Sapori d’Italia in Thailandia e Myanmar

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26thailandiaBANGKOK\ aise\ – La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo è stata celebrata anche in Thailandia e Myanmar, promossa dalle Ambasciate a Bangkok e Yangon in collaborazione l’Agenzia Ice.
A Bangkok è stato organizzato un grande evento presso uno spazio all’aperto, in Quarter Avenue, nei centralissimi grandi magazzini The EmQuartier, dal titolo “Sostenibilità – Tradizione – Innovazione”. L’evento ha coinvolto ristoranti italiani e importatori di cibo e bevande dall’Italia, che hanno offerto al pubblico i loro prodotti, in una cornice che per allestimento e atmosfera richiama un mercato all’aperto in una piazza italiana.
L’evento è stato accompagnato da musica italiana dal vivo e ha consentito di avviare lo shopping natalizio con una raffinata selezione di prodotti italiani di oltre 30 marchi. Sono stati inoltre organizzati tre momenti dedicati alla cultura del vino (bollicine, vini rossi e vini bianchi). Infine, un sommelier thailandese ha realizzato un ciclo di 3 lezioni online sui vini italiani.
Nell’ambito dell’evento è stata anche promossa una iniziativa ICE-Lazada per la promozione di prodotti alimentari e non food italiani tramite il padiglione virtuale creato sull’e-marketplace Lazada, la principale piattaforma di e-commerce della Thailandia (gruppo Alibaba). Hanno partecipato all’evento 11 aziende importatrici (su di un totale di 20) in rappresentanza di ben 18 brand italiani del food presenti su Lazada. In tema di sostenibilità, l’iniziativa ha posto l’accento in particolare sull’eliminazione dello spreco e della perdita di cibo, causa di una grande quantità di emissioni di carbonio.
Nell’occasione, l’Ambasciatore Lorenzo Galanti ha annunciato che la città di Bangkok ha aderito all’iniziativa promossa dal Comune di Milano denominata Urban Food Policy Pact, incentrata tra l’altro sulla lotta allo spreco alimentare.
Gli eventi in Myanmar, per la complessa situazione politica, si sono svolti esclusivamente online, con un focus sull’impegno italiano in favore della formazione dei giovani operatori economici birmani nei settori food & beverage e sulla loro sensibilizzazione in merito alla qualità e ricchezza del nostro patrimonio eno-gastronomico.
“Questa impostazione” riporta l’Ambasciatrice Alessandra Schiavo “ha riscosso grande apprezzamento sia presso scuole professionali che esercizi commerciali, i cui allievi o professionisti hanno seguito con entusiasmo le tre masterclass organizzate sul vino, le due video-lezioni di cucina e le tre presentazioni sull’abbinamento cibo-vini”.
Infine, l’influencer e food blogger birmana, Lady Goo Goo, ha raccontato in un video la sua recente esperienza alla scoperta della cucina italiana a Tuttofood Milano 2021, dove si è recata su invito di ICE Agenzia e dell’Ambasciata a Yangon. (aise) 




Settimana della cucina italiana nel mondo: a Praga protagonista l’olio extravergine di oliva

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23pragacucPRAGA\ aise\ – La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con numerosi partner, giunge alla sesta edizione e punta i riflettori su “Tradizione e prospettive della cucina italiana: consapevolezza e valorizzazione della sostenibilità alimentare”, un tema di stretta attualità che unisce la promozione dei prodotti agroalimentari italiani alla valorizzazione della dieta mediterranea, quale modello di alimentazione e stile di vita sano e sostenibile. A Praga il protagonista della rassegna sarà un alimento tradizionale, gustoso e ricco di proprietà benefiche, pilastro del modello nutrizionale dei Paesi mediterranei: l’olio extravergine di oliva.
Nell’ambito della manifestazione, domani, mercoledì 24 novembre, la CAMIC – Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca ospiterà nella propria sede una degustazione guidata di oli italiani, selezionati in base alle principali aree geografiche di produzione. All’evento, rivolto a un pubblico ceco di addetti ai lavori, parteciperanno importatori, distributori, tour operator e giornalisti.
La giornata si concluderà con una cena offerta dall’Ambasciata d’Italia nel ristorante “Amano”, dove lo chef Riccardo Lucque si esibirà in una serie di ricette creative a base di olio extravergine d’oliva, tra le quali il sorbetto al cioccolato e olio d’oliva.
Nello spirito della Settimana della cucina – che negli anni si è affermata come uno dei pilastri della strategia d’internazionalizzazione del made in Italy delineata nel Patto per l’Export – Ambasciata, Istituto Italiano di Cultura e CAMIC intendono promuovere gli alimenti sani alla base della cucina italiana e della dieta mediterranea, dal 2010 nella lista dell’UNESCO dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità, ma anche ribadire la ferma opposizione dell’Italia ai sistemi di etichettatura degli alimenti – come il Nutriscore – che promuovendo i cibi artificiali demonizzano la genuinità dei prodotti, forniscono informazioni fuorvianti ai consumatori e manipolano il loro giudizio sulle scelte alimentari. (aise) 




L’Accademia della Cucina torna “live” a New York con “Taste of Sicily”

17serafini

17serafiniNEW YORK\ aise\ – L’Accademia della Cucina Italiana è tornata “live” a New York City con una cena a base di…fritto misto. Era il 3 marzo del fatidico 2020 quando si era svolta l’ultima cena “live” – la prima organizzata da Roberta Marini-de Plano come nuova delegata dell’Accademia a New York. Poi tutto lo stato di New York si è chiuso in un lockdown per via della pandemia e le due cene successive sono state “virtuali” (cioè via Zoom), con un concetto innovativo sviluppato da Marini-de Plano.
Ora non è il caso di dire che l’Accademia sia andata “a farsi friggere” perché il menu del ristorante Piccola Cucina, dove si è svolta la cena, è stato curato dallo chef siciliano Philip Guardione. Siciliano è anche il nuovo console generale d’Italia a New York, Fabrizio Di Michele, ospite d’onore. Il primo di Catania, il secondo di Palermo.
Ad inaugurare il primo evento “live” post-lockdown è stato anche il professore Fabio Finotti, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.
Tornando al menu, il fritto è la specialità di chef Philip e per l’Accademia non poteva mancare il suo celebrato “Fritto Misto,” che da solo vale un volo transatlantico per una visita a Piccola Cucina. Chef Philip ha tre Piccola Cucina a Manhattan: una sulla 60ma strada (dove si è svolta la cena dell’Accademia), un’altra su Thompson Street, ed una terza a Spring Street. La seconda si chiama con la parola greca “estiatorio”(che significa ristorante), mentre la terza è “osteria”. Il “brand” Piccola Cucina è nato nel 2008, anno in cui chef Philip è approdato a New York. Il locale sulla 60ma strada è stato aperto durante la stessa settimana in cui l’Accademia ha organizzato la sua ultima cena “live” a New York prima del lockdown (in un altro locale).
Per i 31 ospiti, l’invito alla cena non indicava nessun protocollo anti-pandemico, anche perché si è tenuta nel primo giorno in cui il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha rimosso tutte le restrizioni anti-Covid.
Ad ogni modo l’evento si è svolto nella veranda all’aperto del ristorante con una tavolata che Marini-de Plano ha definito “tipicamente siciliana” con alcune portate da dividersi tra due commensali seduti uno di fronte l’altro.
Tornando al menu, chef Philip ha servito cinque antipasti, tra cui un abbondante fritto misto. Come primi sono stati serviti ravioli di ossobuco e fusilloni con scampi. Per dessert non potevano mancare i cannoli, seguiti dalla torta di formaggio al limone.
Al termine della divertente cena chef Philip si è intrattenuto con gli ospiti per le foto ricordo e con il Console Generale, tanto che il convivio si è concluso più tardi del previsto. (aise) 




Vancouver: “A Tavola! The Authentic Italian Table 2021”

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logo a tavola da convertireIl 3 Giugno si è svolta la manifestazione “A Tavola”, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana, in collaborazione  con The Dirty Apron Cooking School di Vancouver. È  stato un corso  di cucina virtuale unico nel suo genere a tema italiano. I partecipanti hanno seguito lo Chef David mentre insegnava un autentico pasto italiano composto da tre piatti.

Da un punto di vista tecnico non mi soffermo sui piatti cucinati, visivamente molto belli, ma sulla figura dello chef David, ottimo chef. Con un arte innata di saper trasmettere alle persone tutte le sue conoscenze, David è la tipica persona che riesce a esemplificare un concetto difficile in maniera capibile ai non professionisti e questa è veramente l’anima dell’arte culinaria

L’Authentic Italian Table è una delle attività del progetto True Italian Taste, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, e sviluppato da Assocamerestero in collaborazione con le Camere di commercio italiane all’estero per salvaguardare l’autentico cibo  italiano ma anche tutta la filiera dei prodotti agroalimentari Italiani. Tutto questo è inglobato nel programma “The Extraordinary Italian Taste”.

italianQuesta manifestazione nata nel 2016 per i mercati degli Stati Uniti, Canada e Messico con un grande successo, così da essere introdotto nel 2017 anche in Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, per estendersi poi anche a Cina e Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Singapore, Thailandia e Vietnam e si pensa che entro la fine di quest’anno, questa manifestazione raggiungerà anche Australia, Brasile, India, Polonia e Russia.

La missione di True Italian Taste mira a incrementare la conoscenza e il consumo consapevole del food 100% made in Italy nei mercati dove maggiormente i prodotti italiani si trovano messi a confronto con quelli che utilizzano simboli o nomi italici pur non essendo di origine italiana, quindi una vera e propria Educazione Alimentare.

foto di atavolaLe attività si rivolgono a un target di operatori del settore “come importatori, distributori, responsabili acquisti catene alberghiere e specialty stores, chef, food blogger, giornalisti di settore, nutrizionisti, testimonial e opinion leader legati a vario titolo, quindi, alla filiera  dell’agroalimentare, e prevedono Educational Tour, incoming business, workshop e seminari in Italia e tutta una serie di azioni formative, masterclass, ed eventi di promozione del prodotto 100% italiano all’estero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 3 Giugno si è svolta la manifestazione “A Tavola” ,organizzata dalla Camera di Commercio Italiana, in collaborazione  con The Dirty Apron Cooking School di Vancouver,  è stato un corso  di cucina virtuale unico nel suo genere a tema italiano. I partecipanti hanno seguito lo Chef David mentre insegnava un autentico pasto italiano composto da tre piatti. Da un punto di vista tecnico non mi soffermo sui piatti cucinati visivamente molto belli, ma sulla figura dello chef David, ottimo chef ma con un arte innata di saper trasmettere alle persone tutte le sue conoscenze, David è la tipica persona che riesce ad esemplificare un concetto difficile in maniera capibile ai non professionisti e questa è veramente l`anima della arte culinaria

L’Authentic Italian Table e’ una delle attività del progetto True Italian Taste, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, e sviluppato da Assocamerestero in collaborazione con le Camere di commercio italiane all’estero per salvaguardare l`autentico cibo  italiano ma anche salvaguardare tutta la filiera dei prodotti agroalimentari Italiani. Tutto questo e` inglobato nel programma “The Extraordinary Italian Taste”.

Questa manifestazione nata nel 2016 per i mercati degli Stati Uniti, Canada e Messico con un grande successo, cosi` da essere introdotto nel 2017 anche in Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, per estendersi poi anche a  Cina e Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Singapore, Thailandia e Vietnam e si pensa che entro la fine di quest’anno, questa manifestazione raggiungerà anche Australia, Brasile, India, Polonia e Russia.

La missione di True Italian Taste mira a incrementare la conoscenza e il consumo consapevole del food 100% made in Italy nei mercati dove maggiormente i prodotti italiani si trovano messi a confronto con quelli che utilizzano simboli o nomi italici pur non essendo di origine italiana, quindi una vera e propria Educazione Alimentare.Le attività si rivolgono a un target di operatori del settore “come mportatori, distributori, responsabili acquisti catene alberghiere e specialty stores, chef, food blogger, giornalisti di settore, nutrizionisti, testimonial e opinion leader legati a vario titolo, quindi, alla filiera  dell’agroalimentare, e prevedono Educational Tour, incoming business, workshop e seminari in Italia e tutta una serie di azioni formative, masterclass, ed eventi di promozione del prodotto 100% italiano all’estero.




La pasta per la nonnina

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foto per il piatto della nonninalRiceviamo dall’Associazione Professionale Cuochi Italiani of Canada e pubblichiamo.

Alla cortese redazione

Egregio Direttore, le chiedo ospitalità sulle pagine del suo giornale per raccontare ai suoi lettori una storia che anche a 67 anni mi ha fatto, (come diciamo noi al sud), “rizzicare li carni”, mi ha fatto venire la pelle d’oca e la commozione.

Il preambolo, è, che ero in video conferenza con dei colleghi e il Management della mia Associazione l’A.P.C.I. e con le delegazioni Italiana, Americana, Francese, e dell’Inghilterra.

Durante la lunga conferenza, è intervenuto il nostro collega Chef Delbert Cirfera (foto), nuovo componente della Delegazione della APCI British Columbia, di origini Salentine e proprietario del ristorante Artusi.

Con Delbert, stavamo discutendo di progetti e coordinandoci con la sede Italiana, quando ci ha chiesto scusa, ma doveva lasciarsi, perché aveva  una cosetta da fare, doveva “cucinare UNA pasta” .

Il ristorante di Delbert (come alcuni miei colleghi in tutto il Canada e in Italia) è chiuso al pubblico, per COVID, ed ha aperto solo il Patio, ma la cosa che mi ha colpito è che, doveva andare a cucinare “UNA pasta”, che ci ha detto essere per una signora anziana che risiedeva in uno ospizio, e apparentemente non molto appetente”.

Il figlio, cliente di Delbert, gli aveva chiesto questo favore, perché la nonnina mangiava solo la sua pasta e con gusto, ovviamente aggiungo io, cosa c’e di meglio di una pasta fatta da un cuoco italiano.

Perché le scrivo tutto questo, il motivo è molto semplice, esistono i “super Master chef” delle lucide cucine delle televisioni, e i super Eroi, che cucinano “una pasta” per una nonnina in uno ospizio.

Questa esemplare azione, oltre che fargli onore, è commovente, e come dicevo, fa venire la pelle d’oca, perché molti si dimenticano del prossimo.

Cosa ci insegna questa Storia, che sotto quella corteccia Salentina, sotto quella giacca, che tutti noi dell’A.P.C.I. indossiamo giornalmente, c’è spazio per un grande cuore, per la generosità, che ci insegna che anche questa è Ospitalità, e che anche questa è A.P.C.I.

Grazie Delbert

 

Chef Giovanni Trigona 

Presidente di A.P.C.I. of Canada

 

 




L’enogastronomia libanese

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Il Libano è, e purtroppo continua a essere un paese tormentato da continui sconvolgimenti e sofferenze per migliaia di anni. Eppure, nonostante queste complessità, il Libano tira fuori maestosamente il meglio della regione, illumina la ricchezza di una storia derivata dalla convivenza e dall’incontro di molte culture diverse. Questa posizione giustapposta si esprime e si vede nel ricco panorama del cibo, delle comunità e delle denominazioni religiose che continuano a prosperare e sono ancora attive nel Paese. Il Libano merita di essere visto favorevolmente a livello internazionale con focus e riflessioni su un Libano che ha un immenso potenziale, determinazione e qualità di gentilezza come popolo e paese.

3dr clinto lee pngIl fascino di questo angusto istmo di terra che si affaccia sul Mediterraneo, che ha visto culla di tante civiltà e ne ha mescolato le culture, mostra la sua cultura particolare anche sulle tavole dei pranzi e delle cene di molti. La cucina libanese è infatti una vera espressione dell’arte culinaria del paese. È uno dei paesi più pittoreschi del Medio Oriente. Un paese per il quale la cucina è un elemento culturale molto rispettato e fondamentale del paese. Sarò accompagnato in questo interessante argomento e viaggio come sempre, al mio fianco, il mio caro amico Dr. Clinton Lee (nella foto), esperto mondiale di enologia, viticoltura, Direttore Esecutivo dell’Asia Pacific Wine and Spirit Institute.

Cucina libanese: origini e ingredienti

La storia di questo paese è innegabilmente antica: fu la patria dei Fenici, i Cartaginesi, fu la culla di varie religioni, tra cui l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam. Una miscela che ha influenzato e caratterizza la loro cucina fino ai giorni nostri. La loro cucina utilizza molte varietà di verdure, frutta e cereali. Sebbene ci siano somiglianze con altre cucine mediorientali, la cucina libanese è unica. Uno dei piatti libanesi più popolari e tipici, e serve come base per molte altre ricette, è l’hummus, noto anche come crema di ceci.

La ricetta originale libanese dell’hummus prevede l’uso di aglio, sesamo, limone e paprika. Ma è molto diffuso anche l’uso del grano spezzato, che viene utilizzato per fare taboulé, con carne di manzo, o pollo e yogurt. Meno noto però è il “Presidio Slow Food” che comprende i formaggi libanesi, prodotti principalmente dagli allevamenti di capre Baladi nell’entroterra. Queste capre vagano e pascolano liberamente e il loro latte viene utilizzato per produrre un formaggio noto come darfiyeh

Antipasti libanesi

Una portata importante nella cucina libanese è il cosiddetto meze, che precede sempre il pasto.

È il primo piatto di offerta e accoglienza per portare le persone nello stato d’animo di condividere e prendere parte alla bontà del cibo.

In questo contesto, uno dei piatti libanesi più conosciuti è il taboulé, una sorta d`insalata preparata con grano spezzato bollito, condita con pomodori, cetrioli, prezzemolo e menta. Un’altra scelta apprezzata tra gli antipasti è il manaqish, una sorta di focaccia che si prepara con pasta di pane farcita con formaggio o carne macinata e condita con timo. Uno deve provare senza dubbio provare il miglior antipasto libanese, dawali. Si tratta di un involtino di foglie di vite ripieno di riso, pomodori, aglio, prezzemolo e limone. Se sei un amante del formaggio, devi provare il sambousek. Si tratta di un piatto composto da fagottini di pasta ripieni prevalentemente di formaggio, anche di carne o di verdure. Non possiamo infine dimenticare di citare il baba ghanoush, una sorta di purea a base di melanzane affumicate e spezie, servito in accompagnamento alla pita, pane tipico del Medio Oriente.

Piatti tipici libanesi

La carne macinata, manzo o agnello, è senza dubbio uno degli ingredienti fondamentali della cucina tipica libanese. Tradizionalmente, viene cucinato dalle donne mediorientali in un forno comune normalmente al mattino, e poi condiviso e mangiato durante il giorno per la famiglia e gli amici.

Ad esempio, per preparare il kibbeh, considerato uno dei piatti nazionali del Libano: ci sono crocchette di semolino o bulgur ripiene di carne, che possono essere consumate fritte, bollite o anche crude. Un piatto indimenticabile e tradizionale, tra i piatti tipici libanesi c’è lo shish taouk. Questo è fatto con il pollo messo negli spiedini. La carne di pollo viene marinata con yogurt e spezie e poi cotta

Ancora una volta un piatto molto conosciuto e conosciuto anche in Italia è il falafel. Il cibo o le varianti libanesi si trovano in tutti i ristoranti fast-food d`ispirazione mediorientale. Esempi di varianti includono le polpette libanesi a base di ceci, fagioli e fave. Vengono mescolati con aglio, cipolla, cumino e coriandolo, quindi fritti. E se vuoi restare leggero, via libera con un’insalata a base di ceci, mandorle, pinoli, yogurt, menta, succo di limone e aglio.

Dolci libanesi

I dolci libanesi sono interessanti, deliziosi sono vari. Hanno alcuni ingredienti comuni, come latte o panna, zucchero e pasta fillo. Tra le più apprezzate c’è l’ashta, una sorta di crema preparata con latte e acqua di rose, ottima da consumare da sola o da utilizzare per farcire altri dolci, come il Knafeh, o il kunafa.

Questo è fatto con pasta fillo, crema di latte, frutta secca e uvetta; come il gelato ashta. Il gelato arabo è preparato con crema di latte, salep, una particolare resina chiamata mastice. Un dolce molto famoso è lo sfouf, un dolce libanese a base di curcuma e viene servito con una base di sciroppo di limone, zucchero e acqua. Assolutamente da non perdere la madlouaha, una sorta di budino a base di sempla e zucchero, guarnito con fiori d’arancio, pistacchio e sciroppo di frutta.

Mighli è una crema di cumino servita fredda, o baklava, un dessert libanese al pistacchio, è sontuosamente accattivante. Infine, nella carrellata dei dolci libanesi, non si può non assaggiare i kaak, biscotti a forma di ciambella preparati con farina, zucchero, lievito, olio e acqua di fiori d’arancio.

IL VINO

I vini nel ricco quadro e nella composizione dinamica del cibo e del vino hanno ottenuto il riconoscimento globale di essere significativamente importanti. Il vino e il cibo sono come i gemelli siamesi uniti e inseparabili, l’uno non può sopravvivere senza l’altro. La cultura del vino è antica e ricca d`influenze di tante civiltà che hanno attraversato nei secoli questa arteria principale che si trova tra Europa, Asia e Africa. Tutte le civiltà del Mediterraneo, dagli antichi Fenici fino all’impatto moderno del colonialismo francese, il gusto del vino libanese è stato evoluto, impastato e miscelato.

Varietà di uva rossa

La maggior parte delle uve utilizzate nei vini libanesi proviene da vitigni internazionali importati dalla Francia o dalle sue colonie, incluso il Syrah che rappresenta il 20% dei vitigni. Troviamo anche Cabernet (Sauvignon e Franc), Cinsault, Grenache, Merlot, Carignan e Alicante sono le principali varietà a bacca nera.

Varietà di uva bianca

Chardonnay, Ugni Blanc, Sémillon e Sauvignon sono i più coltivati ​​tra quelli a bacca bianca. Alcuni vitigni locali, che si sono evoluti direttamente dai vitigni fenici, sono l’Obaideh (con caratteristiche simili allo Chardonnay), il Merwah e l’Aramon: sono spesso usati per distillare l’Arak, il distillato nazionale. E ‘un estratto di distillato puro aromatizzato all’anice, servito diluito con acqua e ghiaccio e ideale durante pranzi più elaborati per rinfrescare il palato e aiutare a prepararsi per gustare i piatti successivi. Obaideh e Merwah sono le principali uve da cui si produce lo “Château Musar Blanc”, uno dei migliori vini del Libano di questo ultimo decennio. La produzione vinicola libanese è costituita principalmente da vini rossi (75%).

Le condizioni geomorfologiche e climatiche del Libano sono assolutamente favorevoli alla viticoltura e questa pratica colturale ha origini antichissime. Importata da Babilonia almeno 5000 anni fa, si sviluppò grazie a un fiorente commercio con l’allora Regno d’Egitto, ma furono i Fenici a dare l’impronta ‘culturale’ alla vinificazione affinando le tecniche di produzione e trasmettendo un concetto sacro di questa bevanda. Ciò è dimostrato da tracce archeologiche che mostrano antichi templi dedicati a Bacco, il dio romano del vino. Lo si può vedere nella zona di Baalbek.

La zona di produzione più fertile si trova nella Valle della Bekaa, un altopiano settentrionale di Beirut che raggiunge i 1000 metri, racchiuso tra le catene montuose del Libano e dell’Anti-Libano (al confine con la Siria), ma che si delinea e corre parallelo alla costa , a soli 50 km dal mare. Qui il paesaggio è protetto dalle montagne e dal clima mite ed è influenzato dalla macchia mediterranea. Le viti trovano queste condizioni ideali e crescono rigogliose e forti, tanto che non si ricordano epidemie devastanti e molte viti piantate sono ancora produttive in questa zona.

Molte vigne raggiungono gli 80 anni di età e continuano a produrre uva. Le notevoli escursioni termiche diurne tra notte e giorno sono il segreto della qualità delle uve di questa valle, proteggendo i grappoli con una miracolosa e nutriente rugiada notturna. Il terreno è prevalentemente argilloso e sabbioso, ottimo ambiente per la vite, e le piogge sul Monte Libano garantiscono sempre un’abbondanza sull’altopiano.

La storia del vino in Libano è strettamente legata ai processi di convivenza tra culture nel corso dei secoli, alla religione e alle leggende. Si dice che sia stato Noé – la cui tomba sarebbe stata ritrovata nella Moschea Kerak – a piantare la prima vite quando si fermò sul monte Saninno. Tutti i diversi ordini religiosi hanno contribuito all’espansione dell’area viticola del Paese e la storia di una delle più importanti aziende vinicole del Libano riflette ed è un collegamento diretto a queste dinamiche.

Il Medio Oriente è una realtà affascinante, dove storia e cultura sono incastonate come un puzzle in un paesaggio meraviglioso, dove tradizioni, profumi e colori radicati fanno del Libano un luogo magico

Definita spesso la “terra del latte e del miele”. Il Libano fa parte di quella parte fertile chiamata “culla del vino”, dove più di 7000 anni fa nacque l’addomesticamento della Vitis vinifera, ed è da qui che si è diffuso. Ora sappiamo come tutto sia connesso alla storia. Qui scopriamo il sito storico e archeologico più importante del Libano, Baalbek (meglio conosciuto con il nome greco di Heliopolis la “città del sole”), dove i romani eressero magnifici templi alle divinità e, naturalmente, a Bacco, il dio di vino.

Nel primo millennio a.C., gli egiziani iniziarono a bere vini libanesi. I Fenici, acquisiti il ​​potere, iniziarono a commercializzare i vini del Libano in tutto il Mediterraneo, dall’India alla Spagna.

In tempi moderni il rilancio della viticoltura libanese è stato portato avanti dalla cantina “Chateau Musar” che si trova a una trentina di chilometri da Beirut. Nel 1930 Gaston Hocar, un genio dell’epoca, che appena 20 anni dopo essere tornato da un viaggio nella regione di Bordeaux, decise di voler produrre vini come i vini francesi. Questa località aveva terreni calcareo-argillosi e ghiaiosi adatti alla coltivazione di tali uve e da qui iniziò la rinascita dei vini libanesi a livello internazionale.

Attualmente, la cantina Chateau Musar produce ottimi vini raffinati, che competono a livello internazionale e che corrispondono all’aggettivo “Nobiltà” normalmente associato ai vini francesi.

Le uve coltivate sono Cabernet Sauvignon, Cinsault, Carignan per i vini rossi, vitigni autoctoni come Merwah e Obaideh (antenati di Semillon e Chasselas) per quelli bianchi. Tutte le uve vengono raccolte a mano dai beduini locali tra agosto e ottobre, e per la vinificazione vengono utilizzati solo lieviti indigeni. Per la creazione del rosso Chateau Musar, la fermentazione di Cabernet, Cinsault e Carignan avviene separatamente in vasche di cemento di sei mesi. I vini vengono poi posti in botti di rovere francese, quindi assemblati e imbottigliati (senza essere filtrati) alla fine del terzo anno successivo alla vendemmia, quindi affinati per altri quattro anni, e quindi possono essere commercializzati.

Ksara Winery è la più antica azienda vinicola, fondata nel 1875 dai Gesuiti. Si sono trasferiti in questa regione dall’Algeria qualche decennio prima, portando con sé piante di vite. A quel tempo l’Algeria era la colonia più fiorente di Francia e la qualità dei vigneti piantati nella zona di Zahle, la più grande città della Valle Bakaa, era eccellente. La leggenda narra che orfani accolti nel convento del “Château Ksara” scoprirono accidentalmente alcune grotte sotterranee, di probabile origine romana. Queste grotte serpeggiavano per circa 2 km sotto le strutture del monastero. Da allora la produzione vinicola della zona è stata immagazzinata in queste cantine in quanto offrivano un ambiente di temperatura e umidità stabile, costante e favorevole.

Questa zona rappresentava uno spazio naturale per maturare e proteggere le enormi quantità di botti e bottiglie prodotte. Basti pensare che, nonostante la situazione geopoliticamente instabile in Libano, l’attività di Château Ksara non ha mai subito gravi danni o interruzioni della produzione. L’azienda è in debito con l’eredità lasciata dagli antichi e unita alla modernità esemplificata dall’acquisizione degli anni ’70 da parte di privati ​​che hanno supervisionato lo sviluppo della produzione.

La cultura vitivinicola libanese è molto attenta alla salute del vigneto e alla resa, che non deve essere eccessiva: è questa produzione “modesta” (si diceva circa 8 milioni di bottiglie) ma azioni pazienti e precise premiano i viticoltori con un alta qualità del raccolto. Possedere un atteggiamento tipico della cultura libanese di “fare le cose bene e con la dovuta calma”. Stanno pagando dividendi.

C’è un’aura sacra negli atteggiamenti e nei rituali del comportamento del vino, che assicurano un ritmo corretto e preciso alle cose, così come l’attenzione all’ospitalità è un fatto fondamentale della vita del popolo libanese. Ciò si riflette con grande piacere nell’equilibrio e nell’eleganza dei loro vini. Cercano la perfezione: il vino rispecchia la personalità di chi lo produce. Questo si ritrova anche in particolari note che ricorrono, come l’aromaticità e la dolce rotondità derivanti dall’uva moscato, che sono così adatte al gusto delle “mezze” (antipasti).

Oggi il mondo del vino libanese è una realtà interessante e in crescita, a cavallo di una produzione antica e dinamica insieme. Nell’arco di 10 anni le cantine sono decuplicate e nel maggio 2013 è stato inaugurato l’Istituto Nazionale di Vita e Vino Libanese. Il loro compito ha riguardato il controllo della qualità, la regolamentazione del settore e la mediazione commerciale con l’estero. Si moltiplicano le fiere locali, la partecipazione ha concorsi internazionali, le iniziative promozionali all’estero. Il Libano è probabilmente molto vicino all’introduzione di una specifica che consenta loro di certificare l’origine di un determinato prodotto che attualmente non esiste e non ha una categoria normativa della denominazione.

Vorrei chiedere all’esperto mondiale di enologia e viticoltura Dr. Clinton Lee cosa pensa della cucina e dei vini libanesi.

Il dottor Clinton Lee ha scritto:

“La ricca storia del Libano è un dono per il mondo. Ogni anno che passa rappresenta uno strato d`influenza culturale indelebile e la prova delle glorie passate degli imperi in questa regione. Ogni civiltà ha annunciato l’inizio della sua nuova epoca mentre suonava la morte del loro predecessore e con tali cambiamenti un nuovo frammento è stato aggiunto allo stile di vita dei libanesi. Ogni anno, riflettendo le circostanze e la situazione di quell’anno, la carestia, i raccolti abbondanti, la guerra, la pace, tutto seminato in modo intricato nei fili della storia viva e continua del Libano. Suona familiare, dovrebbe.

Ogni volta che apro una bottiglia di vino, lo considero un privilegio singolare, anzi un privilegio. Più di 100 mani in media toccano quella bottiglia di vino prima che raggiunga le mie mani gentili e il vino tocchi le mie labbra. Rendo rispettosamente omaggio in quel momento epocale di godimento di coloro che hanno reso possibile questa bottiglia di vino, delle loro fatiche e gioie racchiuse in questa bottiglia. Ogni bottiglia è un vero testamento e l’incarnazione dei vivi e dei morti, prova inconfutabile della storia in corso e della storia catturata in quella bottiglia.

Quando ho aperto la mia bottiglia di Chateau Musar Red composta da una miscela di Cabernet Sauvignon, Carignan e Cinsault provenienti da vigneti vicino alla valle della Bekaa, non è stato diverso dall’aprire un tesoro. La mia mente mi ha immediatamente proiettato all’età delle crociate, delle influenze arabe, mamelucche e ottomane e ho immaginato il paesaggio, le scene che condividevano, il cibo e il vino di cui godevano. Ora nell’era dell’AI (intelligenza artificiale) e dei viaggi spaziali l’esperienza è ancora più impattante. Il vino libanese esemplifica in modo complesso il significato che il vino è una storia e una cultura vivente di un popolo ,quando teniamo una bottiglia di vino nelle nostre mani. Ogni volta che si annusa del vino, lo stesso ti guida attraverso il modo in cui è stato prodotto, in questo caso l’influenza del rovere francese sulle viti mature.

La vasta e variegata cucina libanese offre una miriade di combinazioni se abbinata al vino libanese. Il cibo è più rappresentativo dell’evoluzione storica della storia del paese mentre il vino è più indicativo degli ultimi centinaia di anni, ancora impressionante ma non lungo quanto la storia culinaria. Ciò che è eterno, è l’importanza dell’ospitalità per il popolo libanese, la loro gioiosa gentilezza verso gli ospiti e le loro espressioni di amicizia leggendarie. Queste qualità integreranno cibo e vino in modo piacevole e piacevole per le generazioni a venire. Il Libano ti aspetta; Non sono mai stato deluso e sono sicuro che non lo sarai neanche tu”

Ringrazio profondamente il Dr. Clinton Lee per il suo immenso e inestimabile aiuto.

di Augusto Oriani e del Dr. Clinton Lee




Il Ristorante Pizzeria Dolce Italia entra nell’Olimpo degli Stellati

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Un traguardo molto ambito. Ben tre stelle è stato il traguardo raggiunto dal Maestro Pizzaiolo Liberato De Simone. Questa è stata la valutazione della Guida alle Pizzerie Stellate, che ha premiato la storia del noto imprenditore. Alla base del successo vi è tanto impegno e spirito di sacrificio. La sua passione per la cucina, unita alla voglia di soddisfare sempre i suoi clienti, gli hanno permesso di diventare un pizzaiolo molto apprezzato in Repubblica Dominicana.

Il Maestro Pizzaiolo Liberato De Simone – premiato con 3 Stelle d’Eccellenza dalla Guida Pizzerie Stellate

Chi è Liberato De Simone?

Pizzaiolo classe 1971, originario di Castellammare di Stabia, che ha dedicato 35 anni della sua vita al mondo della panificazione e oggi è una figura affermata e apprezzata nell’ambito della ristorazione. Liberato si avvicina al mondo delle pizze tanti anni fa quando, ancora dodicenne, entra nella pizzeria Da Vittorio a Castellammare di Stabia (Napoli) ed è rimasto profondamente attratto dalla manualità del pizzaiolo che incontra durante quell’esperienza. Due anni dopo, si trasferisce a Vicenza con gli zii e, seguendo l’esempio di familiari e parenti, comincia a lavorare nel mondo della panificazione. Un cambiamento radicale per il giovane Liberato. Nonostante ciò, egli va avanti per la sua strada e cerca di apprendere le tecniche per realizzare un buon prodotto. A soli sedici anni, egli decide di seguire gli zii a Monfalcone, dove continua a lavorare come pizzaiolo insieme a loro.

04022021 p1020890 2Pizzaiolo Stellato: il successo di Liberato De Simone

La sua storia dimostra come con impegno, passione e dedizione si possano raggiungere risultati straordinari. Liberato non è figlio d’arte perché suo padre lavorava nella Fincantieri. Tuttavia, la sua passione lo ha portato lontano, non solo geograficamente. In Repubblica Dominicana è molto conosciuto e apprezzato nell’ambito della ristorazione. Le sue abilità culinarie e manageriali sono premiate da uno dei riconoscimenti più apprezzati nel settore del food&beverage. Pizzerie Stellate è un progetto che premia l’alta qualità nell’arte della pizza. L’assegnazione delle stelle avviene sulla base di una valutazione di una serie di parametri, che determinano l’eccellenza del pizzaiolo o della pizzeria premiata. Un traguardo molto importante che offre una straordinaria visibilità a livello mondiale.

 

Il cammino verso le tre Stelle

targa stellataIl percorso che gli consente di raggiungere, oggi, il riconoscimento di Pizzeria Stellata comincia da lontano. Precisamente, nel 1995, quando Liberato De Simone inaugura una pizzeria-gastronomia denominata El Merendero. Trova subito l’aiuto dei suoi familiari e in poco tempo il locale diventa un punto di riferimento per gli amanti della pizza. Con l’aumento dei clienti, egli amplia il locale portandolo a ben 100 posti a sedere. Nel giro di tredici anni di gestione, El Merendero sforna in media circa 1500 pizze a settimana.  Un punto di svolta del suo cammino è il 2010, quando durante una vacanza in Repubblica Dominicana, si innamora dell’isola caraibica. Quel viaggio gli offre lo spunto per un nuovo percorso imprenditoriale.

Il sogno americano

04022021 p1030018 2 1024x768L’idea di portare la sua pizza nel paese sudamericano lo intriga. Così Liberato De Simone prende la decisione di inaugurare un locale, Dolce Italia, insieme a suo fratello Nicola.

L’attività gli dà grandi soddisfazioni e nel giro di due anni i fratelli De Simone aprono un secondo punto vendita all’interno di un noto centro commerciale, Agorà Mall. Nel 2017, invece, Liberato apre un locale a Punta Cana, insieme a sua moglie.I suoi successi gli danno un grande entusiasmo e lo spingono a raggiungere vette sempre più alte come il riconoscimento di Pizzeria Stellata della Guida Peperoncino Rosso, che egli ottiene nel giro di pochi anni.

L’importanza della formazione

targa stellataPrima di conquistare le Tre Stelle, nel 2020 ottiene il premio di miglior ristorante italiano della Repubblica Dominicana. Tali risultati arrivano dopo un percorso non solo lavorativo ma anche formativo che è durato anni.

Nonostante gli impegni lavorativi, Liberato dedica sempre parte del suo tempo alla formazione continua.

Non a caso, egli possiede la qualifica di Master Istruttore, conseguito presso la Pizza News School del Mastro Luigi Ricchezza.

Le attività del Maestro Liberato De Simone

Oltre alla passione per l’arte bianca e in particolare per la pizza napoletana verace, Liberato si dedica anche al dolce.

yaryyjorge fotos 54 2Uno dei suoi assi nella manica è la preparazione dei gelati. Tanto che, nel 2012, egli partecipa alla Mostra Internazionale del Gelato Artigianale di Longarone.

All’evento prendono parte 370 maestri, provenienti da 34 paesi del mondo.

Il pizzaiolo stellato si piazza al nono posto per il miglior gelato alla fragola, che può essere gustato anche nei suoi locali.

Un altro ambito della sua formazione riguarda l’attività di auditing. Un settore a cui Liberato dedica tante energie. Egli aiuta diverse società impegnate nelle aperture di ristoranti e pizzerie, sparsi in tutto il mondo, dal Sud America all’Europa.

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La cucina italiana in Repubblica Dominicana

Liberato De Simone ottiene le tre Stelle anche grazie alla sua voglia di offrire la qualità italiana in ogni reparto delle sue attività. Attualmente è titolare delle quattro sedi di Dolce Italia e del ristopub Caponi Italian Burger.

Il suo merito sta nel voler veicolare la cultura gastronomica made in Italy attraverso dei prodotti di alta qualità impiegati nella realizzazione di portate innovative.

La sua cucina viene apprezzata molto anche dalla clientela locale. Basti pensare, che ciascun locale è dotato di 150 posti interni e di 200 esterni.

Sapori italiani e non solo

yaryyjorge fotos 63 2Accanto alla pizza, egli propone anche i piatti di pasta, il pane e i dolci italiani, realizzati in modo artigianale.

La continua ricerca di materia prime di qualità e la costanza nell’adottare soluzioni all’avanguardia gli consente di raggiungere sempre nuove vette dell’eccellenza.

Inoltre, all’interno del menù sono disponibili anche dei piatti per chi segue determinati tipi di diete: vegetariani, vegani e celiaci.

935b8630 06cd 4cd3 807b 565a6484861e 2Per venire incontro anche ai gusti dei numerosi turisti e dei clienti del posto, Liberato dispone di un’ottima cantina che spazia dai vini italiani a quelli argentini.

Particolarmente ricca è anche la varietà di cocktail che vengono serviti. Insomma, se all’inizio era lui ad aver trovato l’America, adesso sono tanti dominicani ad aver trovato l’Italia nel loro paese.

Il merito? È tutto del premiato di PeperoncinoRosso.

Claudio Iannello – Da www.peperoncinorosso.com




Conversando con Froilan Alejo, Executive Chef del Vancouver Golf Club

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alejoLa gastronomia è un arte, ma allo stesso tempo è amore e passione. Ogni nazione ha la propria ed è molto bello conoscere i segreti delle cucine etniche, che fanno parte della storia e cultura di ogni paese.

In tutti questi anni ho potuto notare come moltissimi Chefs, si siano avvicinati alla cucina italiana. L’Italia è la patria di moltissimi importanti Chefs, da Gualtiero Marchesi, “Il Maestro” della cucina Italiana (deceduto qualche anno fa) ad Antonino Cannavacciuolo, Massimo Bottura, Carlo Cracco e ce ne sarebbero moltissimi altri da elencare.

La cucina italiana ha una forte energia, che incuriosisce e attrae moltissimi Chefs. Froilan Alejo è uno di questi, cultore della cucina internazionale, e con una particolare passione e interesse sviscerale si è avvicinato alla nostra cucina, con molta umiltà, ma con tanta voglia di apprendere i suoi segreti.

Froilan Alejo, nato nelle Filippine, si  è trasferito a Vancouver in 1993, e ha frequentato il programma culinario VCC nel 1996.

Come tutti gli Chefs, Froilan Alejo ha cominciato come apprendista, e nell’arco degli anni la sua carriera è migliorata, da Sous Chef a Executive Chef. Ha lavorato presso Ristoranti, Hotel e Golf Club, portando con se molte novità, sia dal punto di vista lavorativo che gestionale.

Chef Froilan ha viaggiato per il mondo, lavorato in posti diversi, ha imparato e affinato le sue passioni ed ha continuato a esplorare il meraviglioso mondo del cibo, questo è stato l’unico modo per migliorare le sue capacità.

Nel 2020 Chef Froilan è stato nominato Chef dell’anno dalla Associazione Chefs del British Colombia.

Ricordo quando cominciai la “Scuola Alberghiera”(Hotel&Restaurant School) in Italia, la prima cosa che imparammo fu questa, che lo chef dovrà avere queste attitudini:

Leadership con l’esempio di se stesso,  Trasparenza,  Imparzialità, Organizzazione, Capacità di ascolto (prestare attenzione ai collaboratori nelle sedi e nei modi prestabiliti, senza essere tuttavia un confessore o, peggio ancora, un fratello maggiore), Etica, Empatia, Divertimento (sebbene sia una componente alcune volte trascurata, come se fosse incompatibile con un approccio serio e rigoroso, saper introdurre un elemento di divertimento e di passione consente di cementare il team e aumentare l’impegno, il coinvolgimento e senso di appartenenza).

In Chef Froilan rivedo tutto quello che ho imparato, ribadisco però che è  molto difficile trovare questo tipo di persone, perché raggiunto l’apice della carriera molti chefs  diventano un po’ autoritari.

Lo chef Foilan attualmente lavora come Executive Chef presso il Vancouver Golf Club. Uno dei migliori golf club del Canada. Il golf club è immerso nel verde, con tanti alberi secolari, insomma un angolo di natura incontaminata della città.

Nella mia esperienza lavorativa in Italia come Maitre D, ogni quattro mesi mi trovavo con l’Executive Chef per discutere del menù e, in base a questo,  dovevo acquistare i vini, perché la conoscenza dei vini non è sapere solo il loro nome.Il Restaurant Manager o Direttore di sala deve avere una ottima conoscenza del cibo e vino.

golf 2Augusto: Chef Froilan anche per te qui hai la stessa collaborazione

Chef Froilan: No

Augusto: Parafrasando “il Maestro” Gualtiero Marchesi che diceva: “Non ci può essere una buona cucina se non c’è un buon servizio, non ci può essere una buon servizio se non c’è una buona cucina”, Chef Froilan, tu cosa ne pensi di questo?

Chef Froilan: Ha ragione “Il Maestro Gualtiero Marchesi”, per lavorare insieme io mi avvalgo sempre di una buona brigata di cucina, non puoi essere un buon Chef senza  una buona brigata, quasi tutti i componenti della stessa hanno un background di un College Culinario. Qui, in sala da pranzo non lo so.

Ringrazio Chef Froilan per la Sua disponibilità.

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Presentiamo l’Associazione Professionale dei Cuochi Italiani in Canada (A.P.C.I.)

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apciRiceviamo e pubblichiamo.

Egregio Direttore, mi sembra doveroso, dover informare lei e il suo pubblico, sulle attività culturali culinarie italiane in suolo canadese dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani in Canada e delle sue ultime novità.

Mi permetta una piccola cronistoria. Nel 2015, ho avuto l’onore di guidare la Presidenza dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani in Canada. Immediatamente mi sono circondato, di colleghi e Maestri proprio per dare importanza a quella, da poco nata, associazione e allargarla in tutto il suolo canadese.

Le prime Delegazione sono state create in British Columbia ed in Ontario con il collega Chef Alex Ziccarelli, qui in BC, salgono a bordo, dei grandi Maestri come Maestro PIzzaiolo, Giuseppe Cortinovis, il Maestro gelataio Giorgio Barassi, e con lui altro Maestro oggi approdato alla cucina vegana Chef Fabrizio Buso il Collega Dario Rossi, la Maestra Pizzaiola Simona Trigona e Lady Chef Laura Trigona, con questa squadra, abbiamo fatto corsi di cucina e cultura italiana al V.C.C. in stretta collaborazione con la Camera del Commercio della BC, che lei con il suo giornale ha ampiamente proposto.

apci 1In seguito abbiamo continuato la nostra opera all’interno dei nostri ristoranti e strutture lavorative, abbiamo difeso, il Made in Italy, operato per la difesa dell’Italian sound e le proposte dei prodotti italiani all’estero, (mi permetta aiutando anche la nostra economia italiana), le cucine regionale e le loro culture.

In seguito nel 21019, l’apoteosi e stata con l’arrivo in Canada, per la settimana della cucina italiana in Canada nel Mondo e a Vancouver della Delegazione Italiana dell’A.P.C.I. Italia, per la prima volta fuori dei confini Italiani, guidata dalla Direttrice Generale Sonia Re, seguita da collega Marta Tosi, e da tre grandi colleghi, lo Chef Giorgio Perin consigliere Apci, lo Chef Luca Malacrida, Capitano della Squadra Nazionale cuochi Apci Italia, e lo Chef Vito Semeraro, consigliere Apci.

Con loro, e con la grande collaborazione dello Chef Pino Posteraro del Cioppino, abbiamo incontrato i giovani chef del V.C.C, ed i loro insegnanti, sviluppato una bellissima Masterclass alla presenza di altri colleghi non italiani, ed una Cena di gala e show cooking.

apci4Il COVID, ovviamente ha bloccato tutte le attività lavorative, incontri, divulgazioni con chiusura di Alberghi e ristoranti, sian in Canada che in Italia, ma in tante parti del mondo, e proprio da questa particolare situazione che divido con lei, e con entusiasmo che l’ApciCanada, magicamente, si è allargata con l’apertura della Delegazione dell’Alberta, con lo Chef Manuel Panfili, abbiamo ufficialmente un Delegato per la B.C. con lo Chef Alessandro Riccobono, e siamo in attesa di allargare in altre provincie in Canada. I numeri dei colleghi che volontariamente hanno chiesto di aderire è in crescendo, con varianti culinarie diverse, pasticcieri, chef, pizzaioli, in progetto anche una tessera per studenti e supporters, per amanti della cucina italiana, non profesionisti. Mi permetta di aggiungere che anche noi abbiamo le nostre “quote rosa”, in Ontario la Lady Chef Anna Marchese, in BC, oltre a Laura e Simona Trigona, abbiamo a bordo anche le Lady Chef Veronica Reale, e Rosangela Atte, ed altre sono in arrivo dalle altre province.

La modernità ci ha regalato un App scaricabile gratuitamente, APCIChef, che permette di leggere le nostre notizie ed attività oltre alla lettura del nostro giornale, l’Arte in Cucina, che ospita puntualmente la sezione Canada, con le nostre attività.

apci 6Ci tengo anche dirle che abbiamo in BC tre tessere “Ad Honorem”, proposte da noi in Canada e consegnate dalla sede Italiana, tra i nostri soci “Ad Honorem” per la carriera, la generosità, la difesa e della divulgazione della cultura della cucina italiana in Canada, annoveriamo, lo Chef Emad Yacoub, lo Chef Umberto Menghi e consegnata direttamente dalle mani della Direttrice Sonia Re, Pino Posteraro.

Rimaniamo in attesa di “riaprire le porte al dopo Covid” per ultimare i progetti congelati, come gli scambi tra studenti di scuole alberghiere e scuole canadesi e l’Italia, corsi di cucina, show-cooking, tour eno-gastronomici in Italia, e assistenza di colleghi italiani che decidono di venire in Canada per una esperienza lavorativa, lascio per ultimo la “ciliegina sulla torta” per annunciarle che (covid permettendo) la Sede italiana vorrebbe ripetere qui Canada, per la settimana della cucina italiana nel mondo, e replicare il Congresso annuale che si svolge puntualmente ogni anno in Italia, il congresso delle “Touques Blanche” questa volta qui in Canada.

Chef Giovanni Trigona

Presidente A.P.C.I. del Canada

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Una pasta perfetta a tempo di musica

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15barillaSi chiama Playlist Timer la “colonna sonora” per cucinare una perfetta pasta al dente disponibile da ieri su Spotify. Come funziona? Per ciascun tipo di pasta è stata creata una playlist che dura esattamente il tempo di cottura. Quando la musica finisce è tempo di scolare. L’iniziativa è di Barilla che ha lanciato ieri le prime otto raccolte per quattro tipi di pasta, i formati più amati e acquistati dagli italiani: Mixtape Spaghetti (9 minuti); Boom Bap Fusilli (11 minuti); anche Pleasant Melancholy Penne (11 minuti); Mood Day Linguine (10 minuti); Top Hits Spaghetti (9 minuti); Best Song Penne (11 minuti); Timeless Emotion Fusilli (11 minuti); e Simply Classic Linguine (10 minuti).
I primi artisti coinvolti in questo progetto sono Alessandro Baronciani, Mauro Gatti, Carol Rollo, Nicola “Nico189” Laurora, Fernando Cobelo, Andrea Mongia, Emiliano Ponzi e Van Orton.
I brani saranno aggiornati periodicamente per delle playlist sempre nuove.