“Sold Out” e applausi in Scozia per il recital del concertista Gianmario Strappati

whatsapp image 2026 10 19 at 14.28.00

Sabato scorso, la prestigiosa St Cecilia’s Hall dell’Università di Edimburgo in Scozia, ha proposto la Conferenza Recital “The Great Italian Music and the Tuba Virtuoso Style”, organizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo.

whatsapp image 2026 10 19 at 14.28.00

Dalla musica barocca alle suggestioni del repertorio contemporaneo, la tuba di Gianmario Strappati si è fatta interprete della grande tradizione musicale italiana offrendo al pubblico scozzese un meraviglioso programma, attraverso le opere di Tomaso Albinoni, Gioachino Rossini, Giacomo Puccini, Mauro De Federicis, Vittorio Monti ecc…,

whatsapp image 2026 1

Un viaggio tra magie liriche e virtuosistiche di uno strumento raramente associato al grande repertorio solistico. Gianmario Strappati, solista di fama mondiale, affianca alla propria attività concertistica il ruolo di Ambasciatore di Missioni Don Bosco per la musica nel mondo, promuovendone i valori più alti della solidarietà, dell’educazione e del dialogo tra i popoli. Entusiasta l’accoglienza del pubblico scozzese (per l’occasione sold out), che ha seguito l’evento con particolare interesse, riservando a questa nostra eccellenza, interminabili applausi e richieste di bis.  Un entusiasmo che ha caratterizzato l’intera serata, suggellando il successo di questo evento in una delle sale più prestigiose del panorama musicale del Regno Unito.




La grande musica napoletana conquista Dietikon/ Zurigo

foto concerto dietikon 3

La grande musica napoletana conquista Dietikon/ Zurigo: emozioni e cultura nel ricordo di Luigi Fucentese

images

Ci sono serate in cui la musica supera il semplice intrattenimento e diventa memoria, identità e appartenenza. È quanto accaduto ieri, sabato 17 ottobre, a Dietikon, dove il Circolo culturale Sandro Pertini, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, ha organizzato un concerto di musica napoletana in memoria di Luigi Fucentese, che ha dedicato una parte significativa della propria vita al servizio della collettività italiana, in particolare a Winterthur.

Ad aprire l’evento sono stati i saluti del direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, dott. Raffaele Pentangelo, e del presidente del Circolo culturale “Sandro Pertini”, Mario Pingitore. Presente anche la moglie di Luigi Fucentese, accompagnata dai figli, che ha espresso la propria gratitudine agli organizzatori per questo sentito omaggio al marito.

La serata ha così assunto un significato che è andato oltre la dimensione musicale, diventando un’occasione per ricordare l’impegno di una persona che ha contribuito alla vita della comunità italiana in Svizzera.

Protagonisti del concerto sono stati quattro interpreti di grande talento: il maestro Catello Milo al pianoforte, autore degli arrangiamenti musicali, la soprano Anna Maria Milo, il tenore Mauro De Santis e la violinista Beatrice Milo.

foto concerto dietikon 3

Il maestro Catello Milo ha guidato il percorso musicale con eleganza e sensibilità, attraverso arrangiamenti capaci di esaltare la ricchezza melodica della tradizione napoletana. Il suo pianoforte ha accompagnato e sostenuto le voci, contribuendo a creare atmosfere intense e suggestive.

La violinista Beatrice Milo ha conquistato il pubblico con una prova eccezionale per tecnica, espressività e sensibilità interpretativa, facendo vibrare le corde del suo strumento e quelle dell’anima degli spettatori.

La soprano Anna Maria Milo ha conquistato il pubblico con la sua voce potente, luminosa e ricca di sfumature, capace di coniugare intensità ed eleganza in interpretazioni di grande impatto emotivo. Altrettanto straordinario il tenore Mauro De Santis, che con una voce vigorosa e coinvolgente ha saputo trasmettere tutta la passione e la forza espressiva della tradizione musicale napoletana. Entrambi hanno dimostrato una straordinaria  padronanza vocale e una rara capacità interpretativa, regalando momenti di autentica emozione e raggiungendo direttamente il cuore degli spettatori.

Quattro artisti di pari valore, accomunati da professionalità, talento e amore per la musica, che hanno saputo integrarsi armoniosamente, dando vita a un’esibizione di altissimo livello.

Il repertorio ha attraversato alcune delle pagine più celebri della canzone napoletana. Brani intramontabili come “Torna a Surriento”, “ ‘O surdato ‘nnammurato”, “ ‘O sole mio”  e “Funiculì Funiculà” hanno coinvolto il pubblico, che si è unito con entusiasmo ai ritornelli più conosciuti.

Le interpretazioni hanno restituito tutta la bellezza di un patrimonio musicale che appartiene alla memoria collettiva italiana e che continua ad affascinare il mondo. Per chi vive lontano dalla propria terra d’origine, queste melodie rappresentano un legame profondo con le proprie radici, capace di evocare ricordi, affetti e luoghi mai dimenticati.

A Dietikon, la musica ha saputo risvegliare questo sentimento di appartenenza, regalando agli spettatori un autentico soffio di italianità e trasformando il concerto in un momento di condivisione e partecipazione.

Il valore dell’iniziativa è andato oltre la musica. La serata ha dimostrato quanto gli eventi culturali siano importanti per mantenere vivi i legami con le proprie origini e rafforzare il senso di comunità tra gli italiani residenti all’estero.

La tradizione napoletana, con la sua straordinaria ricchezza melodica, è un patrimonio che ha superato i confini nazionali, diventando un linguaggio universale. La musica, infatti, riesce spesso a unire laddove la politica divide, creando occasioni d’incontro attraverso la bellezza e le emozioni condivise.

Un sentito ringraziamento va al Circolo culturale “Sandro Pertini” di Dietikon e all’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo per aver promosso e realizzato l’iniziativa.

Un riconoscimento particolare merita Bruno De Donato, funzionario del Consolato di Zurigo, che si è fatto promotore dell’evento proponendo questi artisti sia all’Istituto Italiano di Cultura sia al Circolo culturale Sandro Pertini, contribuendo così alla realizzazione di un appuntamento di grande valore artistico e umano.

Il concerto di ieri, 17 ottobre, ha rappresentato molto più di un appuntamento musicale: è stato un omaggio sentito alla memoria di Luigi Fucentese, una celebrazione della grande tradizione napoletana e una testimonianza del ruolo fondamentale della cultura nel mantenere vive le radici italiane all’estero.

Le straordinarie interpretazioni di Catello Milo, Anna Maria Milo, Mauro De Santis e Beatrice Milo hanno regalato al pubblico momenti di autentica intensità artistica, dimostrando come talento e passione possano trasformare una serata che resterà nella memoria di chi vi ha partecipato, perché la grande musica non si limita a essere ascoltata: si vive, si condivide e rimane nel cuore.

Gerardo Petta




Canada. Dall’Italia al Québec, “Migrazioni Sonore 2026”: musica e sapori per raccontare le radici italiane

festival italiano junto al río en québec

Un mese di concerti e appuntamenti radiofonici e televisivi in Canada per gli artisti italiani. Il progetto culminerà l’11 novembre a Montréal con “Fuori Cucina”, un incontro tra musica, gastronomia e identità dei territori.

festival italiano junto al río en québec

Dall’Italia al Québec, la musica e la gastronomia diventano strumenti per raccontare le tradizioni, le identità regionali e i legami con le comunità italiane all’estero. È questo lo spirito di “Migrazioni Sonore 2026”, il progetto culturale che porta in Canada alcuni artisti italiani per un mese di concerti e appuntamenti radiofonici e televisivi.

Tra i protagonisti figurano i maremmani I Matti delle Giuncaie, con Lapo Marliani e Mirko Rosi, affiancati dal musicista volterrano Stefano “Borrkia” Toncelli e dal marchigiano Julian Corradini, nato in Argentina. Un gruppo di artisti con percorsi e sensibilità differenti, accomunati dalla capacità di intrecciare folk, rock, musica popolare italiana e influenze latinoamericane.

La musica come ponte tra culture

Il progetto propone un’immagine dell’Italia lontana dagli stereotipi, nella quale la tradizione dialoga con linguaggi musicali contemporanei. La Toscana e le Marche sono raccontate attraverso le esperienze degli artisti, le loro origini e le contaminazioni culturali che caratterizzano il loro percorso.

Particolarmente significativa è la storia di Julian Corradini, marchigiano e argentino di nascita, la cui esperienza personale riflette il tema delle migrazioni, degli incontri e delle identità che si trasformano attraversando confini geografici e culturali.

L’iniziativa si inserisce in un percorso avviato nel 2016, quando “Migrazioni Sonore” ha cominciato a promuovere scambi creativi tra musicisti, territori e comunità italiane all’estero, favorendo la mobilità artistica tra l’Italia e i Paesi francofoni.

L’11 novembre a Montréal l’appuntamento “Fuori Cucina”

Il momento conclusivo del calendario sarà l’11 novembre alla Casa d’Italia di Montréal, con “Fuori Cucina”, un evento che affiancherà alle esibizioni musicali la valorizzazione di prodotti gastronomici toscani e marchigiani.

La Toscana sarà rappresentata dal Morellino di Scansano di Morisfarms e dal miele biologico della Tenuta di Camugliano, in provincia di Pisa. Per le Marche saranno presenti l’olio extravergine di oliva del Frantoio Agostini e la pasta del Pastificio Santoni.

L’obiettivo non è soltanto proporre una degustazione accompagnata dalla musica, ma costruire un racconto condiviso dei territori: le canzoni esprimono la memoria e la creatività delle comunità, mentre i prodotti tipici ne restituiscono i sapori, le materie prime e le tradizioni.

L’evento si svolge con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Montréal e della Provincia di Grosseto, in collaborazione con il Centro Comunitario Casa d’Italia di Montréal. Il progetto è curato da Salty Music APS, con la collaborazione organizzativa di Production Casa Nostra.

Cultura italiana oltre i confini

“Migrazioni Sonore” conferma il ruolo della cultura come strumento di dialogo con le comunità italiane nel mondo. Attraverso la musica, il cibo e le storie personali degli artisti, l’iniziativa porta in Québec un’immagine dinamica dell’Italia, capace di conservare le proprie radici e, allo stesso tempo, di aprirsi a nuove influenze.

Un ponte tra territori e generazioni che dimostra come l’identità italiana all’estero non sia soltanto memoria delle origini, ma anche una cultura viva, capace di rinnovarsi attraverso gli incontri.




La Scala conquista New York: da Otello a Nixon in China, una stagione tra tradizione e novità

presentación de la temporada de la scala

Presentata al Consolato italiano la stagione 2026-2027 del teatro milanese: tredici opere, sette programmi di balletto e grandi appuntamenti musicali. Il melodramma italiano si conferma un patrimonio internazionale

presentación de la temporada de la scala

La grande musica italiana attraversa l’Atlantico. Il Teatro alla Scala di Milano ha presentato a New York la stagione artistica 2026-2027, confermando il legame storico tra uno dei più prestigiosi teatri lirici del mondo e il pubblico americano, in particolare quello della metropoli che da generazioni accoglie italiani provenienti da ogni parte della Penisola.

La presentazione si è svolta il 6 ottobre al Consolato Generale d’Italia a New York. A illustrare il programma è stato Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico della Scala, accompagnato da Paolo Besana, direttore della comunicazione del teatro, e da rappresentanti dell’associazione americana che sostiene l’istituzione milanese.

Il cartellone comprende 13 titoli d’opera, sette programmi di balletto e una ricca proposta concertistica, tra orchestre ospiti, recital di canto e pianoforte e appuntamenti sinfonici. Una stagione che combina il grande repertorio con opere meno frequentate e nuove produzioni.

Si apre con Verdi: il nuovo Otello

Il sipario sulla stagione si alzerà il 7 dicembre 2026 con Otello di Giuseppe Verdi, uno dei titoli più impegnativi e intensi del repertorio operistico.

La nuova produzione sarà diretta da Myung-Whun Chung, alla sua prima stagione come direttore musicale della Scala, mentre la regia sarà affidata a Damiano Michieletto, al debutto in questo ruolo per la serata inaugurale. Nel cast figurano Brian Jagde nel ruolo di Otello, Luca Salsi come Jago ed Eleonora Buratto come Desdemona.

La scelta di aprire con Verdi ribadisce il ruolo centrale del melodramma italiano nella storia della Scala e nella diffusione internazionale della cultura musicale italiana.

La novità americana: Nixon in China

Uno degli appuntamenti più significativi sarà però ** Nixon in China di John Adams**, opera che arriverà per la prima volta sul palcoscenico del teatro milanese.

La produzione sarà in scena dal 26 giugno al 13 luglio 2027, con Kent Nagano sul podio e la regia di Valentina Carrasco. L’opera racconta la storica visita del presidente statunitense Richard Nixon in Cina nel 1972, quando incontrò Mao Zedong in un passaggio cruciale della diplomazia internazionale.

La scelta ha anche un significato simbolico: mentre la Scala presenta negli Stati Uniti la propria stagione, inserisce nel cartellone un’opera di un compositore americano, tra i protagonisti della musica contemporanea.

Ortombina ha spiegato che il teatro milanese ha un pubblico americano numeroso, soprattutto proveniente da New York, e che la presentazione oltreoceano è un modo per ricambiare l’interesse e mantenere vivo un rapporto culturale consolidato.

Ritornano titoli attesi da decenni

Accanto alle nuove produzioni, la stagione riserva spazio a opere che mancavano da molto tempo dal repertorio scaligero.

Tra queste figurano ** I puritani di Vincenzo Bellini**, assenti dal 1971, e ** Les Pêcheurs de perles di Georges Bizet**, che non venivano rappresentati alla Scala dal 1948. Tornerà inoltre La bohème di Giacomo Puccini nell’allestimento storico firmato da Franco Zeffirelli nel 1963.

Il programma comprende anche Macbeth di Verdi, diretto da Myung-Whun Chung, e Leonora di Ferdinando Paër, opera che permette di riscoprire un compositore italiano e un soggetto che sarebbe diventato celebre anche nella versione di Beethoven.

Una stagione che guarda oltre l’opera

La proposta 2026-2027 non si limita al melodramma. Il balletto e i concerti completano un programma pensato per pubblici diversi, dagli appassionati più esperti ai giovani spettatori.

Sono disponibili formule di abbonamento dedicate all’opera, al balletto e ai concerti, oltre a proposte per gli under 35 e per le famiglie. I carnet componibili consentono inoltre di scegliere più spettacoli secondo i propri interessi.

L’obiettivo è mantenere la Scala fedele alla propria storia, senza rinunciare alla ricerca e all’apertura verso repertori e sensibilità differenti.

La cultura italiana come linguaggio universale

La presentazione newyorkese è stata anche un’occasione per riflettere sul ruolo internazionale della musica italiana.

Il melodramma nato in Italia è diventato nel tempo un linguaggio capace di superare le barriere linguistiche e culturali. Lo dimostra il pubblico internazionale che continua a frequentare la Scala, così come l’interesse per le produzioni italiane nei teatri di tutto il mondo.

Per gli italiani che vivono negli Stati Uniti, iniziative come questa rappresentano anche un legame con il Paese d’origine: non soltanto una celebrazione della tradizione, ma la possibilità di seguire l’evoluzione di una delle istituzioni culturali più importanti d’Italia.

Da Verdi a John Adams, la nuova stagione della Scala racconta dunque un teatro che custodisce la propria identità e, allo stesso tempo, si apre al mondo. Ed è proprio questo equilibrio tra memoria, innovazione e dialogo internazionale a renderlo un simbolo della cultura italiana oltre i confini nazionali.

 




Lo Zecchino d’Oro negli USA: il Piccolo Coro debutta a New York

7zecchino

A New York le voci del Piccolo Coro dell’Antoniano portano musica, lingua italiana e valori di amicizia. Oggi il debutto all’Istituto Italiano di Cultura, poi CNN, scuole bilingui e Columbus Day sulla Fifth Avenue

7zecchino

C’è un pezzo dell’infanzia italiana che sta attraversando l’Atlantico.

Per la prima volta nella sua storia, il Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, protagonista dello Zecchino d’Oro, è arrivato negli Stati Uniti per una tournée che dal 6 al 13 ottobre porta a New York musica, lingua italiana, educazione e cultura.

Un appuntamento particolarmente significativo per gli italiani che vivono all’estero, perché le canzoni dello Zecchino d’Oro hanno accompagnato generazioni di bambini italiani e, adesso, arrivano direttamente nelle comunità italo-americane e nelle scuole americane dove si studia la nostra lingua.

Il progetto si chiama “Generations of Voices – Music for Humanity” ed è nato con l’obiettivo di creare, attraverso la musica, un ponte tra Italia e Stati Uniti, coinvolgendo bambini, famiglie, scuole, istituzioni e comunità italo-americane.

Il debutto all’Istituto Italiano di Cultura

Il momento più atteso è quello di oggi, 8 ottobre, quando il Piccolo Coro sarà accolto dal Consolato Generale d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Alle 11, nella sede dell’Istituto di Park Avenue, il pubblico potrà incontrare i giovani cantanti del coro in un appuntamento aperto a bambini, genitori, nonni e a tutti gli appassionati dello Zecchino d’Oro.

È la prima volta che la storica manifestazione italiana arriva ufficialmente negli Stati Uniti con il suo Piccolo Coro.

La scelta di New York non è casuale. La città ospita una delle più importanti comunità italiane e italo-americane degli Stati Uniti e rappresenta un punto d’incontro naturale tra la cultura italiana e quella americana.

Dalle Nazioni Unite alla Fifth Avenue

La tournée è iniziata ieri con un appuntamento particolarmente simbolico.

Il Piccolo Coro dell’Antoniano è stato ricevuto alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, dove l’ambasciatore e rappresentante permanente Giorgio Marrapodi ha incontrato la delegazione guidata da fra’ Giampaolo Cavalli.

I bambini hanno aperto la cerimonia eseguendo l’Inno nazionale italiano e alcuni brani scelti per la missione americana.

Marrapodi ha sottolineato il valore del messaggio portato dall’Antoniano, legato a pace, amicizia, solidarietà e dialogo, e il ruolo delle giovani generazioni nella costruzione del futuro.

Il riferimento alle Nazioni Unite ha anche una curiosa coincidenza storica: proprio nel 1959, anno della prima edizione dello Zecchino d’Oro, l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la Dichiarazione dei diritti del fanciullo.

Ma il viaggio dei piccoli cantanti non si fermerà alle istituzioni.

Nei prossimi giorni sono previsti incontri nelle scuole pubbliche di New York con programmi bilingui italiano-inglese, un’esperienza pensata per mettere in contatto i bambini italiani con i loro coetanei americani che studiano la nostra lingua.

Anche la CNN

Il programma prevede inoltre una presenza televisiva internazionale.

Il 9 ottobre il Piccolo Coro sarà ospite del Morning Show della CNN insieme a Simona Rodano, presidente e fondatrice della Global EduLanguage Foundation, organizzazione coinvolta nella realizzazione del progetto.

Sarà un’altra occasione per far conoscere al pubblico americano una delle tradizioni musicali più longeve della cultura italiana.

E poi il Columbus Day

Il momento probabilmente più spettacolare arriverà il 12 ottobre, quando il Piccolo Coro parteciperà alle celebrazioni del Columbus Day sulla Fifth Avenue.

Le voci dei bambini dello Zecchino d’Oro saranno quindi protagoniste nel cuore di Manhattan, davanti al pubblico della grande manifestazione dedicata alla cultura italo-americana.

Sarà una vetrina internazionale per una tradizione nata in Italia nel 1959 e diventata, nel corso dei decenni, parte dell’immaginario di milioni di famiglie.

Sessantasette anni di canzoni

Lo Zecchino d’Oro ha compiuto proprio quest’anno 67 anni.

La prima puntata fu trasmessa il 24 settembre 1959 dal Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, con l’ideazione e la conduzione di Cino Tortorella, il celebre Mago Zurlì.

Nel 1961 la manifestazione si trasferì all’Antoniano di Bologna e nel 1963 nacque il Piccolo Coro dell’Antoniano fondato da Mariele Ventre, destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili della musica italiana per l’infanzia.

Da allora le canzoni dello Zecchino d’Oro sono entrate nelle case di generazioni di italiani.

Ora, per la prima volta, quelle stesse canzoni arrivano negli Stati Uniti attraverso i bambini che le cantano.

La lingua italiana cantata dai bambini

Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

La promozione della lingua italiana all’estero non passa soltanto dai corsi, dalle università o dagli Istituti Italiani di Cultura.

Può passare anche attraverso una canzone.

Per un bambino americano che studia italiano, ascoltare e cantare insieme a bambini italiani può trasformare una lingua studiata sui libri in qualcosa di concreto, divertente e immediatamente comprensibile.

È proprio questa l’idea alla base della tournée: utilizzare la musica per avvicinare le nuove generazioni alla lingua e alla cultura italiana.

Un messaggio particolarmente attuale in un momento in cui le istituzioni italiane stanno dedicando grande attenzione alla promozione dell’italiano nel mondo.

E per gli italiani residenti all’estero c’è anche un significato più emotivo: quelle canzoni rappresentano un pezzo di Italia che non ha bisogno di essere spiegato.

Basta ascoltarle.

Perché lo Zecchino d’Oro, prima ancora di essere un festival televisivo, è stato per milioni di italiani una parte della propria infanzia.

E adesso quella memoria attraversa l’oceano.

 




È morto Piero, la voce di “Mi viejo”: dall’Italia all’America Latina una vita in musica

wnb2cro65fillhhajwgc3uw7su

Nato a Gallipoli e emigrato in Argentina a soli tre anni, Piero De Benedictis è diventato una delle grandi voci della canzone popolare latinoamericana. Aveva 81 anni

wnb2cro65fillhhajwgc3uw7su

È morto a Buenos Aires, all’età di 81 anni, Piero Antonio Franco De Benedictis, conosciuto semplicemente come Piero, uno dei cantautori più popolari e riconoscibili della musica latinoamericana.

La notizia è stata comunicata dalla famiglia e dagli amici dell’artista il 7 ottobre. Piero era ricoverato a Buenos Aires e, al momento, non è stata comunicata ufficialmente la causa della morte.

Per gli italiani all’estero, però, la sua storia ha un significato particolare.

Perché Piero era italiano.

Nato il 19 aprile 1945 a Gallipoli, in Puglia, lasciò l’Italia quando aveva appena tre anni e raggiunse l’Argentina insieme alla madre e alla sorella, per ricongiungersi con il padre che si era già stabilito a Banfield, nella provincia di Buenos Aires.

Quella che era cominciata come una storia di emigrazione sarebbe diventata una straordinaria carriera artistica.

Dall’emigrazione alla musica

Piero crebbe in Argentina e fu proprio lì che costruì la sua identità artistica.

La sua carriera cominciò negli anni Sessanta. Nel 1964 debuttò in televisione nel programma Remates musicales, dopo aver abbandonato la formazione sacerdotale iniziata qualche anno prima.

Nel 1968 incontrò il poeta e autore José Tcherkaski. Da quell’incontro nacque una collaborazione destinata a produrre alcune delle canzoni più conosciute della sua carriera.

Tra queste, naturalmente, “Mi viejo”.

“Mi viejo”, una canzone diventata memoria collettiva

Pubblicata nel 1969, Mi viejo divenne rapidamente uno dei brani più celebri di Piero e superò i confini dell’Argentina.

La canzone raccontava il rapporto tra un figlio e il proprio padre, il passare degli anni e la trasformazione dell’uomo che un tempo sembrava invincibile e che, con il tempo, comincia a camminare più lentamente.

Una storia semplice, ma capace di parlare a generazioni diverse.

È diventata nel tempo una delle canzoni più associate alla figura paterna in tutta l’America Latina ed è stata reinterpretata da numerosi artisti.

E ancora oggi basta pronunciare il nome di Piero perché per milioni di persone quelle prime parole della canzone riportino immediatamente alla memoria un padre, un’immagine familiare, un’epoca.

Dalla canzone d’amore alla canzone sociale

Ma Piero non fu soltanto l’interprete di Mi viejo.

Negli anni Settanta la sua musica assunse sempre più una forte dimensione sociale e politica.

Brani come “Para el pueblo lo que es del pueblo”, “Que se vayan ellos” e “Pedro Nadie” lo trasformarono in una delle voci della canzone di protesta latinoamericana.

Era un periodo particolarmente difficile per l’Argentina.

Dopo il colpo di Stato militare del 1976, Piero lasciò il Paese e visse in esilio, prima in Spagna e successivamente in Colombia, dove avrebbe costruito un rapporto profondissimo con il Paese, fino ad ottenerne la cittadinanza nel 1994.

Il suo percorso artistico si intrecciò così con una parte importante della storia politica e sociale dell’America Latina.

Un italiano diventato simbolo della musica latinoamericana

C’è un elemento della sua biografia che rischia di passare in secondo piano davanti alla fama conquistata in Argentina.

Piero non era nato argentino.

Era nato in Italia e apparteneva a quella generazione di bambini italiani che nel dopoguerra partirono con le proprie famiglie verso altri Paesi alla ricerca di una nuova vita.

La sua storia dimostra anche quanto possa essere complesso il concetto di identità.

Piero diventò argentino attraverso la vita, la lingua, la musica e la cultura. Ma rimase anche figlio di un’emigrazione italiana che aveva portato milioni di persone in ogni angolo del mondo.

Nel suo caso, quella storia partì da Gallipoli e arrivò fino ai grandi palcoscenici dell’America Latina.

Una carriera lunga oltre mezzo secolo

Piero ha attraversato più di sei decenni di musica.

Ha conosciuto il successo, l’esilio, il ritorno in Argentina e una lunga stagione di concerti e iniziative sociali.

Nel 2016 la Latin Recording Academy gli assegnò il Premio alla Eccellenza Musicale, riconoscimento alla sua lunga carriera e al contributo dato alla musica latinoamericana.

La sua attività non si limitò inoltre alla musica: nel corso degli anni Piero partecipò a iniziative legate alla pace, alla solidarietà e soprattutto ai bambini e ai giovani.

Il suo messaggio pubblico rimase legato a parole come pace, giustizia sociale e speranza.

“La sua voce resterà con noi”

Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, la famiglia ha ricordato proprio la sua voce e il messaggio che aveva cercato di trasmettere attraverso tutta la sua vita artistica.

E forse è questa la sintesi migliore della storia di Piero.

Un bambino partito dall’Italia a tre anni.

Un ragazzo che in Argentina scoprì la musica.

Un cantante diventato famoso con una canzone dedicata al padre.

Un artista che poi trasformò la propria musica in uno strumento per raccontare la società, le ingiustizie, la pace e le speranze di un continente.

Piero è morto a Buenos Aires, ma la sua storia appartiene a due mondi.

Quello italiano da cui era partito.

E quello latinoamericano che lo aveva adottato e trasformato in una delle sue voci più amate.

E ogni volta che qualcuno ascolterà Mi viejo, quella storia tornerà inevitabilmente a vivere.

 

Nella foto: Piero durante un concerto al Lincoln Center di New York, nel 2010. Il cantautore italo-argentino è morto a Buenos Aires a 81 anni. Foto: Miguel Rajmil/EFE

 




Bennato porta l’America’s Cup a Nisida: musica e speranza per i ragazzi del carcere minorile

bennato americas cup foto

L’America’s Cup è arrivata a Nisida, ma non soltanto con le barche e la competizione sportiva. A portare la musica è stato Edoardo Bennato, che sulla terrazza dell’Istituto penale per i minorenni ha cantato L’isola che non c’è, dedicandola ai giovani detenuti.

bennato americas cup foto

L’occasione era l’apertura della settimana della regata preliminare dell’America’s Cup 2027, che avrà Napoli tra le città protagoniste del percorso verso la competizione. Bennato ha inoltre presentato dal vivo l’inno ufficiale della prossima America’s Cup, America’s Cup, scritto appositamente per l’evento.

“Una canzone di speranza”

Prima di eseguire L’isola che non c’è, Bennato ha spiegato di voler dedicare la canzone ai ragazzi dell’istituto.

Il brano, pubblicato nel 1980, è stato presentato dall’artista come un invito a sperare, a credere in se stessi e a costruire un futuro migliore, anche quando le condizioni sembrano difficili.

Per Bennato, il significato della serata è stato anche legato al particolare luogo nel quale si è svolta.

“Nisida è un’isola e nessuno lo sa”, canta in un altro suo brano. Ma questa volta, ha sottolineato il cantautore, Nisida è diventata il centro dell’attenzione internazionale proprio grazie alla Coppa America.

Nasce l’inno dell’America’s Cup

Dopo L’isola che non c’è, Bennato ha presentato anche il nuovo brano dedicato alla competizione.

L’artista ha raccontato di essere partito da alcuni versi del fratello Eugenio, legati al mare e al vento, per arrivare alla canzone America’s Cup. La scelta di coinvolgerlo è legata anche alla sua esperienza nella realizzazione di grandi sigle sportive: Bennato ha ricordato, tra le altre, Un’estate italiana, realizzata con Giorgio Moroder e Gianna Nannini per i Mondiali di calcio del 1990.

Questa volta il palcoscenico internazionale sarà quello della vela e il protagonista sarà Napoli, che ospiterà le regate preliminari e sarà una delle sedi del percorso verso l’America’s Cup 2027.

Lo sport entra nel carcere

La serata di Nisida non è stata soltanto un evento musicale.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha annunciato un percorso di formazione dedicato ai giovani dell’istituto, collegato allo sport e alla vela. È previsto inoltre il recupero del campo di calcio presente all’interno del carcere minorile, con l’obiettivo di restituire ai ragazzi uno spazio per l’attività sportiva.

L’idea è utilizzare la grande manifestazione sportiva internazionale anche per lasciare qualcosa alla città e alle realtà coinvolte.

Da Napoli al mondo

L’America’s Cup porterà nei prossimi mesi a Napoli team, atleti, tecnici e pubblico internazionale. Per Bennato, però, il significato dell’appuntamento va oltre la competizione.

La sua presenza a Nisida ha creato un collegamento particolare tra sport, musica e recupero sociale, proprio in un luogo che normalmente rimane lontano dai riflettori.

E la scelta di L’isola che non c’è non è casuale: una canzone nata più di quarant’anni fa è diventata, per una sera, un messaggio rivolto a giovani che stanno cercando una strada per il proprio futuro.

“Buon vento”, ha detto Bennato al termine dell’esibizione, utilizzando il tradizionale saluto dei velisti.

Per Napoli, il vento dell’America’s Cup è già cominciato a soffiare.

 

 

 




Sanremo 2027, cambia tutto: il pubblico avrà l’ultima parola sul vincitore

stefano de martino

Il Festival di Sanremo 2027 cambia formula e inaugura ufficialmente l’era di Stefano De Martino, chiamato per la prima volta a ricoprire il doppio ruolo di conduttore e direttore artistico.

La Rai ha pubblicato il regolamento ufficiale della 77ª edizione, che si svolgerà al Teatro Ariston dal 16 al 20 febbraio 2027. Le novità riguardano praticamente ogni aspetto della manifestazione: dagli artisti in gara al sistema di votazione, dalla serata dedicata all’Eurovision alle nuove regole sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

stefano de martino
Stefano De Martino

Saranno 24 i Big in gara

Il primo cambiamento riguarda il numero dei concorrenti.

A Sanremo 2027 saranno in gara 24 artisti, tutti nella categoria Campioni. Ventitré saranno scelti dalla direzione artistica, mentre il ventiquattresimo posto sarà assegnato di diritto al vincitore di “Sarà Sanremo 2026”.

È una riduzione significativa rispetto all’edizione precedente, che aveva portato sul palco 34 artisti.

Tutti i 24 concorrenti si esibiranno durante le serate dedicate alla gara principale.

Chi decide il vincitore?

È probabilmente la novità più importante.

Nelle prime due serate il voto sarà diviso tra Giuria della Sala Stampa, Tv e Web e Giuria Popolare. La prima peserà per il 67%, mentre il pubblico avrà il 33%.

Nella prima parte della serata finale entreranno in gioco tutte e tre le giurie: pubblico al 34%, Sala Stampa al 33% e Radio al 33%.

I risultati delle votazioni della prima, seconda e prima parte della quinta serata determineranno la classifica dalla quale usciranno da tre a cinque finalisti.

A quel punto, però, le giurie di Sala Stampa e Radio usciranno di scena.

Nella finalissima voterà infatti soltanto il pubblico attraverso televoto e voto online. Il risultato di questo voto peserà per il 50% e sarà sommato, per l’altro 50%, al cosiddetto “tesoretto” accumulato nelle votazioni precedenti.

Sarà quindi il pubblico ad avere l’ultima parola sul vincitore di Sanremo 2027.

Le Cover diventano una gara autonoma

Anche la tradizionale serata delle Cover cambia collocazione.

Si svolgerà giovedì 18 febbraio e avrà una propria classifica e un proprio vincitore. Il risultato della serata non contribuirà alla classifica generale del Festival.

I 24 artisti potranno interpretare brani italiani o internazionali insieme a ospiti italiani o stranieri.

Arriva la “Serata Performance”

La vera novità è però la serata di venerdì 19 febbraio, chiamata “Serata Performance”.

I 24 artisti dovranno riproporre il proprio brano con modalità interpretative, esecutive o sceniche differenti rispetto alle altre esibizioni.

A giudicarli saranno, con lo stesso peso del 50%, la Giuria Popolare e una nuova Giuria Internazionale di Esperti.

E qui c’è un cambiamento importante: il vincitore di questa serata sarà anche il rappresentante della Rai e dell’Italia all’Eurovision Song Contest 2027.

Non sarà quindi necessariamente il vincitore di Sanremo a rappresentare l’Italia all’Eurovision.

Sanremo e l’intelligenza artificiale

Il nuovo regolamento dedica per la prima volta uno spazio specifico all’intelligenza artificiale.

Le canzoni in gara dovranno essere espressione della creatività umana. Non sarà consentito utilizzare sistemi di IA quando il loro impiego comporti la sostituzione o l’alterazione del contributo creativo degli autori e degli artisti.

Il regolamento stabilisce inoltre che i brani in gara dovranno essere inediti e avere una durata massima di 3 minuti e 30 secondi. Per le Cover il limite sarà di quattro minuti.

L’autotune, invece, non viene vietato: De Martino ha spiegato che potrà essere utilizzato quando sarà funzionale al genere e al progetto musicale dell’artista.

Una nuova formula per il Festival

Il Sanremo di Stefano De Martino nasce quindi con una struttura profondamente modificata.

24 artisti, tutti sul palco ogni sera; una serata Cover con classifica autonoma; una nuova Serata Performance collegata all’Eurovision; un maggiore peso del pubblico nella scelta del vincitore e un regolamento specifico sull’uso dell’intelligenza artificiale.

Le proposte artistiche dovranno arrivare alla Rai entro il 23 novembre 2026, mentre i nomi degli artisti selezionati potranno essere annunciati dal 29 novembre.

Il Festival si svolgerà dal 16 al 20 febbraio 2027. E, per la prima volta dopo diverse edizioni, il pubblico avrà un ruolo decisivo proprio nel momento conclusivo: il vincitore sarà determinato dal voto popolare nella finalissima, insieme al risultato accumulato nelle serate precedenti.

 

 




L’Italia della creatività digitale protagonista a Montréal con MUTEK

6wse4r5uguepphfhph5auziue84r0u38q5b9wwvgttdaghkfwnpqxepxj5 nu3dw8hoanek3ikacgjw1xk17rqlha xwiluj9xdrhg1f2nye5 c 1lfxwz6dya9ymxzjbsgp4p1fkmog 6w gdcpxu9n7a tginzcr5qgjfiq9urc8krtjzt86wor wtfyda

Tre artisti italiani al festival internazionale dedicato alla musica elettronica, alle arti audiovisive e alle nuove tecnologie.

L’Italia della cultura non è soltanto quella dei grandi musei, dell’opera e della tradizione.

È anche ricerca, sperimentazione, tecnologia e nuovi linguaggi artistici.

È questa l’Italia che in questi giorni è protagonista a Montréal, dove dal 25 al 30 agosto si svolge la 27ª edizione di MUTEK, uno dei più importanti festival internazionali dedicati alla creatività digitale, alla musica elettronica e alle arti audiovisive.

A rappresentare l’Italia sono tre artisti: Donato Dozzy, Neel – nome d’arte di Giuseppe Tillieci – e Sara Persico, grazie al sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.

https://images.openai.com/static-rsc-4/CxWb5ukicgA-SnHwI7wiKAcNyknnoLgr9NUGLbcYcaTG_BavqIDNZT9vdvNX0yCl2x0UayaKm6TxJteFZ9Qu1n1dK6D_ahBeJNf00H4HzBZvXDFQ2oyKzUYQUc-eZ5ebYEEHyBquxfGQUru3O2F-dCmUTwi2WNJPizWmf7yzBTmfynEk_9mqj7Xdp2ugJuyw?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/6WSe4R5uGuepphFhPh5aUziUE84R0U38q5b9wwvGtTDagHKFwnpQxEpXj5_nU3dw8HoANEK3IKaCGjW1Xk17RQlha_xWiluJ9xDRhG1F2Nye5_C_1LfXWZ6DYa9YmxZjBsgP4p1FkmOg_6w_GDCPXu9n7a-TGInZCr5QgjFIq9URC8KRtJzT86wor_WtfYDA?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/rY3EhBoyDqmfGfcmtNX7Pjb9aU3ExFrib44pjt8FqRkwJ10J58giwb1p11Dhu87VWIFWjuTtJkJcbNQqxivN5ITJfwwNfOwk2RZxyK1G4qWsRDhpBWWmAxBvDvg_jCgN24xUYfjkqbmUpSr96DIrYO4ibgsA5o7uhqGIghBXVRkPKQ54b-xxH6mKUYfPVeTN?purpose=fullsize

Sei giorni dedicati al futuro della musica

MUTEK Montréal riunisce quest’anno quasi 120 artisti provenienti da 28 Paesi, proponendo concerti, performance audiovisive, installazioni e forme di spettacolo nelle quali musica, immagini e tecnologia si incontrano.

Il festival si sviluppa in diversi luoghi del centro di Montréal, tra cui la Société des arts technologiques, il MTELUS, la Maison symphonique e, per la prima volta, lo Studio-Théâtre dei Grands Ballets.

Non è quindi soltanto un festival musicale.

È un laboratorio nel quale gli artisti sperimentano nuovi modi di utilizzare suono, immagini, spazio e tecnologie digitali.

Tre italiani, tre modi di sperimentare

La presenza italiana è affidata a tre artisti con percorsi differenti.

Donato Dozzy è una delle figure più conosciute della scena elettronica italiana, particolarmente apprezzato per una ricerca musicale caratterizzata da atmosfere ipnotiche e grande attenzione al suono.

Neel, pseudonimo di Giuseppe Tillieci, è produttore e artista elettronico e da anni lavora sulla relazione tra musica, tecnologia e sperimentazione.

Sara Persico, invece, porta a Montréal una ricerca nella quale voce, elettronica, improvvisazione e performance si fondono in una forma espressiva molto personale.

Tre percorsi diversi, ma un elemento comune:

l’idea che la musica elettronica possa essere molto più di una semplice successione di suoni.

L’Italia sostenuta dall’Istituto Italiano di Cultura

La partecipazione italiana è resa possibile dal sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, organismo ufficiale dello Stato italiano che ha tra i propri obiettivi la promozione della lingua, della cultura, delle arti e delle scienze italiane in Canada.

Il sostegno non riguarda soltanto la presenza dei tre artisti.

L’Istituto ha contribuito anche alla partecipazione del direttore creativo Adriano Martella e della direttrice artistica di MUTEK, Marie-Louise, nell’ambito delle attività del festival.

Una nuova immagine dell’Italia

È forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

Quando si parla di promozione culturale italiana all’estero, spesso si pensa immediatamente a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Fellini, la cucina o la moda.

Tutto questo continua naturalmente a rappresentare l’Italia.

Ma accanto a quella tradizione esiste un’altra Italia:

quella che sperimenta.

Quella degli artisti digitali, dei musicisti elettronici, dei creativi che lavorano con algoritmi, immagini, sintetizzatori, software e nuove tecnologie.

MUTEK è quindi anche una vetrina per mostrare questa Italia contemporanea.

La musica non ha più confini

La musica elettronica ha una caratteristica particolare: nasce facilmente dalla collaborazione tra Paesi diversi.

Un artista può vivere a Roma, esibirsi a Montréal, collaborare con un musicista di Berlino e pubblicare la propria musica in Giappone.

La tecnologia ha praticamente eliminato le distanze.

Ma proprio per questo diventa importante portare nei grandi festival internazionali la specificità delle diverse scene nazionali.

L’Italia, in questo contesto, ha una tradizione elettronica che risale a diversi decenni e che continua a produrre artisti capaci di confrontarsi con la scena internazionale.

Montréal, capitale della creatività digitale

La scelta di Montréal non è casuale.

La città è da anni uno dei centri internazionali più importanti per le arti digitali e la sperimentazione audiovisiva.

Durante MUTEK, il centro della città diventa un punto d’incontro tra artisti, ricercatori, professionisti e pubblico.

Accanto agli spettacoli, infatti, il MUTEK Forum propone conferenze, workshop, presentazioni di progetti e occasioni di incontro dedicate alle nuove condizioni della creatività nell’era digitale.

Non soltanto spettacolo

Ed è proprio qui che il festival diventa particolarmente interessante.

Non si tratta soltanto di andare a un concerto.

Il pubblico può assistere a esperienze nelle quali suono, luce, immagini e tecnologia interagiscono in tempo reale.

Il risultato può essere molto diverso da quello di un tradizionale spettacolo musicale.

A volte non c’è nemmeno una separazione netta tra musicista, artista visivo e programmatore.

Sono tutti parte dello stesso processo creativo.

Un’altra forma di diplomazia culturale

La presenza italiana a MUTEK rappresenta anche una forma moderna di diplomazia culturale.

Portare artisti italiani in un festival internazionale significa infatti creare relazioni, aprire nuove possibilità professionali e far conoscere una parte della creatività italiana che spesso rimane meno visibile rispetto ai settori più tradizionali.

Ed è proprio questo uno dei compiti degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo.

L’Italia guarda avanti

In un certo senso, la partecipazione italiana a MUTEK racconta un’Italia diversa da quella delle cartoline.

Un’Italia che non rinuncia alla propria tradizione, ma che contemporaneamente usa la tecnologia per inventare nuovi linguaggi.

È un messaggio importante anche per le nuove generazioni di italiani all’estero.

La cultura italiana non è soltanto qualcosa da conservare.

È anche qualcosa da creare continuamente.

A Montréal, in questi giorni, l’Italia non è soltanto rappresentata dal passato.

È rappresentata da tre artisti che lavorano con il suono, l’elettronica e la tecnologia per immaginare il futuro.

E forse è proprio questo il modo migliore per far conoscere l’Italia nel mondo: non soltanto ricordando ciò che abbiamo creato, ma mostrando ciò che stiamo ancora creando.




Addio a Dolly Parton, la ragazza del Tennessee che conquistò il mondo

bxtriqwic0bfmc bhfzsbzov9ri1gxlytmvev2fokj0h3epkemnac9p6g8kvcrdsji7xarf10hakmtc6i5uf5wy479rfxjmgmpsevdwn ryptmjve4ayh3tecgjpawdgpx 9wpdij6stdykcfgj0aouttzzy36ytc6pgbttro98lv4zgpyyb8oi8wtwbifme

È difficile immaginare il mondo della musica senza Dolly Parton.

bxtriqwic0bfmc bhfzsbzov9ri1gxlytmvev2fokj0h3epkemnac9p6g8kvcrdsji7xarf10hakmtc6i5uf5wy479rfxjmgmpsevdwn ryptmjve4ayh3tecgjpawdgpx 9wpdij6stdykcfgj0aouttzzy36ytc6pgbttro98lv4zgpyyb8oi8wtwbifme

La sua voce, le sue canzoni, i suoi capelli biondissimi, gli abiti scintillanti e quell’ironia con cui per tutta la vita ha giocato anche sulla propria immagine erano diventati qualcosa di molto più grande di una semplice carriera musicale.

Dolly Parton è morta il 25 agosto a Nashville, all’età di 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro. La notizia è stata annunciata dalla famiglia e successivamente confermata dal suo staff. Il tipo di tumore non è stato reso pubblico. Parton è morta al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dai suoi familiari.

Con lei se ne va una delle figure più riconoscibili della cultura americana degli ultimi sessant’anni.

0wrw4awm9r gzake3pbc7w9 yih2slcfwrtol18zwpqebio3rnfoag qri5mgkaddm3rfcofwu4yyhqobaw0z3pmp0z0bd pq6 odg2q4plbaukla5balyl7nxog8teezn3drsvqxawyfaqyjdnpvkprclktppqpubxbyhiri4 4sd6m8loucmgj jpjr8g

Da una piccola casa del Tennessee

La storia di Dolly Parton sembra quasi una favola americana.

Nata nel gennaio del 1946 in Tennessee, era la quarta di 12 figli di una famiglia poverissima. La famiglia viveva in una piccola casa di montagna e spesso non aveva abbastanza denaro nemmeno per le necessità quotidiane.

La musica arrivò prestissimo.

Dolly cominciò a cantare da bambina nella chiesa del nonno e imparò a suonare la chitarra. A soli 13 anni era già salita sul palco del Grand Ole Opry di Nashville.

A 18 anni, appena terminata la scuola superiore, partì per Nashville con una valigia e le sue canzoni.

Aveva un sogno.

E quel sogno, alla fine, diventò realtà.

du7h8xydpamtlxj2pteqrq5sm3pd2wehpt2gw5pdmkyqxr7uxukxeh9sd ii9fyeiowc clsvm xlumld6ihbvlnzb6tyjbrgec4fyjxlu 6n pqnchuarpe5zfc4p2vcmqtpcupnuazmmcst9rcxnvsg1xvzpic76eoswurrjyvgqzojl5xyhk6xeyjtifp

Porter Wagoner e la grande occasione

La svolta arrivò negli anni Sessanta, quando Dolly entrò nel programma televisivo The Porter Wagoner Show.

Il sodalizio con Porter Wagoner contribuì a farla conoscere al grande pubblico e le permise di affermarsi prima come cantante e poi soprattutto come autrice.

Fu anche la fine di quella collaborazione a ispirare una delle sue canzoni più celebri.

Dolly scrisse “I Will Always Love You” nel momento della separazione professionale da Wagoner.

La canzone divenne un grande successo country, ma sarebbe diventata un fenomeno planetario molti anni dopo, quando Whitney Houston la interpretò per il film The Bodyguard.

Dolly aveva scritto quella canzone.

E quella canzone avrebbe finito per fare il giro del mondo.

Jolene, 9 to 5 e una voce inconfondibile

Poi arrivarono i grandi successi.

“Jolene”, “9 to 5”, “Coat of Many Colors”, “Here You Come Again” e moltissime altre canzoni.

Parton non fu soltanto una grande interprete.

Fu una straordinaria autrice, capace di trasformare esperienze personali, ricordi dell’infanzia, amore, povertà, gelosia e speranza in canzoni semplici e immediatamente comprensibili.

Nel corso della sua carriera avrebbe scritto oltre 3.000 canzoni e venduto più di 100 milioni di dischi nel mondo.

Il cinema e la consacrazione mondiale

Dolly non si fermò alla musica.

Nel 1980 arrivò il cinema con “9 to 5”, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin.

Il film ebbe un enorme successo e la canzone che Dolly scrisse e interpretò per la pellicola diventò uno dei suoi brani più conosciuti.

Poi arrivarono altri film, tra cui “Steel Magnolias”, che dimostrarono che dietro l’immagine della cantante country con i capelli enormi e gli abiti pieni di strass c’era anche un’attrice capace di conquistare il pubblico.

Ma Dolly non smise mai di essere Dolly.

Una donna che sapeva ridere di se stessa

Forse uno dei suoi segreti era proprio questo.

Dolly Parton aveva costruito un’immagine estremamente riconoscibile: capelli giganteschi, trucco vistoso, abiti aderenti, tacchi e strass.

Ma era spesso la prima a scherzare sulla propria immagine.

Non si prendeva troppo sul serio.

E dietro quella figura apparentemente costruita c’era una donna estremamente intelligente, determinata e dotata di un notevole senso degli affari.

Ha creato un vero impero che comprendeva musica, cinema, editoria, turismo e Dollywood, il grande parco divertimenti del Tennessee.

Ma il suo lascito più grande forse non è musicale

C’è un’altra Dolly Parton che merita di essere ricordata.

Quella della filantropia.

Nel 1995 fondò la Dolly Parton’s Imagination Library, un programma che distribuisce gratuitamente libri ai bambini.

Nel corso degli anni il progetto ha distribuito oltre 300 milioni di libri negli Stati Uniti e in altri Paesi.

È un’eredità straordinaria, soprattutto considerando da dove era partita.

Dolly non dimenticò mai la povertà della propria infanzia.

Suo padre aveva avuto difficoltà a leggere e scrivere e proprio questa esperienza contribuì alla sua decisione di fare della lettura infantile una delle sue grandi battaglie.

Anche nella ricerca contro il Covid

Nel 2020 Dolly Parton donò un milione di dollari alla ricerca sul coronavirus presso la Vanderbilt University.

Il finanziamento contribuì al lavoro che portò allo sviluppo del vaccino Moderna.

Ancora una volta, la cantante aveva scelto di trasformare la propria ricchezza in qualcosa che potesse essere utile agli altri.

Una carriera piena di riconoscimenti

I numeri raccontano soltanto una parte della sua storia.

Dolly Parton ha vinto 11 Grammy Awards ed è stata inserita nella Country Music Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame. Ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, compreso un Oscar onorario.

Ma forse il riconoscimento più importante è un altro.

È riuscita a essere amata da generazioni completamente diverse.

Da chi ascoltava country negli anni Sessanta ai giovani che hanno scoperto le sue canzoni attraverso il cinema, la televisione e le nuove piattaforme digitali.

Dolly e Carl

La sua vita privata è stata molto più discreta della sua carriera.

Dolly era sposata con Carl Dean dal 1966.

Lui, al contrario di lei, aveva sempre evitato la vita pubblica.

Carl è morto nel marzo del 2025, dopo quasi sessant’anni di matrimonio.

La perdita del marito aveva profondamente colpito Dolly e, negli ultimi mesi, lei aveva parlato delle difficoltà attraversate anche sul piano personale e della salute.

Pochi giorni prima della morte aveva ancora parlato del desiderio di continuare a lavorare e dei molti progetti che voleva portare a termine.

È forse uno degli aspetti più commoventi della sua storia.

Dolly continuava a guardare avanti.

Una leggenda che non aveva ancora finito di sognare

Aveva 80 anni.

Ma continuava a progettare.

Un musical dedicato alla sua vita era destinato ad arrivare a Broadway e negli ultimi anni aveva continuato a lavorare su nuovi progetti musicali e imprenditoriali.

Per questo la sua morte arriva quasi come una sorpresa.

Perché Dolly Parton sembrava appartenere a quella rara categoria di persone che immaginiamo destinate a esserci sempre.

Una canzone che rimane

Dolly Parton ha scritto migliaia di canzoni.

Alcune diventeranno patrimonio della musica americana.

Altre continueranno a essere cantate nei bar, nei concerti, nelle case e nelle radio.

Ma forse la sua eredità più importante è l’insieme di tutte queste cose: una ragazza povera del Tennessee che non ha mai dimenticato da dove veniva, una cantante diventata leggenda, una donna d’affari straordinaria e una filantropa che ha utilizzato la propria fortuna per aiutare milioni di persone.

Dolly Parton aveva trasformato la propria vita in una storia.

E quella storia, adesso, è arrivata alla fine.

Ma le sue canzoni no.

Quelle continueranno a viaggiare.

E forse, da qualche parte, qualcuno ascolterà ancora una chitarra e una voce che canta “Jolene”, oppure una delle sue mille storie d’amore, di dolore e di speranza.

E penserà a quella ragazza del Tennessee che un giorno partì con una valigia piena di canzoni.

Dolly Parton non c’è più.

Ma il mondo che ha contribuito a rendere un po’ più allegro, più generoso e certamente più musicale, continuerà a cantare.