In bilico tra l’oceano e il sole: la poesia errante di Diane Pacitti

diane pacitti

diane pacittiLa seguente recensione è stata pubblicata il 13 settembre 2021 nella sezione “The Scarlet Letter” a cura di Elisabetta Sancino, della rivista/blog letteraria “Versante Ripido.” Vedere il sito: The scarlet letter di Elisabetta Sancino | In bilico tra l’oceano e il sole: la poesia errante di Diane Pacitti – Blog Versante Ripido

 

In bilico tra l’oceano e il sole: la poesia errante di Diane Pacitti

di Elisabetta Sancino

Qualche mese fa ho ricevuto via mail  dalla traduttrice Anna Foschi Ciampolini alcuni testi di Diane Southgate Pacitti, autrice londinese di grande sensibilità e talento, la cui opera poetica è ancora poco conosciuta in Italia. La selezione proposta da Anna Foschi comprende poesie che raccontano in modo toccante il percorso umano e psicologico, oltre che fisico, dei tanti italiani che hanno lasciato il nostro paese per trovare fortuna altrove. Del resto, il motivo del viaggio è un archetipo universale, presente nella letteratura di tutti i tempi, con significati che mutano a seconda delle epoche, delle culture e degli autori: basti pensare a Ulisse, Enea,  Gulliver, ai cavalieri della Tavola Rotonda o all’ebreo errante, solo per citare alcuni esempi. Affrontare il viaggio significa accettare il rischio di incontri casuali e fortuiti, imbattersi in pericoli, difficoltà e incognite che permettono all’uomo di mettersi alla prova, di maturare e di acquisire maggiore consapevolezza di sé e conoscenza del mondo.

I motivi e gli obiettivi che da sempre hanno spinto gli uomini a partire sono diversi ma simile è la frequente sensazione di straniamento che, al tempo stesso, diventa spesso motore e stimolo per continuare a cercare quella che Jung definisce la nostra “patria psichica”, ovvero la continua e illimitata realizzazione di noi stessi e del nostro potenziale. Il fascino di questo tema va dunque ricercato nella sua capacità di rispecchiare il cammino dell’uomo alla scoperta del mondo e di sé e di veicolare una molteplicità di esperienze e di emozioni.

Diane conosce bene la realtà degli emigranti perché è stata a lungo sposata con lo scultore di origine italiana Antonio Pacitti, scomparso alcuni anni fa, e attraverso la frequentazione costante con la famiglia di suo marito ha potuto comprendere le difficoltà e il disagio che lo sradicamento dal proprio paese necessariamente comporta. La famiglia Pacitti, originaria di Cassino, fu infatti costretta a emigrare a Glasgow per sfuggire alle repressioni messe in atto dal governo italiano contro gli antifascisti. Alla loro storia Diane ha dedicato il suo romanzo Tra due paesi (Between Two States), tradotto in italiano da Laura Ferri per Cosmo Iannone Editore.

Uno dei testi più intensi della raccolta si intitola “Figurinai”, dedicata agli artigiani che producevano statuette di gesso e che esportarono la loro arte in tutti i paesi dove si trasferirono. Il protagonista è un immigrato toscano appena approdato in Canada:

 

Grigi oceani tempestosi, poi Montreal sorse all’orizzonte

per ingoiarli nei bassifondi. Oppresso dalla povertà, suo fratello

fu trasportato con altri immigrati

a domare la natura incontaminata. Ma lui cominciò

a mescolare la malta. In poco tempo, una fila di statuette color bianco-gesso

parve fissare il soffitto annerito

con occhiaie vuote.

Di colpo, ritornò ai giorni della

sua infanzia in Toscana.

 

Malgrado il conforto di questa arte antica, il senso di solitudine e la paura per l’incertezza del futuro prevalgono:

 

Ma mentre era lì, in piedi,

sconosciuto a se stesso dentro quel cappottone ruvido,

un italiano con occhi tristi e abiti troppo larghi,

le acque che scorrevano senza posa parvero

trascinare via il suo intero passato per poi abbandonarlo sperduto

senza un futuro.

 

In un altro testo, “Presenza”,  la consapevolezza di appartenere ad un paese, alle sue tradizioni e alla sua storia non abbandonano mai il protagonista, che in un giorno di festa beve un sorso di vino, “gusta il momento, se lo rigira in bocca/inebriato”. E se è vero, come scriveva Proust, che “l’odore e il sapore delle cose rimangono a lungo depositate, pronte a riemergere”, sono proprio i cinque sensi a guidarlo finché accade il miracolo: è così che nella piovosa Scozia

Un pezzo di terra

Lasciato alle spalle in una patria dove si pativa la fame

Attraversa un oceano grigio

Per posarsi

Su un suolo provvisorio

E attraverso le generazioni

Viene custodito e dissodato, scavato, potato e innestato:

Un pezzo di cuore

Che in un freddo paese del Nord

Ancora matura i fichi

E spande le sue piante di vite. 

In risposta ad alcune domande che le ho rivolto per comprendere meglio la sua opera, Diane sostiene che tutti noi sperimentiamo delle migrazioni nella nostra vita e che talvolta tradurre queste esperienze nella lingua di un altro è una sfida impossibile. Tuttavia, è proprio questa volontà di provare a dar voce a coloro che hanno dovuto superare mille ostacoli per continuare a vivere, a guidarla nella scrittura “per gettare uno sguardo sull’inesprimibile”. C’è una tensione continua, nella sua poesia, tra parola e spazio bianco, voce e silenzio, perchè “tutta l’arte si forgia da un silenzio al quale ritorna”. Per spiegare meglio questa dicotomia, Diane fa riferimento alle parole della sacra Torah, scritte da Dio con fuoco nero, mentre il fuoco bianco ha creato lo spazio tra le lettere, le parole e le righe:  uno spazio lasciato all’interpretazione dei saggi che devono trasmetterla di generazione in generazione. In poesia, è l’immaginazione del lettore a unire le parole, riempiendo gli spazi  vuoti, facendosi guidare dalle suggestioni create dal testo. Un compito non facile, né per il poeta né tantomeno per il lettore: per questo Diane fa spesso riferimento all’impossibilità di affidare alla parola poetica il compito di svelare l’indicibile. Nel testo “Unfoundland”, in particolare, tale difficoltà non è data solo dall’inafferrabilità dell’elemento marino ma dall’intraducibile pregnanza delle parole dei nativi abitanti dell’isola di Terranova:

 

un linguaggio simile al glim, un bagliore lontano; le sue parole inafferrabili

come un fairy squall, raffica di vento che sembra

giungere da un luogo che non c’è.

 

In un altro testo, “Native Invader”, è la simultanea padronanza di due idiomi, a sua volta indice del legame profondo e lancinante tra due culture opposte, a bloccare le parole del soldato canadese di origini italiane in missione nel nostro paese:

Qualche volta nessuno

dei due linguaggi gli si forma in gola: l’essere schiacciato fra due paesi

non è qualcosa che si può tradurre.

 

Eppure, Diane Pacitti prova a dar voce a questo conflitto o “schizofrenia”, come la definisce Derek Walcott, parlando della necessità, per i poeti creoli educati alla lingua inglese, di non rigettare la proprie radici ma trovare una “fusione elettrica” tra le due lingue, anche se questo comporta necessariamente un dolore perché “l’unico modo di ricreare questa lingua è condividere la tortura della sua articolazione”.

“Native Invader” procede attraverso un continuo alternarsi fra i ricordi della terra appena lasciata e la realtà desolante della guerra che l’io poetico, il soldato, descrive così:

 

Laggiù nel freddo Canada,

Stanno tirando fuori il fico dal riparo della trincea invernale;

Sua zia sta piantando il basilico.

Qui, un campo

Seminato non di grano, ma di mine; un vigneto calpestato;

Un frutteto che fiorisce di fiamme feroci

 

Non ci sono solo gli immigrati in cerca di fortuna e i soldati a popolare i versi di Diane Pacitti ma gli “enemy combatants”, per usare la definizione coniata da George W. Bush in riferimento ai detenuti di Guantanamo, ossia quei prigionieri che non rientrano nella protezione giuridica della Terza Convenzione di Ginevra e nemmeno in quella che spetterebbe alla popolazione civile, a cui pertanto viene negata la tutela dei diritti umani fondamentali. A loro Diane e Antonio hanno dedicato una pubblicazione che unisce arte e poesia, per la quale il grande drammaturgo Harold Pinter ha speso parole di elogio. E infine ci sono i prigionieri di guerra, la cui tragica sorte è efficacemente descritta in “Arandora Star”. Il testo è incentrato sull’affondamento da parte del sottomarino Tedesco U-boat dell’omonima nave che trasportava centinaia di prigionieri, per lo più italiani, da Liverpool al Canada nel luglio del 1949. Il protagonista spera fino alla fine di arrivare salvo a destinazione, ripetendo a se stesso come un mantra la parola “Canada”:

 

Si svegliò con quella parola, sussurrata come un segreto.

Ne assaporò le aspre consonanti, le vocali.

Ne sapeva così poco. Tutto quello che poteva offrire

erano montagne e rocce frastagliate, scuri abeti.

E neve – di questo era certo

(…)

Forse questa nuova patria

poteva non soltanto offrirgli la costrizione dell’esilio

ma aprirgli la sensazione del ritorno.

 

Nei versi di Diane Pacitti il dialogo tra natura e l’uomo è molto presente: si tratta di una natura selvaggia, caratterizzata da distese sconfinate di acqua, terra e cielo, in grado di sprigionare quel senso del sublime che il filosofo inglese Burke definisce come “ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di provare”.

Nei paesaggi descritti da Diane l’uomo è spesso una presenza minima che ricorda certe tele del grande pittore romantico K.D. Friedrich. Qui, come nei versi della scrittrice, la natura è manifestazione dell’invisibile e del divino, ma anche specchio dell’anima dell’artista e custode di un linguaggio cifrato che viene svelato solo a coloro che si mettono in autentico dialogo con essa.

 

pacitti

ANTONIO PACITTI, Between sea and sky, monotipo su carta, Collezione Privata

 

Talvolta, come in “Canada at War”, sono proprio la brutalità e l’orrore della guerra a suscitare nell’uomo il bisogno di ritrovare bellezza e armonia attraverso la contemplazione della natura. Ne sono un esempio i versi pronunciati dal soldato canadese in missione durante la prima guerra mondiale nel nord della Francia (ricordiamo la battaglia del crinale Vimy, vinta dai canadesi contro i tedeschi nel 1917): dopo aver trascorso lunghe ore in trincea, “nel profondo della terra addormentata, dove respirano le radici”, si rende conto che il ventre della terra è intriso di sangue e infestato da ratti famelici che si avventano sui cadaveri. Non gli resta che distogliere lo sguardo e guardare il cielo:

 

Un aereo lassù in alto

Gli ricordò la grazia di un uccello,

Dipinse le nuvole di un chiaro azzurro,

Un’aquila volava alta descrivendo ampi cerchi

Nella solitudine della natura intatta,

Fra scuri abeti, torrenti e cime innevate

Dove l’unica traccia umana

Era la bianca scia del suo respiro,

Dissolta

Non appena riscaldava il sentiero.

 

Talvolta uomo e natura sono invece due entità contrapposte e nell’inevitabile confronto tra l’uomo e la furia degli elementi (per citare nuovamente Burke, “tutto ciò che può destare idea di dolore e di pericolo, ovvero tutto ciò che è, in un certo senso, terribile o che agisce in modo analogo al terrore” ) risiede non solo la scaturigine dell’autentico senso del sublime ma anche  un potente richiamo all’archetipo del viaggio verso casa, il luogo dove tutto trova una riconciliazione ed è pronto per un nuovo inizio. E allora farsi possedere dall’acqua e dal vento e battezzare dalla tempesta sono gli unici modi  per poter varcare nuovamente la soglia lungamente abbandonata, rientrare dentro se stessi e ripartire, come si legge in “Terra non incontrata”:

 

Quando erano ormai vecchi

Non ricordarono piú se davvero si erano avventurati in quel mistero

o se era stato qualche altro marinaio a vantarsi di aver camminato

sull’ampio dorso dei merluzzi

addirittura fino alla riva

della terra appena scoperta;

(…)

che si confondeva con la bruma, e l’oceano indomabile, grigio

 

Una poesia sfaccettata, quella di Diane Pacitti, che alterna lirismo a denuncia sociale e colpisce per la sua capacità di alternare il linguaggio del quotidiano, spesso volutamente semplice, diretto e talora crudo, con quello della tradizione poetica di matrice nordeuropea, in un connubio affascinante che il pubblico italiano meriterebbe senz’altro di conoscere meglio e approfondire.

 

Unfoundland

 

When they were old men

they couldn’t recall if they strode that mystery themselves,

or if another sailor had bragged of walking

on the broad backs of cod

all the way to the shore

 

of the new found land;

though even Caboto himself

might have baulked at that word ‘found’:

his tensed eyes

saw nothing you could pin down, only landfall

 

receding into mist, and a wild grey sea

shape-shifting

into translucent islands,

learning to crackle and splinter; 

learning to soften

to slob ice, and then be washed ashore

as lolly turning to slush:

a liminal place,

a borderland which surfaces and hides

in the throats of its own people, through words

which bob up

and submerge themselves in the tide

 of standard speech;

an un-country

and more-than-sea that bores and teases the shape

of the human face and windpipe:

                                      through its wind

that stretches cheeks in a screecher; or perhaps

through a damp muggy day closing the lips

to murmur mauzy, or through the force

of brickle ice exploding harsh consonants

in throat and mouth.

                 it is a language

 like distant glim; its words as elusive

as a fairy squall, a gust which appears

to come from nowhere.

                        A standard speaker

is strangered by this tongue, feels as displaced

as perhaps Caboto did when he returned

to the jewel-hard light of Venice, learnt to live

with palaces and towers, yet in his dreams

still walked a squirming silver bridge of fish,

the nearest thing he could find

to solid land.

 

Terra non incontrata

 

Quando erano ormai vecchi

Non ricordarono piú se davvero si erano avventurati in quel mistero

o se era stato qualche altro marinaio a vantarsi di aver camminato

sull’ampio dorso dei merluzzi

addirittura fino alla riva

della terra appena scoperta;

anche se lo stesso Caboto

forse avrebbe esitato alla parola “scoperta”:

scrutando con occhi attenti

non aveva visto niente di conosciuto, solo un approdo

che si confondeva con la bruma, e l’oceano indomabile, grigio,

mutevole in forme

di isole traslucide

mentre  imparava a infrangersi e rumoreggiare;

imparava a illanguidirsi

fino a sciogliersi

in slob ice, fino a che la risacca li portava a riva,

e il lolly si mutava in poltiglia:

un posto alla soglia della coscienza

una terra di confine che emerge e si nasconde

nella gola dei suoi abitanti, attraverso parole

che affiorano

e si inabissano nella marea

delle parole di tutti i giorni

una terra-non-terra

eppure più-del-mare che deride e confonde

la forma del volto umano, della trachea:

                  attraverso il vento

che distende le guance in un screecher; o forse

si serve di una umida giornata afosa, di quelle che sigillano le labbra

per mormorare mauzy, o attraverso la forza 

del brickle ice che esplode in aspre consonanti

in bocca e in gola.

                  è un linguaggio

simile al glim, un bagliore lontano; le sue parole inafferrabili

come un fairy squall, raffica di vento che sembra

giungere da un luogo che non c’è.

Chi parla la lingua di uso comune

è estraniato da questo linguaggio, prova lo stesso

sradicamento che forse provò Caboto quando tornò

nella luce di Venezia splendente come gemme, imparò  a vivere

fra palazzi e torri, eppure in sogno

camminava ancora su un ponte argenteo di pesci guizzanti,

la cosa più simile alla terraferma

che aveva potuto trovare.

 

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Inglese parlato nel Newfoundland (Terranova)

slob ice= pezzi di ghiaccio fluttuanti/broken ice floating at sea

lolly= poltiglia /ghiaccio semi sciolto galleggiante

glim=bagliore, riflesso di luce

screecher =  fra i vari significati, qui:  

grido, ululato

mauzy= afoso

brickle ice= ghiaccio frantumato

fairy squall = folata di vento breve e inaspettata, popolarmente “fate danzanti”

slob-ice=ghiaccio marino

 

(Traduzione e note di Anna Foschi Ciampolini)

   

diane pacitti

 

Diane Pacitti, laureata in Filosofia presso la Nottingham University, è una scrittrice londinese. La sua produzione letteraria esplora i temi della migrazione, dell’identità e delle relazioni di potere. Nel 1987 sposa l’artista italiano Antonio Pacitti, che avrà un’influenza significativa sulla sua produzione letteraria. Nel 2004 i due collaborano alla stesura di Guantanamo, una raccolta di poesie e disegni dedicati ai prigionieri del carcere statunitense. Dopo la morte del marito, Diane Pacitti ha curato e presentato delle sue creazioni artistiche in collaborazione con partner creativi quali la Glasgow University Memorial Chapel e la Bradford Cathedral. Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e riviste letterarie. Alcuni testi sono stati selezionati per il Jane Martin Poetry Prize al Girton College e hanno ricevuto il primo premio della Bronte Society (2014). ​Nel 2020 il suo romanzo Between two states, ispirato alla storia della famiglia di suo marito, è stato tradotto in italiano da Laura Ferri per Cosmo Iannone Editore. Nello stesso anno è stata pubblicata la silloge Dark Angelic Mills (prefazione di Rowan Williams), ed. Canterbury Press. Alcune sue poesie, tradotte in italiano da Anna Foschi Ciampolini,sono apparse sul blog Alla volta di Leucade (http://nazariopardini.blogspot.com/2020/08/dal-canada.html).




A tutto gas: avventure, amori e alta tensione nel romanzo “REX”

amazon's best seller

amazon's best sellerL’estate ormai languisce, spenta. Si approssimano  le lunghe, noiose giornate invernali quando noi tapini abitanti dell’emisfero Nord preferiamo passare più tempo a casa, magari con un buon libro o un e-book. Entra in scena REX, il medaglione di Aton il romanzo di recente pubblicazione a firma Enzo Odoguardi ed Ennio Marchetti (Falco Editore). È quello che ci vuole come antidoto ai winter blues (ovvero alle casarecce “paturnie”)  perché ci accompagna in una cavalcata mozzafiato attraverso  storia e leggenda, regala avventure grandiose nel corso di secoli, in paesi di mezzo mondo, dipana intrighi internazionali e insomma ci presenta su un piatto d’argento la classica letteratura d’evasione che avvince e fa sognare. E che c’è di male? Mica si può sempre leggere James Joyce o Salmon Rushdie. Ci piace anche immaginarci nei panni di avventurieri eruditi e spericolati (donne e uomini, qui non si fa discriminazione di genere, intesi?) che basta ti guardino di tralice e (donne e uomini) ti cascano ai piedi.

Cosa racconta “REX”? Si capisce che non ve lo diciamo. Per il vostro bene, lettori, altrimenti vi roviniamo la festa. Però immaginate un cocktail “shaken, not stirred” di Indiana Jones, Il Codice da Vinci, James Bond 007, con una spruzzata de Il Padrino e un bel pizzico di sesso bollente e voilá, avrete una idea. Via, saremo generosi, vi diciamo che tutto ha inizio in Calabria, quando una giovane donna, cercando in un vecchio baule qualche ricordo  del nonno che aveva combattuto in Russia con l’ARMIR,  trova per caso un misterioso medaglione di antichissima e sconosciuta fattura. Si dà il caso che la ragazza non sia una sprovveduta ma sia invece allieva di uno dei maggiori luminari  ed esperti di archeologia mondiali, il professor William Hutton, docente in una prestigiosa università degli Stati Uniti. Non ci vuol molto perché alla caccia del medaglione  si scatenino non solo i migliori esperti di archeologia nel pianeta ma vi si fiondi anche una impressionante caterva di servizi segreti delle varie potenze mondiali, di sette segrete e vi si butti a pesce anche la locale ‘ndrangheta che quanto a occhi, orecchie e modi spicci non è seconda a nessuno. Basta così, per ora, il resto lo dovrete leggere da voi stessi.

Un plauso agli autori per tre cose: la capacità d’intrecciare con molta abilità una gran quantità di vicende distanti nello spazio e nel tempo ma tutte connesse fra loro e necessarie alla soluzione dell’enigma del medaglione, e  la capacità di collegare e intersecare le azioni e i ruoli dei molti personaggi e di darne un vivido ritratto. L’altra caratteristica interessante del romanzo è che deve aver richiesto agli autori un notevole sforzo di documentazione e ricerca di fonti storiche e leggende, un lavoro minuzioso e complesso di setaccio e rielaborazione per rendere accessibili al lettore medio nozioni che fanno parte di settori alquanto specializzati. Infine, l’attenzione reverente e amorosa riservata alla grande, vera protagonista della storia:  la Calabria, dove si svolge la parte più avvincente e incalzante della ricerca e scoperta dell’antichissimo segreto rappresentato dal medaglione di Aton. La descrizione della bellezza della regione, della sua ricca storia, del paesaggio, della gente, la descrizione di certe “commistioni”  fra ‘ndrangheta e gente locale che sono anche più efficaci degli 007, è vivida e realistica. Odoguardi e Marchetti scrivono a quattro mani, di foga, con stile accattivante, poco importa se magari i professori di archeologia nella vita reale non sono probabilmente belli, aitanti, agguerriti e seduttori come William Hutton, e che probabilmente neppure le archeologhe siano tutte delle gnocche stratosferiche capaci di ogni spericolatezza. Passi per gli e le agenti segreti, appartenenti a una categoria che notoriamente spesso sfrutta la propria avvenenza ai fini di lavoro. Comunque state tranquilli, nel romanzo non ci sono cozze né scorfani nemmeno fra I cattivi.

Vincenzo (Enzo) Odoguardi, nato a Cosenza, è architetto, imprenditore ed ex Console onorario d’Italia. Vive, come Marchetti, nella Repubblica Dominicana. Nel 2013, con Marco Romano, ha pubblicato L’odore del dimenticare, un volume dedicato ai caduti delle due guerre mondiali.

Ennio Marchetti, originario di Gattinara,  è autore di sei romanzi, giornalista, musicista, cantante  e compositore.

Il romanzo si può acquistare on line, stampato, al link:

https://www.amazon.it/rex-medaglione-aton-Enzo-Odoguardi/dp/8894511073




La saga di una famiglia contadina attraverso decadi e continenti

copertina ebook

copertina ebook“Una storia contadina,” romanzo di Ennio Marchetti appena pubblicato da Lulu Editrice, racconta le vicende di una famiglia contadina del Vercellese che si dipanano in un lungo arco di anni, dai primi del ‘900 fino agli anni ’50.

Marchetti, nato a Gattinara, conosce molto bene la vita e le usanze di un’epoca nella quale l’agricoltura era ancora il motore economico predominante. Ascoltando i racconti dei suoi nonni e di altri famigliari, ha raccolto una preziosa messe di ricordi che rischiano ormai di sbiadire dalla memoria e ha deciso di raccontarli in un romanzo ispirato alla storia della sua famiglia, mescolando abilmente elementi di fantasia a storie vere.

La sua rievocazione della vita contadina nella prima metà del secolo scorso offre l’occasione per ripercorrere i sentieri dei ricordi, costellati di feste di paese, consuetudini locali, gare e giochi che forse oggi sono quasi del tutto dimenticati.

Marchetti non è un novellino: è un musicista e cantautore, ha lavorato al quotidiano “La Stampa” di Torino e ha già pubblicato sei romanzi in italiano e in spagnolo, diventato la sua seconda lingua da quando si è trasferito a Las Terrenas nella Repubblica Dominicana circa 23 anni fa. Fra questi, citiamo “Radio Loca,”  “Las Terrenas goodbye”, “Sognavo i Caraibi” e “REX, il medaglione di Aton” (in collaborazione con Enzo Odoardi) tutti disponibili su www.amazon.com e www.lulu.com

“Una storia contadina” è un romanzo d’azione, scritto con stile sciolto e incalzante. Scorre come un fiume in piena, alternando il dramma al sorriso, tenendo le fila di numerose storie parallele e di molti personaggi.

Narra in modo semplice e diretto storie e vicende di gente umile, semianalfabeta, caparbia, che si sforza di sollevarsi dalla povertà a furia di duro lavoro ma anche acquistando un pragmatismo cinico che si traduce in matrimoni d’interesse, nel cogliere ogni occasione per approfittarsi delle buone grazie di mogli fedifraghe, e della disponibilità sessuale di mondine e operaie che sperano così di salire qualche gradino della scala sociale.

A dire il vero, Carlín, il protagonista del romanzo, da quel lato è infaticabile, non se ne fa scappare una; da un capitolo all’altro sono continui nuovi incontri che si risolvono – per dirla pudicamente – in una pronta e mutua soddisfazione. Del resto, neppure i preti si sottraggono alle insidie delle parrocchiane e delle perpetue. Qualche volta queste incontenibili pulsioni erotiche finiscono in tragedia, come nel caso del prete della parrocchia di Lenta, Don Fiorenzo detto “Sciresa,” quando la sua tresca con la moglie del farmacista viene scoperta, o del marito tradito che nel tentativo di vendicarsi ha la peggio e finisce paralizzato a vita. Ma ci sono storie d’amore che fioriscono sullo sfondo delle stagioni di raccolta del riso o nello scorrere della vita di paese e sono vere e profonde. Don Ernesto rinuncia alla tonaca per la donna che ama. Lo spregiudicato e astuto Carlín coltiva per tutta la vita un sincero amore per Rosina, la sua amichetta d’infanzia, che preferisce fare un matrimonio ricco, ma alla quale le circostanze lo riuniranno molti anni dopo.

Le minute vicende dei personaggi si stagliano sullo sfondo di grandi avvenimenti storici: dallo scoppio della Grande Guerra all’avvento del Fascismo, la seconda guerra mondiale che porta alla caduta del regime, la ripresa economica del dopoguerra con la progressiva industrializzazione del territorio e la possibilità del lavoro in fabbrica e dello stipendio fisso al posto della fatica e dell’incertezza del lavoro agricolo. Questi cambiamenti epocali sono visti dalla prospettiva della gente umile, la gente senza alcun potere che si trova a subire la Storia e sopportarne le conseguenze. Affrontano la disparità sociale cercando di costruire una rete di solidarietà spicciola, come il maresciallo dei carabinieri che aiuta Carlín a evitare il servizio militare, o i contadini che si oppongono al fascismo e aiutano I ribelli: “Una spia avvertì il gruppo di Valentino e i Partigiani ebbero il tempo di disperdersi. Il giorno dopo lui tornò nel suo nascondiglio, nel sottotetto, a Gattinara. Vi rimase per nove mesi, nascosto “come un topo”, fino alla fine della guerra.”  

Le donne, doppiamente oppresse, debbono accontentarsi di lavori duri come la mondina e l’operaia, e accettare le “attenzioni” del padrone e dei vari capi e capetti se vogliono continuare a lavorare. Qualcuna più smaliziata, come la gitana Rada, riesce a barattare la propria avvenenza e gli speciali “favori” per ottenere in cambio matrimonio e ascesa sociale.

Non tutti sono rassegnati, molti coltivano la voglia di riscatto che per Carlín si materializza in un avventuroso viaggio in Argentina dove ritrova Giacomo Filippone, un amico d’infanzia che ha fatto fortuna. Nella nuova terra incontra gli stessi conflitti lasciati alle spalle in patria, la stessa gerarchia dettata da soldi e potere. I braccianti argentini, sfruttati dai latifondisti, minacciano sciopero: “Basta con questi salari da fame. Anche noi abbiamo il diritto di vivere” esclamò un terzo. “Se si tratta di decidere insieme, decidiamo tutti – intervenne Ramón – e facciamo come vuole la maggioranza. Ma io dico che, prima, bisogna parlare con il padrone e vedere cosa vuol fare. Giacomo Filippone è un uomo che capisce”. “È un padrone come tutti gli altri!” gli gridò in faccia il suo vicino.“

Per una piacevole lettura, si può acquistare il volume in web, nella sua edizione stampata, con recapito postale, al link: https://www.lulu.com/en/en/shop/ennio-marchetti/una-storia-contadina/paperback/product-g5qzmn.html?page=1&pageSize=4

mentre l’edizione digitale è scaricabile al link: https://www.lulu.com/en/en/shop/ennio-marchetti/una-storia-contadina/ebook/product-e24qy9.html?page=1&pageSize=4




Dalla Sardegna a Vancouver: Alessandra Bordini, giovane studiosa e traduttrice di poesia

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captura 1La biografia pubblicata dal sito web della Simon Fraser University parla dei suoi notevoli successi accademici e professionali: “Alessandra Bordini è ricercatrice associata con il Canadian Institute for Studies in Publishing. Le sue principali aree di ricerca sono la storia del libro, la storia dell’editoria e le digital humanities. È particolarmente interessata alla raccolta e alla cura dei dati per le collezioni speciali digitali e alla storia della produzione, distribuzione e ricezione del libro nell’Europa della prima età moderna, con particolare attenzione agli incunaboli e alle edizioni del primo Cinquecento della stampa aldina del Rinascimento veneziano (1494- 1598).

Dal 2015, Alessandra è stata project manager per l’iniziativa digitale Aldus@SFU, lavorando in collaborazione con la Simon Fraser University Library per rendere la Collezione Wosk–McDonald Aldine di SFU non solo più ampiamente accessibile, ma anche più rilevante e di maggior valore per i nuovi e un pubblico più ampio. Il suo lavoro attuale prevede la creazione di metadati descrittivi per la SFU Aldines, la compilazione di una ricca bibliografia online di fonti secondarie relative ad Aldine e la prototipazione di una risorsa web nuova e migliorata per mostrare e contestualizzare la collezione digitale.

Alessandra ha conseguito un Master in Editoria (MPub) presso SFU e un Master of Arts (MA) in Traduzione presso l’Università di Siena. Originaria della Sardegna, ha lavorato come redattrice interna per alcune case editrici di libri a Napoli e Milano. È anche una traduttrice di poesie e ha tradotto in italiano opere delle pluripremiate poetesse canadesi Margaret Avison e Maureen Scott Harris”.

Ma Alessandra Bordini, affettuosamente conosciuta come Ale, è una persona ancora più articolata e complessa. È una giovane donna determinata, appassionata verso la comunità, giustizia sociale, femminismo e cause ambientali. Tuttavia, porta la sua prospettiva e la sua visione equilibrata su questi problemi. Non è una seguace; lei è un’iniziatrice. Bordini nasce in Sardegna in una famiglia di talenti artistici. Sua madre, purtroppo recentemente scomparsa, era la famosa scultrice Paola Pinna e l’interesse di Alessandra per la letteratura e la cultura è iniziato presto nella vita. Nel 2015 ha deciso di trasferirsi a Vancouver, dove attualmente vive e lavora. Alessandra ha accettato la seguente intervista.

 

Anna Foschi: In Italia hai avuto una carriera nell’editoria di libri che è durata quasi un decennio. Cosa ti ha spinto a trasferirti in Canada? A Vancouver in particolare?

Alessandra Bordini:  Il mio partner è canadese e mi sono trasferito qui per stare con lui. Il mio primo “incontro” con il Canada, però, è avvenuto diversi anni prima, quando ero studentessa laureata in Traduzione presso l’Università di Siena. A quel tempo, l’idea del Canada era proprio questo: un’idea, un’astrazione, un fascino intellettuale. A Siena, mi sono interessato sempre più alla qualità e alla diversità della letteratura e della cultura canadese attraverso il mio coinvolgimento diretto nel Centro Siena-Toronto. Quell’istituzione, fondata da Laura Ferri Forconi e Sandro Forconi, era stata a lungo dedita a favorire i rapporti culturali tra Canada e Italia; il Centro non è più attivo, ma la sua missione e i suoi valori rivivono nelle attività di CanaDiana, associazione culturale nata anche su iniziativa di Laura Ferri Forconi. Per quanto riguarda il mio background professionale e la mia scelta specifica di Vancouver, i due sono collegati. Quando ho deciso di trasferirmi in Canada, ero determinata a sfruttare al meglio le capacità e l’esperienza che avevo acquisito in anni di carriera nell’industria libraria italiana. Fortunatamente, il campus del centro della Simon Fraser University ospita un programma, l’unico nel paese, che offre un master in editoria. Con il suo doppio obbiettivo sulla ricerca e sulla formazione pratica, il programma è stata la mia occasione sia per reinventarmi che per continuare il mio percorso professionale consolidato. È stato l’inizio di un viaggio meraviglioso e, ripensandoci, posso dire di aver fatto assolutamente la scelta giusta. Poi c’è la città stessa. Sin dalla mia prima visita, Vancouver è stata perfetta per me, con la sua miscela unica di bellezza naturale e vivacità multiculturale. Come bonus, è una pittoresca città portuale molto simile alla mia città natale, Cagliari, e per molti versi sembra di essere a casa.

 

AF: Quali obiettivi professionali (e personali) ti sei prefissato per la tua vita a Vancouver?

A.B. : Ho sempre avuto ambizioni accademiche, anche se ho cercato di ancorarle a risultati pratici ben fondati. Da qui il mio interesse per la pubblicazione di studi come disciplina accademica orientata alla professione. Mi considero una pensatrice tanto quanto una creatrice, e per me l’editoria è quel regno ibrido in cui la coltivazione delle idee e l’affinamento dell’artigianato si fondono perfettamente. Finora sono riuscito a lavorare in questo campo speciale. Oltre a essere una ricercatrice presso il Canadian Institute for Studies in Publishing della Simon Fraser University, sono anche una freelance che fornisce servizi di editing, traduzione e design per pubblicazioni cartacee e online. Uno dei miei principali obiettivi di carriera è quello di poter continuare lungo questo stesso percorso professionale, lavorando su progetti di cui sono appassionata continuando, sempre, ad imparare.

 

AF: Quali consideri i tuoi migliori risultati finora?

A.B.: Una grande area di crescita per me è stata il confronto con la mia autocoscienza riguardo al parlare in pubblico. Dato che non sono di madrelingua inglese, trovavo snervante l’idea di presentare di fronte a un pubblico di lingua inglese. Ma la pratica aiuta e non mi ci è voluto molto per superarlo. Negli ultimi anni ho parlato con disinvoltura a numerosi convegni accademici nazionali e internazionali, scoprendo un piacere inaspettato nel presentare il mio lavoro al pubblico, ed è stato liberatorio. In termini di risultati più quantificabili, oltre a laurearmi al Master of Publishing con una brillante valutazione da parte dei miei supervisori, sono particolarmente orgogliosa di aver presentato al pubblico italiano la talentuosa e pluripremiata poetessa canadese Maureen Scott Harris in veste di curatrice (e uno dei traduttori) della prima pubblicazione della sua opera in italiano, “Sussurri dall’acqua” (Ladolfi Editore).

 

AF: Hai svolto un lavoro notevole come traduttore letterario con questa raccolta di poesie. Ci parli della traduzione, questo processo chiave, spesso sottovalutato, di mediazione e negoziazione tra background linguistici e culturali?

A.B.: Grazie per questo complimento, Anna. Pur essendo orgogliosa del mio lavoro di curatrice della raccolta, desidero sottolineare che la pubblicazione italiana è stata il risultato di uno sforzo collettivo intrapreso da un gruppo di traduttori dedicati. Alcuni di loro, come la mia talentuosa collega e amica Eleonora Ottaviani, continuano a fare un ottimo lavoro su questo fronte. Evitando generalizzazioni che possono essere fuorvianti in relazione a uno specifico progetto di traduzione, la mia opinione personale è che la traduzione letteraria collaborativa può essere un’esperienza incredibilmente arricchente. Ma la pratica della collaborazione non è priva di sfide: la traduzione letteraria è un processo dialettico di mediazione e negoziazione costante tra sconosciuto e sconosciuto e, come tale, non è mai un atto veramente solitario, anche quando coinvolge un solo traduttore. Ma quando il processo [di traduzione] coinvolge una pluralità di voci, il compito di conciliare diverse soggettività e sensibilità – le idiosincrasie culturali e linguistiche dei singoli attori in gioco – presenta una nuova serie di sfide. Come in un’orchestra sinfonica, ogni singolo musicista e strumento dà un contributo unico all’insieme, ma l’armonia complessiva dipende dalla capacità di ogni musicista di interagire tra loro, seguendo e supportando da vicino i vari suoni e confidando nella guida del direttore. È un processo di lasciar andare e, contemporaneamente, esercitare il controllo.

 

A.F.: In conclusione, la classica, inevitabile domanda: quali sono i tuoi prossimi progetti?

A.B.: Viviamo in tempi straordinari e la pandemia di Covid-19 ha costretto la maggior parte di noi, se non tutti, ad adeguare e possibilmente a rivalutare i nostri obiettivi di vita e di carriera. Dal 2015 lavoro a un’iniziativa basata sulla biblioteca che prevede la digitalizzazione e la presentazione online della straordinaria collezione Wosk-McDonald della Simon Fraser University, dalla stampa dell’editore più noto del Rinascimento italiano Aldus Manuzio (ca. 1451-1515). Lo scopo primario del progetto è sempre stato quello di rendere questi importanti libri ampiamente disponibili al pubblico attraverso il web aperto. In questo momento storico di distanziamento sociale e auto-quarantena, quando la maggior parte delle biblioteche fisiche ha chiuso, il valore e l’importanza d’iniziative digitali rivolte al pubblico come questa diventa ancora più evidente. In preparazione alla prossima fase del progetto, sfiderò me stesso a riflettere più a fondo sui modi in cui il mio lavoro di umanista digitale e studioso dell’editoria può supportare e beneficiare la più ampia comunità possibile. Ho anche un altro progetto in cantiere, in collaborazione con Boxcar Marketing. Monique Sherrett, fondatrice del marketing [una società di marketing su Internet]. Tutto quello che posso dire per ora su questa nuova impresa è che è legato all’editoria indipendente e ha una prospettiva internazionale. E sì, ne sono molto entusiasta.




“Una storia contadina”, il nuovo romanzo di Ennio Marchetti

copertina ebook

copertina ebookEsce in questi giorni, per i titoli di Lulu Editrice, l’ultimo romanzo del nostro direttore, Ennio Marchetti.

Si tratta di “Una storia contadina”, una corposa saga familiare di ben 480 pagine ambientata tra l’inizio del secolo scorso e il 1950.

Il libro è ambientato in un Piemonte ai tempi ancora agricolo, nella zona compresa tra i comuni di Gattinara, Lenta e Rovasenda, nel Vercellese, e Crevacuore e Pray, nella Valsessera.

Protagonista è Carlín che, come dicono le note di copertina del volume, “impara da suo padre il difficile mestiere del contadino.

Fin da bambino assaggia la terra per capire se darà un buon raccolto, apprende a bucare le pecore con un ferro acuminato per svuotarle dell’aria dannosa accumulata nello stomaco e si innamora di Rosina. Un amore contrastato, il loro, in un tempo dove i matrimoni venivano spesso decisi dai genitori.

Carlín si ubriaca facilmente, fuma il sigaro al contrario, sogna di poter vedere il mare e si sposa, per convenienza più che per amore, con Margherita, una ricca ereditiera che, dal momento in cui l’ha visto, non gli ha più tolto gli occhi di dosso”.

I personaggi di “Una storia contadina”, così spontanei e originali, potrebbero, trovar posto con estrema facilità in un romanzo dei migliori autori sudamericani.

La sua immediatezza, la narrazione avvincente e priva di momenti di stanchezza, la presa che i suoi personaggi hanno sul lettore fanno di questo romanzo un’opera di sicuro interesse.

L’ultima fatica letteraria di Ennio Marchetti si può comprare nella web, nella sua edizione stampata, con recapito postale, al link

https://www.lulu.com/en/en/shop/ennio-marchetti/una-storia-contadina/paperback/product-g5qzmn.html?page=1&pageSize=4

mentre l’edizione digitale è scaricabile al link

https://www.lulu.com/en/en/shop/ennio-marchetti/una-storia-contadina/ebook/product-e24qy9.html?page=1&pageSize=4




Si accende la passione per la bellezza dell’Italia

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img 20210713 193748Cinquecento testi provenienti da Argentina, Stati Uniti d’America, Francia, Spagna e da tutte le regioni d’Italia hanno partecipato quest’anno alla XXI Edizione del Premio Lettera d’Amore che si tiene in Abruzzo a Torrevecchia Teatina, paese della lettera d’amore, di cui si è interessato di recente il TG 2 nella rubrica “Sì viaggiare” con un servizio denso di suggestioni.

Il concorso sfida gli italiani al cimento letterario, esortandoli a trasporre sul piano epistolare le loro propensioni amorose, mediante aperte dichiarazioni dalle quali si evincono le passioni più frequentate e accese – per persone, oggetti, paesi, animali, idee, manie, ecc.-, che delineano uno spaccato sociologico intorno al sentimento più apprezzato dal nostro popolo, indicando la direzione verso cui procede. Nei testi in concorso quest’anno si riscontra un particolare tormento d’amore, si avverte un trasporto sentimentale irrefrenabile per… l’Italia! Innanzitutto, pochissimi si sono soffermati sul periodo difficile che l’umanità intera sta attraversando, mentre molti pare siano stati illuminati dal periodo di obbligata clausura: numerosissime le lettere riservate alla terra, al kosmos, all’Universo, alla natura, all’ambiente e naturalmente alla vita, tutte preziosità che l’uomo sta pericolosamente trascurando, spogliandone e disanimandone la potenza, impedendo lo svolgersi armonico delle sue regole, messe in crisi dallo sviluppo avido e grossolano del  mercato – luogo del vituperio – tanto da pagarne, come ben sappiamo, le conseguenze; ma quel che più sorprende è l’enorme quantità di opere dedicate all’amore per la bellezza dell’Italia.

Ebbene, pare inverosimile, in questi ultimi tempi di riserbo casalingo la bellezza del Paese e la ricchezza della propria tradizione culturale sono diventate l’oggetto dell’affetto più profondo degli Italiani (stavolta meritano la maiuscola), e se ne fanno carico, offrendo i loro servigi al Belpaese in qualità d’improvvisate guide turistiche e culturali, anche se solo per lettera… d’amore!

A partire da una lettera immaginaria, scritta da Paolo a Francesca, gli sfortunati amanti immortalati nel V canto dell’Inferno, Paolo rivela come il libro fu galeotto “quando all’intendere le gesta di quello amore infelice (di Lancillotto per Ginevra) come uno solo, travolti fummo dalla passione sua, dallo suo ardore. E ci stringemmo le mani di timore al giudizio implacabile d’Artù piangendo l’innocenza dello ingiusto amore. Sì, perché Amore è cieco, non guarda lo nobile o la plebe, lo ricco ovvero lo povero, lo sposo o la nubile…”, un testo in cui ci viene offerta una splendida dimostrazione di come l’autore, Vincenzo Rocco, abbia fatto propri i versi danteschi. Appresso a lui, Marco Pitteri inventa una lettera in cui si mette impavidamente nei panni del massimo genio del Rinascimento. L’autore, indossando le vesti di Leonardo, fa confessare al genio vinciano il suo amore per la bellissima Monna Lisa, che egli dipinse in un quadro immortale, attribuendogli audacemente (o sconsideratamente?) frasi di Cyrano. Il tema di fondo è sempre la lettura: “Oggi, mentre cercavo di leggere un trattato d’ingegneria che mi ha donato il signor Duca, di colpo, senza alcun motivo apparente, mi è sembrato di ritrovarvi nello spazio muto di un capoverso. Ecco cosa siete diventata, una presenza rosa tra tutte le interruzioni della mia vita…”  Leonardo amava Monna Lisa! Uno scoop mondano a seicento anni di distanza che meriterebbe di fare il giro del mondo.

Un altro dipinto è oggetto dell’analisi di una lettera di Silvia Roncucci; nella Libreria Piccolomini del duomo di Siena sono conservati gli affreschi di Pinturicchio e bottega (incluso il giovane Raffaello) raffiguranti le Storie della vita di Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini. Uno di essi mostra l’incontro tra Leonor del Portogallo e lo sposo Federico III d’Asburgo, da cui prende spunto l’autrice per immaginare una missiva in cui Enea Silvio (poi Papa Pio II) rivela il suo innamoramento per la regina del Portogallo, innamoramento provato ancor prima d’incontrarla, tramite un’opera pittorica che la ritrarrebbe, espediente scelto dalla Roncucci sia per il richiamo all’Amor de lonh dei poeti trobadorici, sia per la sua validità nel contemporaneo: all’epoca d’Internet molti amori nascono, si alimentano (e a volte finiscono) con la sola visione delle immagini postate dagli utenti sui social network.  Non trascurabile il numero delle lettere dedicate ai luoghi e agli incanti paesaggistici del nostro Belpaese: Torino, Venezia, Trani, Verona, Civita di Bagnoregio, Pettorano sul Gizio, le montagne della Majella, e chi più ne ha, più ne metta! Una lettera molto colta è quella (immaginata da Federico Battistutta) che Ada Augusta Byron, figlia del poeta George Byron e di Anne Isabella Milbanke, dedica al precettore. Ada non conobbe il padre, che lasciò per sempre la famiglia e poi l’Inghilterra quando la bambina aveva pochi mesi. La madre, donna severa, ossessionata dall’ordine e dalla disciplina, spinse Ada a studiare la matematica, anche per allontanarla dal retaggio poetico del padre. La giovane mostrò una sorprendente attitudine per la matematica e lo studio di tutto ciò che è meccanico. Un talento che la portò a fare la conoscenza di Charles Babbage, eccentrico e geniale inventore di un’ambiziosa macchina calcolatrice, la Macchina Analitica. Ella intuì che non si trattava solo di una macchina per far di conto, bensì di un dispositivo capace di elaborare simboli. Alla luce di quanto è accaduto in seguito, si può dire che questa intuizione rappresenti il primo nucleo dell’informatica moderna e, secondo alcuni, addirittura dell’intelligenza artificiale. Fu una donna piena d’inquietudini e visioni, in grande anticipo sui tempi, che lottò per la propria indipendenza e il riconoscimento delle proprie idee. Dunque, una lettera che illumina la grandezza della donna scienziato, una figura spesso soffocata dal prepotere maschile.

Alcune lettere d’amore sono dettate dal gusto, come quelle indirizzate al fico d’india o all’avocado, altre sono dedicate alla chitarra, alla falena, a Melpomene, alla bicicletta, al teatro; molte le missive improntate dagli affetti per fidanzati, amanti, congiunti e per gli inseparabili animali domestici. Impera lo sdoppiamento: lettere dedicate al se stesso del passato o del futuro, dolgono quelle riservate alle malattie, a stati di disagio psicologico come la bulimia, tanto amata!, alla finestrella dell’ospedale che i malati di Covid fissano e da cui penetra una luce di speranza.

Sottoposti al vaglio della giuria, composta da Tonita Di Nisio, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, Giuseppina Verdoliva, testi dedicati alla coscienza bipolare, a Maurice Ravel, al campione dell’automobilismo Ayrton Senna, alla professione dell’avvocato, al popolo italiano da parte di Anita Garibaldi, alla libertà, da Rodolfo alla sua Mimì dell’opera pucciniana, da Thanatos a Eros.

Hanno partecipato molti studenti, in particolare alcune scuole, l’I.I.S.S. “B. Radice” di Bronte, il Liceo Classico Poliziano di Montepulciano, il Liceo Scientifico “A. Righi” di Cerignola, l’Istituto Acciaiuoli Einaudi di Ortona, e i ragazzi della Biblioteca “Marilia Bonincontro” di Chieti: Noemi Pavone, Marta Rondinini, Gianmarco D’Agostino.

Non mancano testi divertenti, salaci, nei quali si rivela l’incredibile qualità fantastica degli italiani, la capacità di cogliere aspetti e circostanze da un punto di vista umoristico e scanzonato. Pagine intense, forti, tenere, delicate, struggenti, appassionate che, conservate nel Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo, saranno lette dagli attori Antonella De Collibus e Alessio Tessitore, contribuiranno a creare suggestioni indimenticabili nel corso della serata della cerimonia di premiazione in programma per domenica 8 agosto, che sarà condotta dal giornalista RAI Nino Germano a partire dalle ore 20 e 30, nel Parco dei giovani San Karol (il più grande d’Europa) annesso al Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina alla presenza del Sindaco Dottor Francesco Seccia e dell’amministrazione comunale.




La giungla dà lezioni di felicità agli americani: Wild Happy ci spiega perché

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unnamed 1Ryan Casseau, è il fondatore di The Wantok Path, che fonde la prospettiva indigena remota con la scienza e la psicologia contemporanee per un approccio alternativo alla profonda contentezza e felicità. È l’autore del libro di prossima uscita “Wild Happy” (luglio 2021).

Casseau, scienziato e autorità in tema di felicità, afferma che la nostra ricerca di una felicità pre-COVID non sta funzionando. Serve un cambio di prospettiva.

Secondo il più recente sondaggio del National Opinion Research Center (NORC), solo il 14% degli americani ha valutato il proprio stato di felicità come “molto felice”. Nel sondaggio del 2019, era stato del 31%.

Il World Happiness Report 2021 mostra ora che gli Stati Uniti hanno perso un altro posto nella classifica globale. Potremmo presto tornare a molte delle attività sospese da marzo 2020, grazie alle vaccinazioni e all’allentamento delle restrizioni. Il dottor Ryan Casseau, scienziato e autore di Wild Happy, afferma che non dovremmo dimenticare che le cose non erano perfette prima della pandemia.

“Anche prima del COVID-19, i livelli di felicità negli Stati Uniti sono costantemente diminuiti dagli anni ’90. Il vecchio modello di dare priorità ai risultati e al reddito non funzionava”.

L’esperienza insolita del Dr. Casseau include l’imbattersi in lezioni di felicità durante il lavoro scientifico sul campo in remoti villaggi della giungla in Papua Nuova Guinea, dove ha vissuto per molti mesi. Sebbene il suo scopo iniziale fosse quello d’imparare dalla popolazione indigena le piante e le medicine, le vere lezioni sono venute dall’osservazione di quanto profondamente contente fossero le popolazioni locali nelle loro comunità isolate sull’isola.

“Nei villaggi gli indigeni avevano relazioni molto più sane tra tempo, proprietà e interazioni sociali. Sapevano in parte di come viveva il resto del mondo, come gli Stati Uniti, ma non gli importava”.

ryan casseau's virgin journey into being a published author.
Ryan Casseau’s virgin journey into being a published author.

Ci sono alcune sorprendenti somiglianze tra la sua esperienza di vita in villaggi remoti e ciò che tutti noi abbiamo vissuto a causa del COVID-19. “Il malcontento può essere come un cattivo odore”, continua il dottor Casseau. “Devi lasciare la stanza e tornare più tardi per vedere quanto è grave.”

Il dottor Casseau crede che le sue osservazioni su ciò che ha portato a tale appagamento nei villaggi della giungla possano essere facilmente adattate alla nostra società moderna. Il primo passo, tuttavia, è riconoscere che è necessario un cambiamento. “Le nostre moderne comodità e complicazioni stanno ostacolando il modo di vivere vite piene di amore e autonomia. Se siamo aperti a ricomporre la vita e vivere in modo più semplice, con più tempo fuori e con amici e familiari, potremmo trovare anche noi una più profonda soddisfazione.”

Per maggiori informazioni sul libro di Casseau visitate il sito https://wild-happy.com




Vancouver: un viaggio di scoperta e compassione in “Age of Innocence” di David C. Bellusci

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downloadL’ultima raccolta di poesie di David C. Bellusci accompagna il lettore attraverso la  profondità di un viaggio metafisico che comprende fasi della esistenza e della consapevolezza. Age of Innocence (Resource Publications, 2020) è composto da cinque segmenti, ognuno dei quali esplora da prospettive diverse un’ampia gamma di sentimenti umani, le differenze storico-culturali e il potere salvifico della natura. A partire dal segmento dal titolo “Book of Nature”, incentrato sull’innocenza e l’entusiasmo dell’ adolescenza nell’aprirsi alla vita, la narrazione diventa sempre più complessa e sfaccettata, riflettendo i desideri interiori e gli aspetti dell’anima umana. I versi liberi di Bellusci, spesso disposti sulla pagina come una composizione visiva, spaziano da immagini permeate d’indulgente umorismo: ” From a bay window two cats stare/at foolish busy-bodies/carry briefcases, wear backpacks./Puzzled felines aghast.” (“Unmoved Cats”, Book of Nature) a riflessioni sull’impermanenza:

” Shattered across a scent polished floor/pieces of crystal scattered/Czech treasure disappears,/sweeping emotions, fragile history.” nella poesia: “Broken Glass or Rethinking Kleist’s “Das Zebrochne Krug.” In “Cities and Fields”, l’autore costruisce un tracciato di osservazione e immedesimazione attraverso immagini, suoni, odori, colori del paesaggio, attraverso continenti e nazioni e il flusso di persone e linguaggi incontrati, le loro culture e la loro storia. Ma in questo segmento si riflettono anche ingiustizie sociali, senso di identità e memoria e si delinea il ruolo dell’azione politica (“Tribute to Mandela” e “Soaking Rwanda”).

I due capitoli finali di Age of Innocence  conducono il lettore attraverso un viaggio spirituale di purificazione. Il mondo incantato della giovinezza, dell’innocenza e della scoperta si trasforma lentamente in una nuova cognizione del dolore, dell’emarginazione e della solitudine più straziante. Una donna che vive in miseria trova conforto nel nutrire i piccioni tra folle di passanti indifferenti: “Pigeon lady disappeared: /nobody noticed except thrusting pigeons.” (“Pigeon Lady”). Un senzatetto cerca di comprare una tazza di caffè, per lui un vero lusso: “Client attempts to pay waving/his dirty coupon”. (“Donut Shop.”) Nella poesia “Tram I Won’t Forget”, uno sconosciuto che in un ospedale ascolta le parole di una vittima di un incidente prova una genuina compassione. La compassione nel suo senso più puro e più alto, inteso nella parola latina compati, soffrire insieme, è il punto focale della completa raccolta poetica. Nelle poesie dell’epilogo la sua presenza rivela tutta la sua forza salvifica. Riconoscere la sofferenza umana, onorare la dignità delle persone, dei corpi devastati dalla vecchiaia, dalla malattia o dagli incidenti conduce a ricongiungersi  con la redenzione che la spiritualità e la natura possono offrire. Praticare la compassione conduce allo scopo e il termine dell’esplorazione, ne chiude il cerchio: “You fill my empty cups/with your immortality/and delicately knead my/sorrows with your fragrant drops.” (From: “Silent Syllables.”)

 

david bellusci photoDavid C. Bellusci vive a Vancouver, B.C. Ha pubblicato sette libri compreso tre raccolte poetiche. Ha conseguito un B.A. in Letteratura Inglese, un Master in Linguistica presso l’Università di Calgary, un MFA in Scrittura Creativa (Università del Nebraska) e un Ph. D in Filosofia (Dominican University College, Ottawa.)




Odoguardi e Marchetti parlano di REX, il loro nuovo romanzo thriller

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Intervistati da Alessandra Giorda, per il Televisionario 2, gli autori del romanzo REX, Enzo Odoguardi ed Ennio Marchetti, parlano del loro nuovo lavoro.




Brixia Brasile in versi

capa livro brixia brasile

capa livro brixia brasileConnessione Letteraria Italia Brasile progetto storico poetico.

Questo articolo si propone di presentare il libro Brixia Brasile in Versi che utilizza la poesia come fonte storica. Una creazione realizzata a Brescia, in Italia e che è stata lanciata il 4 gennaio 2020 nella città di Fortaleza-Cearà, presso l’Istituto Cultura Italiana di Fortaleza. Una produzione Intellettuale, una raccolta di cinque autori. Storici, poeti, ricercatori, scrittori italiani e brasiliani. Un’opera che cambia in profondità e ampiezza le modalità di scrivere la storia influenzata dall’emergere di un nuovo territorio e di una splendida culla culturale.

La città di Brescia, da esplorare con la ricerca storica, per i suoi  scenari mette a disposizione dei lettori temi originali, nuovi concetti e nuovi modi di leggere il mondo. Senza dubbio, una perfetta “Connessione Storica Letteraria” inserita nell’ambito della Storia Culturale di due paesi diversi e di elementi comuni narrati in versi.

Una parte di quest’opera traccia un parallelo tra la città di Fortaleza e quella di Brescia, rivelando sette affinità. Una fonte inesauribile di orientamento per chi vuole ampliare le proprie conoscenze storiche in uno stile poetico creativo. Il progetto letterario presenta come attrazioni turistiche brasiliane nella città di Fortaleza nel Ceara e Pao de Açucar ad Alagoas.

L’autore principale, Abelardo Nogueira, è del Ceara e uno scrittore esperto di fama internazionale. La storia di Fortaleza è narrata in versi da questo poeta esperto e di talento. Una guida con ispirazione e molta abilità nel definire e mettere insieme dati storici e informazioni culturali comuni a entrambe le città. Non è diverso con la città nord-orientale di Pao de Açucar ad Alagoas poiché è molto ben descritta dalla poesia dello scrittore di alagoas massilon Silva e arricchita dalle immagini delle sue attrazioni turistiche.

La miniatura di Rio de Janeiro è un invito ai lettori, in particolare ai brasiliani, a scoprire nuovi luoghi e conoscere il proprio paese. Un invito rivolto agli italiani a visitare di più il Nordest.

Tra le partecipazioni speciali spicca lo storico bresciano Silvio Ferraglio, stimato docente, ricercatore, curatore, critico d’arte che ha indicato i dati, gli elementi storici e la fonte di ricerca necessari per mantenere la veridicità e l’originalità dei contenuti.

img 20200901 wa0102Brixia letteraria (latino Brescia o Brescia antica) contiene un testo in lingua italiana, la poesia “Bambini di Strada del valtriumplino, Jo Dallera, poeta, giornalista, conduttore televisivo, regista e produttore di canali televisivi. Scrittore, vincitore di numerosi premi in America Latina e in Europa  e partecipante a importanti progetti letterari nel sud e sud-est del Brasile.

Gardone Val Trompia è un’altra città italiana evidenziata e onorata nel libro. Sede della Fabbrica d’Armi Beretta, terra di Jo Dallera, di tanti artisti, pittori, armaioli e amanti del Brasile.

Le parole dell’inventrice. “ I cinque autori hanno partecipato attivamente a questo progetto italiano brasiliano radicato a Brescia. L’idea principale del libro è quella di ricostruire l’immagine del Brasile in Italia e dell’Italia in Brasile, con lettori, utilizzando collettivamente la poesia come risorsa. In altre parole, un mezzo nato per rafforzare la rimozione dei classici stereotipi ed evidenziare le somiglianze  e i legami tra Italia e Brasile”.