“Las Terrenas goodbye”, il romanzo “caraibico” di Ennio Marchetti

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Las Terrenas goodbye portada AmazonAl centro del romanzo, che si svolge tra Las Terrenas, Santo Domingo e il Venezuela, negli anni attorno al cambio di secolo, una giovane coppia di pescatori. Chico, il personaggio principale, vuole tentare la fortuna al casinò, vende la sua casa, lascia la giovane moglie e le promette di tornare ricco. Ma la magia vudù cambia il suo destino, complice un simpatico croupier.

Una storia ricca di sorprese, un racconto veloce che non lascia spazio alla stanchezza e che non permette al lettore di abbandonare questo libro fino alla fine.

Dopo dieci anni di silenzio, dopo il successo dei suoi precedenti romanzi “Una Historia Campesina” e “Radio Loca”, Ennio Marchetti ripubblica un’opera, la prima ad avere un ambiente nel continente americano, e precisamente nei Caraibi, con questo “Las Terrenas Goodbye” che sicuramente conquisterà tutti i suoi lettori.

“Dopo due romanzi ambientati in Italia – racconta lo scrittore – questa volta ho voluto rendere omaggio alla mia seconda patria, la Repubblica Dominicana, e in particolare a Las Terrenas, la città in cui vivo da un paio di decenni.”

“Las Terrenas Goodbye” è la storia di un grande amore, delle passioni che lo tormentano, parla di pesca e pescatori, uragani, numeri magici, ciguapas, un postino e un pappagallo innamorato della stessa donna, “l’uomo di ghiaccio”, di motoconchos e della loro regina, dei casinò, del traffico di droga, delle lettere che profumano di gelsomino, dei personaggi emblematici che sono venuti qui per “dimenticare” il loro passato e ricostruire la loro nuova vita “…

“Sembra strano, però, spesso è difficile, per lo scrittore, raccontare la trama della sua storia – spiega Ennio – Mi capita, per la prima volta, con “Las Terrenas Goodbye”. Troppe cose, troppi episodi significativi e, se parlo di uno, tralasciando un altro, mi dispiace di averlo dimenticato. Quindi è meglio dire che la storia è troppo bella per essere riassunta in poche parole. Va letta!”.

Il romanzo di Ennio Marchetti è disponible e scaricabile, in formato eBook, al prezzo di 4 dollari, in Amazon e in Lulu.

Nella versione italiana in Amazon, al link, dove potrete leggerne anche un estratto:

 

 

E, nella versione spagnola, in Lulu.com, dove puó essere acquistato nei formati eBook e cartaceo, rispettavamente ai links:

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Giancarlo Cappa e la “Autofilia”

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20200521 102118Giancarlo Cappa, da anni residente a Las Terrenas, Repubblica Dominicana, ci racconta del suo libro “Autofilia” e del suo lavoro-passione-gioco per le auto d’epoca.

Mi scrisse Gianfilippo Salvetti, detto Gippo, che è pure  Editore (Edizioni Fucina), un ”alfazioso”, così, perlomeno, si autodefinisce. Per Gippo, se non é ALFAROMEO non é una automobile!

“ Ascolta Giancarlo – mi disse- ci conosciamo da una vita. Quí, nel settore delle automobili d´epoca, i più esperti sono concordi sul concetto che tu abbia inventato il restauro, inteso come “PROFESSIONE a 360°“.

Chiarisco il concetto per i profani:  già si rimettevano a nuovo le autovetture ippotrainate, poi quelle a motore, ma il concetto di “restauro”, che implica cultura e storia iniziò alla chetichella in forma puramente occasionale. Mai fino ad allora, anni ’60/70, inteso come opera di alto artigianato in senso globale, dalla A alla Z. La A é il rottame , la Z è un oggetto storicamente originale, rifinito secondo gli antichi canoni di eccelsa qualità e fruibilità. Non mummificato in un Museo. Ovviamente senza considerarlo assolutamente un bene di consumo.

Quindi il committente, dopo anni attesa e di avanzamenti impegnativi,  bramava sedersi al volante. Ma… quando? Quando il Cappa lo permetteva! E quando arrivava il permesso? Dopo che la vettura aveva superato centinaia di chilometri di miei personali collaudi ed aveva lui ben imparato, al mio fianco e nell´ultimo di preconsegna, come si deve guidare un tale arcaico gioiello semovente .

Non devo dimenticare il secondo mio neologismo: “AUTO-FILIA”. AUTO  si riferisce alla automobile che, nel mio caso, non definisco “macchina”.  Ho scritto macchinofilia? No! Si deve intendere come autovettura-automobile.

Autobiografia scritta da me nella quale ospito vari personaggi, anche molto intimi, tra cui li “cappino”, il mio “ io” bambino ancor piú sognatore. Molti veraci personaggi con le gambe… altri con le ruote. Soggetti /oggetti/ umanizzati, spesso unici, le mitiche ” fuoriserie”.

Frutto di grande passione e amore (FILIA) di Ingegneri e disegnatori attraverso l´opera manuale di eccelsi artigiani, veniva plasmata, fusa, forgiata, tornita, vestita di legni e metalli, quasi fosse una scultura, per essere infine dipinta e tappezzata e, finalmente assemblata. Nessuna era identica alle precedenti o posteriori. Amate e coccolate erano Regine dei Concorsi d´Eleganza o passeggiate in litorali alla moda ma, anche, protagoniste di cruente gare di fondo e velocità, come la mitica Mille Miglia, che molte volte mi ha visto attivo partecipante.

Però, come gli amori troppo grandi,  anche loro venivano troppo spesso dimenticate. “Cosa bella e mortal passa e non dura”! Incantevoli come il sorriso d´una debuttante, un terribile destino le attendeva quasi tutte, purtroppo. Vetture per pochi e travolte da un cruento oblio, sepolte dagli anni in tutti i sensi.

In questo momento storico terribile, dove ci stanno rubando anche la nostra residua umanitá, mascherandoci da automi, condannati a comunicare solo con suoni alterati da maschere, il solo pensare di “umanizzare“ degli oggetti appare quasi blasfemo.

Quando non avevano bieco e squallido valore venale, quando il neoliberismo finanziario senza regole non si era ancora impadronito delle nostre vite, inaridendole e condannandole all´attuale decadenza, in tempi di pochi spiccioli in tasca ma ricchi di umanitá e passione, c´era chi scrutava i lati delle strade o dei campi di demolizione alla compulsiva ricerca di forme gentili ma offese. Linee antiche e importanti, oggetti che bisognava lottare perché fossero salvati e… rianimati.

Su questo aggettivo mi soffermo, si accenna all´anima. Chi ci crede e chi no, non mi importa. Certe religioni animiste attribuivano ad ogni oggetto desiderato o amato un´anima. I meravigliosi e pudicamente nudi taini, proprio quí, ci credevano. Io lo sento, ne percepisco le vibrazioni. È la necessitá di “rianimarle”, con passione e amore restituire loro un´Anima. È l´inizio di un sogno e di una visione che va oltre.

Il primo problema pratico è il finanziarsi. Ma c´era anche l´aspetto ludico, il gioco. Quindi io con i miei compagni di utopica passione giocavamo, anzi “giocavamo lavorando ma, anche, lavoravamo giocando”. Segreto, questo, di una nazione che ha primeggiato da ben prima di Leonardo, nella artigianalità creativa.

In un importante Motor Show internazionale,  lo speaker inglese disse: ” Many beautiful restorations are exhibited here but … but … those of the Cappa have more: a soul.” Ci sono molto bei restauri, ma quelli del Cappa hanno qualche cosa in piú: l´Anima”.

Arrivó la moda. Arrivó la gelida finanza che uccide i sogni degli artisti romantici ed i loro sogni. Io quello sono, e ne sono orgoglioso. Il gregge ascolti la Tibbú e le quotazioni delle aste.

Avevo creato la KCA, artigianale e poi piccola industria. Una accozzaglia di matti che partoriva capolavori. Consegnavo a diversi anni dalla prenotazione e, quindi, avevo anni di lavoro assicurato. Ma… il sacro fuoco della passione, il gioco? Il sorriso radioso della vergine debuttante si era forse trasformato nella smorfia di una vecchia puttana corrotta?

Avevo un grigio freddo interiore e mi guardai allo spechio. “Tu cosa vuoi?” mi chiesi.

“ Spazi aperti, limpidi tra tutte le tiepide sfumature del turchese. Sai?“.

Avevo salvato molte centinaia di automobili italiane di pregio, sopratutto LANCIA. Avevo inventato il RAI, Registro Aurelia Italiano, primo club di marca federato ASI. Feci impresa e cultura, esportavo Made in Italy nel mondo.

Mantenni unita una famiglia per decenni. I figli erano adulti e ben posizionati. Una moglie sposata per “dovere”, la rispettai fino a cantare: “..cielo grande, cielo blu… mi guardo intorno e tu… non ci sei piú… Uuu U Uuu… Educatamente e correttamente mandai tutto a fa…

E il resto é scritto, é Storia.




Giuseppe Caridi e “Gli Aragonesi di Napoli”

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16aragonesiGli Aragonesi di Napoli. Una grande dinastia del Sud nell’Italia delle Signorie” è il titolo del nuovo libro di Giuseppe Caridi (Rubbettino editore – 298 pagine – 19 euro).
Alfonso V Re d’Aragona, detto il Magnanimo, diede origine nel 1442 nel Regno di Napoli alla nuova dinastia aragonese, che sarebbe rimasta su quel trono sino alla fine del Quattrocento.
Per un lungo periodo, con lo stesso fondatore e con il suo secondo esponente Ferdinando I, comunemente chiamato Ferrante – per i suoi natali illegittimi subentrato al padre solo in quel Regno e divenuto quindi un sovrano nazionale – gli Aragonesi ricoprirono una posizione preminente nell’ambito dei Potentati italiani. Con la scomparsa di Ferrante nel 1494 si entrò in una fase di declino, caratterizzata sul fronte interno dall’avvicendamento di tre sovrani in un biennio, e a livello internazionale dall’intenzione di Francia e Spagna di conquistare il Mezzogiorno d’Italia.
Dopo il breve regno del fratello maggiore Alfonso II e del nipote Ferrandino, fu Federico, secondogenito di Ferrante, impotente a resistere all’attacco francese e spagnolo, a concludere nel 1501, con l’esilio in Francia, la dinastia.




Il nuovo libro di Palmerini: “Mario Daniele, il sogno americano”

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11palmeriniSi intitola “Mario Daniele, il sogno americano” il nuovo libro di Goffredo Palmerini a breve in libreria per le Edizioni One Group. Il volume di 352 pagine e 321 foto racconta la vita di Mario Daniele, eclettico imprenditore di origine aquilana, self made man negli Stati Uniti tra Detroit (Michigan), Rochester (New York) e Delray Beach (Florida), ma con un incipit migratorio assai particolare in Canada.
Qui di seguito le pagine di Introduzione del libro, scritte dal curatore Goffredo Palmerini.
“Castelnuovo e l’Altipiano
Un tempo, prima che la grande emigrazione prosciugasse di braccia queste aride terre dell’Abruzzo montano, l’altipiano che si snoda dai resti dall’antica città vestina di Peltuinum fino al magnifico borgo di Navelli era un giardino di mandorli in fiore, a primavera. Perle bianche tenuamente tendenti al rosa ingioiellavano i campi distesi sull’acrocoro. E più ancora gli acclivi che nei due lati ne erano cornice, trapuntati di borghi dalle splendide architetture e vestigia d’antichi castelli e fortezze sulle sommità dei colli, a presidio di quelle comunità. Sulla piana, in sequenza, magnifiche chiese di pietra, con le facciate romaniche squadrate, indorate dal sole. Correva, lungo l’altipiano dove da secoli si coltiva lo zafferano – l’oro rosso più buono del mondo – l’antico “tratturo magno”, la grande via della transumanza.
Era largo oltre centodieci metri, il tratturo. Prendeva avvio dai contrafforti amiternini, già patria di Caio Crispo Sallustio, superando di lato il colle dove nel 1254 venne fondata L’Aquila, e si dispiegava come “un erbal fiume silente” fino alla Puglia, alla Capitanata di Foggia, dove le greggi dai monti andavano per otto mesi a svernare. Dunque su quel tratturo, dalle terre dei Sabini e dei Vestini – gli antichi popoli italici di questa parte d’Abruzzo -, per oltre due millenni e fino a qualche decennio fa, i pastori hanno scritto storie di fatica, sofferenze, relazioni umane e commistioni di culture, accompagnando le loro greggi verso le campagne del Tavoliere pugliese.
Vita dura, grama, specie in queste terre sassose dell’Abruzzo interno da cui negli scorsi due secoli fiumi d’emigranti sono partiti per le Americhe, poi per l’Europa e l’Australia. E con loro sono partite le braccia, quelle stesse che dalle balze inerpicate verso l’imponente catena del Gran Sasso prima carpivano dai sassi scampoli di terra da coltivare, per il parco nutrimento di famiglie ricche solo di bimbi, o che pascevano le greggi dei grandi armentari. L’antico tracciato del “tratturo magno”, superata l’erta di Poggio Picenze, all’altezza di Barisciano – esposto con le case a mezzogiorno sul fianco della montagna a sinistra – deviava leggermente a destra verso l’antica città di Peltuinum, guardata a vista e quasi presidiata dal borgo di Castelnuovo, con le sue case allineate sul fianco di un colle, l’unico nel mezzo dell’altipiano.
Castelnuovo, il cui antico nome era Castronuovo (dal latino castrum, borgo fortificato), era nato dopo l’anno Mille dall’unione di due villaggi. Nel 1254 è tra i castelli fondatori dell’Aquila, la nuova città edificata con il concorso di una settantina di castelli che avrà per tre secoli un importante ruolo economico, politico, culturale e spirituale anche fuori dal Regno. Castelnuovo ne segue le vicende, anche quando nel 1423, durante l’assedio durato 13 mesi operato Braccio da Montone alla città dell’Aquila, viene esso stesso occupato dalle truppe braccesche, fin quando gli Aquilani, usciti in campo aperto ad affrontare gli assedianti, il 2 giugno 1424 a Bazzano non feriscono a morte Braccio e vincono la guerra. Le vicende storiche di Castelnuovo sono contrappuntate da devastanti terremoti: nel 1461, quando il paese fu distrutto dal sisma (…Castelnuovo divenuto un mucchio di sassi, caduti anche i torrioni delle mura comuni colla morte di 28 persone… scrisse Anton Ludovico Antinori negli Annales), poi ancora raso al suolo dal terremoto del 2 febbraio 1703, infine il 6 aprile del 2009, quando il centro storico del borgo è stato devastato dai crolli, con cinque vittime rimaste sotto le macerie. Con l’unificazione d’Italia nel 1862 Castelnuovo era stato annesso al Comune di San Pio delle Camere. Attualmente il paese sta gradualmente rinascendo dai danni del terremoto del 2009, compresa la chiesa dei Santi Stefano e Silvestro, posta sulla sommità del colle con accanto il campanile in pietra d’origine medievale, guardiani spirituali del borgo e dell’altipiano.
Dal rilievo del colle dove sorge, Castelnuovo domina la vista dell’antica città vestina di Peltuinum, di cui restano importanti vestigia archeologiche su un territorio condiviso con il vicino comune di Prata d’Ansidonia. L’impianto urbano dell’antica Peltuinum, che gradualmente sta tornando alla luce con campagne pianificate di scavi archeologici, offre un ordine di mura romane all’interno del quale è stata rinvenuta un’area sepolcrale che si aggiunge alla necropoli esterna risalente fino al VII secolo a.C. La fondazione di Peltuinum secondo i canoni urbanistici romani si colloca alla metà del I secolo a.C., in un periodo di riorganizzazione amministrativa che si conclude con l’accentramento del potere nelle mani di Ottaviano Augusto. Proprio in quest’area centrale dell’Italia, nel territorio dei Vestini, si costituisce un importante polo urbano, sia per le vie di comunicazione (qui passava la Claudia Nova, realizzata nel 47 d.C. con l’imperatore Claudio, che collegava Amiternum alla Tiburtina Valeria), sia per lo sfruttamento agricolo locale e di più vasta portata, sia infine per la regolamentazione del transito delle greggi in transumanza. Al primo secolo d.C. si collocano la sistemazione dell’area urbana, con la costruzione di una cinta muraria e di un’area monumentale, i cui scavi hanno finora riportato alla luce un tempio, prospettante sul foro, e un teatro.
Le fonti antiche riportano un forte terremoto che nel V secolo dovette interessare Roma e gran parte dell’Italia centrale. I risultati di scavo sull’area di Peltuinum portano ad individuare nel sisma del 443 l’evento calamitoso che provocò il graduale abbandono della città romana. La popolazione iniziò a lasciare la città, anche a causa delle guerre che segnavano sempre di più la debolezza dell’Impero romano. E nel clima di insicurezza la gente di Peltuinum si spostò verso luoghi e posizioni più difendibili, che poi andranno a costituire i borghi ancor oggi visibili. Dal V secolo in poi molte le spoliazioni perpetrate agli edifici principali della città, tanto che abbondante materiale lapideo è rintracciabile nelle murature delle chiese e nei castelli di Prata d’Ansidonia, Castelnuovo, Bominaco e significativamente nella splendida chiesa di San Paolo.
I primi scavi archeologici nell’area di Peltuinum risalgono al 1983-‘85. Essi furono condotti sotto la supervisione del prof. Paolo Sommella, che allora insegnava Urbanistica Antica presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Le indagini sul campo vennero effettuate in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, la Comunità Montana della Piana di Navelli ed altri Enti locali. Con le prime ricerche di scavo venne indagata l’area pubblica della città romana, costituita dal tempio forense e dal teatro. Sotto la direzione di Adele Campanelli della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, tra il 1986 e il 1996 vennero effettuati restauri e opere di consolidamento che riguardarono soprattutto il tratto occidentale delle mura, la porta ovest, tempio e porticus, una piccola parte del teatro nonché il fortilizio medievale. Di nuovo sotto la guida del prof. Sommella, a partire dal 2000, le ricerche nell’area archeologica sono state riprese nell’ambito di un progetto europeo. Dal 2001 lo scavo didattico e la ricerca sono diretti dalla prof. Luisa Migliorati, della Sapienza Università di Roma. Nel 2009 la Soprintendenza d’Abruzzo ha intrapreso una campagna di scavo nell’area della necropoli pre-romana fuori dalle mura della città.
Queste brevi notizie di Castelnuovo e della sua storia, fortemente ancorata a quella della città di Peltuinum, ci disegnano il contesto dal quale, nel corso del Novecento e particolarmente nel secondo dopoguerra, gran parte della popolazione dei borghi dell’altipiano e della stessa Castelnuovo prese la via dell’emigrazione, nelle Americhe, nei paesi d’Europa – Svizzera, Francia, Belgio, Germania -, e in Australia. E’ qui a Castelnuovo che ha inizio la storia che racconteremo, la vita di Mario Daniele, una vita che pare un romanzo, con quel tanto di avventura, sentimento, sana temerarietà, coraggio e intraprendenza. Innervata sulla forte indole della nostra gente di montagna, la tenace determinazione di Mario ci consegna questa storia fuori dall’ordinario, con il racconto del protagonista stesso”.




Risveglio e rafforzamento della lingua italiana in Perù

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lavagnaitalianopSi chiama “Risveglio e Rafforzamento della Lingua Italiana. Corsi di lingua e cultura italiana”, il nuovo progetto promosso dal Centro Culturale Italiano di Cusco, dall’Associazione dei Lucani in Perù e dall’Instituto Cultural Italo Peruano di Arequipa, patrocinato dal Comites Perù e sostenuto dall’ambasciatore Giancarlo Maria Curcio.
Rivolto a discendenti italiani dai 18 ai 35 anni, il progetto consiste in alcune borse di studio per seguire corsi di italiano a distanza.
Per candidarsi occorre inviare una mail all’indirizzo info@italianinperu.com per ottenere il modulo da compilare e restituire entro il 21 gennaio insieme ad un documento che attesti la discendenza italiana.
Le lezioni inizieranno il 1° febbraio. La lista dei vincitori delle borse sarà pubblicata sul sito www.italianinperu.com.




Vancouver. Le storie di gente comune che non troverete nei libri di storia

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Sin titulo 1Si moriva velocemente, in gran numero, come niente fosse. CosÌ Giuseppe Cazzoli scrive nel suo diario di guerra, dalle trincee infernali della Prima Guerra Mondiale.

Giuseppe, come tanti altri che hanno vissuto e hanno scritto le pagine della Storia dalla prospettiva della gente comune, della povera gente mandata a combattere e morire spesso senza saperne il perché, era un ragazzo di famiglia contadina della zona intorno a Vicenza, abituato ai sacrifici e al lavoro duro fino da piccolo. Intelligente e curioso, era riuscito a proseguire negli studi oltre le poche classi elementari grazie all’aiuto di un insegnante che aveva intuito le sue notevoli capacità.

Come zappatore del Genio, combatté per quattro anni sul fronte alpino contro gli austriaci, compiendo atti di valore e prendendo parte a rischiose azioni. Ricoverato all’ Ospedale Militare di Taranto in preda a grave deperimento, ritrovò la volontà di vivere scrivendo un diario di ciò che aveva visto in guerra: gli orrori, la ferocia brutale, la desolazione ma anche lo spirito di fratellanza, l’amicizia genuina e il coraggio e la speranza.

Giuseppe Cazzoli (1894-1973) ricevette la Citazione reggimentale per coraggio in azioni di combattimento, Croce al Merito di Guerra, Medaglia commemorativa, Medaglia per l’Unità d’Italia, Medaglia interalleata per la Vittoria, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, Cavaliere di Vittorio Veneto.

Cazzoli era il nonno dello scrittore Vittorino Dal Cengio, che da anni è attivo a Vancouver sia nel campo letterario che in quello di attivismo sociale come ex Presidente degli Alpini-ANA Sezione Vancouver. Vittorino ha pubblicato sei volumi: Severino Casara, Una vita sulle crode. Club Alpino Italiano, 1985. Armonia Pastorale. Il Conte di Mille Fulgher (Alpha Mensae, 2008), spes. Alpha Mensae Publishing Inc., 2009. On The Devil’s Tail: In combat with the Waffen-SS on the Eastern Front 1945, and with the French in Indochina 1951-1954. Helion & Company Ltd., 2015).

I suoi due volumi piú recenti, usciti lo scorso anno, verranno presentati al Centro Italiano la sera del 5 febbraio prossimo. Si tratta di Come niente fosse, In combattimento sul Pasubio, sul Carso e sull’altopiano dei Sette Comuni, 1915-1918. Alpha Mensae Publishing Inc., 2018, il libro che Vittorino considera scritto “a quattro mani” con Giuseppe Cazzoli, il quale figura infatti come co-autore, e de Il moroso della Rissa. Alpha Mensae Publishing Inc., 2018.

Per Vittorino Dal Cengio l’impegno di scrivere la storia della propria famiglia rappresenta anche quello di dare voce ai tantissimi che la Storia con la S maiuscola ignorano e che offrono con le loro testimonianze semplici e genuine, una prospettiva piú autentica e umana.

Scrive Dal Cengio: It is very important for me to write about the joy and, mostly, tribulations experienced by members of my family during the two world wars. I have heard countless times their recounting of what was life in those times at the front during bloody battles and at home and I have never ceased to marvel at their courage, resilience, patience, faith and hope in a better future for themselves but especially for their progeny. What they have endured is today hastily dismissed as part of turbulent times of war but their unique experiences, from a poor people point of view, the consequences of which invariably changed the course of their lives, cannot so simply be forgotten. What we cannot find on history books is told through their live voices, letters, diaries and memoirs and all this is primary source, a detailed legacy of inestimable value for generations to come.It would be very sad and unwise for us if their version of events dissolves from our collective memory. Hence the importance for me to be a little bridge connecting their disappeared world to our present life.

Anche il secondo romanzo, Il moroso della Rissa, tratta di guerra, ma stavolta siamo arrivati ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e il giovane protagonista Danilo deve compiere una difficile scelta in tempi tragici e confusi. Danilo non ha esitazioni e dopo lo sfascio dell’8 settembre, come altri soldati del disciolto regio esercito, si unisce a un gruppo di partigiani della Brigata Mazzini impegnati in azioni di guerriglia nella zona del Vicentino. Quasi tutti giovani e giovanissimi, i ragazzi mettono a rischio la propria vita, le proprie famiglie e anche, come nel caso di Danilo, il nascente e intenso affetto per una ragazza del paese, Caterina detta la Rissa.

Il personaggio di Danilo, nel quale viene rappresentata la figura e la vita di Didaco Dal Cengio, padre di Vittorino, è un ragazzo equilibrato e alieno dalla violenza, ma ha solide certezze e ha il coraggio di assumersi responsabilità sia come uomo che come Italiano. Colpiscono, nelle storie narrate direttamente o raccolte dai ricordi dei protagonisti dei volumi di Dal Cengio, la resilienza, lo stoicismo e la caparbia speranza che li aiutano ad affrontare prove durissime. Colpiscono la loro umiltà, il loro “compasso morale” che li guida nelle scelte e infonde loro la forza di andare avanti. Nel leggere quelle pagine e rivivere quelle vicende, non si può fare a meno di provare un senso di profonda ammirazione, quasi di reverenza per quelle virtù oggi quasi dimenticate, spesso anche irrise o delle quali si tramanda una imagine distorta. Viene da ripensare all’orazione di Antonio, nel Julius Caesar di Shakespeare: “….and say to all the world, “This was a man.” Noi possiamo dire: “Questi furono uomini!”




Rodari anche in francese con il suo “Libro degli errori”

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4librierrorriparisIn occasione del centenario della nascita di Gianni Rodari e della pubblicazione in francese del suo “Libro degli errori” dalle edizioni Ypsilon, l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ha voluto celebrare questo mago delle lettere con sei momenti eccezionali realizzati per incantare e solleticare l’immaginazione dei più piccoli e non solo. Sei episodi dove Rodari sarà letto in francese da Denis Lavant e che sarà possibile ascoltare gratuitamente in streaming su SoundCloud. L’iniziativa è partita lo scorso 23 dicembre e arriverà fino al prossimo 31 marzo, ogni mercoledì un nuovo episodio.
Gianni Rodari, autore di fama internazionale, si annovera nel pantheon della letteratura per ragazzi. In Italia è conosciuto e adorato da tutti, grandi e piccoli, insegnanti e allievi, ricercatori e scrittori: tutti noi l’abbiamo letto e amato, senza mai dimenticarlo.
Le strane storie del Libro degli errori, in versi e in prosa, ci portano in un universo sgretolato eppure logico, sfrenato ma con uno scopo, ragionevolmente scatenato. Il Maestro ci insegna la sua grammatica della fantasia per giocare con la lingua italiana, “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.
Una co-produzione dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi e delle edizioni Ypsilon, con il sostegno del Ministero degli affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.




Vancouver. Eloise Carbone racconta in poesia come sono i calabresi

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eloise carbone 1di Eloise Carbone

Traduzione e adattamento a cura di Anna Foschi

Eloise Carbone (nella foto a sinistra) vive a Vancouver BC. La sua poesia è ispirata dal suo legame con la sua origine e retaggio culturale italiani. I suoi nonni materni emigrarono da un villaggio vicino a Udine, in Friuli Venezia Giulia, e i suoi nonni paterni emigrarono da un villaggio vicino a Cosenza, in Calabria. Entrambi sono arrivati ​​in Canada intorno al 1900.

Nel 2019, Eloise ha partecipato al primo seminario italiano di scrittura di studi sulla diaspora tenutosi per un periodo di due settimane in Calabria e Basilicata. Il seminario è stato dedicato al Patrimonio e alla Memoria e vi hanno partecipato persone di origine italiana provenienti da tutto il mondo. Attraverso la scrittura, hanno potuto ricercare e discutere sia le esperienze delle proprie famiglie che hanno lasciato l’Italia sia delle persone che invece vi sono rimaste. Il seminario includeva visite a Matera, Papasidero, Aliano e l’Isola di Dino.

Il  seminario ha dato ai partecipanti l’opportunità unica di immergersi profondamente nella loro storia familiare personale e nella storia della Calabria. “I figli della diaspora” erano tornati in Italia per condividere un viaggio emozionante che ha sicuramente lasciato un impatto drammatico sulle loro vite.

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Il Massiccio del Pollino (foto di Eloise Carbone)

Un viaggio in autobus attraverso il Parco Nazionale del Pollino è stata l’ispirazione per “Like the Calabrese”. La poesia di Eloise evoca un parallelo fra l’imponenza maestosa delle montagne del Pollino e la forza di carattere dei calabresi, rappresentata anche dal retaggio calabrese della sua famiglia: il loro arrivo a Ellis Island, la loro continua lotta contro la povertà, l’ingiusto trattamento subito dal padre di Eloise, il quale, pur essendo nato in Canada, durante la seconda guerra mondiale fu internato dal governo canadese come “enemy alien/nemico straniero” come molti altri italo-canadesi..

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 Il castello normanno di Morano Calabro (foto di Eloise Carbone)

 

“Like the Calabrese” è stato pubblicato nell’antologia IDS Celebrating Calabria: Writing Heritage and Memory, a cura di Margherita Ganeri e Maria Mazziotti Gillan, Casa Editrice Rubettino, 2020.

 

LIKE THE CALABRESE

The Pollino mountains

Stand rock upon rock,

Solid like the Calabrese.

 

Their canyon sides

Shine with streaks,

Gold like the Calabrese.

 

Their grandeur

Reflects bare strength,

Powerful like the Calabrese.

 

Their formations

Support side by side,

Protective like the Calabrese.

 

The mountains of Pollino

With peaks above the clouds,

Proud like the Calabrese.

 

COME I CALABRESI

Il Massiccio del Pollino

Sorge roccia su roccia,

Solido come i Calabresi.

 

I lati delle montagne

Sfavillano di riflessi,

Dorati come i Calabresi.

 

La loro imponenza

Riflette forza innata,

Come i Calabresi.

 

Le formazioni

Si sostengono l’una con l’altra,

Protettive come i Calabresi.

 

Il Massiccio del Pollino,

Picchi che svettano sopra le nuvole,

Orgogliosi come i Calabresi.

 

(Traduzione di Anna Foschi Ciampolini)




Vancouver. Un Natale televisivo

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unnamed 2Anna Foschi Ciampolini, nata a Firenze, vive a Vancouver (Canada) da molti anni. Scrittrice bilingue , traduttrice, giornalista e attivista culturale, ha co-fondato l’Associazione Scrittori/Scrittrici Italo-Canadesi e il Premio letterario F.G. Bressani.

Pubblichiamo di seguito un suo racconto-memoria su un Natale di tanti anni fa.

Nei primi anni ’80, la comunità italiana di Vancouver era al terzo posto fra i gruppi etnici più numerosi ed era una delle più attive e vivaci. Molte tradizioni e l’artigianato che gli immigrati italiani avevano portato con sé avevao cambiato lo stile di vita e il volto della città. La gente alla moda indossava abiti made in Italy e si era presto sviluppata una “cultura del caffè”di socializzazione informale, ispirata dalla vita in piazza, che aveva indotto i Vancouveriti a gustare caffè, cappuccino e chiacchiere ai tavoli all’ aperto. Anche gli architetti e i costruttori erano influenzati dal concetto di piazza nel pianificare lo sviluppo urbano e nell’uso di materiali relativamente nuovi per la città, come il marmo e il cemento.

Nonostante tutto, la nostra comunità veniva ancora considerata diversa ed esotica. I Vancouveriti erano affascinati da avvenimenti come il Carnevale Italiano o le tradizioni natalizie, ma in realtà ne sapevano ben poco. Fu cosÌ  che un giorno di dicembre 1984, nel mio ufficio del Centro Culturale Italiano dove ero responsabile della sezione cultura e scuola, ricevetti una telefonata dalla stazione televisiva locale CKVU. Il produttore televisivo mi chiese se il Centro potesse mandare qualcuno, magari un paio di persone, per parlare delle tradizioni natalizie italiane alla puntata del Vancouver Show della CKVU. Il popolare spettacolo era presentato da Laurier LaPierre,  giornalista e  personalità televisiva molto noto che divenne in seguito senatore e scrittore. La puntata andava in onda dal vivo quella stessa sera e gli ospiti italo-canadesi dovevano trovarsi nella sede della CKVU alle 19 precise. Non c’era molto tempo per mettere insieme una squadra che potesse far fare bella figura alla comunità, dato che il fare buona impressione, concetto importantissimo nel nostro costume, appariva particolarmente essenziale per la nostra comunità di immigrati. La Presidentessa del Centro, informata dell’emergenza, fu d’accordo sul fatto che la bella figura fosse assolutamente necessaria e mi  sollecitò a raccogliere un gruppo dei migliori leaders comunitari. Una serie di telefonate frenetiche condite da dosi massicce di suppliche e adulazione mi assicurarono la partecipazione di una dozzina di personaggi importanti disposti a fare del loro meglio per illustrare il contributo degli italiani di Vancouver in ogni campo dello scibile. La squadra comprendeva una professoressa universitaria considerata una autorità sull’opera di Dante Alighieri, che avrebbe parlato dei riferimenti alla Natività e loro significati mistici nella Divina Commedia, e un celebre architetto che si era assunto il compito di fornire una erudita disquisizione sui capolavori del Rinascimento italiano ispirati dal Natale. C’erano avvocati, medici, artisti, poeti, imprenditori di successo e la Presidentessa del Centro in persona. A farla breve, ero riuscita a radunare il meglio di quanto potessimo offrire nel campo accademico e in quello imprenditoriale e artistico. Avvertivo però una strana sensazione di dubbio: e se tutto questo sfoggio di scienza e competenza risultasse alla fine un po’ indigesto per uno spettacolo televisivo natalizio? Forse era meglio aggiungere un tocco di leggerezza e cosa c’ è di meglio di un bambino per una festività cosÌ amata dai bambini?

Detto fatto, prontamente reclutai a forza mia figlia. A dieci anni, Francesca era una bambina timida che iniziò subito a preoccuparsi della brutta figura che avrebbe fatto se non avesse saputo rispondere alle domande di LaPierre.

Quella sera faceva un tempaccio infernale. I fiocchi di neve turbinavano mentre io, semi-congelata, guidavo la mia vecchia Chevrolet dal riscaldamento difettoso verso la stazione televisiva nel centro città. Nell’ edificio della CKVU, l’ assistente di produzione ci condusse sul set. All’ ingresso del nostro manipolo, LaPierre, un uomo sulla cinquantina affabile e ben vestito che si aspettava di intervistare al massimo un paio di persone, fu preso alla sprovvista ed esclamò sbigottito:

˵Sembra che stasera abbiamo qui l’intera comunità italiana ˶

LaPierre ci fece segno di sedersi sulla gradinata. Si dette inizio allo spettacolo, le telecamere entrarono in azione e con  disinvoltura da vero professionista del palcoscenico, il nostro ospite annunciò il tema della serata. Il nostro gruppo si irrigidÌ impercettibilmente, pregustando il fiotto di erudizione e la sofisticazione  dei vari  interventi preparati. Era arrivato il momento. LaPierre si accostò, ci guardò, vestiti a festa com’eravamo, poi si avvicinò alla bambina per chiederle:

˶Come ti chiami?˵

La bambina, terrorizzata, balbettò: ˵Francesca! Mi chiamo Francesca.˶

˶Conosci qualche canzone italiana di Natale? Dimmi, qual è la tua canzone preferita?˵

La piccola si guardò attorno con lo sguardo di chi sta per per annegare. Poi, improvvisamente, si ricompose e rispose con un sorriso:

˵SÌ, la conosco. La mia preferita è Tu scendi dalle stelle/Thou Art Coming from the Stars.˶

˶ Magnifico! – disse LaPierre – la canteresti per me adesso?˵

Francesca cominciò a cantare: ˵Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo…˶

LaPierre si voltò a farci cenno: ˶OK, potete cantarla tutti in coro per noi?˵

La professoressa, l’ architetto, gli avvocati e i medici, i poeti e gli imprenditori, gli scultori e i giornalisti, tutti noi ci guardammo sbalorditi. Dopo un attimo di incertezza, obbedienti iniziammo a cantare. Le nostri voci si levarono, prima sommesse ed esitanti, poi con passione anche se il nostro piccolo coro risultò piuttosto stonato: “ E vieni in una stalla al freddo e al gelo….”

Il nostro spettacolo terminò cosÌ sulle dolci note della canzone di Natale.

Sono trascorsi più di trenta anni da quella sera. Vancouver è oggi una metropoli, un mosaico di etnie provenienti da ogni angolo del mondo. Si affaccia sulla scena mondiale come una delle città più ambite (e, ahimè, delle più costose) dove vivere. Una nuova generazione di professionisti è oggi al timone del Centro Italiano, e molti degli  improvvisati coristi di quel Natale alla CKVU sono ormai in pensione o sono passati a miglior vita. La bambina timida di allora è diventata una donna che concilia le responsabilità del lavoro e famiglia. Col passare del tempo, forse soltanto poche persone, in Canada e perfino in Italia, ricordano i versi di Tu scendi dalle stelle. Io qualche volta mi chiedo ancora se in quella vigilia di Natale di tanti anni fa riuscimmo davvero a fare una bella figura.




Sidney. Un Museo per onorare la Divina Commedia di Dante

21danteaus

21danteausPer rendere omaggio al capolavoro letterario e filosofico di Dante Alighieri a 700 anni dalla sua morte, il 26 marzo 2021 alle 18.30 verrà inaugurato a Sydney un museo temporaneo dedicato a La Divina Commedia presso la sede di CNA-Italian Australian Services situata a 1 Coolatai Crescent a Bossley Park.
La mostra presenterà una collezione di repliche di 115 miniature incorniciate create tra il 1444 e il 1450 nell’Italia settentrionale trovate in una delle più belle copie medievali de La Divina Commedia commissionata dal re di Napoli, Alfonso d’Aragona, noto come “il Magnanimo”. Un punto saliente di questo manoscritto consiste nell’essere uno dei pochi che illustrano pienamente tutte e tre le parti della Divina Commedia.
Al manoscritto hanno contribuito due maestri miniatori: Lorenzo di Pietro, detto “il Vecchietta”, autore di tutte le iniziali e le scene dell’Inferno e del Purgatorio, tra gli anni 1442 e 1450, e Giovanni di Paolo, che nella decorazione del Paradiso ha tradotto in ambienti favolosi e irreali la sua dimensione spirituale.
Il museo esporrà anche un busto di Dante Alighieri, versioni in italiano e inglese dell’opera letteraria nonché un’edizione originale del 1902 del capolavoro decorata con cartoline realizzate alla fine dell’Ottocento dall’architetto italiano Attilio Razzolini con la tecnica antica della miniatura su pergamena. Ogni cartolina illustra una cantica e offre una raffinata trascrizione in caratteri gotici. Il libro comprende anche tre tavole dipinte da Razzolini come preludi all’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso.
La mostra resterà aperta fino al 14 settembre 2021, data della morte di Dante secondo la tradizione. Il giorno di apertura della mostra, i primi 100 visitatori adulti riceveranno una copia tascabile de La Divina Commedia.
Il presidente di CNA-Italian Australian Services Giovanni Testa ha riconosciuto che l’iniziativa è unica e tempestiva. “Il 2021 deve essere l’anno dell’orgoglio italiano, della delizia per tutto ciò che è italiano, e questo deve iniziare con l’amore per la lingua e la cultura”.
Il museo de La Divina Commedia sarà aperto a tutte le scuole, in particolare a quelle che insegnano l’italiano, e alla comunità italiana di Sydney come risorsa per studenti e italofili di tutte le età. Le informazioni per la prenotazione delle scuole saranno presto disponibili sul sito web dell’organizzazione.