L’Onu istituisce la Giornata della Dieta Mediterranea. Sarà il 16 novembre

19dietaonu

19dietaonu“Dopo la cucina italiana, un altro importante riconoscimento internazionale ci arriva dalle Nazioni Unite a New York”. Così il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, nel dare notizia dell’adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della risoluzione che istituisce la Giornata Internazionale della Dieta Mediterranea, che verrà celebrata ogni anno il 16 novembre.
La risoluzione è stata promossa dall’Italia – che ne ha facilitato anche il relativo negoziato – insieme a un gruppo di Paesi del Mediterraneo: Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Libano, Marocco, Portogallo, San Marino, Spagna e Tunisia.
La risoluzione – spiega la Farnesina – riconosce la Dieta Mediterranea quale modello alimentare equilibrato e salutare e, al contempo, quale espressione di un patrimonio culturale vivente, fondato su saperi tradizionali, pratiche locali e valori di condivisione, già riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Il testo, inoltre, valorizza il contributo della Dieta Mediterranea alla prevenzione delle malattie non trasmissibili, alla tutela della biodiversità e alla promozione di sistemi alimentari sostenibili e resilienti, in coerenza con i mandati delle Nazioni Unite e con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.
La risoluzione, sottolinea la Farnesina, “rafforza il riconoscimento della Dieta Mediterranea a livello globale quale modello alimentare e culturale integrato, capace di coniugare salute, sostenibilità e coesione sociale”.
Giunta a pochi giorni l’iscrizione della Cucina italiana nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, la risoluzione di ieri segna, per il Governo, “un ulteriore traguardo a conferma del ruolo centrale dell’alimentazione e delle diete tradizionali quale espressione di identità e tradizioni, nonché strumento di dialogo tra i popoli e sviluppo sostenibile”. (aise) 




Repubblica Dominicana. Il “barrilito”: quando il Parlamento compra consenso

6430e205c3259

6430e205c3259Ci sono parole che spiegano un sistema meglio di mille analisi. Barrilito è una di queste. Dietro questo termine apparentemente folkloristico si nasconde uno dei meccanismi più tossici della politica dominicana: l’uso sistematico di denaro pubblico per costruire consenso personale.

Non è assistenza sociale. Non è solidarietà. È clientelismo istituzionalizzato.

Cos’è davvero il barrilito

Ufficialmente, il barrilito è un fondo mensile assegnato a deputati e senatori per “aiuti sociali” nelle rispettive circoscrizioni. Nella pratica, significa che ogni parlamentare dispone di denaro pubblico da distribuire a propria discrezione: medicine, bare, affitti, piccoli sussidi, favori urgenti.

Senza criteri trasparenti. Senza controlli stringenti. Senza rendicontazione efficace.

Il parlamentare decide chi riceve e chi no. Lo Stato si ritira. Il politico avanza.

Il rovesciamento dello Stato di diritto

In uno Stato moderno il Parlamento fa le leggi e controlla il governo. Non distribuisce soldi. Quando un deputato consegna un sussidio, non sta esercitando una funzione legislativa: sta occupando lo spazio dell’amministrazione pubblica.

Il risultato è devastante:

  • il cittadino non chiede diritti, chiede favori;
  • il voto non premia programmi, ma mani che elargiscono;
  • la povertà non viene risolta, viene gestita.

Il barrilito non combatte l’emergenza sociale. La rende permanente, perché è funzionale al potere.

Un meccanismo impensabile in Europa

In Italia – come nella maggior parte degli Stati europei – un sistema simile sarebbe semplicemente inconcepibile. Un parlamentare che decidesse autonomamente a chi destinare fondi pubblici commetterebbe un abuso gravissimo.

L’assistenza sociale è competenza di enti pubblici con regole chiare, graduatorie, controlli. Separare politica e denaro diretto è una delle basi dello Stato di diritto.

Il barrilito, al contrario, li fonde.

Clientelismo mascherato da umanità

I difensori del sistema usano sempre lo stesso argomento: “la gente ha bisogno”. È vero. Ma proprio per questo il barrilito è così pericoloso.

Perché:

  • trasforma la miseria in strumento elettorale;
  • umilia il cittadino, costretto a esporsi per ottenere aiuto;
  • rafforza il politico come benefattore, non come rappresentante.

Non è empatia. È potere asimmetrico.

Quanto costa davvero

Il costo del barrilito non è solo economico, anche se parliamo di milioni di pesos ogni anno. Il costo vero è istituzionale:

  • un Parlamento che non legifera, ma distribuisce;
  • uno Stato che rinuncia a politiche strutturali;
  • una democrazia ridotta a scambio.

Ogni peso distribuito così è un peso sottratto a riforme serie, a servizi stabili, a diritti garantiti.

La domanda che nessuno vuole affrontare

Perché un deputato deve fare ciò che dovrebbe fare lo Stato?

La risposta è semplice e scomoda: perché conviene politicamente.

Finché il barrilito esisterà, il consenso non dipenderà dalla qualità delle leggi, ma dalla quantità di favori.

Il barrilito non è una curiosità locale. È il simbolo di una democrazia incompiuta, dove il potere non si misura in riforme, ma in denaro distribuito.

Eliminare il barrilito non significherebbe abbandonare i poveri. Significherebbe finalmente trattare i cittadini come tali, non come clienti.




Miracolo di San Gennaro, il sangue si è sciolto: è la terza volta quest’anno

san gennaro sangue

san gennaro sangueSi è ripetuto anche oggi, 16 dicembre, il prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro: il ‘miracolo’, che è il terzo in questo anno, è avvenuto alle 9.13 ed è stato comunicato dal monsignor Vincenzo De Gregorio, abate della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Il sangue era già ‘semisciolto’, infatti, al momento del prelievo dalla teca. La completa liquefazione è stata poi annunciata alle 10.05. A quel punto, il rappresentante della Deputazione ha sventolato il fazzoletto bianco come da tradizione. Dopo l’annuncio del miracolo, l’ampolla è stata portata in processione nella Cappella, perché tutti i presenti potessero vedere da vicino. Nel pomeriggio di oggi, alle 16, la teca sarà esposta ai fedeli. Dopo la messa, poi, sarà riportata nella cassaforte.

Alla consueta cerimonia – sempre molto attesa e seguita – erano presenti tanti fedeli e anche turisti. C’erano, tra gli altri, l’assessore al Turismo del Comune di Napoli, Teresa Armato, delegata dal sindaco Manfredi, e il principe Emanuele Filiberto di Savoia.

COSA SI RICORDA IL 16 DICEMBRE

Quello di oggi è il terzo “miracolo” dell’anno e ricorda i fatti del 16 dicembre 1631: quel giorno, i napoletani si appellarono a San Gennaro per chiedergli di salvare la città e la popolazione dall’eruzione del Vesuvio che la minacciava. E infatti la lava si fermò prima di arrivare in città. Ecco le parole del monsignore De Gregorio: “Napoli, come tutte le città di ieri e di oggi, aveva sofferenze, pestilenze, che oggi chiamiamo pandemie, guerre, ma aveva anche il Vesuvio. Il rischio che Napoli diventi pizza, mandolino e San Gennaro è sempre grande, quindi lasciamo da parte ogni feticismo”.

ag Dire – www.dire.it




Attraversare sulle strisce? In Repubblica Dominicana spesso è più pericoloso che attraversare fuori

attraversare strisce formula guida sicura 300x200

attraversare strisce formula guida sicura 300x200C’è un consiglio che in Repubblica Dominicana si sente ripetere spesso, quasi sottovoce, come una confessione tra chi conosce il Paese e chi sta per scoprirlo:

“Non attraversare sulle strisce pedonali.”

Detto così, sembra una battuta. In realtà è uno dei primi shock culturali per chi arriva dall’Europa, dove le strisce rappresentano un diritto, quasi una sacralità. Qui no. Qui possono diventare un’illusione pericolosa.

In molte città dominicane le strisce pedonali esistono più per decorazione che per funzione. Non rallentano il traffico, non fermano le auto, non proteggono chi cammina. A volte fanno l’esatto contrario: espongono il pedone, lo rendono prevedibile, visibile… e quindi vulnerabile.

Chi vive qui lo sa. Chi arriva lo impara presto. E spesso lo impara osservando i dominicani stessi, che attraversano dove capita, quando capita, affidandosi non alle regole ma all’istinto, al contatto visivo, al tempismo.

Non è anarchia. È adattamento.

La strada come spazio di negoziazione

In Repubblica Dominicana la strada non è uno spazio regolato, ma negoziato.
Ogni attraversamento è una trattativa silenziosa tra pedone, auto, moto, motoconcho, camion. Vince chi è più rapido, più deciso, più attento.

Il problema nasce quando uno straniero applica regole che qui non funzionano. Si fida delle strisce, del semaforo, della precedenza. E scopre che avere ragione non significa essere al sicuro.

L’altro tabù: gli incidenti e la paura che nessuno dice ad alta voce

C’è poi un’altra raccomandazione che circola tra residenti, soprattutto stranieri. È più scomoda, più delicata, e proprio per questo raramente viene messa per iscritto.

Se un pedone attraversa all’improvviso, senza guardare, e viene investito da un’auto che procedeva correttamente, la paura non è solo l’incidente.
È quello che può succedere dopo.

La voce che corre è sempre la stessa: fermarsi subito può significare esporsi a reazioni emotive, all’arrivo di parenti, conoscenti, curiosi. In un contesto dove la tensione può salire rapidamente, avere ragione non garantisce protezione.

Va detto con chiarezza:
questa non è una regola, né un consiglio ufficiale.
La legge dice altro.

Tra legge scritta e realtà quotidiana

Le autorità indicano una procedura chiara: fermarsi, chiamare la DIGESETT, attendere i soccorsi. Ed è ciò che va fatto sul piano legale.

Ma chi vive qui sa che tra norma scritta e realtà quotidiana esiste uno spazio grigio, fatto di prudenza, esperienza e, a volte, paura.

Non è una critica al Paese. È una constatazione.
La Repubblica Dominicana non è pericolosa: è diversa. E ignorare questa differenza è l’errore più comune dei visitatori.

Conoscere le regole non scritte per restare al sicuro

Vivere o viaggiare qui significa imparare che:

  • le strisce non proteggono automaticamente

  • il pedone non è sempre prioritario

  • la strada è un ambiente ad alta attenzione

  • guidare e camminare richiedono difensiva mentale, non rigidità

Non è cinismo. È rispetto per la realtà.

Ma il timore esiste. Ed è reale.

La Repubblica Dominicana è un Paese accogliente, generoso, umano. Ma sulla strada non fa sconti.
Qui non basta avere ragione.
Bisogna capire come funziona davvero.

E forse il vero consiglio ai turisti e ai nuovi residenti è uno solo:
non fidarsi dei segnali, ma osservare le persone.




Attraversare sulle strisce? In Repubblica Dominicana spesso è più pericoloso che attraversare fuori

attraversare strisce formula guida sicura 300x200

attraversare strisce formula guida sicura 300x200C’è un consiglio che in Repubblica Dominicana si sente ripetere spesso, quasi sottovoce, come una confessione tra chi conosce il Paese e chi sta per scoprirlo:

“Non attraversare sulle strisce pedonali.”

Detto così, sembra una battuta. In realtà è uno dei primi shock culturali per chi arriva dall’Europa, dove le strisce rappresentano un diritto, quasi una sacralità. Qui no. Qui possono diventare un’illusione pericolosa.

In molte città dominicane le strisce pedonali esistono più per decorazione che per funzione. Non rallentano il traffico, non fermano le auto, non proteggono chi cammina. A volte fanno l’esatto contrario: espongono il pedone, lo rendono prevedibile, visibile… e quindi vulnerabile.

Chi vive qui lo sa. Chi arriva lo impara presto. E spesso lo impara osservando i dominicani stessi, che attraversano dove capita, quando capita, affidandosi non alle regole ma all’istinto, al contatto visivo, al tempismo.

Non è anarchia. È adattamento.

La strada come spazio di negoziazione

In Repubblica Dominicana la strada non è uno spazio regolato, ma negoziato.
Ogni attraversamento è una trattativa silenziosa tra pedone, auto, moto, motoconcho, camion. Vince chi è più rapido, più deciso, più attento.

Il problema nasce quando uno straniero applica regole che qui non funzionano. Si fida delle strisce, del semaforo, della precedenza. E scopre che avere ragione non significa essere al sicuro.

L’altro tabù: gli incidenti e la paura che nessuno dice ad alta voce

C’è poi un’altra raccomandazione che circola tra residenti, soprattutto stranieri. È più scomoda, più delicata, e proprio per questo raramente viene messa per iscritto.

Se un pedone attraversa all’improvviso, senza guardare, e viene investito da un’auto che procedeva correttamente, la paura non è solo l’incidente.
È quello che può succedere dopo.

La voce che corre è sempre la stessa: fermarsi subito può significare esporsi a reazioni emotive, all’arrivo di parenti, conoscenti, curiosi. In un contesto dove la tensione può salire rapidamente, avere ragione non garantisce protezione.

Va detto con chiarezza:
questa non è una regola, né un consiglio ufficiale.
La legge dice altro.

Tra legge scritta e realtà quotidiana

Le autorità indicano una procedura chiara: fermarsi, chiamare la DIGESETT, attendere i soccorsi. Ed è ciò che va fatto sul piano legale.

Ma chi vive qui sa che tra norma scritta e realtà quotidiana esiste uno spazio grigio, fatto di prudenza, esperienza e, a volte, paura.

Non è una critica al Paese. È una constatazione.
La Repubblica Dominicana non è pericolosa: è diversa. E ignorare questa differenza è l’errore più comune dei visitatori.

Conoscere le regole non scritte per restare al sicuro

Vivere o viaggiare qui significa imparare che:

  • le strisce non proteggono automaticamente

  • il pedone non è sempre prioritario

  • la strada è un ambiente ad alta attenzione

  • guidare e camminare richiedono difensiva mentale, non rigidità

Non è cinismo. È rispetto per la realtà.

Ma il timore esiste. Ed è reale.

La Repubblica Dominicana è un Paese accogliente, generoso, umano. Ma sulla strada non fa sconti.
Qui non basta avere ragione.
Bisogna capire come funziona davvero.

E forse il vero consiglio ai turisti e ai nuovi residenti è uno solo:
non fidarsi dei segnali, ma osservare le persone.




La “pinsa” conquista la Repubblica Dominicana: cos’è davvero e perché piace così tanto

47d8a20c 0205 45b6 b6df 559121c01b0d

47d8a20c 0205 45b6 b6df 559121c01b0dNegli ultimi mesi, in varie località della Repubblica Dominicana — da Santo Domingo a Las Terrenas — si sente parlare sempre più spesso di un nome nuovo sulla scena gastronomica: la pinsa.

Un prodotto italiano che molti confondono con la pizza… ma che pizza non è.

Cos’è la pinsa? Una ricetta antica, rinata in chiave moderna

La pinsa (dal latino pinsere, “schiacciare, allungare”) è una preparazione che si ispira a una tradizione molto antica del centro Italia, trasformata negli ultimi anni in una variante più leggera e digeribile della classica pizza.

È caratterizzata da tre elementi fondamentali:

1. Un impasto speciale

La pinsa non usa solo farina di grano, ma una miscela di:

  • frumento

  • riso

  • soia

Questa combinazione rende l’impasto più leggero, croccante fuori e morbido dentro.

2. Un’idratazione molto alta

Rispetto alla pizza, l’impasto della pinsa contiene molta più acqua (fino all’80%).
Il risultato?
Un prodotto più digeribile, meno pesante e con una consistenza più ariosa.

3. Una lunga lievitazione

La pinsa lievita da 48 a 72 ore, permettendo al glutine di svilupparsi lentamente e rendendo tutto più soffice e delicato per lo stomaco.

Croccante fuori, soffice dentro

La sua forma è ovale, irregolare, “artigianale”.
La base risulta:

  • croccante al primo morso,

  • morbida all’interno,

  • leggera, anche quando si aggiungono ingredienti ricchi.

Insomma: una pizza più “leggera” ma ugualmente golosa.

Perché sta avendo successo nella Repubblica Dominicana?

Perché è più leggera

Con il caldo caraibico e i pasti abbondanti, molti consumatori cercano soluzioni gustose ma non troppo pesanti.
La pinsa è perfetta per questo.

Perché è diversa

Offre una novità rispetto alla pizza tradizionale, mantenendo sapori familiari.

Perché si presta alle “fusion”

Molti ristoranti dominicani e turistici la propongono con:

  • pollo a la plancha,

  • salmón ahumado,

  • aguacate,

  • ingredientes caribeños,

  • o le classiche combinazioni italiane.

Perché è “instagrammabile”

La forma irregolare e la base croccante la rendono molto fotogenica, perfetta per i social.

Un ponte tra Italia e Caraibi

La pinsa rappresenta una di quelle tradizioni italiane che riescono a reinventarsi e integrarsi perfettamente nella cultura gastronomica internazionale.
E il pubblico dominicano sembra apprezzarla: leggera, gustosa, moderna, e con un tocco artigianale che piace sempre più.




Il motoconcho, una istituzione dominicana!

motoconcho motocicletas
Nella Repubblica Dominicana ci sono immagini che raccontano da sole un Paese: il colmado che non dorme mai, la musica che purtroppo vibra dalle casse all’angolo di ogni strada, il profumo del café colado al mattino. E poi c’è lui: il motoconcho, l’infallibile, onnipresente, indispensabile re delle brevi distanze.

Per chi vive qui, ormai fa parte della normalità; per chi arriva dall’estero, soprattutto dall’Italia, è spesso la prima sorpresa. Ma al di là della simpatia, il motoconcho è molto più di un semplice passaggio in moto: è una vera istituzione nazionale, sociale ed economica, soprattutto nelle città di provincia e nelle zone costiere come Samaná, Las Terrenas e Las Galeras.

È il mezzo ideale per chi ha fretta, per chi deve spostarsi pochi minuti o per chi non vuole affrontare traffico, camminate sotto il sole dominicano o attese infinite.
Si ferma ovunque, parte in un attimo, conosce ogni scorciatoia e ogni buca della strada.

E soprattutto adattabilità totale.
Sul motoconcho si è visto di tutto: la spesa settimanale, taniche d’acqua, bambini che vanno a scuola, turisti con valigie improbabili, ammalati con la flebo innestata e persino cani, galline, maiali… L’impossibile non esiste: basta legare o tenere forte.

Per migliaia di dominicani, il motoconcho non è solo un lavoro: è una fonte di reddito immediata e flessibile, che permette di mantenere famiglie, pagare studi, coprire spese quotidiane.
È trasporto pubblico informale, ma efficiente, regolato da un equilibrio spontaneo: tutti conoscono le tariffe, tutti sanno dove trovarli e quasi sempre si stabilisce un rapporto tra cliente e motoconchista “di fiducia”.

Non si può ignorare un aspetto importante: la sicurezza.
Molti motoconcholins non usano casco, alcuni guidano in modo sportivo, la velocità è variabile come l’asfalto, e il traffico dominicano non è sempre prevedibile.

Negli ultimi anni le autorità hanno avviato campagne per regolarizzare il settore, introdurre caschi obbligatori, migliorare la formazione dei conducenti ed evitare l’uso del motoconcho per attività illecite.
Il percorso è ancora lungo, ma la consapevolezza cresce.

Al di là di tutto, è parte dell’identità dominicana.
È folclore urbano, è solidarietà spontanea, è il mezzo che arriva quando piove, quando la guagua non passa, quando bisogna essere puntuali o quando il colmado è troppo lontano per andare a piedi.

E per gli italiani che vivono qui?
Diventa presto un simbolo di adattamento: chi sale sul motoconcho per la prima volta capisce che sta entrando davvero nella vita quotidiana del Paese.




Il ritorno della leva, Crosetto: “Porterò la legge in Cdm e in Parlamento”

fondazione crt dare spazio al valore

fondazione crt dare spazio al valore

L’Italia pensa di reintrodurre un nuovo servizio militare come hanno fatto Germania e Francia? “Se lo deciderà il Parlamento sì. Penso di proporre prima in Consiglio ai ministri e poi in Parlamento una bozza di legge da discutere su cui vorrei intervenissero su tutti i partiti”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato dal Tg3.age

Il provvedimento “non parlerà soltanto di numero di militari, ma proprio di organizzazione e di regole”, ha aggiunto Crosetto, spiegando che l’obiettivo è “garantire la difesa del Paese nei prossimi anni”.

agenzia Dire – www.dire.it



A Città del Messico arriva l’edizione 2025 del Mercatino di Natale

hw64hw3rgzckildtfau6

hw64hw3rgzckildtfau6L’edizione 2025 del Mercatino di Natale, la tradizionale kermesse di beneficenza organizzata dall’Associazione Italiana Assistenza (Aia), si terrà a Città del Messico il 29 e 30 novembre.

L’Aia, una delle istituzioni del Belpaese più antiche in terra azteca, sostiene gli italiani residenti in Messico in situazione di vulnerabilità, assieme ai discendenti e familiari, indipendentemente dalla loro cittadinanza, fornendo supporto per coprire le necessità basilari e garantire il diritto a una vita dignitosa.

L’evento si svolgerà presso l’Istituto Italiano di Cultura, nel cuore del quartiere di Coyoacán, dalle 11 alle 18:30.

Saranno disponibili per l’acquisto cibi e piatti italiani, vini e un’ampia varietà di gioielli, abbigliamento, giocattoli, artigianato messicano e dipinti, tra gli altri articoli. Saranno inoltre proposti spettacoli musicali, con eventi che incoraggeranno il pubblico a partecipare a danze e canti.

Sono previsti anche intrattenimenti per bambini nell’ampio giardino dell’Istituto.

L’ingresso al Mercatino di Natale, uno degli appuntamenti più attesi ogni anno dalla comunità italiana e dagli amici dell’Italia a Città del Messico, è gratuito.

puntodincontro.mx




Oggi si celebra San Martino, ma l’11 novembre in Italia è anche la Festa dei cornuti

san martino

san martinoOggi 11 novembre, in Italia si celebra San Martino. I più profani però, ricordano meglio questa data come Festa dei cornuti (all’estero invece oggi si festeggia il Single day). Ma perché il santo proveniente dalla Pannonia (l’odierna Ungheria) viene considerato come il protettore delle persone tradite?

PERCHÉ SAN MARTINO È LA FESTA DEI CORNUTI

San Martino viene ricordato per il celebre episodio in cui tagliò in due il suo mantello per dividerlo con un mendicante infreddolito, che poi si rivelò essere Gesù (in quell’occasione il cielo si schiarì, ecco perché ancora oggi si parla di estate di San Martino), ma intorno al ‘santo cavaliere’ ci sono varie leggende. Una di queste lo ritrae come un uomo molto geloso di sua sorella, sulla quale esercitava un controllo maniacale. Si narra che le permettesse di scendere dal suo cavallo solo per espletare i propri bisogni corporali, e che in una di queste occasioni la fanciulla, appartatasi dietro una siepe, avesse consumato un rapporto carnale con un uomo, trasformando appunto il fratello in ‘un cornuto’.

Un’altra leggenda è legata al mondo contadino. L’11 novembre, giorno dell’inumazione di San Martino, coinciderebbe con il periodo delle fiere del bestiame, composto in buona parte da animali forniti di corna. A questo si lega il fatto che gran parte degli allevatori, in queste occasioni, avrebbe lasciato sole le mogli, che, indisturbate, avrebbero ceduto ai desideri della carne con terzi. Secondo un’altra versione durante le fiere pare che scorressero fiumi di vino, e che gli uomini, inebriati dall’alcool, si lasciassero andare a comportamenti non propri ortodossi.

La festa di San Martino si celebra soprattutto nel centro Italia e in Abruzzo c’è addirittura una sfilata a cui prendono parte tutti gli uomini del paese di San Valentino, con tanto di passaggio di testimone all’ultimo uomo sposato, con un cimelio inusuale.

Agenzia DIRE – www.dire.it