Ahorita: quando il tempo, nella Repubblica Dominicana, smette di avere fretta

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city street historic buildings clock towerChi arriva per la prima volta nella Repubblica Dominicana lo nota subito: il tempo ha un altro ritmo. Non è solo una sensazione legata al clima o al mare, ma un vero e proprio modo di vivere, che sorprende, disorienta e alla fine – spesso – conquista.

“Ahorita”: una parola, una filosofia

Una delle prime parole che gli stranieri imparano è ahorita. Letteralmente significa “tra poco”, ma nella pratica può voler dire subito, più tardi, domani o chissà quando.
Non è disorganizzazione: è un approccio culturale in cui le relazioni contano più dell’orologio e l’urgenza è spesso relativa.

Per un europeo, abituato a scadenze rigide e orari precisi, può essere frustrante. Per un dominicano, invece, è normale adattarsi alle circostanze, al caldo, agli imprevisti, alle persone.

La pausa invisibile del pomeriggio

Nelle ore centrali della giornata, soprattutto fuori dai grandi uffici e dalle zone turistiche, il Paese sembra rallentare. Negozi semiaperti, strade più silenziose, attività che riprendono con calma nel tardo pomeriggio.
Non esiste una “siesta” ufficiale come in altri Paesi, ma c’è una pausa non dichiarata, dettata dal sole, dall’umidità e da una saggezza pratica: forzare i ritmi non serve.

È anche il momento dei colmados, piccoli negozi di quartiere che diventano punti di incontro: musica bassa, chiacchiere, una bibita fredda. La vita sociale passa da lì.

La sera come spazio sociale

Quando il sole cala, la Repubblica Dominicana si risveglia. Le famiglie escono, le strade tornano vive, i bambini giocano nei quartieri. La sera non è solo relax, ma spazio di relazione, molto più che in molte città europee.

Cenare tardi, incontrarsi senza appuntamento, fermarsi a parlare anche solo per pochi minuti fa parte di un tessuto sociale ancora fortemente comunitario.

Un adattamento necessario per gli stranieri

Per italiani ed europei residenti, adattarsi a questo ritmo è spesso una delle sfide più grandi. All’inizio si parla di inefficienza, poi di esasperazione. Col tempo, però, molti scoprono che vivere sempre di corsa non è sinonimo di vivere meglio.

Chi riesce a trovare un equilibrio tra organizzazione personale e flessibilità locale scopre un vantaggio inatteso: meno stress, più contatto umano, maggiore capacità di accettare l’imprevisto.

Non lentezza, ma un altro equilibrio

Definire il tempo dominicano come “lento” è riduttivo. È piuttosto un tempo diverso, che privilegia la vita quotidiana, il clima, le relazioni e la resilienza.
In un mondo sempre più accelerato, la Repubblica Dominicana ricorda – spesso senza volerlo – che non tutto deve correre per forza.

Un tratto di costume che divide, ma che racconta molto dell’anima del Paese e del perché, nonostante tutto, tanti decidano di restare.




Repubblica Dominicana, tra ritmo lento e sorrisi: il costume quotidiano che conquista gli italiani

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eastVivere nella Repubblica Dominicana significa entrare in un mondo dove il tempo ha un valore diverso, i rapporti umani contano più degli orologi e la quotidianità è fatta di piccoli rituali che, per molti italiani, diventano presto uno stile di vita.

Il tempo: non un nemico, ma un alleato

Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è il rapporto con il tempo. Qui la puntualità è flessibile, gli imprevisti sono parte della giornata e l’urgenza raramente prende il sopravvento. Non è disorganizzazione, ma una filosofia: prima le persone, poi il resto. Un approccio che inizialmente spiazza, ma che col tempo insegna a vivere con meno ansia.

Il saluto come forma di rispetto

In Repubblica Dominicana salutare è fondamentale. Un “buenos días” o un “¿todo bien?” non sono formule vuote, ma un vero atto di educazione e riconoscimento. Nei quartieri, nei colmado, negli uffici, il contatto umano viene prima della pratica da sbrigare. Un costume sociale che molti italiani riscoprono con piacere, ricordando un passato ormai raro anche in Italia.

Musica ovunque, senza motivo apparente

Merengue e bachata non sono solo generi musicali: sono una presenza costante. Si ascoltano nei bar, nei negozi, per strada, a volte anche negli uffici. La musica accompagna la vita quotidiana, scandisce le giornate e diventa un collante sociale. Non serve una festa: basta una radio accesa.

Tra mare, città e provincia

La vita cambia molto tra le grandi città come Santo Domingo e le località più piccole o costiere, come Las Terrenas. Nella capitale dominano traffico, rumore e ritmi più frenetici; nei centri minori prevale la dimensione comunitaria, dove tutti si conoscono e il confine tra vita privata e sociale è sottile.

Il rapporto con gli stranieri

Gli italiani sono generalmente ben visti. Considerati lavoratori, creativi e socievoli, trovano spesso porte aperte, soprattutto se dimostrano rispetto per la cultura locale. L’integrazione passa attraverso la lingua, l’umiltà e la capacità di adattarsi, più che attraverso il denaro o lo status.

Un equilibrio imperfetto ma autentico

La Repubblica Dominicana non è un paradiso senza problemi: burocrazia lenta, servizi discontinui e forti disuguaglianze sociali fanno parte della realtà quotidiana. Ma è proprio questo mix di difficoltà e umanità a renderla un luogo che lascia il segno.

Per molti italiani che vivono o frequentano l’isola, il vero lusso non è il mare o il clima, ma la possibilità di riscoprire un modo di vivere più semplice, diretto e umano. Ed è forse questo, più di ogni cartolina, il cuore autentico della Repubblica Dominicana.




Addio a Valentino: morto a 93 anni il genio della moda italiana

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valentino 1024x694Il mondo della moda è in lutto. È morto oggi, all’età di 93 anni, #Valentino Garavani, lo stilista che più di ogni altro ha incarnato l’eleganza italiana nel mondo, trasformando il suo nome in un simbolo universale di stile, lusso e perfezione formale.

Con lui se ne va non solo un grande couturier, ma un’epoca intera della moda, fatta di atelier, silenzi operosi, stoffe preziose e di un’idea quasi sacrale dell’abito come opera d’arte.

Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Garavani si forma tra Milano e Parigi, respirando fin da giovanissimo l’alta sartoria francese. Il debutto ufficiale arriva a Roma alla fine degli anni Cinquanta, ma è negli anni Sessanta che il suo nome esplode a livello internazionale.

Il “rosso Valentino”, divenuto una firma riconoscibile ovunque, è solo uno dei segni distintivi di uno stile che ha saputo unire rigore, sensualità e armonia, senza mai inseguire le mode effimere.

Valentino ha vestito regine, first lady, attrici e icone dello spettacolo. I suoi abiti hanno attraversato Oscar, incoronazioni, matrimoni reali e tappeti rossi, imponendo un’idea di femminilità sofisticata, mai urlata, lontana dagli eccessi ma sempre memorabile.

Per decenni, la maison Valentino è stata sinonimo di alta moda pura, in un mondo che cambiava rapidamente e che spesso sacrificava la qualità sull’altare della velocità.

Nel 2008 Valentino si era ritirato ufficialmente dalle scene con una sfilata-evento che sembrava un commiato definitivo. Da allora aveva scelto una vita più riservata, osservando da lontano l’evoluzione di un settore che lui stesso aveva contribuito a costruire.

La sua assenza dalle passerelle non aveva però mai intaccato la sua presenza simbolica: Valentino era già leggenda in vita.

Con la sua morte si chiude uno degli ultimi capitoli della grande moda italiana del Novecento. Resta un’eredità immensa: archivi, abiti, immagini, ma soprattutto una lezione di stile e disciplina che continuerà a ispirare stilisti, artigiani e creativi.

Per l’Italia, per gli italiani all’estero e per chiunque creda che l’eleganza sia una forma di cultura, Valentino Garavani non è stato solo uno stilista: è stato un ambasciatore silenzioso del bello italiano nel mondo.




Oggi è il Blue Monday: ecco perché è il giorno più triste dell’anno

tristezza

tristezzaOggi, 19 gennaio, è il terzo lunedì dell’anno e questo vuol dire solo una cosa: è il giorno più triste dell’anno. Meglio nota come #Blue Monday, questa giornata è il risultato di un’equazione matematica elaborata da uno psicologo dell’università di Cardiff, Cliff Arnall. Il calcolo tiene conto di parametri “universali” che possono condizionare l’umore come il meteo, il post-festività, i soldi spesi per i regali di Natale e molti altri fattori.

Ovviamente, non vi è alcuna prova scientifica o statistica di quanto affermato dall’equazione, ma giusto o sbagliato che sia, è vero che dopo il periodo natalizio si fa più fatica a tornare alla routine quotidiana.

Blue Monday – Agenzia Dire

COME SOPRAVVIVERE AL BLUE MONDAY

In Gran Bretagna, dove il Blue Monday è preso molto sul serio, gli esperti hanno stilato una lista di consigli per affrontare al meglio questa giornata ‘no’.

L’IMPORTANZA DELL’ABBIGLIAMENTO

Bisogna sforzarsi di indossare colori brillanti. Banditi il nero, il marrone, il blu scuro e tutte e 50 le sfumature di grigio. Si può optare per un bel verde, un rosso, un prugna, o un altro colore vivace in tono con la stagione invernale.

SORRIDERE SEMPRE

Anche se siamo di malumore, cerchiamo di essere cortesi e ben disposti con le persone.
Questo accorgimento non solo gioverà all’umore, ma distenderà le tensioni.

LA PAROLA D’ORDINE È MUOVERSI

Il movimento fisico in questi è il miglior modo per scaricare lo stress accumulato. In ultimo, ma non meno importante, il buon cibo. Una tavola apparecchiata in modo ricercato, alimenti freschi e sani, aiuteranno sicuramente ad andare a dormire a cuor (e stomaco) leggero.

agenzia Dire – www.dire.it




Come guidano i dominicani. Perché nella Repubblica Dominicana ci sono così tanti incidenti stradali

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motoconchoChi arriva per la prima volta nella #Repubblica Dominicana se ne accorge immediatamente: il traffico segue regole diverse da quelle europee. Clacson continui, sorpassi improvvisi, moto che compaiono all’improvviso, semafori spesso “interpretati”. A #Santo Domingo, come nei centri più piccoli o sulle strade di provincia, guidare richiede attenzione costante e una buona dose di sangue freddo.

I numeri confermano le sensazioni di chi vive o guida sull’isola: gli incidenti stradali sono una delle principali cause di morte nel Paese e collocano la Dominicana tra le nazioni con il più alto tasso di mortalità stradale dell’area caraibica.

La guida quotidiana appare spesso più istintiva che regolata. La precedenza non è sempre chiara, le corsie sono indicative e l’uso degli indicatori di direzione è sporadico. Il principio non scritto è semplice: passa chi si inserisce per primo. Questo stile non nasce per caso, ma è il risultato di anni di scarsa educazione stradale, controlli irregolari e di un aumento rapidissimo del numero di veicoli.

Un ruolo centrale lo giocano le motociclette. I motoconchos, taxi informali su due ruote, sono una presenza costante e indispensabile per milioni di persone, ma rappresentano anche uno dei principali fattori di rischio. Spesso circolano senza casco, trasportano più passeggeri del consentito e si muovono tra le auto ignorando semafori e incroci. Non a caso, la maggior parte delle vittime degli incidenti stradali sono motociclisti o passeggeri di moto.

Tra le cause più frequenti degli incidenti compaiono anche l’alcol alla guida, soprattutto nei fine settimana e nei periodi festivi, la velocità eccessiva sulle strade extraurbane e l’uso del cellulare al volante. A tutto questo si aggiunge il mancato uso delle cinture di sicurezza, ancora poco diffuso in alcune zone.

Non tutte le responsabilità, però, ricadono sui guidatori. In molte aree del Paese la segnaletica è insufficiente o poco visibile, l’illuminazione notturna carente e le condizioni dell’asfalto precarie. Buche, lavori non segnalati e animali sulla carreggiata rendono la guida particolarmente pericolosa, soprattutto di notte o con la pioggia.

Le leggi esistono e il codice della strada è chiaro, ma la loro applicazione è spesso discontinua. I controlli aumentano dopo incidenti gravi o campagne mediatiche, per poi diminuire nel tempo. Questo contribuisce a diffondere l’idea che le infrazioni siano tollerate e che il rischio di sanzioni sia limitato.

In fondo, il traffico riflette la società: adattamento, improvvisazione e capacità di cavarsela, ma anche poca pianificazione e scarso rispetto delle regole comuni. Cambiare è possibile, ma richiede educazione stradale fin dalle scuole, controlli costanti e investimenti seri nelle infrastrutture.

Guidare nella Repubblica Dominicana non è impossibile, ma significa convivere ogni giorno con l’imprevedibilità. Per gli italiani che vivono sull’isola o la visitano, la regola resta una sola: guidare sempre con prudenza, come se l’altro potesse commettere un errore in qualsiasi momento. Perché, molto spesso, è proprio quello che accade.




Dolce & Gabbana cresce in Messico e nel resto dell’America Latina

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dolcegabbanapuntovertLa casa di moda italiana Dolce & Gabbana prosegue con successo la sua strategia di gestione diretta del settore cosmetico, una scelta imprenditoriale che sta portando a risultati eccellenti anche in Messico nonostante un contesto globale complesso.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, l’amministratore delegato della divisione bellezza, Gianluca Toniolo, ha confermato l’obiettivo di raggiungere i 2,5 miliardi di euro di vendite al dettaglio nel 2026, grazie a un piano di espansione che tocca mercati chiave dall’America all’India.

Il motore principale di questa ascesa è il continente americano, che oggi rappresenta circa il 55% delle vendite totali del gruppo. Nonostante le sfide economiche, come l’impatto dei dazi negli Stati Uniti e la contrazione dei consumi, il marchio ha saputo reagire con vigore, registrando un incremento superiore alla media del mercato delle fragranze e posizionandosi tra i primi otto marchi del settore negli Usa.

Tuttavia, è l’America Latina a mostrare le dinamiche di sviluppo più interessanti. Come sottolinea Il Sole 24 Ore, in questa regione l’azienda ha registrato una crescita del 20%. Il risultato positivo è stato trainato in modo particolare dal Messico, insieme all’Argentina e a un Brasile in fase di ripresa, confermando l’area come uno dei pilastri fondamentali per l’aumento del fatturato globale della casa di moda.

L’innovazione rimane al centro della strategia, con il rilancio di profumi storici supportati da campagne pubblicitarie con protagonisti d’eccezione, come la cantante Madonna, e l’espansione nelle linee di trucco e prodotti per la cura della pelle. Queste novità hanno permesso di allargare la base di consumatori, ottenendo riscontri positivi non solo nei mercati occidentali ma anche in Medio Oriente.

Guardando al futuro prossimo, il progetto di espansione prevede l’apertura di numerose boutique dedicate esclusivamente alla bellezza. Il piano triennale include inaugurazioni strategiche proprio in America Latina: oltre a sei punti vendita previsti in Brasile, l’azienda ha programmato l’apertura di due nuovi negozi specifici in Messico, consolidando ulteriormente la sua presenza fisica nel territorio.

Foto: guia.melhoresdestinos.com.br

puntodincontro.mx




​​​​​​​Vecchie tradizioni di gennaio: i giorni più freddi dell’anno, i Giorni della Merla

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sin títuloL’inverno è il momento in cui in la natura si ferma, il tempo rallenta e le antiche tradizioni tornano a raccontare storie che affondano le radici nella nostra cultura popolare. Tra queste, una delle più affascinanti riguarda i cosiddetti “Giorni della Merla”, ovvero gli ultimi tre giorni di #gennaio (29, 30 e 31 gennaio), considerati i più freddi dell’anno.

Ma da dove nasce questa credenza? Quali sono le leggende che la accompagnano? E soprattutto, come possiamo affrontare il gelo con il conforto della buona tavola? Scopriamolo insieme!

Le origini dei Giorni della Merla: tra storia e leggenda

L’origine dell’espressione “Giorni della Merla” è avvolta nel mistero, ma nel corso dei secoli sono nate diverse leggende popolari per spiegare il significato di questa credenza.

La leggenda della merla e il camino

Una delle storie più famose racconta di una merla dal candido piumaggio bianco che, insieme ai suoi piccoli, cercava riparo dal gelo di gennaio. Per sfuggire al freddo pungente, si rifugiò in un camino, rimanendo nascosta per tre giorni. Quando il gelo finalmente si attenuò, la merla e i suoi piccoli uscirono, ma il fumo aveva annerito le loro piume, che rimasero nere per sempre.

Una spiegazione meteorologica?

Molti credono che i Giorni della Merla abbiano un fondo di verità meteorologica. In effetti, a cavallo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio si registrano spesso ondate di freddo intenso, seguite da un progressivo rialzo delle temperature.La leggenda del Po e la “Merla”

Un’altra teoria suggerisce che l’origine del nome sia legata a un evento storico: secondo alcune fonti, nel XVIII secolo, un cannone chiamato “La Merla” doveva essere trasportato oltre il fiume Po durante un inverno particolarmente rigido. Solo grazie al ghiaccio che aveva solidificato il fiume fu possibile attraversarlo nei giorni più freddi di gennaio.

Come affrontare i giorni più freddi con i sapori della tradizione

Quando il freddo dell’inverno si fa più pungente, non c’è niente di meglio che coccolarsi con piatti caldi e confortanti. E proprio come facevano i nostri nonni nei Giorni della Merla, anche noi possiamo riscaldarci con ricette della tradizione italiana, perfette per queste giornate.

1. Zuppe e minestre: il calore della tradizione

Le zuppe e le minestre sono protagoniste dell’inverno. In particolare, alcune ricette tradizionali sono perfette per affrontare il gelo:
Zuppa di legumi e cereali: un mix nutriente di ceci, lenticchie, fagioli e orzo, arricchito con erbe aromatiche e un filo di olio extravergine d’oliva.
Minestra di farro e patate: un piatto tipico delle regioni appenniniche, nutriente e dal sapore avvolgente.
Passato di verdure con crostini di pane: una soluzione leggera ma saporita, ottima con pane casereccio tostato.

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2. Polenta: il comfort food dell’inverno

La polenta è un piatto simbolo delle regioni settentrionali, perfetta per scaldare il corpo nelle giornate più fredde. Le versioni più amate includono:
Polenta concia: con burro di malga e formaggi fusi, come il gorgonzola o il taleggio.
Polenta e brasato: un abbinamento classico, con carne cotta a lungo nel vino rosso.
Polenta e funghi porcini: un piatto dal sapore rustico e avvolgente, perfetto con un bicchiere di vino rosso strutturato.

3. Salumi e formaggi: il piacere della montagna

Nei giorni più freddi dell’anno, la tradizione ci insegna a gustare i sapori decisi dei prodotti di montagna.
Formaggi stagionati: dal Parmigiano Reggiano dop al Castelmagno, ideali per taglieri ricchi di gusto.
Salumi tipici: come il lardo di Colonnata igp, il capocollo calabrese e la bresaola valtellinese.
Abbinamento perfetto? Un vino rosso corposo come il Barolo docg o l’Amarone docg

4. Dolci tradizionali per riscaldare il cuore

Infine, l’inverno non è completo senza un tocco di dolcezza. Ecco alcune prelibatezze ideali per le giornate più fredde:
Torta di nocciole e cioccolato: un classico della pasticceria piemontese, perfetto con un bicchiere di Vin Santo.
Biscotti di frolla al burro: fragranti e irresistibili, da gustare con una tazza di tè caldo o cioccolata calda.
Vin Brulé: la bevanda simbolo dell’inverno, con spezie profumate e agrumi.

Tradizioni, cibo e calore familiare

I Giorni della Merla ci ricordano che l’inverno è anche un momento di condivisione, calore e tradizioni da tramandare. Le vecchie usanze ci insegnano a valorizzare i prodotti della nostra terra, a riscaldarci con i sapori autentici e a celebrare il legame tra cibo e cultura.

E allora, quale modo migliore per affrontare il freddo se non con una tavola imbandita di piatti genuini?

da spaghettiemandolino.it




È arrivata la Befana. Come si festeggia l’Epifania nel mondo?

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Il giorno dell’Epifania tutte le feste porta via. “Cara Befana – scriveva Gianni Rodari – prendi un trenino che fermi a casa d’ogni bambino. Che fermi alle case dei poveretti con tanti doni e tanti confetti“. Già, tanti confetti ma anche tanta cioccolata. Quella che aspettano con ansia i bambini italiani, o almeno quelli che si sono comportati bene. Per chi, invece, ha fatto qualche capriccio, ecco che nella calza è pronto a finire un pezzetto di carbone.

E se in Italia l’Epifania si celebra proprio nell’attesa della vecchina sulla sua magica scopa, nella tradizione cristiana e in altri Paesi il 6 gennaio si festeggia mettendo al centro i Re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.

LA TRADIZIONE IN AUSTRIA, GERMANIA E PORTOGALLO

In Austria si è soliti scrivere un messaggio sull’architrave della porta di casa, ricordando che quel giorno i Re Magi fecero visita al Bambino Gesù. Un messaggio che funge anche da protezione per l’anno che verrà.

La Germania non rivolge particolare attenzione al 6 gennaio, noto come ‘Dreikönigstag’, il Giorno dei Tre Re. Non sono i bambini a ricevere i regali o i dolci, anzi sono sono proprio loro a chiedere ai propri genitori di fare doni ai bimbi più bisognosi.

In Portogallo la sera del 5 gennaio gruppi di persone visitano le case intonando le ‘janeiras’, famosi canti che commemorano il Natale.

I FESTEGGIAMENTI IN IRLANDA, FRANCIA E SPAGNA

In Irlanda il 6 gennaio è conosciuto come il ‘Natale delle donne’, che in questo giorno hanno il loro giorno libero, mentre gli uomini si occupano della cucina e dei lavori domestici.

In Francia si degusta la ‘Galette de Rois’, un dolce di pasta sfoglia, di forma rotonda, sul quale viene adagiata una corona di carta. La tradizione vuole che il più giovane dei presenti si sieda sotto il tavolo mentre il più anziano taglia il dolce in parti uguali. Una della porzioni contiene una sorpresa. Una volta tagliata la torta, il più giovane, bendato, sceglierà chi mangerà ogni fetta. La persona che riceverà il pezzo di Galette con la sorpresa sarà re per un giorno e avrà l’onore di indossare la corona.

La Spagna celebra los Reyes Magos mangiando il famoso ‘Roscón de Reyes’, dolce ripieno di frutta candita e noci, accompagnato da un buon vino. Prima di andare a dormire, i bambini lasciano ai Re Magi un bicchiere o una ciotola con acqua, latte e torrone in attesa del loro arrivo.

I RE MAGI IN ARGENTINA, PERU’ E MESSICO

Una cosa simile accade in Argentina, dove i bimbi mettono le proprie scarpe accanto alla mangiatoia o al presepe per ricevere i regali il giorno successivo. È tradizione lasciare acqua e cibo per i re e i loro cammelli.

In Perù si tiene la ‘Bajada de Reyes’, una festa di famiglia durante cui le immagini dei Re Magi vengono poste nel presepe ai piedi del bambino Gesù. Il presepe viene poi smontato per utilizzarlo il Natale successivo.

La tradizione del 6 gennaio è davvero molto sentita anche in Messico. In onore dei Re Magi viene infatti realizzata una Rosca de Reyes di un chilometro e mezzo. Ogni anno folle di persone si riuniscono a Città del Messico per assaggiare questa ciambella dolce.

ag Dire – www.dire.it




Perché la Befana… è vestita alla romana?

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7add5feb3aa73f38dd573ecb795930c1Un’ipotesi suggestiva è quella che collega la Befana con una festa romana, che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e di Strenia (da cui deriva il termine “strenna”) e durante la quale si scambiavano i regali. Infatti una nota filastrocca recita”…col vestito alla romana, viva viva la Befana!”.
Il termine “befana”, molto spesso usato scherzosamente per indicare una donna non proprio bellissima, deriva dalla corruzione di Epifania, cioè della manifestazione del Salvatore ai Magi, alla quale festività religiosa la figura della Befana è collegata.
A differenza delle streghe, la befana è spesso sorridente e ha una borsa o un sacco pieno di dolcetti, regali, caramelle e quant’altro “fa gola” ai più piccoli. Secondo un racconto popolare, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia.
Nonostante i tre insistessero affinchè li seguisse per far visita al nuovo arrivo, l’anziana non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Cosi si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.
dalla pagina Facebook di Roma mia



Cenone di Capodanno: cosa portano in tavola gli italiani, in patria e all’estero

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d241e920 79d2 4a66 90e6 5de02fdd03dcIl cenone di Capodanno resta uno dei riti più sentiti dagli italiani, ovunque si trovino. Che sia in famiglia, tra amici o in piccoli gruppi di connazionali all’estero, la tavola diventa il vero centro della festa, molto più dei fuochi d’artificio o delle luci di mezzanotte.

La tavola della tradizione in Italia

In patria, il cenone segue ancora schemi ben riconoscibili, anche se adattati ai tempi moderni.

Tra i grandi classici non mancano mai:

  • lenticchie e cotechino o zampone, simbolo di prosperità;

  • antipasti misti: salumi, formaggi, crostini, insalate di mare;

  • primi piatti importanti, come lasagne, risotti o paste al forno;

  • dolci tradizionali, dal panettone al pandoro, spesso accompagnati da creme fatte in casa.

Negli ultimi anni si nota una tendenza più sobria: porzioni ridotte, meno piatti ma più curati, attenzione alla qualità più che all’abbondanza.

Il Capodanno degli italiani all’estero

Per gli italiani che vivono fuori dal Paese, il cenone è soprattutto un gesto di memoria. Non sempre è possibile replicare la cucina di casa, ma quasi tutti cercano almeno un simbolo.

All’estero compaiono spesso:

  • adattamenti locali dei piatti italiani;

  • ingredienti sostitutivi, quando quelli originali non si trovano;

  • cene miste, dove la tradizione italiana incontra quella del Paese ospitante.

In molti casi, il cenone diventa più semplice ma più intimo, con pochi piatti “sentimentali” che contano più del menù completo.

Meglio in casa o al ristorante?

La scelta divide gli italiani, in patria come all’estero.

A casa:

  • più intimità;

  • libertà di orari;

  • possibilità di mantenere le tradizioni familiari;

  • costi più contenuti.

Al ristorante:

  • zero stress;

  • atmosfera festosa;

  • menù studiati per l’occasione;

  • occasione sociale, soprattutto per chi vive solo o lontano dalla famiglia.

Negli ultimi anni cresce la preferenza per soluzioni ibride: cene in casa e brindisi fuori, oppure piccoli ristoranti informali al posto dei grandi veglioni.

Una festa che cambia, ma resta

Che sia in Italia, in Europa, nelle Americhe o ai Caraibi, il cenone di Capodanno resta un momento di condivisione. Cambiano i luoghi, i gusti e le abitudini, ma resta il bisogno di sedersi a tavola, brindare e augurarsi che l’anno che arriva sia, almeno un po’, migliore di quello che se ne va.