Moda di Capodanno: perché ci vestiamo di rosso (e cosa significa davvero)

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02f71529 ad12 49a5 a835 d9bb3f927ca4La notte di Capodanno è una delle poche occasioni in cui anche chi non ama la moda sceglie con cura cosa indossare. In Italia, il colore simbolo resta il rosso.

Le origini del rosso

L’usanza risale all’epoca romana: il rosso era simbolo di vita, forza e protezione contro la sfortuna. Nel tempo, è diventato un colore legato alla prosperità e alla passione.

Non solo rosso

Negli ultimi anni, soprattutto tra gli italiani all’estero, stanno emergendo nuove tendenze simboliche:

  • Bianco: nuovi inizi, leggerezza, pace interiore.

  • Oro: successo e stabilità economica.

  • Nero elegante: chiusura di un ciclo e controllo.

Il Capodanno degli expat

Chi vive in Paesi tropicali o caldi spesso reinventa il dress code: meno abiti eleganti, più semplicità, ma senza rinunciare a un dettaglio simbolico. Anche un piccolo elemento rosso diventa un modo per sentirsi parte di una tradizione che viaggia con noi.




Curiosità di fine anno: perché il 31 dicembre è diverso da tutti gli altri giorni

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71e47498 fbd5 4fc1 8cf5 108ba20a2d18Ogni fine anno porta con sé una lista di buoni propositi: mangiare meglio, fare sport, smettere di fumare, essere più felici. Eppure, secondo varie ricerche, oltre il 70% di questi progetti viene abbandonato entro febbraio.

Il problema non è la volontà

Il vero errore è che i buoni propositi sono spesso:

  • troppo generici (“cambierò vita”);

  • troppo ambiziosi;

  • legati a modelli imposti dall’esterno.

Un approccio più realistico

Gli psicologi suggeriscono di trasformare i buoni propositi in micro-obiettivi, misurabili e concreti. Non “scriverò un libro”, ma “scriverò 15 minuti al giorno”. Non “farò sport”, ma “camminerò tre volte a settimana”.

Italiani nel mondo: obiettivi diversi

Per chi vive all’estero, i propositi di fine anno spesso ruotano attorno a:

  • stabilità economica;

  • salute;

  • mantenere legami con la famiglia lontana;

  • trovare un equilibrio tra integrazione e identità.

A volte, più che cambiare tutto, il vero proposito è resistere.




San Silvestro: il Capodanno italiano tra storia, riti e tradizioni nel mondo

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7e261f65 8e47 4308 a1d7 eb2c4ad3d135La notte di San Silvestro, che segna il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo, è uno dei momenti più simbolici del calendario italiano. Un confine sottile tra ciò che è stato e ciò che sarà, carico di riti, superstizioni, convivialità e speranza. Ma chi era davvero San Silvestro? E come vivono questa ricorrenza gli italiani all’estero, lontani dalla loro terra ma non dalle loro tradizioni?

Chi era San Silvestro

San Silvestro I fu papa dal 314 al 335 d.C., in un momento cruciale per la storia della Chiesa. Il suo pontificato coincise con il regno dell’imperatore Costantino e con la fine delle persecuzioni contro i cristiani. Anche se la sua figura è avvolta da elementi leggendari, San Silvestro è ricordato come il papa della pace e della transizione: non a caso, il suo nome è legato simbolicamente alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro.

Il 31 dicembre, giorno della sua morte, è diventato nel tempo sinonimo di Capodanno, molto più del primo gennaio stesso.

Le tradizioni italiane: tra rito e superstizione

In Italia, la notte di San Silvestro è un concentrato di gesti simbolici che si ripetono di generazione in generazione:

  • Lenticchie: mangiarle allo scoccare della mezzanotte è un augurio di prosperità e abbondanza, perché ricordano piccole monete.

  • Biancheria rossa: indossata come segno di buon auspicio, fortuna e vitalità.

  • Fuochi d’artificio: per scacciare gli spiriti negativi e “fare rumore” contro la sfortuna.

  • Brindisi di mezzanotte: spesso con spumante o prosecco, accompagnato da abbracci e buoni propositi.

In molte regioni resistono anche usanze più antiche, come buttare oggetti vecchi (oggi solo simbolicamente) per liberarsi del passato e fare spazio al nuovo.

San Silvestro degli italiani nel mondo

Per gli italiani all’estero, San Silvestro assume un significato ancora più profondo. È una festa che unisce memoria e identità. Che si trovino in Europa, nelle Americhe o nei Caraibi, molti italiani cercano di ricreare almeno un frammento della notte di casa: un piatto tradizionale, una chiamata ai familiari, un brindisi “in italiano”.

Nelle comunità italiane all’estero:

  • le cene tra connazionali sostituiscono spesso i grandi veglioni;

  • il fuso orario costringe a festeggiare due volte: prima con l’Italia, poi con il Paese che ospita;

  • il Capodanno diventa un momento di riflessione personale, soprattutto per chi vive da anni lontano.

In luoghi come la Repubblica Dominicana, San Silvestro si fonde con il clima tropicale e con le tradizioni locali, ma conserva un cuore profondamente italiano: la tavola, il racconto, la nostalgia, la speranza.

Un rito che resiste

In un mondo sempre più veloce e globalizzato, San Silvestro resta uno dei pochi riti collettivi ancora condivisi. Cambiano le modalità, i luoghi, le abitudini, ma resta il bisogno umano di fermarsi un attimo, guardare indietro e augurarsi che l’anno che viene sia migliore.

Per gli italiani, ovunque si trovino, la notte di San Silvestro non è solo una festa: è un modo per sentirsi ancora parte di una storia comune.




Los Angeles: Consolato Generale e Iic celebrano la prima Giornata della Moda Italiana nel Mondo

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24goldengooseIl Consolato Generale d’Italia a Los Angeles ha promosso di recente una serata dedicata alla moda e alla creatività italiana con Golden Goose, nell’ambito delle prime Giornate della Moda Italiana nel Mondo (GMIM), nuova iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’Agenzia ICE e le principali associazioni italiane del settore moda.
L’evento, tenutosi presso l’Istituto Italiano di Cultura, ha previsto una conversazione con Mauro Maggioni, nuovo amministratore delegato per le Americhe di Golden Goose, moderata da Dennita Sewell, direttrice del Fashion Resource Center di ASU FIDM. I partecipanti – studenti, giovani professionisti, membri della comunità locale del fashion e del design, e rappresentanti della rete imprenditoriale italiana a Los Angeles – hanno esplorato l’evoluzione di Golden Goose, da marchio indipendente nato a Venezia e fondato sulla tradizione artigianale italiana, a realtà globale di nuova generazione che promuove uno stile “perfectly imperfect”, autentico e profondamente personale.
Il programma ha incluso anche una speciale attività di co-creation a tema natalizio con gli artigiani del marchio, i “Dream Makers”. La co-creation è un’esperienza di personalizzazione offerta da Golden Goose in tutti i punti vendita e online, che permette ai clienti di esprimere creatività e realizzare pezzi unici. I partecipanti hanno potuto vivere in prima persona i processi artigianali del brand, come la serigrafia di poster e la co-creation di bandane, come ricordo della serata.
Le Giornate della Moda Italiana nel Mondo rappresentano un elemento chiave della strategia italiana di Diplomazia della Crescita, che utilizza settori di eccellenza – moda, design e lifestyle – per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane e rafforzare i legami economici e culturali con i Paesi partner.
L’industria italiana della moda e del tessile comprende oltre 50.000 aziende, genera più di 96 miliardi di euro di fatturato e oltre 65 miliardi di euro di esportazioni, quasi il 10% del totale delle esportazioni italiane. Questi dati sottolineano il ruolo centrale del settore, non solo come simbolo culturale, ma anche come motore strategico delle relazioni economiche con gli Stati Uniti.
“La moda italiana non è solo una delle espressioni creative più ammirate; è anche un pilastro strategico della nostra economia e un potente strumento di diplomazia”, ha commentato la console generale d’Italia a Los Angeles, Raffaella Valentini. “Attraverso la moda, l’Italia condivide valori come artigianalità, bellezza, qualità e innovazione, e quella capacità unica di coniugare tradizione e modernità. Ospitare questo evento qui a Los Angeles, con un marchio come Golden Goose, ci ricorda il ruolo straordinario della moda nel connettere i nostri due Paesi, non solo attraverso lo stile, ma anche tramite valori, storie e visioni creative condivise”.
“All’Istituto ci impegniamo a presentare l’Italia non solo attraverso il patrimonio, ma anche attraverso la vitalità della creatività contemporanea”, ha evidenziato Emanuele Amendola, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. “Serate come questa ci ricordano che la moda è, in ogni senso, cultura: un modo per leggere il mondo, esprimere identità e immaginare nuove possibilità. Riunire studenti, docenti come Dennita Sewell e professionisti del settore creativo rende questo dialogo ancora più significativo. Attraverso questi scambi, la moda rivela il suo scopo più profondo: aiutarci a riflettere su chi siamo, come ci relazioniamo e come la creatività possa rimanere umana, responsabile e proiettata al futuro in un mondo in rapido cambiamento”.
Come ha sottolineato Mauro Maggioni, “l’etica del “perfect imperfection” di Golden Goose nasce dalla convinzione italiana di preservare l’artigianalità tradizionale con autenticità, esperienze condivise e connessione umana. Questo momento insieme ne sottolinea la profondità e il significato, celebrando la moda italiana con sincera passione e apprezzamento”. (aise)




Pranzo di Santo Stefano, a tavola scatta il ‘rito degli avanzi’ per l’84% delle famiglie

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Con quasi due italiani su tre che ritengono molto importante ridurre lo spreco alimentare soprattutto durante le feste, scatta

Con quasi due italiani su tre che ritengono molto importante ridurre lo spreco alimentare soprattutto durante le feste, scatta a Santo Stefano il ‘rito’ degli avanzi, con l’84% delle famiglie che porterà in tavola quello che non è stato consumato nella due giorni precedente, tra vigilia e pranzo di Natale. Ad affermarlo è un’indagine Coldiretti/Ixe’ che evidenzia come la sensibilità ambientale dei cittadini aumenti durante le festività, quando è maggiore il rischio di buttare nel bidone i cibi, solitamente cucinati in maniera più abbondante del solito per celebrare adeguatamente l’appuntamento con amici e parenti. Visto che solo nel 9% delle case si è consumato tutto, l’obiettivo è evitare di gettare pietanze già preparate che, secondo una stima di Coldiretti, valgono circa mezzo miliardo di euro. Tra tutorial e blog su come riutilizzare gli avanzi, non mancano anche quest’anno i consigli dei cuochi contadini di Campagna Amica con ricette pratiche e sostenibili. Il lesso o l’arrosto possono essere riutilizzati per un ragù veloce o per farcire panini gourmet. Il pesce cotto trova nuova vita in polpette o insalate tiepide con verdure.

Il purè avanzato si trasforma in crocchette o in un tortino al forno con formaggio gratinato. Con il pane raffermo si fanno golose bruschette, canederli o pudding dolci. Anche i formaggi misti diventano ingredienti ideali per torte salate. Pandoro, panettone e biscotti secchi, invece, possono essere la base di dolci al cucchiaio o tiramisù alternativi. “Queste ricette non solo rappresentano un’ottima soluzione per evitare di sprecare i prodotti alimentari- dice Coldiretti- ma contribuiscono anche a preservare le tradizioni culinarie del passato, riscoprendo usanze molto diffuse che hanno dato vita a piatti simbolo della cultura enogastronomica del territorio. Ma recuperare il cibo conviene anche all’economia e all’ambiente, riducendo i rifiuti. Lo spreco alimentare resta, infatti, un problema importante”. Secondo l’analisi Coldiretti su dati Waste Watcher International ogni italiano butta 556 grammi di cibo alla settimana, con prevalenza di frutta e verdura. Infatti, nella top-5 dei prodotti più sprecati figurano al primo posto la frutta fresca (23 grammi a testa sprecati alla settimana), al secondo la verdura (22), al terzo il pane fresco (20), davanti a insalate (18) e cipolle/aglio/tuberi (17)

 

ag Dire – www.dire.it




FOCUS – La tradizione dei Presepi Napoletani

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09609f94 92da 4477 8f1d 8706e1b4e6caImmaginate di trovarvi a Napoli, dove le tradizioni sono parte integrante della vita di tutti i giorni, dove tutto ha un significato profondo che trascende il tempo e le generazioni.

I presepi napoletani sono da sempre una delle usanze più radicate e affascinanti di Napoli, un vero e proprio punto d’incontro costante tra il vecchio ed il nuovo e, sicuramente, una delle principali attrazioni turistiche della città, soprattutto nel periodo dell’Avvento.

Ma non è solo un rito natalizio: il presepe napoletano è ormai un elemento essenziale della cultura e dell’identità della città, un’arte che viene tramandata e rinnovata ormai da secoli e che continua a incantare visitatori da ogni parte del mondo.

Le origini dei presepi napoletani risalgono al Settecento, quando alla rappresentazione della Natività si aggiunsero dettagli che narravano la vita quotidiana della città. Non era più, quindi, solo un simbolo religioso, ma una vera e propria rappresentazione teatrale che raccontava usi, mestieri, costumi e volti della Napoli di un tempo.

Il presepe veniva allestito sullo “scoglio”, una struttura di sughero che comprendeva scene come l’Annuncio ai pastori, l’osteria, i Re Magi e le caratteristiche scene popolari con greggi, artigiani e contadini. Questa particolarità ha dato vita ad uno stile pressoché unico, tale da rendere il presepe napoletano un’opera d’arte in costante evoluzione.

Quello che più caratterizza i presepi napoletani è la loro capacità di attualizzarsi senza perdere autenticità: accanto alle classiche statuine dei pastori, infatti, vengono spesso introdotte figure di personaggi pubblici attuali, politici, sportivi e attori, che diventano elementi integranti della decorazione scenica, regalando al presepe in una particolare atmosfera di cronaca viva e, allo stesso tempo, ironica della società contemporanea.

ac5740d3 0b91 49df 81b8 5aa954305a1eFamosi sono il Presepe di Corte della Reggia di Caserta, il Presepe del Banco di Napoli, custodito nella Cappella Palatina del Palazzo Reale, un’opera eccezionale composta da oltre 200 pastori settecenteschi, e il Presepe Cuciniello, custodito nel Museo di San Martino. Ma, senza dubbio, l’anima essenziale della tradizione dei presepi è Via San Gregorio Armeno, una stretta e lunga viuzza napoletana del centro storico, con tantissime piccole botteghe, dove gli artigiani, con antica passione, realizzano innumerevoli scenografie, pastori, figure e diversi materiali che le famiglie possono acquistare per realizzare le proprie scene ed è celebre sicuramente in tutto il mondo come la “strada dei presepi”, con innumerevoli piccole vetrine e banchi colmi di ogni tipo di statuine, sia tradizionali che moderne, in un’atmosfera vivace che si accende particolarmente nel periodo natalizio.

Le origini del presepe risalgono all’epoca di San Francesco d’Assisi, il primo ad organizzare una rievocazione dal vivo della nascita di Cristo, mentre, nella zona di Napoli, il primo esempio ad essere documentato fu il presepe di Amalfi nel 1324. La pratica iniziò ad acquistare popolarità intorno al 1600, con gli artigiani che utilizzavano la terracotta e la cartapesta per realizzare le statuine di ogni grandezza.

Ma la vera e propria tradizione del presepe napoletano decollò nel 1700, nel periodo barocco, con le famiglie nobili che costruivano presepi sempre più complessi nel tentativo di superarsi a vicenda: e da qui nacque la differenza tra un presepe napoletano ed un presepe tradizionale, proprio perché, oltre ai personaggi principali, venivano inclusi anche una grande abbondanza di personaggi quotidiani.

I presepi a Napoli sono ovunque durante i mesi invernali, sia in ambito privato che pubblico: ogni famiglia ha il proprio presepe in casa, mentre le chiese e i luoghi pubblici ne espongono di più grandi ed elaborati, ognuno con rappresentazioni che vanno ben oltre i semplici pastori, creando varie scene di vita cittadina, fondendo l’antico con il moderno, aggiungendo, oltre alle statuette di personaggi popolari come calciatori, cantanti e leader politici mondiali, addirittura anche pezzi animatronici che si muovono, come il pizzaiolo che sforna una pizza o un fabbro che batte sull’incudine con il suo martello o un macellaio intento a tagliare dei pezzi di carne, oppure ancora un pescatore con la sua canna da pesca.

In sintesi, la tradizione del presepe napoletano è un’esperienza sensoriale e spirituale, dove ogni rappresentazione, ogni scena e ogni elemento ha una storia da raccontare, celebrando la vita e la comunità anche nel contesto più sacro.

 

 




L’Onu istituisce la Giornata della Dieta Mediterranea. Sarà il 16 novembre

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19dietaonu“Dopo la cucina italiana, un altro importante riconoscimento internazionale ci arriva dalle Nazioni Unite a New York”. Così il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, nel dare notizia dell’adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della risoluzione che istituisce la Giornata Internazionale della Dieta Mediterranea, che verrà celebrata ogni anno il 16 novembre.
La risoluzione è stata promossa dall’Italia – che ne ha facilitato anche il relativo negoziato – insieme a un gruppo di Paesi del Mediterraneo: Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Libano, Marocco, Portogallo, San Marino, Spagna e Tunisia.
La risoluzione – spiega la Farnesina – riconosce la Dieta Mediterranea quale modello alimentare equilibrato e salutare e, al contempo, quale espressione di un patrimonio culturale vivente, fondato su saperi tradizionali, pratiche locali e valori di condivisione, già riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Il testo, inoltre, valorizza il contributo della Dieta Mediterranea alla prevenzione delle malattie non trasmissibili, alla tutela della biodiversità e alla promozione di sistemi alimentari sostenibili e resilienti, in coerenza con i mandati delle Nazioni Unite e con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.
La risoluzione, sottolinea la Farnesina, “rafforza il riconoscimento della Dieta Mediterranea a livello globale quale modello alimentare e culturale integrato, capace di coniugare salute, sostenibilità e coesione sociale”.
Giunta a pochi giorni l’iscrizione della Cucina italiana nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, la risoluzione di ieri segna, per il Governo, “un ulteriore traguardo a conferma del ruolo centrale dell’alimentazione e delle diete tradizionali quale espressione di identità e tradizioni, nonché strumento di dialogo tra i popoli e sviluppo sostenibile”. (aise) 




Repubblica Dominicana. Il “barrilito”: quando il Parlamento compra consenso

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6430e205c3259Ci sono parole che spiegano un sistema meglio di mille analisi. Barrilito è una di queste. Dietro questo termine apparentemente folkloristico si nasconde uno dei meccanismi più tossici della politica dominicana: l’uso sistematico di denaro pubblico per costruire consenso personale.

Non è assistenza sociale. Non è solidarietà. È clientelismo istituzionalizzato.

Cos’è davvero il barrilito

Ufficialmente, il barrilito è un fondo mensile assegnato a deputati e senatori per “aiuti sociali” nelle rispettive circoscrizioni. Nella pratica, significa che ogni parlamentare dispone di denaro pubblico da distribuire a propria discrezione: medicine, bare, affitti, piccoli sussidi, favori urgenti.

Senza criteri trasparenti. Senza controlli stringenti. Senza rendicontazione efficace.

Il parlamentare decide chi riceve e chi no. Lo Stato si ritira. Il politico avanza.

Il rovesciamento dello Stato di diritto

In uno Stato moderno il Parlamento fa le leggi e controlla il governo. Non distribuisce soldi. Quando un deputato consegna un sussidio, non sta esercitando una funzione legislativa: sta occupando lo spazio dell’amministrazione pubblica.

Il risultato è devastante:

  • il cittadino non chiede diritti, chiede favori;
  • il voto non premia programmi, ma mani che elargiscono;
  • la povertà non viene risolta, viene gestita.

Il barrilito non combatte l’emergenza sociale. La rende permanente, perché è funzionale al potere.

Un meccanismo impensabile in Europa

In Italia – come nella maggior parte degli Stati europei – un sistema simile sarebbe semplicemente inconcepibile. Un parlamentare che decidesse autonomamente a chi destinare fondi pubblici commetterebbe un abuso gravissimo.

L’assistenza sociale è competenza di enti pubblici con regole chiare, graduatorie, controlli. Separare politica e denaro diretto è una delle basi dello Stato di diritto.

Il barrilito, al contrario, li fonde.

Clientelismo mascherato da umanità

I difensori del sistema usano sempre lo stesso argomento: “la gente ha bisogno”. È vero. Ma proprio per questo il barrilito è così pericoloso.

Perché:

  • trasforma la miseria in strumento elettorale;
  • umilia il cittadino, costretto a esporsi per ottenere aiuto;
  • rafforza il politico come benefattore, non come rappresentante.

Non è empatia. È potere asimmetrico.

Quanto costa davvero

Il costo del barrilito non è solo economico, anche se parliamo di milioni di pesos ogni anno. Il costo vero è istituzionale:

  • un Parlamento che non legifera, ma distribuisce;
  • uno Stato che rinuncia a politiche strutturali;
  • una democrazia ridotta a scambio.

Ogni peso distribuito così è un peso sottratto a riforme serie, a servizi stabili, a diritti garantiti.

La domanda che nessuno vuole affrontare

Perché un deputato deve fare ciò che dovrebbe fare lo Stato?

La risposta è semplice e scomoda: perché conviene politicamente.

Finché il barrilito esisterà, il consenso non dipenderà dalla qualità delle leggi, ma dalla quantità di favori.

Il barrilito non è una curiosità locale. È il simbolo di una democrazia incompiuta, dove il potere non si misura in riforme, ma in denaro distribuito.

Eliminare il barrilito non significherebbe abbandonare i poveri. Significherebbe finalmente trattare i cittadini come tali, non come clienti.




Miracolo di San Gennaro, il sangue si è sciolto: è la terza volta quest’anno

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san gennaro sangueSi è ripetuto anche oggi, 16 dicembre, il prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro: il ‘miracolo’, che è il terzo in questo anno, è avvenuto alle 9.13 ed è stato comunicato dal monsignor Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Il sangue era già ‘semisciolto’, infatti, al momento del prelievo dalla teca. La completa liquefazione è stata poi annunciata alle 10.05. A quel punto, il rappresentante della Deputazione ha sventolato il fazzoletto bianco come da tradizione. Dopo l’annuncio del miracolo, l’ampolla è stata portata in processione nella Cappella, perché tutti i presenti potessero vedere da vicino. Nel pomeriggio di oggi, alle 16, la teca sarà esposta ai fedeli. Dopo la messa, poi, sarà riportata nella cassaforte.

Alla consueta cerimonia – sempre molto attesa e seguita – erano presenti tanti fedeli e anche turisti. C’erano, tra gli altri, l’assessore al Turismo del Comune di Napoli, Teresa Armato, delegata dal sindaco Manfredi, e il principe Emanuele Filiberto di Savoia.

COSA SI RICORDA IL 16 DICEMBRE

Quello di oggi è il terzo “miracolo” dell’anno e ricorda i fatti del 16 dicembre 1631: quel giorno, i napoletani si appellarono a San Gennaro per chiedergli di salvare la città e la popolazione dall’eruzione del Vesuvio che la minacciava. E infatti la lava si fermò prima di arrivare in città. Ecco le parole del monsignore De Gregorio: “Napoli, come tutte le città di ieri e di oggi, aveva sofferenze, pestilenze, che oggi chiamiamo pandemie, guerre, ma aveva anche il Vesuvio. Il rischio che Napoli diventi pizza, mandolino e San Gennaro è sempre grande, quindi lasciamo da parte ogni feticismo”.

ag Dire – www.dire.it




Attraversare sulle strisce? In Repubblica Dominicana spesso è più pericoloso che attraversare fuori

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attraversare strisce formula guida sicura 300x200C’è un consiglio che in Repubblica Dominicana si sente ripetere spesso, quasi sottovoce, come una confessione tra chi conosce il Paese e chi sta per scoprirlo:

“Non attraversare sulle strisce pedonali.”

Detto così, sembra una battuta. In realtà è uno dei primi shock culturali per chi arriva dall’Europa, dove le strisce rappresentano un diritto, quasi una sacralità. Qui no. Qui possono diventare un’illusione pericolosa.

In molte città dominicane le strisce pedonali esistono più per decorazione che per funzione. Non rallentano il traffico, non fermano le auto, non proteggono chi cammina. A volte fanno l’esatto contrario: espongono il pedone, lo rendono prevedibile, visibile… e quindi vulnerabile.

Chi vive qui lo sa. Chi arriva lo impara presto. E spesso lo impara osservando i dominicani stessi, che attraversano dove capita, quando capita, affidandosi non alle regole ma all’istinto, al contatto visivo, al tempismo.

Non è anarchia. È adattamento.

La strada come spazio di negoziazione

In Repubblica Dominicana la strada non è uno spazio regolato, ma negoziato.
Ogni attraversamento è una trattativa silenziosa tra pedone, auto, moto, motoconcho, camion. Vince chi è più rapido, più deciso, più attento.

Il problema nasce quando uno straniero applica regole che qui non funzionano. Si fida delle strisce, del semaforo, della precedenza. E scopre che avere ragione non significa essere al sicuro.

L’altro tabù: gli incidenti e la paura che nessuno dice ad alta voce

C’è poi un’altra raccomandazione che circola tra residenti, soprattutto stranieri. È più scomoda, più delicata, e proprio per questo raramente viene messa per iscritto.

Se un pedone attraversa all’improvviso, senza guardare, e viene investito da un’auto che procedeva correttamente, la paura non è solo l’incidente.
È quello che può succedere dopo.

La voce che corre è sempre la stessa: fermarsi subito può significare esporsi a reazioni emotive, all’arrivo di parenti, conoscenti, curiosi. In un contesto dove la tensione può salire rapidamente, avere ragione non garantisce protezione.

Va detto con chiarezza:
questa non è una regola, né un consiglio ufficiale.
La legge dice altro.

Tra legge scritta e realtà quotidiana

Le autorità indicano una procedura chiara: fermarsi, chiamare la DIGESETT, attendere i soccorsi. Ed è ciò che va fatto sul piano legale.

Ma chi vive qui sa che tra norma scritta e realtà quotidiana esiste uno spazio grigio, fatto di prudenza, esperienza e, a volte, paura.

Non è una critica al Paese. È una constatazione.
La Repubblica Dominicana non è pericolosa: è diversa. E ignorare questa differenza è l’errore più comune dei visitatori.

Conoscere le regole non scritte per restare al sicuro

Vivere o viaggiare qui significa imparare che:

  • le strisce non proteggono automaticamente

  • il pedone non è sempre prioritario

  • la strada è un ambiente ad alta attenzione

  • guidare e camminare richiedono difensiva mentale, non rigidità

Non è cinismo. È rispetto per la realtà.

Ma il timore esiste. Ed è reale.

La Repubblica Dominicana è un Paese accogliente, generoso, umano. Ma sulla strada non fa sconti.
Qui non basta avere ragione.
Bisogna capire come funziona davvero.

E forse il vero consiglio ai turisti e ai nuovi residenti è uno solo:
non fidarsi dei segnali, ma osservare le persone.