’Unità d’Italia che si compì nel 2018 dopo quattro lunghi anni di guerra sul fronte nord-orientale della nostra Penisola, la lettura di questo libro rappresenta un atto doveroso per nutrire quella memoria che troppe volte vogliamo offuscare nel nome di un presente privo di richiami dal passato.

Il periodo che va dal 1915 al 1918 fu segnato da tante storie eroiche ma in pochi hanno pensato a unire i punti di una trama esistenziale vissuta da quelli che allora erano bambini e che in prima persona vissero l’immenso dramma degli eventi bellici.  I bambini della Grande Guerra   pone rimedio a questa assenza mnemonica e rappresenta pertanto l’unica raccolta al mondo di testimonianze infantili del Primo conflitto mondiale.  Di fatto raccoglie quello che rappresenta un patrimonio irripetibile di memorie attraverso le voci degli ultimi superstiti (centenari e ultracentenari di varie parti d’Italia e dell’ex Impero asburgico) che in quegli anni  vissero i loro anni infantili tra bombardamenti, epidemie, rappresaglie, fame e paura, ma anche tra lo stupore di conoscere personaggi importanti come i reali di casa Savoia, o di meravigliarsi con i prodigi delle nuove tecnologie, come i dirigibili Zeppelin e i primi biplani e triplani  nel cielo, o di incontrare quelli che sarebbero diventati famosi poeti e letterati, come D’Annunzio, Montale, Ungaretti ed Hemingway.

bettero bambini grande guerra fattitaliani

Bettero, sceneggiatore e regista, ha trasferito sulla carta il  ritmo visivo e narrativo di chi sa gestire sapientemente anche la macchina da presa, trasformando i   ricordi privati in un racconto corale di grandissima umanità. Nelle 454 pagine arricchite da illustrazioni, il lettore troverà anche le ricostruzioni delle vicende dei padri e degli zii al fronte, pescando anche tra gli italiani che vivevano all’estero e che quelle nazioni furono richiamati. Alcuni tornarono come volontari, altri obbedirono semplicemente al richiamo. Tutti combatterono con coraggio   per il loro Paese. Ma terminata la carneficina, ripresero la via dell’emigrazione che li riportò di nuovo all’estero, spesso insieme alle loro famiglie, in cerca di lavoro e fortuna.

Nato come estensione naturale dell’omonimo pluripremiato film-documentario presentato nel 2018 alla Mostra del Cinema di Venezia (www.ibambinidellagrandeguerra.com) e ad altri festival in Europa, negli Stati Uniti e in Canada, il libro di Alessandro Bettero, nelle pieghe delle sue pagine permette di ampliare  lo sguardo   restituendo ciò che sullo schermo non poteva trovare spazio, e proponendo nuove e inedite testimonianze. L’edizione include inoltre un inserto fotografico con immagini d’epoca e un QR code in quarta di copertina che rimanda al booktrailer ufficiale, offrendo al lettore un’esperienza immersiva tra memoria visiva e narrazione storica.

05 g 01

Tra la folla di personaggi, minori e minimi, presente nel libro  c’è una mole inusuale di minuziosi dati anagrafici, perlopiù provenienti dagli archivi dei Distretti militari del Triveneto, attraverso i quali sono identificati questi bambini di un secolo fa e i loro cari – nonni, papà e zii che vestirono il grigioverde – protagonisti di tante microstorie dai fronti dell‘Isonzo e del Carso, del Pasubio e degli Altipiani, del Piave e del Grappa. 

E tra queste storie trova spazio anche quella ben più nota di Ernest Hemingway, sulla quale il libro  dedica un capitolo che getta nuova luce sulle circostanze del suo ferimento a Fossalta di Piave nel 1918.




4 novembre, la Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale: una memoria che l’Italia non deve dimenticare

desfile militar italiano ante el vittoriano

La ricorrenza ricorda la fine della Prima guerra mondiale sul fronte italiano, il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati e il completamento dell’unità nazionale. Un tempo era una festa nazionale, poi venne cancellata dal calendario delle festività. Oggi è stata riconosciuta nuovamente, ma non è tornata a essere un giorno festivo.

desfile militar italiano ante el vittoriano

Il 4 novembre è una data importante nella storia italiana. È il Giorno dell’Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate, una ricorrenza che affonda le proprie radici nella conclusione della Prima guerra mondiale e nel sacrificio di un’intera generazione di giovani italiani.

Il 4 novembre 1918 entrava in vigore l’Armistizio di Villa Giusti, firmato il giorno precedente tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico. Si concludeva così il conflitto sul fronte italiano, dopo anni di combattimenti, sofferenze e perdite umane incalcolabili. Trento e Trieste tornavano all’Italia, completando il percorso dell’unificazione nazionale iniziato con il Risorgimento.

Una vittoria pagata a un prezzo altissimo. Quasi cinque milioni di italiani furono mobilitati, circa 600.000 persero la vita e un milione e mezzo rimasero feriti. Dietro quei numeri c’erano famiglie, madri, mogli, figli e intere comunità segnate per sempre dalla guerra.

Dal Milite Ignoto alla festa nazionale

Il significato più profondo del 4 novembre è legato anche alla memoria dei Caduti. Il 4 novembre 1921, all’Altare della Patria a Roma, venne tumulata la salma del Milite Ignoto, simbolo di tutti quei soldati che avevano sacrificato la propria vita e che non avevano potuto essere identificati. Un uomo senza nome, diventato il simbolo di migliaia di uomini e di famiglie che non ebbero neppure una tomba sulla quale piangere i propri cari.

Nel 1922 il 4 novembre venne proclamato festa nazionale con la denominazione di Anniversario della Vittoria. Nel dopoguerra la ricorrenza assunse il significato repubblicano di Festa dell’Unità Nazionale e venne associata alla celebrazione delle Forze Armate.

Per decenni fu una delle date più importanti del calendario civile italiano. Le scuole, gli uffici e molte attività restavano chiusi, mentre nelle piazze e davanti ai monumenti ai Caduti si svolgevano cerimonie, deposizioni di corone e manifestazioni ufficiali. Era una giornata nella quale la storia nazionale entrava anche nella vita quotidiana delle famiglie.

Nel 1977 scomparve dal calendario delle festività

Poi arrivò il cambiamento. Con la legge 5 marzo 1977, n. 54, nell’ambito di una riforma del calendario civile finalizzata anche ad aumentare le giornate lavorative in un periodo di difficoltà economica, il 4 novembre cessò di essere considerato giorno festivo agli effetti civili. La celebrazione venne spostata alla prima domenica di novembre.

Non fu cancellata la ricorrenza, ma venne meno il suo carattere di festa nazionale con la sospensione delle normali attività lavorative e scolastiche. Una differenza tutt’altro che secondaria: il 4 novembre continuò a essere ricordato ufficialmente, ma progressivamente perse quella presenza nella vita del Paese che aveva avuto per tanti anni.

Nel 2024 il Parlamento ha approvato la legge n. 27 del 1° marzo, che ha riconosciuto formalmente il 4 novembre come Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. La legge, tuttavia, precisa che la ricorrenza non produce gli effetti civili propri dei giorni festivi. Dunque, il riconoscimento è stato riaffermato, ma il 4 novembre non è tornato a essere una giornata di riposo nazionale.

Non soltanto una celebrazione militare

Oggi questa giornata dovrebbe essere soprattutto un’occasione di memoria e di consapevolezza. Ricordare le Forze Armate non significa soltanto celebrare le uniformi, le parate o le cerimonie ufficiali. Significa riconoscere il ruolo di uomini e donne che svolgono un servizio al Paese, in Italia e nelle missioni internazionali, spesso in condizioni difficili e lontano dalle proprie famiglie.

Significa anche ricordare tutti i Caduti, non soltanto quelli della Prima guerra mondiale, ma quelli di tutti i conflitti e delle missioni nelle quali militari italiani hanno perso la vita.

Il 4 novembre, però, non dovrebbe essere una ricorrenza riservata alle istituzioni o alle caserme. Dovrebbe parlare soprattutto ai giovani, a chi non ha conosciuto la guerra e rischia di considerare la pace come una condizione scontata. La storia di quei soldati, molti dei quali poco più che ragazzi, ricorda quanto siano fragili la libertà, l’indipendenza e la convivenza tra i popoli.

Una data da restituire alla coscienza nazionale

Forse il fatto che il 4 novembre non sia più un giorno festivo rappresenta anche il segno di un rapporto cambiato tra gli italiani e la propria memoria storica. Non è necessario chiudere uffici e scuole per onorare una ricorrenza, ma è importante che essa non diventi una semplice formalità del calendario.

La memoria non si conserva soltanto con le cerimonie ufficiali. Si trasmette nelle scuole, nelle famiglie, attraverso la conoscenza della storia e il rispetto per chi ha sacrificato la propria vita.

Il 4 novembre ci ricorda che l’Italia è anche il risultato di sacrifici enormi, di sofferenze e di vite spezzate. È una giornata che appartiene a tutti gli italiani, anche a quelli che vivono lontano dalla patria, perché la memoria e il senso di appartenenza non conoscono confini geografici.

Ricordare non significa esaltare la guerra. Significa conoscere il prezzo che è costata e lavorare affinché tragedie simili non si ripetano. È questo, forse, il significato più attuale della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.




Firenze, 4 novembre 1966: quando l’Arno sommerse la città. Sessant’anni dopo, una ferita ancora viva

b56f84482594b14643ddc0e6de04a782

Trentasei vittime, migliaia di abitazioni devastate, oltre mille opere d’arte danneggiate e milioni di libri travolti dal fango. La grande alluvione trasformò Firenze in un immenso lago di acqua e nafta. Ma da quella tragedia nacque anche una straordinaria mobilitazione internazionale: quella degli Angeli del fango.

b56f84482594b14643ddc0e6de04a782

Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria di una città e diventano parte della storia di un intero Paese. Per Firenze, una di queste è il 4 novembre 1966. Sessant’anni fa, nelle prime ore di quella mattina, l’Arno uscì violentemente dal proprio letto e invase il capoluogo toscano, trasformando strade, piazze, abitazioni, negozi, chiese e musei in un’immensa distesa d’acqua e fango.

Fu una delle più gravi calamità naturali della storia italiana del dopoguerra. Il bilancio umano fu drammatico: 36 persone persero la vita tra Firenze e la provincia, secondo il conteggio riportato dall’ANSA. L’ultima vittima riconosciuta ufficialmente, Mario Maggi, aveva 44 anni ed è stata identificata soltanto nel 2023, a distanza di 57 anni dalla tragedia.

Ma il disastro non si misurò soltanto nelle vite perdute e nelle case distrutte. Firenze custodiva una parte fondamentale del patrimonio artistico e culturale mondiale. Quel giorno anche la sua memoria storica finì sommersa dall’acqua.

Dieci giorni di pioggia, poi l’onda dell’Arno

Le piogge erano cominciate alla fine di ottobre e per giorni avevano continuato a cadere sulla Toscana. Alla vigilia dell’alluvione, lungo il corso dell’Arno erano stati registrati circa 200 millimetri di precipitazioni.

Il fiume aveva già cominciato a straripare nelle zone dell’aretino durante la notte del 3 novembre. Nelle prime ore del giorno successivo la piena raggiunse Firenze.

L’acqua invase progressivamente i quartieri di Rovezzano, Gavinana e San Salvi, raggiungendo poi il centro storico e l’Oltrarno. A Santa Croce, la rottura della spalletta di piazza Cavalleggeri rese ancora più devastante la forza della corrente.

In alcune strade il livello dell’acqua arrivò a circa cinque metri. La città fu travolta da un’enorme massa d’acqua, stimata in circa 70 milioni di metri cubi. Automobili, mobili, tronchi, detriti e animali morti venivano trascinati dalla corrente. Il carburante fuoriuscito dai serbatoi trasformò l’acqua in una miscela scura e maleodorante.

Crollarono il lungarno Acciaiuoli e parte del lungarno Corsini. Le comunicazioni telefoniche e l’energia elettrica furono interrotte, mentre anche le principali vie di collegamento stradale e ferroviario risultarono compromesse.

I fiorentini si ritrovarono improvvisamente isolati e senza un sistema di allarme che avesse permesso di prepararsi all’arrivo della piena.

L’appello del sindaco alla radio

In quelle ore drammatiche, il sindaco Piero Bargellini cercò di coordinare i soccorsi e rivolse alla popolazione un appello attraverso la radio.

Chiese ai cittadini di mantenere la calma, limitare gli spostamenti e mettere a disposizione barche e mezzi anfibi per consentire le operazioni di salvataggio e il trasporto di generi alimentari e medicinali.

Bargellini sarebbe passato alla storia come il sindaco dell’alluvione. Il suo intervento fu fondamentale in una città nella quale le normali comunicazioni erano ormai saltate e interi quartieri si trovavano in condizioni di emergenza.

La piena cominciò lentamente a ritirarsi verso sera, ma il peggio non era finito. L’acqua lasciò dietro di sé un’immensa quantità di fango, distruzione e disperazione. Quando il livello del fiume tornò a scendere, Firenze apparve come una città devastata dalla guerra.

Il patrimonio artistico sotto il fango

La catastrofe colpì uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo.

Circa 1.200 opere d’arte, tra dipinti, affreschi e sculture, subirono danni. Le biblioteche e gli archivi furono invasi dall’acqua e dal fango.

Nella Biblioteca Nazionale Centrale finirono sott’acqua circa un milione di volumi, mentre 250.000 libri del Gabinetto Vieusseux furono sommersi nei sotterranei di Palazzo Strozzi.

Tra le immagini più dolorose rimane quella del Crocifisso di Cimabue, conservato nella Basilica di Santa Croce. L’opera, realizzata nel Duecento, subì danni gravissimi: l’acqua e il fango comprometterono una parte consistente della superficie pittorica, rendendo necessario un lungo e complesso intervento di restauro.

Anche le formelle della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, nel Battistero di San Giovanni, furono divelte dalla furia dell’acqua.

Per Firenze non era soltanto una catastrofe materiale. Era come se una parte della storia artistica e culturale dell’umanità fosse stata improvvisamente messa in pericolo.

Gli Angeli del fango: una mobilitazione arrivata da tutto il mondo

Ma proprio nel momento più difficile accadde qualcosa di straordinario.

Da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi stranieri cominciarono ad arrivare migliaia di giovani volontari. Erano studenti, ragazzi, appassionati d’arte, persone comuni che avevano deciso di partire per aiutare una città che spesso non avevano mai visitato.

Armati di pale, secchi, stivali e tanta buona volontà, lavorarono per liberare le strade dal fango, recuperare libri, salvare documenti e mettere al sicuro le opere d’arte.

Furono chiamati gli Angeli del fango, un’espressione che sarebbe diventata il simbolo della solidarietà nata intorno alla tragedia fiorentina.

Tra loro ci furono anche persone che in seguito avrebbero avuto ruoli importanti nella cultura, nella politica e nella società internazionale. L’ANSA ricorda, tra gli altri, i futuri cardinali Giuseppe Betori e Gualtiero Bassetti, Pier Luigi Bersani, la cantante Joan Baez, Francesco De Gregori, Ted Kennedy, Lionel Jospin e Joschka Fischer.

La loro presenza dimostrò che il patrimonio di Firenze non apparteneva soltanto ai fiorentini, ma era considerato un bene dell’intera umanità.

Il recupero dei libri e delle opere d’arte richiese anni di lavoro e, in alcuni casi, continua ancora oggi.

Sessant’anni dopo, Firenze ricorda

Il sessantesimo anniversario sarà celebrato il 4 novembre 2026 con un programma di iniziative istituzionali e culturali. Alla commemorazione parteciperà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà a Firenze per ricordare la tragedia e rendere omaggio a quanti contribuirono alla ricostruzione.

Sono previste cerimonie, mostre, incontri e iniziative dedicate alla memoria dell’alluvione e alla straordinaria solidarietà degli Angeli del fango. Tra gli appuntamenti figurano esposizioni documentarie, iniziative alla Biblioteca Nazionale Centrale e all’Archivio di Stato, oltre a momenti di commemorazione nei luoghi simbolo della tragedia.

Anche l’Accademia dei Georgofili, la cui sede fu invasa dall’acqua e dal fango, ha inaugurato una mostra con fotografie e documenti per ricordare quanto accadde. L’esposizione, intitolata «Georgofili, 4 novembre 1966», rimarrà aperta al pubblico fino al 17 dicembre.

Una lezione che non deve essere dimenticata

A sessant’anni di distanza, l’alluvione di Firenze non è soltanto una pagina di storia. È anche un richiamo alla necessità di proteggere il territorio, prevenire i rischi idrogeologici e prepararsi ad affrontare eventi meteorologici estremi.

La città ha imparato molto da quella tragedia. Sono stati realizzati interventi di difesa idraulica e sistemi di monitoraggio che nel 1966 non esistevano. Ma il rischio non può essere considerato definitivamente scongiurato.

La memoria di quel 4 novembre conserva due immagini inseparabili: da una parte la devastazione provocata dall’Arno, dall’altra migliaia di giovani arrivati spontaneamente per aiutare una città ferita.

La prima racconta la fragilità dell’uomo davanti alla forza della natura. La seconda dimostra quanto possano essere grandi la solidarietà e il senso di appartenenza.

Firenze non dimentica. E il mondo, sessant’anni dopo, continua a ricordare quella città sommersa dal fango e i ragazzi che contribuirono a salvarne la bellezza.




Montréal, la tromba di Paolo Fresu incontra il pianoforte di Uri Caine: domani il concerto al Conservatoire

4iicmontre

Un appuntamento gratuito organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura celebra oltre vent’anni di collaborazione tra due protagonisti del jazz contemporaneo.

4iicmontre

La musica italiana torna protagonista sulla scena culturale canadese con un appuntamento di grande prestigio. Domani, giovedì 5 novembre, alle ore 19, il Théâtre Rouge del Conservatoire de musique di Montréal ospiterà il concerto del trombettista italiano Paolo Fresu e del pianista e compositore statunitense Uri Caine.

L’iniziativa è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Montréal e rappresenta un’occasione per il pubblico canadese di assistere all’incontro tra due interpreti di primo piano del jazz internazionale. L’ingresso è gratuito, con prenotazione richiesta.

Due personalità, un dialogo musicale senza confini

Il concerto celebra una collaborazione artistica che dura da oltre vent’anni e che ha dato vita a un linguaggio musicale originale, fondato sulla libertà espressiva e sulla capacità di attraversare generi e tradizioni differenti.

Paolo Fresu, tra i musicisti italiani più conosciuti e apprezzati a livello internazionale, è celebre per il timbro lirico e inconfondibile della sua tromba. Nel corso della sua carriera ha sviluppato un percorso artistico che va ben oltre il jazz, abbracciando anche il teatro, il cinema e il mondo dei festival musicali.

Al suo fianco ci sarà Uri Caine, pianista e compositore originario di Philadelphia, artista noto per il suo approccio eclettico e per la capacità di mettere in dialogo il jazz con la musica classica, il rock e le sonorità elettroniche.

Improvvisazione e libertà espressiva

L’incontro tra la tromba di Fresu e il pianoforte di Caine promette un percorso musicale aperto, nel quale le melodie si intrecciano con l’improvvisazione, le influenze blues e la sperimentazione sonora.

Non si tratta soltanto di un concerto, ma di un confronto tra due sensibilità artistiche capaci di dialogare e sorprendersi reciprocamente, trasformando ogni esecuzione in un’esperienza musicale originale.

L’appuntamento conferma il ruolo degli Istituti Italiani di Cultura nella promozione delle eccellenze artistiche del nostro Paese e nella costruzione di legami culturali con le comunità e il pubblico internazionale.

Informazioni: giovedì 5 novembre, ore 19, Théâtre Rouge del Conservatoire de musique di Montréal, 4750 avenue Henri-Julien. Ingresso gratuito previa prenotazione sul sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.




Messico, da oggi cellulari vietati nelle scuole: Sheinbaum punta a restituire attenzione e creatività agli studenti

caja de móviles en el aula escolar

Dal 3 novembre entra in vigore la nuova regolamentazione sull’uso dei telefoni nelle scuole di istruzione di base. Stop agli smartphone durante le lezioni e gli intervalli, con eccezioni per le emergenze e specifiche necessità. Ma la decisione divide: molti genitori temono di perdere un importante strumento per comunicare con i figli in un Paese dove la violenza resta una preoccupazione quotidiana.

caja de móviles en el aula escolar

In Messico da oggi, martedì 3 novembre, cambia il rapporto tra studenti e telefoni cellulari all’interno delle scuole. Entra infatti in vigore la nuova regolamentazione voluta dal governo della presidente Claudia Sheinbaum, che limita l’utilizzo dei dispositivi mobili durante l’intera giornata scolastica negli istituti di istruzione di base, comprese le ore di lezione e gli intervalli.

La decisione nasce dalla volontà di contrastare l’uso eccessivo degli schermi, migliorare la concentrazione degli alunni e favorire nuovamente la socializzazione diretta tra bambini e ragazzi.

Non si tratta, tuttavia, di un divieto assoluto valido per ogni livello di istruzione. Per le scuole superiori le regole saranno stabilite dai singoli istituti, mentre per l’università viene promosso un utilizzo responsabile e sicuro della tecnologia.

«Recuperare la creatività e l’attenzione»

La presidente Claudia Sheinbaum aveva annunciato la misura il 21 settembre, spiegando che l’obiettivo è proteggere lo sviluppo cognitivo e sociale dei giovani.

«Recuperare la creatività ed evitare l’uso indiscriminato degli schermi», soprattutto quando sono collegati ai social network, è la motivazione indicata dalla presidente.

Il principio è semplice: durante la giornata scolastica il cellulare può rimanere nello zaino, ma non deve essere utilizzato né durante le lezioni né durante la ricreazione. Sono previste eccezioni per le emergenze e per particolari necessità degli studenti, comprese quelle legate alla salute.

La regolamentazione è stata concordata con le autorità educative dei 32 Stati messicani e preparata attraverso consultazioni con insegnanti, famiglie ed esperti.

Secondo il ministero dell’Istruzione, l’81% degli oltre 565.000 insegnanti coinvolti nella consultazione si è dichiarato favorevole all’introduzione di regole sull’utilizzo dei dispositivi digitali nelle scuole.

La distrazione digitale e il problema dei social network

La preoccupazione delle autorità messicane riguarda soprattutto il tempo trascorso davanti agli schermi e l’influenza dei social network sui più giovani.

Il governo sostiene che l’utilizzo eccessivo dei dispositivi possa compromettere l’attenzione durante le lezioni, ridurre le occasioni di socializzazione e avere conseguenze sul benessere psicologico degli studenti.

La scuola, secondo l’impostazione della nuova regolamentazione, deve tornare a essere soprattutto un luogo di apprendimento, dialogo e relazioni personali, nel quale la tecnologia venga utilizzata quando serve davvero e non diventi una presenza continua.

La scelta del Messico si inserisce in una tendenza internazionale. Diversi Paesi hanno già introdotto limitazioni all’uso dei cellulari negli istituti scolastici, con modalità differenti a seconda dei sistemi educativi e delle fasce d’età.

Ma i genitori sollevano un problema: la sicurezza

La decisione non ha raccolto soltanto consensi. Una parte dei genitori teme che la restrizione possa rendere più difficile comunicare con i propri figli durante la giornata scolastica.

In Messico questa preoccupazione assume un significato particolare a causa della violenza legata alla criminalità organizzata, che in alcune regioni condiziona pesantemente la vita quotidiana.

L’Associated Press ha raccolto le testimonianze di genitori preoccupati per la possibilità di non riuscire a raggiungere rapidamente i figli in caso di emergenza. Tra gli episodi che hanno alimentato il dibattito c’è anche quello di colpi d’arma da fuoco contro un autobus che trasportava studenti delle scuole superiori nello Stato di Sinaloa.

Per alcune famiglie il telefono non è soltanto uno strumento di intrattenimento o di accesso ai social network, ma anche un mezzo per sapere dove si trovano i figli e verificare che siano al sicuro.

È proprio questo il punto più delicato della nuova regolamentazione: conciliare l’esigenza di limitare la dipendenza digitale con il bisogno di sicurezza avvertito da molte famiglie.

Una scelta che apre un dibattito internazionale

Il provvedimento messicano riporta al centro una questione che riguarda ormai molti sistemi scolastici: quale deve essere il posto della tecnologia nella formazione delle nuove generazioni?

Da una parte c’è la necessità di insegnare ai ragazzi a utilizzare strumenti digitali che saranno indispensabili nella loro vita futura. Dall’altra emerge la preoccupazione che un’esposizione continua agli schermi possa sottrarre spazio alla concentrazione, alla lettura, al dialogo e alle relazioni personali.

La scelta del governo Sheinbaum è quella di stabilire un confine preciso almeno durante la scuola di base, lasciando invece maggiore autonomia agli istituti per gli studenti più grandi.

La vera verifica comincia adesso, con l’applicazione concreta delle nuove regole nelle scuole di tutto il Paese. Sarà importante capire se la limitazione migliorerà effettivamente l’attenzione e la vita scolastica e se le istituzioni riusciranno a rassicurare le famiglie sulle modalità di comunicazione in caso di emergenza.

Il Messico ha deciso di riportare la scuola al centro della vita dei ragazzi, chiedendo loro di mettere da parte, almeno per alcune ore, lo schermo del telefono. Una scelta che potrebbe diventare un riferimento anche per altri Paesi, ma che dovrà dimostrare sul campo la propria efficacia.




«We Carried Italy With Us», racconta in musica la grande emigrazione italiana negli Stati Uniti

album emigrazione

Dieci canzoni in lingua inglese per ripercorrere una delle pagine più significative della storia italiana: il viaggio verso l’America, il distacco dalla propria terra, i sacrifici, le speranze e il desiderio di costruire una nuova vita.

album emigrazione

Si intitola We Carried Italy With Us – Songs of Italian Emigration to America il nuovo album di Ennio Marchetti Project, un lavoro composto da dieci canzoni in lingua inglese che raccontano la storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti.

Non si tratta semplicemente di una raccolta di brani musicali, ma di un progetto che vuole dare voce a una vicenda che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese e contribuito a costruire l’identità di milioni di italoamericani.

Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, milioni di italiani lasciarono paesi e città, soprattutto del Mezzogiorno, per attraversare l’oceano e cercare fortuna in America. Partivano con poche valigie, spesso con pochissimi soldi, ma portavano con sé qualcosa che nessuna distanza avrebbe potuto cancellare: la lingua, le tradizioni, i ricordi della famiglia e il legame con la propria terra.

È proprio da questa immagine che nasce il titolo dell’album: «Abbiamo portato l’Italia con noi».

Le dieci canzoni sono state scritte in inglese, una scelta che permette di rivolgersi non soltanto al pubblico italiano, ma anche alle nuove generazioni di americani di origine italiana e a tutti coloro che desiderano conoscere una parte importante della storia degli Stati Uniti attraverso le vicende degli immigrati.

Il progetto affronta musicalmente il tema della partenza, della nostalgia, delle difficoltà incontrate nel nuovo Paese e della speranza di un futuro migliore. Una storia collettiva fatta di sacrifici, lavoro e integrazione, ma anche di identità e orgoglio per le proprie origini.

La copertina dell’album richiama simbolicamente quel viaggio: una vecchia valigia con il nome Italia, il tricolore, una nave e, sullo sfondo, lo skyline di New York con la Statua della Libertà. Un’immagine che racchiude il significato dell’intero progetto.

Con We Carried Italy With Us, Ennio Marchetti Project aggiunge un nuovo capitolo al proprio percorso musicale, scegliendo questa volta di raccontare, attraverso dieci canzoni, una storia che appartiene a tutti gli italiani e che continua a vivere nella memoria delle comunità italiane nel mondo.

In Spotify: Escucha We Carried Italy with Us – Álbum, de Ennio Marchetti Project | Spotify

In YouTube:

 

 




Vancouver: eccellenze italiane a Cappelleria Bertacchi 

unname

Ogni anno, in  ottobre, Vancouver assiste alla benvenuta “invasione” dei prodotti ed eccellenze italiane culminante nel ciclo di avvenimenti dal Titolo Italian Design Weeks, che dura due settimane e viene organizzato dalla Italian Chamber of Commerce in Canada-West (ICCW) con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Vancouver e di altri importanti enti cittadini.

unname

Per quest’anno il tema verte su: Fire: Celebrating Italian Design Forged by Fire,Craft and Innovation. Vengono offerti incontri, seminari e occasioni  in collaborazione con altri importanti istituzioni cittadine. Mercoledì 28 ottobre l’ormai celebre “Negroni Night” ha visto affluire un pubblico elegante alla Cappelleria Bertacchi, il negozio situato nella storica Gastown proprio sul’’angolo di Water Street, dove I turisti si affollano per ammirare gli sbuffi di fumo dell’orologio a vapore,  dove si possono trovare creazioni artigianali di cappelli di alta classe  lavorati a mano in Toscana dalla ditta Bertacchi, una impresa famigliare da generazioni.

unmed

Da Firenze, è tornato anche quest’anno  Mario Bemer, calzolaio artigianale di alta classe e antica tradizione, sono state messe in mostra le stoffe di Loro Piana e i vestiti di sartoria di The Sartorial Shop oltre ai meravigliosi cappelli Bertacchi.

unnamed

L’avvenimento è stato organizzato da ICCW in collaborazione con Zaher Rajani di  The Sartorial Shop e Bertacchi Couture.




Il ragù napoletano, il re della cucina partenopea

538044df be56 4fc3 a9b4 e2a31cb9d21d

Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

538044df be56 4fc3 a9b4 e2a31cb9d21d

Il ragù napoletano è uno dei capisaldi indiscussi della cucina campana e italiana, celebrato da sempre come un vero e proprio rituale domenicale. Si prepara con grandi pezzi di carne interi che cuociono (“pippiando”) per 5-6 ore nel pomodoro, fino a diventare tenerissimi in un sugo denso e scuro.

Ma veniamo agli ingredienti per 6 persone, ricordando che la scelta della carne può avere delle piccole variazioni di famiglia in famiglia: 1 kg. circa di carne di manzo (tagli ideali: muscolo, scamone o copertina di spalla), 300 gr. di costine di maiale (chiamate “tracchie” o “tracchiolelle”), 2-3 salsicce, 6 braciole napoletane (una sorta di involtini di carne di manzo farciti con un trito di aglio, prezzemolo, uvetta, pinoli e pecorino), 1 kg. di passata di pomodoro (o pelati San Marzano), circa 150 gr. di concentrato di pomodoro, 2 cipolle dorate grandi, 1 bicchiere di vino rosso secco, olio extravergine di oliva (o sugna, secondo la tradizione) q.b., sale e basilico fresco q.b.

Il procedimento: preparate le braciole stendendo le fette di carne battute e farcendole con il trito già menzionato, quindi arrotolatele e legatele bene. In una pentola capiente, fate scaldare l’olio (o la sugna) con le cipolle affettate finemente, quindi aggiungete tutti i pezzi di carne e fateli rosolare su tutti i lati, finché non si forma una bella crosticina scura. A questo punto alzate un pò la fiamma, versate nella pentola il vino rosso e lasciatelo evaporare lentamente, raschiando il fondo della pentola con un cucchiaio di legno per raccogliere tutti i succhi caramellati della carne. Dopodiché aggiungete il concentrato di pomodoro e fatelo “tostare” per un paio di minuti insieme alla carne, quindi versate la passata (o i pelati frullati), regolando leggermente di sale. Coprite la pentola con un coperchio, lasciandolo leggermente sollevato (tradizionalmente usando come spessore un cucchiaio di legno) per far fuoriuscire il vapore, quindi abbassate la fiamma al minimo e lasciate cuocere così per almeno 5-6 ore, mescolando di tanto in tanto. Negli ultimi minuti di cottura, aggiungete abbondante basilico fresco spezzettato a mano. II ragù sarà pronto quando il pomodoro avrà cambiato colore, diventando lucido, denso e di un rosso scuro e profondo.

Si può senz’altro dire che il ragù napoletano è un piatto “magico” perché risolve l’intero pranzo domenicale trasformandosi in due portate distinte: il sugo ottenuto e concentrato viene utilizzato per condire tutte le paste tipiche usate, come gli ziti spezzati, i paccheri o i rigatoni, rigorosamente serviti con una generosa spolverata di Parmigiano Reggiano o Pecorino Romano; i pezzi di carne, ormai così teneri da sciogliersi in bocca, vengono tolti dal sugo e serviti a parte come seconda portata, accompagnati da un pò di salsa rimasta e dall’ottimo pane cafone napoletano. E buon appetito.

9d22f6da e870 46e4 ac1c 005c67236157

*La cucina napoletana è una delle tradizioni culinarie più amate al mondo. Tra i primi piatti, oltre al già menzionato ragù napoletano, la pasta e patate con la provola; gli ziti spezzati alla genovese, ottenuta dalla lunghissima cottura di carne e cipolle; il sugo allo scarpariello, pomodoro fresco con parmigiano o pecorino in mantecatura; gli spaghetti alle vongole veraci; le linguine alla Nerano, mantecate con zucchine fritte e provolone del Monaco; il sartù di riso, un timballo ripieno di ragù, polpettine, piselli, fiordilatte o provola.

Tra i secondi e i piatti unici, la parmigiana di melanzane; la salsiccia e friarielli; il gattò (gateau) di patate; la frittata di pasta o quella di scammaro; l’impepata di cozze; il polpo alla Luciana.

Tra lo street food e i contorni, la pizza napoletana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, con un cornicione alto e soffice e pochi ingredienti essenziali (margherita o marinara); la pizza fritta, un ripieno di ricotta, cicoli (o salame), provola e pepe; il cuoppo, un cono di carta paglia con fritti di terra o di mare; il casatiello e il tortano: simili, con impasto farcito di salumi, formaggi, uova sode e sugna; la pizza di scarole con olive, capperi, uvetta e pinoli; le (pizzette) montanare; la zuppa di soffritto o zuppa forte, un condimento con frattaglie piccanti e concentrato di pomodoro; la frittata di pasta napoletana, con besciamella, piselli, prosciutto e carne; il panino napoletano (il “pagnottiello”), il cuzzetiello, il pezzo finale del pane cafone scavato e riempito con ragù o polpette; le crocchè (panzarotti a Napoli), crocchette di patate con un cuore filante di provola o fiordilatte; la frittatina di pasta.

Tra i formaggi, il Provolone del Monaco, il fiordilatte e la provola di Agerola, anche affumicata, la caciottina canestrata di Sorrento, la mozzarella e la ricotta di bufala campana.

Tra i salami, il Napoli, i cicoli (ciccioli) napoletani, la salsiccia curva, il capocollo e la pancetta tesa.

Tra i dolci, le sfogliatelle (ricce e frolle); il babà, soffice, spugnoso e inzuppato in una bagna al rum; la pastiera napoletana, una crostata ripiena di grano cotto nel latte, ricotta, uova e acqua di fiori d’arancio; la zuppa inglese napoletana, le zeppole di San Giuseppe, gli struffoli, i roccocò, la torta caprese e quella ricotta e pere.

Tra i vini rossi, il Lacryma Christi del Vesuvio, il Campi Flegrei Piedirosso, l’Ischia Piedirosso (o Per ‘e Palummo), il Penisola Sorrentina con le sottozone di Gragnano e Lettere. Tra i bianchi, la Campi Flegrei Falanghina, il Coda di Volpe, il Lacryma Christi del Vesuvio, l’Ischia (combinazione dei vitigni Biancolella e Forastera), il Capri e la Catalanesca del Monte Somma.