Italian Design Day in Messico: l’ambasciatore Modiano celebra la creatività italiana

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L’Italian Design Day è stato celebrato anche quest’anno a Città del Messico con un evento dedicato alla creatività, all’innovazione e alla sostenibilità del design italiano. L’iniziativa, promossa dal Ministero degli Affari Esteri attraverso la rete diplomatica e culturale nel mondo, ha riunito professionisti, studenti e appassionati del settore presso l’Istituto Italiano di Cultura.

Ad aprire la serata è stato l’ambasciatore d’Italia in Messico, Alessandro Modiano, che ha sottolineato il valore culturale ed economico di questa manifestazione internazionale, pensata per promuovere il design italiano e rafforzare i legami tra Italia e Messico.

Tema dell’edizione 2026 è stato “RE-DESIGN – rigenerare spazi, oggetti, idee e relazioni”, un concetto che mette al centro la sostenibilità e la capacità del design di affrontare le sfide contemporanee. Secondo Modiano, estetica e responsabilità ambientale devono procedere insieme: il design non riguarda soltanto la bellezza o la progettazione industriale, ma anche il rapporto con l’ecologia e con il futuro delle città e delle comunità.

Nel corso dell’incontro è stata inoltre valorizzata la tradizione creativa italiana, spesso capace di trasformare l’eredità storica del Paese in un motore di innovazione contemporanea. Questo dialogo tra passato e futuro rappresenta, secondo il diplomatico, uno degli elementi che rendono il design italiano riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Protagonista dell’edizione messicana è stato il designer David Dolcini, invitato come ambasciatore del design italiano per condividere la propria esperienza e confrontarsi con architetti, accademici e professionisti locali sul ruolo della progettazione nella rigenerazione degli spazi e delle idee.

L’#Italian Design Day è oggi una delle principali iniziative di diplomazia culturale dell’Italia, organizzata ogni anno in numerosi Paesi con l’obiettivo di diffondere la cultura del progetto italiano e favorire nuove collaborazioni internazionali.




San Valentino: storia e tradizione del giorno dedicato all’amore

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20200128113759visit italy on valentine dayIl 14 febbraio, in molti Paesi del mondo, si celebra #San Valentino, la festa degli innamorati. Una ricorrenza che oggi è associata a fiori, cioccolatini e messaggi romantici, ma che affonda le sue radici in una storia antica, intrecciata tra fede, leggenda e trasformazioni culturali.

Chi era San Valentin

Secondo la tradizione cristiana, San Valentino fu un vescovo vissuto nel III secolo a Terni, in Umbria. La leggenda racconta che celebrasse in segreto matrimoni tra giovani innamorati, sfidando i divieti dell’imperatore romano Claudio II, che riteneva i soldati non sposati più adatti alla guerra.

Per questo motivo Valentino venne arrestato e condannato a morte. Prima dell’esecuzione, avrebbe scritto un messaggio d’addio firmato “dal tuo Valentino”, frase che molti considerano l’origine simbolica dei biglietti d’amore ancora oggi scambiati il 14 febbraio.

Dalla religione alla festa dell’amore

Nel Medioevo, soprattutto in Inghilterra e Francia, si diffuse la convinzione che proprio a metà febbraio gli uccelli iniziassero ad accoppiarsi. Questo contribuì a legare la figura del santo all’idea dell’amore romantico. Con il tempo, San Valentino smise di essere solo una ricorrenza religiosa e divenne una festa laica dell’amore e dell’affetto.

Le tradizioni in Italia

In Italia, San Valentino è celebrato soprattutto dalle coppie, con cene romantiche, regali simbolici e messaggi affettuosi. In alcune città legate alla figura del santo, come Terni, si svolgono ancora oggi eventi religiosi e culturali, mentre in passato non mancavano riti popolari legati ai fidanzamenti e ai matrimoni imminenti.

Negli ultimi anni, la festa si è ampliata: non solo amore di coppia, ma anche amicizia, affetto familiare e legami profondi, soprattutto tra chi vive lontano dal proprio Paese d’origine.

Una festa globale

Oggi San Valentino è celebrato in modo diverso a seconda delle culture: negli Stati Uniti e in Europa domina l’aspetto commerciale, in Asia alcune tradizioni prevedono ruoli invertiti nello scambio dei regali

Nonostante le differenze, il messaggio resta universale: celebrare l’amore in tutte le sue forme.

In America Latina e nei Caraibi, la festa di San Valentino assume spesso un significato più ampio rispetto alla tradizione europea, includendo non solo l’amore di coppia ma anche amicizia, affetto e legami sociali.

In Paesi come Colombia e Messico, la ricorrenza è conosciuta come Día del Amor y la Amistad. In queste nazioni, il 14 febbraio non è riservato esclusivamente agli innamorati: amici, colleghi e familiari si scambiano piccoli regali, messaggi o partecipano a iniziative collettive, come il tradizionale amigo secreto.

Nei Caraibi, inclusa la Repubblica Dominicana, San Valentino è vissuto con un’atmosfera più informale e gioiosa. Le coppie celebrano con cene romantiche o brevi viaggi, ma è comune anche festeggiare in gruppo, tra musica, mare e convivialità, in linea con la cultura locale.

In Brasile, invece, la festa degli innamorati non si celebra il 14 febbraio, ma il 12 giugno, il Dia dos Namorados, in coincidenza con la vigilia di Sant’Antonio, tradizionalmente associato ai matrimoni.

Queste differenze mostrano come San Valentino, pur mantenendo un messaggio universale di amore e affetto, si adatti alle culture locali, trasformandosi in una celebrazione che riflette lo spirito sociale e comunitario dei Paesi latinoamericani e caraibici.

Tra critica e sentimento

Non mancano le critiche a una festa considerata troppo commerciale. Eppure, San Valentino continua a resistere nel tempo perché risponde a un bisogno semplice e umano: fermarsi un momento per dire “ti voglio bene”.

In un mondo sempre più veloce e distante, forse è proprio questa la sua forza.




È venerdì 13: ecco perché ‘porta sfortuna’

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venerdi 13 sfortunaHa dato origine a una delle saghe horror più celebri del cinema, affonda le sue radici in un romanzo pubblicato nel 1907 e persino la sua fobia ha più di un nome scientifico. In molte parti del mondo – soprattutto nei Paesi anglosassoni – il #numero 13 è considerato sinonimo di malasorte, un’aura negativa che si amplifica quando cade di venerdì. Ma da dove nasce davvero la paura del “#venerdì 13”?

Le origini della superstizione

La paura irrazionale del numero 13 è conosciuta come triscaidecafobia e ha origini antichissime. Una delle spiegazioni più diffuse rimanda all’Ultima Cena, alla quale parteciparono tredici persone: da qui l’abitudine, ancora oggi presente in alcune culture, di evitare tavolate con quel numero di commensali.

Anche le tradizioni esoteriche contribuiscono alla cattiva fama del 13. Nella Cabala è associato alla morte, mentre nei Tarocchi la tredicesima carta raffigura uno scheletro con la falce. Tuttavia, non sempre questo simbolo è negativo: in alcuni casi rappresenta trasformazione e cambiamento, più che sventura.

La connessione con il venerdì rafforza ulteriormente la superstizione. La paura specifica del “venerdì 13” è definita friggatriskaidekaphobia o paraskevidekatriaphobia. Secondo una delle ipotesi più accreditate, tutto avrebbe avuto origine il venerdì 13 ottobre 1307, giorno in cui il re di Francia Filippo IV ordinò l’arresto e la persecuzione dei Cavalieri Templari. A ciò si aggiunge la tradizione cristiana, secondo cui Gesù sarebbe stato crocifisso proprio di venerdì.

In epoca moderna, la credenza si è consolidata con la pubblicazione del romanzo Friday, the Thirteenth di Thomas W. Lawson nel 1907, diventando poi fenomeno di massa grazie alla fortunata serie cinematografica horror iniziata nel 1980.

Superstizioni diverse, culture diverse

Non ovunque, però, il numero 13 è considerato nefasto. Nei Paesi di lingua spagnola e nella cultura greca, ad esempio, la cattiva sorte è legata al martedì 13. Il motivo va ricercato nell’associazione del martedì con Ares, dio della guerra (Marte per i Romani), simbolo di distruzione e conflitto. A rafforzare questa convinzione contribuì anche la caduta di Costantinopoli, avvenuta proprio di martedì, il 29 maggio 1453.

Non solo il 13: altri numeri “sfortunati”

Sebbene il 13 sia il numero più temuto a livello globale, non è l’unico a portarsi dietro una fama negativa. In Italia, ad esempio, è il 17 a essere considerato di cattivo auspicio. In Cina, invece, tra i numeri evitati c’è il 7, spesso collegato a lutto, separazione o morte, insieme al numero 4.

Nella tradizione cinese, il settimo mese dell’anno è noto come il “mese dei fantasmi”, periodo in cui si crede che le anime dei defunti tornino nel mondo dei vivi. Anche eventi contemporanei hanno contribuito a rafforzare certe superstizioni: il disastro del volo Malaysia Airlines 17 ha riportato l’attenzione sul numero 7, tra coincidenze numeriche che hanno alimentato paure e suggestioni.

Un discorso simile vale per il #numero 11, diventato simbolo di sventura dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Tra le coincidenze spesso citate figurano il numero del volo coinvolto, la somma dei passeggeri e persino il giorno dell’anno in cui avvenne l’attacco.

Infine, nel mondo dell’aviazione, alcune compagnie hanno deciso di eliminare del tutto determinate numerazioni. È il caso del #numero 191, scomparso dai voli di diverse compagnie statunitensi dopo una serie di incidenti, avvenuti tra il 1979 e il 2012, che hanno reso quella sigla sinonimo di tragedia.

Coincidenze, suggestioni o semplice bisogno umano di trovare un senso al caos: le superstizioni numeriche continuano a resistere al tempo, adattandosi alle epoche e agli eventi, senza mai perdere il loro fascino inquietante.




Il 6 marzo la prima Giornata internazionale dell’amatriciana

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pastafrescaÈ stata presentata nei giorni scorsi alla Camera la prima giornata internazionale dell’Amatriciana che si celebrerà il 6 marzo, primo di tre giorni di “celebrazioni” in programma ad Amatrice fino a domenica 8 marzo. L’iniziativa è promossa dall’Associazione dei Ristoratori e degli Albergatori di Amatrice (ARAM), col patrocinio del Comune di Amatrice, dell’Università Roma Tre, della Regione Lazio e della Camera di Commercio di Rieti e Viterbo.
Pensata per valorizzare le ricchezze, le eccellenze e le peculiarità del territorio che ha visto l’origine storica del piatto famoso nel mondo, la tre – giorni prevede convegni tematici, laboratori, visite ai cantieri, escursioni a piedi e in e-bike e tante degustazioni.
Secondo l’ultima ricerca Arsial (2020) nei soli comuni di Amatrice e di Accumoli la produzione stimata di sugo “Amatriciana” a settimana è di 150 kg per punto di ristorazione, per un totale annuo di circa 100 tonnellate. Se si considera una media di 5 piatti per kg di sugo, si arriva a circa 25.000 porzioni l’anno. Nel Lazio, invece, i piatti stimati toccano quota 1 milione.
La data del 6 marzo è stata scelta perché il 6 marzo 2020 l’Amatriciana ha ottenuto dalla Commissione Europea la certificazione di “Specialità Tradizionale Garantita-STG”. In Italia ci sono solo altri tre prodotti con questo riconoscimento: la mozzarella, la pizza napoletana e i vincisgrassi alla maceratese.
Ma perché una Giornata internazionale? Ci sono almeno tre motivi – sottolineano dall’ARAM: “il primo è una sfida culinaria: il 6 aprile si celebra in tutto il mondo il “Carbonara Day”, perché non fare anche un “Amatriciana Day”? E così, da un’idea nata durante un’intervista siamo arrivati a ideare questo progetto. Amando l’italianità, l’iniziativa è stata registrata e viene presentata come Giornata dell’Amatriciana, ma l’obiettivo è che in tutto il mondo la si celebri con l’hashtag che si preferisce, purché contenga la parola “Amatriciana”: che si tratti di #giornataamatriciana, #giornatainternazionaleamatriciana, #amatricianaday o altro è indifferente”.
Il secondo motivo, proseguono, “nasce dall’orgoglio di questa terra: l’orologio che si era fermato con il sisma del 24 agosto 2016 ha ripreso a girare, spinto con fatica e dignità in primis dai cittadini, sostenuti da istituzioni, associazioni, imprese. L’iniziativa che presentiamo oggi vuole far parte di questo percorso. Il terzo è di positività: la Giornata internazionale dell’Amatriciana vuole promuovere uno dei primi piatti più celebri al mondo – facendo festa il 6 marzo in tutti e cinque i Continenti e valorizzando al tempo stesso il luogo dove è nato”.
Per promuovere l’iniziativa online e suoi social, l’ARAM ha realizzato un sito web www.giornatadellamatricana.it e tre account social (instagram, facebook e x, tutti giornatadellamatriciana) su cui fino al 6 marzo sono in programma campagne social con testimonial e chef. (aise) 




Ahorita: quando il tempo, nella Repubblica Dominicana, smette di avere fretta

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city street historic buildings clock towerChi arriva per la prima volta nella Repubblica Dominicana lo nota subito: il tempo ha un altro ritmo. Non è solo una sensazione legata al clima o al mare, ma un vero e proprio modo di vivere, che sorprende, disorienta e alla fine – spesso – conquista.

“Ahorita”: una parola, una filosofia

Una delle prime parole che gli stranieri imparano è ahorita. Letteralmente significa “tra poco”, ma nella pratica può voler dire subito, più tardi, domani o chissà quando.
Non è disorganizzazione: è un approccio culturale in cui le relazioni contano più dell’orologio e l’urgenza è spesso relativa.

Per un europeo, abituato a scadenze rigide e orari precisi, può essere frustrante. Per un dominicano, invece, è normale adattarsi alle circostanze, al caldo, agli imprevisti, alle persone.

La pausa invisibile del pomeriggio

Nelle ore centrali della giornata, soprattutto fuori dai grandi uffici e dalle zone turistiche, il Paese sembra rallentare. Negozi semiaperti, strade più silenziose, attività che riprendono con calma nel tardo pomeriggio.
Non esiste una “siesta” ufficiale come in altri Paesi, ma c’è una pausa non dichiarata, dettata dal sole, dall’umidità e da una saggezza pratica: forzare i ritmi non serve.

È anche il momento dei colmados, piccoli negozi di quartiere che diventano punti di incontro: musica bassa, chiacchiere, una bibita fredda. La vita sociale passa da lì.

La sera come spazio sociale

Quando il sole cala, la Repubblica Dominicana si risveglia. Le famiglie escono, le strade tornano vive, i bambini giocano nei quartieri. La sera non è solo relax, ma spazio di relazione, molto più che in molte città europee.

Cenare tardi, incontrarsi senza appuntamento, fermarsi a parlare anche solo per pochi minuti fa parte di un tessuto sociale ancora fortemente comunitario.

Un adattamento necessario per gli stranieri

Per italiani ed europei residenti, adattarsi a questo ritmo è spesso una delle sfide più grandi. All’inizio si parla di inefficienza, poi di esasperazione. Col tempo, però, molti scoprono che vivere sempre di corsa non è sinonimo di vivere meglio.

Chi riesce a trovare un equilibrio tra organizzazione personale e flessibilità locale scopre un vantaggio inatteso: meno stress, più contatto umano, maggiore capacità di accettare l’imprevisto.

Non lentezza, ma un altro equilibrio

Definire il tempo dominicano come “lento” è riduttivo. È piuttosto un tempo diverso, che privilegia la vita quotidiana, il clima, le relazioni e la resilienza.
In un mondo sempre più accelerato, la Repubblica Dominicana ricorda – spesso senza volerlo – che non tutto deve correre per forza.

Un tratto di costume che divide, ma che racconta molto dell’anima del Paese e del perché, nonostante tutto, tanti decidano di restare.




Repubblica Dominicana, tra ritmo lento e sorrisi: il costume quotidiano che conquista gli italiani

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eastVivere nella Repubblica Dominicana significa entrare in un mondo dove il tempo ha un valore diverso, i rapporti umani contano più degli orologi e la quotidianità è fatta di piccoli rituali che, per molti italiani, diventano presto uno stile di vita.

Il tempo: non un nemico, ma un alleato

Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è il rapporto con il tempo. Qui la puntualità è flessibile, gli imprevisti sono parte della giornata e l’urgenza raramente prende il sopravvento. Non è disorganizzazione, ma una filosofia: prima le persone, poi il resto. Un approccio che inizialmente spiazza, ma che col tempo insegna a vivere con meno ansia.

Il saluto come forma di rispetto

In Repubblica Dominicana salutare è fondamentale. Un “buenos días” o un “¿todo bien?” non sono formule vuote, ma un vero atto di educazione e riconoscimento. Nei quartieri, nei colmado, negli uffici, il contatto umano viene prima della pratica da sbrigare. Un costume sociale che molti italiani riscoprono con piacere, ricordando un passato ormai raro anche in Italia.

Musica ovunque, senza motivo apparente

Merengue e bachata non sono solo generi musicali: sono una presenza costante. Si ascoltano nei bar, nei negozi, per strada, a volte anche negli uffici. La musica accompagna la vita quotidiana, scandisce le giornate e diventa un collante sociale. Non serve una festa: basta una radio accesa.

Tra mare, città e provincia

La vita cambia molto tra le grandi città come Santo Domingo e le località più piccole o costiere, come Las Terrenas. Nella capitale dominano traffico, rumore e ritmi più frenetici; nei centri minori prevale la dimensione comunitaria, dove tutti si conoscono e il confine tra vita privata e sociale è sottile.

Il rapporto con gli stranieri

Gli italiani sono generalmente ben visti. Considerati lavoratori, creativi e socievoli, trovano spesso porte aperte, soprattutto se dimostrano rispetto per la cultura locale. L’integrazione passa attraverso la lingua, l’umiltà e la capacità di adattarsi, più che attraverso il denaro o lo status.

Un equilibrio imperfetto ma autentico

La Repubblica Dominicana non è un paradiso senza problemi: burocrazia lenta, servizi discontinui e forti disuguaglianze sociali fanno parte della realtà quotidiana. Ma è proprio questo mix di difficoltà e umanità a renderla un luogo che lascia il segno.

Per molti italiani che vivono o frequentano l’isola, il vero lusso non è il mare o il clima, ma la possibilità di riscoprire un modo di vivere più semplice, diretto e umano. Ed è forse questo, più di ogni cartolina, il cuore autentico della Repubblica Dominicana.




Addio a Valentino: morto a 93 anni il genio della moda italiana

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valentino 1024x694Il mondo della moda è in lutto. È morto oggi, all’età di 93 anni, #Valentino Garavani, lo stilista che più di ogni altro ha incarnato l’eleganza italiana nel mondo, trasformando il suo nome in un simbolo universale di stile, lusso e perfezione formale.

Con lui se ne va non solo un grande couturier, ma un’epoca intera della moda, fatta di atelier, silenzi operosi, stoffe preziose e di un’idea quasi sacrale dell’abito come opera d’arte.

Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Garavani si forma tra Milano e Parigi, respirando fin da giovanissimo l’alta sartoria francese. Il debutto ufficiale arriva a Roma alla fine degli anni Cinquanta, ma è negli anni Sessanta che il suo nome esplode a livello internazionale.

Il “rosso Valentino”, divenuto una firma riconoscibile ovunque, è solo uno dei segni distintivi di uno stile che ha saputo unire rigore, sensualità e armonia, senza mai inseguire le mode effimere.

Valentino ha vestito regine, first lady, attrici e icone dello spettacolo. I suoi abiti hanno attraversato Oscar, incoronazioni, matrimoni reali e tappeti rossi, imponendo un’idea di femminilità sofisticata, mai urlata, lontana dagli eccessi ma sempre memorabile.

Per decenni, la maison Valentino è stata sinonimo di alta moda pura, in un mondo che cambiava rapidamente e che spesso sacrificava la qualità sull’altare della velocità.

Nel 2008 Valentino si era ritirato ufficialmente dalle scene con una sfilata-evento che sembrava un commiato definitivo. Da allora aveva scelto una vita più riservata, osservando da lontano l’evoluzione di un settore che lui stesso aveva contribuito a costruire.

La sua assenza dalle passerelle non aveva però mai intaccato la sua presenza simbolica: Valentino era già leggenda in vita.

Con la sua morte si chiude uno degli ultimi capitoli della grande moda italiana del Novecento. Resta un’eredità immensa: archivi, abiti, immagini, ma soprattutto una lezione di stile e disciplina che continuerà a ispirare stilisti, artigiani e creativi.

Per l’Italia, per gli italiani all’estero e per chiunque creda che l’eleganza sia una forma di cultura, Valentino Garavani non è stato solo uno stilista: è stato un ambasciatore silenzioso del bello italiano nel mondo.




Oggi è il Blue Monday: ecco perché è il giorno più triste dell’anno

tristezza

tristezzaOggi, 19 gennaio, è il terzo lunedì dell’anno e questo vuol dire solo una cosa: è il giorno più triste dell’anno. Meglio nota come #Blue Monday, questa giornata è il risultato di un’equazione matematica elaborata da uno psicologo dell’università di Cardiff, Cliff Arnall. Il calcolo tiene conto di parametri “universali” che possono condizionare l’umore come il meteo, il post-festività, i soldi spesi per i regali di Natale e molti altri fattori.

Ovviamente, non vi è alcuna prova scientifica o statistica di quanto affermato dall’equazione, ma giusto o sbagliato che sia, è vero che dopo il periodo natalizio si fa più fatica a tornare alla routine quotidiana.

Blue Monday – Agenzia Dire

COME SOPRAVVIVERE AL BLUE MONDAY

In Gran Bretagna, dove il Blue Monday è preso molto sul serio, gli esperti hanno stilato una lista di consigli per affrontare al meglio questa giornata ‘no’.

L’IMPORTANZA DELL’ABBIGLIAMENTO

Bisogna sforzarsi di indossare colori brillanti. Banditi il nero, il marrone, il blu scuro e tutte e 50 le sfumature di grigio. Si può optare per un bel verde, un rosso, un prugna, o un altro colore vivace in tono con la stagione invernale.

SORRIDERE SEMPRE

Anche se siamo di malumore, cerchiamo di essere cortesi e ben disposti con le persone.
Questo accorgimento non solo gioverà all’umore, ma distenderà le tensioni.

LA PAROLA D’ORDINE È MUOVERSI

Il movimento fisico in questi è il miglior modo per scaricare lo stress accumulato. In ultimo, ma non meno importante, il buon cibo. Una tavola apparecchiata in modo ricercato, alimenti freschi e sani, aiuteranno sicuramente ad andare a dormire a cuor (e stomaco) leggero.

agenzia Dire – www.dire.it




Come guidano i dominicani. Perché nella Repubblica Dominicana ci sono così tanti incidenti stradali

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motoconchoChi arriva per la prima volta nella #Repubblica Dominicana se ne accorge immediatamente: il traffico segue regole diverse da quelle europee. Clacson continui, sorpassi improvvisi, moto che compaiono all’improvviso, semafori spesso “interpretati”. A #Santo Domingo, come nei centri più piccoli o sulle strade di provincia, guidare richiede attenzione costante e una buona dose di sangue freddo.

I numeri confermano le sensazioni di chi vive o guida sull’isola: gli incidenti stradali sono una delle principali cause di morte nel Paese e collocano la Dominicana tra le nazioni con il più alto tasso di mortalità stradale dell’area caraibica.

La guida quotidiana appare spesso più istintiva che regolata. La precedenza non è sempre chiara, le corsie sono indicative e l’uso degli indicatori di direzione è sporadico. Il principio non scritto è semplice: passa chi si inserisce per primo. Questo stile non nasce per caso, ma è il risultato di anni di scarsa educazione stradale, controlli irregolari e di un aumento rapidissimo del numero di veicoli.

Un ruolo centrale lo giocano le motociclette. I motoconchos, taxi informali su due ruote, sono una presenza costante e indispensabile per milioni di persone, ma rappresentano anche uno dei principali fattori di rischio. Spesso circolano senza casco, trasportano più passeggeri del consentito e si muovono tra le auto ignorando semafori e incroci. Non a caso, la maggior parte delle vittime degli incidenti stradali sono motociclisti o passeggeri di moto.

Tra le cause più frequenti degli incidenti compaiono anche l’alcol alla guida, soprattutto nei fine settimana e nei periodi festivi, la velocità eccessiva sulle strade extraurbane e l’uso del cellulare al volante. A tutto questo si aggiunge il mancato uso delle cinture di sicurezza, ancora poco diffuso in alcune zone.

Non tutte le responsabilità, però, ricadono sui guidatori. In molte aree del Paese la segnaletica è insufficiente o poco visibile, l’illuminazione notturna carente e le condizioni dell’asfalto precarie. Buche, lavori non segnalati e animali sulla carreggiata rendono la guida particolarmente pericolosa, soprattutto di notte o con la pioggia.

Le leggi esistono e il codice della strada è chiaro, ma la loro applicazione è spesso discontinua. I controlli aumentano dopo incidenti gravi o campagne mediatiche, per poi diminuire nel tempo. Questo contribuisce a diffondere l’idea che le infrazioni siano tollerate e che il rischio di sanzioni sia limitato.

In fondo, il traffico riflette la società: adattamento, improvvisazione e capacità di cavarsela, ma anche poca pianificazione e scarso rispetto delle regole comuni. Cambiare è possibile, ma richiede educazione stradale fin dalle scuole, controlli costanti e investimenti seri nelle infrastrutture.

Guidare nella Repubblica Dominicana non è impossibile, ma significa convivere ogni giorno con l’imprevedibilità. Per gli italiani che vivono sull’isola o la visitano, la regola resta una sola: guidare sempre con prudenza, come se l’altro potesse commettere un errore in qualsiasi momento. Perché, molto spesso, è proprio quello che accade.




Dolce & Gabbana cresce in Messico e nel resto dell’America Latina

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dolcegabbanapuntovertLa casa di moda italiana Dolce & Gabbana prosegue con successo la sua strategia di gestione diretta del settore cosmetico, una scelta imprenditoriale che sta portando a risultati eccellenti anche in Messico nonostante un contesto globale complesso.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’amministratore delegato della divisione bellezza, Gianluca Toniolo, ha confermato l’obiettivo di raggiungere i 2,5 miliardi di euro di vendite al dettaglio nel 2026, grazie a un piano di espansione che tocca mercati chiave dall’America all’India.

Il motore principale di questa ascesa è il continente americano, che oggi rappresenta circa il 55% delle vendite totali del gruppo. Nonostante le sfide economiche, come l’impatto dei dazi negli Stati Uniti e la contrazione dei consumi, il marchio ha saputo reagire con vigore, registrando un incremento superiore alla media del mercato delle fragranze e posizionandosi tra i primi otto marchi del settore negli Usa.

Tuttavia, è l’America Latina a mostrare le dinamiche di sviluppo più interessanti. Come sottolinea Il Sole 24 Ore, in questa regione l’azienda ha registrato una crescita del 20%. Il risultato positivo è stato trainato in modo particolare dal Messico, insieme all’Argentina e a un Brasile in fase di ripresa, confermando l’area come uno dei pilastri fondamentali per l’aumento del fatturato globale della casa di moda.

L’innovazione rimane al centro della strategia, con il rilancio di profumi storici supportati da campagne pubblicitarie con protagonisti d’eccezione, come la cantante Madonna, e l’espansione nelle linee di trucco e prodotti per la cura della pelle. Queste novità hanno permesso di allargare la base di consumatori, ottenendo riscontri positivi non solo nei mercati occidentali ma anche in Medio Oriente.

Guardando al futuro prossimo, il progetto di espansione prevede l’apertura di numerose boutique dedicate esclusivamente alla bellezza. Il piano triennale include inaugurazioni strategiche proprio in America Latina: oltre a sei punti vendita previsti in Brasile, l’azienda ha programmato l’apertura di due nuovi negozi specifici in Messico, consolidando ulteriormente la sua presenza fisica nel territorio.

Foto: guia.melhoresdestinos.com.br

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