L’Italia della creatività digitale protagonista a Montréal con MUTEK

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Tre artisti italiani al festival internazionale dedicato alla musica elettronica, alle arti audiovisive e alle nuove tecnologie.

L’Italia della cultura non è soltanto quella dei grandi musei, dell’opera e della tradizione.

È anche ricerca, sperimentazione, tecnologia e nuovi linguaggi artistici.

È questa l’Italia che in questi giorni è protagonista a Montréal, dove dal 25 al 30 agosto si svolge la 27ª edizione di MUTEK, uno dei più importanti festival internazionali dedicati alla creatività digitale, alla musica elettronica e alle arti audiovisive.

A rappresentare l’Italia sono tre artisti: Donato Dozzy, Neel – nome d’arte di Giuseppe Tillieci – e Sara Persico, grazie al sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.

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Sei giorni dedicati al futuro della musica

MUTEK Montréal riunisce quest’anno quasi 120 artisti provenienti da 28 Paesi, proponendo concerti, performance audiovisive, installazioni e forme di spettacolo nelle quali musica, immagini e tecnologia si incontrano.

Il festival si sviluppa in diversi luoghi del centro di Montréal, tra cui la Société des arts technologiques, il MTELUS, la Maison symphonique e, per la prima volta, lo Studio-Théâtre dei Grands Ballets.

Non è quindi soltanto un festival musicale.

È un laboratorio nel quale gli artisti sperimentano nuovi modi di utilizzare suono, immagini, spazio e tecnologie digitali.

Tre italiani, tre modi di sperimentare

La presenza italiana è affidata a tre artisti con percorsi differenti.

Donato Dozzy è una delle figure più conosciute della scena elettronica italiana, particolarmente apprezzato per una ricerca musicale caratterizzata da atmosfere ipnotiche e grande attenzione al suono.

Neel, pseudonimo di Giuseppe Tillieci, è produttore e artista elettronico e da anni lavora sulla relazione tra musica, tecnologia e sperimentazione.

Sara Persico, invece, porta a Montréal una ricerca nella quale voce, elettronica, improvvisazione e performance si fondono in una forma espressiva molto personale.

Tre percorsi diversi, ma un elemento comune:

l’idea che la musica elettronica possa essere molto più di una semplice successione di suoni.

L’Italia sostenuta dall’Istituto Italiano di Cultura

La partecipazione italiana è resa possibile dal sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, organismo ufficiale dello Stato italiano che ha tra i propri obiettivi la promozione della lingua, della cultura, delle arti e delle scienze italiane in Canada.

Il sostegno non riguarda soltanto la presenza dei tre artisti.

L’Istituto ha contribuito anche alla partecipazione del direttore creativo Adriano Martella e della direttrice artistica di MUTEK, Marie-Louise, nell’ambito delle attività del festival.

Una nuova immagine dell’Italia

È forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

Quando si parla di promozione culturale italiana all’estero, spesso si pensa immediatamente a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Fellini, la cucina o la moda.

Tutto questo continua naturalmente a rappresentare l’Italia.

Ma accanto a quella tradizione esiste un’altra Italia:

quella che sperimenta.

Quella degli artisti digitali, dei musicisti elettronici, dei creativi che lavorano con algoritmi, immagini, sintetizzatori, software e nuove tecnologie.

MUTEK è quindi anche una vetrina per mostrare questa Italia contemporanea.

La musica non ha più confini

La musica elettronica ha una caratteristica particolare: nasce facilmente dalla collaborazione tra Paesi diversi.

Un artista può vivere a Roma, esibirsi a Montréal, collaborare con un musicista di Berlino e pubblicare la propria musica in Giappone.

La tecnologia ha praticamente eliminato le distanze.

Ma proprio per questo diventa importante portare nei grandi festival internazionali la specificità delle diverse scene nazionali.

L’Italia, in questo contesto, ha una tradizione elettronica che risale a diversi decenni e che continua a produrre artisti capaci di confrontarsi con la scena internazionale.

Montréal, capitale della creatività digitale

La scelta di Montréal non è casuale.

La città è da anni uno dei centri internazionali più importanti per le arti digitali e la sperimentazione audiovisiva.

Durante MUTEK, il centro della città diventa un punto d’incontro tra artisti, ricercatori, professionisti e pubblico.

Accanto agli spettacoli, infatti, il MUTEK Forum propone conferenze, workshop, presentazioni di progetti e occasioni di incontro dedicate alle nuove condizioni della creatività nell’era digitale.

Non soltanto spettacolo

Ed è proprio qui che il festival diventa particolarmente interessante.

Non si tratta soltanto di andare a un concerto.

Il pubblico può assistere a esperienze nelle quali suono, luce, immagini e tecnologia interagiscono in tempo reale.

Il risultato può essere molto diverso da quello di un tradizionale spettacolo musicale.

A volte non c’è nemmeno una separazione netta tra musicista, artista visivo e programmatore.

Sono tutti parte dello stesso processo creativo.

Un’altra forma di diplomazia culturale

La presenza italiana a MUTEK rappresenta anche una forma moderna di diplomazia culturale.

Portare artisti italiani in un festival internazionale significa infatti creare relazioni, aprire nuove possibilità professionali e far conoscere una parte della creatività italiana che spesso rimane meno visibile rispetto ai settori più tradizionali.

Ed è proprio questo uno dei compiti degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo.

L’Italia guarda avanti

In un certo senso, la partecipazione italiana a MUTEK racconta un’Italia diversa da quella delle cartoline.

Un’Italia che non rinuncia alla propria tradizione, ma che contemporaneamente usa la tecnologia per inventare nuovi linguaggi.

È un messaggio importante anche per le nuove generazioni di italiani all’estero.

La cultura italiana non è soltanto qualcosa da conservare.

È anche qualcosa da creare continuamente.

A Montréal, in questi giorni, l’Italia non è soltanto rappresentata dal passato.

È rappresentata da tre artisti che lavorano con il suono, l’elettronica e la tecnologia per immaginare il futuro.

E forse è proprio questo il modo migliore per far conoscere l’Italia nel mondo: non soltanto ricordando ciò che abbiamo creato, ma mostrando ciò che stiamo ancora creando.




Addio a Dolly Parton, la ragazza del Tennessee che conquistò il mondo

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È difficile immaginare il mondo della musica senza Dolly Parton.

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La sua voce, le sue canzoni, i suoi capelli biondissimi, gli abiti scintillanti e quell’ironia con cui per tutta la vita ha giocato anche sulla propria immagine erano diventati qualcosa di molto più grande di una semplice carriera musicale.

Dolly Parton è morta il 25 agosto a Nashville, all’età di 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro. La notizia è stata annunciata dalla famiglia e successivamente confermata dal suo staff. Il tipo di tumore non è stato reso pubblico. Parton è morta al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dai suoi familiari.

Con lei se ne va una delle figure più riconoscibili della cultura americana degli ultimi sessant’anni.

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Da una piccola casa del Tennessee

La storia di Dolly Parton sembra quasi una favola americana.

Nata nel gennaio del 1946 in Tennessee, era la quarta di 12 figli di una famiglia poverissima. La famiglia viveva in una piccola casa di montagna e spesso non aveva abbastanza denaro nemmeno per le necessità quotidiane.

La musica arrivò prestissimo.

Dolly cominciò a cantare da bambina nella chiesa del nonno e imparò a suonare la chitarra. A soli 13 anni era già salita sul palco del Grand Ole Opry di Nashville.

A 18 anni, appena terminata la scuola superiore, partì per Nashville con una valigia e le sue canzoni.

Aveva un sogno.

E quel sogno, alla fine, diventò realtà.

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Porter Wagoner e la grande occasione

La svolta arrivò negli anni Sessanta, quando Dolly entrò nel programma televisivo The Porter Wagoner Show.

Il sodalizio con Porter Wagoner contribuì a farla conoscere al grande pubblico e le permise di affermarsi prima come cantante e poi soprattutto come autrice.

Fu anche la fine di quella collaborazione a ispirare una delle sue canzoni più celebri.

Dolly scrisse “I Will Always Love You” nel momento della separazione professionale da Wagoner.

La canzone divenne un grande successo country, ma sarebbe diventata un fenomeno planetario molti anni dopo, quando Whitney Houston la interpretò per il film The Bodyguard.

Dolly aveva scritto quella canzone.

E quella canzone avrebbe finito per fare il giro del mondo.

Jolene, 9 to 5 e una voce inconfondibile

Poi arrivarono i grandi successi.

“Jolene”, “9 to 5”, “Coat of Many Colors”, “Here You Come Again” e moltissime altre canzoni.

Parton non fu soltanto una grande interprete.

Fu una straordinaria autrice, capace di trasformare esperienze personali, ricordi dell’infanzia, amore, povertà, gelosia e speranza in canzoni semplici e immediatamente comprensibili.

Nel corso della sua carriera avrebbe scritto oltre 3.000 canzoni e venduto più di 100 milioni di dischi nel mondo.

Il cinema e la consacrazione mondiale

Dolly non si fermò alla musica.

Nel 1980 arrivò il cinema con “9 to 5”, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin.

Il film ebbe un enorme successo e la canzone che Dolly scrisse e interpretò per la pellicola diventò uno dei suoi brani più conosciuti.

Poi arrivarono altri film, tra cui “Steel Magnolias”, che dimostrarono che dietro l’immagine della cantante country con i capelli enormi e gli abiti pieni di strass c’era anche un’attrice capace di conquistare il pubblico.

Ma Dolly non smise mai di essere Dolly.

Una donna che sapeva ridere di se stessa

Forse uno dei suoi segreti era proprio questo.

Dolly Parton aveva costruito un’immagine estremamente riconoscibile: capelli giganteschi, trucco vistoso, abiti aderenti, tacchi e strass.

Ma era spesso la prima a scherzare sulla propria immagine.

Non si prendeva troppo sul serio.

E dietro quella figura apparentemente costruita c’era una donna estremamente intelligente, determinata e dotata di un notevole senso degli affari.

Ha creato un vero impero che comprendeva musica, cinema, editoria, turismo e Dollywood, il grande parco divertimenti del Tennessee.

Ma il suo lascito più grande forse non è musicale

C’è un’altra Dolly Parton che merita di essere ricordata.

Quella della filantropia.

Nel 1995 fondò la Dolly Parton’s Imagination Library, un programma che distribuisce gratuitamente libri ai bambini.

Nel corso degli anni il progetto ha distribuito oltre 300 milioni di libri negli Stati Uniti e in altri Paesi.

È un’eredità straordinaria, soprattutto considerando da dove era partita.

Dolly non dimenticò mai la povertà della propria infanzia.

Suo padre aveva avuto difficoltà a leggere e scrivere e proprio questa esperienza contribuì alla sua decisione di fare della lettura infantile una delle sue grandi battaglie.

Anche nella ricerca contro il Covid

Nel 2020 Dolly Parton donò un milione di dollari alla ricerca sul coronavirus presso la Vanderbilt University.

Il finanziamento contribuì al lavoro che portò allo sviluppo del vaccino Moderna.

Ancora una volta, la cantante aveva scelto di trasformare la propria ricchezza in qualcosa che potesse essere utile agli altri.

Una carriera piena di riconoscimenti

I numeri raccontano soltanto una parte della sua storia.

Dolly Parton ha vinto 11 Grammy Awards ed è stata inserita nella Country Music Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame. Ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, compreso un Oscar onorario.

Ma forse il riconoscimento più importante è un altro.

È riuscita a essere amata da generazioni completamente diverse.

Da chi ascoltava country negli anni Sessanta ai giovani che hanno scoperto le sue canzoni attraverso il cinema, la televisione e le nuove piattaforme digitali.

Dolly e Carl

La sua vita privata è stata molto più discreta della sua carriera.

Dolly era sposata con Carl Dean dal 1966.

Lui, al contrario di lei, aveva sempre evitato la vita pubblica.

Carl è morto nel marzo del 2025, dopo quasi sessant’anni di matrimonio.

La perdita del marito aveva profondamente colpito Dolly e, negli ultimi mesi, lei aveva parlato delle difficoltà attraversate anche sul piano personale e della salute.

Pochi giorni prima della morte aveva ancora parlato del desiderio di continuare a lavorare e dei molti progetti che voleva portare a termine.

È forse uno degli aspetti più commoventi della sua storia.

Dolly continuava a guardare avanti.

Una leggenda che non aveva ancora finito di sognare

Aveva 80 anni.

Ma continuava a progettare.

Un musical dedicato alla sua vita era destinato ad arrivare a Broadway e negli ultimi anni aveva continuato a lavorare su nuovi progetti musicali e imprenditoriali.

Per questo la sua morte arriva quasi come una sorpresa.

Perché Dolly Parton sembrava appartenere a quella rara categoria di persone che immaginiamo destinate a esserci sempre.

Una canzone che rimane

Dolly Parton ha scritto migliaia di canzoni.

Alcune diventeranno patrimonio della musica americana.

Altre continueranno a essere cantate nei bar, nei concerti, nelle case e nelle radio.

Ma forse la sua eredità più importante è l’insieme di tutte queste cose: una ragazza povera del Tennessee che non ha mai dimenticato da dove veniva, una cantante diventata leggenda, una donna d’affari straordinaria e una filantropa che ha utilizzato la propria fortuna per aiutare milioni di persone.

Dolly Parton aveva trasformato la propria vita in una storia.

E quella storia, adesso, è arrivata alla fine.

Ma le sue canzoni no.

Quelle continueranno a viaggiare.

E forse, da qualche parte, qualcuno ascolterà ancora una chitarra e una voce che canta “Jolene”, oppure una delle sue mille storie d’amore, di dolore e di speranza.

E penserà a quella ragazza del Tennessee che un giorno partì con una valigia piena di canzoni.

Dolly Parton non c’è più.

Ma il mondo che ha contribuito a rendere un po’ più allegro, più generoso e certamente più musicale, continuerà a cantare.




Il Mariachi Jerusalem si esibisce per la prima volta in Italia

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Il gruppo israeliano, fondato dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, ha portato per la prima volta la tradizione del mariachi israeliano in Italia, nell’ambito di un evento della comunità ebraica locale.

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Il Mariachi Jerusalem, riconosciuto come il primo mariachi d’Israele dalla Camera di Commercio di Guadalajara, in Messico, si è esibito per la prima volta in Italia, segnando un nuovo capitolo nella storia del gruppo e nella diffusione della musica mariachi al di fuori del Messico.

L’esibizione si è svolta nell’ambito di un evento privato organizzato per la comunità ebraica residente in Italia, offrendo al pubblico una proposta musicale che unisce diverse tradizioni culturali: quella messicana, quella israeliana e quella ebraica.

Fondato nel 2019 dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, il Mariachi Jerusalem è attualmente il primo e unico gruppo professionale di mariachi con sede in Israele. Fin dalla sua fondazione, il gruppo si dedica alla diffusione della musica mariachi in Israele, cercando di mantenere un’interpretazione fedele alle tradizioni del genere, sia nell’abbigliamento che nella strumentazione, nel repertorio e nello stile esecutivo.

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La storia del gruppo è strettamente legata al percorso multiculturale del suo fondatore. Peretz, musicista di origine venezuelana residente in Israele, ha deciso di portare la tradizione del mariachi nel contesto israeliano e di sviluppare un gruppo capace di rappresentare questo genere con una propria identità, mantenendone al contempo le radici messicane.

Uno degli aspetti più caratteristici del progetto è la combinazione tra musica tradizionale ebraica e il linguaggio musicale del mariachi. In qualità di direttore e produttore musicale del gruppo, Yojanan Peretz si occupa attualmente della creazione e della produzione di arrangiamenti che trasferiscono melodie e canzoni tradizionali ebraiche nell’universo sonoro della musica messicana.

In questo modo, il Mariachi Jerusalem non si limita a interpretare il repertorio tradizionale messicano, ma ha sviluppato una proposta che mira a creare un dialogo tra culture e a dimostrare come il mariachi possa diventare anche un veicolo per esprimere altre tradizioni musicali.

La presentazione in Italia rappresenta quindi un ulteriore passo nel percorso internazionale di un gruppo nato in Israele con una premessa singolare: far risuonare il mariachi in Medio Oriente e dimostrare che la tradizione musicale messicana può trovare nuovi spazi, nuovi pubblici e nuove identità senza perdere la propria essenza.

 




“Neil, the road of the moon”, il viaggio dell’uomo verso la luna diventa rock sinfonico

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Ci sono imprese che appartengono alla storia dell’umanità.

Una di queste cominciò il 16 luglio 1969, quando l’Apollo 11 partì dalla Terra con a bordo Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Quattro giorni dopo, il 20 luglio, Armstrong diventò il primo essere umano a camminare sulla superficie della Luna.

Sono passati più di cinquant’anni, ma quella notte continua a conservare intatta la sua forza e il suo fascino.

Da questa storia nasce “Neil – The Road of the Moon”, la nuova opera del Ennio Marchetti Project, pubblicata oggi sulle principali piattaforme digitali.

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Non soltanto la conquista della Luna

L’idea non era realizzare una semplice ricostruzione musicale della missione Apollo 11.

Era raccontare, attraverso la musica, il sogno di un uomo e quello di un’intera generazione.

Prima dell’astronauta che vediamo nelle fotografie c’era un bambino che guardava il cielo.

Prima del primo passo sulla Luna ci furono anni di preparazione, esperimenti, rischi, fallimenti, coraggio e una straordinaria volontà di arrivare dove nessun essere umano era mai arrivato.

Per questo Neil – The Road of the Moon interpreta il viaggio verso la Luna come un viaggio fisico, ma anche interiore.

Il viaggio diventa musica

L’opera si muove nell’ambito del rock progressivo sinfonico, con atmosfere spaziali, ampi sviluppi strumentali e una ricerca sonora ispirata anche alla grande stagione del progressive degli anni Settanta.

Sintetizzatori, tastiere, chitarre, basso, batteria ed elementi orchestrali costruiscono un paesaggio sonoro nel quale convivono l’immensità dello spazio e la dimensione profondamente umana della missione.

La musica non vuole competere con le immagini storiche dell’Apollo 11.

Vuole accompagnarle.

Vuole immaginare cosa significasse per quegli uomini guardare per la prima volta la Terra dallo spazio e, poco dopo, trovarsi davanti a un mondo completamente diverso.

Dalla Terra alla Luna

Apollo 11 non fu soltanto il viaggio di Neil Armstrong.

Michael Collins rimase in orbita intorno alla Luna mentre Armstrong e Aldrin scendevano sulla superficie con il modulo lunare Eagle. Dopo l’allunaggio, Armstrong e Aldrin trascorsero circa 22 ore sulla Luna prima di iniziare il viaggio di ritorno.

Ma la figura di Armstrong rimase per sempre legata a quel momento che cambiò la storia.

Quel primo passo non fu soltanto una straordinaria conquista tecnologica.

Diventò anche il simbolo di ciò che l’essere umano può tentare quando decide di superare i propri limiti.

Il significato di “The Road of the Moon”

Il titolo non indica soltanto la strada che portò l’Apollo 11 verso la Luna.

È la strada dei sogni umani.

La strada di chi guarda qualcosa che sembra impossibile e, invece di accettare che lo sia, comincia a chiedersi:

E se potessimo farlo?

È questa la domanda che accompagna l’intera opera.

Oggi Neil – The Road of the Moon comincia il suo viaggio.

🌕🚀 È disponibile sulle principali piattaforme digitali.

Ascolta “Neil – The Road of the Moon”

Ascolta su YouTube Music:

 https://music.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ln57apordsMqUdgqabrufU8R6_7gqlNs0

Ennio Marchetti Project

Un nuovo viaggio. Una nuova storia. La Luna è ancora là, a ricordarci che qualche volta l’impossibile è soltanto un sogno che aspetta di essere realizzato.




ATLANTIDA: nasce il progetto delle opere sinfoniche dell’Ennio Marchetti Project

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È uscito oggi “Atlantida”, la prima di cinque opere sinfoniche che accompagneranno un nuovo percorso musicale di Ennio Marchetti Project

C’è un momento, nella vita di un progetto musicale, in cui si sente il bisogno di cambiare prospettiva, di abbandonare per un momento la struttura tradizionale della canzone e provare a costruire qualcosa di più ampio.

Per l’Ennio Marchetti Project quel momento è arrivato con Atlantida, pubblicata oggi sulle principali piattaforme musicali.

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Non si tratta però di un progetto isolato. Atlantida è infatti la prima di cinque opere sinfoniche che verranno pubblicate nel prossimo periodo e che rappresentano una nuova fase del percorso creativo di Ennio Marchetti Project.

Dopo Atlantida arriveranno Las Mariposas, Neil, Saint Helena e Alaric.

Cinque opere profondamente diverse per storia, ambientazione e atmosfera, ma accomunate dalla volontà di utilizzare la musica per costruire racconti, immagini ed emozioni.

DA ATLANTIDA A ALARIC

Il progetto parte da Atlantida, una storia che porta immediatamente verso il mito, il mistero e l’immaginazione.

A seguire sarà la volta di Las Mariposas, opera ispirata a una vicenda reale e costruita attraverso una dimensione narrativa e sinfonica. Un’opera nella quale la musica accompagna una storia di libertà, coraggio e sacrificio.

Poi arriverà Neil, un progetto dalle atmosfere più visionarie e spaziali, seguito da Saint Helena, legato a una delle figure più affascinanti e controverse della storia europea.

A chiudere questa prima serie sarà Alaric, dedicata al re dei Visigoti che nel 410 entrò a Roma, aprendo una delle pagine più simboliche della storia dell’Impero romano.

Cinque mondi completamente diversi, dunque, ma un unico percorso creativo.

UNA NUOVA DIMENSIONE MUSICALE

La realizzazione di queste opere nasce dalla scrittura, dalla composizione e dalla produzione dell’Ennio Marchetti Project, utilizzando anche le possibilità offerte dagli strumenti di intelligenza artificiale per gli arrangiamenti e l’interpretazione vocale.

L’intelligenza artificiale, in questo progetto, non sostituisce l’idea musicale originaria, ma diventa uno strumento attraverso il quale trasformare una composizione e una visione narrativa in un’opera più complessa.

Il risultato è un territorio musicale che attraversa rock sinfonico, progressive, musica orchestrale e atmosfere cinematografiche.

IL PRIMO CAPITOLO È ATLANTIDA

Con l’uscita di Atlantida si apre quindi ufficialmente questo nuovo percorso.

Un primo capitolo al quale ne seguiranno altri quattro.

Per Ennio Marchetti Project, dopo una serie di album dedicati a generi e atmosfere molto differenti, dalle sonorità latinoamericane al country rock, dal soul alla musica folk, questo rappresenta un nuovo passo: raccontare storie attraverso opere musicali di più ampio respiro.

Atlantida è disponibile da oggi sulle principali piattaforme di streaming.

In Spotify: ATLÁNTIDA – Álbum de Ennio Marchetti Project | Spotify

E il viaggio, questa volta, è appena cominciato.

Testi, musica e produzione: Ennio Marchetti Project.
Arrangiamenti e interpretazione vocale: realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.




Ennio Marchetti Project: cinque album già pubblicati e altri nove in arrivo

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Un progetto musicale indipendente nato dalla passione per la musica e dalla voglia di trasformare idee, ricordi e canzoni in nuove produzioni.

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La musica può nascere in molti modi. A volte da un’idea rimasta per anni in un cassetto, altre volte da un ricordo, da una storia, da un’immagine o semplicemente da una melodia che continua a girare nella testa.

È da questo spirito che nasce Ennio Marchetti Project, un progetto musicale indipendente del direttore di Fatti Nostri che sta prendendo forma album dopo album e che, in poche settimane, ha già portato alla pubblicazione di cinque album, mentre altri nove nuovi lavori sono in preparazione e usciranno nei prossimi giorni.

Non si tratta di un progetto legato a un solo genere musicale. Al contrario, una delle sue caratteristiche principali è proprio la libertà di attraversare mondi musicali differenti.

Dal rock al country, dal folk al rhythm & blues, dal soul alla musica latina, ogni album nasce con una propria identità e con l’obiettivo di raccontare qualcosa di diverso.

Cinque album già disponibili

Il percorso è già iniziato con cinque produzioni che possono essere ascoltate sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Tra queste c’è Caminos, un album in lingua spagnola che raccoglie canzoni scritte nel corso degli anni, e Trade Winds, caratterizzato da atmosfere country e rock.

Con Latido il progetto entra invece nel mondo della musica latina, attraversando sonorità che spaziano dal rock latino alla salsa, dalla bachata al reggae.

C’è poi Terre del Nord, dedicato alle atmosfere folk e rock delle terre del Nord dell’Inghilterra e della Scozia.

E infine Terra di cascine, un viaggio nelle sonorità del folk della Pianura Padana con dieci canzoni tutte nuove pensate e scritte come se fossero uscite dall’album dei ricordi.

Cinque album, dunque, ma soprattutto cinque mondi musicali differenti.

E non è finita qui

La parte forse più sorprendente del progetto è che questi primi cinque album rappresentano soltanto l’inizio.

Nei prossimi giorni sono previste altre nove pubblicazioni, che porteranno il catalogo dell’Ennio Marchetti Project a un totale di quattordici album.

Tra i progetti in arrivo ci sono nuove esplorazioni della musica italiana, latina e internazionale, oltre a lavori più ambiziosi che spaziano verso il rock progressivo e sinfonico.

Il progetto comprende infatti anche produzioni molto particolari, come opere rock e lavori costruiti intorno a storie e concept narrativi.

Dove ascoltare la musica

Gli album dell’Ennio Marchetti Project sono disponibili sulle principali piattaforme musicali, tra cui Spotify, YouTube Music, Amazon Music e SoundCloud, oltre agli altri servizi di streaming.

Un invito particolare va a chi utilizza Spotify: è possibile ascoltare la musica anche con il piano gratuito, quindi non è necessario sottoscrivere un abbonamento Premium per scoprire il progetto.

Naturalmente, chi apprezza la musica può anche seguire l’artista sulla piattaforma e aggiungere i brani alle proprie playlist.

Un progetto in continua evoluzione

L’Ennio Marchetti Project non nasce con l’ambizione di seguire le mode del momento.

È piuttosto un percorso personale attraverso generi, epoche e ricordi musicali diversi.

Ogni nuovo album aggiunge un tassello a un progetto che continua a crescere e che, almeno per il momento, sembra avere ancora molte storie da raccontare.

Cinque album sono già usciti. Altri nove arriveranno nei prossimi giorni.

Per chi ama scoprire musica indipendente e progetti fuori dagli schemi, può essere interessante seguire questo percorso fin dall’inizio.

🎧 Ennio Marchetti Project è disponibile sulle principali piattaforme musicali.

Seguitelo, ascoltate gli album già pubblicati e scoprite le prossime uscite.

Testi, musica e produzione: Ennio Marchetti Project.
Arrangiamenti e interpretazione vocale: realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.




Addio a Francesco Guccini, il poeta delle parole e della libertà

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L’Italia perde una delle voci più autorevoli e amate della sua musica. Francesco Guccini è morto oggi all’età di 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari. La notizia è stata comunicata dalla famiglia, che ha reso noto come, nel rispetto delle volontà dell’artista, i funerali si svolgeranno in forma strettamente privata. È prevista invece una cerimonia pubblica di commemorazione nel mese di settembre.

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Con la scomparsa di Guccini se ne va molto più di un cantautore. Se ne va un narratore capace di trasformare la musica in letteratura, la cronaca in poesia e la memoria in patrimonio collettivo. Per oltre cinquant’anni le sue canzoni hanno raccontato l’Italia, le sue contraddizioni, le speranze di intere generazioni e il valore della libertà di pensiero.

Il “Maestrone” della canzone d’autore

Nato a Modena il 14 giugno 1940 e profondamente legato a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, Guccini ha esordito negli anni Sessanta, diventando rapidamente uno dei protagonisti della canzone d’autore italiana.

Brani come “Dio è morto”, “La locomotiva”, “Auschwitz”, “L’avvelenata”, “Cyrano”, “Eskimo” e “Canzone per un’amica” sono entrati nella storia della musica italiana, conquistando generazioni di ascoltatori grazie a testi profondi, ricchi di riferimenti culturali, storici e sociali.

Le sue canzoni non cercavano il successo facile. Chiedevano attenzione, riflessione, partecipazione. Per questo Guccini è sempre stato considerato un autore fuori dagli schemi, capace di parlare a pubblici molto diversi senza inseguire le mode del momento.

Non solo musica

Oltre alla carriera musicale, Guccini è stato anche scrittore, saggista e autore di romanzi, spesso ambientati nell’Appennino che tanto amava. La sua curiosità lo ha portato a interessarsi di storia, dialetti, fumetti e cultura popolare, diventando una figura di riferimento anche al di fuori del mondo della musica.

Negli ultimi anni aveva scelto di allontanarsi dalle scene, continuando però a scrivere e a partecipare, con discrezione, al dibattito culturale italiano.

Un’eredità che resta

La notizia della sua morte ha suscitato un’ondata di commozione nel mondo della cultura, della politica e dello spettacolo. Migliaia di messaggi stanno ricordando un artista che ha saputo raccontare il Paese con sincerità, ironia e uno straordinario amore per la lingua italiana.

Le sue canzoni continueranno a vivere ben oltre il tempo. Per molti italiani rappresentano ancora oggi la colonna sonora di un’epoca, ma anche un invito a pensare con la propria testa, a non accettare le verità preconfezionate e a difendere sempre il valore della cultura.

Con Francesco Guccini se ne va uno dei grandi protagonisti della canzone d’autore. Restano le sue parole, destinate a continuare ad accompagnare chi ama la musica che sa emozionare, raccontare e far riflettere.




Jennifer Lopez rende omaggio a Madonna: a Venezia canta “Like a Virgin” in gondola

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Una gondola, i canali di Venezia e una delle canzoni più iconiche della musica pop. Jennifer Lopez ha voluto rendere omaggio a Madonna, ricreando una delle scene più celebri del videoclip di “Like a Virgin”, girato proprio nella città lagunare nel 1984. Il breve filmato, pubblicato sui social con la frase «I had to do it» (“Dovevo farlo”), è diventato in poche ore virale, conquistando milioni di visualizzazioni.

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Nel video, la cantante e attrice americana si lascia trasportare su una gondola mentre canta e si diverte a interpretare il celebre brano che contribuì a consacrare Madonna come regina del pop. Il richiamo è evidente: il videoclip originale, diretto da Mary Lambert, mostrava proprio Madonna attraversare i canali di Venezia alternando scene in gondola a immagini in abito da sposa, diventando uno dei video musicali più famosi degli anni Ottanta.

Un tributo alla regina del pop

Quello di Jennifer Lopez non è stato un semplice gioco estivo. L’artista ha più volte raccontato di aver considerato Madonna una delle sue principali fonti di ispirazione durante gli inizi della carriera.

In una recente intervista aveva ricordato come, da adolescente, cercasse perfino di imitare il suo modo di vestire e il suo stile. Lopez ha inoltre rivelato che nel 2003 avrebbe dovuto partecipare alla celebre esibizione degli MTV Video Music Awards insieme a Madonna e Britney Spears, ma fu costretta a rinunciare per impegni cinematografici.

Venezia resta un’icona della musica

A oltre quarant’anni dall’uscita di Like a Virgin, Venezia continua a rappresentare uno degli scenari più riconoscibili della storia del videoclip musicale. Il fascino dei suoi canali, delle gondole e dei palazzi storici continua ad attirare artisti e registi da tutto il mondo.

Il gesto di Jennifer Lopez ha riportato l’attenzione proprio su quel legame tra la città lagunare e la musica pop internazionale, ricordando uno dei videoclip che hanno segnato un’epoca.

Nostalgia e social

Il filmato pubblicato da Jennifer Lopez è stato accolto con entusiasmo dalla maggior parte dei fan, che hanno apprezzato il tributo a Madonna e il clima di leggerezza della scena. In molti hanno colto l’occasione per ricordare gli anni Ottanta e una stagione della musica pop che continua ancora oggi a influenzare artisti di tutto il mondo.

Un omaggio semplice, spontaneo e divertente che dimostra come alcuni classici non passino mai di moda e come Venezia continui a essere uno dei palcoscenici più suggestivi del panorama internazionale.




Il premio “Dean Martin” compie 18 anni

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Ci sono partenze che cambiano una vita e radici che nessuna distanza riesce a cancellare. Ci sono storie che attraversano oceani e generazioni e altre che, anche a distanza di settant’anni, continuano a chiedere di essere raccontate. È dentro questo filo di memoria, musica e appartenenza che il Premio Dean Martin compie 18 anni.

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Sabato 1° agosto 2026, dalle ore 21.15, l’Arena dei Fiori di Montesilvano ospiterà la XVIII edizione della manifestazione dedicata a Dean Martin, al secolo Dino Crocetti, figlio di emigranti abruzzesi diventato una delle più grandi icone dello spettacolo mondiale.
Un’edizione della “maggiore età” che vuole tornare al cuore più autentico del Premio: raccontare l’Abruzzo attraverso le persone che sono partite, quelle che hanno costruito il proprio futuro lontano e quelle che, anche dopo generazioni, continuano a riconoscere nelle proprie origini una parte fondamentale della loro identità.

 

Ad arricchire la serata ci sarà un ospite musicale speciale: Pierdavide Carone. Cantautore e autore, Carone si è fatto conoscere dal grande pubblico con la nona edizione di Amici, dove si è classificato terzo conquistando anche il Premio della Critica. Nel 2010 ha firmato Per tutte le volte che…, il brano interpretato da Valerio Scanu che vinse il Festival di Sanremo.

Due anni dopo è salito personalmente sul palco dell’Ariston con Nanì, al fianco di Lucio Dalla, che produsse il progetto discografico e diresse l’orchestra durante la sua esibizione. Un incontro artistico che ha segnato profondamente il suo percorso. Nel 2025 Carone è tornato protagonista in televisione vincendo Ora o mai più su Rai 1. A Montesilvano arriverà per salutare il pubblico e regalare alla XVIII edizione un momento musicale speciale.

A ricevere il XVIII Premio Dean Martin saranno Benedetta Rinaldi, Davide Cavuti, Andrea Cristoforetti, Carlo D’Andrea, Bruno Rosato e Antonio Di Donato.
Benedetta Rinaldi, giornalista e volto televisivo, sarà premiata per una carriera contraddistinta da competenza e sensibilità e per il particolare impegno nel racconto degli italiani nel mondo, da Community – L’altra Italia a Gli Italians, dando voce alle loro storie e al rapporto con il Paese d’origine.

Con Bruno Rosato il Premio attraverserà invece l’Atlantico. Attore, casting director e produttore cinematografico, nato a Montréal da una famiglia originaria di Fallo, in provincia di Chieti, Rosato incarna pienamente lo spirito della manifestazione: un figlio dell’emigrazione abruzzese che si è affermato nel cinema internazionale senza perdere il legame con la terra dalla quale partì la sua famiglia.

Dall’Abruzzo all’Africa conduce la storia di Andrea Cristoforetti, oggi Commissario Tecnico della Nazionale di calcio a 5 dello Zambia. Un percorso nel quale lo sport è diventato occasione di crescita, formazione e incontro tra culture differenti.

Con l’avvocato Carlo D’Andrea il viaggio raggiungerà invece la Cina e i Paesi emergenti, attraverso una carriera internazionale costruita creando relazioni e ponti tra economie, sistemi e culture diverse.

A completare il gruppo dei premiati sarà Antonio Di Donato, ricercatore e appassionato della storia e del patrimonio culturale abruzzese. Uno dei momenti più suggestivi della serata sarà dedicato ai suoi studi sulla figura di Padre Simone Mascetta, accompagnati dalle note della musica di Ennio Morricone per Mission.

La serata vivrà uno dei suoi momenti più intensi. Montesilvano e Torre de’ Passeri saranno unite in diretta nel nome di Marcinelle.
Sul palco dell’Arena dei Fiori ci sarà Davide Cavuti, compositore, regista e autore abruzzese, che riceverà dal sindaco Ottavio De Martinis il Premio Dean Martin anche per il lavoro dedicato alla memoria della tragedia mineraria attraverso il teatro e il cinema. Contemporaneamente, dalla Festa de Il Centro a Torre de’ Passeri, saranno collegati Luca Telese, direttore del quotidiano Il Centro, e Domenico Ranieri, caporedattore.
Tre protagonisti, due piazze e una sola memoria da custodire.
Cavuti, Telese e Ranieri hanno firmato insieme la sceneggiatura del docufilm Le voci di Marcinelle, diretto da Davide Cavuti, che ne è anche autore del soggetto e della colonna sonora. Luca Telese accompagna inoltre il racconto come narratore nei luoghi della memoria.
Il docufilm torna sulla tragedia del Bois du Cazier dell’8 agosto 1956, nella quale persero la vita 262 minatori: 136 erano italiani e 60 abruzzesi.
Durante il collegamento, mentre Davide Cavuti sarà premiato a Montesilvano, il Premio Dean Martin raggiungerà idealmente Torre de’ Passeri, dove saranno premiati dal presidente della Provincia Giorgio De Luca anche Luca Telese e Domenico Ranieri per il loro contributo alla sceneggiatura e al racconto di una ferita che appartiene profondamente alla memoria dell’Abruzzo e dell’Italia.
Sarà uno dei momenti simbolicamente più forti della XVIII edizione: due piazze abruzzesi unite per ricordare uomini che settant’anni fa lasciarono questa terra in cerca di lavoro e di un futuro. La fotografia del docufilm è firmata da Matteo Veleno, a sua volta insignito del Premio Dean Martin tre anni fa.
Ma parlare degli abruzzesi nel mondo significa anche guardare al presente. La serata aprirà una finestra sul Venezuela e sulla comunità abruzzese presente nel Paese, coinvolta dalle conseguenze del terremoto. Attraverso la testimonianza di un’associazione impegnata negli aiuti umanitari saranno raccontate le difficoltà delle comunità coinvolte e le iniziative di solidarietà messe in campo per sostenere persone e famiglie.
Un modo per ricordare che l’emigrazione non appartiene soltanto alle fotografie in bianco e nero e alle valigie del passato. È fatta anche dei figli e dei nipoti di chi partì, di comunità che continuano a custodire lingua, tradizioni e memoria familiare dall’altra parte del mondo e di un legame che torna a farsi concreto soprattutto nei momenti di difficoltà.
Nel corso della serata sarà conferito anche il Premio Gaetano Crocetti, intitolato al padre di Dean Martin e dedicato alla memoria dell’emigrazione e al legame degli abruzzesi con la propria terra. A riceverlo saranno Duilio Rabottini, Generoso D’Agnese e Geremia Mancini, per il loro impegno nel custodire, studiare e raccontare le storie degli abruzzesi nel mondo. Gaetano Crocetti diventa così il simbolo non soltanto del padre di una star mondiale, ma di un’intera generazione di uomini e donne che lasciarono l’Abruzzo portando con sé lingua, tradizioni, cultura del lavoro e un sentimento di appartenenza destinato a sopravvivere nelle generazioni successive.
A tenere insieme le storie sarà la musica. Sul palco dell’Arena dei Fiori ci sarà l’Orchestra Dean Martin, diretta dal Maestro Antonella De Angelis, con Riccardo Crisante alla voce e Stefano Maria Pardo al pianoforte e voce. Il repertorio attraverserà idealmente l’Oceano, dalle atmosfere rese immortali da Dean Martin alla grande canzone italiana, accompagnando le storie dei premiati. A questo viaggio si aggiungerà la voce e la scrittura di Pierdavide Carone, in un incontro tra la tradizione che il Premio custodisce da diciotto anni e la canzone d’autore contemporanea.
“Diciotto anni sono un traguardo che emoziona, perché dentro questo Premio ci sono ormai centinaia di storie, volti, partenze e ritorni – sottolinea la direttrice artistica Alessandra Portinari –. Quando abbiamo iniziato, volevamo raccontare Dean Martin partendo da ciò che c’era prima della leggenda: Dino Crocetti, un ragazzo figlio dell’emigrazione abruzzese. Con il tempo abbiamo capito che attraverso di lui potevamo raccontare migliaia di altre storie. Quest’anno Marcinelle ci riporta alla parte più dolorosa di quelle partenze. Sessanta abruzzesi persero la vita in quella miniera e credo che ricordarli, unendo idealmente Montesilvano e Torre de’ Passeri, significhi restituire loro un pezzo della terra che avevano dovuto lasciare. Allo stesso tempo guarderemo al Venezuela, perché le nostre comunità all’estero non appartengono al passato: sono vive, mantengono un rapporto profondo con l’Abruzzo e nei momenti di difficoltà dobbiamo far sentire loro che quella distanza non è mai abbastanza grande da separarci. Poi ci sono le storie dei premiati, così diverse e così simili nel loro rapporto con le radici, e c’è la musica. Avere con noi Pierdavide Carone rende ancora più speciale questa diciottesima edizione. Vorrei che il 1° agosto l’Arena dei Fiori diventasse una casa simbolica per chi è rimasto, per chi è partito e per chi, magari senza esserci mai vissuto, continua a sentire l’Abruzzo come una parte di sé. Perché le radici non ci impediscono di andare lontano: ci ricordano semplicemente da dove siamo partiti”.
La XVIII edizione sarà così un viaggio tra Abruzzo e mondo, memoria e contemporaneità, partenze e ritorni: dal Canada alla Cina, dall’Africa al Venezuela, passando per Marcinelle e per le comunità italiane all’estero.




Musica: Ennio Marchetti Project amplia il suo catalogo con nove album dedicati a generi diversi

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SANTO DOMINGO – Prosegue il progetto musicale Ennio Marchetti Project, che negli ultimi mesi ha portato alla pubblicazione di una serie di album dedicati a differenti generi musicali.

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Il catalogo comprende produzioni che spaziano dalla musica latinoamericana al country rock, dal folk italiano al rhythm and blues, offrendo un percorso artistico caratterizzato dalla ricerca di sonorità e atmosfere diverse.

Tra gli album già disponibili figurano Caminos, Trade Winds e il recente Terre del Nord, mentre nelle prossime settimane è prevista l’uscita di nuovi lavori, tra cui Latido, 45 Giri, Terre di Cascina, Soul Street, Il cantante di rhythm and blues e Tropical Thunder.

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I brani sono distribuiti sulle principali piattaforme di streaming internazionale, tra cui Spotify, YouTube Music e SoundCloud.

L’obiettivo del progetto è proporre un repertorio che attraversa culture e tradizioni musicali differenti, mantenendo come filo conduttore la scrittura originale e la varietà stilistica.

Nota della redazione: Ennio Marchetti è il direttore di Fatti Nostri.