Vancouver. In memoria di Liliane Welch, mai dimenticata dopo tanti anni

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liliane welch 1Eravamo sedute al ristorante del Ramada Hotel affacciato sul traffico incessante della West Broadway a Vancouver e parlavamo di letteratura e di esistenza in un giorno molto lontano del settembre 1987. Fu quella l’unica volta che incontrai Liliane Welch di persona. Per i ventitré anni che seguirono, i nostri dialoghi si svolsero esclusivamente attraverso uno scambio di lettere, vergate a mano con la calligrafia elegante e minuta di Liliane, arrivi di cartoline che lei inviava dai suoi viaggi e di fotografie scattate quasi sempre durante ascese sulle montagne che adorava. Ma la presenza di Liliane segnò la mia vita, come penso quella di molti altri che ebbero il privilegio di conoscerla, in un modo profondo e indelebile.

Quando ci incontrammo, Liliane era venuta a Vancouver per una conferenza e le avevo chiesto una intervista. Invece di una intervista fu una comunione di spiriti, una magica alchimia che in Liliane mi fece subito riconoscere una sorella, una guida, una maestra. La ascoltavo descrivere il paesaggio singolare e splendido della Baia di Fundy, fra i New Brunswick e Nova Scotia che lei amava profondamente e nel sentirla parlare della mutevolezza dei suoi aspetti a seconda delle stagioni e delle maree “vedevo” non tanto il paesaggio fisico ma l’anima, l’essenza della natura vibrare nelle sue parole. Per Liliane la natura era un incontro mistico come lo erano i suoi rapimenti di fronte ai capolavori artistici dei musei e delle città storiche: le sue emozioni sgorgavano da una connessione intima con la potenza cosmica della natura e arrivavano alle sue fonti, alla nascosta ricchezza dell’energia pristina, primordiale e così per le opera d’arte che lei sapeva vedere e capire ben oltre la fascinazione estetica.

Liliane era cittadina del mondo ma  sapeva ritrovare e onorare le sue radici italiane. Nata in Lussemburgo e vissuta lunghi anni in Canada, nella sua raccolta poetica  Word-house of a Grandchild, che le valse nel 1986 il prestigioso Alfred G. Bailey Prize, rievoca l’aspra vita di suo nonno Rinaldo, un immigrato italiano che non fu mai accettato dalla famiglia della moglie lussemburghese e che subì emarginazione e disprezzo.

Fu Liliane a incoraggiarmi a scrivere narrativa, a darmi la fiducia di credere che fosse per me possibile liberare qualcosa del mio vissuto attraverso la parola; mi fu al fianco, mi ascoltò con la generosità e la sincerità che erano la sua natura. Liliane era una donna assorta, intensa, che viveva l’esistenza su un piano di profonda spiritualità, con una partecipazione e spesso gioiosità d’intensità olistica e panteista. Non la vidi mai coinvolta in piccole gelosie o nei soliti giochi di potere comuni a tutti gli ambienti, lei apriva e condivideva la ricchezza della sua anima senza riserve quando sentiva di poter essere un modello di vita. Per questo non scrivo, oggi, della sua carriera accademica, del contributo che i suoi volumi di poesia e i suoi saggi hanno dato alla letteratura canadese e mondiale, dei premi e riconoscimenti, ma ora che Liliane non c’è più da molti anni, preferisco ricordarla ancora come donna, come eccezionale essere umano, come amica, come sorella che non ci ha lasciato ma che, come presenza luminosa, attraverso la sua poesia e l’esempio della sua vita, rimarrà accanto a noi fino alla soglia dell’infinito in cui tutti un giorno rientreremo.




Mar del Plata. Pezzi d’Italia e italicità nella città felice che resiste al Covid-19

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rim 2021 image 171x223“Mar del Plata, pezzi d’Italia e italicità nella città felice che resiste al Covid-19” è il titolo di una ricerca pubblicata nel Rapporto Italiani nel mondo 2021 della Fondazione Migrantes e condotta da Riccardo Giumelli (Università di Verona e Università Nazionale di Mar del Plata).

La riflessione sulla presenza di italiani in Argentina parte da ‘lontano’: dal 2 giugno 1978 quando allo stadio di Mar del Plata va in scena la gara di calcio tra Italia e Francia valevole per i Mondiali. L’eroe di quella nazionale è un certo Paolo Rossi, detto Pablito, che qualche quattro anni dopo porterà gli azzurri al trionfo spagnolo. Giumelli evidenzia la quantità di bandiere tricolori presenti nelle gradinate e una cosa è certa: non erano italiani arrivati appositamente in Argentina per assistere ai Mondiali.

Mar del Rio de la Plata (questo il nome integrale della città) dista appena 400 km da Buenos Aires ed è detta anche “la ciudad feliz”: è storicamente una località densamente italiana. Una caratteristica di questa città è l’essere stata sempre luogo di mescolanza tra culture diverse; una realtà che per decenni ha i connotati di città da belle époque per diventare poi città da masse époque. Passa così dall’essere una Biarritz d’Argentina ad una Rimini del Sudamerica.

E’ tra il 1947 e il 1960 che la comunità immigrata più consistente diventa quella italiana: principalmente persone provenienti dal Sud del Belpaese. Nell’Annuario statistico 2020 del Maeci si evidenzia che a Mar del Plata gli italo-argentini e gli italiani residenti sono quasi 57mila, ossia circa il 6,5% dell’intera popolazione cittadina; tuttavia se si considerano coloro che hanno semplicemente origini italiane la percentuale s’impenna.

Nella primavera del 2020, quando l’Italia è ormai stabilmente tra i Paesi più colpiti al mondo dalla pandemia, in Argentina si guarda con preoccupazione e con una certa emozione alla situazione italiana, a differenza dello scetticismo registratosi invece in altri Paesi. In poco tempo però il Covid diventa non solo oggetto di attenzione a distanza per gli italo-argentini ma qualcosa che riguarda da vicino anche la propria quotidianità. Chiaramente la pandemia ha inciso negativamente sulle attività lavorative, associative e anche sul turismo. Tuttavia, già nel 2021, la percezione di una ritrovata normalità è passata anche attraverso la ripresa di attività culturali. Su tutte si ricordano quelle dedicate al centenario della nascita di colui che probabilmente è il cittadino più famoso di Mar del Plata: il musicista dalle origini italiane Astor Piazzolla. (Inform)

da comunicazioneinform.it




La gente d’Italia/ Un grande poeta italo-uruguaiano dimenticato: Antonino Lamberti

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MONTEVIDEO\ aise\ – “Antonino Lamberti nacque a Montevideo il 10 marzo 1845 e morí a San Miguel de Tucumán, in Argentina, 23 settembre 1926. Fu un noto poeta modernista che si distinse per uno stile molto romantico. Un personaggio unico che, tra l’altro, fu anche inventore, giornalista, uomo d’affari e pubblico ufficiale argentino. Essendo italo-uruguaiano di nascita, aveva viaggiato da bambino con la sua famiglia e quella di Giuseppe Garibaldi in giro per il mondo occidentale, e quando tornò con la famiglia in Sudamerica si trasferí, con la famiglia nella provincia argentina di Entre Ríos e poi Buenos Aires, dove, da adolescente fu un soldato nelle guerre civili argentine”. Coì scrive Stefano Casini che al poeta dedica questo articolo pubblicato nei giorni scorsi da “Gente d’Italia”, quotidiano diretto a Montevideo da Mimmo Porpiglia.
“Era il fratello di un imprenditore italiano, titolare dell’albergo Bahia Giuseppe Lamberti e suo padre si chiamava Giovanni Lamberti, capitano di una nave da trasporto che portava il suo nome. Giovanni era un legionario italiano in Argentina.
Contesto familiare e primi anni
Antonino Lamberti o “Tonino” nacque il 10 marzo 1845 a Montevideo, capitale del nuovo Stato Repubblica Orientale dell’Uruguay, figlio di genovesi. Suo padre era il capitano della nave Juan Bautista Lamberti e sua madre, Catalina Cerruti era nata a Chiavari, Regno di Sardegna, nel 1824 e morta nella provincia di Entre Ríos nel 1858. Catalina, secondo i racconti dell’epoca, era una bellissima donna che si sposó con Giovanni Battista proprio a Montevideo nel 1844.
La famiglia aveva una strettissima amicizia con Giuseppe Garibaldi: i due fratelli Tonino e Pepín vissero nella casa dell’eroe dei due mondi a Nizza che apparteneva, allora al Regno di Sardegna. Giuseppe Garibaldi con la moglie Anita viaggió con i genitori di Antonino alle spalle, assieme a migliaia dei suoi uomini in fuga a San Marino nel 1849.
In quell’epoca i fratelli Lamberti, sotto il comando di Garibaldi, si misero a disposizione dell’esercito del Re di Sardegna e intervennero nella prima guerra d’indipendenza italiana contro l’imperatore austriaco, che dal 1815 occupava il regno longobardo-veneziano.
Ristabilito lo Stato Pontificio, dopo la disgregazione della Repubblica Romana, i genitori di Antonino e Garibaldi fuggirono a San Marino nel mese di agosto del 1849, passarono per Nizza a cercare Peppino, ma rimasero con i figli di Garibaldi e intrapresero un viaggio attraverso il Mediterraneo.
Per un periodo, attorno al 1850, risiedettero a New York e al ritorno in Sudamerica si stabilirono con la famiglia nella Confederazione Argentina. Sebbene Antonino fosse un italo-uruguaiano di nascita, fu cresciuto come Entrerriano dal 1852 nella città di Gualeguaychú. Nel 1857 nacque sua sorella María Lamberti e nel 1858 morì sua madre Catalina.
Con i parenti si recarono a Buenos Aires nel 1859. In questa occasione i fratelli Lamberti parteciparono come soldati nelle guerre civili argentine. Tonino fu ferito nella battaglia di Pavón, che mise in evidenza il famosissimo generale argentino Bartolomé Mitre su un cavallo bianco (dipinto a olio dall’italiano Ignazio Manzoni, nel 1861, e attualmente al Museo della Mitra).
Da giovane, Tonino fu marinaio della Marina argentina e intervenne in varie battaglie come un tenero soldato che, come tale, a quattordici anni, partecipò alla battaglia di Cepeda il 23 ottobre1859 e anche nell’azione navale di San Nicolás de los Arroyos. All’etá di sedici anni e al comando del brigadiere Bartolomé Mitre, il 17 settembre 1861, fu protagonista, assieme all’allora Primo Luogotenente Dardo Rocha, nella battaglia di Pavón, al sud di Rosario. Questa vittoria portò come conseguenza la fine della Confederazione Argentina e l’inizio di una repubblica federale con l’incorporazione dello Stato di Buenos Aires come provincia dominante della nazione appena unificata.
Poeta, giornalista e uomo d’affari argentino Antonino Lamberti acquistò da José Estratón Acuña il 18 gennaio una terra di quasi 1000 m². Aveva occhi celesti, naso dritto e il viso sempre ben rasato, e con questa immagine divenne un imprenditore alberghiero di successo, quando acquistò T. Dumont nel 1881 con suo fratello Giuseppe che poi lo gestí.
L’Albergo fu ribattezzato London Hotel. Come inventore, formulò e proseguì sul mercato un elisir contro la calvizie, che si dimostró curativo in alcuni casi grazie all’effetto placebo. Il 26 agosto 1885 partecipò alla sepoltura nel cimitero di Tolosa del suo grande amico e cognato morto di tubercolosi, il poeta Matías Behety, e fu accompagnato da varie personalità come Leandro N. Alem, Victorino de la Plaza, Manuel Quintana, grandi uomini d’affari e condottieri argentini, così come dal grande poeta nicaraguense Rubén Darío.
Nel 1898, insieme a Ruben Dario e Pablo Rouquaud si recó nella Pampa Umida, nella locanda La Ventana, dormendo varie notti nell’abergo Bahiense London gestito da suo fratello “Pepín” Lamberti, per poi partire per il soggiorno del dottor Juan Antonio Argerich. Intanto Rubén Darío gli aveva dedicato una poesia dal titolo “Le pagine bianche” scritta con Lamberti, che fu anche poeta modernista, nella casa del dimenticato artista Miguelito Ocampo a Buenos Aires, Con Ocampo collaborò, nel 1896 in due composizioni: “Décima improvvisata con Lamberti” e “Roma”.
Tonino aveva una figlioccia di nome Ana Boni de Cabral, alla quale il poeta Rubén Darío dedicó una decima dal titolo: “Alla casa di Lamberti ragazza”. Lamberti ha contribuito alla Rivista Nazionale di Letteratura e Scienze Sociali fondata dal grande scrittore e poeta uruguaiano José Enrique Rodó nel 1895, insieme ad altri intellettuali uruguaiani, dove Rodó ha pubblicato tre saggi: “Quello che verrà”, “Il nuovo romanzo” e “La nuova vita” (del 1897).
In questi saggi Rodó si era proposto di analizzare gli aspetti che contribuivano al malessere del suo tempo, offrendo un’alternativa spirituale con l’arrivo di un redentore che potesse stabilire una nuova vita basata sull’amore, l’armonia e la pace. Inoltre Antonino collaborò alle pubblicazioni dei giornali Caras y Caretas, ancora oggi un’icona delle riviste letterarie argentine, La Nación e El Diario, e nel 1899 anche all’ultimo numero della rivista di arti e lettere Instantáneas Argentinas, insieme ai già citati Rubén Darío, Leopoldo Lugones, Enrique García Velloso, Manuel María Oliver, Diego Fernández Epiro, tra gli altri.
Fu autore di un’opera sparsa ma molto apprezzata ai suoi tempi, raccolta postuma in un volume intitolato “Poesías”. Pubblico ufficiale e viaggio nell’Argentina nordoccidentale.
Il suo ultimo incarico fu quello di Ispettore della pubblica amministrazione nella provincia di Buenos Aires, ricoprendo tale incarico a settantatré anni. Poi trascorse il pensionamento durante il governo di José Camilo Crotto Soggiorno e morte a Tucuman – Il poeta Antonino Lamberti morì a causa di un attacco cerebrale nella camera d’albergo dei Savoia, che ne causò la morte in pochi minuti dopo la mezzanotte del 23 settembre 1926 nella città di San Miguel di Tucumán, capoluogo dell’omonima provincia argentina.
Venne velato nello stesso albergo e licenziato dal pubblico che lo soprannominò “il principe della Boemia letteraria”. Il giorno successivo, le sue spoglie prima di essere portate nella città di Buenos Aires furono intrattenute dal governatore Miguel Mario Campero che guidava il popolo. Si presentò alla stazione prima della sua partenza per il Cimitero della Recoleta. Dal canto suo, il sindaco di Tucuman Juan Luis Nougués, quando inaugurò il parco dell’Avellaneda il 24 marzo 1929, collocò nei suoi giardini un busto marmoreo di Antonino, opera dello scultore Juan Carlos Iramain, ma uno o due decenni dopo il piedistallo con il busto scomparve. Antonino Lamberti fu uno dei grandi dimenticati della letteratura italo sudamericana, ma anche un combattente di epoche fondamentali nelle guerre di indipendenza di alcuni paesi del continente. A fianco di Garibaldi, suo amico personale, imparó quella grande passione per il Risorgimento”.

Stefano Casini




Una storia da ricordare e rispettare: online il nuovo volume dedicato all’emigrazione emiliano-romagnola

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1storiadaricordareBOLOGNA\ aise\ – La Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel mondo ha presentato in queste ore il volume “L’emigrazione emiliano-romagnola. Una storia da ricordare e rispettare”.
Il volume è dedicato all’emigrazione di corregionali, è da ieri scaricabile attraverso il sito del Museo Migrer ed è stato realizzato dall’Istituto F. Santi ER, con sede a Budrio, nel contesto del progetto finanziato dalla Consulta stessa.
Il volume raccoglie una ventina di storie di emigrati emiliano-romagnoli che hanno avuto fortuna nel mondo e contribuito a opere a volte molto notevoli.
L’obiettivo è stato quello di ricostruire gli ambiti sociali e territoriali di partenza e quelli di arrivo nella nuova comunità, dando vita ad un confronto sociale, economico, ambientale e paesaggistico di grande impatto culturale e storico.
Il progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione Terra di Mar del Plata, con l’Associazione Union Regional Emilia Romagna de Buenos Aires, e dell’Associazione Regionale Emilia-Romagna di San Nicolas. (aise) 




A Düsseldorf il “Book swapping” di Italia Altrove

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29bookswappingDÜSSELDORF\ aise\ – “Libera i libri!”. Questo il titolo dato al Book swapping organizzato domani, 30 gennaio, a Düsseldorf dall’associazione Italia Altrove.
L’appuntamento per i lettori è dalle 15.30 alle 17.30 al Café Paradise.
“Quale libro hai amato così tanto da desiderare che tutti lo leggessero? Questo incontro è proprio pensato per far volare bei libri in lingua italiana (originali o tradotti) da una casa all’altra: partecipandovi avrai la possibilità di diffondere storie che ti sono particolarmente piaciute e di trovarne altre consigliate da amanti della lettura come te”, spiega l’associazione.
Per partecipare all’incontro basta scegliere un proprio libro in lingua italiana, di narrativa e in buono stato, comunicare il titolo a info@italia-altrove.com dopo aver effettuato l’iscrizione all’evento, scrivere l’incipit oppure descrivere la trama in poche parole sulla carta con cui verrà impacchettato il libro che va, appunto, incartato per nasconderne il contenuto.
A questo punto, basterà recarsi al Café Paradise con il proprio libro e sceglierne un altro fra quelli portati dagli altri partecipanti.
I libri scambiati potranno essere restituiti ai relativi proprietari all’incontro successivo oppure tramite posta.
L’evento è riservato ai soci di Italia Altrove. (aise) 




Italia Paese ospite d’onore al Salone del Libro di Algeri 2022

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21silaalgeriALGERI\ aise\ – L’Italia sarà il Paese ospite d’onore della 25ma edizione del Salon International du Livre d’Alger. Dopo due anni di stop forzato a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, quest’anno la manifestazione ritorna dal 24 al 31 marzo al Palais des Expositions di Algeri.
L’ultima edizione, svoltasi nel 2019, è stata visitata da oltre 1 milione di persone e ha registrato la presenza di 1.030 espositori provenienti da 36 Paesi.
Come annunciato dal ministro della Cultura e delle Arti algerino su Facebook, il Paese Ospite d’Onore sarà l’Italia, “un paese vicino e amico, conosciuto per la sua prolifica produzione culturale“. L’invito scaturisce dalla visita di Stato in Algeria del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del 6 e 7 novembre scorsi e, come tale, riveste una particolare rilevanza dal punto di vista politico.
Le istituzioni italiane in loco stanno lavorando per dare seguito all’invito e per organizzare la presenza italiana, alla quale anche AIE sta collaborando. (aise)




In libreria le “Conversazioni sull’origine dell’uomo 150 anni dopo Darwin”

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150annidarwinÈ il nuovo libro di Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, con opere di Pablo Echaurren, per le Edizioni Espera

Per celebrare i 150 anni dalla pubblicazione di The Descent of Man di Charles Darwin esce in libreria il volume di Salomone e Di Vincenzo per la casa editrice romana Edizioni Espera

Per molti anni ho raccolto appunti sull’origine o la discendenza dell’uomo, senza nessun intento di pubblicazione al riguardo, ma piuttosto con la determinazione di non pubblicare, in quanto pensavo che altrimenti avrei solo aggiunto pregiudizi contro le mie opinioni. Mi sembrava sufficiente aver indicato, nella prima edizione della mia “Origine delle specie”, che da questa opera si sarebbe irradiata luce “sull’origine dell’uomo e sulla sua storia”, il che implica che l’uomo deve essere incluso con gli altri esseri viventi in qualsiasi conclusione generale, per quanto riguarda il modo di comparire sulla terra.

Con questo incipit, nel 1871, Charles Darwin pubblicava a Londra L’Origine dell’Uomo e la Selezione in Relazione al Sesso (The Descent of Man and Selection in Relation to Sex), completando quella rivoluzione iniziata più di dieci anni prima con L’Origine delle Specie, che ha definito il modo in cui gli uomini di oggi guardano se stessi e la natura.

Per celebrare questo anniversario, esce in libreria a metà novembre 2021 il libro Conversazioni sull’Origine dell’Uomo 150 anni dopo Darwin a cura di Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, per la collana Espera Science (Edizioni Espera | www.edizioniepsera.com), con il patrocinio del Sistema Museale di Ateneo dell’Università degli Studi di Firenze, dell’IsITA (Istituto Italiano di Antropologia), della AAI (Associazione Antropologi Italiani), della SiAE (Società italiana di Antropologia) e con le introduzioni di Luca Sineo e Giorgio De Finis.

Flavia Salomone e Fabio Di Vincenzo, in questo saggio, si sono spinti in un viaggio a ritroso, alla riscoperta delle origini dell’essere umano, con la complicità di Pablo Echaurren, che ha donato alcune sue opere a corredo iconografico del volume. In totale sintonia con lo spirito dell’arte di Echaurren, gli autori hanno sostituito agli oggetti alcune parole-chiave per comporre un lessico essenziale capace di legare l’opera di Darwin all’attualità della ricerca scientifica e filosofica sull’uomo e sulla sua origine.

[…] dobbiamo riconoscere, almeno mi sembra, che l’uomo, con tutte le sue nobili qualità, con la ‘simpatia’ che prova per i più degradati, con la benevolenza estesa non solo a tutti gli uomini ma alle più umili creature viventi, con il suo intelletto quasi divino che è penetrato nei movimenti e nella struttura del sistema solare, con tutti questi enormi poteri, egli ancora porta impressa nella sua struttura fisica l’impronta indelebile della sua infima origine […].

Attraverso le riflessioni scaturite da diciannove brevi conversazioni con importanti studiosi, gli autori hanno cercato di restituire la complessità dell’essere umano e del suo rapporto con il mondo, dando voce al dibattito ancora vivo intorno al nostro divenire e al nostro essere umani, con le luci e le ombre di ogni esistenza, con i dubbi e le sfide di ogni creatura che quotidianamente cerca di ripristinare quell’equilibrio vitale che le permette di esistere.

Tra tracce, corpi, pensieri ed emozioni si è provato, ancora una volta, a raccontare l’evoluzione dell’uomo con amore e gratitudine nei confronti della natura e della vita che tanto hanno ispirato l’opera di Darwin.

Le conversazioni hanno visto coinvolti venti autorevoli studiosi italiani/internazionali:

Marco Aime (Antropologo culturale), Guido Barbujani (Genetista), Francesca De Petrillo (Primatologa), Giovanni Destro Bisol (Antropologo), Fabio Di Vincenzo (Paleoantropologo), Maddalena Fabbri Destro (Neurofisiologa), Bernardino Fantini (Storico della scienza e della medicina), Elena Gagliasso (Filosofa), Matteo Greco (Linguista), Michelangelo Iossa (Musicologo e critico musicale), Giorgio Manzi (Paleoantropologo), Alessandro Minelli (Zoologo), Telmo Pievani (Filosofo della biologia), Andrea Pilastro (Zoologo), Mariagrazia Portera (Filosofa), Pasquale Raia (Biologo evoluzionista), Giacomo Rizzolatti (Neurofisiologo), Eleonora Severini (Filosofa), Enza E. Spinapolice (Archeologa preistorica), Leonardo Ursillo (Filosofo).

Flavia Salomone è nata a Roma nel 1965. Biologa e antropologa fisica, dopo la laurea in Biologia a indirizzo Antropologico, si è dedicata alla ricerca nel campo della biologia delle popolazioni del passato presso i laboratori di antropologia dell’Università Sapienza di Roma e del Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma.

Attualmente collabora con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Archeologi-ci e con il Museo di Casal de’ Pazzi per il quale cura visite guidate e progetti di didattica sull’evoluzione umana.

Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, con Edizioni Espera ha già pubblicato due testi divulgativi per ragazzi sull’evoluzione dell’uomo, C’era una volta Homo e Sulle tracce dei nostri antenati in Italia, scritto con Luca Bellucci e Giorgio Manzi.

 

Fabio Di Vincenzo è nato a Roma nel 1973. Naturalista e paleoantropologo, si è laureato in Scienze Naturali presso l’Università Sapienza di Roma dove ha conseguito il dottorato in Biologia Animale con indirizzo antropologico.

Ha collaborato per molti anni con il Museo “G. Sergi” della Sapienza e attualmente è curatore presso il Museo di Antropologia ed Etnologia del Sistema Museale dell’Ateneo di Firenze.

È autore di numerosi articoli sull’evoluzione umana comparsi su riviste scientifiche nazionali e internazionali.




British Columbia. Il lungo viaggio e la lunga ricerca nelle opere di Joseph Ranallo

foto x anna foschi (2)

foto x anna foschi (2)Seduto vicino alla finestra del ristorante mentre osserva il via vai della gente e l’incessante nastro luminoso dei fari d’automobile che scorrono lungo Robson Street, Joseph Ranallo ha l’aria di un adolescente affascinato dalla grande città. Spesso interrompe la nostra conversazione sull’intervista che lo vede protagonista per raccontare barzellette e storielle di una comicita` irresistibile, scaturite dalla fonte apparentemente inesauribile delle sue esperienze giovanili come studente improvvisatosi operaio stagionale nei cantieri e miniere della Columbia Britannica. Appare rilassato e sembra apprezzare con genuino interesse tutto quello che accade intorno a lui, mentre si esprime nel suo inglese elegante e fluido che alterna all’italiano, preciso e puntiglioso, animato da un accento inconfondibilmente molisano. La cameriera arriva e Ranallo inizia ad ordinare le portate dal menu con un diluvio di istruzioni meticolose; la conversazione si sposta allora sul tema dello stile di vita piú consono alla salute e sulla medicina alternativa. Da piú di venti anni egli studia e pratica l’agopuntura e altre discipline orientali e probabilmente questi suoi interessi scientifici e spirituali hanno contribuito ad accentuare quei tratti di saggezza, equilibrio ed umorismo che lo caratterizzano. Nel congedarsi, mi lascia un dattiloscritto delle sue poesie e quando piu` tardi inizio a sfogliarne le pagine e ad inoltrarmi nel suo mondo poetico di immagini di struggente bellezza, provo un senso di meraviglia per la complessa natura dell’uomo, per la sua ricerca di una verità che continua a sfuggirgli come sfugge alla maggior parte di noi durante il nostro viaggio terreno: “…And my children have grown up and left home/in search of identities of their own./I feel less certain that I used to be/About precisely who I am/Or where I have been/ For the past thirty years.”

Ranallo e` nato a Vinchiaturo nel 1941; quando aveva 11 anni è emigrato in Canada, nella Columbia Britannica, la provincia canadese affacciata sul Pacifico. Vive a Rossland, una cittadina di quattromila persone “…dove c’è un solo semaforo”, e la sua carriera di docente presso un distaccamento della Università della Columbia Britannica si è svolta soprattutto nella regione del Kootenay occidentale che circonda Rossland, una frontiera di montagne, laghi e foreste dalla

bellezza ancora pristina. È autore di un testo accademico dal contenuto innovatore: “Teaching and Assessment Strategies for the Transition Age” scritto in collaborazione con Marlane King; le sue poesie sono apparse nell’antologia Roman Candles (1978), in The Anthology of Italian-Canadian Writing (1998) e in “The Toronto Review” (1998).e Accenti. Al momento sta lavorando ad un romanzo di ispirazione autobiografica che segna il suo passaggio dalla poesia alla narrativa.

 Anna Foschi:           Joseph, in  molte tue poesie ricorre il tema della separazione. Alcuni dei tuoi versi più intensi descrivono la tua partenza da Vinchiaturo diretto verso “.…the naked indignant assault/ of the Pier 21 aggressive medical staff…” [1]. Puoi parlarci dell’esperienza del Pier 21, sia come esperienza collettiva nella vita degli emigranti sia come metafora dei cambiamenti fatali dell’esistenza?

Joseph Ranallo:         Hai ragione, in molte delle mie opere si avverte un senso di perdita, di separazione. Ci sono delle ragioni, posso indicartene subito almeno tre. Ho perso mio padre quando avevo sette anni: la morte di un genitore è sempre un trauma, a qualsiasi età, ed è interessante notare che tale trauma è spesso strettamente connesso con la creatività, come diceva molti anni fa il mio professore Robin Skelton, il fondatore del programma di scrittura creativa all’Università di Victoria..

Dopo la morte di mio padre, quando avevo undici anni, mia madre mi condusse a vivere in Canada. In Italia ero sempre vissuto in un piccolo podere, dove avevamo solo qualche animale, una mucca, un asino ed un maiale che consideravamo quasi come animali domestici. Il podere era il mio “Fern Hill” dove ero il padrone assoluto del “regno delle mele”, come il bambino nell’opera di Dylan Thomas.  Prima di partire per il Canada, mia madre vendette tutto quello che poté ricavare dal podere e dato che sapeva che la vendita di queste cose mi avrebbe fatto soffrire, fece del suo meglio per condurre le sue trattative durante la settimana, quando io ero a scuola, smantellando lentamente e metodicamente quel podere che rappresentava per me il solo universo che avessi mai conosciuto. Ogni giorno, tornando da scuola, capivo che se n’era andato un altro frammento della mia infanzia,  in un processo di disgregazione che infliggeva sofferenza a me e a mia madre. L’ultima persona adulta che ho visto prima di salire sull’autobus che dal nostro villaggio nelle vicinanze di Campobasso ci avrebbe portato ad imbarcarsi a Napoli è stato il nonno, che io adoravo. Il Nonno aveva sostituito mio padre nella mia esistenza e nel dirgli addio capii che non c’era ritorno, che non l’avrei mai più rivisto Questo ed altri distacchi si sono impressi da allora nella mia mente e anche a distanza di tanti anni fanno ancora male, se mi abbandono ai ricordi.

La tua seconda domanda riguarda il Pier 21. Le cose che avevo perduto erano cose ed episodi della mia infanzia trascorsa nel piccolo podere in Molise, mentre il Pier 21 fu il primo contatto con il mondo dove si sarebbe svolta la mia adolescenza e la mia vita in Canada.

L’Italia che avevo lasciato alle spalle quando arrivai ad Halifax, al Pier 21, aveva una struttura di classe ben delineata. In breve, diciamo che in Italia o si apparteneva alla classe privilegiata o si apparteneva al proletariato. Sui transatlantici Saturnia e Vulcania c’era gente proveniente da tutte le regioni italiane e la linea di demarcazione fra le classi sociali era molto netta , lo si poteva vedere da come erano assegnati i posti a tavola, dal tipo di cabina e soprattutto da chi frequentavi. Quando attraccammo al Pier 21, tutte le complicate gerarchie del vecchio mondo scomparvero, diventammo all’improvviso tutti uguali, tutti “una mandria”, per parafrasare una espressione dal film “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick a proposito della guerra del Vietnam. Come animali e schiavi da vendere, fummo esaminati, palpeggiati, vaccinati e selezionati secondo la qualità della merce. Quando uscimmo dal Pier 21 entrammo in un universo senza ricordi. Tutti abbiamo ricominciato in quel momento, allo stesso livello, senza piú traccia della posizione sociale che ci aveva contraddistinto in Italia. È stato questo ripartire da zero che ha permesso ai “cafoni”, ai  contadini di prosperare: in meno di venti anni molta gente che era venuta in Canada senza niente si è guadagnata una posizione economica e piu` tardi ha acquistato un peso politico, cose che in Italia sarebbe stato impossibile anche solo sognare. Cosí per molti di noi, specialmente quelli del Mezzogiorno, il Pier 21 è piú che simbolico: come i serpenti d’acqua che il marinaio benedisse al momento di raggiungere gli ultimi gironi  della sua discesa in Purgatorio, rappresenta l’anello di congiunzione nella grande catena dell’essere, il portale cosmico verso il nostro nuovo stato.

Anna Foschi:              In Italianity, Chinatown ed in altri poemi tu parli (e dubiti) dell’Italianità. Che cosa accade ad una cultura, ad un popolo, ad uno scrittore quando debbono confrontarsi con una immagine parallela di se stessi, di ciò che sono o potrebbero essere stati?

Joseph Ranallo:         L’Italianità è un concetto molto sfuggente.L’Italia, come del resto altre nazioni, non è una entità omogenea, è un agglomerato di genti il cui comune denominatore consiste nel fatto che loro o i loro antenati hanno vissuto in quella fluttuante espressione geografica chiamata Italia. Fino a pochi decenni fa, la gente in Italia tendeva a rimanere nel  paese o città natale o nelle immediate vicinanze, e sviluppava un forte attaccamento a quei luoghi . Saggiamente, il sistema di leva militare italiano fece il possibile per indebolire questi legami: nel periodo di leva i soldati provenienti da una regione venivano spediti verso la regione piú lontana nella speranza che durante il servizio militare imparassero a vedere il mondo in maniera globale piuttosto che in una ristretta ottica regionale. Qualche volta la faccenda funzionava e qualche volta no: diciotto mesi non bastano per cambiare una mentalità che si è formata nel corso di piú di un millennio.

Gli italiani che si stabilirono in Canada formarono comunità che accoglievano gente di tutte le regioni, e dove trevisani, toscani, marchigiani, abruzzesi, calabresi e siciliani si sono trovati  a vivere gomito a gomito. Quando questo è accaduto, il concetto di italianità. come accade ai virus ed ai batteri che si spostano da un organismo ospite all’altro, è mutato: gli italo-canadesi non si sentono tanto uniti dalle similarità del loro gruppo quanto dalle loro differenze rispetto agli altri gruppi etnici. Accettano la definizione di “italiani”soprattutto perché si considerano diversi dagli ebrei, dai serbi, dagli anglosassoni, dai francesi, dagli orientali, dagli aborigeni , dagli africani e da una miriade di altre culture.Ma i toscani non si considerano simili ai calabresi e viceversa, per cui il concetto di italianità  è ancora piú difficile da definire in un paese come il Canada; non essendo piú connesso al luogo di nascita, rimane sfuggente ed inafferabile.

Il compito dello scrittore è davvero immane. Tutto quello che gli scrittori possono fare è di definire il mondo come essi lo percepiscono in un dato periodo. Al momento in cui si accingono a scrivere, come il merlo di cui parla  Wallace Steven, il concetto è già cambiato irreversibilmente e tutto quello che uno scrittore può fare è ricrearne una impressione storica.

Anna Foschi:              Al centro di “Making the Grade”, il brano del tuo romanzo che hai letto alla Conferenza Nazionale degli Scrittori italo-canadesi del 1998, c’è una vibrata denuncia

dell’ ingiustizia sociale, della soppressione culturale operata dalla classe dominante ai danni della classe contadina. Questo tema viene ripetuto anche in altre tue opere. Pensi che la cultura sia un privilegio dei ricchi? O non è piuttosto una espressione complessa dell’intelletto umano che trascende le barriere sociali?

Joseph Ranallo;         Spero che per te la cultura sia sinonimo di espressione artistica. Se questo è il caso, posso almeno tentare di rispondere a questa tua domanda molto provocatoria.

L’espressione artistica (il bisogno di scrivere, disegnare, danzare, scolpire,cantare, dipingere, comporre musica, recitare etc.) non è limitato ad una classe sociale.Tutti hanno il desiderio, la spinta e la necessità di  esprimersi nel senso estetico, ma la capacità e l’opportunità di farlo sono drasticamente limitate dallo stato sociale ed economico. Chi appartiene all’aristocrazia può accedere all’istruzione e sviluppare il proprio talento latente: Franz Liszt aveva il potenziale  per diventare un genio e l’educazione ricevuta permise al suo genio di  fiorire. Lo zingarello che egli tentò di trasformare in un violinista classico possedeva il talento innato di un grande musicista, ma negli anni della formazione non aveva ricevuto l’insegnamento che gli avrebbe permesso di sostenere la rigorosa disciplina necessaria ad un musicista classico. Quando fu scoperto da Liszt, era ormai troppo tardi, il ragazzo aveva già investito le sue energie nella libera esistenza degli zingari. E come aveva sentito dire da suo nonno, gli zingari sono come uccelli, felici quando nel volo e non è possibile insegnare ad un uccello quando è in pieno volo. Cimabue invece si imbatté in Giotto  nel momento in cui la trasformazione e la transizione dalla classe contadina all’aristocrazia erano ancora possibili e cosí Giotto ottenne fama e denaro, ma non divenne famoso sino a quando smise di fare il pastore e divenne un aristocratico. Se avesse solo badato alle pecore invece di incidere cerchi e forme sulle pietre, sarebbe probabilmente vissuto e morto in oscuritá.

Spesso è l’aristocrazia che decide cosa è cultura e cosa non lo è , per cui i classici sono spesso prodotti originati dalle classi privilegiate. Lo schiavo africano che canta gli spirituals, il pastore che suona la zampogna sulle colline abruzzesi e i contadini greci che danzano come Zorba non diventano icone culturali né lo diventa la loro arte, ma questo non significa che il loro pensiero sia meno profondo o i loro sentimenti meno intensi di quelli del cantante lirico, del pianista o del danzatore classico. Sino a tempi molto recenti, l’arte di una nazione era l’arte della classe privilegiata. Oggi dato che l’educazione è diffusa e accessibile a tutti, le masse hanno la responsabilità di creare la propria arte e di esprimere non solo i propri sentimenti ma anche quelli dei propri antenati, ridotti al silenzio dall’oppressione e dall’ignoranza. Cosí, tornando alla tua domanda, l’espressione artistica non è limitata ad una sola classe sociale, anche se, spesso, la capacità di riconoscerla lo è.

Anna Foschi:              Tu sembri possedere una comprensione molto profonda dei sentimenti femminili e direi una profonda immedesimazione nell’universo femminile. Mythologies, Dreams, Marylin Monroe,  ed i poemi che parlano di tua madre ne sono un chiaro esempio.

Joseph Ranallo:         La mia intera esistenza è stata influenzata e spesso dominata da donne estremamente intelligenti, forti, decise e sicure di sé. Da bambino sono cresciuto in un mondo quasi totalmente privo di uomini. Questo era il mondo che Nino Ricci descrive  in maniera cosí vivida nella prima parte di Lives of the Saints. Nell’Italia degli anni Quaranta, gli uomini validi erano in guerra o a lavorare in terra straniera. I villaggi come quello dove sono cresciuto erano popolati soprattutto da donne, bambini, vecchi e invalidi. Mia nonna, mia madre, le mie zie erano donne forti e coraggiose, dovevano esserlo, per sopravvivere e prender cura dei loro figli. Quando avevo trent’anni mi sono occupato attivamente di politica nel campo dell’istruzione; erano gli anni Settanta e le nuove femministe controllavano la programmazione politica dell’istruzione: come mia madre, mia nonna e le zie, quelle pioniere del  femminismo dovevano essere forti e ricche di iniziative per sfidare e cambiare un ambiente dominato dagli uomini. Adesso che sto avvicinandomi al termine della mia carriera subisco ancora l’influenza di questo tipo di donne volitive: lavoro in un ufficio di quattro persone, di cui tre sono donne. Il mio immediato superiore e due mie colleghe sono donne, e cosí pure il mio sovrintendente, il rettore associato, il rettore ed il presidente della facoltà. Il mondo che ho conosciuto da bambino è cambiato in maniera drastica, generalmente in meglio.

Nel corso degli ultimi venti anni ho sviluppato un forte interesse per la medicina alternativa, un campo della “New Age” in cui le donne sono spesso presenti in gran numero. Questa costante presenza femminile, e quella di mia figlia e di mia moglie, mi ha insegnato molto: ho avuto molte occasioni di osservare le loro azioni, i loro sentimenti, pregiudizi e punti di vista.

Per molti anni ho apprezzato gli scritti di D.H. Lawrence e mi sembra che  a volte Lawrence sia piú in sintonia con i sentimenti femminili  di quanto lo siano le donne stesse.

Così non deve del tutto sorprendere se alcuni dei miei scritti rappresentano un modesto sforzo di comprendere le donne, che sono molto piú preparate degli uomini  nell’affrontare gli aspetti della sopravvivenza, dell’amore, della solitudine, della compassione e della comprensione, temi che toccano la vita di quasi tutti gli uomini, sia che essi ne siano consapevoli o meno.

Anna Foschi:              Quali sono i tuoi programmi per la tua opera di scrittore? Parlaci del romanzo che stai scrivendo e degli altri tuoi progetti.

Joseph Ranallo:         Anche se come insegnante che ha avuto una formazione accademica di tipo inglese-nordamericano lo scrivere in diversi campi ha costituito una parte essenziale della mia vita, non mi sono mai preoccupato troppo di pubblicare i miei scritti, almeno sino a poco tempo fa.  Mi sono in genere accontentato di pubblicare qualche poesia, articoli ed un paio di testi in maniera sporadica e non sistematica. Adesso che sto avvicinandomi alla fine della mia carriera di insegnante, mi trovo a lottare contro la realtà di obbiettivi non raggiunti e provo maggior desiderio di vedere i miei lavori  pubblicati. Ma le mie ambizioni rimangono modeste: nel prossimo futuro sarei felice di pubblicare tre opere: una antologia delle mie poesie, il romanzo a cui sto lavorando ed un libro sulla medicina alternativa.

Il romanzo che sto scrivendo traccia le fasi della vita di un emigrato italiano cresciuto in una cittadina dell’Ovest canadese in cui vive una minuscola comunità italiana. Il personaggio arriva all’Università negli anni Sessanta, in pieno clima di trasformazioni ed esperimenti. In parte a causa della sua origine etnica, in parte a causa dei cambiamenti fondamentali che avvengono intorno a lui, si trova a lottare invano con una profonda crisi di identità.

Anna Foschi: I tuoi interessi sono veramente vasti, spaziano dalla medicina alla musica, dalla letteratura all’insegnamento. La tua visione dell’esistenza  è permeata di genuina compassione. Se ti chiedessi, ora, chi veramente sei o senti di essere, cosa risponderesti? C’è una risposta?

Joseph Ranallo:  Chi può veramente dire di conoscere la propria identità? Molti di noi  credono di saperlo, ma  è una illusione fuggevole. Quando ero ancora a scuola ero certo che una volta completati i miei studi avrei capito con certezza chi ero. Avevo l’errata impressione che quello che ci definisce come uomini è ciò che facciamo, non  quello che siamo. Adesso, dopo trent’anni, mi sento molto piú incerto di quando ero studente quando cerco di  capire e definire chi sono. Quello che ho imparato nel corso di tre decadi si riduce al fatto di non sapere chi io sia realmente. Gli interessi che ho sviluppato nel corso degli anni forse sono genuini, o forse sono solo una illusione; forse sono un riflesso dei disperati tentativi di uno spirito inquieto in cerca della propria identità. Oppure sono distrazioni che mi aiutano a non pensare troppo ossessivamente a quell’interrogativo. Forse sono  i miei tentativi inconsci di  di seguire le parole di Eliot : “Creiamoci un volto per andare incontro agli altri volti che incontriamo”. A volte, nel bel mezzo di un qualche lampo di illuminazione, mi accade di pensare che forse io sono un poco come il ladrone impenitente che venne crocifisso alla sinistra di Cristo. Al contrario di quanto mi è stato detto, io credo fermamente che, come il ladrone alla Sua destra, anche l’altro chiese e ottenne perdono prima di morire fra atroci tormenti. Penso che lo fece quando il centurione romano che ne ha tramandato il racconto si era allontanato per badare a qualche altra faccenda da qualche altra parte del Golgota. Come quel ladrone, e come il terzo dei Re Magi, quello che era sempre in ritardo, a volte penso che sono nato per essere testimone di qualche grande avvenimento, uno di quegli avvenimenti che cambiano la faccia del mondo e la mia paura è che quando finalmente scoprirò di quale avvenimento si tratta, sarà forse troppo tardi perché io possa farci qualcosa.

[1] Il Pier 21 ad Halifax nella Nova Scotia è stato dal 1928 al 1971 la stazione di sbarco ed il centro di smistamento e controllo degli emigranti  che arrivavano in Canada dopo aver attraversato l’oceano sulle navi di linea.




Franco De Santis, una voce poetica di grande sensibilità

de santis

de santisUn poeta schivo, che si tiene volutamente lontano dalle manifestazioni e ribalte letterarie  più popolari e affollate, la cui biografia  è difficile rintracciare in Internet, questo immenso supermercato dell’ informazione. Eppure Franco De Santis ha composto oltre dieci volumi di poesia, ha vinto numerosissimi premi di poesia ed ha ricevuto recensioni e attenzione da parte di critici letterari e studiosi, fra cui Franco Caporossi, il fondatore della Associazione Artisti Lepini o Carmine di Michele, cattedratico della Concordia University e molti altri ancora, in Italia, Canada e negli Stati Uniti. Conoscevo De Santis di fama, ma è stato grazie all’ intervento di Calogero Milazzo, il quale mi ha gentilmente inviato i volumi di poesia di De Santis, che ho potuto accostarmi più da vicino alla sua produzione. Fra le raccolte poetiche di De Santis citiamo  Ancora non è sera, In tono minore, Reliquie di giorni, L’impronta del tempo, Sospensioni.

De Santis è nato a Morolo di Frosinone nella Ciociaria Lepina nel 1932. V ive in Ontario ad Hamilton, da moltissimi anni. Si è dedicato ai campi culturale e sociale. Scrive in italiano e le sue brevi poesie, a volte composte da poche righe, rivelano una profonda sensibilità, una dimensione spirituale intensa che sa cogliere sentimenti nascosti nelle anime, sa rivelare scorci e fulgori insospettati in un paesaggio o in una descrizione della natura. De Santis eccelle nel lumeggiare con toccanti versi e rapide immagini le ferrite dolenti che la vita infligge: la morte di una persona cara, il vuoto che lascia anche fisicamente nelle stanze ora deserte, negli oggetti che non servono più. Scrive con sommessa pena delle perdite che tutti subiamo, delle speranze che non si realizzano, del senso di spaesamento dell’ emigrato, la dualità  di appartenere a due mondi e a nessun mondo. La sua ispirazione non è però concentrata sulla condizione migratoria che resta una presenza ma come in sottofondo: certe sensazioni, certi sentimenti sono universali non appartengono solo all’ esperienza del migrante. C’e’ una diffusa malinconia nella poesia di De Santis, ma non pessimismo o scoramento. L’ autore vi infonde la rassegnata saggezza, la compassione che viene da una vita spesa per cause generose e che gli fa riconoscere e accettare le limitazioni umane.

Anna Ciampolini Foschi

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GERMOGLI

 

Nessuno conosce

i sentieri

che conduce l’ insonnia.

Di notte

parlo con l’ acqua

l’ alba

travolge la visione

e regala germogli

che odorano di melo.

 

Franco De Santis (da: Ancora non e’ sera)

 

SONO GESTI D’ADDIO

 

Non tornare

Questa sera

Il giglio

È stato ucciso dall’ombra.

 

Vento straniero

Passa tra i rami

Del salice piangente,

 

Domani

Sarà svelato il mistero…

Il fiume

Laverà ogni colpa.

 

La vita

È piena di rimorsi.

 

Sono gridi.

 

Sono gesti d’addio.

 

Franco De Santis (da: Sospensioni)




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