Teheran. La Residenza Italiana al centro di un importante progetto architettonico

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5myteheranTEHERAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italian a Teheran, Giuseppe Perrone, ha ospitato nei giorni scorsi in Residenza l’evento di presentazione di un progetto di documentazione e raccolta di materiale storiografico e architettonico su 340 edifici della città, alcuni dei quali iscritti nella lista del patrimonio culturale del paese e nel patrimonio UNESCO (Palazzo Golestan).
Il progetto, sfociato nella pubblicazione del libro “La mia Teheran” di Amir Reza Farahbod, ha come scopo principale la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale della capitale iraniana in vista di una sua ulteriore attività di promozione.
La Residenza italiana gioca un ruolo fondamentale nel progetto come esempio di pregiata arte dell’epoca qajara e custode di un giardino persiano di otto ettari, uno dei più rari e originali esempi di giardino persiano ancora presenti nella città di Teheran.
L’ambasciatore Perrone, in apertura della presentazione del progetto, ha sottolineato il continuo impegno dell’Italia a salvaguardare il giardino di Farmanieh, valorizzandone il carattere unico di testimonianza storica e architettonica, e ponendolo al centro di eventi culturali promossi dall’Ambasciata d’Italia.
All’incontro ha partecipato anche il presidente del Consiglio comunale di Teheran, Mohsen Hashemi Rafsanjani, che ha sottolineato la profondità della ricerca alla base del progetto ed ha auspicato che, nella nuova fase che si sta per aprire nelle relazioni internazionali, vi sia un ulteriore approfondimento dei rapporti tra Italia e Iran, che ha definito storici e particolarmente intensi.
“La mia Teheran” è frutto di un lavoro di circa 10 anni svolto dall’architetto Farahbod in collaborazione con la municipalità di Teheran, il Ministero dei Beni Culturali, del Turismo e dell’Artigianato della Repubblica Islamica dell’Iran, di esperti e ricercatori dell’Università di Teheran. (aise)




Vancouver. Mostra d’arte al Centro Italiano: “Through the Eye of the Needle: The Marble and Granite Sculpture of Lorenzo De Francesco”

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4Le diciassette sculture di Lorenzo de Francesco attualmente esposte al Museo del Centro Italiano si concentrano sul tema della perpetua ricerca dell’essenza ultima del nostro viaggio di vita. Un riferimento biblico ha ispirato il titolo di questa mostra: “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”. Le sculture di De Francesco, infatti, accompagnano lo spettatore attraverso una serie di passaggi dell’anima, angosce, lotte e ostinate speranze. La ricompensa di questo viaggio, il suo trionfo finale portano alla scoperta dell’autocoscienza, al ripudio del materialismo e al riappropriarsi della semplicità che conoscevamo da bambini.

L’espressione visiva di De Francesco è incentrata sulla verticalità. Le forme si allungano per raggiungere l’ignoto. Sono piegate, contorte e spezzate, ma continuano a protendersi audacemente in avanti come la “Croce spezzata e piegata”, una grande scultura in granito grigio. La tinta unita della pietra intensifica l’impatto drammatico delle crepe, o meglio, delle ferite che l’artista ha scavato sulla croce.

5Nella trilogia “Awakening”, “Awakened” e “Solid Mind”, sottili colonne di marmo sormontate da una forma circolare simboleggiano la progressione verso la conoscenza di sé. Le spirali eleganti ma minacciose di “The Knot” e “The Snake and the Rope”, due sculture in pietra calcarea, suggeriscono la lotta tra lo spirituale e il materiale. Forse, l’opera più intrigante è “San Giovanni Battista” una scultura in granito e basalto. A distanza, le sue forme ovali e tondeggianti sollevate su una colonna annodata in modo elaborato sembrano irradiare un senso di serenità, ma a un esame più attento, la rassicurante forma a uovo si rivela essere una testa mozzata che poggia su un piccolo piedistallo rotondo.

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Ci sono multipli riferimenti in questa opera d’arte, a seconda da quale lato viene osservata. Vista da dietro, la testa del Battista può ricordare un antico elmo da guerra, mentre dal lato opposto, gli occhi chiusi e i lineamenti rilassati della figura evocano una serenità da nirvana. In “The Veil”, De Lorenzo conferisce una aggraziata fragilità al velo drappeggiato di questa scultura in marmo e basalto che rappresenta un altro allontanamento dalle forme angolari, sottili e verticali presenti nella maggior parte di questa collezione. Le linee nette, essenziali e pulite di “Sentinel” riassumono gli elementi principali dell’ispirazione di De Lorenzo ed evidenziano la sua maestria nell’uso e negli accostamenti cromatici delle sue pietre preferite: granito, marmo, calcare e basalto.

 

Through the Eye of the Needle: The Marble and Granite Sculpture of Lorenzo De Francesco

Museo del Centro Italiano di Vancouver, aperta dal 20 gennaio al 30 marzo 2021.




Amburgo. De Chirico alla Kunsthalle

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19kunsthalledechiricoSi inaugurerà in live streaming giovedì 21 gennaio, alle ore 19:00, presso la Kunsthalle di Amburgo la mostra “Giorgio de Chirico. Realtà magica”. Il museo ospiterà fino al 25 aprile le opere dell’artista italiano de Chirico (1888-1978), fondatore della pittura metafisica e uno dei più importanti predecessori del Surrealismo e della Nuova oggettività.
I discorsi di inaugurazione saranno tenuti dal primo borgomastro della Città Libera e Anseatica di Amburgo, il sindaco Peter Tschentscher, dall’ambasciatore italiano a Berlino, Luigi Mattiolo, dal direttore della Kunsthalle di Amburgo, Alexander Klar, e dalla curatrice della mostra, Annabelle Görgen-Lammers.
La mostra, organizzata dalla Kunsthalle di Amburgo e posta sotto il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, aprirà al pubblico dal 22 gennaio al 25 aprile 2021, sebbene la sua durata sarà soggetta ad eventuali modifiche a causa delle misure di contenimento della pandemia da Coronavirus.
Al centro della grande mostra vi sono gli iconici quadri di De Chirico risalenti alla fase sperimentale che va dal 1909 al 1919. In questo periodo insieme a Giorgio Morandi, Carlo Carrà e suo fratello, Alberto Savino, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, scrittore, pittore, drammaturgo e compositore, pose le basi per un “modernismo diverso” con la Pittura metafisica. I dipinti evidenziano come l’artista, nato nella città portuale greca Volos, sia stato influenzato dalle diverse culture europee, come i miti greci e la filosofia tedesca. Ciò che influenza De Chirico in particolare sono i dipinti del pittore simbolista Arnold Böcklin, di Max Klinger e del Surrealista Salvador Dalì e Max Ernst, che scopre nel suo periodo di formazione nei musei di Monaco. Anche le esperienze di luce e di spazi delle piazze italiane e dei movimenti dell’avanguardia francese a Parigi sono particolarmente rilevanti.
Nelle sue enigmatiche vedute di città deserte, dipinte con precisione, con torri, arcate, piazze e facciate di palazzi tra luci e ombre, De Chirico cerca di rende visibile l’invisibile alla luce della prima guerra mondiale. Solamente le ombre figurative usate singolarmente e i manichini dall’aspetto surreale rompono il vuoto dello sfondo. Sono immagini enigmatiche, piene di intuito, ricordo e presagio, immagini oniriche, in cui il tempo sembra fermarsi e lascia intravedere un mondo virtuale oltre le apparenze. In questo mondo De Chirico smaschera l’ambiguità dei segni di una realtà apparente. L’ambiguità, il virtuosismo e la virtualità anticipata sono oggi particolarmente impressionanti, perché l’esperienza dello spazio, del tempo e delle immagini di luoghi deserti e inquietanti sono divenuti realtà nel 2020 per via delle limitazioni dei contatti e delle uscite. In questo modo i capolavori centenari offrono uno spunto di riflessione agli spettatori e alle spettatrici sulle proprie esperienze con la realtà attuale, interna ed esterna.
La Kunsthalle presenta una selezione di capolavori senza precedenti per qualità e rarità a livello espositivo, provenienti da numerose collezioni pubbliche e private in tutto il mondo: dal MoMA – Museum of Modern Art e dalla Pierre and Tana Matisse Foundation di New York all’Art Institute of Chicago, dal Chrysler Museum of Art in Norfolk, Virginia, alla Menil Collection in Houston e al Philadelphia Museum of Art, per citare i prestatori dagli USA; ma anche dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, la Tate London e il Moderna Museet in Stockholm. In totale si tratta di ottanta opere non solo di de Chirico, ma anche di Carlo Carrà, Giorgio Morandi, Alberto Magnelli, Alexander Archipenko, Pablo Picasso, Arnold Böcklin e Max Klinger che potranno essere ammirate in questa mostra, frutto di una intensa cooperazione internazionale, che ha superato le barriere della pandemia.




Tokio. Un direttore “di chiara fama” per l’IIC

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18maecitokyoÈ online l’avviso per selezionare il nuovo Direttore “di chiara fama” dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. Le candidature dovranno pervenire entro le 18.00 (CET) del 1° febbraio.
Il mandato del direttore durerà due anni, rinnovabile una sola volta per altri due. Il bando è aperto a cittadini italiani di età compresa tra 30 e 65 anni, che non abbiano già ricoperto tale incarico.
Oltre alla perfetta conoscenza dell’inglese, ai candidati si richiede “elevato prestigio culturale” ed “elevate competenze riguardo l’organizzazione della promozione culturale”; competenze nella gestione di risorse umane e finanziarie e conoscenza del contesto giapponese.
Il bando è disponibile a questo link.




La testa di Cristo di Leonardo da Vinci stupisce il mondo.

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foto conferenza 1L’attesissima conferenza stampa di attribuzione a Leonardo da Vinci, si è tenuta lo scorso 14 gennaio in diretta streaming mondiale, presso gli studi di produzione “On Air”di Milano. Numerosissimi gli apprezzamenti giunti in redazione, in merito alle sconvolgenti rivelazioni relative agli studi condotti sul disegno a sanguigna di Lecco.

Durante l’evento, si è confermato quanto anticipato nella prima uscita mondiale del ritrovamento dell’opera e della attribuzione da parte della studiosa Annalisa Di Maria alla mano creativa del grande Leonardo da Vinci.

Tutti gli elementi di ricerca illustrati durante la conferenza, hanno confermato la datazione del supporto cartaceo del disegno al XV-XVI secolo.

In diretta mondiale sono intervenuti, i due studiosi vinciani statunitensi, prof. Jean Pierre Isbouts e il dott. Christopher Browns. L’evento ha visto la partecipazione del ricercatore e scultore Andrea da Montefeltro che ha relazionato sugli studi di laboratori di carta antica, su quelli di codicologia e sull’analisi di comparazione dei fogli antichi, soprattutto con quelli del Codice di Windsor da cui è emersa una enorme similitudine.

 

Di grande importanza, sono stati anche i risultati ottenuti sul foglio dalle analisi di laboratorio, del Centro di Restauro e Conservazione del foglio antico, della dott.ssa Cinzia Paraboschi.

Dalla conferenza, sono emersi elementi tecnici di grande rilevanza, tra cui una filigrana con un volatile e una contromarca tipica dell’epoca, e delle impronte di scritte e numeri che, ci riportano alla bottega di Leonardo, il quale faceva preparare dai propri allievi i fogli che lui andava a riutilizzare.

Sorprendenti sono state poi le parole della Di Maria che, in un viaggio emozionale, anche tra gli scritti di Leonardo, ha saputo raccogliere e trasmettere gli elementi di attribuzione stilistica, gli studi di proporzione, le analisi di comparazioni tecniche e visive del disegno e gli studi di tratteggio, da cui è emerso che la sanguigna sia stata realizzata con la mano sinistra e inoltre i riccioli della barba del Cristo, fedelmente compatibili con il movimento ondulatorio dei capelli e della barba, delle principali opere di Leonardo.

Altro elemento emerso durante la conferenza, è stata l’ipotesi che Leonardo abbia potuto ispirarsi per la sua testa di Cristo, alla Sacra Sindone, in quanto i due volti, risulterebbero molto simili e ciò proverebbe il fatto che Leonardo entrò in contatto con il Sudario di Gesù.

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I contributi fotografici ad alta definizione nell’UV visibile che hanno permesso l’individuazione degli elementi di vergatura, sono stati prodotti dallo studio fotografico Blow up del fotografo Stefano Masciovecchio. Per l’enorme sensibilità dimostrata, nel sostegno di attività ed iniziative in ambito culturale e di ricerca nell’occasione l’International Committee Leonardo da Vinci ha consegnato all’azienda Costamp Group S.P.A. e al suo presidente, un alto riconoscimento che ha visto in passato la premiazione di grandi esponenti della cultura, della tutela e della ricerca italiana nel mondo, per citarne qualcuno, la Scuderia Ferrari, i chirurghi di fama mondiale che operano con l’ausilio del Robot da Vinci, tutte le Forze dell’Ordine nazionali e i Monuments Men.

In conferenza si è annunciato che, in accordo tra la studiosa e i proprietari dell’opera, gli studi di laboratorio e di diagnostica continueranno con ulteriori approfondimenti, aprendo la strada anche ad altri studiosi che vorranno aderire e collaborare a questo importante progetto.




Belo Horizonte: costruire la modernità con l’Italia

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10minasDa architetti e ingegneri, a capomastri e “muratori”. L’influenza italiana sull’architettura (e non solo) di Belo Horizonte, tra il 1900 e il 1940, è indelebile. A questo è dedicata la mostra “Minas | Itália: Construção da Modernidade” (Minas | Italia: costruzione della modernità), organizzata dal Consolato d’Italia a Belo Horizonte e curata da Leonardo Castriota e Augusto Nunes.
Inaugurata nel dicembre scorso, a Belo Horizonte, la mostra resterà aperta fino al 31 gennaio prossimo e si potrà visitare seguendo i dettami dei protocolli di sicurezza adottati per contenere la pandemia Covid-19.
L’esposizione si compone di 20 fotografie di Daniel Moreira in grande formato che rappresentano dettagli architettonici di edifici che ritraggono l’influenza italiana sull’architettura della capitale mineraria.
L’influenza italiana sull’architettura della capitale del Minas Gerais è stata una costante negli ultimi 100 dei 300 anni complessivi del Minas Gerais. L’Italia, ma soprattutto gli italiani immigrati nello Stato brasiliano, hanno giocato un ruolo decisivo nella trasformazione della città. E l’idea della mostra è proprio quella di commemorare questo tricentenario dello Stato, che è uno di quelli che ha accolto il maggior numero di immigrati italiani tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. La mostra fotografica, infatti, mira a valorizzare la memoria storica dell’immigrazione italiana presente in diverse costruzioni architettoniche a Belo Horizonte, la capitale dello Stato.
L’Italia ha sempre avuto un ruolo importante nella scena di Belo Horizonte. L’intensa produzione di architetti italiani e italo-brasiliani ha segnato sicuramente la configurazione architettonica della capitale del Minas Gerais, in costruzioni ed edifici come la sede del Minas Tennis Club, il Palazzo Arcivescovile, Santa Casa da Misericórdia, la sede del Municipio, la Segreteria Pubblica sicurezza e il Teatro Francisco Nunes. Tutte queste costruzioni portano i segni della cultura italiana, dove il mantenimento di un vigoroso classicismo, con un’attenta rivisitazione degli elementi classici, si coniuga con una genuina attenzione al modernismo, che sta prendendo sempre più piede nell’Europa del Novecento.
In un momento in cui l’istantanea apprensione del mondo rende lo sguardo più spesso disattento, la mostra è un invito al visitatore a concentrarsi maggiormente sui dettagli architettonici presenti a Belo Horizonte, che, diffusi in tutta la città, riflettono il contributo del pensiero e l’azione dell’architettura italiana nella costruzione della città.
Ornamenti, elementi scultorei, pezzi di volumi, curve. Questi dettagli rappresentano un primo livello della mostra che i visitanti sono chiamati a scoprire (o a riscoprire) in modo intuitivo ma anche immediato, con un impatto visivo che profuma di italianità. La mostra poi si conclude con un secondo livello, in cui lo spettatore potrà collegare gli elementi presentati nelle fotografie di dettagli con gli edifici che li ospitano, in una apprensione dell’ordine della conoscenza architettonica.
La mostra è organizzata dal Consolato Italiano a Belo Horizonte in collaborazione con il Governo dello Stato, con il supporto del Centro Culturale Banco do Brasil di Belo Horizonte e prodotta dall’Istituto per gli studi sullo sviluppo sostenibile, anch’esso con sede nella capitale del Minas Gerais.
Per prendere parte a questa esperienza, oltre a dover seguire pedissequamente i dettami per contenere la diffusione del virus, si dovranno acquistare i biglietti tramite il sito web o l’app Eventim, in quanto non ci sarà un botteghino fisico.
Immigrazione italiana e nascita della capitale mineraria
Progettata per sostituire la vecchia città coloniale, Ouro Preto, Belo Horizonte si trasforma nell’ultimo secolo, imponendosi come segno di sviluppo urbano pianificato e incorporando le innovazioni introdotte e imposte dai tempi nuovi, in una modernità che rompe l’egemonia quasi assoluta del colonialismo Barocco portoghese e rococò.
La capitale del Minas Gerais nasce infatti come la realizzazione del sogno di un ordine comteo positivista alla fine del secolo XIX. In questo contesto, la nuova capitale prende forma con la sua scenografia urbana unica, disegnata dalla disposizione delle maglie sovrapposte, dalla sua toponomastica repubblicana, come protagonista innovativa di inizio secolo. Della profonda trasformazione avvenuta, oggi, sopravvive quasi solo la “permanenza del piano”, che viene improvvisamente rivelata dalla vista privilegiata di un angolo che testimonia la città che un tempo sorgeva su un altopiano polveroso sopra i detriti del campo del delta del fiume Re.
“Belo Horizonte – sottolineano i curatori – appare come una città moderna e, come tale, infedele a se stessa. Raccontare la storia della sua architettura non è altro che evocare la costruzione della città stessa, soffermandosi sulle modernità che, in successione, hanno delimitato il suo territorio. Nell’arco che va dall’eclettismo al postmoderno, riprende un fecondo dialogo con la tradizione, passando dal decò al modernismo nella produzione di diverse immagini di modernità che imprimono un segno significativo”.
Storia dell’immigrazione italiana in BH e Minas Gerais
L’immigrazione straniera nello Stato del Minas Gerais si inserisce nel contesto generale dell’immigrazione in Brasile, avvenuta tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Secondo le statistiche ufficiali – certamente i numeri reali erano molto più alti – 61.260 immigrati entrarono nel Minas Gerais solo tra il 1894 e il 1897, di cui 50mila italiani.
Nello Stato brasiliano, molti immigrati hanno contribuito a costruire intere comunità, sviluppando abilità artistiche, progettando le città in cui vivevano, costruendo industrie e introducendo mestieri e prodotti. Nella costruzione di Belo Horizonte spiccavano già alcuni ingegneri di origine italiana tra i tanti europei, come il Dr. Burlamaqui, Gustavo Farnese e Adolfo Radice. Gli appaltatori Afonso Massini e Carlos Antonini si sono distinti nella costruzione del ramo ferroviario che collegava le stazioni di Minas e General Carneiro, che ha facilitato l’arrivo a Belo Horizonte di persone provenienti da Rio de Janeiro. Nell’attività di esplorazione del calcare spiccava il discendente degli italiani J. Orlandini, proprietario della cava Acaba Mundo dal 1895. Un altro italiano emerso nell’arte e nell’architettura della nuova capitale fu Luis Olivieri. Laureato a Firenze, entrò a far parte della commissione edilizia come disegnatore e, nel 1897, creò il primo studio privato di artigianato in città. Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, un discendente di italiani, Luiz Signorelli, fu responsabile dell’introduzione dell’art déco nella capitale, insieme ad altri architetti. Signorelli fu invece il primo direttore della Facoltà di Architettura dell’allora Università del Minas Gerais. Ma ci sono tanti altri italiani, e/o discendenti, particolarmente attivi in quel periodo fulvido per il Brasile: Hermínio Gauzi (Edifício San Marco, in Avenida Augusto de Lima, 510); Raffaello Berti (Municipio, Cine Metrópole e Palazzo Arcivescovile) e, infine, Romeo di Paoli, che, oltre a progettare l’edificio dell’Hotel Imperial Palace, ha progettato il Centro Autisti e il Collegio Sant’Agostino.
Il Consolato d’Italia a Belo Horizonte, istituito nell’agosto del 1902, a cinque anni dalla fondazione della città, ha dimostrato lo speciale rapporto che si è instaurato sin dall’inizio tra la neonata città e l’Italia, patria di innumerevoli pionieri giunti a donare contributo decisivo alla costruzione e allo sviluppo della nuova capitale del Minas Gerais. Un rapporto intenso, reciproco, che continua ancora oggi.




Il Michelangelo del Rio de la Plata

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310px Missoes“El Pequeno Miguel Angel” : fu questo l’appellativo con il quale Giuseppe Brassanelli venne chiamato dai suoi confratelli del Paraguay, negli anni in cui applicò il suo talento alle opere da realizzare nelle vaste aree comprendenti le decine di reducciones gesuitiche. E il talento di questo missionario fu davvero fuori dal comune, per i canoni dell’epoca.

Nato a Milano il 6 gennaio 1658, Bressanelli trovò fin da giovanissimo la sua vocazione al sacerdozio e decise di votare la propria esistenza all’evangelizzazione. Entrò così nel collegio di Milano, quale novizio, nel 1680 e nella casa professa imparò – insieme alle Scritture Sacre – la professione di scultore, dimostrando subito un talento innato per la lavorazione della pietra. Accolto con grande entusiasmo dai confratelli più anziani, Giuseppe Bressanelli proseguì il suo percorso religioso, alternandolo a quello artistico e nel 1686 passò al collegio di Brera, per restarvi altri due anni e apprendervi altri preziosi spunti per la sua vena fantasiosa. Nel 1688 terminò la sua lunga strada di avvicinamento ai voti con il noviziato a Chieri e si preparò all’ingresso nel mondo missionario.

Erano quelli gli anni nei quali l’Oriente rappresentava la massima aspirazione per i giovani religiosi desiderosi di evangelizzazione. Padre Ricci, maestro insuperabile della Compagnia di Gesù (fu il primo religioso cattolico ad entrare nella città proibita di Pechino e ad avere udienza presso l’imperatore), aveva fatto proseliti e la sua aurea fascinosa di gesuita, scienziato e tecnico, aveva creato un grande movimento di missionari verso le terre asiatiche. La destinazione americana rappresentò quindi per il giovane gesuita milanese una vera e propria doccia fredda alla proprie ambizioni evangeliche e venne accettata a malincuore dal talentuoso scultore in toga nera. Per lui i vertici della Compagnia avevano scelto però il non meno ostico territorio del Paraguay e le missioni gesuitiche destinate a passare alla storia del mondo.

Bressanelli venne aggregato al gruppo guidato da padre Antonio Parra e con i suoi confratelli dal porto di Cadice il 17 gennaio del 1691. Approdò nella sua nuova terra dopo quasi tre mesi di burrascoso viaggio marittimo e venne subito inviato nelle reducciones in terra guaranì. Il giovane missionario ebbe subito modo di prendere confidenza con il suo nuovo universo e poté ammirare le stupende realizzazioni di legno degli indigeni, veri capolavori dell’architettura silvestre. Quelle costruzioni però si rivelarono altrettanto fragili, per il rapido deterioramento – in clima tropicale- della materia prima e furono oggetto del primo grande intervento professionale del gesuita milanese.

Bressanelli fu così chiamato quasi per caso a realizzare una nuova chiesa in pietra, onde poter sostituire il luogo di culto divenuto pericolante e piccolo per la crescente comunità di indios della missione paraguaiana. Il milanese realizzò la chiesa di Itapùa, attualmente situata in territorio paraguaiano, meritandosi subito la fama di eccezionale scultore, pittore ed architetto. La sua opera prima, composta da tre navate intersecate a croce, lunga 65 metri e larga 35, fu riconosciuta da tutti un vero capolavoro. Nella chiesa egli dipinse scene bellissime della vita della Beata Vergine, lasciando il suo segno anche nelle trenta colonne finemente lavorate in pietra e stucco colorato. Bressanelli progettò, per la sua prima opera, un grande portico sulla facciata, realizzando ben sette porte d’ingresso e un eccezionale colonnato, anch’esso finemente cesellato.

La meraviglia per l’opera del giovane architetto fu talmente tanta da trasformare Bressanelli in una vera e propria “star” delle città coloniali argentine e paraguaiane. Il gesuita però non si fece mai tentare dalla realizzazione di manufatti diversi da quelli del culto. Nelle chiese egli voleva lasciare il suo personale segno di artista e le occasioni non mancarono per rendere il suo talento visibile ai posteri.

1233309215828Dopo quella di Itapùa, toccò alla missione di Loreto: lo scultore milanese progettò e realizzò, con i suoi fidi indios manovali, un luogo di culto larga 56 metri e pur essendo più piccola di altre chiese, riuscì a disegnare una facciata imponente alla vista. La cupola fu decorata dall’eclettico artista con scene della vita di Re David mentre un altro capolavoro regalato alla comunità fu l’altare in legno intarsiato.

Altro successo architettonico rappresentò la chiesa di San Borja, costruita ex novo, mentre per quella di Santa Ana, attualmente in Argentina, Bressanelli disegnò i progetti per l’ampliamento. In quest’ultimo luogo di culto, il milanese progettò la costruzione di una torre nuova e diresse tutti i lavori di cantiere, affidando l’esecuzione a uno staff di indiani guarany perfettamente addestrato. I suoi muratori indios trasformarono fedelmente le idee proposte dall’architetto, regalando alla missione una chiesa riccamente decorata e piena di suggestione.

Santo2La fama di dell’artista della Compagnia di Gesù si era ormai consolidata negli ambienti missionari del Guarany ed egli venne chiamato a dare il suo contributo a tutte le nuove realizzazioni all’interno delle “riducciones”.

Il vento, al di fuori dell’eccezionale mondo autarchico delle missioni gesuitiche, stava intanto cambiando e la regolazione dei confini tra potenza spagnola e Portogallo stavano deteriorando il fragile equilibrio politico sul quale si reggeva “lo stato dei gesuiti”. Il nervosismo crescente non fermò però la mano dell’architetto, che fu chiamato a dirigere i lavori della chiesa della Concezione (attualmente in Argentina) e quella dell’Incarnazione (in Paraguay). Per quest’ultima egli realizzò le sculture delle statue della facciata mentre nella missione lasciò la sua testimonianza anche per gli eccezionali murales, dipinti nei corridoi e nel refettorio della casa comune gesuitica, scegliendo per tema la vita del fondatore S. Ignazio de Loyola.

Bressanelli, divenuto ormai maestro di architetti indigeni, passò il resto della sua vita ad insegnare la sua arte agli abitanti delle Riduzioni, meritandosi la fama di più grande gesuita italiano del Rio de la Plata.

Chiamato dal provinciale Roccafiorita a progettare la chiesa di S. Ignacio Minì, il milanese riprese per l’ultima volta i suoi attrezzi preferiti realizzando una chiesa di dimensioni minori rispetto al suo standard progettuale, ma di grandissimo effetto scenografico. Fu il suo testamento artistico. Commissionata nel 1724, l’opera fu realizzata in poco più di un anno e l’architetto poté godere dell’apprezzamento della sua ultima fatica.

La morte lo colse a settanta anni, mentre disegnava altre opere nella missione di Santa Ana, ma se la morte fisica è ineluttabile, diverso è il destino riservato alle sue numerose opere. Le interminabili guerre scatenatesi per la “conquista” dello stato guarany, trascinarono nel caos l’intera zona, lasciando lo spazio a numerosi saccheggi da parte dei bandeirantes, mercenari al servizio della Spagna e del Portogallo destinati ad entrare nei libri di storie per le loro malefatte. Molte chiese delle missioni furono distrutte e incendiate e molte furono private delle preziosissime opere scultoree e lignee. Sopravvissero allo scempio alcune di queste realizzazioni, salvando dall’oblio il genio di un vero talento dell’arte italiana nel mondo: Giuseppe Bressanelli, gesuita nell’anima, artista nella mente!




La testa di Cristo attribuita a Leonardo da Vinci in conferenza a Milano

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001 autoritratto da giovaneTutto pronto a Milano per l’attesissima conferenza che tutto il mondo dell’arte stava aspettando, l’attribuzione a Leonardo da Vinci della sanguigna denominata convenzionalmente “Il Ritratto di Lecco” da parte della studiosa italiana rinascimentale Annalisa Di Maria e ripresa dai media italiani e internazionali.

In conferenza stampa si presenterà lo studio di attribuzione e i risultati delle ricerche in laboratorio. A causa della persistenza della situazione covid, l’evento si terrà con videoconferenza con collegamenti da parte della Di Maria, con l’intervento del ricercatore-scultore Andrea Da Montefeltro,.

L’evento è previsto a Milano nella giornata del 14.01.2021, dalle ore 15,30, e verrà trasmessa in diretta dagli studi di produzione della società OnAir srl di Milano sul seguente canale: “Ritratto Leonardo da Vinci Lecco” https://www.youtube.com/channel/UCVLsJhrxVhbX6YfWBF2eEQA

La conferenza verrà trasmessa in lingua Italiana con traduzione simultanea in inglese per eventuali interventi esteri.

Link italiano   https://youtu.be/mAkv_eb20hs

Link estero  https://youtu.be/C3Mp25inUBM




Successo in Oman della mostra d’arte di Lucia Oliva

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Grande successo a Muscat, in Oman, per la Mostra d’Arte Hope and Memories, dove Lucia Oliva ha dato il meglio di sè. Senza ombra di dubbio la Oliva si conferma un’eccellenza italiana che esporta la sua preziosa arte ed è un vanto per l’Italia nel mondo. Stile inconfondibile supportato da una raffinatezza eccelsa nella scelta dei materiali e dei colori. Estro è professionalità sono gli ingredienti che si aggiungono alle qualità già  menzionate.  La mostra è stata organizzata in occasione della 50esima Giornata Nazionale dell’Oman e del Giubileo d’Oro, sotto l’auspicio di S.A. Sayyda Basma Al Said e dell’Ambasciata d’Italia in Oman.  L’inaugurazione è avvenuta  il 17 novembre alla presenza dell’ Ospite di Onore e Vice Ambasciatore d’Italia il Dott. Alessandro Garbellini oltre ad altre personalità di spicco del mondo omanita.  L’apprezzamento e la richiesta dei molti partecipanti alla mostra nei giorni a seguire ha reso necessaria la proroga della medesima fino al 9 dicembre 2020. Focus di Hope  and Memories sono i recenti ritratti speciali del compianto H.M. Il sultano Qaboos bin Said Al Said e H.M. Sultan Haitham bin Tariq Al Said oltre ad  altri lavori artistici recenti e meno recenti della straordinaria Lucia Oliva. La mostra in corso è presso la galleria Art&Soul di Muscat.

https://www.iltelevisionario2.net/




Belo Horizonte. Costruire la modernità con l’Italia

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4minasitaliaDa architetti e ingegneri, a capomastri e “muratori”. L’influenza italiana sull’architettura (e non solo) di Belo Horizonte, tra il 1900 e il 1940, è indelebile. A questo è dedicata la mostra “Minas | Itália: Construção da Modernidade” (Minas | Italia: costruzione della modernità), organizzata dal Consolato d’Italia a Belo Horizonte e curata da Leonardo Castriota e Augusto Nunes. Verrà inaugurata lunedì prossimo, 7 dicembre, a Belo Horizonte, e si compone di 20 fotografie in grande formato che rappresentano dettagli architettonici di edifici che ritraggono l’influenza italiana sull’architettura della capitale mineraria. La mostra, basata sulle fotografie di Daniel Moreira, resterà aperta fino al 31 gennaio prossimo e si potrà visitare seguendo i dettami dei protocolli di sicurezza adottati per contenere la pandemia Covid-19.
L’influenza italiana sull’architettura della capitale del Minas Gerais è stata una costante negli ultimi 100 dei 300 anni complessivi del Minas Gerais. L’Italia, ma soprattutto gli italiani immigrati nello Stato brasiliano, hanno giocato un ruolo decisivo nella trasformazione della città. E l’idea della mostra è proprio quella di commemorare questo tricentenario dello Stato, che è uno di quelli che ha accolto il maggior numero di immigrati italiani tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. La mostra fotografica, infatti, mira a valorizzare la memoria storica dell’immigrazione italiana presente in diverse costruzioni architettoniche a Belo Horizonte, la capitale dello Stato.
L’Italia ha sempre avuto un ruolo importante nella scena di Belo Horizonte. L’intensa produzione di architetti italiani e italo-brasiliani ha segnato sicuramente la configurazione architettonica della capitale del Minas Gerais, in costruzioni ed edifici come la sede del Minas Tennis Club, il Palazzo Arcivescovile, Santa Casa da Misericórdia, la sede del Municipio, la Segreteria Pubblica sicurezza e il Teatro Francisco Nunes. Tutte queste costruzioni portano i segni della cultura italiana, dove il mantenimento di un vigoroso classicismo, con un’attenta rivisitazione degli elementi classici, si coniuga con una genuina attenzione al modernismo, che sta prendendo sempre più piede nell’Europa del Novecento.
In un momento in cui l’istantanea apprensione del mondo rende lo sguardo più spesso disattento, la mostra è un invito al visitatore a concentrarsi maggiormente sui dettagli architettonici presenti a Belo Horizonte, che, diffusi in tutta la città, riflettono il contributo del pensiero e l’azione dell’architettura italiana nella costruzione della città.
Ornamenti, elementi scultorei, pezzi di volumi, curve. Questi dettagli rappresentano un primo livello della mostra che i visitanti sono chiamati a scoprire (o a riscoprire) in modo intuitivo ma anche immediato, con un impatto visivo che profuma di italianità. La mostra poi si conclude con un secondo livello, in cui lo spettatore potrà collegare gli elementi presentati nelle fotografie di dettagli con gli edifici che li ospitano, in una apprensione dell’ordine della conoscenza architettonica.
La mostra è organizzata dal Consolato Italiano a Belo Horizonte in collaborazione con il Governo dello Stato, con il supporto del Centro Culturale Banco do Brasil di Belo Horizonte e prodotta dall’Istituto per gli studi sullo sviluppo sostenibile, anch’esso con sede nella capitale del Minas Gerais.
Per prendere parte a questa esperienza, oltre a dover seguire pedissequamente i dettami per contenere la diffusione del virus, dovrà acquistare i biglietti tramite il sito web o l’app Eventim, in quanto non ci sarà un botteghino fisico.
Immigrazione italiana e nascita della capitale mineraria
Progettata per sostituire la vecchia città coloniale, Ouro Preto, Belo Horizonte si trasforma nell’ultimo secolo, imponendosi come segno di sviluppo urbano pianificato e incorporando le innovazioni introdotte e imposte dai tempi nuovi, in una modernità che rompe l’egemonia quasi assoluta del colonialismo Barocco portoghese e rococò.
La capitale del Minas Gerais nasce infatti come la realizzazione del sogno di un ordine comteo positivista alla fine del secolo XIX. In questo contesto, la nuova capitale prende forma con la sua scenografia urbana unica, disegnata dalla disposizione delle maglie sovrapposte, dalla sua toponomastica repubblicana, come protagonista innovativa di inizio secolo. Della profonda trasformazione avvenuta, oggi, sopravvive quasi solo la “permanenza del piano”, che viene improvvisamente rivelata dalla vista privilegiata di un angolo che testimonia la città che un tempo sorgeva su un altopiano polveroso sopra i detriti del campo del delta del fiume Re.
“Belo Horizonte – sottolineano i curatori – appare come una città moderna e, come tale, infedele a se stessa. Raccontare la storia della sua architettura non è altro che evocare la costruzione della città stessa, soffermandosi sulle modernità che, in successione, hanno delimitato il suo territorio. Nell’arco che va dall’eclettismo al postmoderno, riprende un fecondo dialogo con la tradizione, passando dal decò al modernismo nella produzione di diverse immagini di modernità che imprimono un segno significativo”.
Storia dell’immigrazione italiana in BH e Minas Gerais
L’immigrazione straniera nello Stato del Minas Gerais si inserisce nel contesto generale dell’immigrazione in Brasile, avvenuta tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Secondo le statistiche ufficiali – certamente i numeri reali erano molto più alti – 61.260 immigrati entrarono nel Minas Gerais solo tra il 1894 e il 1897, di cui 50mila italiani.
Nello Stato brasiliano, molti immigrati hanno contribuito a costruire intere comunità, sviluppando abilità artistiche, progettando le città in cui vivevano, costruendo industrie e introducendo mestieri e prodotti. Nella costruzione di Belo Horizonte spiccavano già alcuni ingegneri di origine italiana tra i tanti europei, come il Dr. Burlamaqui, Gustavo Farnese e Adolfo Radice. Gli appaltatori Afonso Massini e Carlos Antonini si sono distinti nella costruzione del ramo ferroviario che collegava le stazioni di Minas e General Carneiro, che ha facilitato l’arrivo a Belo Horizonte di persone provenienti da Rio de Janeiro. Nell’attività di esplorazione del calcare spiccava il discendente degli italiani J. Orlandini, proprietario della cava Acaba Mundo dal 1895. Un altro italiano emerso nell’arte e nell’architettura della nuova capitale fu Luis Olivieri. Laureato a Firenze, entrò a far parte della commissione edilizia come disegnatore e, nel 1897, creò il primo studio privato di artigianato in città. Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, un discendente di italiani, Luiz Signorelli, fu responsabile dell’introduzione dell’art déco nella capitale, insieme ad altri architetti. Signorelli fu invece il primo direttore della Facoltà di Architettura dell’allora Università del Minas Gerais. Ma ci sono tanti altri italiani, e/o discendenti, particolarmente attivi in quel periodo fulvido per il Brasile: Hermínio Gauzi (Edifício San Marco, in Avenida Augusto de Lima, 510); Raffaello Berti (Municipio, Cine Metrópole e Palazzo Arcivescovile) e, infine, Romeo di Paoli, che, oltre a progettare l’edificio dell’Hotel Imperial Palace, ha progettato il Centro Autisti e il Collegio Sant’Agostino.
Il Consolato d’Italia a Belo Horizonte, istituito nell’agosto del 1902, a cinque anni dalla fondazione della città, ha dimostrato lo speciale rapporto che si è instaurato sin dall’inizio tra la neonata città e l’Italia, patria di innumerevoli pionieri giunti a donare contributo decisivo alla costruzione e allo sviluppo della nuova capitale del Minas Gerais. Un rapporto intenso, reciproco, che continua ancora oggi.