Dopo 17 anni torna in Italia il tesoro di Symes

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e7e6349047e76df7bbcc68dfcb5e0e24Hanno fatto rientro in Italia da pochissimi giorni 750 reperti archeologici, rimpatriati a seguito della conclusione di un lungo negoziato con i liquidatori della Symes Ltd, la società di diritto inglese in liquidazione che era appartenuta al mercante d’arte, rivelatosi poi un trafficante di beni culturali, Robin Symes, lo stesso che aveva venduto al Getty Museum la Venere di Morgantina.

Il rientro è il frutto di un lungo e meticoloso lavoro, durato quasi 17 anni, culminato con un accordo transattivo con i liquidatori della Symes, ultimo atto di complesse procedure che hanno visto coinvolti più organi dello Stato e una fattiva collaborazione con la Repubblica Ellenica, anch’essa interessata a rientrare in possesso di altre centinaia di reperti trafugati in Grecia.

“Le opere d’arte non possono diventare oggetto di attività illecite o peggio delle archeo-mafie: il mercato illegale deve essere stroncato” ha detto il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, che ha voluto partecipare alla presentazione delle opere recuperate.  La “circolazione” delle opere d’arte, ha sottolineato, “è favorita dalle grandi mostre e dagli scambi che stiamo perseguendo” con un sistema ormai collaudato che consente ai cittadini di poter apprezzare un’offerta sempre più variegata”. Sangiuliano, che ha ringraziato il nucleo dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e tutti i dirigenti e gli archeologi che hanno preseduto alle complesse operazioni di recupero dei reperti e curato l’esposizione a Castel Sant’Angelo, ha la quindi lanciato un monito: “Quello che viene recuperato non dovrà mai finire nei depositi, ma deve essere museizzato o comunque esposto in altre iniziative per diventare immediatamente fruibile” dal pubblico.

In questa occasione, l’esposizione dei reperti a Castel Sant’Angelo mostra, tra i pezzi più pregiati, un tavolo tripode in bronzo proveniente da un contesto aristocratico dell’orientalizzante etrusco, due testiere equine da parata di ambito appulo-lucano, due pitture funerarie di area meridionale e poi oggetti di epoca romana, tra cui alcune teste virili in marmo di età imperiale. Interessata dalla complessa procedura di recupero dei beni, coordinata dalla Procura e sfociata in una procedura extragiudiziale e in una causa civile, condotta in stretta collaborazione con il Mic e con l’Avvocatura Generale dello Stato, anche la Grecia, l’altro paese insieme all’Italia saccheggiato dai trafficanti. “Oggi l’Italia e la Grecia, due paesi di antica civiltà gravemente colpiti da ogni tipo di traffico di beni culturali, celebrano una vittoria in una lotta difficile, complessa e di lunga durata contro coloro che cercano di appropriarsi della loro storia e del loro patrimonio” ha detto l’ambasciatrice greca Eleni Sourani che in materia di “restituzioni” ha dato atto all’Italia di avere dato l’esempio “restituendo il frammento Fagan”.

“Il recupero del patrimonio culturale illecitamente sottratto è una delle priorità del mio programma, tutelare significa anche evitare che il nostro patrimonio sia depredato da trafficanti senza scrupoli” ha dichiarato ancora Sangiuliano che ha lodato il costante impegno dei Carabinieri dell’Arte “rivolto alla tutela del patrimonio culturale italiano”, come ha notato il generale di brigata Vincenzo Molinese, comandante del TPC.

ansa.it




L’intelligenza artificiale tradurrà le tavolette cuneiformi

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downloadDall’accadico cuneiforme all’inglese, senza fatica. Usando l’intelligenza artificiale. Lo ha fatto un gruppo di ricercatori israeliani della Tel Aviv University in collaborazione con l’Ariel University, sviluppando un modello che permette la “traduzione automatica” di testi in lingua accadica, in caratteri cuneiformi, nel più comune e comprensibile inglese moderno. Riferisce AsiaNews che gli esperti di assiriologia, specializzati nello studio archeologico, storico, culturale e linguistico dell’antica Mesopotamia, hanno trascorso anni cercando di interpretare i testi in cuneiforme, una delle più antiche forme di scrittura conosciute.

Il richiamo alla “forma di cuneo” ricorda l’uso che veniva fatto in passato, quando i segni venivano impressi su una tavoletta di argilla. Parlata nell’antica Mesopotamia (in corrispondenza dell’attuale Iraq), quella accadica era una lingua semitica orientale utilizzata in particolare dagli assiri e dai babilonesi. Si tratta del più antico idioma semitico mai attestato, basato su un sistema di scrittura sfruttato per primo dai sumeri. La lingua deriverebbe il proprio nome dalla città di Akkad, opera di re Sargon che ne è stato fondatore e capostipite dell’impero, il maggior centro abitato dell’epoca anche se a oggi non se ne hanno tracce certe.

Nei decenni, riferisce ancors AsiaNews, gli archeologi hanno rinvenuto centinaia di migliaia di tavolette di argilla scritte in cuneiforme e risalenti fino al 3.400 a.C., un numero di gran lunga maggiore rispetto agli studiosi in grado di comprenderle e tradurle, in numero assai limitato. I due metodi di traduzione Shai Gordin dell’Ariel University, Jonathan Berant e Omer Levy della Tau, insieme ad altri colleghi hanno da poco condiviso i frutti dei loro studi sulla rivista specializzata Pnas in un articolo intitolato “Tradurre dall’accadico all’inglese, mediante traduzione automatica neuronale”.

Durante la fase di studio e progettazione, il gruppo di lavoro ha sviluppato due versioni del modello una della delle quali traduceva l’accadico da rappresentazioni di segni cuneiformi nell’alfabeto latino e l’altro da rappresentazioni unicode dei segni cuneiformi. La prima, legata alla traslitterazione latina, è quella che ha dato nel tempo i risultati migliori totalizzando un punteggio di 37,47 nel Best Bilingual Evaluation Understudy 4 (Bleu4), parametro usato per valutare la corrispondenza fra traduzione umana e artificiale di uno stesso testo. Il programma, spiegano in una nota, si è mostrato particolarmente efficace allorché si è trattato di tradurre brevi frasi al di sotto dei 120 caratteri, superando i quali emergevano “allucinazioni” (testo corretto sul piano sintattico, ma non accurato).

Il programma potrebbe rivelarsi particolarmente utile in una fase primaria di traduzione, nel novero di una “collaborazione fra uomo e macchina” per lasciare poi spazio all’intervento umano per affinare il testo tradotto nella versione finale.

Vi sono centinaia di migliaia di manoscritti cuneiformi riguardanti la vita politica, sociale, economica e scientifica dell’antica Mesopotamia. “E la maggioranza di questi testi.- spiegano gli studiosi al Jerusalem Post – restano inaccessibili per il numero limitato di esperti in grado di comprenderli”.

Quello della traduzione è un “processo complesso” perché richiede non solo la presenza di “conoscitori di due lingue diverse”, ma che siano anche capaci di capire “differenti ambiti culturali”. In quest’ottica, proseguono, “gli strumenti digitali possono aiutare” grazie a elementi quali “il riconoscimento ottico dei caratteri (Ocr) e la traduzione automatica”. Le lingue antiche, conclude la nota, pongono questioni di complessità ancora maggiori perché “la loro lettura e comprensione richiede conoscenze di una comunità linguistica morta da tempo” e gli stessi testi “possono essere molto frammentari”.

agi.it




L’altezza dei milanesi è stabile da 2 mila anni

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downloadL’altezza degli abitanti di Milano è rimasta stabile negli ultimi 2000 anni, attestandosi intorno a una media di 168,5 centimetri per gli uomini e 157,8 per le donne.
Lo indica l’analisi dei resti di 549 persone sepolte a Milano dall’epoca romana ai giorni nostri, esaminati dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche della Salute dell’Università degli Studi di Milano.
Questo dato differisce dal resto d’Europa, probabilmente perché la ricchezza di risorse del territorio e le mura difensive della città garantivano migliori condizioni di vita.
Lo studio, coordinato dalla paleopatologa Lucie Biehler-Gomez, è stato pubblicato su Scientific Reports.
L’altezza è un tratto determinato sia dalla genetica che dalle influenze ambientali, ed è spesso usato come indicatore della salute e delle dinamiche sociali delle antiche popolazioni umane.
“Ci sono studi, in Europa, che vedono una ben definita oscillazione dell’altezza nel tempo -spiega Lucie Biehler-Gomez- con una forma a ‘U’, quindi con valori più alti in epoca romana e nell’Alto Medioevo, inferiore tra il Basso Medioevo e l’Età Moderna e superiore ancora in epoca contemporanea.
La nostra intenzione era verificare se la popolazione di Milano seguisse questa tendenza”.
Per scoprirlo, i ricercatori hanno selezionato più di 50 scheletri femminili e 50 maschili per periodo analizzato (ovvero età romana, alto medioevo, tardo medioevo, età moderna ed età contemporanea), tutti appartenenti al Cal, la collezione antropologica del Laboratorio di Medicina Legale Antropologia e Odontoiatria (Labanof) dell’Università Statale e rappresentativo del patrimonio scheletrico della Milano degli ultimi 2000 anni.
“In questo studio abbiamo incluso solo persone di Milano, per avere un’ampia visione diacronica, limitando le influenze legate alla geografia del territorio”, ha detto Biehler-Gomez.
“Abbiamo anche scelto di limitare il bias dovuto alla situazione socioeconomica degli individui, scegliendo scheletri appartenenti a una classe medio-bassa. Infine, abbiamo scelto di considerare persone comuni, in modo che il campione non fosse influenzato da altri fattori, come la bassa di guerra”, ha spiegato.
I risultati mostrano che l’altezza degli uomini variava tra 152 e 195,4 cm, con una media di 168,5 cm, simile in tutti i periodi considerati; per le donne variava da 143,5 a 177,6 centimetri, con una media di 157,8 centimetri, sempre senza variazioni significative tra le stagioni.
“La nostra ricerca si inserisce in un progetto più ampio di ricostruzione storica della città di Milano negli ultimi 2000 anni”, ha aggiunto Mirko Mattia, bioarcheologo di Labanof e coautore della pubblicazione.
“Grazie all’unicità della Collezione Antropologica Labanof, questo studio può rappresentare il punto di partenza per ulteriori analisi, ad esempio, delle patologie presenti o scomparse, o delle categorie di persone vulnerabili e fragili nel tempo”, ha concluso. (ANSA).




Roma. Sabato prossimo la “giornata di Darwin”

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downloadSABATO 11 FEBBRAIO, alle ore 10:00, al Museo di Casal de’Pazzi, si celebra il DarwinDay!

In tale occasione il Dott. Gianluca Zanzi e la Dott.ssa Letizia Silvestri presenteranno il volume “CONVERSAZIONI SULL’ORIGINE DELL’UOMO 150 ANNI DOPO DARWIN”. Interverranno i curatori del volume e alcuni autori.

La giornata evento dedicata al naturalista inglese prevede dopo la presentazione due turni di visita guidata

IL LIBRO

Il volume è stato pubblicato da Edizioni Espera nel 2021 per celebrare  i 150 anni dalla pubblicazione di The Descent of Man di Charles

Darwin.

Per molti anni ho raccolto appunti sull’origine o la discendenza dell’uomo, senza nessun intento di pubblicazione al riguardo, ma piuttosto con la determinazione di non pubblicare, in quanto pensavo che altrimenti avrei solo aggiunto pregiudizi contro le mie opinioni. Mi sembrava sufficiente aver indicato, nella prima edizione della mia “Origine delle specie”, che da questa opera si sarebbe irradiata luce “sull’origine dell’uomo e sulla sua storia”, il che implica che l’uomo deve essere incluso con gli altri esseri viventi in qualsiasi conclusione generale, per quanto riguarda il modo di comparire sulla terra.

dowadCon questo incipit, nel 1871, Charles Darwin pubblicava a Londra L’Origine dell’Uomo e la Selezione in Relazione al Sesso

(The Descent of Man and Selection in Relation to Sex), completando quella rivoluzione iniziata più di dieci anni prima con L’Origine delle Specie, che ha definito il modo in cui gli uomini di oggi guardano se stessi e la natura.

Per celebrare questo anniversario, esce in libreria a metà novembre 2021 il libro Conversazioni sull’Origine dell’Uomo 150 anni dopo Darwin a cura di Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, per la collana Espera Science (Edizioni Espera | www.edizioniepsera.com), con il patrocinio del Sistema Museale di Ateneo dell’Università degli Studi di Firenze, dell’IsITA (Istituto Italiano di Antropologia), della AAI (Associazione Antropologi Italiani), della SiAE (Società italiana di Antropologia) e con le introduzioni di Luca Sineo e Giorgio De Finis.

I Curatori

Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, in questo saggio, si sono spinti in un viaggio a ritroso, alla riscoperta delle origini dell’essere umano, con la complicità di Pablo Echaurren, che ha donato alcune sue opere a corredo iconografico del volume. In totale sintonia con lo spirito dell’arte di Echaurren, gli autori hanno sostituito agli oggetti alcune parole-chiave per comporre un lessico essenziale capace di legare l’opera di Darwin all’attualità della ricerca scientifica e filosofica sull’uomo e sulla sua origine.

Attraverso le riflessioni scaturite da diciannove brevi conversazioni con importanti studiosi, gli autori hanno cercato di

restituire la complessità dell’essere umano e del suo rapporto con il mondo, dando voce al dibattito ancora vivo intorno al nostro divenire e al nostro essere umani, con le luci e le ombre di ogni esistenza, con i dubbi e le sfide di ogni creatura che quotidianamente cerca di ripristinare quell’equilibrio vitale che le permette di esistere.

Tra tracce, corpi, pensieri ed emozioni si è provato, ancora una volta, a raccontare l’evoluzione dell’uomo con amore e gratitudine nei confronti della natura e della vita che tanto hanno ispirato l’opera di Darwin.

Flavia Salomone è nata a Roma nel 1965. Biologa e antropologa fisica, dopo la laurea in Biologia a indirizzo Antropologico, si è dedicata alla ricerca nel campo della biologia delle popolazioni del passato presso i laboratori di antropologia dell’Università

Sapienza di Roma e del Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma.

Attualmente collabora con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Archeologici.

Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, con Edizioni Espera ha già pubblicato due testi divulgativi per ragazzi sull’evoluzione dell’uomo, C’era una volta Homo e Sulle tracce dei nostri antenati in Italia, scritto con Luca Bellucci e Giorgio Manzi.

Fabio Di Vincenzo è nato a Roma nel 1973. Naturalista e paleoantropologo, si è laureato in Scienze Naturali presso l’Università Sapienza di Roma dove ha conseguito il dottorato in Biologia Animale con indirizzo antropologico.

Ha collaborato per molti anni con il Museo “G. Sergi” della Sapienza e attualmente è curatore presso il Museo di Antropologia ed Etnologia del Sistema Museale dell’Ateneo di Firenze.

È autore di numerosi articoli sull’evoluzione umana comparsi su riviste scientifiche nazionali e internazionali.

SABATO 11 FEBBRAIO 2023 alle ore 10:00
Museo di Casal de’Pazzi | Viale Egidio Galbani 3 -00156 ROMA
Presentazione del volume
CONVERSAZIONI SULL’ORIGINE DELL’UOMO




La scimmia nuda il nuovo corso di Antropologia dell’Università Popolare di Roma curato dall’antropologa Flavia Salomone

locandina conferenza corso antropologia 2023

locandina conferenza corso antropologia 2023Al via le iscrizioni per l’Anno Accademico 2022-2023 dell’Università Popolare di Roma che vede la nuova edizione del corso di Antropologia La scimmia nuda. Incontri alla scoperta del divenire umani tenuto dalla Dott.ssa Flavia Salomone [Codice corso 69291 – La Scimmia nuda. Incontri alla scoperta del divenire umani – Università popolare di Roma (upter.it)]

Il corso si prefigge l’obiettivo di diffondere le conoscenze antropologiche per offrire gli elementi basilari alla comprensione delle origini dell’umanità e del suo percorso evolutivo. Le 10 lezioni, che si svolgeranno il lunedì alle 17:00, avranno un approccio sia teorico che pratico e prevedono visite esterne. Dopo un breve excursus sull’origine storica delle discipline antropologiche, verrà proposto un affascinante viaggio tra i mille volti presenti e passati dell’umanità; verranno illustrati i metodi di studio scientifico di un campione scheletrico umano in tutte le sue fasi dallo scavo alla conservazione e catalogazione.
L’ultima lezione si svolgerà al sito pleistocenico di Casal de’Pazzi.

69291FLAVIA SALOMONE [Roma, 1965] vive e lavora a Roma. Biologa e antropologa fisica, di lei dicono che faccia parlare i fossili.
Dalla ricerca nel campo della biologia delle popolazioni del passato, per lo più antichi romani, alla divulgazione scientifica, ha come obiettivo quello di coinvolgere e appassionare alle conoscenze delle scienze antropologiche i più attraverso attività che vanno dagli 8 ai 99 anni. Per prima in Italia ha introdotto il Darwin day per i più piccoli al Museo di Antropologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.




Repubblica Dominicana. La leggenda della “ciguapa”

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downloadLa Ciguapa (da Nahuatl, cihuatl, donna), chiamata anche Siguapa o Ciguaya, è una mitica creatura femminile, simile a una donna indiana, che cammina con i piedi capovolti. Emette ululati simili al titeo della pernice. Secondo la mitologia o la leggenda, esce di notte, al limite delle correnti d’acqua, e può stregare gli uomini. In ogni caso, con l’aiuto di un cane bianco, le ciguapas possono essere catturate nelle notti di luna crescente, anche se la loro prigionia è un tale peccato che finiscono per morire. Sono anche classificati come maboyas.

I primi riferimenti all’origine della ciguapa in quanto tale siano tratti dalla letteratura fornita nel XIX secolo, il primo di essi nel 1866 dallo scrittore dominicano Francisco Javier Angulo Guridi (1816-1884), che introdusse l’attuale indianista in dominicano letteratura con il suo dramma Iguaniona (scritto nel 1867) e i temi della leggenda locale come il racconto “La Ciguapa”, scritto nel 1866.

Il soggetto della ciguapa è molto più antico, tanto che alcuni ricercatori lo collocano in epoca coloniale mentre per altri la sua origine risale all’epoca preispanica.

Per Fray Cipriano de Utrera (1886-1958) che ne scoprì l’esistenza nel 1911, a proposito del mito caraibico dice quanto segue: “Poiché una tale proprietà dei piedi reversibili dovrebbe necessariamente essere detta di una specie animale non umana, è considerata da tutti una bufala e tale che non ricordiamo di aver letto nulla scritto sulla Ciguapa”

Utrera ricorda di seguito: “Il vescovo Alejandro Geraldini lo ridusse a un rapporto di somiglianza con i dipinti che in Spagna e in Italia i principali popoli avevano come strani esseri, il quale dice nel suo “Itinerarium ad Regiones sub Equinoctiali” PIago constit. ed. del 1637, libro XV, p. 218: “Che in una parte molto remota dell’Isola al Nord, davanti a un monte altissimo e assolutamente inaccessibile, ci sono degli uomini selvaggi, con tutto il corpo coperto di lunghi capelli, tranne i piedi, le mani, le ginocchia e volto, come si vedono dipinti nei corridoi e negli atri delle case dei principali personaggi della Spagna e dell’Italia, e che tali uomini evitano ogni comunicazione con altri uomini, e se per caso scendono nella pianura e si offrono di vedere qualsiasi viaggiatore, con grande velocità raccolgono la montagna che non c’è cavallo con cui seguirli, che può essere più veloce di quei selvaggi.” (Gabriel Atiles 2013)

Questa creatura fa parte principalmente del folklore della Repubblica Dominicana, di Cuba, di Porto Rico3 e persino dell’America centrale.

Per molti, l’origine di questa creatura è sconosciuta. Tuttavia, è stata avanzata l’ipotesi che sia  africana. Il problema sta nel tardo sviluppo della leggenda e nella sua assenza in altre popolazioni afroamericane, inclusa Haiti. Altri credono che la sua origine derivi dai Ciguayos de Quisqueya, noti per essere i guardiani dell’isola contro l’arrivo dei Caribi, poiché attaccavano sempre il lato dell’isola che abitavano, la baia di Samaná. Si dice che per questo motivo dovessero essere preparati agli attacchi dei Caribi in qualsiasi momento e che lo facessero con i piedi rivolti verso il mare e il resto del corpo rivolto verso dove stavano guardando in quel momento. Quindi, la Ciguapa ha i piedi nella direzione opposta alla sua vista.

Le origini della Ciguapa, tuttavia, possono in realtà essere collegate all’arrivo di Cristoforo Colombo e all’invasione dei conquistatori spagnoli. Dopo la conquista spagnola, molti Taínos furono ridotti in schiavitù, motivo per cui i Taínos fuggirono.

Esiste una leggenda dei Ciguapa che potrebbe essere messa in relazione con gli ultimi superstiti dei Taínos, coloro che andarono a nascondersi tra le montagne, seppellendosi in cunicoli e caverne per non essere catturati dagli spagnoli: secondo la storia, una donna fu visto uscire da una grotta, ed è stata descritto come una donna con i capelli lunghi, la pelle bianca, gli occhi azzurri e che camminava seminuda.

La Ciguapa è un essere mitico che appare nelle zone rurali della Repubblica Dominicana, ma si parla anche di Ciguapas a Holguín, Cuba. Forse potrebbe essere un personaggio che potrebbe essere stato portato dai dominicani che sono andati a combattere per l’indipendenza cubana.

Il ciguapo
Si dice che esista anche il Ciguapo, che è una specie di Gallo girato sul dorso con il dorso piumato e sul petto ha seni di donna, che compare nei ranch, nei boschi




Missione italiana scopre il muro di Hammurabi, avamposto di Babilonia

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122014933 a3804b20 121e 4a2b 910f 41bf54023bb0Nel trentottessimo anno del suo regno, nel secondo millennio prima di Cristo, Hammurabi aggiungeva un altro pezzo al suo ‘impero’ e lo consolidava, a nord di Babilonia, con un avamposto militare. La conferma arriva dalla scoperta di una porta e di una cinta muraria monumentali, quest’ultima di sei metri di spessore, nel sito iracheno di Tell Muhammad a Baghdad.

“Hammurabi – spiega all’AGI l’archeologo Nicola Laneri, che ha diretto gli scavi – porta la capitale a Babilonia e inizia una serie di campagne militari verso sud, nord e est: è una conquista territoriale importante, anche se non si può propriamente parlare di impero. Nella fase finale del suo regno, Hammurabi conquista questi territori a nord di Babilonia”.

archeologia impero hammurabi scoperta porta monumentale
© Università di Catania

Il team di ricercatori dell’Università di Catania

Indagato dal leggendario archeologo Austen Henry Layard, il sito di Tell Muhammad mostra già la sua importanza intorno al 1850, quando l’inglese trova degli intarsi con iscrizioni hammurabiche. Negli anni ’70 e ’80 del secolo successivo gli iracheni portano alla luce l’area sacra e 300 tavolette in cui viene menzionata la formula “38 anni dopo” e una serie di iscrizioni successive a questa interpretate come “…la caduta di Babilonia”.

“Era – spiega Laneri – l’unica iscrizione in grado di definire quando la Babilonia hammurabica crollò, a opera di un sovrano ittita”. E’ molto probabile, invece, che quel ‘trentotto’ si riferisca alla realizzazione dell’insediamento nel trentottessimo anno del regno di Hammurabi. “La nostra scoperta – dice Laneri – sembra confermare questa ipotesi”.

Gli scavi indicano anche altre direzioni in cui indirizzare la ricerca, che potrebbe tracciare Baghdad come una città d’acqua. “Tell Muahammad – dice Laneri all’AGI – sta all’interno di un reticolo di insediamenti collegati probabilmente da canali. Abbiamo notato che al di fuori della cinta muraria, vi era un canale che collegava Tell Muhammad con il Tigri e un altro lo collegava con la Diyala, altro affluente del Tigri. Studi recentissimi stanno dimostrando che la città mesopotamica era segnata fortemente dai canali, che la dividevano disegnando dei quartieri. I canali, verosimilmente, entravano all’interno delle porte urbiche, che non servivano dunque solo come limite per le strade: su questo versante inizieremo una ricerca attraverso le fotografie aeree degnmi anni 50 e 60, che ci permetteranno di avere contezza del paesaggio urbano di Baghdad prima dell’esplosione urbana, che ancora oggi distrugge molti insediamenti antichi. Le autorità irachene ci chiedono di salvaguardarle”.

archeologia impero hammurabi scoperta porta monumentale
© Università di Catania

La porta monumentale scoperta da Laneri, docente di Archelogia e Storia dell’Arte del Vicino oriente all’Università di Catania, e dalla sua squadra di ricercatori, è “in realtà una porta d’acqua, che si trovava sul canale, con una canaletta di scolo in ceramica che proveniva dall’aera del tempio e la collegava probabilmente aree della città. Più della porta è monumentale il muro che Hammurabi crea lungo la frontiera settentrionale del territorio di Babilonia”.
La missione archeologica guidata da Laneri è una delle 18 italiane che lavorano in Iraq da diversi anni, facendo della cultura il vettore di una rinascita dai disastri della guerra.

 

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© Università di Catania

“Abbiamo – sottolinea Laneri all’AGI – una straordinaria presenza diplomatica con l’ambasciatore Maurizio Greganti, con una grande passione per l’archeologia e un progetto: un parco archeologico nella capitale irachena. Ci sono difficoltà sia economiche sia logistiche, naturalmente, ma a gennaio tornerò in Iraq per parlarne con lui. Il rapporto con le autorità irachene, tra l’altro, e’ spettacolare; hanno una gran voglia di emergere dalla guerra e dalle lotte intestine. Vivendo fuori dalla green zone, vediamo una città che sta per epslodere a livello economico, e oggi l’Italia rappresenta un’eccellenza in Iraq per la gestione di quel patrimonio culturale, immenso ma in pessime condizioni. C’è un popolo aperto, con una nuova generazione che vuole tornare alla normalità.

L’unico problema, verrebbe da dire riprendendo ‘Johnny Stecchino’, è il traffico. Questa diplomazia ci rende fieri. Americani, francesi, inglesi e tedeschi non hanno questo tipo di rapporto con gli iracheni, che viaggia con la diplomazia e la cultura”.

agi.it




Canada. Drumheller, un portale per il passato preistorico

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img 1288Si tratta di un viaggio relativamente breve di 110 chilometri da Calgary verso nord-est per raggiungere la città di Drumheller sul fiume Red Deer nelle Badlands dell’Alberta centro-orientale. Uno spaventoso e colossale Tyrannosaurus Rex si nasconde in agguato all’estremità sud del ponte stradale sul fiume Red Deer all’ingresso della città. Per fortuna, il mostro preistorico alto 26 metri non può nuocere a nessuno: è realizzato in fibra di vetro ed è la più grande riproduzione al mondo del suo genere.

Una volta, Drumheller era la maggiore città produttrice di carbone nel Canada occidentale e ora è una fiorente località turistica che offre numerose attrazioni e visite alla miniera di carbone Atlas Mine e ad altri musei che ruotano sulla storia dei tempoi della estrazione del carbone.

Ma una visita a Drumheller significa anche un viaggio in un’era preistorica, in un mondo scomparso da tempo, metà sogno e metà incubo. Ai margini del Midland Provincial Park, il Royal Tyrrell Museum of Paleontology ospita la più grande collezione di fossili di dinosauri e riceve quasi 400.000 visitatori ogni anno. Ci sono ricostruzioni a grandezza naturale di dinosauri e creature marine preistoriche. Sono esposte ossa di dinosauro ben conservate, gigantesche ammoliti, insetti e molte altre forme di vita animale e vegetale.

img 1289Il Museo offre un’esperienza sensoriale completa in ambienti ricreati, consentendo ai visitatori di sperimentare uno scorcio di come si è svolta la vita sul pianeta primitivo che ora chiamiamo Terra.

Oltre cento milioni di anni fa, per la maggior parte del Cretaceo, le province delle praterie dell’Alberta e del Canada si trovavano in profondità sott’acqua. Un gigantesco mare interno, il Western Interior Seaway, circondato da foreste tropicali, collegava l’Oceano Artico al Golfo del Messico.

Enormi creature prosperarono, dominarono la loro epoca e poi incontrarono l’estinzione durante icataclismi apocalittici. A ovest del mare, il subcontinente di Laramidia fu un rifugio per la vita preistorica.

C’è una tale abbondanza di fossili nelle Badlands dell’Alberta che il governo provinciale ha promulgato leggi per regolamentare il loro rinvenimento. Testimonianze del passato preistorico emergono dalla terra come da un grembo aperto: resti fossilizzati quasi intatti di animali grandi e piccoli, denti e frammenti ossei, conchiglie marine intatte e delicatamente intrecciate e piante fiorite.

img 1284Le lucide vetrine del Tyrrell Museum ospitano un cucciolo di dinosauro ancora con ciuffi di piume e pelo, enormi uova che non si sono mai schiuse e carcasse così ben conservate che sono ancora visibili frammenti di pelle. I resti fossilizzati di centinaia di pesci preistorici che morirono insieme a causa di una siccità improvvisa formano un disegno intricato e affascinante sul calcare che li avvolge, quasi come un bassorilievo.

Nell’era mesozoica un evento catastrofico causò un’estinzione di massa. Tutte quelle creature possenti e terrificanti sono scomparse per sempre. Passarono milioni di anni e nuova vita si formò sulla Terra. I fossili ci ricordano che tutto è transitorio sul nostro pianeta, sulla nostra  dimensione finita, sulle nostre vite. Una visita al Museo Tyrrell è per molti una occasione di riflessione e un motivo di comprendere l’essenza dell’ umiltà.




La nascita della Sicilia e la storia del suo nome

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313968307 570254028435864 4528780978661836826 nUn’antica leggenda greca narra di come la Sicilia sia nata dalla creatività di 𝒕𝒓𝒆 𝒏𝒊𝒏𝒇𝒆.
Queste, vagando per terra e per mare, raccolgono la terra più fertile, i fiori più belli, le piante e i frutti più buoni. Quando giungono sotto un cielo limpido e azzurro, gettano ai loro piedi tutto ciò che avevano raccolto e iniziano a danzare, come inebriate da una irrefrenabile gioia. A ogni loro movimento si formano terre, fiumi, boschi rigogliosi e spiagge di grande bellezza; i punti ove le ninfe danzano s’innalzano diventando dei promontori che, uniti, formano un triangolo: a Ovest, 𝒄𝒂𝒑𝒐 𝑳𝒊𝒍𝒊𝒃𝒆𝒐 (Marsala); a Est, 𝒄𝒂𝒑𝒐 𝑷𝒆𝒍𝒐𝒓𝒐 (Messina) e a Sud, 𝒄𝒂𝒑𝒐 𝑷𝒂𝒔𝒔𝒆𝒓𝒐 (Pachino).
Scrive di questa leggenda Enrico Mauceri:
“𝘋𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢 𝘵𝘳𝘦 𝘷𝘦𝘳𝘵𝘪𝘤𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘯𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘚𝘪𝘤𝘪𝘭𝘪𝘢 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘮𝘦 𝘥𝘪 𝘛𝘳𝘪𝘲𝘶𝘦𝘵𝘳𝘢 𝘰 𝘛𝘳𝘪𝘯𝘢𝘤𝘳𝘪𝘢, 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘦𝘥𝘦, 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘪𝘯 𝘦𝘱𝘰𝘤𝘢 𝘦𝘭𝘭𝘦𝘯𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢, 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘱𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘢 𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢𝘭 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰, 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘢 𝘨𝘰𝘳𝘨𝘰𝘯𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘵𝘳𝘦 𝘨𝘢𝘮𝘣𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘶𝘵𝘢 𝘱𝘰𝘪 𝘪𝘭 𝘴𝘪𝘮𝘣𝘰𝘭𝘰 𝘶𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘪𝘴𝘰𝘭𝘢“.
Un’altra leggenda che racconta la nascita dell’isola parla di una bellissima ma sfortunata 𝒑𝒓𝒊𝒏𝒄𝒊𝒑𝒆𝒔𝒔𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝑳𝒊𝒃𝒂𝒏𝒐 di nome Sicilia. Alla sua nascita, un oracolo predice che verrà divorata da un mostro di nome Greco-Levante al compimento dei 15 anni d’età. Per scongiurare questo pericolo, i genitori della principessa la lasciano partire per il mare non appena raggiunta l’età prestabilita.
Dopo tre mesi di navigazione, la principessa arriva su una spiaggia meravigliosa e si incammina verso l’interno, scoprendo una terra calda e piena di fiori, di frutti e profumi, ma assolutamente deserta. All’improvviso appare un 𝒃𝒆𝒍𝒍𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒈𝒊𝒐𝒗𝒂𝒏𝒆 che la conforta e le offre ospitalità e amore, spiegando come tutti gli abitanti siano morti a causa di una peste.
Il ragazzo si prese cura della principessa e le riferì che era stato il volere degli dei che i due si incontrassero, perché essi desideravano per quella terra un popolo nobile d’animo, gentile e forte, migliore rispetto a quello che fu sterminato dalla pestilenza.
Erano dunque stati proprio gli dei ad averli scelti perché ripopolassero quella terra ormai deserta che prese il nome di Sicilia e la sua gente crebbe forte e gentile, occupando le cose e i monti.
Entrambe le storie richiamano il potere creativo, generativo e fecondo della Sicilia e rappresentano una componente forte della cultura popolare e delle tradizioni dell’isola nell’espressione di un messaggio di speranza e di rinascita tanto caro alla nostra terra
Marianna Aiello



Santo Domingo: chi arrivò molto prima di Colombo

hallazgo determina quienes habitaron primero la isla

hallazgo determina quienes habitaron primero la islaSebbene si possa credere che i Taíno siano stati i primi ad abitare l’isola di Santo Domingo, la verità è che più di cinquemila anni fa, prima dell’arrivo dell’ammiraglio Cristoforo Colombo, questo territorio era occupato da un altro gruppo arcaico.

Resti umani recentemente ritrovati in un sito archeologico a Samaná, a nord-est della Repubblica Dominicana, risalgono a 5.300 anni fa, secondo i test al carbonio 14 a cui sono state sottoposte le ossa, la cui età si credeva fosse molto più bassa, circa 3.000 anni.

Questa scoperta significa che i primi coloni sull’isola non furono i Taino, ma piuttosto i loro antenati. Si tratta di un gruppo chiamato dagli archeologi come i “casimiroidi”, provenienti dal Sud America, probabilmente dal Venezuela.

Questo gruppo costituisce la prima delle cinque grandi migrazioni esterne dei primi coloni delle Antille.

“La storia dominicana ha un viaggio enorme che inizia molti secoli prima dell’arrivo di Colombo, ha una grande ricchezza di culture che si mescolavano tra loro”, ha detto l’archeologo Adolfo López, che guida il team che conduce le indagini a Samaná. .

I “casimiroidi” vivevano sull’isola e si mescolavano con altri che arrivarono da altre parti dell’America migliaia di anni dopo.

“Da lì si crea una cultura mista che si evolve e dà origine alla cultura Taino, che è quella che Colombo trovò 530 anni fa quando arrivò sull’isola”, ha aggiunto l’archeologo.

Questa miscela si stabilì sulla costa orientale e settentrionale dell’isola e insieme divennero discendenti dei Taínos, il gruppo etnico che il navigatore genovese incontrò quando arrivò sull’isola nel 1492.

Il Monumento Naturale di Cabo Samaná è il sito più antico della Repubblica Dominicana con 5.300 anni. È l’unico sito nei Caraibi in cui è stata trovata un’area cimiteriale intatta con resti umani associati a un’abitazione o un’area abitativa.

López ha aggiunto che la scoperta di questo antico cimitero ha permesso loro di studiare i primi coloni dell’isola, così come le loro caratteristiche, i costumi e la composizione del loro DNA, che li aiuterà a conoscerne l’origine.

“Queste persone provenivano dal continente americano, probabilmente dal Venezuela, in canoa, hanno fatto migrazioni molto complesse che hanno richiesto una grande organizzazione”, ha sottolineato.

L’archeologo spiegò che quando questi antenati arrivarono sull’isola, dovevano creare un sistema di sussistenza, che era fondamentalmente basato sulla caccia agli animali, sulla raccolta di molluschi terrestri e marini e forse su un’agricoltura alquanto primitiva.

“Cacciavano animali ormai estinti sull’isola, come il parocnus o bradipo e gli hutia (…), costruivano anche utensili in pietra, raccoglievano frutti ed è possibile che utilizzassero qualche tipo di agricoltura, anche se questo non è ancora stato definitivamente confermato”, ha spiegato.

La ricerca svolta nel Monumento Naturale di Cabo Samaná ha il patrocinio del Museo dell’Uomo Dominicano, della Direzione Nazionale dei Musei e del Vice Ministero delle Aree Protette della Repubblica Dominicana e di altre entità internazionali come l’Istituto Guahayona e l’Università di Harvard.

tradotto da Listin Diario