Montréal, la tromba di Paolo Fresu incontra il pianoforte di Uri Caine: domani il concerto al Conservatoire

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Un appuntamento gratuito organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura celebra oltre vent’anni di collaborazione tra due protagonisti del jazz contemporaneo.

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La musica italiana torna protagonista sulla scena culturale canadese con un appuntamento di grande prestigio. Domani, giovedì 5 novembre, alle ore 19, il Théâtre Rouge del Conservatoire de musique di Montréal ospiterà il concerto del trombettista italiano Paolo Fresu e del pianista e compositore statunitense Uri Caine.

L’iniziativa è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Montréal e rappresenta un’occasione per il pubblico canadese di assistere all’incontro tra due interpreti di primo piano del jazz internazionale. L’ingresso è gratuito, con prenotazione richiesta.

Due personalità, un dialogo musicale senza confini

Il concerto celebra una collaborazione artistica che dura da oltre vent’anni e che ha dato vita a un linguaggio musicale originale, fondato sulla libertà espressiva e sulla capacità di attraversare generi e tradizioni differenti.

Paolo Fresu, tra i musicisti italiani più conosciuti e apprezzati a livello internazionale, è celebre per il timbro lirico e inconfondibile della sua tromba. Nel corso della sua carriera ha sviluppato un percorso artistico che va ben oltre il jazz, abbracciando anche il teatro, il cinema e il mondo dei festival musicali.

Al suo fianco ci sarà Uri Caine, pianista e compositore originario di Philadelphia, artista noto per il suo approccio eclettico e per la capacità di mettere in dialogo il jazz con la musica classica, il rock e le sonorità elettroniche.

Improvvisazione e libertà espressiva

L’incontro tra la tromba di Fresu e il pianoforte di Caine promette un percorso musicale aperto, nel quale le melodie si intrecciano con l’improvvisazione, le influenze blues e la sperimentazione sonora.

Non si tratta soltanto di un concerto, ma di un confronto tra due sensibilità artistiche capaci di dialogare e sorprendersi reciprocamente, trasformando ogni esecuzione in un’esperienza musicale originale.

L’appuntamento conferma il ruolo degli Istituti Italiani di Cultura nella promozione delle eccellenze artistiche del nostro Paese e nella costruzione di legami culturali con le comunità e il pubblico internazionale.

Informazioni: giovedì 5 novembre, ore 19, Théâtre Rouge del Conservatoire de musique di Montréal, 4750 avenue Henri-Julien. Ingresso gratuito previa prenotazione sul sito dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.




«We Carried Italy With Us», racconta in musica la grande emigrazione italiana negli Stati Uniti

album emigrazione

Dieci canzoni in lingua inglese per ripercorrere una delle pagine più significative della storia italiana: il viaggio verso l’America, il distacco dalla propria terra, i sacrifici, le speranze e il desiderio di costruire una nuova vita.

album emigrazione

Si intitola We Carried Italy With Us – Songs of Italian Emigration to America il nuovo album di Ennio Marchetti Project, un lavoro composto da dieci canzoni in lingua inglese che raccontano la storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti.

Non si tratta semplicemente di una raccolta di brani musicali, ma di un progetto che vuole dare voce a una vicenda che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese e contribuito a costruire l’identità di milioni di italoamericani.

Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, milioni di italiani lasciarono paesi e città, soprattutto del Mezzogiorno, per attraversare l’oceano e cercare fortuna in America. Partivano con poche valigie, spesso con pochissimi soldi, ma portavano con sé qualcosa che nessuna distanza avrebbe potuto cancellare: la lingua, le tradizioni, i ricordi della famiglia e il legame con la propria terra.

È proprio da questa immagine che nasce il titolo dell’album: «Abbiamo portato l’Italia con noi».

Le dieci canzoni sono state scritte in inglese, una scelta che permette di rivolgersi non soltanto al pubblico italiano, ma anche alle nuove generazioni di americani di origine italiana e a tutti coloro che desiderano conoscere una parte importante della storia degli Stati Uniti attraverso le vicende degli immigrati.

Il progetto affronta musicalmente il tema della partenza, della nostalgia, delle difficoltà incontrate nel nuovo Paese e della speranza di un futuro migliore. Una storia collettiva fatta di sacrifici, lavoro e integrazione, ma anche di identità e orgoglio per le proprie origini.

La copertina dell’album richiama simbolicamente quel viaggio: una vecchia valigia con il nome Italia, il tricolore, una nave e, sullo sfondo, lo skyline di New York con la Statua della Libertà. Un’immagine che racchiude il significato dell’intero progetto.

Con We Carried Italy With Us, Ennio Marchetti Project aggiunge un nuovo capitolo al proprio percorso musicale, scegliendo questa volta di raccontare, attraverso dieci canzoni, una storia che appartiene a tutti gli italiani e che continua a vivere nella memoria delle comunità italiane nel mondo.

In Spotify: Escucha We Carried Italy with Us – Álbum, de Ennio Marchetti Project | Spotify

In YouTube:

 

 




Canada. Dall’Italia al Québec, “Migrazioni Sonore 2026”: musica e sapori per raccontare le radici italiane

festival italiano junto al río en québec

Un mese di concerti e appuntamenti radiofonici e televisivi in Canada per gli artisti italiani. Il progetto culminerà l’11 novembre a Montréal con “Fuori Cucina”, un incontro tra musica, gastronomia e identità dei territori.

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Dall’Italia al Québec, la musica e la gastronomia diventano strumenti per raccontare le tradizioni, le identità regionali e i legami con le comunità italiane all’estero. È questo lo spirito di “Migrazioni Sonore 2026”, il progetto culturale che porta in Canada alcuni artisti italiani per un mese di concerti e appuntamenti radiofonici e televisivi.

Tra i protagonisti figurano i maremmani I Matti delle Giuncaie, con Lapo Marliani e Mirko Rosi, affiancati dal musicista volterrano Stefano “Borrkia” Toncelli e dal marchigiano Julian Corradini, nato in Argentina. Un gruppo di artisti con percorsi e sensibilità differenti, accomunati dalla capacità di intrecciare folk, rock, musica popolare italiana e influenze latinoamericane.

La musica come ponte tra culture

Il progetto propone un’immagine dell’Italia lontana dagli stereotipi, nella quale la tradizione dialoga con linguaggi musicali contemporanei. La Toscana e le Marche sono raccontate attraverso le esperienze degli artisti, le loro origini e le contaminazioni culturali che caratterizzano il loro percorso.

Particolarmente significativa è la storia di Julian Corradini, marchigiano e argentino di nascita, la cui esperienza personale riflette il tema delle migrazioni, degli incontri e delle identità che si trasformano attraversando confini geografici e culturali.

L’iniziativa si inserisce in un percorso avviato nel 2016, quando “Migrazioni Sonore” ha cominciato a promuovere scambi creativi tra musicisti, territori e comunità italiane all’estero, favorendo la mobilità artistica tra l’Italia e i Paesi francofoni.

L’11 novembre a Montréal l’appuntamento “Fuori Cucina”

Il momento conclusivo del calendario sarà l’11 novembre alla Casa d’Italia di Montréal, con “Fuori Cucina”, un evento che affiancherà alle esibizioni musicali la valorizzazione di prodotti gastronomici toscani e marchigiani.

La Toscana sarà rappresentata dal Morellino di Scansano di Morisfarms e dal miele biologico della Tenuta di Camugliano, in provincia di Pisa. Per le Marche saranno presenti l’olio extravergine di oliva del Frantoio Agostini e la pasta del Pastificio Santoni.

L’obiettivo non è soltanto proporre una degustazione accompagnata dalla musica, ma costruire un racconto condiviso dei territori: le canzoni esprimono la memoria e la creatività delle comunità, mentre i prodotti tipici ne restituiscono i sapori, le materie prime e le tradizioni.

L’evento si svolge con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia a Montréal e della Provincia di Grosseto, in collaborazione con il Centro Comunitario Casa d’Italia di Montréal. Il progetto è curato da Salty Music APS, con la collaborazione organizzativa di Production Casa Nostra.

Cultura italiana oltre i confini

“Migrazioni Sonore” conferma il ruolo della cultura come strumento di dialogo con le comunità italiane nel mondo. Attraverso la musica, il cibo e le storie personali degli artisti, l’iniziativa porta in Québec un’immagine dinamica dell’Italia, capace di conservare le proprie radici e, allo stesso tempo, di aprirsi a nuove influenze.

Un ponte tra territori e generazioni che dimostra come l’identità italiana all’estero non sia soltanto memoria delle origini, ma anche una cultura viva, capace di rinnovarsi attraverso gli incontri.




Lo Zecchino d’Oro negli USA: il Piccolo Coro debutta a New York

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A New York le voci del Piccolo Coro dell’Antoniano portano musica, lingua italiana e valori di amicizia. Oggi il debutto all’Istituto Italiano di Cultura, poi CNN, scuole bilingui e Columbus Day sulla Fifth Avenue

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C’è un pezzo dell’infanzia italiana che sta attraversando l’Atlantico.

Per la prima volta nella sua storia, il Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, protagonista dello Zecchino d’Oro, è arrivato negli Stati Uniti per una tournée che dal 6 al 13 ottobre porta a New York musica, lingua italiana, educazione e cultura.

Un appuntamento particolarmente significativo per gli italiani che vivono all’estero, perché le canzoni dello Zecchino d’Oro hanno accompagnato generazioni di bambini italiani e, adesso, arrivano direttamente nelle comunità italo-americane e nelle scuole americane dove si studia la nostra lingua.

Il progetto si chiama “Generations of Voices – Music for Humanity” ed è nato con l’obiettivo di creare, attraverso la musica, un ponte tra Italia e Stati Uniti, coinvolgendo bambini, famiglie, scuole, istituzioni e comunità italo-americane.

Il debutto all’Istituto Italiano di Cultura

Il momento più atteso è quello di oggi, 8 ottobre, quando il Piccolo Coro sarà accolto dal Consolato Generale d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Alle 11, nella sede dell’Istituto di Park Avenue, il pubblico potrà incontrare i giovani cantanti del coro in un appuntamento aperto a bambini, genitori, nonni e a tutti gli appassionati dello Zecchino d’Oro.

È la prima volta che la storica manifestazione italiana arriva ufficialmente negli Stati Uniti con il suo Piccolo Coro.

La scelta di New York non è casuale. La città ospita una delle più importanti comunità italiane e italo-americane degli Stati Uniti e rappresenta un punto d’incontro naturale tra la cultura italiana e quella americana.

Dalle Nazioni Unite alla Fifth Avenue

La tournée è iniziata ieri con un appuntamento particolarmente simbolico.

Il Piccolo Coro dell’Antoniano è stato ricevuto alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, dove l’ambasciatore e rappresentante permanente Giorgio Marrapodi ha incontrato la delegazione guidata da fra’ Giampaolo Cavalli.

I bambini hanno aperto la cerimonia eseguendo l’Inno nazionale italiano e alcuni brani scelti per la missione americana.

Marrapodi ha sottolineato il valore del messaggio portato dall’Antoniano, legato a pace, amicizia, solidarietà e dialogo, e il ruolo delle giovani generazioni nella costruzione del futuro.

Il riferimento alle Nazioni Unite ha anche una curiosa coincidenza storica: proprio nel 1959, anno della prima edizione dello Zecchino d’Oro, l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la Dichiarazione dei diritti del fanciullo.

Ma il viaggio dei piccoli cantanti non si fermerà alle istituzioni.

Nei prossimi giorni sono previsti incontri nelle scuole pubbliche di New York con programmi bilingui italiano-inglese, un’esperienza pensata per mettere in contatto i bambini italiani con i loro coetanei americani che studiano la nostra lingua.

Anche la CNN

Il programma prevede inoltre una presenza televisiva internazionale.

Il 9 ottobre il Piccolo Coro sarà ospite del Morning Show della CNN insieme a Simona Rodano, presidente e fondatrice della Global EduLanguage Foundation, organizzazione coinvolta nella realizzazione del progetto.

Sarà un’altra occasione per far conoscere al pubblico americano una delle tradizioni musicali più longeve della cultura italiana.

E poi il Columbus Day

Il momento probabilmente più spettacolare arriverà il 12 ottobre, quando il Piccolo Coro parteciperà alle celebrazioni del Columbus Day sulla Fifth Avenue.

Le voci dei bambini dello Zecchino d’Oro saranno quindi protagoniste nel cuore di Manhattan, davanti al pubblico della grande manifestazione dedicata alla cultura italo-americana.

Sarà una vetrina internazionale per una tradizione nata in Italia nel 1959 e diventata, nel corso dei decenni, parte dell’immaginario di milioni di famiglie.

Sessantasette anni di canzoni

Lo Zecchino d’Oro ha compiuto proprio quest’anno 67 anni.

La prima puntata fu trasmessa il 24 settembre 1959 dal Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, con l’ideazione e la conduzione di Cino Tortorella, il celebre Mago Zurlì.

Nel 1961 la manifestazione si trasferì all’Antoniano di Bologna e nel 1963 nacque il Piccolo Coro dell’Antoniano fondato da Mariele Ventre, destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili della musica italiana per l’infanzia.

Da allora le canzoni dello Zecchino d’Oro sono entrate nelle case di generazioni di italiani.

Ora, per la prima volta, quelle stesse canzoni arrivano negli Stati Uniti attraverso i bambini che le cantano.

La lingua italiana cantata dai bambini

Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

La promozione della lingua italiana all’estero non passa soltanto dai corsi, dalle università o dagli Istituti Italiani di Cultura.

Può passare anche attraverso una canzone.

Per un bambino americano che studia italiano, ascoltare e cantare insieme a bambini italiani può trasformare una lingua studiata sui libri in qualcosa di concreto, divertente e immediatamente comprensibile.

È proprio questa l’idea alla base della tournée: utilizzare la musica per avvicinare le nuove generazioni alla lingua e alla cultura italiana.

Un messaggio particolarmente attuale in un momento in cui le istituzioni italiane stanno dedicando grande attenzione alla promozione dell’italiano nel mondo.

E per gli italiani residenti all’estero c’è anche un significato più emotivo: quelle canzoni rappresentano un pezzo di Italia che non ha bisogno di essere spiegato.

Basta ascoltarle.

Perché lo Zecchino d’Oro, prima ancora di essere un festival televisivo, è stato per milioni di italiani una parte della propria infanzia.

E adesso quella memoria attraversa l’oceano.

 




È morto Piero, la voce di “Mi viejo”: dall’Italia all’America Latina una vita in musica

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Nato a Gallipoli e emigrato in Argentina a soli tre anni, Piero De Benedictis è diventato una delle grandi voci della canzone popolare latinoamericana. Aveva 81 anni

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È morto a Buenos Aires, all’età di 81 anni, Piero Antonio Franco De Benedictis, conosciuto semplicemente come Piero, uno dei cantautori più popolari e riconoscibili della musica latinoamericana.

La notizia è stata comunicata dalla famiglia e dagli amici dell’artista il 7 ottobre. Piero era ricoverato a Buenos Aires e, al momento, non è stata comunicata ufficialmente la causa della morte.

Per gli italiani all’estero, però, la sua storia ha un significato particolare.

Perché Piero era italiano.

Nato il 19 aprile 1945 a Gallipoli, in Puglia, lasciò l’Italia quando aveva appena tre anni e raggiunse l’Argentina insieme alla madre e alla sorella, per ricongiungersi con il padre che si era già stabilito a Banfield, nella provincia di Buenos Aires.

Quella che era cominciata come una storia di emigrazione sarebbe diventata una straordinaria carriera artistica.

Dall’emigrazione alla musica

Piero crebbe in Argentina e fu proprio lì che costruì la sua identità artistica.

La sua carriera cominciò negli anni Sessanta. Nel 1964 debuttò in televisione nel programma Remates musicales, dopo aver abbandonato la formazione sacerdotale iniziata qualche anno prima.

Nel 1968 incontrò il poeta e autore José Tcherkaski. Da quell’incontro nacque una collaborazione destinata a produrre alcune delle canzoni più conosciute della sua carriera.

Tra queste, naturalmente, “Mi viejo”.

“Mi viejo”, una canzone diventata memoria collettiva

Pubblicata nel 1969, Mi viejo divenne rapidamente uno dei brani più celebri di Piero e superò i confini dell’Argentina.

La canzone raccontava il rapporto tra un figlio e il proprio padre, il passare degli anni e la trasformazione dell’uomo che un tempo sembrava invincibile e che, con il tempo, comincia a camminare più lentamente.

Una storia semplice, ma capace di parlare a generazioni diverse.

È diventata nel tempo una delle canzoni più associate alla figura paterna in tutta l’America Latina ed è stata reinterpretata da numerosi artisti.

E ancora oggi basta pronunciare il nome di Piero perché per milioni di persone quelle prime parole della canzone riportino immediatamente alla memoria un padre, un’immagine familiare, un’epoca.

Dalla canzone d’amore alla canzone sociale

Ma Piero non fu soltanto l’interprete di Mi viejo.

Negli anni Settanta la sua musica assunse sempre più una forte dimensione sociale e politica.

Brani come “Para el pueblo lo que es del pueblo”, “Que se vayan ellos” e “Pedro Nadie” lo trasformarono in una delle voci della canzone di protesta latinoamericana.

Era un periodo particolarmente difficile per l’Argentina.

Dopo il colpo di Stato militare del 1976, Piero lasciò il Paese e visse in esilio, prima in Spagna e successivamente in Colombia, dove avrebbe costruito un rapporto profondissimo con il Paese, fino ad ottenerne la cittadinanza nel 1994.

Il suo percorso artistico si intrecciò così con una parte importante della storia politica e sociale dell’America Latina.

Un italiano diventato simbolo della musica latinoamericana

C’è un elemento della sua biografia che rischia di passare in secondo piano davanti alla fama conquistata in Argentina.

Piero non era nato argentino.

Era nato in Italia e apparteneva a quella generazione di bambini italiani che nel dopoguerra partirono con le proprie famiglie verso altri Paesi alla ricerca di una nuova vita.

La sua storia dimostra anche quanto possa essere complesso il concetto di identità.

Piero diventò argentino attraverso la vita, la lingua, la musica e la cultura. Ma rimase anche figlio di un’emigrazione italiana che aveva portato milioni di persone in ogni angolo del mondo.

Nel suo caso, quella storia partì da Gallipoli e arrivò fino ai grandi palcoscenici dell’America Latina.

Una carriera lunga oltre mezzo secolo

Piero ha attraversato più di sei decenni di musica.

Ha conosciuto il successo, l’esilio, il ritorno in Argentina e una lunga stagione di concerti e iniziative sociali.

Nel 2016 la Latin Recording Academy gli assegnò il Premio alla Eccellenza Musicale, riconoscimento alla sua lunga carriera e al contributo dato alla musica latinoamericana.

La sua attività non si limitò inoltre alla musica: nel corso degli anni Piero partecipò a iniziative legate alla pace, alla solidarietà e soprattutto ai bambini e ai giovani.

Il suo messaggio pubblico rimase legato a parole come pace, giustizia sociale e speranza.

“La sua voce resterà con noi”

Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, la famiglia ha ricordato proprio la sua voce e il messaggio che aveva cercato di trasmettere attraverso tutta la sua vita artistica.

E forse è questa la sintesi migliore della storia di Piero.

Un bambino partito dall’Italia a tre anni.

Un ragazzo che in Argentina scoprì la musica.

Un cantante diventato famoso con una canzone dedicata al padre.

Un artista che poi trasformò la propria musica in uno strumento per raccontare la società, le ingiustizie, la pace e le speranze di un continente.

Piero è morto a Buenos Aires, ma la sua storia appartiene a due mondi.

Quello italiano da cui era partito.

E quello latinoamericano che lo aveva adottato e trasformato in una delle sue voci più amate.

E ogni volta che qualcuno ascolterà Mi viejo, quella storia tornerà inevitabilmente a vivere.

 

Nella foto: Piero durante un concerto al Lincoln Center di New York, nel 2010. Il cantautore italo-argentino è morto a Buenos Aires a 81 anni. Foto: Miguel Rajmil/EFE

 




Sanremo 2027, cambia tutto: il pubblico avrà l’ultima parola sul vincitore

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Il Festival di Sanremo 2027 cambia formula e inaugura ufficialmente l’era di Stefano De Martino, chiamato per la prima volta a ricoprire il doppio ruolo di conduttore e direttore artistico.

La Rai ha pubblicato il regolamento ufficiale della 77ª edizione, che si svolgerà al Teatro Ariston dal 16 al 20 febbraio 2027. Le novità riguardano praticamente ogni aspetto della manifestazione: dagli artisti in gara al sistema di votazione, dalla serata dedicata all’Eurovision alle nuove regole sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

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Stefano De Martino

Saranno 24 i Big in gara

Il primo cambiamento riguarda il numero dei concorrenti.

A Sanremo 2027 saranno in gara 24 artisti, tutti nella categoria Campioni. Ventitré saranno scelti dalla direzione artistica, mentre il ventiquattresimo posto sarà assegnato di diritto al vincitore di “Sarà Sanremo 2026”.

È una riduzione significativa rispetto all’edizione precedente, che aveva portato sul palco 34 artisti.

Tutti i 24 concorrenti si esibiranno durante le serate dedicate alla gara principale.

Chi decide il vincitore?

È probabilmente la novità più importante.

Nelle prime due serate il voto sarà diviso tra Giuria della Sala Stampa, Tv e Web e Giuria Popolare. La prima peserà per il 67%, mentre il pubblico avrà il 33%.

Nella prima parte della serata finale entreranno in gioco tutte e tre le giurie: pubblico al 34%, Sala Stampa al 33% e Radio al 33%.

I risultati delle votazioni della prima, seconda e prima parte della quinta serata determineranno la classifica dalla quale usciranno da tre a cinque finalisti.

A quel punto, però, le giurie di Sala Stampa e Radio usciranno di scena.

Nella finalissima voterà infatti soltanto il pubblico attraverso televoto e voto online. Il risultato di questo voto peserà per il 50% e sarà sommato, per l’altro 50%, al cosiddetto “tesoretto” accumulato nelle votazioni precedenti.

Sarà quindi il pubblico ad avere l’ultima parola sul vincitore di Sanremo 2027.

Le Cover diventano una gara autonoma

Anche la tradizionale serata delle Cover cambia collocazione.

Si svolgerà giovedì 18 febbraio e avrà una propria classifica e un proprio vincitore. Il risultato della serata non contribuirà alla classifica generale del Festival.

I 24 artisti potranno interpretare brani italiani o internazionali insieme a ospiti italiani o stranieri.

Arriva la “Serata Performance”

La vera novità è però la serata di venerdì 19 febbraio, chiamata “Serata Performance”.

I 24 artisti dovranno riproporre il proprio brano con modalità interpretative, esecutive o sceniche differenti rispetto alle altre esibizioni.

A giudicarli saranno, con lo stesso peso del 50%, la Giuria Popolare e una nuova Giuria Internazionale di Esperti.

E qui c’è un cambiamento importante: il vincitore di questa serata sarà anche il rappresentante della Rai e dell’Italia all’Eurovision Song Contest 2027.

Non sarà quindi necessariamente il vincitore di Sanremo a rappresentare l’Italia all’Eurovision.

Sanremo e l’intelligenza artificiale

Il nuovo regolamento dedica per la prima volta uno spazio specifico all’intelligenza artificiale.

Le canzoni in gara dovranno essere espressione della creatività umana. Non sarà consentito utilizzare sistemi di IA quando il loro impiego comporti la sostituzione o l’alterazione del contributo creativo degli autori e degli artisti.

Il regolamento stabilisce inoltre che i brani in gara dovranno essere inediti e avere una durata massima di 3 minuti e 30 secondi. Per le Cover il limite sarà di quattro minuti.

L’autotune, invece, non viene vietato: De Martino ha spiegato che potrà essere utilizzato quando sarà funzionale al genere e al progetto musicale dell’artista.

Una nuova formula per il Festival

Il Sanremo di Stefano De Martino nasce quindi con una struttura profondamente modificata.

24 artisti, tutti sul palco ogni sera; una serata Cover con classifica autonoma; una nuova Serata Performance collegata all’Eurovision; un maggiore peso del pubblico nella scelta del vincitore e un regolamento specifico sull’uso dell’intelligenza artificiale.

Le proposte artistiche dovranno arrivare alla Rai entro il 23 novembre 2026, mentre i nomi degli artisti selezionati potranno essere annunciati dal 29 novembre.

Il Festival si svolgerà dal 16 al 20 febbraio 2027. E, per la prima volta dopo diverse edizioni, il pubblico avrà un ruolo decisivo proprio nel momento conclusivo: il vincitore sarà determinato dal voto popolare nella finalissima, insieme al risultato accumulato nelle serate precedenti.

 

 




L’Italia della creatività digitale protagonista a Montréal con MUTEK

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Tre artisti italiani al festival internazionale dedicato alla musica elettronica, alle arti audiovisive e alle nuove tecnologie.

L’Italia della cultura non è soltanto quella dei grandi musei, dell’opera e della tradizione.

È anche ricerca, sperimentazione, tecnologia e nuovi linguaggi artistici.

È questa l’Italia che in questi giorni è protagonista a Montréal, dove dal 25 al 30 agosto si svolge la 27ª edizione di MUTEK, uno dei più importanti festival internazionali dedicati alla creatività digitale, alla musica elettronica e alle arti audiovisive.

A rappresentare l’Italia sono tre artisti: Donato Dozzy, Neel – nome d’arte di Giuseppe Tillieci – e Sara Persico, grazie al sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.

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Sei giorni dedicati al futuro della musica

MUTEK Montréal riunisce quest’anno quasi 120 artisti provenienti da 28 Paesi, proponendo concerti, performance audiovisive, installazioni e forme di spettacolo nelle quali musica, immagini e tecnologia si incontrano.

Il festival si sviluppa in diversi luoghi del centro di Montréal, tra cui la Société des arts technologiques, il MTELUS, la Maison symphonique e, per la prima volta, lo Studio-Théâtre dei Grands Ballets.

Non è quindi soltanto un festival musicale.

È un laboratorio nel quale gli artisti sperimentano nuovi modi di utilizzare suono, immagini, spazio e tecnologie digitali.

Tre italiani, tre modi di sperimentare

La presenza italiana è affidata a tre artisti con percorsi differenti.

Donato Dozzy è una delle figure più conosciute della scena elettronica italiana, particolarmente apprezzato per una ricerca musicale caratterizzata da atmosfere ipnotiche e grande attenzione al suono.

Neel, pseudonimo di Giuseppe Tillieci, è produttore e artista elettronico e da anni lavora sulla relazione tra musica, tecnologia e sperimentazione.

Sara Persico, invece, porta a Montréal una ricerca nella quale voce, elettronica, improvvisazione e performance si fondono in una forma espressiva molto personale.

Tre percorsi diversi, ma un elemento comune:

l’idea che la musica elettronica possa essere molto più di una semplice successione di suoni.

L’Italia sostenuta dall’Istituto Italiano di Cultura

La partecipazione italiana è resa possibile dal sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, organismo ufficiale dello Stato italiano che ha tra i propri obiettivi la promozione della lingua, della cultura, delle arti e delle scienze italiane in Canada.

Il sostegno non riguarda soltanto la presenza dei tre artisti.

L’Istituto ha contribuito anche alla partecipazione del direttore creativo Adriano Martella e della direttrice artistica di MUTEK, Marie-Louise, nell’ambito delle attività del festival.

Una nuova immagine dell’Italia

È forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

Quando si parla di promozione culturale italiana all’estero, spesso si pensa immediatamente a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Fellini, la cucina o la moda.

Tutto questo continua naturalmente a rappresentare l’Italia.

Ma accanto a quella tradizione esiste un’altra Italia:

quella che sperimenta.

Quella degli artisti digitali, dei musicisti elettronici, dei creativi che lavorano con algoritmi, immagini, sintetizzatori, software e nuove tecnologie.

MUTEK è quindi anche una vetrina per mostrare questa Italia contemporanea.

La musica non ha più confini

La musica elettronica ha una caratteristica particolare: nasce facilmente dalla collaborazione tra Paesi diversi.

Un artista può vivere a Roma, esibirsi a Montréal, collaborare con un musicista di Berlino e pubblicare la propria musica in Giappone.

La tecnologia ha praticamente eliminato le distanze.

Ma proprio per questo diventa importante portare nei grandi festival internazionali la specificità delle diverse scene nazionali.

L’Italia, in questo contesto, ha una tradizione elettronica che risale a diversi decenni e che continua a produrre artisti capaci di confrontarsi con la scena internazionale.

Montréal, capitale della creatività digitale

La scelta di Montréal non è casuale.

La città è da anni uno dei centri internazionali più importanti per le arti digitali e la sperimentazione audiovisiva.

Durante MUTEK, il centro della città diventa un punto d’incontro tra artisti, ricercatori, professionisti e pubblico.

Accanto agli spettacoli, infatti, il MUTEK Forum propone conferenze, workshop, presentazioni di progetti e occasioni di incontro dedicate alle nuove condizioni della creatività nell’era digitale.

Non soltanto spettacolo

Ed è proprio qui che il festival diventa particolarmente interessante.

Non si tratta soltanto di andare a un concerto.

Il pubblico può assistere a esperienze nelle quali suono, luce, immagini e tecnologia interagiscono in tempo reale.

Il risultato può essere molto diverso da quello di un tradizionale spettacolo musicale.

A volte non c’è nemmeno una separazione netta tra musicista, artista visivo e programmatore.

Sono tutti parte dello stesso processo creativo.

Un’altra forma di diplomazia culturale

La presenza italiana a MUTEK rappresenta anche una forma moderna di diplomazia culturale.

Portare artisti italiani in un festival internazionale significa infatti creare relazioni, aprire nuove possibilità professionali e far conoscere una parte della creatività italiana che spesso rimane meno visibile rispetto ai settori più tradizionali.

Ed è proprio questo uno dei compiti degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo.

L’Italia guarda avanti

In un certo senso, la partecipazione italiana a MUTEK racconta un’Italia diversa da quella delle cartoline.

Un’Italia che non rinuncia alla propria tradizione, ma che contemporaneamente usa la tecnologia per inventare nuovi linguaggi.

È un messaggio importante anche per le nuove generazioni di italiani all’estero.

La cultura italiana non è soltanto qualcosa da conservare.

È anche qualcosa da creare continuamente.

A Montréal, in questi giorni, l’Italia non è soltanto rappresentata dal passato.

È rappresentata da tre artisti che lavorano con il suono, l’elettronica e la tecnologia per immaginare il futuro.

E forse è proprio questo il modo migliore per far conoscere l’Italia nel mondo: non soltanto ricordando ciò che abbiamo creato, ma mostrando ciò che stiamo ancora creando.




Addio a Dolly Parton, la ragazza del Tennessee che conquistò il mondo

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È difficile immaginare il mondo della musica senza Dolly Parton.

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La sua voce, le sue canzoni, i suoi capelli biondissimi, gli abiti scintillanti e quell’ironia con cui per tutta la vita ha giocato anche sulla propria immagine erano diventati qualcosa di molto più grande di una semplice carriera musicale.

Dolly Parton è morta il 25 agosto a Nashville, all’età di 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro. La notizia è stata annunciata dalla famiglia e successivamente confermata dal suo staff. Il tipo di tumore non è stato reso pubblico. Parton è morta al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dai suoi familiari.

Con lei se ne va una delle figure più riconoscibili della cultura americana degli ultimi sessant’anni.

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Da una piccola casa del Tennessee

La storia di Dolly Parton sembra quasi una favola americana.

Nata nel gennaio del 1946 in Tennessee, era la quarta di 12 figli di una famiglia poverissima. La famiglia viveva in una piccola casa di montagna e spesso non aveva abbastanza denaro nemmeno per le necessità quotidiane.

La musica arrivò prestissimo.

Dolly cominciò a cantare da bambina nella chiesa del nonno e imparò a suonare la chitarra. A soli 13 anni era già salita sul palco del Grand Ole Opry di Nashville.

A 18 anni, appena terminata la scuola superiore, partì per Nashville con una valigia e le sue canzoni.

Aveva un sogno.

E quel sogno, alla fine, diventò realtà.

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Porter Wagoner e la grande occasione

La svolta arrivò negli anni Sessanta, quando Dolly entrò nel programma televisivo The Porter Wagoner Show.

Il sodalizio con Porter Wagoner contribuì a farla conoscere al grande pubblico e le permise di affermarsi prima come cantante e poi soprattutto come autrice.

Fu anche la fine di quella collaborazione a ispirare una delle sue canzoni più celebri.

Dolly scrisse “I Will Always Love You” nel momento della separazione professionale da Wagoner.

La canzone divenne un grande successo country, ma sarebbe diventata un fenomeno planetario molti anni dopo, quando Whitney Houston la interpretò per il film The Bodyguard.

Dolly aveva scritto quella canzone.

E quella canzone avrebbe finito per fare il giro del mondo.

Jolene, 9 to 5 e una voce inconfondibile

Poi arrivarono i grandi successi.

“Jolene”, “9 to 5”, “Coat of Many Colors”, “Here You Come Again” e moltissime altre canzoni.

Parton non fu soltanto una grande interprete.

Fu una straordinaria autrice, capace di trasformare esperienze personali, ricordi dell’infanzia, amore, povertà, gelosia e speranza in canzoni semplici e immediatamente comprensibili.

Nel corso della sua carriera avrebbe scritto oltre 3.000 canzoni e venduto più di 100 milioni di dischi nel mondo.

Il cinema e la consacrazione mondiale

Dolly non si fermò alla musica.

Nel 1980 arrivò il cinema con “9 to 5”, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin.

Il film ebbe un enorme successo e la canzone che Dolly scrisse e interpretò per la pellicola diventò uno dei suoi brani più conosciuti.

Poi arrivarono altri film, tra cui “Steel Magnolias”, che dimostrarono che dietro l’immagine della cantante country con i capelli enormi e gli abiti pieni di strass c’era anche un’attrice capace di conquistare il pubblico.

Ma Dolly non smise mai di essere Dolly.

Una donna che sapeva ridere di se stessa

Forse uno dei suoi segreti era proprio questo.

Dolly Parton aveva costruito un’immagine estremamente riconoscibile: capelli giganteschi, trucco vistoso, abiti aderenti, tacchi e strass.

Ma era spesso la prima a scherzare sulla propria immagine.

Non si prendeva troppo sul serio.

E dietro quella figura apparentemente costruita c’era una donna estremamente intelligente, determinata e dotata di un notevole senso degli affari.

Ha creato un vero impero che comprendeva musica, cinema, editoria, turismo e Dollywood, il grande parco divertimenti del Tennessee.

Ma il suo lascito più grande forse non è musicale

C’è un’altra Dolly Parton che merita di essere ricordata.

Quella della filantropia.

Nel 1995 fondò la Dolly Parton’s Imagination Library, un programma che distribuisce gratuitamente libri ai bambini.

Nel corso degli anni il progetto ha distribuito oltre 300 milioni di libri negli Stati Uniti e in altri Paesi.

È un’eredità straordinaria, soprattutto considerando da dove era partita.

Dolly non dimenticò mai la povertà della propria infanzia.

Suo padre aveva avuto difficoltà a leggere e scrivere e proprio questa esperienza contribuì alla sua decisione di fare della lettura infantile una delle sue grandi battaglie.

Anche nella ricerca contro il Covid

Nel 2020 Dolly Parton donò un milione di dollari alla ricerca sul coronavirus presso la Vanderbilt University.

Il finanziamento contribuì al lavoro che portò allo sviluppo del vaccino Moderna.

Ancora una volta, la cantante aveva scelto di trasformare la propria ricchezza in qualcosa che potesse essere utile agli altri.

Una carriera piena di riconoscimenti

I numeri raccontano soltanto una parte della sua storia.

Dolly Parton ha vinto 11 Grammy Awards ed è stata inserita nella Country Music Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame. Ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, compreso un Oscar onorario.

Ma forse il riconoscimento più importante è un altro.

È riuscita a essere amata da generazioni completamente diverse.

Da chi ascoltava country negli anni Sessanta ai giovani che hanno scoperto le sue canzoni attraverso il cinema, la televisione e le nuove piattaforme digitali.

Dolly e Carl

La sua vita privata è stata molto più discreta della sua carriera.

Dolly era sposata con Carl Dean dal 1966.

Lui, al contrario di lei, aveva sempre evitato la vita pubblica.

Carl è morto nel marzo del 2025, dopo quasi sessant’anni di matrimonio.

La perdita del marito aveva profondamente colpito Dolly e, negli ultimi mesi, lei aveva parlato delle difficoltà attraversate anche sul piano personale e della salute.

Pochi giorni prima della morte aveva ancora parlato del desiderio di continuare a lavorare e dei molti progetti che voleva portare a termine.

È forse uno degli aspetti più commoventi della sua storia.

Dolly continuava a guardare avanti.

Una leggenda che non aveva ancora finito di sognare

Aveva 80 anni.

Ma continuava a progettare.

Un musical dedicato alla sua vita era destinato ad arrivare a Broadway e negli ultimi anni aveva continuato a lavorare su nuovi progetti musicali e imprenditoriali.

Per questo la sua morte arriva quasi come una sorpresa.

Perché Dolly Parton sembrava appartenere a quella rara categoria di persone che immaginiamo destinate a esserci sempre.

Una canzone che rimane

Dolly Parton ha scritto migliaia di canzoni.

Alcune diventeranno patrimonio della musica americana.

Altre continueranno a essere cantate nei bar, nei concerti, nelle case e nelle radio.

Ma forse la sua eredità più importante è l’insieme di tutte queste cose: una ragazza povera del Tennessee che non ha mai dimenticato da dove veniva, una cantante diventata leggenda, una donna d’affari straordinaria e una filantropa che ha utilizzato la propria fortuna per aiutare milioni di persone.

Dolly Parton aveva trasformato la propria vita in una storia.

E quella storia, adesso, è arrivata alla fine.

Ma le sue canzoni no.

Quelle continueranno a viaggiare.

E forse, da qualche parte, qualcuno ascolterà ancora una chitarra e una voce che canta “Jolene”, oppure una delle sue mille storie d’amore, di dolore e di speranza.

E penserà a quella ragazza del Tennessee che un giorno partì con una valigia piena di canzoni.

Dolly Parton non c’è più.

Ma il mondo che ha contribuito a rendere un po’ più allegro, più generoso e certamente più musicale, continuerà a cantare.




Il Mariachi Jerusalem si esibisce per la prima volta in Italia

mariachi jerusalem google portada

Il gruppo israeliano, fondato dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, ha portato per la prima volta la tradizione del mariachi israeliano in Italia, nell’ambito di un evento della comunità ebraica locale.

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Il Mariachi Jerusalem, riconosciuto come il primo mariachi d’Israele dalla Camera di Commercio di Guadalajara, in Messico, si è esibito per la prima volta in Italia, segnando un nuovo capitolo nella storia del gruppo e nella diffusione della musica mariachi al di fuori del Messico.

L’esibizione si è svolta nell’ambito di un evento privato organizzato per la comunità ebraica residente in Italia, offrendo al pubblico una proposta musicale che unisce diverse tradizioni culturali: quella messicana, quella israeliana e quella ebraica.

Fondato nel 2019 dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, il Mariachi Jerusalem è attualmente il primo e unico gruppo professionale di mariachi con sede in Israele. Fin dalla sua fondazione, il gruppo si dedica alla diffusione della musica mariachi in Israele, cercando di mantenere un’interpretazione fedele alle tradizioni del genere, sia nell’abbigliamento che nella strumentazione, nel repertorio e nello stile esecutivo.

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La storia del gruppo è strettamente legata al percorso multiculturale del suo fondatore. Peretz, musicista di origine venezuelana residente in Israele, ha deciso di portare la tradizione del mariachi nel contesto israeliano e di sviluppare un gruppo capace di rappresentare questo genere con una propria identità, mantenendone al contempo le radici messicane.

Uno degli aspetti più caratteristici del progetto è la combinazione tra musica tradizionale ebraica e il linguaggio musicale del mariachi. In qualità di direttore e produttore musicale del gruppo, Yojanan Peretz si occupa attualmente della creazione e della produzione di arrangiamenti che trasferiscono melodie e canzoni tradizionali ebraiche nell’universo sonoro della musica messicana.

In questo modo, il Mariachi Jerusalem non si limita a interpretare il repertorio tradizionale messicano, ma ha sviluppato una proposta che mira a creare un dialogo tra culture e a dimostrare come il mariachi possa diventare anche un veicolo per esprimere altre tradizioni musicali.

La presentazione in Italia rappresenta quindi un ulteriore passo nel percorso internazionale di un gruppo nato in Israele con una premessa singolare: far risuonare il mariachi in Medio Oriente e dimostrare che la tradizione musicale messicana può trovare nuovi spazi, nuovi pubblici e nuove identità senza perdere la propria essenza.

 




“Neil, the road of the moon”, il viaggio dell’uomo verso la luna diventa rock sinfonico

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Ci sono imprese che appartengono alla storia dell’umanità.

Una di queste cominciò il 16 luglio 1969, quando l’Apollo 11 partì dalla Terra con a bordo Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Quattro giorni dopo, il 20 luglio, Armstrong diventò il primo essere umano a camminare sulla superficie della Luna.

Sono passati più di cinquant’anni, ma quella notte continua a conservare intatta la sua forza e il suo fascino.

Da questa storia nasce “Neil – The Road of the Moon”, la nuova opera del Ennio Marchetti Project, pubblicata oggi sulle principali piattaforme digitali.

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Non soltanto la conquista della Luna

L’idea non era realizzare una semplice ricostruzione musicale della missione Apollo 11.

Era raccontare, attraverso la musica, il sogno di un uomo e quello di un’intera generazione.

Prima dell’astronauta che vediamo nelle fotografie c’era un bambino che guardava il cielo.

Prima del primo passo sulla Luna ci furono anni di preparazione, esperimenti, rischi, fallimenti, coraggio e una straordinaria volontà di arrivare dove nessun essere umano era mai arrivato.

Per questo Neil – The Road of the Moon interpreta il viaggio verso la Luna come un viaggio fisico, ma anche interiore.

Il viaggio diventa musica

L’opera si muove nell’ambito del rock progressivo sinfonico, con atmosfere spaziali, ampi sviluppi strumentali e una ricerca sonora ispirata anche alla grande stagione del progressive degli anni Settanta.

Sintetizzatori, tastiere, chitarre, basso, batteria ed elementi orchestrali costruiscono un paesaggio sonoro nel quale convivono l’immensità dello spazio e la dimensione profondamente umana della missione.

La musica non vuole competere con le immagini storiche dell’Apollo 11.

Vuole accompagnarle.

Vuole immaginare cosa significasse per quegli uomini guardare per la prima volta la Terra dallo spazio e, poco dopo, trovarsi davanti a un mondo completamente diverso.

Dalla Terra alla Luna

Apollo 11 non fu soltanto il viaggio di Neil Armstrong.

Michael Collins rimase in orbita intorno alla Luna mentre Armstrong e Aldrin scendevano sulla superficie con il modulo lunare Eagle. Dopo l’allunaggio, Armstrong e Aldrin trascorsero circa 22 ore sulla Luna prima di iniziare il viaggio di ritorno.

Ma la figura di Armstrong rimase per sempre legata a quel momento che cambiò la storia.

Quel primo passo non fu soltanto una straordinaria conquista tecnologica.

Diventò anche il simbolo di ciò che l’essere umano può tentare quando decide di superare i propri limiti.

Il significato di “The Road of the Moon”

Il titolo non indica soltanto la strada che portò l’Apollo 11 verso la Luna.

È la strada dei sogni umani.

La strada di chi guarda qualcosa che sembra impossibile e, invece di accettare che lo sia, comincia a chiedersi:

E se potessimo farlo?

È questa la domanda che accompagna l’intera opera.

Oggi Neil – The Road of the Moon comincia il suo viaggio.

🌕🚀 È disponibile sulle principali piattaforme digitali.

Ascolta “Neil – The Road of the Moon”

Ascolta su YouTube Music:

 https://music.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ln57apordsMqUdgqabrufU8R6_7gqlNs0

Ennio Marchetti Project

Un nuovo viaggio. Una nuova storia. La Luna è ancora là, a ricordarci che qualche volta l’impossibile è soltanto un sogno che aspetta di essere realizzato.