La pizza fritta, da sempre la regina del cibo da strada napoletano (VIDEO)

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catturaQuando si pensa a Napoli, soprattutto alla Napoli di una volta, spesso affiorano nella mente e per certi versi anche in tutto il corpo, quei sapori e quei profumi dimenticati o quasi scomparsi del tutto che hanno un po’ perduto forza ed anima originaria ma che, molto prima che si utilizzasse la parola” street-food”, ricordano ai più che la città partenopea è stata la capitale del cibo da strada.

E quando, appunto, si parla di cibo da strada la prima cosa a cui si pensa è la ‘’pizza fritta’’. Nasce nel dopoguerra come parente povera di quella tradizionale per venire incontro sia alle esigenze economiche del popolo che alla carenza di ingredienti. Oltretutto, a scarseggiare erano anche i forni a legna, andati distrutti durante i bombardamenti, così si pensò che l’impasto poteva anche essere cotto nell’olio bollente anziché con il calore del forno. Questo tipo di cottura dava alla pizza un notevole rigonfiamento che provocava una sensazione di maggiore sazietà rispetto alla normale pizza e questo era un valido ed importante motivo in quel periodo di transizione post bellica.

La pizza fritta nasce, quindi, come pizza del popolo e, per avvalorare maggiormente questa tesi, si può far ricorso al ricordo della pizza ‘’ ‘a ogge ad otto ‘’, cioè la possibilità di prendere la pizza a credito, mangiarla subito, per poi pagarla dopo otto giorni.  Se la margherita rappresenta una sorta di immagine culturale che fa riconoscere un napoletano ovunque,  la pizza fritta è come una parola d’ordine intima che permette ai napoletani di riconoscersi. È qualcosa che appartiene solo a Napoli e al suo popolo ed è ancora una tradizione fortemente ancorata ai vicoli della città. Una pizza fritta, forse, anzi senza forse, fa ancora più napoletano di una pizza margherita.  Il venditore storico di pizze fritte usualmente esercitava la propria attività all’esterno del proprio basso,  dove venivano preparati, per ogni pizza, due panetti di impasto, uno, dopo avergli dato la tipica forma rotonda, veniva ricoperto di cicoli (ciccioli), ricotta, mozzarella e pepe e l’altro serviva per ricoprire il tutto. Una volta preparato, il calzone veniva immerso in olio bollente contenuto in una antica e strausata padella annerita. Un aiutante, con l’ausilio di una schiumarola, si prendeva cura della perfetta cottura della pizza. Oggi esistono delle aggiunte o delle alternative al classico ripieno, soprattutto  il pomodoro, la mozzarella di bufala e la provola affumicata di Agerola.

Trattandosi, come già detto, di un prodotto a forte connotazione popolare, sono, appunto, proprio i quartieri popolari ad aver dato i natali alla pizza fritta ed aver visto crescere e diffondersi, tra i vicoli la ‘cugina povera’ della pizza. Un tempo la pizza fritta, più che un piatto da pranzo o cena, era soprattutto uno spuntino mattutino e lo si acquistava in un tipico basso, quello dei ‘femminielli’, come spesso accadeva ai Quartieri Spagnoli, lì dove la figura del femminiello è sempre stata accostata, non soltanto allo ‘spettacolo’, quello della tombola scostumata e del burlesque ma soprattutto alla produzione e vendita di prodotti da street-food, anche per la loro proverbiale devozione ed attenzione alla pulizia, ovvero all’igiene.  A Napoli, alla vigilia di Natale e Capodanno, è d’uso pranzare con la pizza fritta. La cosa ancora più particolare è la motivazione che porta a questa usanza: a Napoli si mangia la pizza fritta il 24 e il 31 dicembre, perché il cenone è “leggero” e quindi aiuta i commensali a superare la veglia in onore di Gesù Cristo senza avvertire particolare fame.  Non è dunque un caso che il famoso regista italiano Vittorio De Sica le abbia assegnato un ruolo fondamentale ed importante nel film che è considerato il suo più grande tributo alla città: ‘’L’oro di Napoli’’.  La più famosa venditrice di pizza fritta è Sophia Loren, che, appunto, nel film del 1954, grida ‘’ mangi oggi e paghi fra otto giorni’’. Ne segue che la pizza fritta a Napoli è donna, infatti, fin dalla sua “invenzione” nei bassi napoletani di metà Ottocento, sono state le donne a portare in alto questo prodotto. Il boom nel dopoguerra, poi la vera ascesa solo negli ultimi anni, grazie agli eredi di quei locali e a giovani imprenditrici che credono nella bellezza di questo piatto povero. Qui di seguito un breve elenco a caso di friggitorie, sia storiche che attuali, cominciando con il mio quartiere, quello dei Tribunali, Spaccanapoli, in pieno centro storico, Di Matteo, Zia Esterina Sorbillo, da Fernanda, Concettina ai Tre Santi, la Pizzeria de’ Figliole, la Masardona, la Figlia del Presidente, ‘a Rossa, Concetta ‘’ ‘a mulignana’’ (zia di Pino Daniele), Giuditta, 50 Kalò. In ultimo voglio ringraziare il Prof. Renato Bedini, noto ‘’sciupafemmine’’ napoletano oltre che grande esperto gourmet partenopeo e, in particolar modo, l’amico Claudio Massari, grande conoscitore della storia, della cultura e dell’anima popolare napoletana.




Anna Marchese e i suoi moscardini all’onda

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imageOggi presentiamo Anna Marchese, all’anagrafe Anna Rita Marotta, compagna di Vincenzo Marchese, classe 1973, nata a Paola, provincia di Cosenza e diplomata all’Istituto Alberghiero San Francesco di Paola IPSEOA nel 2009.

Dopo alcune esperienze lavorative in Italia decide con la famiglia di venire in Canada dove, forte della sua esperienza, sia scolastica che lavorativa e anche della tradizione anche familiare nella cucina, rosticceria e pasticceria soprattutto calabrese ma non solo, trova inizialmente alcune opportunità di lavoro presso la Capri Bakery di Toronto e poi presso la cucina della Chaminade College School.

Di seguito si specializza come “private chef” e attualmente lavora presso le cucine della St. Jane Frances Frémyot De Chantal Church. Vanta anche altre esperienze di lavoro, inclusa una molto proficua dal punto di vista culinario con lo Chef Alex Ziccarelli di Toronto.

Recentemente è diventata membro dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani per la Regione dell’Ontario (APCI Canada).

È amante della storia e delle tradizioni culinarie contadine regionali che spesso replica con successo per i commensali che hanno il piacere e la fortuna di poter gustare i suoi piatti.

 

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MOSCARDINI ALL’ONDA     

 

Ingredienti (per 4 persone):

-Almeno 20 moscardini (baby octopus)
-1 barbabietola ed 1 patata
-1 zucchina
-1 gambo di sedano
-1 cipolla
-2 foglie di alloro
-2 carote
-1 limone
-pepe nero in grani q.b.
-2/3 spicchi di aglio
-sale
-prezzemolo
-qualche foglia di basilico
-1 bicchiere di vino bianco
-il succo di mezzo limone .

Per le cialde:

-1 bicchiere di acqua
-1 cucchiaio di farina
-2 cucchiai di olio
-1 pizzico  di sale ed 1 di zafferano.

Per il brodo acidulato:

Tagliate in modo grossolano cipolla sedano e carota e preparate il brodo con i suddetti ingredienti, aggiungendo pepe nero, alloro, aglio sale, prezzemolo, vino e limone.

Appena il tutto comincia a bollire, immergete i moscardini, per prima i tentacoli per tre volte in modo che si arriccino e fateli poi cuocere per 10 minuti circa, lasciandoli alla fine a insaporire nella loro acqua.

Intanto preparate la barbabietola (precotta) frullandola insieme alla patata, il sale e l’olio. Lo stesso fate per la zucchina, quindi frullate il tutto assieme al basilico e sale, ottenendo così i nostri cremosi per la decorazione del piatto.

Infine preparate i coralli con farina, acqua, olio sale e zafferano, frullando il tutto, e, con padella calda, andate a formare i coralli che daranno al piatto il tocco finale.

Tagliate a “julienne” la carota, per dare un po’ di croccante e, in ultimo, condite con olio sale e limone, ripassando i moscardini in padella con un filo d’olio.

Componete il piatto con i vari elementi e buon appetito!




Sergio Scuotto, Executive Chef di ‘a Figlia d’’o Marenaro – Innovative di Napoli

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imageOggi presentiamo un grande Chef e, soprattutto, un grande amico, Sergio Scuotto, l’Executive Chef di ‘a Figlia d’‘o Marenaro – Innovative di Napoli.

Cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli nei pressi della famosa San Gregorio Armeno.

La sua passione per la cucina è iniziata sin da piccolo osservando suo nonno preparare dei piatti della tradizione napoletana con tanto amore e maestria certosina.

In questo modo è riuscito a fare emergere il cuoco che aveva dentro.

Così ha iniziato il suo percorso nella ricerca della conoscenza di piatti sempre più elaborati, creando ricette dall’appetizer al dolce per ospiti e professionisti sempre più esigenti .

Ha lavorato in grandi ristoranti ed hotel italiani come: Hotel Principe Di Savoia (MI), Hotel Castrocaro (FC) Hotel Vesuvio e Hotel Parker’s dì Napoli, Hotel Quisisana di Capri (NA), Ristorante Quattro Passi (NA), Ristorante B-Club (NA), etc…

Attualmente lavora come Executive Chef a Innovative –  ‘a Figlia d’’o Marenaro, dove si incontra la tradizione e l’innovazione.

La sua filosofia di cucina è basata nella creatività, sempre nel rispetto  della materia prima, ma soprattutto della tradizione con una visione sempre proiettata all’innovazione.

 

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Risotto al plancton con molluschi e trasparenza di calamari
Ingredienti: per 4 persone;
Riso acquerello invecchiato 7 anni     280 g
Plancton  3 g
Cozze  200 g
Vongole    200 g
Noci di mare 400 g
Fasolari   400 g
Calamaro 60 g
Burro una noce
Olio evo qb
Aglio Qb
Sale  qb
Peperoncino qb
Procedimento:
Pulite e sciacquate il calamaro, tagliate delle striscioline di 1 cm molto sottili in modo da creare una trasparenza.
Pulite i frutti di mare, quindi fate un soutè con olio evo, aglio e peperoncino.
Una volta aperti sgusciate il tutto e tenere da parte l’acqua dei frutti di mare per bagnare il riso.
A questo punto mettete il riso in un pentolino medio senza aggiunta di grassi portate il riso a 70/80 gradi, bagnandolo solo con acqua calda non salata.
Una volta assorbita, bagnate con l’acqua dei frutti di mare sino a cottura, assaggiando per assicurarsi che non risulti salato, altrimenti bagnate ancora con acqua calda non salata.
Ultimi due minuti di cottura: spegnete la fiamma e aggiungete  il plancton precedentemente sciolto in un cucchiaio d’acqua, una noce di burro e infine i frutti di mare sgusciati impiattando il riso. In ultimo aggiungete  un concetto  di  trasparenza di calamari.
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L’Oscar della Cucina parla italiano

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downloadTutto più o meno come previsto. Ai The World’s 50 Best Restaurants, la prestigiosa cerimonia di premiazione dei migliori 50 ristoranti al mondo, gli Oscar della cucina, che si è svolta quest’anno a Londra all’Old Billingsgate, l’antico mercato del pesce affacciato sul Tamigi, dopo che era stata fissata lo scorso dicembre la sede di Mosca, disdetta e spostata dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, vede sei ristoranti italiani tra i primi 29 posti, di cui tre nei primi dodici.

Al 29esimo posto si è classificato St. Hubertus di Norbert Niederkofler, ristorante di San Cassiano sulle Dolomiti mentre dieci posti prima, al numero 19 si è piazzato il Piazza Duomo di Enrico Crippa, che rispetto all’anno prima ha guadagnato una posizione (era al 18) mentre in 15esima posizione troviamo il Reale dello stellato Niko Romito di Castel di Sangro (era al 28esimo).

Uliassi di Mauro Uliassi a Senigallia si è posizionato invece al 12esimo posto mentre al 13esimo è spuntato Le Calandre della famiglia Alajmo e in ottava pozione s’è affermato Lido 84 dei fratelli Camanini, la vera rivelazione delle ultime edizioni dei 50 Best Restaurants, il quale ha scalato dal 78esimo al 15esimo fino all’ottavo odierno.

Per la cucina italiana è una grande soddisfazione, anche se la giuria si è orientata più sul valorizzare la sperimentazione, il territorio, privilegiando a grandi linee l’Asia.

Nelle prime tre pozioni però troviamo i ristoranti Disfrutar di Barcellona, il Central di Lima e Geranium di Rasmus Kofoed che si trova a Copehagen, al primo posto e dato per favorito sin dalla vigilia di questa ventesima edizione degli Oscar della ristorazione planetaria.

Manifestazione sobria, senza eccessi dopo i due anni di pandemia e di notevoli difficoltà per l’intero settore enogastronomico, durata in perfetto orario, due ore in tutto.

 




Una specialità unica, il Panuozzo di Gragnano

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Il Panuozzo di Gragnano è, in pratica, una pizza al forno imbottita e consumata calda, ha la forma di un grosso panino e può essere lungo fino a 30 cm. Ci sono delle cose che dopo averle assaggiate entrano di diritto nell’elenco degli indimenticabili e, senza dubbio, il panuozzo si colloca ai primi posti della classifica.

È una specialità recentissima, anche se ormai è considerata una preparazione classica. Fu nel 1983 che Giuseppe Mascolo diede vita a questa, si può dire, alternativa alla pizza tradizionale. Oggi è una specialità di tutte le pizzerie di Gragnano e della zona dei monti Lattari, in provincia di Napoli; nato come cibo semplice, oggi è considerato una prelibatezza e per gustarla si possono percorrere chilometri fino ai ristoranti e le pizzerie di Gragnano, Pimonte, Agerola, Santa Maria la Carità.

cattuÈ una sorta di grande panino, la cui pasta è costituita dallo stesso impasto di quella della pizza: farina di grano tenero, acqua, lievito di birra fresco, sale marino, lievitata due volte e cotta nel forno a legna. Il panuozzo è farcito a seconda del gusto personale, con ortaggi, salumi, latticini e formaggi.

La preparazione si conclude con una ripassata in forno a legna, che permette al ripieno di riscaldarsi e fondersi con il pane. Le varianti moderne a questo prodotto antico sono molto numerose e con una grande varietà di ripieni e condimenti che con il tempo si è ampliata e variegata.

La versione originaria del panuozzo era farcita con pancetta e mozzarella, farcitura che ancora oggi riempie il classico panuozzo di Gragnano, città celebre anche per il vino e l’altissima qualità della sua pasta artigianale.

Il mio panuozzo preferito è, invece, quello con salsicce e friarielli, seguito da quello con melanzane alla parmigiana e quello con polpette e ragù.

Chi ancora non l’avesse assaggiato e si trovi non distante, si ricordi del panuozzo di Gragnano, tutto sommato non distante che una trentina di chilometri da Napoli e a pochi passi dalla Costiera Amalfitana.

E per chiudere vorrei menzionare alcuni amici napoletani che, da tanti anni, hanno contribuito a far nascere e sviluppare in me l’amore per Napoli e dintorni, della sua cucina, cultura e tradizione: il Prof. Renato Bedini, grande conoscitore di tutti gli usi e costumi napoletani e grande playboy partenopeo e poi i fratelli Carmine e Marcello D’Alonzo, napoletani Doc trapiantati da anni per lavoro a Toronto.




Le “violette divine creazioni” dello Chef Daniele Geraneo

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z 1Oggi presentiamo un grande Chef, molto noto a livello internazionale, che ci racconta la sua carriera nel mondo della ristorazione.

‘’Mi chiamo Daniele Geraneo, ho 52 anni e sono uno Chef professionista.
Sono nato in Campania, una delle Regioni più belle d’Italia e precisamente a Torre del Greco, alle falde del Vesuvio, in provincia di Napoli.Dopo gli studi giovanili all’istituto Alberghiero, ho iniziato subito ad apprendere questa ‘Magnifica Arte del Cucinare’.
‘Si, signori… la Nostra Professione per me  è un’ Arte!!!’
La cucina e’ una passione nata in me fin da bambino mentre osservavo la mia mamma intenta, ogni giorno, a cucinare e soprattutto la domenica, da sempre il pranzo più ricco della settimana.
Guardarla tutti i giorni mi ha fatto innamorare di questo mestiere, che poi è diventata la professione della vita.
Da membro dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani, ora ricopro diversi incarichi, fra i quali quello di Presidente della Delegazione Ungheria APCI e quello di Presidente Onorario della Delegazione Svizzera APCI.
Il mio inizio lavorativo, all’età di 16 anni, fu in Valle d’Aosta, poi, pian piano, ho girato il mondo, la Thailandia, Singapore, la Malaysia, la Cina, l’Indonesia, l’Inghilterra, la Germania, la Svizzera, l’Austria e la Francia, tutte esperienze formative all’apprendimento delle varie tipologie di cucina etnica. E poi, sicuramente, tanta esperienza nelle cucine di ristoranti come il  Coquelicot di Courmayeur e quello di Chamonix, in Francia,  il Ristorante Da Corrado a Vienna, in Austria, il Grand Hotel Villa Fiorio a Grottaferrata, non lontano da Roma, il Ristorante Seaport a Nettuno, nei pressi sempre di Roma, l’Hotel Villa Bellago Baschi a Terni, l’Hotel Bergheimat Saas Grund in Svizzera ed infine il Resort  Terme di Saturnia SPA& Golf, Fede Group, solo per ricordare alcune delle mie entusiasmanti esperienze lavorative oltre che di vita.
Attualmente sono lo Chef del nuovo Ristorante Pizzeria GALLERIA NAVARRA del Gruppo ROSSOPOMODORO a Piazza dei Martiri a Napoli, il salotto buono della città, grazie al meraviglioso lavoro di ristrutturazione, durato 5 anni, degli imprenditori Franco Manna e Pippo Montella, già fondatori del Gruppo.
La Cucina è la mia vita e in ogni mio piatto c’è tutto il mio cuore e la mia passione.

 

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VIOLETTE DIVINE CREAZIONI ®️ alla gruviera svizzera

4 persone

Violette Divine Creazioni ®️Surgital 600 gr.

Barbabietola gr. 150

Basilico 50 gr.

Olio EVO dl. 2.

Gruviera Svizzera 100 gr.

Pancetta affumicata 120 gr.

Panna fresca 100 gr.

Kirsch (liquore svizzero) 10 cl. Sale e pepe q.b.                               

Procedura                               

Preparate una purea con la barbabietola. Con il basilico, l’olio, il sale ed il pepe preparate un pesto leggero senza aglio.

Fate essiccare la pancetta in forno a bassa temperatura, a 70 gradi C. per 100 min., dopodiché preparate un crumble con la stessa.

Fate sciogliere la gruviera lentamente in padella, aggiungendo della panna fresca ed un goccio di Kirsch.

Nel frattempo, cuocete le Violette Divine Creazioni ®️Surgital in acqua bollente per 4/5 min.

Finitura e presentazione  

Fate uno specchio di fonduta nel piatto. Sullo stesso disegnate una spirale con la purea di barbabietola. Adagiate le Violette Divine Creazioni ®️Surgital nel piatto e guarnite con il crumble di pancetta ed il pesto di basilico.

 

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Toronto. Le prelibatissime “pesche dolci” della Chef Filomena Palozzi

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cattura1Oggi presentiamo una grande cuoca e docente di cucina italiana, Filomena Palozzi e le abbiamo chiesto di raccontarsi ai nostri lettori.
Nata a Toronto da genitori abruzzesi (mamma di Villavallelonga e padre di Ortucchio, in provincia dell’Aquila) è oggi un’affermata Chef canadese e insegna cucina italiana al George Brown College e fa parte dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani del Canada, Delegazione dell’Ontario.                              
‘’I miei genitori – racconta Filomena – sono venuti dall’Italia negli anni 60 e con loro hanno portato le tradizioni che negli anni hanno trasmesso ai loro figli, soprattutto quando si parla di cibo, principalmente quello fatto in casa, che ha un sapore migliore anche perché è fatto con amore. Ho lavorato in molti ristoranti, dalle trattorie ai ristoranti stellati Michelin e ora insegno alla nuova generazione di cuochi’’.
Le pesche dolci all’alchermes sono uno dei dolci più scenografici che ci siano e sono tipici, in origine, della zona dell’Appennino Tosco-Emiliano, anche se non ci sono documenti che ne attestino ufficialmente la provenienza e la ricetta. Si racconta, infatti, che un tempo venissero utilizzati altri liquori forse perché erano più alcoliche e secche rispetto a quelle che mangiamo oggi, più morbide e leggere.
Questi morbidi dolcetti vengono chiamati anche “finte pesche” il cui effetto è ricreato proprio perché i dolci vengono prima bagnati nell’ alchermes e poi passati in un po’ di zucchero per renderli più simili al frutto da cui prendono il nome.
Come per tutte le ricette ne esistono tantissime varianti, soprattutto per quanto riguarda la farcitura che può essere a base dì semplice crema pasticcera oppure anche di cioccolato come anche di marmellata.
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Pesche Dolci

Biscotto:

1 tazza Zucchero

4 Uova

1tazza Olio

4 ½ tazze Farina per tutti gli usi

1 cucchiaio  di lievito in polvere

 

Ripieno:

1/2 tazza di marmellata

 

Rivestimento:

3 cucchiai di Alchermes (o colorante alimentare rosso)

Colorante alimentare giallo

1 tazza di  Zucchero

Foglie di menta per guarnire

 

• Per fare il biscotto, sbattere lo zucchero, le uova e l’olio fino a quando non si uniscono.  Aggiungere la farina e il lievito e mescolare fino a quando non si uniscono.

• Con le mani bagnate arrotolare un cucchiaio di pasta in una palla e metterlo sulla teglia rivestita di carta pergamena.  Premere leggermente le parti superiori delle palline per appiattire leggermente.

• Cuocere in forno a 350F fino a quando sono appena dorate, più o meno 15 minuti.

• Sfornate e lasciate raffreddare.

 

Per assemblare:

• Aggiungere una tazza d’acqua con l’alchermes o il colorante alimentare in una ciotola fino a quando non è di colore rosa scuro.  In un’altra ciotola aggiungere un’altra tazza d’acqua con il colorante alimentare giallo fino a quando non è di colore giallo limone.  In una terza ciotola aggiungete lo zucchero.

• Con un cucchiaio, estrarre i centri dei biscotti sul lato piatto ma fare attenzione a non rompere la parte rotonda esterna del biscotto.  Attenzione a non tagliare troppo in profondità!

• Rompere tutti i centri di biscotti che avete raccolto in piccole briciole e mescolare con la marmellata.  Questo è ora il tuo riempimento.

• Riempire ogni centro del biscotto con il ripieno di marmellata.

• Mettere insieme due metà riempite di dimensioni e forme simili e iniziare a immergere i biscotti nella colorazione.

• Immergere prima rapidamente il biscotto nell’acqua di colore giallo e poi nell’acqua di colore rosso.  (Non lasciare il biscotto nell’acqua troppo a lungo o diventerà troppo morbido e si romperà)

• Arrotolare il biscotto nello zucchero e metterlo su un vassoio per impostare e asciugare leggermente.

• Guarnire ogni pesca con una foglia di menta.

* Per servire è possibile posizionare ogni pesca in un liner per cupcake e disporre su un vassoio *

 

* Se si desidera preparare i biscotti in anticipo, basta cuocere i biscotti e congelare.  Quando siete pronti per finire le pesche, scongelate i biscotti e procedete con il resto della ricetta*

* Potete usare qualsiasi sapore di marmellata che vi piace. Potete anche usare la Nutella o la crema pasticcera al posto della marmellata*




La chef Anita Taglialatela e la sua ricetta delle “melanzane al cioccolato”

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Oggi ospitiamo una cuoca e una pasticciera eccezionale, dal golfo di Napoli ai fiordi della Norvegia, Anita Taglialatela, che ci parla di una delle sue tante specialità e della sua provenienza.

‘’Amalfi, cittadina di mare, di arte, di storia, di artigianato, di ottima cucina in generale e di finissima pasticceria in particolare.

Oltre ai più famosi dessert a base di limone, Amalfi si distingue anche per avere dato i natali alle ‘Melanzane al cioccolato’, proprio così, melanzane e cioccolato insieme in una portata da dessert!

Qui vi presento la mia versione, dall’aspetto di singoli tortini di melanzane profumate al liquore Strega o al Marsala e ricoperte da crema al cioccolato e canditi appena fatti.

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Melanzane al cioccolato

(anche gluten free)

 

Ingredienti:

300 g di melanzane

100 g di cioccolato fondente

25 g di cacao amaro in polvere

70 g di zucchero semolato

110 ml di latte

Liquore Strega oppure Marsala q.b.

Arance candite q.b.

Mandorle in scaglie q.b.

Farina (anche gluten free) q.b.

Olio di semi di arachidi q.b.

Sale grosso q.b.

Lavate le melanzane, tagliatele a fette tonde dello spessore di circa 1 cm e disponetele in un colapasta cospargendole di sale grosso, quindi ponetevi sopra qualcosa che faccia pressione. Dopo circa un’ora asciugate le melanzane con della carta, passatele nella farina (anche gluten free) e friggetele in olio di semi a 180°, appoggiandole poi su carta assorbente man mano che saranno cotte.

Mentre le melanzane si raffreddano, procedete alla preparazione della farcitura; mettete in un pentolino il latte, il cacao e lo zucchero e portate il tutto a ebollizione, quindi abbassate la fiamma al minimo e aggiungete il cioccolato fondente a pezzettini, mescolando fino a ottenere un composto omogeneo. Spegnete e fate raffreddare la crema.

Prendete ora una piccola pirofila e versatevi un po’ di crema al cioccolato sul fondo. Nella stessa pirofila dovete creare tante monoporzioni. Procedete in questo modo: disponete le fette più larghe sulla base della pirofila, spolverizzate con un po’ di zucchero semolato (poco, come se fosse sale) e spruzzate un po’ di liquore (poco, come se fosse aceto), dopodiché aggiungete su ogni fetta una dose generosa di crema al cioccolato, le arance candite a pezzettini e le scaglie di mandorle, ripetete l’operazione aggiungendo altre tre fette di melanzane e avendo cura di porre in sequenza sempre quelle più piccole man manoche formate la piramide al cioccolato.

Quando avrete concluso, riponete la pirofila in frigorifero per almeno 2 ore prima di servire in modo che i sapori si amalgamino bene tra di loro; ricordate che vanno mangiate fresche, quindi vanno tirate fuori dal frigorifero giusto 5 minuti prima del servizio.

Il mio amico sommelier Enrico Bruzzano consiglia di degustare le melanzane al cioccolato con un buon passito, in particolare lui suggerisce il Passito Barbera Beneventano IGT. E allora buon appetito e “skål!” come dicono i norvegesi al momento del brindisi’’.

(ricetta tratta dal libro di Anita “En matreise gjennom Napoli – Partenope incanta la Norvegia”; foto delle melanzane di Marianne Eidal)

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Anita Taglialatela è nata nel sole di Napoli e vive a Oslo da più di tre anni.

La sua è una famiglia di pasticcieri da quattro generazioni; Anita è cresciuta tra impasti e creme, sin da piccola è sempre stata nel laboratorio di famiglia: affondava le manine negli impasti, osservava e imitava i gesti dei suoi genitori e dei suoi sette fratelli, sentiva i profumi e imparava le diverse fragranze e consistenze.

Contestualmente ha studiato molto e ha svolto la professione di avvocato per circa 15 anni. Eppure ha sempre partecipato all’azienda di famiglia, cosa che per lei era del tutto naturale perché costituiva il normale svolgimento della vita familiare.

E poi ciò che era nato a Napoli con il Barriciello (questo il nome della pasticceria storica fondata dai suoi nonni nel 1917) ha cominciato a svolgersi in Norvegia, perché Anita ha voluto realizzare il suo sogno di trasferirsi in Nordeuropa, spinta anche dalla sua amara disillusione rispetto alla giustizia italiana.

Quindi ha aperto un laboratorio di pasticceria e cucina italiana (soprattutto napoletana) che sta avendo successo sia nell’ambito della comunità italiana sia tra i golosi norvegesi e di altre nazionalità.

Anita ha avuto l’occasione di collaborare diverse volte anche con l’Ambasciata d’Italia a Oslo e con l’Istituto Italiano di Cultura, partecipando con la sua attività a diffondere la cultura italiana in Norvegia. Anita, infatti, ricorda sempre che il cibo non deve essere considerato solo come una delizia per il palato ma anche come espressione delle tradizioni del luogo da cui origina.

Per questo motivo Anita ha anche scritto un libro in doppia lingua, italiano e norvegese, nel quale descrive delle ricette napoletane raccontando anche la loro storia e delle curiosità connesse a queste ricette. Inoltre il suo libro è anche un romanzo perché racconta del viaggio culinario a Napoli del suo fantomatico amico norvegese Harald e così Anita evidenzia, in maniera simpatica e leggera, le grandi differenze culturali tra i napoletani e i popoli nordici. Il titolo del libro è En matreise gjennom Napoli – Partenope incanta la Norvegia.

Ciò che rende felice Anita è sentirsi dire “grazie, con le tue produzioni e con il tuo libro ci riporti a casa ogni volta”.

www.anitataglialatela.com




La ricetta del “Presidentissimo”, lo Chef Roberto Carcangiu: sgombro, piselli, limone e menta

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imageQuesta settimana vi presentiamo un cuoco d’eccezione: Roberto Carcangiu, nientemeno che il Presidente APCI (Associazione Professionale Cuochi Italiani), ossia il Presidentissimo che è a capo dell’Associazione in Italia e ovviamente anche nel resto del mondo.

Cercheremo di fare una ‘’modesta’’ sintesi per elencarne la vasta esperienza professionale culinaria e non solo.

Come già detto, Roberto Carcangiu ricopre il ruolo di Presidente APCI ma anche dell’Istituto Internazionale Le Chocolier, già, e segue un lungo elenco, Corrispondente Accademico IASA, Docente e progettista realizzatore di format ‘’Accademia Barilla’’, Docente di Tecnologie Alimentari presso le Università di Parma e Udine, co-fondatore ‘’Food Design Studio’’ di Milano, membro FCSI, membro Fondatore di Cibology, attualmente anche Direttore di Congusto Gourmet Institute, inoltre anche già curatore di eventi per la Mostra del Cinema di Venezia, premiato con il Leone D’Oro, e il Museo Guggenheim, premiato come secondo miglior evento mondiale, ma anche per l’Ambasciata Italiana a Parigi, la Maison Cartier a Roma e la Camera di Commercio Italiana a Zurigo.

Vanta numerosissime consulenze in diverse aziende e ne elencheremo solo alcune per importanza ma anche per ragioni di spazio: Forte Village Resort, Smeg cucine, AB Alessandro Borghese Group, Banca Intesa, Lindt, BRDO Castle, Serbosco, Boccon, Tonon, Pedrazzoli, AIA, Robo, Angelo Po, Valtur, Granarolo per Mc Donald’s, Marepiù, Bertazzoni Cucine e anche la catena Orient Express.

image (2)Inoltre ha partecipato come ospite a diversi programmi di cucina e manifestazioni varie, come I Menù di Benedetta, Take-Eat, Tutto Food, Geo & Geo e Milano PIC NIC 2.0 CIBO DA PASSEGGIO.

È anche stato per 8 edizioni componente della Giuria Premio Innovazione HORECA Sole 24 Ore. Vanta altresì diverse pubblicazioni con premio ed è anche relatore in diversi convegni, come ad esempio con gli Chefs Mei, Cannavacciuolo, Giorilli e Marchesi al Convegno Ascom Città di Bergamo e in moltissimi altri convegni sia universitari che tecnologico-culinari e con associazioni, organizzazioni e camere dì commercio in giro per il mondo, come ad esempio in Cina.

Pubblicista anche in svariate testate come Pasta e Pastai, Dolce e Salato, Grande Cucina, Ristoranti, Cotto e Mangiato e Mela Verde, solo per elencarne alcuni più noti al grande pubblico. Infine è l’autore di diversi libri del settore, dai testi tecnici alle paste, dalle tecniche da forno, del sottovuoto alla pasta fresca e le farine speciali, nonché sulla Cucina Regionale  Italiana.

 

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SGOMBRO, PISELLI, LIMONE E MENTA

 

Questa è una ricetta particolare, ottima ma anche stupenda come presentazione.

Passiamo agli ingredienti per 4 porzioni:

Circa 235 gr. di sgombro fresco (233,3 per l’esattezza), 300 gr. di acqua, 52 gr. Aceto ai lamponi, 40 gr. di Aceto dì vino rosso

Per la salsa: 1kg. di Limoni, 1,667 kg. Acqua (notare la precisione), 946,7 gr. di Zucchero, 33,3 gr. Succo di limone spremuto fresco.

E poi: 266,7 gr. Piselli, 33,3 gr. Patate, 13,3 gr. Cipolla, 10 gr. Olio extravergine d’oliva, 133,3 gr. Sale, 33,3 gr. cavolfiore, 6,7 gr. Menta (foglie piccole), 400 gr. Latte uht parz. scremato.

Procedura: poniamo in frigo le rosette di cavolfiore a bagno nel latte la sera prima.

Sfilettiamo lo sgombro (da queste parti mackerel), stendiamolo su dì un piatto e cospargiamolo leggermente con del sale fino, confezionandolo quindi in sottovuoto per 15 minuti (dì riposo).

Portiamo a 38 gradi i due aceti e l’acqua a fuoco dolce.

Giriamo i filetti di sgombro con la pelle rivolta verso l’alto e irroriamoli con appunto la salamoia acida calda fino a coprirli, facendoli riposare a una temperatura di +2 gradi per un’ora.

Togliamo quindi i filetti dalla salamoia, appoggiandoli su della carta assorbente con la pelle verso il basso e li riponiamo poi in frigo per 1 ora.

A questo punto li taglieremo a losanghe.

Spremiamo i limoni, li mettiamo in una pentola a pressione con 1 kg. di acqua, dal classico fischio in poi per altri 10 minuti a fuoco dolce.

Sfiatiamo, apriamo la pentola e facciamo raffreddare, quindi togliamo ai limoni la parte bianca.

Versiamo 1,4 kg. di zucchero e 1,1 kg. di acqua nella pentola a pressione. Portiamo a bollore e aggiungiamo le bucce di limone.

Chiudiamo e cuociamo per 15 oltre il classico fischio.

Scoliamo le bucce mantenendo il liquido di governo.

Frulliamo le bucce con 59 gr. di acqua e passiamo il tutto al setaccio fine.

Mescoliamo 250 gr. al di purè con 245 gr. di acqua fresca, 110 gr. di acqua di cottura e 15 gr. di zucchero.

Frulliamo bene aggiungendo del succo di limone quanto basta.

Poniamo in una casseruola la cipolla affettata, l’olio, le patate a cubetti e 100 gr. di acqua, portando il tutto a ebollizione coperto.

Cuociamo per 10 minuti, quindi togliamo il coperchio, facendo sfrigolare l’olio, aggiungiamo quindi i piselli finissimi coprendo di acqua a filo.

Portiamo a bollore a fuoco vivo e quindi spegniamo.

Frulliamo infine la crema di piselli finemente, la passiamo al setaccio e condiamo in ultimo con un filo d’olio d’oliva extravergine.

Le immagini mostrano l’impiatto e la decorazione del piatto.




Edmonton. Lo Chef Alberto Alboreggia e la sua ricetta “Stracotto di bisonte all’Amarone”

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unnamed 7 246x400Nato a Como, lo Chef Alberto Alboreggia ha dalla sua una notevole e ricca esperienza lavorativa maturata in tanti e rinomati hotels e ristoranti in tutto il mondo.

image (1)Ha iniziato presto il suo viaggio professionale.  Proveniente da una famiglia dedita alla cucina, la sua prima esperienza è stata lavorare in un ristorante di famiglia nella costa meridionale della Spagna, seguito dal Conca Bella, Ristorante Gourmet, premiato con una stella Michelin. Successivamente, dopo una parentesi svizzera, è entrato a far parte del Kempinski Group e ha lavorato con loro in Grecia e Giordania, dove ha avuto l’alto onore di cucinare per Sua Altezza Reale la Regina Rania.
Durante i suoi anni con il Kempinsky Group, ottenne il titolo di Youngest Executive Chef del gruppo.  Nel 2006 si trasferisce dall’Europa alla Cina per creare il suo primo ristorante italiano a Pechino, il Tavola, ottenendo un grande successo.
Il ristorante divenne molto popolare nella squadra olimpica italiana e anche nella squadra di calcio dell’AC Milan.  Molte celebrità cinesi come Gong Li, Jiang Wei e Jacky Chen parlarono molto bene di Alberto e del suo ristorante e  divennero suoi clienti abituali, incluso Will Smith durante le riprese di “Karate Kid’’, festeggiando lì anche il compleanno di suo figlio Saelen l’8 luglio 2009. Il successo del ristorante portò Tavola da Pechino a Shanghai. Da qui ad Hong Kong con l’apertura dell’Open House Italian Restaurant & Bistrot,  un locale di alta e ricercata cucina italiana.
Nel 2014 lo Chef Alberto fu invitato a ricoprire il ruolo di Food & Beverage Manager e Host Chef al Wine Faire di Shenzhen in Cina e nel contempo il ristorante venne insignito del premio di miglior ristorante di Pechino, partecipando anche al ‘’Top Chef’’. Dopo 10 anni in Cina il nostro Chef decise di trasferirsi in Canada, a Edmonton, come Corporate Chef del Sorrentino’s Restaurant Group ed Executive Chef del Sorrentino’s Cucina+Bar (e Buco Pizzeria+Vino Bar, divenendo anche prima Delegato dell’Alberta e poi, successivamente, Consigliere Nazionale dell’APCI Canada (Associazione Professionale Cuochi Italiani).
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STRACOTTO DI BISONTE ALL‘AMARONE

Cotto 72 ore a bassa temperature, polenta mantecata all’olio di frantoio e Pecorino romano servito in salsa di Amarone e ciliegie

Ingredienti :

2 pezzi di brasato di costata senza ossa di bisonte

500 gr salsa di carne (demi-glace)

500 gr vino rosso Amarone

50 gr burro

50 gr olio d’oliva

10 pcs ciliegie fresche snocciolate tagliate a meta’

Sale e pepe

200 GR farina per polenta

500 gr brodo vegetale

75 gr DOP olio extravergine d’oliva

125 gr Pecorino Romano grattugiato

 

Procedimento :

Per il Brasato:

-In una padella calda aggiungere olio extra vergine di oliva

-Far rosolare la carne da tutti e 4 i lati molto bene

-Aggiungere sale e pepe e far raffreddare

-Aggiungere la carne nei sacchetti sottovuoto, una noce di burro

-chiudere il sacchetto ermeticamente senza aria

-immergere I sacchetti in un contenitore di plastica con acqua

-immergere il Sous-vide (piccola macchina per cotture ad immersione con temperatura omogenea)

-cuocere a 65 gradi per 72 ore

 

Per la salsa:

-Portare il vino rosso ad ebolizione e ridurre del 75%

-Aggiungere la salsa di carne e portare a consistenza desiderata

-Aggiungere un cucchiaio di miele d’acacia in una padella e saltare le ciliegie per 30 secondi

-Aggiungere una noce di burro e tenere a parte

 

Polenta :

-In una padella fonda portare a ebollizione il brodo.

-Aggiungere sale e pepe

-Aggiungere le farina della polenta piano piano con una frusta e coucere a fuoco lento per un’ ora

-Una volta cotta spegnere il fuoco e mantecare con olio e Pecorino.

-Lasciar riposare per 10 minuti e servire

 

Finitura :

-Usare un piatto piano

-Aggiungere la polenta alla base

-Tagliare lo stracotto e disporre sopra la polenta

-Aggiungere la salsa di Amarone intorno evitando di coprire lo stracotto

-aggiungere le ciliegie intorno caramellate nel miele

-Decorare con micro erbette

-Finire con olio extra vergine di oliva.

 

Buon Appetito!