L’IILA in Messico per Mondiacult

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3iilamexLa Segretaria Generale dell’IILA Antonella Cavallari, accompagnata dal Segretario Culturale Jaime Nualart, ha partecipato alla Conferenza mondiale UNESCO sulle politiche culturali e sviluppo sostenibile – MONDIACULT 2022, svolta a Città del Messico dal 28 al 30 settembre scorsi.
Con questa iniziativa, l’UNESCO ha invitato la comunità internazionale a riflettere sulla centralità delle politiche culturali per affrontare efficacemente le sfide globali e a considerare la cultura come bene pubblico globale, che dovrebbe diventare l’Obiettivo 18 dell’Agenda post-2030 per lo sviluppo inclusivo e sostenibile.
Cavallari ha incontrato in questa occasione numerosi e autorevoli interlocutori: la Ministra di cultura della Colombia, Patricia Ariza, il Direttore Generale dell’INAH – Instituto Nacional de Antropología e Historia del Messico, Diego Prieto, la Vice Ministra del Costa Rica, Vera Vargas, la Ministra di Cultura dell’Ecuador, M. Elena Machuca; la Vice Ministra di cultura del Perù, Janie Marile Gómez; il Ministro di cultura dell’Argentina, Tristán Bauer; la Directora general de patrimonio cultural del Paraguay, Maricarmen Couchonnal; il Subsecretario de Asuntos Exteriores del Messico, Maximiliano Reyes Zuniga.
Al centro delle bilaterali le iniziative IILA volte a valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale dei propri paesi membri come fonte di identità, e a promuovere la cultura come motore di sviluppo e sostenibilità.
Intervenendo poi alla colazione di lavoro organizzata dalla SEGIB-Secretaría General Iberoamericana con tutti i Ministri di cultura iberoamericani, Cavallari ha presentato gli obiettivi delle principali iniziative culturali realizzate dall’IILA. (aise) 




Luigi Balzan, un naturalista nelle foreste amazzoniche

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balzan luigi 300x225 1«Non parlo del clero di questi paesi perché bisognerebbe scriverne un volume». Con queste sferzanti parole, dirette ai religiosi boliviani, Luigi Balzan descrive la sua avventurosa esperienza nel cuore del Sudamerica e la sua personale opinione sull’operato degli uomini del clero in quelle remote zone della Bolivia.

….«Che moralità quella di certi preti, che carità cristiana»! Balzan ha appena assistito ad una funzione religiosa nella settimana santa, svoltasi ad Exaltaciòn de la Cruz, funzione conclusasi con un sacerdote che aveva insultato le donne presenti, e non può trattenere tutta la sua ira per le misere condizioni in cui vengono tenuti gli indios Mojos dagli amministratori della zona e dagli uomini della chiesa. Ma Balzan è soltanto un esploratore ed un naturalista, uno dei pochi uomini di scienza italiani che hanno raggiunto il cuore del subcontinente sudamericano e le sue osservazioni può soltanto depositarle sulla carta, lasciando una traccia indelebile nella valutazione dei posteri.

image001Siamo in Bolivia, intorno  all’anno 1892 e lo studioso italiano osserva con rammarico il regresso degli indios, educati con pazienza dai gesuiti e affidati al clero secolare – dopo l’allontanamento della Compagnia di Gesù  con la speranza di un proseguimento della paziente opera missionaria. Speranza talmente malriposta, secondo quanto osservato dallo scienziato, da innescare ripetuti tentativi di ribellione dei nativi, ribellioni soffocate metodicamente nel sangue. E non sarà l’unica nota negativa che Balzan riporterà in Italia dalla sua spedizione scientifica. Partito da Asunciòn il 30 dicembre del 1890, Luigi Balzan si inoltra nelle regioni centrali del Sudamerica con il finanziamento della Società Geografica Italiana. Egli attraversa il

Paraguay, l’Argentina, il Cile ed il Perù  per arrivare nel cuore della Bolivia settentrionale, per  esplorarne le Yungas ovvero il versante orientale delle Ande e la regione percorsa dal Beni dal Marmoré, due fiumi appartenenti al bacino del Rio delle Amazzoni. Sarà di fatto tra i primi esploratori ad attraversare il Gran Chaco.

img 1 small517Attento studioso della biologia, Balzan raccoglie numerose nozioni scientifiche sulla zoologia, la botanica e la fitogeografia delle zone attraversate raccogliendo il tutto nel resoconto pubblicato sul Bollettino della Società Geografica Italiana e in un volume pubblicato nel 1932. Balzan però si trasforma, nella sua spedizione americana, anche in un involontario giornalista e sociologo, etnografo e antropologo, registrando fedelmente tutte le stridenti contraddizioni che compongono la società sudamericana di fine 800, soprattutto quella residente nei territori di frontiera, al confine della società “civile” occidentale. E non è un bel quadro, quello che realizza l’italiano sulle condizioni di vita indigena nelle zone da lui attraversate.

Primitive e povere, queste le prime sensazioni sulle terre visitate. Per il naturalista la zona centrale del Sudamerica è una vera miniera di risorse, che sono ben lontane dall’essere valorizzate, mancando una qualsiasi forma di rete di comunicazione. Siamo in un paese, la Bolivia, che nel fine secolo Ottocento è interessato soltanto a sfruttare al massimo la sua ricchezza mineraria e che per essa tralascia qualsiasi altra forma di sviluppo e di promozione produttiva. È la miseria che regna sovrana nella Bolivia “dimenticata”, con un’agricoltura ridotta al livello di pura assistenza, e con uno spietato sfruttamento della popolazione indigena da parte dei bianchi, in un contesto che assomiglia moltissimo a quello della frontiera nordamericana e dell’epopea dei cercatori d’oro californiani. Il biologo impegnato nelle sue attività scientifiche, si trasforma quindi involontariamente in una fonte eccezionale per gli studi etnografici.

Nato il 30 gennaio del 1865 a Badia Polesine, fin da giovanissimo Luigi rivela un grande interesse per i vari aspetti della natura che lo circonda, e si appassiona all’entomologia e alle attività naturalistiche. Frequenta l’Università degli Studi di Padova conseguendo nel 1885 la laurea in scienze naturali. Nell’ateneo veneto conosce anche Giovanni Canestrini, direttore del gabinetto di zoologia e anatomia comparata.

202002200500 foret amazonienne 1200x627Prima di arrivare in Paraguay come docente di Fisica e Scienze Naturali al Colegio Nacional di Asunciòn, Luigi Balzan nel 1987 coglie l’occasione per approfondire la propria passione decidendo di partecipare a una spedizione scientifica diretta in America del Sud e che lo porta  come prima tappa in Argentina. Rimasto inizialmente nella capitale Buenos Aires, dopo aver assunto l’incarico di riordinare il locale Museo di Storia Naturale si trasferisce in seguito a Plata, e infine  ad Asuncion  dove concentra i suoi studi aracnologici sull’ordine Pseudoscorpionida raccogliendo  numerosi esemplari zoologici per il Museo Civico di Scienze Naturali di Genova.  Il viaggio verso la Bolivia viene quindi partorito proprio in terra americana, terra nella quale il giovane esploratore trova  il suo habitat più consono e nella quale sopravvive, nella seconda metà dell’Ottocento una comunità italiana ridotta ai minimi termini.

md19199212853Giunti in terra boliviana con la costruzione di una linea ferroviaria tra Salar e Antofagasta, i gruppi familiari italiani si erano infatti dispersi soprattutto nel Cile, dove avrebbero trovato uno tra i paesi più brillanti del continente americano. In terra boliviana rimangono un centinaio di persone, quasi tutte in condizioni economiche problematiche. Soltanto nella città di La Paz si affermano ditte di tessuti con il nome tipicamente italiano: Torti, Vignolo e C., Mazzolini affacciano le loro botteghe sulle vie principale della capitale sudamericana. Anche nei generi alimentari e nelle drogherie si ritrovano tracce dell’intraprendenza italica: i Lorini, i Cesarino, i Linale, i Marchetti contribuiscono a lasciare segni significativi in uno stato sudamericano uscito sconfitto anche dalla guerra con il vicino Cile. Diversi nomi italiani si ritrovano invece tra le file del clero (francescani e salesiani), impegnato a riorganizzarsi, nelle foreste e nelle montagne boliviane, attingendo al  modello delle missioni gesuitiche dei Sei e Settecento.  Balzan trascorre oltre un mese nelle missioni di Mosetenes del Beni e una settimana in quelle Guarayo del dipartimento di Santa Cruz, approfondendo la sua personale conoscenza della materia: lo scienziato descriverà poi nelle sue relazioni l’organizzazione di tali missioni, imperniate sempre sulla grande deferenza riservata al capomissione.  Durante il suo viaggio esplorativo lo scienziato di Badia Polesine si imbatte in molte situazioni sociali scabrose.

s l500«L’uomo è calcolato una macchina, e tanto più si apprezza quanto più è giovane, perché si calcola che ha meno probabilità di morire». Le acute osservazioni di Balzan vengono scritte osservando le miserabili vite dei “gomales”, gli addetti all’estrazione della gomma (conservate nel Museo civico di Scienze Naturali di Genova). Con queste osservazioni, Balzan si congeda da quel mondo surreale non prima di essersi soffermato ad osservare i “mozos”, utilizzati dai potenti latifondisti sudamericani: retribuiti con pochi pesos; o addirittura con marche di metallo da cambiare (con relativa svalutazione del valore effettivo), questi sfortunati lavoratori delle foreste amazzoniche devono perennemente saldare i loro debiti contratti per acquistare beni di prima necessità. Anche per i “gommeros”, i padroni, la vita nelle foreste è del resto alquanto dura e viene esorcizzata con fiumi e fiumi di alcool, e con i giochi d’azzardo.

Dopo due anni di viaggio avventuroso nelle foreste sudamericane, nel 1893  Luigi Balzan rientra in Italia con un prezioso corredo di materiale scientifico. Dona la sua raccolta di rettili, pesci e insetti al Museo Civico di Storia Naturale di Genova. Nella sua mente, il rientro in Italia rappresenta in realtà solo un momento di preparazione alla nuova spedizione esplorativa che vorrebbe effettuare da lì a pochi mesi. Nel settembre 1893, mentre si prepara a ripartire per l’America con un programma di nuove esplorazioni, muore però per un attacco di febbre malarica  contratta nel suo ultimo viaggio. Ad appena ventotto anni.

La sua eredità scientifica per fortuna non è andata persa. Arnaldo Fraccaroli ha raccolto e pubblicato il Viaggio di esplorazione nelle regioni centrali del Sud America (Milano 1931), attingendo agli scritti pubblicati dal Balzan nel Bollettino della Società Geografica Italiana.

Badia Polesine ha affidato invece allo scultore Angelo Viaro la realizzazione di un busto commemorativo, inaugurato il  27 settembre 1931 .

 

 

 

 




“Scava e impara”. Il nuovo exibit multimediale del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II verrà inaugurato il 3 maggio

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diapositiva 1Martedì 3 maggio 2022 alle ore 10.00 il Centro Musei dell’Università di Napoli Federico II inaugura il nuovo exibit multimediale “Scava e impara” con un evento dal titolo “La terra racconta. Un giorno da archeologi preistorici” rivolto agli alunni delle scuole elementari e medie.

Da sempre il ruolo del Centro Musei è stato quello di valorizzare le proprie collezioni come strumenti utili al pubblico per accrescere le proprie conoscenze e sviluppare nuove competenze. Nel Museo di Antropologia, l’allestimento e i percorsi educativi, rivolti alle scolaresche e al pubblico generico, sono pensati per stimolare riflessioni sulle principali tematiche delle Scienze antropologiche e in particolare sulla nostra origine ed evoluzione, dalla preistoria a oggi.

In tale ottica, il Centro Musei è sempre alla ricerca di nuove strategie per coinvolgere attivamente gli studenti, in modo particolare i più piccoli. Considerato il positivo riscontro ottenuto dall’exhibit multimediale “Scava e impara” a tema paleontologico ideato dal Museo di Paleontologia, il Museo di Antropologia ha realizzato un nuovo exhibit a carattere antropologico. I piccoli visitatori si cimenteranno come dei veri professionisti in uno scavo archeologico alla ricerca di manufatti e oggetti d’arte dell’uomo preistorico. Grazie all’ausilio di supporti multimediali riconosceranno i reperti ritrovati e, rispondendo ad alcuni quesiti, verificheranno le loro conoscenze sull’evoluzione dell’uomo.

Nell’ambito dell’iniziativa, interverrà l’antropologa e divulgatrice scientifica Flavia Salomone che da anni collabora con il Museo di Antropologia. L’evento inizierà al Real Museo Mineralogico, in Via Mezzocannone 8, con i saluti istituzionali del Direttore del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche, Prof. Piergiulio Cappelletti, e proseguirà con l’intervento della Dott.ssa Salomone dal titolo “La terra racconta. Oggetti e antenati narrano l’evoluzione umana” in cui sarà approfondito il ruolo delle mani nel percorso evolutivo della specie umana e il suo impatto sull’ambiente.




Balkanatolia, il continente dimenticato di 50 milioni di anni fa

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unnamedAGI – Un continente dimenticato, nell’area che oggi copre i Balcani e l’Anatolia: è quanto ha scoperto un team di paleontologi e geologi francesi, americani e turchi guidati da ricercatori del CNRS Delegazione Parigi Michelangelo. La scoperta cambia la mappa finora conosciuta delle colonizzazioni e delle migrazioni delle specie esistenti 50 milioni di anni fa.

Battezzato Balkanatolia, era anticamente popolato da una fauna molto particolare.  Secondo gli scienziati, avrebbe permesso ai mammiferi dell’Asia di colonizzare l’Europa 34 milioni di anni fa. I risultati sono stati pubblicati Earth Science Reviews. Per milioni di anni durante l’Eocene (55-34 milioni di anni fa), l’Europa occidentale e l’Asia orientale formarono due masse continentali distinte con faune di mammiferi molto diverse: le foreste europee ospitavano una fauna endemica con, ad esempio, paleothera (un gruppo estinto lontanamente imparentato con i cavalli odierni, ma più simile ai nostri tapiri), mentre l’Asia era popolata da faune piu’ cosmopolite comprese le famiglie di mammiferi che si trovano oggi in questi due continenti.

Sappiamo che circa 34 milioni di anni fa, l’Europa occidentale fu colonizzata da specie asiatiche, portando ad un importante rinnovamento della fauna vertebrata e all’estinzione dei suoi mammiferi endemici: un evento brutale chiamato “Big cut”. Sorprendentemente, i fossili trovati nei Balcani indicano la presenza di mammiferi asiatici nell’Europa meridionale molto prima del Grande Spartiacque, suggerendo una precedente colonizzazione.

I ricercatori del CNRS forniscono una risposta a questo paradosso. Per questo, hanno esaminato le precedenti scoperte paleontologiche, alcune risalenti al XIX secolo, a volte rivalutando la loro datazione alla luce dei dati geologici attuali. Questo esame rivela che per gran parte dell’Eocene, la regione corrispondente agli odierni Balcani e Anatolia era dotata di una fauna terrestre omogenea, ma distinta da quella dell’Europa e dell’Asia orientale. Questa fauna esotica includeva, ad esempio, marsupiali con affinita’ sudamericane ed embritopodi (grandi mammiferi erbivori simili agli ippopotami) che erano stati precedentemente trovati in Africa. La regione doveva quindi costituire un’unica massa continentale, separata dai continenti vicini.

I ricercatori hanno anche scoperto una nuova localita’ fossilifera in Turchia (Buyukteflek) datata da 35 a 38 milioni di anni fa, che ha visto proliferare mammiferi con affinita’ chiaramente asiatiche, i più antichi conosciuti fino ad oggi in Anatolia. Si tratta di frammenti di mascelle appartenute ad animali somiglianti a grandi rinoceronti, i brontotheres, che si estinsero alla fine dell’Eocene.

Tutte queste informazioni consentono di delineare la storia di questo terzo continente eurasiatico, incuneato tra Europa, Africa e Asia, e chiamato dal team “Balkanatolia”. Già presente 50 milioni di anni fa e dotato di una fauna unica, fu colonizzato 40 milioni di anni fa dai mammiferi asiatici grazie a cambiamenti geografici ancora da chiarire. 34 milioni di anni fa, fu senza dubbio la grande glaciazione responsabile della formazione della calotta glaciale antartica che, abbassando il livello del mare, unì la Balkanatolia all’Europa occidentale e diede origine alla “Grande Rottura”.




“Andes Perù Expedition 2022”: conclusa con successo la missione italiana per conoscere e raccontare il popolo Q’eros

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23querosBOLOGNA\ aise\ – La missione “Q’eros. Gli ultimi Inca – Andes Perù Expedition 2022”, coordinata da Valerio Ballotta, si è conclusa con il rientro in Italia, nella notte del 20 febbraio, dei quattro ricercatori e fotografi da un impegnativo itinerario nel cuore del Perù andino.
La spedizione italiana ha portato a termine un lavoro importante per la conoscenza di questo popolo peruviano discendente dagli Inca, che era uno dei principali obiettivi da raggiungere.
Valerio Ballotta, responsabile della missione, ha descritto come “unica e per certi versi irripetibile” l’esperienza nel villaggio Q’ero e nell’altipiano andino dove vive questa gente.
La spedizione, dopo essere stata a Cuzco a 3.300 m., si è gradualmente spostata in località fra i 3.700 e 3.900 metri s.m. per due giorni, in modo da acclimatare il fisico a quote maggiori. A seguire si è raggiunto Paucartambo nella regione di Cuzco, che segna di fatto il confine fra il mondo “civilizzato“ e questo altopiano andino che si raggiunge dopo 4 ore di pulmino, arrivando al primo villaggio Q’ero.
“La strada per raggiungere Paucartambo”, racconta Ballotta, “si snoda fra le Ande su strade impraticabili e non sicure, ma con panorami mozzafiato, fra i 4.000 e 4.500 metri dove si trova il primo avamposto Q’eros, il villaggio di Chua Chua. Da lì, dopo ore di camminate, abbiamo raggiunto le prime famiglie nelle loro tipiche case: i muri di fango e pietra sostengono i tetti di paglia. Fin dal primo incontro, con una famiglia che alleva e segue principalmente gli alpaca, ci siamo resi conto della loro grande ospitalità”.
“Nel loro mondo spirituale non vi sono divinità da adorare”, prosegue Ballotta, “bensì la ricerca di un collegamento con la Natura (Pachamama) e con gli Spiriti delle Montagne (gli Apus)”.
La spedizione ha viaggiato e vissuto fra i 4.500 e 5.000 metri per 4 giorni, dormendo in tenda e in scuole che la gente Q’eros ha messo a disposizione a causa delle pessime condizioni atmosferiche riscontrate: piogge violente, neve con temperature di poco sotto lo zero e umidità al 100%, che giungono sin lì con le nuvole formatesi nella vicina Amazzonia. I giovani della spedizione sono stati i primi “stranieri” che la popolazione ha visto dopo lo scoppio della pandemia Covid.
“Per quello che riguarda l’adattamento fortunatamente non abbiamo avuto problemi”, continua Ballotta. “Anche riguardo all’aspetto del cibo ci eravamo presi una bella scorta dall’Italia, per sicurezza, che abbiamo condiviso con i Q’eros i quali ci hanno fatto assaggiare i loro piatti che sono semplici come il loro modo di vivere, a base di patate, verdure e carne”.
Alessandro Bergamini, modenese di adozione, uno dei fotografi presenti nella spedizione, si dice entusiasta dell’aspetto fotografico. “La zona si presenta come un paradiso per un fotografo: paesaggi incredibili; i Q’eros vestono sempre con abiti tradizionali e sembrano un tutt’uno con la loro terra”. Anche Bergamini sottolinea le difficoltà della spedizione, legate soprattutto alla stagione delle piogge tipica della regione nel mese di febbraio, e ai ripidi sentieri che hanno dovuto percorrere per raggiungere i villaggi e le famiglie Q’eros a più di 4500 metri di altitudine. Quanto all’accoglienza del popolo, “l’incontro con i Q’eros è stato sicuramente positivo e ci hanno introdotto sin da subito nel loro mondo e per quanto possibile ci hanno fatto sentire a casa nostra, nonostante tutte le difficoltà e poche comodità”.
L’altro fotografo della spedizione, Tommaso Vecchi, centese, è anche un grande conoscitore delle diversità tra i popoli lontani e questa è stata per lui un’esperienza ricca di emozioni e scoperte, come spiega lui stesso: “Vivere a stretto contatto con il popolo Q’eros ci ha permesso di approfondirne la loro cultura, usanze e tradizioni. Sono rimasto senza parole dinnanzi a tanta autenticità, conservata negli anni grazie a un loro credo che riunisce Madre Terra (Pachamama) e gli Dei delle montagne (Apus). Torniamo a casa stanchi ma arricchiti… e ora ci prepariamo per la nostra prossima meta!”.
Infine, Giovanni Giusto, il videomaker della spedizione, racconta che una delle cose che l’ha colpito di più è stata l’apertura mentale nei confronti dello straniero da parte di popoli che vivono in zone così remote del mondo. “Sapere che al mondo ci siano ancora pensieri così puri e incontaminati mi ha sorpreso e riempito il cuore”, afferma Giusto. “Spero di riuscire a trasmettere questa loro genuinità e apertura mentale attraverso le mie immagini, invitando chi ha un idea di “confine” e di “straniero” diversa, a prendersi del tempo per pensare”.
Il gruppo non ha riscontrato aspetti negativi, sia a livello di salute sia di impegno fisico, grazie alla preparazione di tutti, iniziata mesi prima; merito anche al grande affiatamento che si è creato tra loro.
Al rientro dalla spedizione il gruppo si dedicherà alla preparazione di un libro illustrato che sarà presentato in occasione della mostra delle immagini alla Galleria Ceribelli di Bergamo il 7 maggio. I successivi appuntamenti saranno a partire dal 13/14 maggio a Vignola, sia alla Rocca sia alla Biblioteca, il 9 settembre a Cento di Ferrara al Cinema Don Zucchini e il 15 ottobre a Gozo, Malta, al Museo Heart of Gozo di Victoria. In tutti questi eventi, oltre al libro, saranno presentati i filmati preparati da Giovanni Giusto della 010 Films. (aise)




L’Homo sapiens arrivò in Eurasia passando per il Mar Rosso? Uno studio

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unnamedAGI – Grazie ai modelli computazionali, la storia come la conosciamo oggi potrebbe cambiare. Il primo Homo sapiens non è riuscito a raggiungere l’Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra e la Sicilia, ma potrebbe aver raggiunto l’Eurasia attraversando lo stretto di Bab-al-Mandab. I ricercatori del Centro nazionale per la ricerca sull’evoluzione umana (CENIEH), hanno pubblicato uno studio sulla rivista PALAEO3 in cui analizzano la possibile uscita dall’Africa attraverso lo Stretto di Gibilterra, Sicilia e Bab-al-Mandab, utilizzando un modello computazionale. C’è un lungo dibattito scientifico sulle rotte seguite dai primi esseri umani moderni che hanno lasciato il continente africano. La maggior parte degli specialisti ritiene che l’arrivo in Europa sia avvenuto per via terrestre attraverso il corridoio levantino. Tuttavia, l’idea di un possibile ingresso attraverso lo Stretto di Gibilterra e la Sicilia è ancora presente nel dibattito. Un altro modo possibile per entrare in Eurasia sarebbe attraverso il Mar Rosso, passando lo stretto di Bab-al-Mandab. Gli autori dell’articolo hanno utilizzato il loro modello computazionale HomininWaterCrossingABM che simula la dispersione degli esseri umani attraverso il mare, per analizzare la probabilità di attraversare uno stretto utilizzando diverse strategie. Nel modello sono incluse ricostruzioni della paleogeografia, del livello del mare, delle correnti oceaniche e della temperatura dell’acqua. I risultati mostrano che gli esseri umani non erano in grado di attraversare lo stretto del Mediterraneo andando alla deriva o nuotando attivamente; la zattera sarebbe stata l’unico mezzo possibile per attraversarli per gli esseri umani moderni, ma non ci sono prove che tale tecnologia fosse alla loro portata. Invece, le simulazioni suggeriscono che gli esseri umani avrebbero potuto attraversare lo stretto di Bab-al Mandab nuotando o addirittura andando alla deriva con la corrente. La simulazione tiene conto anche dell’effetto dei principali rischi fisiologici: disidratazione, ipotermia ed esaurimento, affrontati da un essere umano che tenta di attraversare uno stretto. “Abbiamo visto che nel Mediterraneo i maggiori fattori di rischio sono la disidratazione e, soprattutto, l’ipotermia. Tuttavia, nel Mar Rosso, dove l’acqua è più calda, questi fattori hanno poca influenza e si verificherebbe la morte per esaurimento”, commentano i ricercatori.




Napoli. Conversando sull’origine dell’uomo al Museo Darwin Dohrn

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img 20220202 182020347La Stazione Zoologica Anton Dohrn – Istituto Nazionale di Biologia, Ecologia e Biotecnologie Marine – in collaborazione con la Fondazione Dohrn, dal 7 al 13 febbraio prossimo, organizza la “Settimana dell’Evoluzione”, un ciclo di incontri dedicati non solo al celebre Darwin, ma anche a Malthus, Lamarck, Haeckel, e von Baer che hanno posto le basi della teoria dell’evoluzione. In questo ambito MERCOLEDI 9 FEBBRAIO alle ore 17:30 il giornalista e musicologo Michelangelo Iossa converserà con l’antropologa fisica e divulgatrice scientifica Flavia Salomone, curatrice del volume. Insieme percorreranno un viaggio nell’evoluzione dei linguaggi musicali.

Per molti anni ho raccolto appunti sull’origine o la discendenza dell’uomo, senza nessun intento di pubblicazione al riguardo, ma piuttosto con la determinazione di non pubblicare, in quanto pensavo che altrimenti avrei solo aggiunto pregiudizi contro le mie opinioni. Mi sembrava sufficiente aver indicato, nella prima edizione della mia “Origine delle specie”, che da questa opera si sarebbe irradiata luce “sull’origine dell’uomo e sulla sua storia”, il che implica che l’uomo deve essere incluso con gli altri esseri viventi in qualsiasi conclusione generale, per quanto riguarda il modo di comparire sulla terra. Con questo incipit, nel 1871, Charles Darwin pubblicava a Londra L’Origine dell’Uomo e la Selezione in Relazione al Sesso (The Descent of Man and Selection in Relation to Sex), completando quella rivoluzione iniziata più di dieci anni prima con L’Origine delle Specie, che ha definito il modo in cui gli uomini di oggi guardano se stessi e la natura.

Per celebrare questo anniversario, esce in libreria a metà novembre 2021 il libro Conversazioni sull’Origine dell’Uomo 150 anni dopo Darwin a cura di Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, per la collana Espera Science (Edizioni Espera | www.edizioniepsera.com), con il patrocinio del Sistema Museale di Ateneo dell’Università degli Studi di Firenze, dell’IsITA (Istituto Italiano di Antropologia), della AAI (Associazione Antropologi Italiani), della SiAE (Società italiana di Antropologia) e con le introduzioni di Luca Sineo e Giorgio De Finis.

Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, in questo saggio, si sono spinti in un viaggio a ritroso, alla riscoperta delle origini dell’essere umano, con la complicità di Pablo Echaurren, che ha donato alcune sue opere a corredo iconografico del volume. In totale sintonia con lo spirito dell’arte di Echaurren, gli autori hanno sostituito agli oggetti alcune parole-chiave per comporre un lessico essenziale capace di legare l’opera di Darwin all’attualità della ricerca scientifica e filosofica sull’uomo e sulla sua origine.

Attraverso le riflessioni scaturite da diciannove brevi conversazioni con importanti studiosi, gli autori hanno cercato di restituire la complessità dell’essere umano e del suo rapporto con il mondo, dando voce al dibattito ancora vivo intorno al nostro divenire e al nostro essere umani, con le luci e le ombre di ogni esistenza, con i dubbi e le sfide di ogni creatura che quotidianamente cerca di ripristinare quell’equilibrio vitale che le permette di esistere.

Tra tracce, corpi, pensieri ed emozioni si è provato, ancora una volta, a raccontare l’evoluzione dell’uomo con amore e gratitudine nei confronti della natura e della vita che tanto hanno ispirato l’opera di Darwin.

Le conversazioni hanno visto coinvolti venti autorevoli studiosi italiani/internazionali:

Marco Aime (Antropologo culturale), Guido Barbujani (Genetista), Francesca De Petrillo (Primatologa), Giovanni Destro Bisol (Antropologo), Fabio Di Vincenzo (Paleoantropologo), Maddalena Fabbri Destro (Neurofisiologa), Bernardino Fantini (Storico della scienza e della medicina), Elena Gagliasso (Filosofa), Matteo Greco (Linguista), Michelangelo Iossa (Musicologo e critico musicale), Giorgio Manzi (Paleoantropologo), Alessandro Minelli (Zoologo), Telmo Pievani (Filosofo della biologia), Andrea Pilastro (Zoologo), Mariagrazia Portera (Filosofa), Pasquale Raia (Biologo evoluzionista), Giacomo Rizzolatti (Neurofisiologo), Eleonora Severini (Filosofa), Enza E. Spinapolice (Archeologa preistorica), Leonardo Ursillo (Filosofo).

150annidarwinFlavia Salomone è nata a Roma nel 1965. Biologa e antropologa fisica, dopo la laurea in Biologia a indirizzo Antropologico, si è dedicata alla ricerca nel campo della biologia delle popolazioni del passato presso i laboratori di antropologia dell’Università Sapienza di Roma e del Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma.

Attualmente collabora con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Archeologi-ci e con il Museo di Casal de’ Pazzi per il quale cura visite guidate e progetti di didattica sull’evoluzione umana.

Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, con Edizioni Espera ha già pubblicato due testi divulgativi per ragazzi sull’evoluzione dell’uomo, C’era una volta Homo e Sulle tracce dei nostri antenati in Italia, scritto con Luca Bellucci e Giorgio Manzi.

 

Michelangelo Iossa, Giornalista, scrittore e docente universitario, collabora – da quasi trent’anni – con alcune delle più prestigiose testate italiane: da alcuni anni è contributor delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, storico ‘dorso’ del Corriere della Sera, e di altre testate del gruppo-RCS (gli “Speciali” del Corriere della Sera, “Sette”, “L’Economia del Corriere della Sera”, “Buone Notizie”). Dal 1999 collabora con l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli ed è docente presso il Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria e di Scienze della Comunicazione: per l’ateneo campano cura da diversi anni un seguitissimo Laboratorio di Musicologia. Ha pubblicato numerosi libri di divulgazione e approfondimento musicale: è tra i maggiori studiosi del fenomeno-Beatles, a cui ha dedicato sei diversi volumi, e ha scritto anche libri su miti del pop-rock come Michael Jackson o Pino Daniele. Rino Gaetano. Sotto un cielo sempre più blu (Hoepli 2021) è il suo ultimo volume, pubblicato in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del cantautore. Nel 2004 ha ricevuto il Premio per l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Per partecipare prenotare al link: https://fondazionedohrn.it/il-museo-darwin-dohrn-celebra…/

Inoltre sarà possibile seguire in diretta il ciclo di conferenze dalla pagina Facebook della Stazione Zoologica Anton Dohrn https://www.facebook.com/sznantondohrn




Scoperta ad Assuan una tomba con 20 mummie

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17mummiaegittoROMA\ aise\ – Una tomba di famiglia molto grande e precedentemente sconosciuta è stata scoperta e scavata ad Assuan, in Egitto, dall’Egyptian-Italian Mission at West Aswan (EIMAWA), la missione archeologica diretta da Patrizia Piacentini, docente di Egittologia e Archeologia egiziana all’Università Statale di Milano, e da Abdelmoneim Said, direttore generale delle Antichità di Assuan e della Nubia (SCA). La scoperta è avvenuta nel corso di una lunga missione che ha impegnato gli archeologi tra maggio e ottobre 2021.
Il team congiunto italo-egiziano lavora dal 2019 nell’area che circonda il Mausoleo dell’Aga Khan, sulla sponda occidentale di Assuan, dove si trovano oltre 300 tombe databili dal VI secolo a.C. al IV secolo d.C.
L’ultimo rinvenimento è una grande tomba (denominata AGH032) risalente al Periodo greco-romano, che, sebbene depredata in antichità, conserva ancora circa 20 mummie e molti materiali interessanti. La tomba era nascosta da una struttura rettangolare ben conservata che mostra importanti tracce di un misterioso incendio che ha interessato anche la sepoltura. Un’enorme discarica contenente ossa di animali (principalmente di montone), frammenti di ceramica, tavole di offerte e lastre inscritte in geroglifici ricopriva la parete est della struttura, suggerendo un utilizzo della stessa come luogo votivo. Si tratta della prima struttura di questo tipo rinvenuta nella necropoli dell’Aga Khan.
In particolare, gli archeologi hanno trovato la mummia di un uomo adiacente alla parete est della struttura e, accanto, una collana di rame con una placchetta incisa in greco che menziona il suo nome, Nikostratos. In origine, era stato deposto nella tomba che è stata scoperta subito dopo sotto la struttura e, successivamente, portato fuori da ladri antichi.
Una scala in parte fiancheggiata da blocchi scolpiti e coperta da una volta in mattoni crudi conduce all’ingresso, che era chiuso da un complesso sistema di lastre e blocchi di pietra rinvenuti nel luogo originario che era stato eretto sopra la scala. Davanti all’ingresso è stato ritrovato un grande vaso per offerte, purtroppo in stato frammentario, che presenta ancora dei siconî di sicomoro.
La tomba presenta una sala sulla quale si affacciano quattro camere funerarie scavate in profondità nella roccia. Nella sala, di fronte all’ingresso, è stato scoperto un sarcofago di terracotta contenente la mummia di un bambino e un bellissimo cartonnage (una specie di cartapesta decorata che copriva le mummie). Un’altra mummia di bambino, trovata in una delle camere funerarie, è stata radiografata e mostra all’interno una placchetta sul petto.
Dentro le quattro gallerie scavate nella roccia erano deposte quasi 30 mummie, alcune in eccezionale stato di conservazione, altre con bende e cartonnage tagliati dai ladri antichi, che utilizzarono probabilmente un coltello che è stato scoperto fra le mummie. Alcuni corpi mummificati erano di persone anziane, come dimostra l’artrosi visibile, altri erano di donne o bambini piccoli, fra i quali un neonato.
L’Egyptian-Italian Mission at West Aswan ha inoltre effettuato analisi antropologiche e radiologiche su 45 individui scoperti nel 2019 nella tomba AGH026 oltre ai 30 individui rinvenuti nel 2021 nella tomba AGH032. L’obiettivo era la valutazione dell’età, del sesso e di possibili malattie. Una macchina a raggi X portatile è stata utilizzata direttamente sul sito.
Il team ha scoperto che nella tomba AGH026 il 30% degli individui erano bambini, dal periodo neonatale a un’età di circa 10 anni. Molti corpi, fra i rimanenti, erano di donne. Sono state trovate almeno tre famiglie (madre, padre e figlio sepolti l’uno accanto all’altro). Le analisi delle ossa hanno evidenziato che alcuni di loro soffrivano di malattie infettive e alcuni disturbi metabolici. Il femore di un adulto ha mostrato chiari segni di amputazione, cui la persona dovette sopravvivere dal momento che vi è l’evidenza di un callo osteoriparativo. Altri corpi presentano tracce di artrosi, segno di morte avvenuta in età avanzata.
Un survey sull’area ha condotto alla scoperta di numerosi sarcofagi ben conservati, in pietra o argilla, databili dall’Età Tarda Faraonica all’Epoca Romana. Alcuni di loro mostrano ancora dei bei colori. Due sarcofagi di bambini e tre di adulti, insieme a parti di altri sarcofagi, sono stati raccolti e conservati al sicuro in un magazzino. (aise) 




Archeologia: Premio Khaled Al Asaad a Morandi Bonacossi

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29archeologicalROMA\ aise\ – Il 26 novembre scorso, nell’ambito della 23° edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, è stato consegnato al Professor Morandi Bonacossi il Premio “International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” per il 2020.
Il Premio è intitolato a Khaled al-Asaad, il Direttore del sito archeologico di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale ed è stato assegnato al Prof. Daniele Morandi Bonacossi, direttore della Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno sostenuta dal MAECI, per la scoperta di dieci rilievi rupestri assiri raffiguranti gli dei dell’Antica Mesopotamia. La scoperta è avvenuta in Iraq presso il sito di Faida a 50 km da Mosul.
Si tratta di un premio istituito nel 2015 per dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche, tramite la segnalazione e la collaborazione di testate archeologiche internazionali come Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia) British Archaeology (Regno Unito). L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti al servizio del territorio.
La scoperta è frutto degli scavi condotti in Iraq dalla Missione “Progetto Archeologico Regionale Terra di Ninive PARTEN” dal 2012. L’area di scavo si estende per ben 3.000 kmq e dai 12 siti documentati nel 2012 si è passati agli attuali 1.300. Si tratta, in realtà, di due scoperte: la rete di canali e acquedotti che segna il passaggio dall’agricoltura dipendente dalle piogge alle colture da irrigazione, e dieci colossali rilievi in pietra che ritraggono sovrani e divinità dell’empireo assiro.
Sono stati portati alla luce dieci rilievi rupestri di quasi 5 m di larghezza e 2 di altezza e l’adiacente canale assiro, lungo 6,5 km. I rilievi risalgono all’VIII-VII secolo a.C e furono scolpiti lungo la parete a monte del canale tagliato nella roccia per irrigare la campagna circostante. Su ciascun rilievo è rappresentata la processione delle statue delle sette maggiori divinità del pantheon assiro, ciascuna posta sul proprio animale sacro rivolta verso sud, in direzione di Ninive. La processione viene aperta e chiusa dalla figura del sovrano. Su due rilievi è rappresentata una scena differente: due figure rappresentanti il re all’estremità nord e sud del pannello, affiancate da una colonna con capitello proto-eolico, a raffigurare un padiglione che incorniciava la scena. Tra le due figure di sovrani è rappresentata la processione delle divinità sui propri animali sacri in scala ridotta.
Le altre quattro scoperte archeologiche del 2019 candidate per la vittoria della 6a edizione del Premio, oltre a quella del Prof. Daniele Morandi Bonacossi, sono state: 1) Cambogia: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; 2) Israele: a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; 3) Italia: a Roma la Domus Aurea svela un nuovo tesoro, la Sala della Sfinge; 4) Italia: nell’antica città di Vulci una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C.. (aise) 




È stata trovata la traccia dello tsunami che uccise i dinosauri

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155821351 ed618935 8be7 460b aa13 462009397053AGI – Sono state rinvenute quelle che potrebbero essere le prove geologiche dello tsunami provocato da un asteroide atterrato nelle acque vicino alla penisola messicana dello Yucatàn, circa 66 milioni di anni fa, responsabile dell’estinzione dei dinosauri. A documentarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Earth & Planetary Science Letters, condotto dagli scienziati dell’Università della Louisiana a Lafayette, che hanno individuato in Louisiana centrale dei fossili di megaripples, strutture sedimentarie derivate dall’azione di trazione delle particelle di sedimento sul fondale.

Quando l’asteroide ha raggiunto la Terra 66 milioni di anni fa, spiegano gli scienziati, potrebbe aver provocato uno tsunami nel Golfo del Messico con onde alte fino a 1.500 metri. Il team, guidato da Gary Kinsland, un geofisico dell’Università della Louisiana, ha esaminato i dati d’imaging sismico della Louisiana, in particolare uno strato a circa 1500 metri di profondità, che presentava delle increspature fossilizzate chiamate megaripples.

Queste strutture erano distanziate fino a un chilometro una dall’altra e potevano raggiungere i 16 metri d’altezza. Gli studiosi ipotizzano che queste formazioni rappresentino l’impronta delle onde provocate dallo tsunami generato dall’asteroide che ha colpito la Terra e provocato la morte dei dinosauri.

Stando ai modelli del gruppo di ricerca, l’orientamento e la forma delle increspature sono coerenti con l’impatto. “Stiamo continuando ad aggiungere piccoli pezzi al grande e misterioso puzzle dell’estinzione dei dinosauri – commenta Alfio Alessandro Chiarenza, paleontologo dell’Università di Vigo che non è stato coinvolto nel lavoro – questa ricerca fornisce ulteriori prove di uno tsunami catastrofico che potrebbe aver inondato gran parte della zona per migliaia di chilometri”.