USA. Un capolavoro rinascimentale italiano rinasce a Minneapolis

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Un importante arazzo italiano del Rinascimento, conservato al Minneapolis Institute of Art, è al centro di un ambizioso progetto di restauro che gli restituirà nuova vita dopo anni di fragilità e invisibilità al pubblico.

L’opera, intitolata L’incontro di Dante e Virgilio, risale alla metà del Cinquecento ed è un raro esempio di produzione medicea fuori dall’Italia. Fu realizzata nell’ambito della manifattura voluta da Cosimo I de’ Medici, con l’obiettivo di competere con i grandi centri tessili europei come Bruxelles. I disegni preparatori furono affidati al pittore Francesco Salviati, mentre la tessitura avvenne tra il 1547 e il 1549.

Nonostante il suo enorme valore storico e artistico, l’arazzo non è stato esposto negli ultimi tempi a causa di problemi strutturali, perdita di materiali e delicatezza delle fibre, in particolare della seta.

Grazie al sostegno del TEFAF Museum Restoration Fund e di Bank of America, è stato avviato un intervento conservativo complesso: pulitura, consolidamento, ritessitura delle parti danneggiate e installazione di un nuovo sistema di supporto per garantirne la sicurezza futura.

Il restauro permetterà non solo di riportare l’opera alla fruizione pubblica entro l’estate 2026, ma anche di renderla trasportabile e prestabile ad altre istituzioni, ampliandone la visibilità internazionale.

Si tratta di un intervento significativo anche perché questo arazzo è considerato il più importante esempio di tessitura rinascimentale italiana conservato negli Stati Uniti, oltre a essere l’unico appartenuto ai Medici presente in una collezione pubblica fuori dall’Italia.

In sintesi, il progetto non è solo un restauro, ma un vero recupero di memoria storica: un’opera simbolo del Rinascimento italiano che torna a raccontare, anche oltreoceano, la grandezza artistica di quell’epoca.




Vancouver. La recente mostra d’arte al Centro Italiano riconduce a una dimensione spirituale

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unnamedDal 22 gennaio al 6 aprile, presso la sala del Museo del Centro Culturale Italiano, viene offerta ai visitatori una singolare opportunità di riflessione in una prospettiva spirituale e meditativa: Sacred Journeys, una serie di opere di arte tessile create da Karen Brodie e ispirate alle Stazioni della Croce, invita gli spettatori a ripensare e confrontarsi con la nostra umanità, con la dimensione della nostra dimensione spirituale attraverso una visione contemporanea e non confessionale dei temi del sacrificio e della redenzione, ispirata al labirinto meditativo, aperta a tutte le prospettive spirituali. Brodie ha lavorato per diversi anni al complesso progetto di disegnare le Stazioni della Croce, in collaborazione con 14 ministri del clero che hanno ispirato le meditazioni per ogni Stazione. La prima Stazione, realizzata  in arte tessile, venne mostrata al pubblico nel 2017 nel Corso della mostra (In finte) alla Anglican Foundation di Vancouver. Presso il Centro Italiano venne inaugurata nel marzo 2024 la bellissima raccolta di paramenti sacri dal titolo The Craft of Spirit; BC Liturgical Textiles, un potente omaggio alla creazione di vesti litirgiche in British Columbia dal 1924 fino al 2024. Karen Brodie ha iniziato produrre opere di arte tessile fino dal 1991. Da Vancouver si è poi trasferita a Golden, BC e il suo studio d’arte produce una varietà di arte e paramenti liturgici su commissione di congregazioni ecumeniche in tutto il Nord America e anche oltre i confini di questo continente.

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Una sosta presso il Museo del Centro per vedere e vivere questa bella Sacred Journeys regala momenti di calma introspezione, di ricongiungimento con la nostra essenza spirituale e la nostra umanità. Sono momenti importantissimi ma troppo spesso vengono soffocati dalla soverchiante presenza dei messaggi frenetici del mondo digitale, dal ritmo incalzante della giornata: questa è una occasione per cercare una propria verità spirituale, di fermarsi e raccogliersi nella quiete della contemplazione.

La mostra al Centro, che inaugura la stagione artistica 2026, è stata curata dalla Dr. Angela Clarke, Direttrice del Museo. Ingresso libero.

 

 




A Fabriano ARCANA apre il cammino di San Francesco

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locandina fabrianoLa mostra di Andrea da Montefeltro al Palazzo del Podestà tra le prime tappe nazionali per gli 800 anni dalla morte del Santo

Nel cuore più autentico di Fabriano, là dove le pietre raccontano secoli di storia, si apre un varco tra tempo e materia. Venerdì 24 gennaio alle ore 17.00, alla presenza dell’Amministrazione comunale e delle Autorità, si terrà l’evento inaugurale della mostra nazionale “ARCANA – Il Leone del Nuovo Orizzonte”, ospitata fino a fine marzo nello storico Palazzo del Podestà, uno dei luoghi storici più importanti dell’intera regione Marche, simbolo del potere comunale medievale e fulcro della vita cittadina sin dal XIII secolo. Il Palazzo del Podestà, con la sua architettura severa ed elegante, testimone di decisioni, assemblee e destini intrecciati nei secoli, diventa oggi luogo di rivelazione e dialogo: uno spazio in cui la memoria storica di Fabriano – città della carta, del lavoro sapiente e del pensiero umanistico – incontra la forza simbolica della scultura su pietra. L’evento è realizzato in collaborazione con il Comune di #Fabriano, Visit Fabriano, Club UNESCO di Firenze e il gruppo AUSER di Fabriano, con il patrocinio della Provincia di Ancona, la mostra sarà sotto la direzione artistica di Annalisa Di Maria, tra i principali esperti di estetica rinascimentale e simbolismo leonardesco.

img 20170422 wa0015Le sculture di #Andrea da Montefeltro – Premio Mondiale della Pace nell’Arte – nascono dalla pietra e parlano al presente con un linguaggio antico e universale. Forme solenni, attraversate da geometrie sacre, segni alchemici e riferimenti spirituali, evocano un dialogo profondo tra cielo e terra, tra scienza e mistero, tra l’uomo e la sua ricerca di senso. L’artista si muove come un alchimista della materia, capace di trasformare la pietra in pensiero, in visione, in silenziosa interrogazione. Il percorso espositivo si intreccia idealmente alla storia francescana di Fabriano, rievocando il passaggio di San Francesco d’Assisi e il valore della semplicità, del gesto essenziale, del costruire con ciò che è vero e duraturo. In questo contesto, la pietra diventa fondamento e memoria, custode di un messaggio che attraversa i secoli. L’evento si colloca tra le primissime tappe nazionali delle celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, assumendo il valore di un vero e proprio atto di memoria spirituale. In questo tempo sospeso, la mostra si fa eco di una sapienza antica, quella di chi costruisce sulla roccia, come insegna il Vangelo e come Francesco ha incarnato nella sua vita: una fede senza ornamenti, fondata sull’essenziale, sulla materia povera e sulla verità del gesto. La pietra, cuore pulsante dell’opera di Andrea da Montefeltro, diventa così simbolo iniziatico e fondamento sacro, corpo silenzioso che custodisce il tempo, la preghiera, il cammino. Fabriano si trasforma in soglia e rifugio, luogo di ascolto e rivelazione, dove l’arte non rappresenta il sacro ma lo riattiva, lo rende nuovamente presente.

“ARCANA – Il Leone del Nuovo Orizzonte” non è soltanto una mostra, ma un’esperienza immersiva e contemplativa. È un invito a rallentare, ad ascoltare il tempo inciso nella materia, a lasciarsi guidare dalla forza simbolica dell’arte. Un appuntamento che trasforma Fabriano in un crocevia culturale e spirituale, dove la grande tradizione storica della città dialoga con una visione artistica proiettata verso nuovi orizzonti interiori. Un evento imperdibile per appassionati d’arte, studiosi e viaggiatori dell’anima.




L’Aquila capitale italiana della Cultura 2026: il riscatto di una città simbolo

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L’Aquila è Capitale italiana della Cultura 2026. Una scelta che va ben oltre il riconoscimento artistico e turistico e assume il valore di un potente messaggio nazionale: la cultura come motore di rinascita, memoria e futuro.

A diciassette anni dal devastante terremoto del 2009, L’Aquila si presenta oggi come una città che ha saputo trasformare la ferita in progetto. La nomina a Capitale della Cultura rappresenta il coronamento di un lungo percorso di ricostruzione non solo materiale, ma anche sociale e identitaria.

Una vittoria che parla all’Italia intera

Il dossier di candidatura ha convinto per la sua visione inclusiva e per la capacità di mettere in rete territorio, istituzioni, università, associazioni culturali e cittadini. L’Aquila non si propone come semplice contenitore di eventi, ma come laboratorio culturale permanente, capace di riflettere sui grandi temi contemporanei: la resilienza delle comunità, il rapporto tra uomo e territorio, la tutela del patrimonio, l’innovazione culturale nelle aree interne.

La città abruzzese diventa così simbolo di un’Italia che non si arrende, che ricostruisce senza dimenticare e che investe nella cultura come strumento di coesione e sviluppo.

Tra storia, arte e futuro

Il 2026 offrirà l’occasione per riscoprire un patrimonio straordinario: dal centro storico medievale alle chiese rinascimentali e barocche, dalla Basilica di Santa Maria di Collemaggio alla Fontana delle 99 Cannelle, fino al forte legame con il Gran Sasso e il paesaggio appenninico.

Accanto alla tradizione, grande spazio sarà dato alla contemporaneità: arti visive, musica, teatro, scienza, nuove tecnologie e dialogo tra culture. L’Aquila punta a diventare un punto di riferimento per una cultura diffusa, accessibile e partecipata.

Un messaggio anche per gli italiani all’estero

Per gli italiani che vivono fuori dai confini nazionali, L’Aquila Capitale della Cultura 2026 rappresenta un invito a riscoprire l’Italia meno scontata, quella dei borghi, delle città ferite ma vive, capaci di raccontare storie autentiche e universali.

È la dimostrazione che la cultura non appartiene solo alle grandi metropoli, ma può nascere e rifiorire anche nei luoghi che hanno conosciuto il dolore.

2026: non un traguardo, ma un punto di partenza

La sfida ora sarà trasformare questo titolo in un’eredità duratura. Se il 2026 saprà lasciare infrastrutture culturali, reti stabili e nuove opportunità per i giovani, L’Aquila potrà davvero diventare un modello per molte altre realtà italiane.

Per una volta, la cronaca non racconta una tragedia, ma una rinascita. E L’Aquila, capitale della cultura, ne è il simbolo più forte.




Italia-Usa, intesa sui beni culturali. Ministro Giuli: “Accordo di straordinaria rilevanza per tutela patrimonio culturale

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ministero della cultura italia usa intesa sui beni culturali. ministro giuli accordo di straordinaria rilevanza per tutela patrimonio culturaleimmagine1Il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli ha incontrato al Collegio Romano Sarah Rogers, Under-Secretary of State per la Diplomazia Pubblica del Dipartimento di Stato USA. Al termine del bilaterale, il Ministro Giuli e l’Under Secretary Rogers si sono recati al Museo dell’Arte Salvata per la cerimonia di firma dell’accordo per il rinnovo del memorandum di intesa tra Italia e USA sull’imposizione di limitazioni all’importazione di materiale archeologico dall’Italia. “L’accordo che rinnoviamo è uno strumento essenziale per la tutela del patrimonio culturale, per il contrasto al crimine organizzato transnazionale e per lo sviluppo di un sano mercato dell’arte” ha dichiarato il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. L’intesa, sottoscritta nel 2001 e oggi estesa per ulteriori cinque anni, – informa la nota del MIC – ha l’obiettivo di contrastare il traffico illecito di beni archeologici e promuovere la collaborazione tra le forze di polizia e le istituzioni museali dei due Stati nel campo della ricerca e del recupero di opere esportate illegalmente dall’Italia e nella valorizzazione del patrimonio culturale italiano negli Stati Uniti. “La cooperazione che rinnoviamo e rilanciamo è un modello virtuoso a livello internazionale in cui gli Stati Uniti, ancora una volta, si confermano una nazione leader responsabile e consapevole del valore dei beni culturali per le comunità da cui originano”, ha concluso Giuli. L’Under-Secretary Sarah Rogers ha dichiarato: “È veramente un momento eccezionale per rinnovare la firma di questo accordo, perché nel 2026 festeggeremo il 250mo anniversario dall’Indipendenza americana. “E l’Antica Roma” – le cui testimonianze archeologiche l’intesa protegge – “è stata la fonte di ispirazione dei Padri Fondatori, che hanno dato vita agli Stati Uniti d’America”. “Grazie a questo accordo – ha proseguito la rappresentante dell’amministrazione americana – in vigore dal 2001, oltre 4.900 opere sono state restituite all’Italia. Questa intesa è stata un mezzo eccezionale per rafforzare le competenze e le capacità delle autorità giudiziarie e di polizia americane e dei Carabinieri nel campo del rimpatrio e della restituzione delle opere. Oggi i nostri Stati possono beneficiare delle tecnologie più avanzate che consentono di realizzare queste attività di rimpatrio e di restituzione”. Dal 2021 ad oggi, sono stati recuperati oltre 900 beni archeologici grazie all’attività investigativa svolta dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e dalle competenti Agenzie di sicurezza statunitensi, con l’assistenza degli esperti del Ministero della Cultura e delle rappresentanze diplomatico-consolari italiane negli Stati Uniti, in attuazione del memorandum di intesa. (Inform)




“Luce”: Davide Quayola al Teatro Colon di Bogotà

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L’artista italiano Quayola celebra a Bogotà il centenario dell’Archivio Luce, uno dei patrimoni audiovisivi più significativi d’Italia, e lo fa con la videoperformance “Luce” che sarà presentata il 27 novembre al Teatro Colon.
L’archivio storico dell’Istituto Luce, la più antica istituzione pubblica italiana dedicata alla produzione e alla diffusione cinematografica e fotografica, viene usato dall’artista per restituire nuova vita ai materiali d’epoca. Fotografie e filmati d’archivio vengono trasformati in dipinti algoritmici attraverso una pratica che intreccia la tradizione pittorica con la ricerca tecnologica.
In “Luce” le immagini storiche dell’Archivio Luce superano il loro tempo e assumono una sensibilità algoritmica inedita. L’interpretazione visiva smette di seguire il loro significato iconografico, storico o sociale, per concentrarsi invece sulla loro “forma pura”, che nelle opere di Quayola prende corpo tramite complessi processi computazionali. Ricordi ed emozioni appartengono a un linguaggio estraneo alla macchina; l’algoritmo si muove in un territorio fatto di incertezza, errore e probabilità. La macchina è costretta a confrontarsi con il sentimento umano, rivelando la propria incapacità ontologica di comprenderne emozioni e comportamenti, e generando così una serie di deviazioni interpretative e cognitive.
Da qui nasce una vera e propria “poetica dell’errore”. La fallibilità della macchina emerge in contrasto con il suo ideale di precisione meccanica; i suoi limiti di interpretazione e discernimento diventano l’oggetto ultimo della ricerca estetica di Quayola.
Davide Quayola presenterà questo suo progetto il 27 novembre alle ore 19:00, in un evento organizzato da Nova et Vetera, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, il Centro Nacional de las Artes e il Ministerio de Cultura de Colombia.
Sullo stesso palco si presenterà Lucrecia Dalt che lancerà il suo nuovo album. (aise) 




“Macro”: le sculture di Fabio Viale a Miami

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In occasione della Miami Art Week, l’Istituto Italiano di Cultura di Miami ospiterà l’esposizione MACRO del maestro Fabio Viale.
La mostra, che si aprirà l’1 dicembre e sarà allestita sino al 30 gennaio negli spazi dell’Istituto, offrirà allo spettatore l’opportunità di avvicinarsi alla scultura in modo anticonvenzionale, capace di stimolare la riflessione e la curiosità. Viale realizza quest’obiettivo non soltanto tramite sculture tridimensionali, ma anche grazie a fotografie delle stesse sculture, riprodotte sul marmo invece che su supporto cartaceo, permettendo così di esplorare i dettagli delle opere e non unicamente il loro insieme. Le immagini fotografiche, arricchite da intarsi in oro e argento, conferiscono ai lavori più recenti del maestro una nuova dimensione, sfumando i confini tra fotografia, scultura, pittura e intarsio.
Organizzata in collaborazione con Frascione Art Gallery, la mostra include inoltre due grandi opere particolarmente rappresentative della produzione precedente dell’artista, entrambe del 2023.
Fabio Viale (Cuneo, 1975) è uno scultore italiano, internazionalmente noto per i suoi lavori in marmo, materiale con il quale ha creato sorprendenti interpretazioni di oggetti quotidiani. Nella sua produzione è solito rivisitare l’arte classica, reinventandola attraverso l’accostamento a forme espressive contemporanee, quali i tatuaggi. Nel 2012 il Museo del Novecento di Milano ha ospitato una selezione delle sue realizzazioni, acquisendo una scultura per la collezione permanente. Oltre che in Italia, prestigiose esposizioni personali di Fabio Viale sono state allestite negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, Francia e Russia.
Di grande impatto le performance, associate in varie occasioni ai lavori del maestro Viale. In una delle più sorprendenti, ha fatto navigare nel fiume Tevere a Roma e nel lago del Gorkij Park a Mosca una barca da 600 kg. (Aghalla, 2002) completamente scolpita nel marmo, sostanza normalmente non nota per galleggiamento.
Uno dei suoi grandi lavori di arte pubblica, Rotas, un’enorme ruota che prende spunto dallo stemma di Carrara ed è ispirata al rosone del Duomo della città toscana, è collocato nel Comune di Coral Gables, a pochi passi dalla sede dell’Istituto Italiano di Cultura: si tratta di una delle più imponenti sculture mai realizzate a partire da un singolo blocco di marmo.
L’artista sarà presente all’inaugurazione il 1° dicembre, alle ore 18:30, nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura, in Altara Avenue 209, a Coral Gables. (aise) 




Cgie Venezuela: Un grido collettivo dal paradiso, “Heridas de Muerte” ha commosso Caracas con il tutto esaurito

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cgie venezuela un grido collettivo dal paradiso heridas de muerte ha commosso caracas con il tutto esaurito immagine15 443x223“Sabato 22 novembre l’Associazione Culturale Humboldt ha ospitato un evento culturale di grande rilevanza: la presentazione esclusiva di “Heridas de Muerte”. Davanti a una sala gremita, questo spettacolo, diretto da Orlando Arocha e ispirato all’opera “Ferite a Morte” di Serena Dandini, ha superato il successo di pubblico affermandosi come un forte atto di restituzione simbolica e impegno morale”, sottolinea il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – Venezuela (CGIE) che ha organizzato l’evento in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Maracay e l’Istituto Italiano di Cultura di Caracas e in coproduzione con l’Associazione Culturale Humboldt.

“L’impatto sul pubblico – spiega il Cgie del Venezuela – è stato un indicatore accurato della potenza dell’opera. Un viaggio emotivo iniziato con risate liberatorie, provocate dalla pungente ironia delle protagoniste, e che si è progressivamente raffreddato fino a solidificarsi in un silenzio denso ed elettrizzante. Non era un silenzio di pietà, ma di incredulità e rabbia contenuta di fronte allo specchio di una brutalità normalizzata che l’opera ha posto davanti a tutti. Questo passaggio ha messo a nudo un disagio necessario, smantellando completamente ogni possibilità di indifferenza. Lungi dall’essere un semplice adattamento, questa messa in scena è stata concepita come uno spazio necessario per restituire la voce a coloro che sono state brutalmente private di essa. Il suo scopo principale era quello di trasformare donne ridotte a fredde statistiche in esseri reali, completi e pieni di vita. Da un “paradiso” immaginario, le vittime di femminicidio hanno recuperato, almeno per una notte, la vitalità, l’ironia, l’ingenuità e la forza che possedevano prima di diventare tragiche notizie.

L’opera ha presentato una rapida successione di storie reali, narrate in prima persona, che hanno indagato con audacia sulle radici del problema. Allontanandosi dalla semplificazione dell’“uomo sbagliato”, ha esplorato il condizionamento sociale, le influenze religiose fondamentaliste e la mercificazione delle donne come terreno fertile per la violenza. Attraverso un approccio che non ha evitato il sarcasmo e l’ironia, è stato esposto il modello preoccupante in cui la vittima cerca, spesso invano, di “non farlo arrabbiare”, normalizzando un’escalation che va dal disprezzo verbale all’aggressione fisica. Per concretizzare questa potenza narrativa, la regia ha riunito un cast stellare: Marielena González, Marilyn Chirinos, Valentina Garrido e Gioia Arismendi, che hanno prestato il loro talento a queste voci silenziose. La messa in scena, un’esperienza immersiva, ha integrato le proiezioni di Luyo Castillo che hanno trasformato lo spazio in una “cassa di risonanza visiva”, mentre la musica dal vivo di Gian Piero Freites e Jesuán, insieme al commovente coro composto da Bárbara Acevedo, Ana Celeste Mucci, Gabriela Villalobos, Ruby Martínez e Rose Ordóñez, ha funzionato come il tessuto emotivo e la voce collettiva della denuncia. I costumi di Antón Figuera e l’illuminazione di Ricardo Nortier hanno completato un allestimento di impeccabile coesione artistica.

Il momento culminante della serata è stato offerto dalla cantante Deborah Emperatriz, la cui esibizione finale ha trasformato lo sconvolgimento in una catarsi collettiva. Dopo il percorso straziante attraverso le storie, la sua voce si è alzata per intonare una selezione strategica di canzoni che hanno funzionato come un viaggio emotivo di guarigione: iniziando con la rassegnazione di “Equivocada” di Thalía, passando per la resilienza di ‘Sobreviviré’ di Mónica Naranjo, e culminando con la forza dell’inno di Bebe, “Ella”. Quest’ultimo brano, trasformato in un grido collettivo di empowerment e solidarietà, ha unito attrici, coro e pubblico in un’unica voce, trasformando il dolore in potenza. In uno sforzo fondamentale per trascendere la denuncia artistica e collegarla all’azione sociale diretta, la giornata ha beneficiato del forte sostegno dell’organizzazione femminista autonoma Tinta Violeta, guidata dalla sua presidente, Daniella Inojosa. A completamento dell’esperienza scenica, l’organizzazione ha allestito un affollato stand informativo negli spazi della Humboldt. Questo punto d’incontro ha consentito ai partecipanti di conoscere da vicino il lavoro che svolgono dal 2012 in difesa dei diritti umani e, soprattutto, di comprendere come offrono un necessario “accompagnamento amorevole” e una consulenza integrale alle donne che si rivolgono a loro in cerca di aiuto, concretizzando così il messaggio dell’opera in opzioni tangibili di prevenzione e sostegno. “Heridas de Muerte” ha raggiunto il suo obiettivo finale. Non solo ha onorato con dignità la memoria di coloro che raramente sono state ascoltate in vita, ma, in un atto di profonda speranza, ha lanciato un potente messaggio di coraggio a coloro che hanno ancora tempo per salvarsi, chiudendo la sua unica rappresentazione con un’eco che perdura ben oltre il calare del sipario”. (Inform)




Il Brasile inaugura un monumento in omaggio ai 150 anni dell’immigrazione italiana

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monumento 150 anos maicon hinrichsenArte e storia trasformano il portale di Antônio Prado, Miglior Villaggio Turistico del Mondo, in una nuova attrazione turistica 

Il Brasile ha guadagnato un nuovo punto di riferimento storico. Sabato 8 novembre è stato inaugurato, accanto al portale d’ingresso di Antônio Prado, città dello Stato del Rio Grande do Sul, un monumento in omaggio ai 150 anni dell’immigrazione italiana nello Stato. La scultura celebra il coraggio e l’eredità degli immigrati che lasciarono l’Italia in cerca di nuove opportunità, contribuendo a modellare lo sviluppo sociale, economico e culturale della regione.

Ideato dal Circolo Culturale Italo-Brasiliano (CIBRAP), dall’Agenzia per lo Sviluppo del Patrimonio Culturale e Naturale (ADESP) e dal Comune di Antônio Prado, il progetto è stato realizzato in cemento armato dall’artista brasiliano Vinicius Ribeiro, ispirato al Monumento all’Emigrante di Asiago (Italia). L’opera misura 2,20 metri di altezza, 2,5 metri di larghezza e 70 centimetri di profondità, ed è stata installata su una base di 1,5 metri.

monumento imigrante antonio prado fotos maicon hinrichsen 74La scultura simboleggia l’arrivo di una famiglia in Brasile: il padre, con una valigia in mano, guarda avanti in un gesto di coraggio; la madre, con un bambino in braccio, esprime speranza; il figlio piccolo rappresenta il futuro — la continuità della storia in una nuova terra.

Alla base dell’opera è inciso il poema “Il treno degli emigranti” dello scrittore italiano Gianni Rodari, riportato in due lingue — italiano e portoghese.

I versi esprimono l’emozione dell’addio e il peso della nostalgia che ha accompagnato la traversata degli immigrati:

Non è grossa, non è pesante 

la valigia dell’emigrante… 

C’è un po’ di terra del mio villaggio, 

per non restar solo in viaggio… 

Un vestito, un pane, un frutto 

e questo è tutto. 

Ma il cuore no, non l’ho portato: 

nella valigia non c’è entrato. 

Troppa pena aveva a partire, 

oltre il mare non vuole venire. 

Lui resta, fedele come un cane, 

nella terra che non mi dà pane: 

un piccolo campo, proprio lassù… 

Ma il treno corre: non si vede più.

Una nuova cartolina per Antônio Prado

Il Comune ha realizzato un ampio intervento di riqualificazione nell’area del portale d’ingresso della città. I lavori hanno incluso la costruzione di una piazza, marciapiedi, aree verdi e miglioramenti infrastrutturali. Il risultato è un ambiente accogliente e valorizzato, che rafforza il potenziale turistico e il simbolismo del punto d’arrivo nella città.

Il nuovo monumento si aggiunge a un insieme di iniziative che consolidano Antônio Prado come riferimento nella tutela del patrimonio culturale e nel turismo sostenibile. Riconosciuta dalle Nazioni Unite (ONU) come uno dei Migliori Villaggi Turistici del Mondo, la città riafferma, con questa inaugurazione, il suo impegno nel valorizzare la storia e promuovere esperienze autentiche legate all’immigrazione italiana.

Secondo il sindaco Roberto Dalle Molle, il monumento rappresenta una tappa significativa delle celebrazioni per i 150 anni dell’immigrazione italiana e riafferma i legami storici tra il Rio Grande do Sul e l’Italia. “È uno spazio di memoria collettiva che valorizza l’eredità dei nostri antenati e rafforza l’identità di Antônio Prado, riconosciuta come la città più italiana del Brasile”, ha dichiarato il sindaco.

Per il Console Generale d’Italia a Porto Alegre, Valerio Caruso, Antônio Prado è un esempio di come il turismo possa diventare motore di sviluppo, unendo cultura, storia e ospitalità: “L’italianità è sempre stata e continuerà a essere un’espressione di appartenenza, identità e orgoglio. La Fenamassa è il simbolo vivente di questa eredità storica. Che i prossimi 150 anni siano costruiti con la stessa unione che lega il Comune, la Serra Gaúcha, il Brasile e l’Italia.”

La Segretaria al Turismo di Antônio Prado, Patrícia Schenkel, ha sottolineato che il monumento simboleggia il coraggio delle famiglie che attraversarono l’oceano portando con sé valori che ancora oggi definiscono lo spirito pradense. “Preservare la memoria è una costruzione collettiva, e ognuno di noi ha un ruolo importante nel mantenere viva la storia che ci ha condotti fin qui. Con quest’opera inauguriamo anche un nuovo spazio di incontro per i visitatori e una nuova cartolina di Antônio Prado. Conservando il passato e investendo in infrastrutture, apriamo le porte al futuro, per continuare a camminare con unità, coraggio e speranza.”

Gustavo Rech

Crediti fotografici e video: Maicon Hinrichsen




Un’opera dell’arte piumaria mexica al Museo delle Culture di Milano

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carinalemudecpuntovertSarà esposto a Milano nella collezione permanente del Museo delle Culture (Mudec) —nella sala dedicata alla Collezione Settala— il ritratto del cardinale Giulio Rospigliosi, mosaico di piume e capolavoro dell’arte piumaria precolombiana, nuova acquisizione del centro espositivo.

Si tratta di un’opera realizzata da un anonimo artista messicano del XVII secolo e raffigurante il futuro papa Clemente IX, che arricchisce ulteriormente le collezioni del Comune del capoluogo lombardo.

L’acquisto è il risultato di lunghe ricerche e di una rigorosa due diligence in materia di provenienza, condotta con l’approvazione e la collaborazione dell’Ambasciata del Messico in Italia.

Realizzato in terra azteca tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta del XVII secolo, il dipinto è un pregevole esempio della cosiddetta arte amanteca,nome con cui nell’Impero Mexica erano note le opere degli artigiani specializzati nella creazione di accessori, indumenti e ornamenti con piume preziose.

Il metodo prevedeva l’applicazione di uno o più fogli di papel amatl su una lastra di rame, successivamente rivestiti da strati di piume di volatili variopinti.

La tecnica, che si basa su una lunga tradizione precolombiana, veniva impiegata nel vicereame della Nuova Spagna per la realizzazione di immagini sacre cattoliche commissionate dalle autorità ecclesiastiche.

I missionari ne intuirono presto il potenziale come strumento di evangelizzazione e numerosi esemplari furono inviati in Europa come doni destinati a papi, imperatori e sovrani. Le opere figuravano nelle più antiche collezioni di meraviglie del mondo, come quelle dei Farnese, dei Chigi e dei Medici, oltre che nella camera delle meraviglie del gesuita Athanasius Kircher (1602 –1680).

Tra i collezionisti dell’epoca si annoverava anche Manfredo Settala —la cui raccolta è oggi in parte esposta al Mudec— che possedeva alcuni manufatti amantechi di piccole dimensioni, oggi purtroppo perduti.

I ritratti appartenenti a questa tipologia e di simili dimensioni —che richiedevano diversi mesi di lavoro— sono estremamente rari. L’opera acquisita dal Mudec può essere collegata a una possibile “serie” di due dipinti prodotti dalla stessa bottega, di cui il primo, il ritratto di Papa Alessandro VII Chigi (databile al 1665-1666 circa), è stato già esposto in occasione dell’apertura del percorso permanente Milano Globale. Il mondo visto da qui (2021).

Immagine: comune.milano.it

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